
“Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”[1]
[1] Quest’apologo di David Foster Wallace consente di riflettere sul meccanismo fondante della mente umana, quello che per primo che consente di ridurre il Molteplice all’Uno e di far crescere le probabilità di sopravvivenza nell’organismo originale che è nostro antenato: la procedura Figura / Sfondo, individuata in modo teorico esplicito dagli studiosi della Gestalt Theorie nel primo Novecento ma di fatto praticata in modo intenzionale almeno a partire dal Quattrocento dagli artisti che hanno adottato la prospettiva centrale nella comporre un quadro. Nel caotico ammasso di stimoli che provengono dall’esterno la mente, attrezzata di specifici filtri percettivi, finisce sempre per selezionare solo quegli stimoli che, combinati in un modo piuttosto che in un altro, gli consentono di ‘capire’ (cioè ‘portare dentro di sé’)la situazione, ovvero di catalogarla in termini di pericolo o sicurezza, sulla base di un codice veramente digitale (cioè 0 /1). Questa meccanica di ‘contatto’ agisce in ‘economia’, per default: una volta attivate certe formule di ‘riconoscimento’ (detto altrimenti, una volta costruito un Mondo, con tanto di riduzioni dello spazio e del tempo a ‘forme’ chiare e prevedibili), lo Sfondo (questo Mondo) diventa semplicemente l’elemento neutro non problematico, su cui non si pongono questioni e su cui organizzare la sopravvivenza. In sostanza, tutte le strutture fondanti della società in cui ci troviamo a vivere (regole, principi, miti, riti, insomma lo Sfondo) vengono accettati in automatico come ‘realtà’, cioè come necessità: invece si pone attenzione solo alla Figura, cioè al ‘qui e ora’, cioè alle cose o persone che ci troviamo davanti in primo piano (in latino la preposizione Ob dice di questa relazione, e da qui deriva il termine Oggetto). Sono questi gli Oggetti che ci stimolano emozioni e sentimenti, e sono Oggetti , beninteso, non solo le cose materiali ma anche le immagini e le storie e i segni che ci rimbalzano dentro dall’Industria Culturale. In genere i singoli provano senso di benessere quando questi Oggetti sono facili da catalogare e interpretare dentro le ‘forme’ (le Idee) cui si è abituati (lo Sfondo implicito), reagiscono con disgusto quando questi Oggetti non rientrano nell’automatismo del riconoscimento (cfr. Damasio, Dennet, Tomasello ecc.). In sintesi, si vive in un “Mondo” che è tale perché strutturato sulla base di convenzioni di tutti i tipi: ma non lo si percepisce come un Problema di interpretare (e magari cambiare) bensì come un Dato ‘naturale’, e perciò immodificabile (Necessità)
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Chi sono quegli anonimi protagonisti dei riots nelle piazze globali di oggi? Da chi sono formate le masse così energicamente protagoniste nei populismi di tutta Europa?
La risposta dell’intellighentja scandalizzata è chiara in superficie, ma ambigua nella sostanza, fondata com’è su una evidente ideologia: il caos è provocato dai perdenti, dagli ignoranti, dai rozzi incapaci di assumere una specifica identità moderna di Soggetto Consapevole e Responsabile, l’Ordine è garantito dalla presenza e dall’autorevolezza di Soggetti colti e sensibili e di successo, capaci di assumere un ruolo da protagonisti di fronte alla crisi della società.[1]
Questa visione è certamente chiara, ma perversa, fondata com’è su una evidente ideologia: oggi da tutte le discipline arrivano voci che ci dicono che la realtà è complessa, imperfetta, piena di contraddizioni, e che le rappresentazioni umane ne sono solo delle codificazioni riduttive, forse efficaci a dire una parte della realtà, ma sicuramente ingannevoli se si presentano come Verità.
Ecco allora la qualità del film Joker: l’emergere della violenza non è determinata dalla misteriosa natura ‘cattiva’ del protagonista, ma dalla sua immersione in un mondo di Ordine.
Insomma il film stravolge la consueta visione dello spettatore medio, per cui l’Ordine deriva dall’Ordine, ipotizzando che proprio dall’Ordine derivi il Disordine.
Ovvero se ci si sforza di individuare sotto la trama del film (la vicenda individuale di Arthur) il suo sotto testo (lo schema generale che giace al fondo di ognuno di noi) non si può non finire per ammettere che i disordini e i populismi della nostra contemporaneità globale sono
- non effetto di (per così dire) virus alieni (il Male, il Diavolo, il Comunismo o che altro del genere, che improvvisamente emergono dal Nulla per rovinare la Quiete del Nostro Mondo )
- ma eventi iscritti proprio nella struttura stessa della Quiete (che per esistere ha bisogno di continua, anche se nascosta, violenza nei confronti di tutto quello non rientra negli schemi o categorie che il Potere di qualunque tipo – dalla famiglia, al lavoro, alla politica, ai media- impone)
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La vicenda di Arthur è quella di un giovane qualunque, ‘perbene’ come si usa dire ma anche, come ancora si usa dire, ‘perdente’, che però in seguito alla concatenazione casuale degli eventi, diventa quel che , come si usa dire, un Mostro che distrugge quanto percepisce come ostacolo.
Nella prima parte del film, egli si prende cura della madre anziana, cerca un lavoro che gli consenta di realizzarsi, si lascia curare dalle istituzioni; ma conosce solo il fallimento, vittima com’è di soprusi, imbrogli, sopraffazioni, e per compensare la frustrazione si nutre di sogni (trovare un Padre, una Donna, il Successo), sogni che derivando tutti dal Sistema Simbolico della società di cui fa parte (quella metropolitana e capitalistica occidentale) non fanno che accrescere il suo stato di depressione.
Insomma la prima parte del film mostra in modo esemplare come procede quella che Lacan chiama Castrazione del Potere: il confronto asimmetrico tra la quotidianità imperfetta del singolo e la perfezione assoluta delle regole e dei valori proposti come Natura, innesta nel singolo uno stato continuo di scacco, inadeguatezza, sconfitta.
La seconda parte del film mostra una delle possibili vie d’uscita da questa situazione. Se la gran parte della gente si adegua alla situazione e accetta di pagare i costi per integrarsi alle regole del Sistema[2], c’è sempre una gran parte che conquista la propria ‘liberazione’ attraverso l’annichilimento delle proprie nicchie di sopravvivenza (media, famiglia, lavoro, amore).
In pratica non è vero che il Soggetto, secondo il modello cartesiano del Logos, emerge solo inserendosi in copioni già scritti di ordine, ma proprio dal dionisiaco[3] e carnevalesco[4] rovesciamento dell’Ordine.
Arthur diventa in effetti un Soggetto proprio nel momento in cui si libera di tutti i vincoli sociali che lo comprimono: le sue azioni sono determinate dal suo Sé solo quando a determinarle non è il Desiderio di adeguarsi alle Regole, ma l’abbandono alla Pulsione.
Una Pulsione ovviamente diversa da quella primitiva del neonato, dell’animale, in quanto riesumata consapevolmente dal profondo della struttura complessa dell’organismo umano che è. Solo dopo aver subito un dolorosissimo percorso di formazione, Arthur può emergere alla condizione di consapevole Coscienza dell’Oltre Uomo: una volta assunta la Necessità di dar voce alla Pulsione di Morte, assume intenzionalmente il volto e il nome di Joker, colui che fa scherzi. Dal momento in cui si dipinge la maschera di clown non più per lavoro, ma per scelta, è chiaro che le azioni di A. acquistano senso non più sullo Sfondo di presunte Verità Assolute, ma di quello della Satira, ovvero della consapevolezza della Finzione. Niente più progetti sociali da realizzare, non più doveri etici o sensi di colpa , non più medicine imposte dall’arroganza della scienza, ma solo un copione da Commedia dell’arte [5], dominato dalla pratica dell’ “improviso”, ovvero dall’inventare in situazione[6] quei gesti particolari che risolvano i problemi particolari[7].
E – proprio come gli eroi tipici delle storie di iniziazione- percorre con lucidità la nuova strada che porta al Sacrificio per creare Ordine (il Suo!) nell’annichilimento di convenzioni e limitazioni(l’Altrui).
La parte finale del film ci offre comunque una sorta di appendice politica. Arthur, ormai Joker, muore di fatto dentro l’auto della polizia da cui è stato arrestato. Sembra che tutto sia finito: la solita conclusione di una delle tante storie di disadattamento, in cui il disordine alla fine porta nuovamente all’ordine.
Ma un incidente capovolge ancora la situazione. L’auto della polizia viene travolta da un camion e Joker, che pare ormai morto, viene fatto risorgere – per così dire – da anonimi soggetti in maschera, i Black Block della situazione: di fatto provocano l’urto, tirano J. fuori dall’auto e lo depositando sul cofano come un Cristo in croce. Quando si alza in piedi la massa dei mascherati accorsa in cerchio lo riconosce come Guida, come portatore di una nuova soluzione ‘divina’ al degrado incombente (ove per divino dobbiamo ovviamente riconoscere Dioniso[8] e non Apollo). E J. accetta la situazione: il dolore tragico che segna la sua maschera desolata dalla situazione viene corretto dal movimento simmetrico delle dita che rialzano in alto la bocca nella tipica espressione della maschera della commedia greca. Ma il rosso delle labbra non è più quello finto del trucco di scena con cui si era preparato per la propria avventura finale, bensì quello del sangue.
È una rappresentazione girardiana[9] della modalità violenta con cui nascono le società umane: per avere ordine occorre che ci sia un sacrificio in modo da passare dal bellum omnium contra omnes al bellum omnium contra unum. E in questa narrazione l’Uno è appunto l’Istituzione, il metodo è la Violenza
Questo del resto conferma la sequenza finale del film in cui J., ormai anziano ospite di un penitenziario[10], si libera allegramente della presenza ingombrante dell’assistente sociale (ossia della Voce della Verità che il Potere presume di dover incarnare); rifiuta il ricorso alla parola (alla spiegazione) e torna alla sua nuova condizione di illuminazione lasciando per il corridoio tracce di sangue.
Forse, pare dire in conclusione il film, tale è la direzione che va prendendo l’umano, ovvero questa è la nuova condizione del cosiddetto post – human.
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La maschera ha due funzioni significanti:
- all’inizio della storia indica la passività del Soggetto che subisce il ruolo e la funzione del Padrone, sia nel senso proprio di datore di lavoro sia nel senso figurato lacaniano di Padre Castrante, di sistema simbolico che costringe ognuno di noi ad assumere come ‘naturale’ un copione rispetto a cui di fatto ci si sente sempre inadeguati e privi di comprensione. Valore negativo dunque. Nella narrazione è il nascondimento del volto di Arthur, l’imposizione di una finzione che è però alla fine anche protezione, nel senso che consente di nascondere agli altri la propria sofferenza, la propria ‘inferiorità’ percepita.
- Alla fine della storia al contrario la maschera assume una valenza positiva, in quanto viene scelta coscientemente dal Soggetto per portare la lotta contro il Padrone (Media, Politica) eliminando la codificazione di significato che crea differenze funzionali al sistema del Padrone. Arthur (il Soggetto storico figlio di specifici genitori e costretto a specifici ruoli economici di dipendenza) scompare a favore di Joker (come pretende di farsi presentare in tv) e si propone come Tipo /Modello ripetibile immediatamente da parte della massa anonima della folla dei second – handers, che di fatto rinunciando alla propria particolare identità, nel momento in cui assumono la maschera che annulla la differenza, rivendicano a sé la funzione di privarsi della volontà propriamente capitalistica di sottostare al Mito del Servo che è destinato a diventare Padrone come self – made man , ed assumere quella del Proletario’ capace di agire in modo ‘universale’, come portatore di interessi e bisogni generali e non individuali.[11](Questa strategia è del resto quella è quella dei movimenti come Anonymous, un movimento, in cui l’anonimato è coerente alla strategia del situazionismo)
Lo scherzo
Joker colui che scherza …
L’azione propria del Soggetto de – soggettivizzato che finalmente consapevole della natura finzionale / convenzionale delle Regole della vita sociale, assume la posizione attiva di chi il Gioco lo decide e non lo subisce: e che per farlo non può non distruggere i Giochi fino ad allora fatti passare per Regole Naturali (Verità).
Lo scherzo (Joke) d’altra parte non è Play né Game: questi ultimi hanno – per così dire – una intenzione seria, cioè di costruire uno spazio sociale entro cui i Soggetti assumono seriosamente dei ruoli per risolvere problemi di varia natura, mentre lo scherzo risale all’ordine del carnevalesco bachtiniano, ovvero alla volontà semplice di eliminare la Regola già presente del Padrone, di distruggere il peso del Potere che limita (con le sue finzioni barattate per natura) il godimento del Soggetto ormai de – soggettivizzato
E’ ormai chiaro che tutto l’umano consiste nel costruire ‘forme’, ovvero nel costruire ‘giochi’ (Callois). Il problema storico è che nel tempo questi giochi tendono ad essere interpretati come se fossero Realtà Ontologiche e, soprattutto, fatti passare come Sacri definitori dei Valori, dei criteri.
Chi decide cosa è divertente o meno? Chi decide cosa è giusto o no? Arthur faticosamente arriva a percepire questa situazione di ‘inferiorità’ di border liner come risultato arbitrario di una intenzione di potere.
La risata di Joker
È il sintomo più proprio dell’isteria.
L’isterico è colui (il Soggetto) che si impegna continuamente a interrogarsi sul suo essere.
La risata è ambigua perché
- da un lato prende in giro l’Altro, mettendo in discussione l’Ordine che egli presenta come Oggettiva Legge, a partire dalla posizione rivestita dal Padrone (Padre Potere castrante) o dall’esperto dell’Università (scienza): la risata svela il fatto che quell’ordine è nascondimento del Vuoto ontologico
- dall’altro esprime la profonda disperazione verso se stesso , ovvero il ripetuto fallimento del tentativo di trovare un supporto affidabile (una garanzia che dia sicurezza verso il divenire) nel Discorso o nell’Azione del padrone o dell’Esperto (Universitario)
Padre assente / Madre presente
“Una donna è interamente immersa nell’apertura, senza restrizioni, non c’è dimensione del suo essere che non sia permeata dall’essere sensibile verso il Non Tutto. Uno degli effetti sarà la sostanziale prevalenza dell’Indifferenziato, la tendenza a non fare distinzioni, gerarchie”
Un maschio, al contrario, è pronto a dare tutto per l’Oggetto del desiderio, pronto a sacrificarsi in nome di quell’Oggetto. Sulla base di una gerarchia, di una differenziazione all’interno del Tutto.
Insomma la Donna è Senza Limiti, il Maschio è / pone limiti.
Quindi se il padre è assente e la madre presente, il risultato è una definitiva cecità verso il Limite, la percezione e la creazione del Limite , della necessità del movimento retroattivo che eviti l’eccesso illimitato.
Joker (Arthur) è appunto figlio di una madre sola che non conosce limite nel suo attaccamento e che gli trasmette una visione di ‘dipendenza’ castrante (con il Mito del Padre Padrone che tutto può, a cui chiedere la soluzione, da cui chiedere approvazione)
Violenza omicida
Quando finalmente scopre la semplicità della liberazione dai protocolli che creano sensi di colpa (dalla castrazione del Padre e della Madre, che appunto elimina fisicamente ), realizza la sua jouissance senza limiti. La sua “destituzione soggettiva” definitiva determina la nascita del Soggetto non etero determinato, del Soggetto che torna a dar retta alla pulsione pre soggettiva dopo aver attraversato la castrazione della soggettivazione sociale tipica. Joker distrugge tutte le figure castranti a cui chiedeva prima sicurezza e riconoscimento dal momento in cui (dopo aver ucciso i tre poliziotti nella metropolitana) scopre di non avere rimorsi o sensi di colpa, anzi…
Il presentatore televisivo che di fatto sostituisce la figura del padre (A. sogna che possa un giorno riconoscerlo come il figlio mai avuto) della madre e della amante: tutte persone che in un modo o l’altro impongono di vivere di ‘desideri’ invece che di libero abbandono alla pulsione, che impongono il castrante desiderio del riconoscimento dell’Altro.
Quando l’isterico capisce che l’esistenza non ha direzione, non ha senso, se non quello dell’ ex – sistere (dell’emergere) allora è pronto ad accettare la “fine del Mondo”, di quel Mondo entro cui aveva una posizione che continuamente veniva decisa da altri, una posizione di continuo disadattamento, di assoluto dolore, di continuo e interrotto vuoto di riconoscimento.
La massa
La crisi della vita sociale impone la mimesis, la ripetizione dello schema di Quinto Potere. Pathos invece che Ethos, carnevale distruttivo, Guy Fawkes
Lo sporco, l’immondizia
Rappresentazione materiale dell’abietto che adesso è dentro le nostre zone di vita
[1] Cioè di indicare le cause e le soluzioni dei problemi di ogni tipo, da quelli privati a quelli sociali. Specialsitidi di ogni tipo che isolando i singoli eventi critici sappiano, giusto secondo la visione ‘positivistica’, scandagliare le situazioni particolari iuxta propria principia fino a proporre lo specifico pharmacon. Naturalmente, se la prospettiva di riferimento è la ‘ situazione’, ebbene anche la soluzione è in situazione, ovvero provvisoria: ma in genere la ‘cura’ dettata dagli specialisti viene comunicata (narrata come nella vulgata contemporanea) come se fosse ‘assoluta’,(come Legge Naturale), valida ovunque e per sempre.
[2] Questo adeguamento oscilla ovviamente tra consapevolezza e inconsapevolezza. La consapevolezza del pensiero critico consente di costruirsi entro la società delle nicchie auto prodotte di senso, mentrei la semplice assuefazione acritica comporta la passiva e conformistica ‘ripetizione’ degli schemi.
[3] La cultura greca antica già conosce questa antinomia, in quanto fin dalla primitiva narrazione mitica contrappone agli dei dell’Ordine quelli del Disordine, ovvero come evidenzierà Nietzsche, Apollo a Dioniso. Il Soggetto non è rappresentato tanto dalla pura levigata superficie delle statue quanto dalle turbinose contraddizioni che agitano nel profondo gli eroi. Pegaso nasce dal sangue di Medusa, come sottolinea Calvino in Lezioni Americane.
[4] Anche la cultura occidentale conosce la presenza sotterranea ma mai totalmente eliminata, del ‘carnevale’, come evidenzia Bachtin: l’eccesso, la caricatura, la distruzione sono la mai confessata retroazione necessaria per consentire , con la pausa, il ritorno all’ordine, in una omeostatica dinamica di alternanza di contrari.
[5] “pensavo che la vita fosse una Tragedia e invece è solo una Commedia” dice Arthur mentre sta soffocando la Madre, ovvero l’Idolo fondamentale della costruzione mitologica dell’ordine, con il suo imperativo categorico alla Cura in generale e alla Cura per il familiare in particolare. L’unico modo per cominciare a scrivere il proprio copione, pare dire il film, è non tanto uccidere il Padre (che nelle storie occidentali sono di fatto identificate nel Potere di vario tipo, economico, sociale, politico e culturale), quanto la Madre con la sua ingiunzione ‘patetica’ primordiale alla castrazione (cfr. Psycho). Di fatto A. uccide prima la madre per eliminare poi direttamente il padre Economico (il rivale sul posto di lavoro) e Culturale (il presentatore televisivo) e indirettamente quello Politico (un anonimo in maschera faraà fuori il padre del futuro Batman, Bruce Wayne)
[6] Il cuscino, Il punteruolo e la pistola usati per eliminare gli ostacoli del momento sono oggetti che stanno là, a disposizione, oggetti che chiedono appunto di essere usati e lui usa in modo ‘comico’, ovvero rovesciando l’attesa. Il cuscino serve a curare, la pistola serve – pare – al suicidio. Anche nel momento in cui alzandosi sul cofano dell’auto distrutta della polizia si accorge di quel che gli sta succedendo intorno ‘improvvisa’ una performance che lo rende Signore carismatico della particolare Situazione. Questa è forse la via con cui emergono al giorno d’oggi i tipici capi populisti.
[7] Il Comico (come mostra Eco nel Il nome della rosa) è propria mente il nemico dell’Ordine costituito, di ogni ordine costituito, in quanto distrugge la fiducia nelle Regole rivelandone le contraddizioni, i limiti
[8][8] L’idea che si ha oggi del sacro, del divino, è che esso sia Ordine allo stato puro, Ordine primordiale, da cui di necessità dipendano tutti gli ordini umani: in effetti questa immagine è una semplifica zione della contradditorietà propria delle culture classiche che conoscevano nel sacro la figura del Disordine, della mescoalnza. La banalizzazione del divino a ordine è figlia tra le altre cose della tradizione cristiana, che impone di fatto del divino (pur nell’apparentemente rigore teologico della teoria della Trinità che concede nell’Unità anche la Molteplicità) una rappresentazione quietista di unicità, di fonte certa di Assolute Verità da non discutere, senza ammettere contraddizioni.
[9] Per l’antropologo Renè Girard (in Violenza e religione)ogni ordine sociale deriva da un sacrificio rituale, ovvero da una scelta consapevole dell’uso della violenza contro esseri umani)
[10] Il dato di cronaca sembra voler dire che il riot è finito nel nulla, come tutte le insorgenze carnevalesche della storia umana, e che il singolo alla fine deve subire sempre la repressione dell’Istituzione. Che appunto non rinuncia mai alla progettualità di un asservimento della Mente, oltre che del Corpo. Il prigioniero va rieducato. L’unica forma di resistenza (di liberazione) è allora a livello individuale, in situazione, come già detto: il singolo gesto particolare che dia spazio al dionisiaco.
[11] È la pratica propria dell’Internazionale Situazionista. ll detournement è un metodo di straniamento che modifica il modo di vedere oggetti comunemente conosciuti, strappandoli dal loro contesto abituale e inserendoli in una nuova, inconsueta relazione per avviare un processo di riflessione critica. Questo metodo viene utilizzato in ambito visuale per mezzo di collage e montaggio, tuttavia si possono detournare anche concetti (come è il caso del plagiarismo digitale e analogico della rivista americana Adbuster) e situazioni sociali, come appunto il caso dei situazionisti che contestano proprio il mito romantico dell’originalità a favore della ripetizione. Abbandonare un originale moderno e rivoluzionario in favore di copie di opere d’arte logore, barocche, foriere di un gusto estetico kitsch.lcosì nella relazione sociale combattere l’ideologia capitalistica dell’individualismo, dell’ “autentico” ovvero della gerachizzazione funzionalistica in ogni settore, a favore dell’ Uguaglianza, della ripetizione, ovvero – di fatto – del recupero di quella che pare essere (neuroscienze, evoluzionismo) la pratica fondamentale della storia del’Umano. In ambito aristico novecentesco, a livello di film, il primo esempio di detournement è in Spartacus di Kubrick, nella scena in cui sconfitti, gli schiavi, a fronte della domanda del console su chi sia Spartaco, tutti quanti dichiarano di essere Spartaco.la fonte diretta della soluzione del film è naturalmente V per Vendetta, in cui rispetto al fumetto d’origine la maschera di Guy Fawkes non è più solo la maniera di identificare il protagonista ma è proposta appunto come oggetto infinatemente replicabile, capace cioè di dare evidenza comunicativa (figuralità) al concetto di identità collettiva come costruzione contingente, come risultato di una intenzione in situaione piuttosto che come un dato ‘naturale’ ereditato con tutte le sue catene di vincoli e gerarchie. Insomma “si può diventare” qualcuno “immediatamente” con l’assunzione della maschera. Elementare ovviamente la pratic che è da sempre in atto a livello antropologico presso tutti i gruppi sociali umani
