APPARTENENZA&IDENIDETITA’


Due modi di dare senso alla persona, nelle comunità chiuse della ripetizione e in quelle aperte del progetto moderno.
La coppia appartenenza / identità può essere letta come due differenti modalità storiche di attribuire senso alla persona.

APPARTENENZA
“Io sono parte di...” Comunità chiuse, tradizionali Ripetizione Eredità Ruolo Destino Genealogia Noi precede l’Io Continuità Stabilità
IDENTITA’
“Io sono…” Società aperte, moderne Progetto Scelta Autodefinizione Possibilità Biografia Io precede il Noi Innovazione Mobilità


1. L’universo dell’appartenenza
Nelle società tradizionali la persona riceve senso da una rete di relazioni preesistenti: famiglia, villaggio, mestiere, religione, tradizione.
La domanda fondamentale non è: “Chi voglio diventare?” ma: “A chi appartengo?”
L’identità individuale è relativamente debole perché il significato è distribuito nella comunità. Il contadino medievale, l’artigiano di corporazione, il membro di un clan o di una stirpe non devono inventare continuamente se stessi. Il mondo è già narrato prima della loro nascita. Si tratta solo di capire quale sia il proprio ruolo dato e di applicarne i criteri.
“Di chi s’ lu fijje?”
2. L’universo dell’identità
La modernità dissolve progressivamente questi legami. Mercato, urbanizzazione, istruzione, mobilità geografica e individualismo producono un soggetto che non eredita più il proprio posto nel mondo ma ha il compito di ‘diventare’ qualcosa.
La domanda diventa: “Chi sono veramente?” oppure: “Chi voglio essere?” L’individuo è costretto a costruire un progetto biografico. Il gioco dell’Impresa nelle corti medievali è il prototipo di questa antropologia del futuro. AI singolo che vive nelle” società calde” della modernità , non basta assumere il senso ricevuto dalla comunità di origine per cavarsela all’interno dei conflitti e dei cambiamenti in atto: è necessario che lo produca.
Per questo la modernità è insieme liberazione da una eredità che si presume ‘naturale’ , ma anche un peso;, un compito (farsi individuo) che è estremamente problematico, connotato com’è dalla ricerca dalla sperimentazione, dal fallimento. L’esistenza si propone in effetti come una gamma di possibilità come uno spazio in cui realizzare la propria ‘differenza’ ma che proprio per questo determina uno stato di ansia. Insomma si pone un problema là dove c’erano soluzioni già pronte (economiche, rassicuranti)
3. Tempo della ripetizione vs tempo del progetto
Le due antropologie abitano tempi diversi.
Nell’Appartenenza la percezione del tempo è in questo frame = Passato → Presente → Futuro uguale al Passato . Per cui l futuro deve assomigliare al passato. È la tradizione che riduce l’incertezza. E soprattutto la tradizione si basa su ‘parole’ già dette: spesso quelle scritte di libri sacri (e qui il ruolo determinante di mediazione di sacerdoti, preti, monaci, predicatori, ciarlatani, retori) e su quelle solo ‘dette’ della cultura polorae non scritta (fiabe ma soprattutto proverbi, ovvero veri e propri meme che sintetizzano verità, e naturalmente dicono tutto e il contrario di tutto. “il peggio a scorticare è la cosa” ma anche “il dolce alla fine”).
Identità percepisce il tempo nella sequenza Presente → Futuro possibile per cui il futuro può (deve )  essere diverso dal presente, cioè Nuovo (moderno appunto) . E questo nuovo che serve a correggere l’esistente va cercato, sperimentato, inventato, andando oltre i confini del mondo dato, delle regole e delle abitudini antiche, magari sbagliano, fallendo: ma ad ogni fallimento segue un’altra sperimentazione, altre strade possibili… 
L’innovazione diventa un valore. E la fonte di questa innovazione è soprattutto l’azione concreta delle persone che agiscono e sperimentano novità, come ad esempio i navigatori del Quattro e Cinquecento, e fanno i conti con l’imprevisto, e imparano dagli errori e riprovano e riprovano …
Però col tempo si costituiscono strutture e istituzioni (Stato, accademie, sScuole9 che si danno il compito di fornire ai singoli delle risposte alla domanda chi sono attraverso soluzioni ’politiche’, cioè formulano criteri che rendano ‘identici’ i singoli pur nella differenza : soprattutto la distinzione tra spazio pubblico e spazio privato consente al singolo
– da un lato di conservare il ruolo di appartenenza (a famiglia, clan, villaggio)
-dall’altro di acquisire una ‘identità ( di cittadino, magari inglese o francese) ‘nazionale’   he assume una funzione di primazia gerarchica.
4. La crisi contemporanea
Oggi emerge una tensione particolare.
Le comunità tradizionali si sono progressivamente indebolite in seguito all’avvento delle società nazionali moderne, ma nelle trasformazioni attuali all’interno della società globale del Flusso, l’individuo fatica a sostenere da solo il peso della soluzione ai quesiti di cui si è prima parlato.[1] Nella globalità emerge ancora più chiaro il fatto che quelle risposte sono sempre delle scelte, e che costa fatica dare soluzioni dal singolo che di fatto è chiamato sempre di più ad essere ‘imprenditore di sé stesso’, al compito di darsi una forma insomma. Ma il punto è quale forma: appartenenza o identità? Identità stabile o ‘liquida’?
Nascono di fatto identità fragili che cercano soluzioni che costano poca energia, soluzioni a portata di mano per così dire, nuove appartenenze in effetti: ad esempio: fandom, tifoserie politiche, tribù digitali, sottoculture online, e oggi community algoritmiche.
Paradossalmente l’individualismo produce continuamente nuove forme di tribalismo: l’identità cerca l’appartenenza che aveva negato. Le emozioni immediate prevalgono sulle idee lontane. La performance sul Progetto.
5. Lettura genealogica
Secondo una prospettiva vicina alle riflessioni su storia vs genealogia:
l’appartenenza costruisce mondi riducendo la complessità invocando concetti come ‘autenticità’ ‘Natura, ‘Destino’;
l’identità nasce quando quei mondi si frammentano e si assume il compito di ricostruire appunto una ‘identità’ culturale, come progetto da sperimentare.
l’appartenenza dice: “Sai già chi sei”, offre sicurezza al prezzo della libertà.
l’identità dice: “Devi scoprirlo”,  offre libertà al prezzo dell’incertezza.
Schema finale
COMUNITÀ DELLA RIPETIZIONE ↓ APPARTENENZA ↓ ruolo (eredità, tradizione, destino, continuità)

——————————–

SOCIETÀ DEL PROGETTO ↓ IDENTITÀ ↓ scelta (auto narrazione, innovazione, possibilità, futuro aperto)
Volendo estremizzare, si potrebbe dire che
l’uomo tradizionale cerca soprattutto una risposta alla domanda “di chi sono?”,
 mentre l’uomo moderno cerca una risposta alla domanda “chi sono?”.
 La crisi contemporanea nasce dal fatto che nessuna delle due domande riesce più, da sola, a dare un senso sufficiente all’esistenza.

6.
LA CRISI CONTEMPORANEA: IDENTITÀ SENZA APPARTENENZA, APPARTENENZE SENZA COMUNITÀ
La crisi contemporanea nasce dall’incontro di due processi opposti:
da un lato, la modernità ha eroso molte forme tradizionali di appartenenza: famiglia allargata, quartiere, comunità religiose, professioni stabili, appartenenze politiche durevoli.
dall’altro, non ha eliminato il bisogno umano di riconoscimento, continuità e legame.
Il risultato è una condizione paradossale: l’individuo è chiamato a essere completamente autonomo, ma continua ad aver bisogno degli altri per dare senso a se stesso. L’identità diventa allora un compito permanente: non è più qualcosa che si riceve una volta per tutte, ma qualcosa che deve essere continuamente costruito, esibito, aggiornato e confermato.
I social network rappresentano bene questa trasformazione:
il profilo sostituisce il ruolo;
la visibilità sostituisce il riconoscimento comunitario;
la narrazione di sé sostituisce la tradizione;
il consenso immediato sostituisce la reputazione sedimentata nel tempo.
Nascono così forme di appartenenza deboli e reversibili:
community digitali;
fandom;
tribù culturali;
bolle informative;
micro-identità di consumo.
Si tratta spesso di appartenenze che offrono intensità emotiva ma poca durata storica. (Si pensi alle manifestazioni di piazza che si sono succedute in vasi stati del mondo, dagli usa delle poteste anti Finanza, alle primavere Arabe, alle proteste contro genocidi e guerre degli ultimi anni).
Dal progetto alla prestazione
Qui emerge un tema vicino alla distinzione performance/progetto:
la modernità classica chiedeva all’individuo di costruire un progetto di vita
la contemporaneità sembra chiedergli qualcosa di diverso: non tanto essere qualcuno, quanto apparire continuamente qualcuno(richiamare continuamente l’attenzione su dui sé per avere la certezza di ‘essere’ qualcuno o qualcosa)
L’identità non è più un percorso ma una prestazione: non viene misurata dalla coerenza narrativa nel tempo, ma dalla capacità di produrre attenzione nel presente.
Si passa così:
da APPARTENENZA → essere riconosciuto
a IDENTITÀ MODERNA → diventare se stessi
a IDENTITÀ CONTEMPORANEA → rendersi visibili
Conseguenze antropologiche
Questa condizione produce alcuni fenomeni tipici: crescita dell’ansia e dell’insicurezza; bisogno continuo di conferme; polarizzazione identitaria; ricerca di capri espiatori; ritorno di nazionalismi, tribalismi e comunità immaginate.
Più il soggetto si sente solo, più cerca appartenenze forti: più le appartenenze si indeboliscono, più diventano aggressive.
Per questo molte guerre culturali contemporanee non riguardano interessi materiali immediati, ma il bisogno di ottenere riconoscimento simbolico.
Sintesi finale
Si potrebbe descrivere l’evoluzione occidentale come una sequenza di tre figure:
SOCIETÀ TRADIZIONALE ↓ APPARTENENZA = “so chi sono perché so a chi appartengo”
SOCIETÀ MODERNA ↓ IDENTITÀ = “so chi sono perché costruisco un progetto”
SOCIETÀ CONTEMPORANEA ↓ VISIBILITÀ “esisto perché sono visto”
La crisi contemporanea nasce precisamente dal fatto che l’uomo continua ad avere bisogno dell’appartenenza, mentre vive istituzioni che gli chiedono soprattutto identità individuale e performance. Il risultato è un soggetto oscillante tra libertà e solitudine, tra autonomia e desiderio di fusione, tra progetto e ricerca incessante di riconoscimento.

VISIBILITÀ “esisto perché sono visto” La crisi contemporanea nasce precisamente dal fatto che l’uomo continua ad avere bisogno dell’appartenenza, mentre vive istituzioni che gli chiedono soprattutto identità individuale e performance. Il risultato è un soggetto oscillante tra libertà e solitudine, tra autonomia e desiderio di fusione, tra progetto e ricerca incessante di riconoscimento.
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GENEAOLOGIA NARRATIVA DELLA SOGGETTIVITA’ OCCIDENTALE

Questa triade può essere trasformata in una vera e propria genealogia narrativa della soggettività occidentale. Molti grandi romanzi e film mettono in scena il passaggio da appartenenza → identità → visibilità, oppure il conflitto tra questi livelli.
1. SOCIETÀ TRADIZIONALE
APPARTENENZA = “So chi sono perché so a chi appartengo.” Qui il dramma nasce quando qualcuno tenta di uscire dal proprio posto nel mondo.
Romanzi
I Promessi Sposi (Manzoni)
Renzo e Lucia sono definiti dalla comunità, dalla parrocchia, dalla famiglia.
Il conflitto nasce quando l’ordine tradizionale viene spezzato.
Il Gattopardo (Tomasi di Lampedusa)
L’identità coincide con il rango, il casato, la stirpe.
La crisi arriva quando le appartenenze aristocratiche perdono funzione.
Cent’anni di solitudine (García Márquez)
La genealogia familiare precede l’individuo.
I personaggi sembrano vivere dentro una storia scritta prima della loro nascita.
Film
Novecento (Bertolucci)
Padroni e contadini appartengono a mondi già definiti.
La nascita individuale è meno importante dell’appartenenza di classe.
Il mondo dei vinti (documentari e opere ispirate a Nuto Revelli)
L’individuo trova senso nella comunità e nel lavoro condiviso.

2. SOCIETÀ MODERNA
IDENTITÀ = “So chi sono perché costruisco un progetto.” Il protagonista deve inventarsi perché non eredita più un destino: deve produrne uno.
Romanzi
David Copperfield (Dickens)[2] = costruzione di sé > APPARTENENZA perduta
Il Rosso e il Nero (Stendhal)[3] = ascesa individuale >  IDENTITÀ come progetto
Illusioni perdute (Balzac)[4]= mercato del riconoscimento > IDENTITÀ come immagine sociale
Martin Eden (Jack London)[5] = fallimento del successo   > CRISI DELL’IDENTITÀ
        ↓
Tutti raccontano individui che cercano di ascendere socialmente e costruire autonomamente il proprio percorso. L’eroe moderno è il soggetto del progetto. Martin Eden occupa una posizione cruciale: è il momento in cui la società moderna del progetto scopre il proprio limite e prepara il passaggio alla società contemporanea della visibilità. Martin ottiene ciò che desiderava diventare, ma scopre che il riconoscimento pubblico non sostituisce né l’appartenenza né il senso.
Film
Quarto Potere (Welles)[6] conquista del potere→ fallimento affettivo
Barry Lyndon (Kubrick)[7] → ascesa sociale → perdita delle radici
There Will Be Blood[8]→ accumulazione e dominio → isolamento assoluto
The Founder[9]→ innovazione e successo → sacrificio dei legami originari
Personaggi che vogliono trasformare il mondo e trasformare se stessi. Il successo dipende dall’iniziativa individuale.
Tutti e quattro raccontano, in forme diverse, il grande mito della società del progetto:“Diventa ciò che vuoi essere.” Ma ciascun film aggiunge una domanda tragica: “Che cosa accade quando il progetto riesce, ma l’appartenenza va perduta?”. Cosa costa il successo?


3. SOCIETÀ CONTEMPORANEA
VISIBILITÀ = “Esisto perché sono visto.” Qui avviene la vera svolta antropologica: non basta più costruire, ma occorre apparire. Il problema principale non è realizzare qualcosa ma ottenere attenzione.
Romanzi
Infinite Jest (David Foster Wallace)[10] = piacere senza significato
Le particelle elementari (Houellebecq)[11]= identità senza amore
Piattaforma (Houellebecq)[12] = desiderio senza comunità
Glamorama (Bret Easton Ellis)[13]
In questi mondi l’identità è fragile, spettacolarizzata, continuamente messa in scena.
APPARTENENZA ↓ (assenza nostalgica)
IDENTITÀ ↓ (crisi del progetto moderno)
 VISIBILITÀ ↓ (trionfo dell’immagine) = visibilità senza realtà
Se Houellebecq racconta soprattutto il passaggio da appartenenza a identità, Ellis e Wallace descrivono il passaggio ulteriore da identità a visibilità, dove il problema non è più «chi sono?» ma «riesco ancora a esistere al di là delle immagini, del piacere e dello sguardo degli altri?».



Film
The Truman Show[14]
Nightcrawler[15]
The Social Network[16]
Ingrid Goes West[17] 2017
The Circle[18]
Joker[19]
Il riconoscimento pubblico diventa sostituto dell’appartenenza e spesso persino dell’identità. Se leggiamo questi film attraverso la formula “visibilità senza realtà”, essi raccontano una situazione in cui l’essere visti sostituisce progressivamente l’essere, il riconoscimento sostituisce l’esperienza e l’immagine prende il posto dei legami concreti.


La crisi contemporanea come tema narrativo
Le opere forse più interessanti sono quelle in cui i tre livelli si sovrappongono.
Fight Club[20]
Appartenenza: il protagonista è radicalmente solo.
Identità: cerca di costruirsi attraverso carriera e consumi.
Visibilità: scopre che neppure questo basta.
La risposta diventa una pseudo-comunità virile e tribale. Il film racconta precisamente il ritorno dell’appartenenza dentro la società dell’identità.

La Haine[21]
Tre giovani esclusi dalle appartenenze tradizionali. Non possiedono famiglia forte, lavoro stabile, progetto credibile. La società chiede identità individuale ma non offre le condizioni per costruirla: allora rimane la performance di strada.
Per questo il film è quasi una profezia dell’epoca dei social.

Joker
Arthur Fleck rappresenta l’individuo contemporaneo nella sua forma estrema: non appartiene a nulla. Non riesce a costruire un progetto. Non viene visto. La sua esplosione violenta è un tentativo disperato di ottenere riconoscimento.
Potremmo riassumere il suo percorso così: appartenenza = assente, identità = fallita, visibilità = conquistata attraverso lo scandaloQuesti film sembrano raccontare una stessa trasformazione:
Plain Text
Questi fil hanno un frame di fondo in comune :
SOCIETÀ TRADIZIONALE appartenenza ↓ SOCIETÀ MODERNA identità ↓ SOCIETÀ CONTEMPORANEA visibilità ↓ PATOLOGIA
Cioè VISIBILITÀ SENZA REALTÀ dove “realtà” significa contemporaneamente: relazioni stabili; esperienza vissuta; appartenenza concreta; riconoscimento reciproco; limite e responsabilità.
L’individuo contemporaneo diviene allora una figura paradossale: viene visto da molti, conosciuto da pochi, e riconosciuto da quasi nessuno.
Da questo punto di vista, The Truman Show, The Social Network, Nightcrawler, Joker e La Haine raccontano tutti la stessa crisi antropologica: la sostituzione del legame con l’immagine e del riconoscimento con la visibilità.




Perfetta sintesi: “C’era una volta in America”[22]
Sergio Leone mette in scena quasi un secolo di trasformazioni.
Infanzia Appartenenza : banda, quartiere, amicizia, origine comune
Età adulta Identità : ascesa economica, ambizione, progetto personale
Vecchiaia Visibilità : immagine pubblica, successo, memoria mediatica
Ma tutto ciò lascia una domanda aperta: Che cosa rimane quando l’appartenenza è perduta, il progetto è compiuto e la visibilità non basta?
È probabilmente la stessa domanda che attraversa gran parte della letteratura e del cinema contemporanei.

Mappa sintetica
APPARTENENZA (comunità della ripetizione)
 I Promessi Sposi, Il Gattopardo, Novecento
↓
IDENTITÀ (società del progetto)
David Copperfield, Martin Eden, Barry Lyndon
↓
 VISIBILITÀ (società della performance)
Tra i film citati è forse quello che mostra meglio la crisi generata dal passaggio tra i tre mondi:
comunità tradizionale → la banda come appartenenza forte;
società del progetto → il desiderio di successo e mobilità sociale;
società della visibilità e del potere → l’immagine pubblica, la carriera politica, il prestigio.
Ma Leone suggerisce che nessuna di queste conquiste compensi la perdita del legame originario: per questo il vero tema del film non è il gangsterismo, ma la nostalgia di una comunità perduta.
La domanda che attraversa tutto il racconto potrebbe essere formulata così: “Che valore hanno il successo, il potere e la celebrità se per ottenerli devo rinunciare a coloro che mi dicevano chi ero?”
In questa prospettiva, Noodles rappresenta l’uomo dell’appartenenza, mentre Max incarna l’uomo della modernità e del progetto illimitato. Il loro conflitto anticipa la tensione contemporanea tra bisogno di legami e ricerca incessante dell’affermazione individuale.


SINTESI
 The Truman Show, The Social Network, Nightcrawler
↓
 CRISI
 Fight Club La Haine Joker
“LIBERTÀ SENZA COMUNITÀ,
VISIBILITÀ SENZA RICONOSCIMENTO,
IDENTITÀ SENZA APPARTENENZA”

In questa prospettiva, opere come La Haine, Fight Club, Joker, Le particelle elementari e Infinite Jest possono essere lette come grandi racconti della stessa ferita antropologica: l’essere umano continua ad avere bisogno di appartenenza, ma vive in un mondo che lo valuta soprattutto attraverso identità individuale, prestazione e visibilità. Da qui oscillazioni continue tra autonomia e tribalismo, progetto e risentimento, libertà e desiderio di fusione collettiva.

9


ossiamo leggere questi film come allegorie della crisi contemporanea, cioè della difficoltà di conciliare tre bisogni diversi:
Plain Text
APPARTENENZA
(ho un posto nel mondo)

IDENTITÀ
(costruisco un progetto di vita)

VISIBILITÀ
(vengo visto e riconosciuto)
La crisi nasce quando la visibilità occupa il posto che un tempo era occupato dall’appartenenza e dall’identità.
The Truman Show
Crisi contemporanea
Truman vive nel trionfo della visibilità.
Tutti lo guardano.
Milioni di persone conoscono il suo volto.
Ma nessuno lo conosce realmente.
La sua vita è ridotta a spettacolo.
Il film mostra una delle paure fondamentali della contemporaneità:
essere continuamente osservati senza essere mai incontrati.
La liberazione finale non consiste nel diventare ancora più famoso, ma nel recuperare una realtà non mediata.

The Social Network
Crisi contemporanea
Facebook risponde a una società in cui le appartenenze tradizionali si indeboliscono.
La piattaforma promette:
amicizia;
connessione;
riconoscimento.
Ma il film mostra che la connessione tecnica non coincide necessariamente con la relazione.
Il protagonista riesce a costruire una rete globale ma fatica a costruire rapporti significativi.
La tecnologia amplifica la visibilità mentre il bisogno di appartenenza rimane irrisolto.

Nightcrawler
Crisi contemporanea
Qui la realtà esiste solo se viene mostrata.
L’incidente, il delitto, la tragedia diventano merce.
La domanda non è:
“È importante?”
ma:
“Genera attenzione?”
La visibilità diventa il criterio stesso della realtà.
È una rappresentazione estrema della società dei social e dei media virali.

Ingrid Goes West
Crisi contemporanea
Il film racconta un soggetto che non riesce più a distinguere:
persona reale;
immagine;
desiderio.
L’appartenenza viene cercata attraverso l’imitazione dell’influencer.
Il problema è che l’influencer stessa vive dentro una rappresentazione.
Tutti cercano autenticità attraverso immagini costruite.
Nessuno la trova davvero.

The Circle
Crisi contemporanea
L’ideologia della trasparenza assoluta porta alle estreme conseguenze la società della visibilità:
Plain Text
essere visibile = essere buono
essere invisibile = essere sospetto
Scompare la distinzione tra:
pubblico;
privato;
interiore.
L’individuo diventa un flusso continuo di dati osservabili.
La persona viene sostituita dal profilo.

Fight Club
Crisi contemporanea
È forse il film che meglio rappresenta il collasso dell’identità moderna.
Il protagonista possiede:
lavoro;
reddito;
consumi;
status.
Eppure sperimenta un vuoto profondo.
Ha identità sociale ma non appartenenza.
Ha visibilità professionale ma non riconoscimento umano.
Il Fight Club nasce come tentativo patologico di ritrovare:
corpo;
limite;
dolore;
fratellanza.
In termini antropologici è il ritorno disperato dell’appartenenza dentro una società dominata da identità e performance.

La Haine
Crisi contemporanea
I protagonisti sono esclusi sia dalle appartenenze tradizionali sia dalle promesse della modernità.
Non possiedono:
comunità stabile;
lavoro riconosciuto;
progetto credibile.
Vengono visti come problema sociale ma non vengono riconosciuti come soggetti.
La loro esistenza oscilla continuamente tra:
Plain Text
invisibilità sociale
e
iper-visibilità mediatica
Il film anticipa molti fenomeni delle periferie contemporanee e persino delle culture digitali.

Joker
Crisi contemporanea
Joker è probabilmente la figura più radicale di questa genealogia.
Arthur Fleck:
non appartiene a una comunità;
non riesce a costruire una biografia di successo;
è completamente invisibile.
Il suo passaggio a Joker può essere interpretato come una tragica scorciatoia verso il riconoscimento.
La violenza diventa il mezzo attraverso cui ottiene finalmente visibilità.
Il film suggerisce una tesi inquietante:
quando una società distribuisce riconoscimento quasi esclusivamente attraverso la visibilità, anche la distruzione può diventare una strategia per esistere.

Sintesi finale
Tutti questi film raccontano una stessa frattura:
Plain Text
SOCIETÀ TRADIZIONALE
↓
APPARTENENZA
“ho un posto”

SOCIETÀ MODERNA
↓
IDENTITÀ
“ho un progetto”

SOCIETÀ CONTEMPORANEA
↓
VISIBILITÀ
“ho un pubblico”

CRISI
↓
“sono visto ma non riconosciuto”
La formula che accomuna The Truman Show, Fight Club, La Haine, Joker, Nightcrawler e The Social Network potrebbe essere:
molta esposizione, poco riconoscimento; molte connessioni, poche appartenenze; molte immagini, poca realtà.
Da qui nasce il soggetto contemporaneo che avevi descritto: libero ma solo, visibile ma fragile, individualizzato ma continuamente alla ricerca di una comunità che gli confermi di esistere.
10
BAUMANN e HAN
Bauman e Han sono forse i due autori che permettono di interpretare più efficacemente film come The Truman Show, Fight Club, Joker, La Haine, Nightcrawler e The Social Network. Entrambi descrivono la crisi delle società contemporanee, ma da prospettive diverse.
Bauman si concentra sulla dissoluzione delle appartenenze e dei legami stabili.
Han si concentra sulla trasformazione del soggetto in imprenditore di sé e in produttore di visibilità.
Potremmo dire che:
Bauman = crisi dell’appartenenza + Han = crisi dell’identità = Risultato: ossessione per la visibilità

Bauman: dalla comunità alla società liquida
Per Bauman la modernità avanzata distrugge progressivamente le strutture che fornivano identità e sicurezza: famiglia, quartiere, sindacato, classe sociale, appartenenza religiosa e tradizioni.
L’individuo diventa più libero ma anche più solo: la libertà cresce, ma la sicurezza diminuisce.
B

e vuoi studiare appartenenza e identità attraverso la cultura contemporanea, puoi leggere ogni prodotto come una risposta alla domanda:
“Chi sono io?” e “A quale gruppo appartengo?”
Ecco una mappa sintetica.
Ambito
Forma di identità
Forma di appartenenza
Rock
autenticità, ribellione, controcultura
tribù giovanili, comunità alternative
Rap
riconoscimento sociale, riscatto
quartiere, crew, strada, comunità etnica
Trap
costruzione del sé come immagine e performance
rete di follower, brand, lifestyle
Pop/Melodica
identità emotiva e sentimentale
generazione, famiglia, coppia
Videogiochi
avatar, scelta, ruolo
clan, gilde, fandom
Cartoon
modelli semplici di personalità
gruppo di amici, squadra
Manga/Anime
ricerca di sé attraverso prove e trasformazioni
scuola, clan, nakama, comunità scelta
Serie TV
identità multiple e fluide
gruppi professionali, famiglie, reti sociali
Moda
identità visibile sul corpo
sottoculture, status, stili di vita
Sport
identità agonistica e disciplinata
squadra, tifoseria, nazione
Due modelli antropologici opposti
1. Identità come radice
Domanda: “Da dove vengo?”
famiglia
territorio
tradizione
memoria
comunità stabile
Esempi:
folk
cantautorato
squadre locali
narrazioni storiche
2. Identità come progetto
Domanda: “Chi voglio diventare?”
scelta individuale
prestazione
successo
immagine
trasformazione continua
Esempi:
trap
influencer culture
videogiochi RPG
moda globale

Alcuni esempi significativi
Rap
L’identità nasce dal conflitto tra esclusione e riconoscimento.
Schema:
marginalità → lotta → successo → legittimazione
Esempi:
Marracash
Salmo
Kendrick Lamar
Trap
L’identità diventa spettacolo permanente.
Schema:
visibilità → follower → status → identità
Il gruppo non è più il quartiere ma la rete sociale.
Manga shōnen
L’identità nasce attraverso prove.
Schema:
debolezza → allenamento → trasformazione → appartenenza al gruppo
Esempi:
Naruto
One Piece
My Hero Academia
Sport
L’identità personale si costruisce dentro una disciplina.
Schema:
sacrificio → competenza → riconoscimento → appartenenza

La grande trasformazione contemporanea
Possiamo leggere la storia recente come il passaggio da:
“Appartengo, quindi sono”
a
“Mi rappresento, quindi sono”
dove la costruzione dell’identità passa sempre più attraverso immagini, performance, profili social, consumi culturali e stili di vita.
In termini vicini alle recenti riflessioni:
Modello
Appartenenza
Identità
Comunità tradizionale
precede l’individuo
ricevuta
Modernità
negoziata
costruita
Cultura digitale
liquida e temporanea
performata
Social network
rete
immagine del sé
Questa matrice può essere applicata anche a casi concreti come maranza, trap italiana, calcio ultras, anime giapponesi, TikTok, Marvel, Fortnite o GTA per confrontare i diversi modi di produrre identità e appartenenza.
C
si può leggere gran parte del cinema popolare degli ultimi 40 anni come una gigantesca macchina di produzione di identità e appartenenza.
La differenza principale è che Hollywood e la commedia italiana alla Vanzina immaginano due modelli quasi opposti.
Hollywood: diventare se stessi
La struttura dominante è:
crisi di identità → prova → trasformazione → nuova appartenenza
L’eroe scopre chi è veramente.
Esempi:
Rocky: pugile sconosciuto → uomo degno di rispetto.
Top Gun: pilota talentuoso → membro responsabile della comunità militare.
Avatar: individuo isolato → integrazione in una tribù.
Spider-Man: adolescente comune → supereroe.
Fast & Furious: criminali → “famiglia”.
L’appartenenza è quasi sempre il premio finale.
Schema hollywoodiano:
Plain Text
IO FRAMMENTATO
↓
OSTACOLO
↓
TRASFORMAZIONE
↓
NOI RICONCILIATO

Hollywood recente: identità come scelta
Negli ultimi decenni emerge un’altra formula:
non scoprire chi sei, ma scegliere chi essere.
L’identità diventa un progetto aperto.
Esempi:
Marvel
Disney recente
Hunger Games
Matrix
Barbie
L’individuo viene rappresentato come autore della propria identità.
Da qui il motto implicito:
“Sii te stesso.”
ma anche
“Costruisci te stesso.”

Vanzina: appartenere a una tribù sociale
Nei Vanzina raramente c’è una vera trasformazione eroica.
Conta soprattutto:
riconoscere il gruppo
trovare il proprio posto
navigare tra codici sociali
Le identità sono già date.
Esempi:
paninaro
yuppie
milanese arricchito
romano borgataro
vacanziero
imprenditore
tifoso
studente
Film come:
Vacanze di Natale
Yuppies
Sapore di Mare
Eccezzziunale… veramente (pur non essendo dei Vanzina, appartiene allo stesso universo culturale)
funzionano come cataloghi delle tribù italiane.

Hollywood vs Vanzina
Hollywood
Vanzina
identità come percorso
identità come etichetta sociale
eroe
maschera sociale
cambiamento
adattamento
missione
vacanza
destino
costume
impresa
appartenenza

Lettura genealogica
Possiamo leggere le due produzioni come risposte a due società differenti.
Hollywood
Società di frontiera.
Domanda fondamentale:
“Chi posso diventare?”
Conta il futuro.
Vanzina
Società post-boom.
Domanda fondamentale:
“Di che ambiente sei?”
Conta il riconoscimento reciproco.

Un esempio illuminante
Confrontiamo Top Gun e Vacanze di Natale.
Top Gun
Maverick deve diventare qualcuno.
Plain Text
Prestazione
↓
Responsabilità
↓
Appartenenza
Vacanze di Natale
Tutti sono già qualcuno.
Plain Text
Status sociale
↓
Incontro-scontro
↓
Comicità
Non c’è conversione interiore.
C’è osservazione antropologica.

Dagli anni ’80 alla trap
Qui emerge una continuità interessante con i temi che hai sviluppato sul maranza.
Vanzina
L’identità è:
Plain Text
gruppo sociale
+
luogo fisico
+
modo di vestirsi
Trap
L’identità è:
Plain Text
immagine
+
visibilità
+
follower
Il paninaro di Yuppies e il trapper contemporaneo svolgono una funzione analoga: rendere visibile l’appartenenza attraverso segni esteriori.
Cambiano i mezzi:
Anni 80
Oggi
giubbotto Moncler
profilo Instagram
locale alla moda
TikTok
automobile
lifestyle digitale
compagnia fisica
community online

Sintesi finale
Se usiamo la tua coppia APPARTENENZA / IDENTITÀ, possiamo dire:
nei film hollywoodiani l’identità precede l’appartenenza: prima diventi qualcuno, poi trovi il tuo gruppo;
nei Vanzina l’appartenenza precede l’identità: sei definito dal gruppo che occupi;
nella cultura trap e social contemporanea identità e appartenenza tendono a coincidere nella rappresentazione pubblica del sé.
Schema evolutivo:
Plain Text
VANZINA
(appartengo quindi sono)

↓

HOLLYWOOD
(divento quindi sono)

↓

SOCIAL/TRAP
(mi mostro quindi sono)
Questa sequenza racconta abbastanza bene il passaggio dall’Italia delle tribù sociali degli anni ’80 alla società contemporanea della performance e della visibilità.
E

Confronta film specifici cavaliere oscuro , parasite, io c’è
Questi tre film sono particolarmente interessanti perché mettono in scena tre soluzioni diverse al problema identità/appartenenza nella società contemporanea.
Film
Domanda fondamentale
Identità
Appartenenza
Il Cavaliere Oscuro
Come mantenere l’ordine?
responsabilità etica
città/comunità politica
Parasite
Chi può appartenere al mondo dei vincenti?
ruolo sociale
classe sociale
Io c’è
Come sopravvivere nel sistema?
imprenditore opportunista
appartenenze flessibili e strumentali

1. Il Cavaliere Oscuro
L’universo di Nolan è fondato sull’idea che la comunità sia fragile.
Gotham è una società ad alta entropia.
Il Joker agisce come forza genealogica e decostruttiva:
distrugge identità stabili;
mostra le contraddizioni dell’ordine;
dissolve le appartenenze.
La sua domanda è:
“Se togliamo le regole, chi siete davvero?”
Batman rappresenta invece il tentativo di ridurre l’entropia.
Schema:
Caos
↓
Sacrificio personale
↓
Ordine collettivo
L’elemento decisivo è che Batman rinuncia alla propria identità pubblica.
L’Io viene sacrificato al Noi.
Da questo punto di vista il film è quasi anti-narcisistico.

2. Parasite
Qui la questione è completamente diversa.
Non c’è il problema dell’ordine.
C’è il problema dell’accesso.
Chi può entrare dentro il mondo dei privilegiati?
L’intera vicenda è costruita attorno alla soglia.
Tema che abbiamo già discusso nelle tue analisi.
sopra
↓
famiglia Park

sotto
↓
famiglia Kim
Scale.
Seminterrati.
Porte.
Corridoi.
Tutto il film è una geografia delle appartenenze.
L’illusione iniziale è:
“Posso diventare uno di loro.”
La rivelazione tragica è:
“Posso imitarli, ma non appartengo davvero al loro mondo.”
L’identità appare come maschera.
L’appartenenza come struttura.

3. Io c’è
Qui siamo in una dimensione quasi carnevalesca.
Massimo Ceccherini?… no. Tommaso Paradiso?… no.
È il personaggio interpretato da Edoardo Leo che inventa una religione per aggirare vincoli fiscali.
La domanda implicita:
“Le appartenenze collettive sono ancora credute oppure sono diventate strumenti?”
Nel film:
religione;
marketing;
impresa;
spiritualità;
diventano intercambiabili.
Schema:
Identità
↓
Brand
↓
Consenso
↓
Profitto
Il protagonista attraversa continuamente identità diverse.
Non cerca una verità.
Cerca una soluzione.

Joker, Parasite e Io c’è
I tre film costruiscono tre figure antropologiche.
Film
Figura
Il Cavaliere Oscuro
Custode dell’ordine
Parasite
Infiltrato
Io c’è
Imprenditore opportunista

Attraverso la tua coppia STORIA / GENEALOGIA
Batman
Procedura storica.
Esiste un bene comune.
Esiste una direzione.
Esiste una costruzione del mondo.
ordine →
istituzioni →
futuro

Joker
Procedura genealogica.
Smonta.
Disfa.
Moltiplica le contraddizioni.
ordine
↓
crepa
↓
caos

Parasite
Genealogia delle classi.
Mostra come i privilegi nascano da stratificazioni precedenti.
Non racconta la costruzione del mondo.
Racconta le sue fondamenta nascoste.

Io c’è
Genealogia delle istituzioni contemporanee.
Il film suggerisce ironicamente che:
impresa;
religione;
marketing;
comunicazione;
funzionano sempre più attraverso meccanismi simili di costruzione del consenso.

Lettura finale: tre modelli di appartenenza
Possiamo rappresentarli così:
IL CAVALIERE OSCURO
Appartenenza = responsabilità

PARASITE
Appartenenza = posizione

IO C’È
Appartenenza = convenzione
oppure:
Batman:
“Mi sacrifico per il Noi”

Parasite:
“Vorrei entrare nel Noi”

Io c’è:
“Costruisco un Noi che mi conviene”
Da una prospettiva antropologica, i tre film sembrano descrivere tre fasi della modernità:
la società dell’istituzione (Il Cavaliere Oscuro);
la società della stratificazione e dell’esclusione (Parasite);
la società della performance e del branding identitario (Io c’è).
In questo senso Io c’è è forse il più vicino all’universo dei social e della trap contemporanea, mentre Parasite è il più vicino ai temi del “maranza” come ricerca di riconoscimento entro una struttura sociale percepita come bloccata, e Il Cavaliere Oscuro resta legato a una concezione più classica e civica dell’appartenenza collettiva.



F the last of us vs the ganess trhones
The Last of Us e Game of Thrones possono essere letti come due grandi narrazioni sull’appartenenza dopo il crollo dell’ordine sociale, ma arrivano a conclusioni quasi opposte.
Tema
The Last of Us
Game of Thrones
Problema centrale
Come restare umani?
Chi governa?
Unità fondamentale
relazione
casata
Identità
affettiva
genealogica
Appartenenza
scelta
eredità
Conflitto
protezione
potere
Figura simbolica
padre/figlia
dinastia
Tragedia
perdere chi ami
perdere il trono

The Last of Us: l’appartenenza precede l’identità
Joel all’inizio è un uomo svuotato.
La figlia è morta.
Lo Stato è crollato.
Le istituzioni sono inefficaci.
Le ideologie sopravvivono come gusci vuoti.
Ciò che resta è il legame concreto.
Lo schema narrativo è:
Perdita
↓
Incontro
↓
Legame
↓
Nuova identità
Joel torna a essere qualcuno perché appartiene nuovamente a qualcuno.
Da questo punto di vista la serie è quasi anti-individualista.
La salvezza non viene dall’autorealizzazione ma dalla relazione.

Game of Thrones: l’identità precede l’appartenenza
Qui la domanda è diversa:
Chi sei per diritto?
Quasi tutti i personaggi sono definiti da:
sangue
stirpe
casata
lignaggio
alleanze
L’universo di Westeros è profondamente genealogico.
Ogni individuo è un nodo di una rete di antenati e discendenti.
Schema:
Genealogia
↓
Potere
↓
Conflitto
↓
Legittimazione
Per questo motivo la scoperta delle origini diventa continuamente decisiva.

Joel contro Jon Snow
Questa opposizione è particolarmente interessante.
Joel
Conta poco chi fosse.
Conta chi protegge.
Identità
=
responsabilità presente

Jon Snow
Conta enormemente chi fosse.
Il suo destino dipende proprio dall’origine genealogica.
Identità
=
ascendenza
Qui ritroviamo una coppia molto vicina alle tue riflessioni su:
PROGETTO vs GENEALOGIA

The Last of Us come antropologia del limite
Un aspetto che distingue profondamente la serie dalla maggior parte della cultura contemporanea è l’accettazione del limite.
Joel non può:
salvare tutti;
costruire un mondo perfetto;
eliminare il male.
Può soltanto:
prendersi cura;
proteggere;
accompagnare.
La sua è un’etica della prossimità.

Game of Thrones come antropologia del potere
In Martin il centro non è la cura ma il governo.
La domanda diventa:
Come si produce ordine in un mondo conflittuale?
Per questo il Trono di Spade è quasi una gigantesca genealogia politica.
Ogni famiglia rappresenta un modello differente di appartenenza.
Casata
Principio
Stark
onore
Lannister
potere
Targaryen
destino
Greyjoy
forza
Tyrell
diplomazia

Attraverso la tua coppia STORIA / GENEALOGIA
Game of Thrones è prevalentemente genealogico.
Scava continuamente indietro.
presente
↓
antenati
↓
origine
↓
legittimità
La verità del presente è nel passato.

The Last of Us è invece più storico.
Procede in avanti.
situazione
↓
scelta
↓
responsabilità
↓
futuro
La verità emerge dalle azioni.

Una sintesi estrema
Potremmo condensare le due opere in due frasi.
Game of Thrones
“Dimmi da chi discendi e ti dirò chi sei.”
The Last of Us
“Dimmi chi sei disposto a proteggere e ti dirò chi sei.”
Oppure, usando la tua distinzione fra appartenenza ricevuta e appartenenza scelta:
GAME OF THRONES
appartenenza = eredità

THE LAST OF US
appartenenza = relazione

Per questo, nonostante entrambe raccontino mondi violenti e post-civili, Game of Thrones guarda soprattutto alla genealogia del potere, mentre The Last of Us guarda alla genealogia della cura. È una differenza antropologica molto profonda
Metti a confronto i finali
I finali di The Last of Us e Game of Thrones rappresentano quasi due risposte opposte alla stessa domanda:
Che cosa vale di più quando il mondo va in pezzi: la relazione concreta oppure l’ordine collettivo?
Struttura profonda dei due finali

The Last of Us
Game of Thrones
Bene supremo
la persona amata
la stabilità del regno
Decisione finale
privata
politica
Scala
micro
macro
Logica
cura
governo
Eroe finale
Joel
Bran (e il nuovo ordine)
Principio
“tu prima del mondo”
“il mondo prima di te”

The Last of Us: trionfo dell’appartenenza
Nel finale della prima stagione (e del videogioco originario) Joel scopre che Ellie potrebbe contribuire a una cura, ma al prezzo della propria vita.
Qui emerge la vera domanda:
salvare Ellie
oppure
salvare l’umanità
Joel sceglie Ellie.
Dal punto di vista civico e collettivo la scelta è probabilmente sbagliata.
Dal punto di vista relazionale è inevitabile.
Joel rifiuta la logica:
individuo → sacrificato al collettivo
e afferma:
relazione → fondamento del senso
È un finale quasi scandaloso perché nega il mito moderno dell’eroe che salva tutti.
Joel non salva il mondo.
Salva la propria appartenenza.

Game of Thrones: crisi della genealogia
Per otto stagioni tutti combattono per una domanda:
Chi possiede il diritto di governare?
Alla fine la risposta è sorprendente.
Non vince:
la genealogia Stark;
la genealogia Lannister;
la genealogia Targaryen.
Anzi, il finale distrugge gradualmente il principio genealogico che aveva dominato tutta la serie.
L’erede “legittimo”, Jon Snow, non sale al trono.
Daenerys, ossessionata dal proprio diritto dinastico, viene eliminata.
Il potere passa a Bran.
La domanda non è più:
Chi discende da chi?
ma:
Chi è meno pericoloso per la comunità?

Il paradosso
Entrambe le opere finiscono con un tradimento.
Joel tradisce l’umanità
per Ellie.
Jon tradisce Daenerys
per il regno.
Sono due movimenti speculari.
THE LAST OF US

Noi collettivo
↓
Ellie

GAME OF THRONES

Daenerys
↓
Regno collettivo

Lettura attraverso la tua coppia STORIA / GENEALOGIA
Game of Thrones
Inizia come genealogia.
Tutto dipende da:
sangue;
antenati;
successioni;
lignaggi.
Ma il finale mostra il fallimento della genealogia.
Le grandi dinastie producono guerra continua.
Lo schema finale è:
genealogia
↓
conflitto
↓
superamento della genealogia
Quasi una critica della legittimazione fondata sulle origini.

The Last of Us
Fa il percorso opposto.
Joel non è definito dal sangue.
Ellie non è sua figlia.
La genealogia biologica è irrilevante.
Si costruisce una genealogia elettiva.
estranei
↓
cura
↓
famiglia
La parentela nasce dalla relazione.
Non dalla nascita.

Figura e sfondo
Usando uno schema che ti è caro:
The Last of Us
Figura: Joel ed Ellie
Sfondo: il collasso della civiltà
La grande politica resta sullo sfondo.
Conta il legame concreto.

Game of Thrones
Figura: il sistema politico
Sfondo: le relazioni individuali
L’affetto personale vale solo nella misura in cui modifica l’equilibrio del potere.

Una sintesi estrema
Potremmo ridurre i due finali a due frasi.
The Last of Us
“Meglio perdere il mondo che perdere ciò che dà senso al mondo.”
Game of Thrones
“Meglio perdere ciò che ami che lasciare bruciare il mondo.”
Per questo i due finali producono reazioni emotive così diverse.
Il finale di The Last of Us è tragico ma intimamente coerente: mette al centro la cura.
Il finale di Game of Thrones è tragico e politico: mette al centro la governabilità.
In termini antropologici, The Last of Us afferma che l’uomo è prima di tutto un essere-di-relazione; Game of Thrones conclude invece che nessuna relazione privata può fondare da sola un ordine collettivo stabile. Uno termina nella famiglia scelta, l’altro nell’istituzione






[1] Dal 77 emerge una controcultura giovanile del No Future (punk, riflusso) che si regge sulla privatizzazione completa dell’esistenza, attraverso sottoculture (underground) che negano di fatto il compito della cittadinanza, ovvero dell’<<identità a favore dell’appartenenza. Clan e tribù di fatto che si danno nomi nuovi a dire in superficie cambiamento, ma di fatto fanno retrocedere le risposte di sempre a soluzioni archetipiche: la setta, il clan, il privato di un Noi fatto di corpi che si conoscono non di entità astratte come i ‘cittadini’ chiamati ad in ecumenismo invisibile e frustrante. Si rifiuta l’idea della sperimentazione civica a favore di una sperimentazione nel e nel presente.
[2] Un ragazzo povero e orfano affronta difficoltà, lavoro, delusioni e amori fino a diventare scrittore. È il racconto della costruzione di sé attraverso esperienza e perseveranza. Formula: «Non eredito il mio destino: lo costruisco.»
[3] Julien Sorel, figlio di un falegname, tenta di scalare la società grazie all’intelligenza e all’ambizione, oscillando tra carriera ecclesiastica e passione amorosa. Formula: «Voglio diventare qualcuno diverso da ciò che sono nato.»
[4] Lucien de Rubempré lascia la provincia per conquistare fama e successo a Parigi, ma scopre un mondo dominato da denaro, apparenza e manipolazione. Formula: «L’identità diventa merce sul mercato del riconoscimento.»
[5] Marinaio autodidatta, Martin studia ossessivamente per elevarsi culturalmente e diventare scrittore. Quando ottiene il successo scopre che il riconoscimento sociale non dà il senso che cercava. Formula: «Ho realizzato il mio progetto, ma non so più perché.» È probabilmente il romanzo che anticipa meglio la crisi contemporanea.
[6] Charles Foster Kane, ragazzo povero, diventa uno degli uomini più ricchi e potenti d’America grazie al suo impero giornalistico. Alla sua morte, un giornalista cerca di capire il significato dell’ultima parola da lui pronunciata, ricostruendo una vita segnata dal successo ma anche dalla solitudine.
Tema: il progetto di affermare se stessi conquista il mondo ma non colma il bisogno di appartenenza.
[7] l giovane irlandese Redmond Barry abbandona il proprio ambiente d’origine e, attraverso guerre, inganni e matrimoni di convenienza, tenta di scalare la società aristocratica europea. Raggiunge il successo ma perde progressivamente tutto ciò che dà senso alla sua vita.
Tema: l’identità come costruzione sociale e ascesa individuale pagata con la perdita delle radici.
[8] l petroliere, 2007) – Paul Thomas Anderson
Daniel Plainview, cercatore d’argento diventato magnate del petrolio, costruisce una fortuna immensa grazie alla sua determinazione e spietatezza. La sua ossessione per il successo lo conduce però all’isolamento e alla distruzione dei legami umani.
Tema: il progetto individuale portato all’estremo fino a divorare ogni appartenenza.
[9] Ray Kroc, venditore ambulante, scopre il piccolo ristorante dei fratelli McDonald e ne trasforma il modello in una gigantesca catena internazionale. Nel perseguire il proprio progetto imprenditoriale finisce per estromettere gli stessi fondatori.
Tema: l’identità moderna dell’imprenditore che si costruisce da sé e considera ogni relazione subordinata al successo.
[10] In un futuro prossimo dominato dai media e dalle dipendenze, le vicende di uno studente prodigio di tennis e di una comunità di tossicodipendenti si intrecciano attorno a un film così irresistibilmente piacevole da rendere incapace di fare qualsiasi altra cosa chi lo guarda. Tema centrale: il desiderio di felicità immediata che finisce per distruggere libertà e identità.
[11] Due fratellastri, uno biologo geniale e asociale, l’altro ossessionato dal sesso e dall’amore, attraversano la crisi affettiva e morale dell’Occidente contemporaneo dopo la rivoluzione sessuale. Tema centrale: la dissoluzione delle appartenenze tradizionali e l’incapacità moderna di trovare senso, amore e comunità.
[12] Un impiegato francese annoiato scopre nel turismo sessuale internazionale una possibile risposta alla solitudine contemporanea e intraprende una relazione che sembra restituire significato alla sua vita. Tema centrale: il mercato che invade persino l’intimità e i sentimenti, trasformando desiderio e relazioni in prodotti.
[13] Victor Ward, giovane modello e celebrità mondana, vive immerso nel mondo della moda, delle feste e della visibilità mediatica, finché si ritrova coinvolto in una rete surreale di terrorismo, spettacolo e manipolazione delle immagini.
Tema centrale: quando l’apparenza sostituisce completamente la realtà e l’identità diventa soltanto una performance per gli altri.
 
[14] Truman Burbank vive in una cittadina perfetta senza sapere che la sua intera esistenza è in realtà un gigantesco programma televisivo seguito da milioni di spettatori.
Visibilità senza realtà: Truman è probabilmente l’uomo più visto del mondo, ma la sua vita è falsa: gli amici sono attori; il matrimonio è una sceneggiatura; la città è un set. L’intera opera ruota attorno a una domanda:
Che valore ha essere visibili se nessuno ci incontra realmente?
[15] Lou Bloom scopre che filmare incidenti, omicidi e tragedie può far guadagnare molto denaro alle televisioni locali.
Visibilità senza realtà L’evento non conta più per ciò che accade, ma conta perché può essere mostrato. Il dolore diventa contenuto. La realtà vale nella misura in cui genera audience. Film quasi profetico dell’ecosistema social contemporaneo.
[16] Racconta la nascita di Facebook attraverso la figura di Mark Zuckerberg e dei conflitti che accompagnano il successo della piattaforma. Visibilità senza realtà Facebook promette connessione universale ma il film mostra un paradosso: più connessioni = meno relazioni. Il protagonista costruisce lo strumento che rende tutti più visibili, ma rimane incapace di vivere rapporti autentici. L’ultima scena, in cui aggiorna continuamente una richiesta di amicizia, sintetizza il dramma: massima connessione, minima reciprocità.
[17] Una giovane donna ossessionata da Instagram cerca di entrare nella vita di una influencer che segue online.
Visibilità senza realtà Ingrid si innamora non di una persona reale ma di una narrazione estetica. L’influencer vive a sua volta dentro una rappresentazione. Il film mostra come: immagine → desiderio, desiderio → imitazione, imitazione → dipendenza. L’incontro reale è continuamente sostituito dall’immagine ideale.
[18] Una giovane donna entra in una gigantesca azienda tecnologica che promuove una trasparenza totale della vita privata. Visibilità senza realtà Lo slogan implicito è: essere visibili significa essere buoni. Ogni aspetto dell’esistenza deve diventare pubblico: emozioni, relazioni, decisioni. L’interiorità scompare:l’essere umano coincide con ciò che è osservabile.
[19] Arthur Fleck, emarginato e ignorato da tutti, precipita progressivamente nella violenza e diventa un simbolo collettivo. Visibilità senza realtà = All’inizio Arthur è invisibile: nessuno lo ascolta, nessuno lo riconosce. Diventa finalmente visibile quando compie atti estremi. Il film suggerisce una tesi inquietante: in una società dominata dalla visibilità, anche la notorietà negativa può apparire preferibile all’invisibilità.
 
[20] Un giovane impiegato alienato incontra Tyler Durden e fonda un club clandestino di combattimento.
Visibilità senza realtà I personaggi vivono dentro identità prefabbricate: carriera; consumi; marchi; successo.
Sono visibili come consumatori ma non si sentono reali come persone. Il “Fight Club” nasce come tentativo disperato di ritrovare esperienza concreta: dolore; corpo; rischio; appartenenza.
 
[21] re giovani delle periferie parigine attraversano una giornata segnata da esclusione sociale, rabbia e tensione con la polizia.
Visibilità senza realtà
I protagonisti esistono mediaticamente come:
problema;
statistica;
minaccia.
Ma nessuno li vede come persone.
Sono continuamente rappresentati ma raramente riconosciuti.
La loro condizione può essere riassunta così:
Plain Text
molta esposizione pubblica
poco riconoscimento sociale
 
[22] David “Noodles” Aaronson, giovane ebreo cresciuto nei quartieri poveri di New York, forma con alcuni amici una banda criminale. Attraverso gli anni del proibizionismo il gruppo accumula denaro e potere, ma ambizione, tradimenti e desideri personali finiscono per distruggere l’amicizia che li univa. Decenni dopo, ormai anziano, Noodles ritorna sui luoghi del passato per confrontarsi con ciò che è stato e con ciò che ha perduto.
In una frase La storia di un uomo che conquista il successo ma scopre che nessun traguardo può sostituire l’appartenenza e l’amicizia perdute.
 

CORTEI: performance o progetto?

PERFORMANCE VS PROGETTO

Cioè presente vs futuro, re-azione vs pro-zione, animal vs animal symbolicum, irresponsabilità vs responsabilità, pienezza vs limite, jouissance vs tragico

Questa  opposizione può essere letta come una matrice antropologica e filosofica molto ricca. Potremmo sintetizzarla così:

PERFORMANCEPROGETTO
PresenteFuturo
Re-azionePro-azione
AdattamentoTrasformazione
AnimalAnimal symbolicum
Risposta allo stimoloCostruzione di significato
JouissanceTragico
Pienezza immediataLimite e differimento
ConsumoCreazione
SuccessoDestino
EfficienzaSenso

1. Presente vs Futuro

La performance vive nel presente continuo. Chiede: “come posso massimizzare ciò che accade ora?”

Il progetto vive invece nel futuro. Non coincide con ciò che è, ma con ciò che non è ancora.

In questo senso il progetto introduce una distanza dall’immediato.

2. Re-azione vs Pro-azione

Etimologicamente “progetto” deriva da pro-icere, gettare avanti. La performance reagisce a un ambiente dato. Il progetto immagina un ambiente possibile.

La prima ottimizza il campo esistente. Il secondo modifica il campo.

3. Animal vs Animal symbolicum

Qui emerge la lezione di Cassirer.

L’animale vive entro il circuito percezione-risposta m mentre L’essere umano costruisce simboli, miti, linguaggi, immagini del futuro.

Il progetto è precisamente questa capacità di abitare ciò che ancora non esiste. La performance può essere condivisa con molti altri viventi. Il progetto appartiene al simbolico.

4. Irresponsabilità vs Responsabilità

Chi performa può sempre attribuire il risultato alle condizioni del gioco. Chi progetta si espone: il progetto implica firma e assunzione di rischio, di fatto esponsabilità nei confronti di conseguenze non controllabili.

Per questo il progetto è sempre anche un’etica.

5. Pienezza vs Limite

La performance desidera la saturazione: più velocità. più risultati.  più rendimento. Il progetto nasce invece dal riconoscimento di un limite : ma proprio perché non posso essere tutto, scelgo una direzione.

Il limite non blocca il progetto, anzi lo rende possibile.

6. Jouissance vs Tragico

Questa è forse la polarità più profonda.

La jouissance (Lacan) cerca un godimento che non conosce misura: vuole cancellare la mancanza, coincidere con sé stessa. La logica della performance contemporanea spesso assume questa forma: sempre più produttività; sempre più visibilità; sempre più esperienza;msempre più ottimizzazione.

Il tragico invece nasce dall’impossibilità di eliminare il limite: l’eroe tragico agisce sapendo che ogni scelta comporta una perdita, che on può avere tutto. Deve decidere,  fare scelte che propongono soprattutto rischi di fallimento.

Il progetto appartiene a questa dimensione tragica.

Sintesi estrema

Potremmo condensare tutto in una formula: Performance = intensificazione dell’esistente Vs Progetto = apertura del possibile.

Oppure, in termini ancora più radicali: la performance cerca di riempire il tempo l progetto cerca di dare forma al tempo.

In una prospettiva che dialoga con Platone, ma anche con Heidegger e Arendt, la performance appartiene alla sfera della gestione dell’essere presente; il progetto appartiene alla sfera dell’apparizione di un mondo che ancora non c’è.

Per questo il bivio decisivo non è semplicemente fare bene o fare male, ma: ottimizzare il mondo esistente (performance) oppure rischiare la creazione di un mondo possibile (progetto).

2

Alla luce di questo sfondo interpretare fenomeni come proteste di piazza, narrazioni dei media mainstream, convegni accademici autoreferenziali (carriere ), festival di ogni tipo, e prendiamo sul serio la tua opposizione performance/progetto, molti fenomeni contemporanei possono essere letti non tanto per ciò che dichiarano di essere, quanto per la loro logica profonda.

Attenzione: non significa che proteste, festival o convegni siano “falsi”. Significa chiedersi se funzionano principalmente come dispositivi di performance o come luoghi di progetto.

1. Proteste di piazza

Logica della performance

  • visibilità immediata;
  • produzione di emozione collettiva;
  • costruzione identitaria (“noi” contro “loro”);
  • ricerca dell’evento mediatico.

L’obiettivo implicito non è trasformare le istituzioni ma produrre una presenza.

In questo caso la protesta diventa un rituale.

Una manifestazione riuscita è quella che:

  • riempie una piazza;
  • genera immagini;
  • produce engagement.

Logica del progetto

La protesta diventa invece progetto quando:

  • costruisce organizzazioni;
  • genera competenze;
  • crea reti permanenti;
  • elabora soluzioni;
  • modifica procedure e istituzioni.

Da questo punto di vista la protesta è solo l’inizio.

La vera domanda non è:

“quanti erano in piazza?”

ma:

“che cosa esiste sei mesi dopo?”


2. Media mainstream

La struttura stessa dei media tende verso la performance.

Per ragioni economiche e cognitive privilegia:

  • presente;
  • urgenza;
  • conflitto;
  • emozione;
  • semplificazione.

Il progetto richiede invece:

  • tempo lungo;
  • complessità;
  • incertezza;
  • processi invisibili.

Per questo la costruzione di un ospedale interessa meno del suo crollo.

La nascita di una competenza interessa meno dello scandalo.

Il progetto è quasi sempre anti-mediatico.

Potremmo dire:

il media racconta eventi, il progetto costruisce traiettorie.


3. Convegni accademici autoreferenziali

Qui la tua opposizione diventa particolarmente interessante.

Formalmente il convegno nasce come luogo di ricerca.

Ma quando prevale la logica della carriera diventa performance.

Indicatori:

  • citazioni reciproche;
  • appartenenza di scuola;
  • accumulo di curriculum;
  • linguaggio specialistico autocentrato;
  • scarsissima trasformazione del mondo esterno.

In questo senso il convegno rischia di diventare ciò che Baudrillard chiamerebbe un simulacro:

si parla della ricerca più che fare ricerca.

Il progetto, invece, esporrebbe il sapere a rischi reali:

  • verifica pratica;
  • interdisciplinarità;
  • confronto con problemi concreti;
  • possibilità di fallimento.

4. Festival di ogni tipo

Negli ultimi decenni il festival è diventato una forma culturale dominante.

Perché?

Perché unisce:

  • esperienza;
  • visibilità;
  • consumo;
  • identità.

Il festival è l’evento perfetto della società della performance.

Produce intensità senza necessariamente generare durata.

Finito il festival:

  • tornano le stesse relazioni;
  • tornano gli stessi problemi;
  • resta qualche fotografia.

Naturalmente esistono eccezioni.

Un festival diventa progetto quando lascia:

  • infrastrutture;
  • comunità;
  • pratiche;
  • archivi;
  • percorsi formativi.

Altrimenti funziona come una grande macchina di jouissance culturale.


5. La dinamica generale

La  griglia potrebbe essere radicalizzata così:

PERFORMANCEPROGETTO
EventoProcesso
PresenzaTrasformazione
VisibilitàIncidenza
EmozioneOrganizzazione
ConsensoResponsabilità
IdentitàOpera
JouissanceTragico
Consumo di sensoProduzione di senso

6. Una lettura quasi arendtiana

Seguendo Hannah Arendt, potremmo distinguere tra apparire e cominciare.

Molta politica contemporanea ha imparato a comparire, molta meno a iniziare qualcosa che sopravviva ai suoi promotori.

Per questo proteste, festival, campagne mediatiche e perfino molti ambienti accademici sembrano giganteschi dispositivi di presenza: producono continuamente l’impressione del movimento, ma il movimento non coincide necessariamente con la trasformazione.

La domanda genealogica decisiva diventa allora: questo fenomeno sta aumentando la propria visibilità o sta aumentando la propria capacità di modificare il mondo? È la differenza tra una società organizzata attorno alla performance dell’esistenza e una società capace ancora di produrre progetti di futuro.

E tra una civiltà della jouissance senza limite e una civiltà che accetta il tragico della progettazione, cioè il fatto che ogni futuro richieda rinunce, responsabilità, tempi lunghi e opere che sopravvivano all’evento che le ha celebrate.

3

DEBATE vs DIALETTICA

L’ opposizione performance vs progetto può essere ulteriormente approfondita leggendo il contrasto tra debate e dialettica come sintomo di due antropologie diverse.

DEBATEDIALETTICA
VincereComprendere
PrestazioneRicerca
AvversarioInterlocutore
ChiusuraApertura
PresenteFuturo
PosizioneProblema
Argomentazione efficaceVerità possibile
CompetizioneCo-costruzione
Soluzione immediataCampo di possibilità

La scuola come campo ideologico

Molta pedagogia contemporanea occidentale dichiara di voler sviluppare il pensiero critico, ma spesso adotta dispositivi che premiano soprattutto la performance argomentativa.

Il debate ne è un esempio emblematico.

Lo studente deve:

  • sostenere una tesi assegnata;
    • trovare rapidamente argomenti;
    • confutare l’avversario;
    • persuadere una giuria.

Si tratta di competenze reali e utili. Ma la domanda è: quale immagine dell’uomo viene implicitamente insegnata?

Non il ricercatore della verità, piuttosto l’attore strategico che massimizza il risultato entro vincoli dati. Siamo molto vicini all’homo oeconomicus del neoliberismo.


La logica neoliberale del debate

Nel debate il problema non è tanto: “quale futuro possiamo costruire?” quanto “quale argomento mi permette di prevalere ora?”

La temporalità è cortissima. Conta l’efficacia. la rapidità, la resilienza comunicativa, la gestione dell’imprevisto. Sono esattamente le competenze richieste dai mercati competitivi.

La verità diventa secondaria rispetto alla performance. In termini lacaniani: il desiderio della ricerca viene sostituito dalla jouissance della vittoria.


La tradizione umanistica della dialettica

La dialettica classica funziona diversamente.

In Socrate nessuno possiede la verità; il dialogo produce trasformazione reciproca; la conclusione può rimanere aperta.

Nella tradizione platonica e poi hegeliana il conflitto non serve a eliminare l’altro, serve a produrre qualcosa di nuovo.

La dialettica non è un combattimento, ma  una macchina generativa in cui il risultato ideale non è A batte B ma dall’incontro tra A e B emerge C.


Situazione imminente vs futuro aperto

Qui emerge una differenza ancora più radicale.

Il debate lavora sull’imminente: è  una tecnologia dell’adattamento. La domanda implicita è “come posso operare efficacemente dentro il sistema esistente?”

La dialettica lavora invece sul possibile. La domanda diventa “quale realtà potrebbe emergere da questa contraddizione?”

Per questo il debate tende a essere conservatore anche quando difende idee rivoluzionarie. La dialettica può essere trasformativa anche quando discute problemi apparentemente ordinari.


La scuola della performance

Se guardiamo molti dispositivi scolastici contemporanei troviamo una stessa grammatica: debate; pitch; public speaking; contest; hackathon; startup competition; simulazioni imprenditoriali.

Tutte attività che allenano velocità, adattamento; esposizione di sé; capacità competitiva.

Formano ottimi performer, non necessariamente ottimi progettisti.


La scuola del progetto

Una pedagogia orientata al progetto partirebbe invece da altre pratiche: ricerca lenta; laboratori di problemi complessi; dialogo socratico; progettazione collettiva; analisi delle conseguenze future; costruzione di scenari alternativi.

La domanda non sarebbe “chi ha ragione?” ma “quale nuovo mondo diventa pensabile?”


Una formulazione estrema

Potremmo dire che oggi una parte della scuola occidentale oscilla tra due modelli antropologici.

Modello neoliberale

L’uomo come concorrente; performer; imprenditore di sé; ottimizzatore.

Obiettivo: vincere nel presente.

Modello umanistico

L’uomo come: essere simbolico; soggetto storico; costruttore di mondi; abitante del possibile.

Obiettivo: dare forma al futuro.

La differenza non è pedagogica ma ontologica.

Nel primo caso l’educazione insegna a muoversi dentro il mondo. nel secondo insegna che il mondo stesso può essere modificato.

Per usare una formula molto vicina alla tua matrice:

il debate educa alla gestione dell’esistente; la dialettica educa alla progettazione del possibile.

E forse la crisi contemporanea nasce proprio dal fatto che stiamo producendo eccellenti gestori di situazioni e sempre meno costruttori di futuro.

4

CORTEI

Alla luce della distinzione performance/progetto, i cortei e le manifestazioni diventano particolarmente interessanti perché si collocano esattamente sulla soglia tra presenza e futuro.

La domanda decisiva non è: “La manifestazione ha avuto successo?” ma “Quale rapporto instaura con il futuro?”Possiamo allora distinguere almeno quattro forme.

1. Il corteo come rito identitario

Funzione principale: mostrare che il gruppo esiste; rafforzare appartenenze e produrre emozione collettiva.

Qui il futuro è quasi assente: il corteo serve soprattutto a generare un’esperienza di presenza. “Io sono qui.” “Noi siamo qui.” Dopo l’evento il mondo resta sostanzialmente uguale. Il corteo diventa una forma di autorappresentazione.

2. Il corteo come spettacolo mediatico

L’interlocutore reale non è il governo né la società, ma la telecamera. La riuscita dipende da immagini; slogan; viralità; copertura giornalistica.

In questo caso il corteo appartiene pienamente alla logica della performance: produce attenzione, non necessariamente trasformazione. La temporalità è il ciclo delle notizie.

3. Il corteo come apertura simbolica del possibile

Pensiamo ad alcuni grandi movimenti storici.

La manifestazione non cambia immediatamente le istituzioni, ma modifica ciò che una società considera immaginabile.

Per esempio diritti civili; voto femminile; sindacalismo; indipendenze nazionali.

Qui il corteo non realizza il cambiamento, lo rende pensabile, produce un allargamento dell’orizzonte simbolico. In termini cassireriani, costruisce nuovi simboli collettivi.

4. Il corteo come momento di un progetto

Questa è forse la forma più interessante. La manifestazione non è il fine, ma uno strumento.

Prima del corteo esistono: studio; organizzazione; reti; elaborazione. Dopo il corteo continuano: negoziazioni; istituzioni; cooperative; scuole; associazioni; riforme. In questo caso il corteo è un episodio di una traiettoria, non coincide con il movimento. È soltanto uno dei suoi dispositivi.


La questione del futuro

L’ opposizione può essere formulata anche così:

Corteo della performanceCorteo del progetto
Far vedereFar nascere
Mobilitare emozioniCostruire strutture
EventoProcesso
Presente assolutoFuturo aperto
IdentitàTrasformazione
MobilitazioneIstituzione

Il paradosso è che un corteo enorme può non avere alcun futuro.

Mentre una manifestazione piccola può inaugurare processi destinati a durare decenni.


Un’interpretazione arendtiana

Per Arendt, la politica autentica emerge quando gli esseri umani non si limitano a reagire agli eventi, ma inaugurano qualcosa di nuovo.  Da questo punto di vista il problema di molte mobilitazioni contemporanee non è la mancanza di partecipazione, ma la difficoltà di trasformare la partecipazione in istituzioni, pratiche e opere durevoli.

Si potrebbe dire: il corteo produce un “noi”. Ma il futuro nasce solo quando quel “noi” diventa capace di costruire qualcosa che continui a esistere quando la piazza si è svuotata.

La vera misura politica di una manifestazione non è quindi il numero dei partecipanti, ma la quantità di futuro che riesce a rendere possibile. Questa è la differenza tra una piazza che esprime un’emozione e una piazza che inaugura una storia.

5

A SCUOLA: LEZIONE ACCADEMICA VS LITE

Questa opposizione sposta il problema dalla qualità tecnica della lezione alla sua antropologia implicita.

Lezione-performance

Il docente entra in aula come un attore.

Possiede già tutto il copione e recita la parte di trasmettitore di verità che gli è stata assegnata dalla istituzione . è convinto di possedere il sapere; conoscere il percorso (l’unico); e ha chiare le conclusioni.

La lezione consiste nel trasferire o esibire ciò che è già noto. L’obiettivo implicito è: “riuscire bene”. Gli studenti diventano pubblico, ma spesso astratto, non il target identificabile con la specificità della situazione (le varie combinazioni di persone, differenze, emozioni, problemi, modelli, motivazioni ecc.). Anche quando partecipano, gli studenti spesso partecipano dentro uno spazio già delimitato . un finito entro cui emergere, entro cui affermare la propria ‘bravura’ di ‘ripetitore’ .

La buona lezione viene valutata attraverso indicatori tipici della performance: attenzione; fluidità (non ci sono interruzioni da parte dei ragazzi, flusso nella esposizione); chiarezza; controllo dell’aula, insomma soddisfazione finale. Il rischio è minimo: la verità è sostanzialmente già disponibile prima che la lezione inizi.

In termini teatrali: la lezione è una rappresentazione.


Lezione-progetto

Qui accade qualcosa di diverso. Il docente non rinuncia alle proprie competenze, ma accetta che il significato finale non sia completamente noto in anticipo.

La lezione diventa uno spazio di ricerca, non si entra per mostrare una verità, ma  per verificare cosa (di generale, universale? invariante)può emergere dall’incontro particolare (variante). Persino anzi soprattutto il conflitto può diventare produttivo. Quando dici “ho litigato con gli studenti”, la questione non è il litigio in sé, ma la domanda è: “quel conflitto ha aperto nuove possibilità di pensiero per entrambe le parti?”

Se sì, siamo molto vicini alla dialettica socratica. Socrate era spesso considerato irritante proprio perché rompeva continuamente il copione previsto. Non offriva tranquillità, ma produceva aporia.


Sicurezza vs rischio

Lezione-performanceLezione-progetto
ControlloEsposizione
TrasmissioneRicerca
SuccessoScoperta
Risposta correttaDomanda generativa
ChiusuraApertura
ConsensoAttrito
Competenza esibitaCompetenza messa in gioco

Nella lezione-performance il docente rischia principalmente di fare una brutta figura.

Nella lezione-progetto rischia qualcosa di più profondo: di dover cambiare idea; di vedere incrinate le proprie categorie; di incontrare problemi imprevisti.


Platone contro il sofista

Volendo radicalizzare: il modello della performance assomiglia al sofista che  sa parlare bene e convince, producendo  effetti immediati.

Il modello del progetto assomiglia invece al filosofo: non necessariamente convince subito, ma prova a costruire un percorso verso qualcosa che ancora non è stato pensato. Pone problemi e non soluzioni: per questo nei dialoghi platonici spesso si finisce in maggiore incertezza di quanta ce ne fosse all’inizio. La lezione ha funzionato proprio perché non ha chiuso il problema.


La categoria del futuro

La differenza più profonda forse non è fra esposizione e dialogo, ma fra due rapporti col tempo.

  • Lezione-performance: la domanda implicita è “Come posso occupare bene questi cinquanta minuti?”
    • Lezione-progetto: la omanda implicita è “Quale processo potrebbe nascere oggi e continuare quando la campanella sarà suonata?”

Nel primo caso il successo coincide con l’ora di lezione, nel secondo il successo si misura dopo settimane, mesi o anni. Magari quando uno studente ricorderà non ciò che gli è stato spiegato, ma la domanda che lo ha messo in crisi.


Formulazione estrema

Potremmo condensare tutto così:

  • La lezione-performance produce apprendimento. (istruzione, addestramento all’esecutività)
    • La lezione-progetto produce tras – formazione.

Oppure, in termini ancora più radicali:

  • Nella lezione-performance il docente porta un mondo davanti agli studenti.
    • Nella lezione-progetto docente e studenti rischiano insieme la costruzione di un mondo che prima dell’incontro non esisteva.

Da questo punto di vista, persino una lezione “imperfetta”, faticosa, conflittuale e piena di deviazioni può essere pedagogicamente più feconda di una lezione impeccabile. Perché l’impeccabilità appartiene all’ordine della performance, mentre la formazione profonda appartiene all’ordine del progetto, del rischio e del futuro.

GRUPPO vs MONDO. Lo STORYTELLING di MILANO 17

STORYTELLING: GRUPPI vs MONDI

Circa gli eventi di Milano del 17 ottobre (manifestazione trasformatasi in violenze contro vetrne9, il sindco di Milano parla dei protagonisti come esponenti di Mondi provenienti dalla periferia di cui non si sonosce molto, mentre i cronisti parlano di Gruppi. Diverse le singole parole diverse le storie,  diversi i modelli di interpretazione e di antropologia che vengono veicolati.

Dal punto di vista dello storytelling, la differenza tra le due scelte non è solo di vocabolario; la differenza è enorme, perché “gruppo” e “mondo” attivano due frame cognitivi completamente diversi.

Protestanti come “gruppo”Protestanti come “mondo”
entità delimitataecosistema complesso
aggregazione di individuirete di pratiche, valori, esperienze
soggetto particolareorizzonte culturale
interesse specificoforma di vita
facilmente isolabiledifficile da ridurre
può essere ignoratova interpretato

1. “Gruppo” riduce la complessità

Se un giornale scrive “Un gruppo di agricoltori protesta.”, l’attenzione si concentra sugli attori. La domanda implicita diventa: Chi sono? Quanti sono? Cosa vogliono? La protesta appare come un episodio circoscritto. La parola “gruppo” suggerisce quasi una deviazione dalla normalità: alcuni soggetti esprimono una richiesta.


2. “Mondo” amplia la posta in gioco

Se invece si dice: “Il mondo agricolo protesta “non stiamo più vedendo semplicemente delle persone, ma vediamo tradizioni, saperi , economie, identità territoriali, modi di abitare il territorio.

La protesta non appare come l’azione di alcuni individui ma come il sintomo di una tensione sistemica. La domanda diventa: “Che cosa sta accadendo dentro questo universo sociale?”


3. Effetto narrativo

“Gruppo” costruisce una narrazione di evento. ” Mondo” costruisce una narrazione di scenario.

Ad esempio: “Un gruppo di studenti manifesta.” Vs “Il mondo della scuola manifesta.” Nel primo caso la notizia è la manifestazione. nel secondo caso la notizia è una possibile crisi dell’istituzione scuola.


4. Effetto politico

Qui emerge una dimensione interessante.

Definire qualcuno un “gruppo” tende a localizzare il conflitto, contenerlo, particolarizzarlo.

Definirlo un “mondo” tende a legittimarlo, ampliarlo, collegarlo a una totalità sociale.

È una differenza simile a quella tra “una categoria protesta” e “una società protesta”; oppure tra “un interesse” e “una forma di vita”.


5. In termini di frame e storytelling

Possiamo schematizzare così:

Gruppo → attori → richieste → negoziazione → episodio

Mondo → identità → valori → crisi culturale → trasformazione storica

Per usare un linguaggio familiare, “gruppo” appartiene a una logica più levigata e amministrativa: individua soggetti, li classifica, li gestisce. “Mondo” appartiene a una logica più genealogica e ruvida: fa emergere reti di relazioni, memorie, pratiche e tensioni latenti.

Per questo nello spazio pubblico la battaglia sulle parole non è mai neutrale: chiamare una protesta “gruppo”, “categoria”, “movimento”, “popolo”, “comunità” o “mondo” significa già raccontare una diversa teoria di ciò che sta accadendo.

2

Se “gruppo” e “mondo” rappresentano già due frame diversi, “comunità” occupa una posizione intermedia ma molto particolare, perché introduce immediatamente un’immagine di legami, appartenenza e riconoscimento reciproco.

GruppoComunitàMondo
aggregazioneappartenenzaecosistema
obiettivo comunerelazioni condiviseforma di vita
organizzazioneidentità collettivauniverso culturale
chi agiscechi appartienecome si vive
episodiocontinuitàorizzonte storico
quantitativorelazionalesistemico

Gruppo

“Un gruppo di pescatori protesta.” L’accento cade sull’azione. I pescatori sono attori temporanei di un evento. La loro identità conta meno della loro iniziativa.

La domanda implicita è: Cosa chiedono?


Comunità

“La comunità dei pescatori protesta.” Ora emergono: relazioni interne, tradizioni condivise, memoria collettiva, radicamento territoriale. La protesta appare come la reazione di un tessuto sociale.

La domanda diventa: Che cosa sta ferendo questa comunità?

La parola genera empatia perché evoca persone legate da una storia comune.


Mondo

“Il mondo della pesca protesta.” Qui l’orizzonte si allarga ancora. Entrano in scena: mercati, tecniche, identità professionali, norme, paesaggi, istituzioni, culture del lavoro. Non è più solo una comunità di persone. È un sistema di relazioni umane e non umane.

La domanda diventa: Quali trasformazioni stanno investendo l’intero ecosistema della pesca?


Dal punto di vista narrativo

Potremmo dire le diverse parole determinano un focus diverso:

  • Gruppo → protagonisti (Figura)
  • Comunità → legami (sfondo ristretto)
  • Mondo → contesto (Sfondo aperto )

oppure:

  • Gruppo → attori
  • Comunità → appartenenze
  • Mondo → forme di vita

Effetto politico

Le tre parole producono anche diversi gradi di legittimazione.

  • “gruppo” può suggerire una parte particolare;
  • “comunità” suggerisce un soggetto collettivo riconoscibile;
  • “mondo” suggerisce una realtà strutturale che non può essere facilmente ignorata.

Per questo i media, pur parlando quasi degli stessi soggetti, oscillano continuamente fra formule come:

  • gruppo di studenti
  • comunità scolastica
  • mondo della scuola

In realtà stanno raccontando tre storie diverse:

  • una mobilitazione;
  • una appartenenza ferita;
  • una trasformazione sistemica.

Una lettura genealogica

  • Gruppo appartiene alla logica dell’organizzazione.
  • Comunità appartiene alla logica della relazione.
  • Mondo appartiene alla logica dell’emergenza e della complessità.

Possiamo rappresentarli come cerchi concentrici:Casella di testo: MONDO

oppure come tre livelli narrativi:

  • Chi protesta?→ Gruppo
  • Chi soffre o resiste insieme? → Comunità
  • Quale forma di vita è in trasformazione? → Mondo

In termini di storytelling contemporaneo, “comunità” è spesso il termine più persuasivo perché umanizza; “mondo” è quello più potente perché sistematizza; “gruppo” è quello più neutro perché descrive semplicemente un aggregato di attori.

La scelta fra i tre decide se il conflitto viene percepito come evento isolato (eccezione) , legame ( una parte di un tutto) o sintomo di una trasformazione storica più ampia (sistema) .

Insomma sistema chiuso e statico (cià nate) o aperto e dinamico (cià deventate)

3

MILANO

Applicando la griglia gruppo / comunità / mondo agli eventi di Milano del 17 ottobre emerge qualcosa di interessante: gran parte della narrazione mediatica sembra aver operato una continua riduzione di scala.

1. Il “mondo” da cui nasce la protesta

All’origine c’è una protesta contro carovita, precarizzazione, costo dell’abitare, pressione fiscale, percezione di assenza di futuro, difficoltà delle giovani generazioni.

Questa non è ancora una questione di gruppi. È un mondo sociale: giovani, studenti, lavoratori precari, periferie, famiglie sotto pressione economica. Dal punto di vista genealogico potremmo chiamarlo: il mondo del disagio sociale contemporaneo.


2. Le cronache: dal mondo ai gruppi

Nelle ricostruzioni di molte testate il fuoco narrativo si sposta rapidamente su “centinaia di giovanissimi”, “manifestanti violenti”, “ragazzi incappucciati”, “gruppi auto-organizzati”, “facinorosi”. [tg24.sky.it], [milanotoday.it]

Lo storytelling cambia. Non si parla più di “Perché migliaia di persone sono scese in piazza?” ma di “Chi ha lanciato i sassi? “ L’evento (la Figura) sostituisce il contesto (lo Sfondo), soprattutto la violenza sostituisce la genealogia, l’emozione è sollecitata al posto della analisi.


3. L’interpretazione di Sala

Le dichiarazioni del sindaco Giuseppe Sala introducono un frame leggermente diverso. Da una parte condanna la violenza. Dall’altra afferma di percepire una situazione più ampia, parlando di “sottovalutazione del momento”, di possibile perdita di controllo della piazza e di preoccupazione per una fase futura di tensione sociale. [quotidianolavoce.it], [tg24.sky.it]

Sala oscilla quindi tra frame del gruppo (“violenti”, “facinorosi”) e frame del mondo (“non siamo preparati”, “queste potrebbero essere le prime prove di ciò che vedremo”). [quotidianolavoce.it]

In altre parole non legge soltanto un problema di ordine pubblico ma intravede un problema sociale più vasto. Ma anche un problema culturale (in senso antropologico) finora mai o mal affrontato, cioè il fatto che nelle periferie emergono ‘culture’ (cioè visioni del reale, etiche ed estetiche con conseguenti modelli di comportamento9 del tutto autonome e auto referenziali rispetto alla presunta Verità della Cultura occidentale borghese e neoliberista dominante.


4. La banalizzazione delle cronache

Dal punto di vista dello storytelling, Sky e molte altre cronache sembrano adottare prevalentemente una struttura:

Protesta ↓ Arrivano gruppi violenti ↓ Guerriglia urbana ↓ Intervento della polizia ↓ Bilancio finale [tg24.sky.it]

È uno schema narrativamente efficace perché è semplice; ha protagonisti identificabili;genera immagini forti; produce conflitto immediatamente comprensibile.

Ma rischia di oscurare la domanda più complessa: “perché ragazzi delle periferie, dell’hinterland e perfino minorenni sentono il bisogno di entrare in una protesta nazionale? [milanotoday.it], [juorno.it]


5. Una lettura alternativa: “comunità”

Introduciamo il termine intermedio. Se si parla di “gruppi di giovani violenti”, il fenomeno appare criminale o deviante. Se si parla di “comunità delle periferie”, emerge invece appartenenza territoriale, esperienza condivisa, percezione di esclusione e reti di socializzazione.

Non stiamo giustificando la violenza: stiamo cambiando la domanda. Non più: Chi ha rotto le vetrine? Ma In quale comunità si producono soggetti che considerano la devastazione un linguaggio politico possibile?


6. Le tre narrazioni concorrenti

Lo stesso evento può essere raccontato in tre modi.

  • Narrativa A: Gruppo = Bande di giovani provenienti dalle periferie trasformano una manifestazione in guerriglia. Qui il problema è il controllo. Polizia e repressione (Foucault)
  • Narrativa B: Comunità = Parti delle comunità giovanili periferiche esprimono il proprio disagio attraverso forme di conflitto distruttivo. Qui il problema è l’integrazione.

  • Narrativa C: Mondo = La protesta rivela una frattura crescente tra il mondo urbano centrale della Milano globale e il mondo giovanile periferico che non trova rappresentanza. Qui il problema è strutturale.

7. La posta in gioco simbolica

Da un punto di vista genealogico, la formula: “sono arrivati elementi dalla periferia” è già uno storytelling. Perché trasforma la periferia da mondo sociale a gruppo estraneo: la periferia appare come origine della perturbazione.

Mentre una lettura più sistemica vedrebbe il centro e la periferia come parti dello stesso ecosistema urbano: in questa prospettiva la domanda decisiva non è: “Chi ha invaso Piazza Duomo?” ma: “Quale rapporto tra il mondo delle periferie e il mondo della città rappresentata da Piazza Duomo è andato in crisi?”

Ed è precisamente questo passaggio da gruppo a mondo che spesso le cronache quotidiane faticano a compiere, perché il gruppo produce notizia, mentre il mondo produce analisi.

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LUCE/OMBRA: INFILTRATI

Altro storytelling, in  atto fin dalle manifestazioni di Genova del 2001: le violenze all’interno di manifestazioni di protesta sono originate da infiltrati, da poliziotti truccati da manifestanti. si innesca una narrazione ‘nascosta’ su quella ‘evidente’ dei dati: genealogia della Figura come effetto del Potere che vuole conservare l’esistente e dare l’idea che quel che accade  è un incidente (questione etica) e non politica( il disordine di sistema)

Quello che descrivi è un meccanismo di storytelling molto potente perché introduce una distinzione fra narrazione manifesta e narrazione latente.

La narrazione manifesta dice:

Manifestazione ↓ Violenza ↓ Responsabili della violenza↓mIntervento delle forze dell’ordine

“

La narrazione latente invece ipotizza:

Potere ↓ Produzione o amplificazione del disordine ↓ Criminalizzazione della protesta ↓ Conservazione dell’ordine esistente

Dal punto di vista genealogico, la figura dell’infiltrato svolge una funzione simile a quella del “traditore”, dell'”agente provocatore” o della “quinta colonna” in molte narrazioni politiche moderne.


Il problema narrativo

In una piazza esistono almeno tre livelli.

Livello 1: i fatti visibili = Auto incendiate., Scontri., Vetrine rotte, Lancio di oggetti. Sono immagini forti e facilmente raccontabili.


Livello 2: l’attribuzione morale = La domanda diventa: Chi è il colpevole? Qui compare la figura del violento. La lettura dominante è etica: persone buone (“per bene”) vs persone cattive (maleducati); oppure manifestanti pacifici (coscienti, consapevoli, proattivi) vs teppisti (ignoranti, reattivi)


Livello 3: la genealogia del disordine = La domanda cambia radicalmente: Chi beneficia della trasformazione di una questione politica in una questione di ordine pubblico? Qui entra in scena la figura dell’infiltrato. Che sia reale o immaginata, la sua funzione simbolica è sempre la stessa: trasformare il disordine da effetto spontaneo a effetto prodotto.


La figura dell’infiltrato come mito politico

Da un punto di vista antropologico, l’infiltrato non è semplicemente una persona, ma  una figura narrativa che ompare quando una comunità percepisce uno scarto tra ciò che vede e la spiegazione ufficiale.

Il ragionamento è : “La protesta nasce da problemi reali. Se improvvisamente il centro del discorso diventa la violenza, qualcuno deve avere interesse a questo spostamento.” Nasce così il racconto dell’agente provocatore.


Lettura foucaultiana

Se adottiamo una prospettiva vicina a Foucault, il punto centrale non è tanto stabilire se esistano o meno infiltrati, ma la domanda più interessante diventa: Come viene prodotto il discorso sulla violenza?

Nella logica disciplinare = conflitto sociale ↓ disordine ↓ devianza ↓ sicurezza

Il conflitto perde il carattere politico. Diventa un problema amministrativo.


La trasformazione del politico in etico

Qui un nodo decisivo. Una rivendicazione politica pone la domanda: “Come dovrebbe essere organizzata la società?”La narrazione etica pone invece la domanda: “Chi si è comportato bene e chi si è comportato male?” Il passaggio è sottile ma enorme.

Ad esempio: Disoccupazione ↓ protesta ↓ violenza ↓ condanna morale della violenza.  Alla fine del ciclo non si parla più di disoccupazione ma della condotta dei manifestanti. Il tema politico originario scompare.


Applicazione a Genova 2001

Nell’immaginario italiano, Genova 2001 è diventata precisamente il luogo di questa biforcazione narrativa.

Da una parte:

BLACK BLOCMOVIMENTO GLOBALE
devastazioni scontri ordine pubblico  critica della globalizzazione repressione produzione del nemico interno  

Le due narrazioni convivono ancora oggi; la prima racconta l’evento, la seconda racconta il modo in cui l’evento è stato rappresentato.


Una matrice più generale

Potremmo sintetizzare così:

LivelloDomanda
CronacaChe cosa è successo?
MoraleChi ha sbagliato?
PoliticaQuale conflitto emerge?
GenealogiaChi trae vantaggio da questa rappresentazione del conflitto?

La figura dell’infiltrato nasce soprattutto nell’ultimo livello. Essa non serve soltanto a spiegare la violenza. Serve a sostenere che il vero oggetto dell’analisi non siano gli atti violenti, ma il processo attraverso cui una domanda politica viene ricodificata come problema etico e securitario.

Detto nel linguaggio delle matrici genealogiche:

  • Manifestanti violenti = frame della cronaca
  • Comunità in conflitto = frame politico
  • Mondo sociale in trasformazione = frame sistemico
  • Produzione della figura del violento = frame genealogico

A quel punto il focus non è più la pietra lanciata, ma la catena di trasformazioni narrative che converte una crisi sociale in una questione di ordine pubblico, rendendo il conflitto governabile senza affrontarne necessariamente le cause strutturali.

STORIA/GENEALOGIA

STORIA VS GENEALOGIA

Cioè  linea retta in avanti vs linea retroversa che incontra nodi e grappoli di connessioni ; riduzione entropia (costruzione di Mondi) vs crescita dell’entropia (decostruzione di mondi); problem solving (S1, sicurezza, identità) vs problem posing (filologia, S2).

L’opposizione può essere resa come una vera matrice epistemologica.

StoriaGenealogia
Linea rettaReticolo
Direzione in avantiMovimento retroverso
SuccessioneRamificazione
ContinuitàDiscontinuità
NarrazioneScavo
Riduzione dell’entropiaProduzione di complessità
Costruzione di mondiDecostruzione dei mondi
IdentitàDifferenza
Problema da risolvereProblema da porre
S1S2
Sicurezza cognitivaInquietudine cognitiva
TeleologiaContingenza
Memoria ordinataTracce conflittuali

1. Storia come riduzione dell’entropia

La storia tende a produrre un ordine. Fra infinite possibilità seleziona eventi significativi, concatenazioni causali, protagonisti, periodizzazioni.

Costruisce un mondo intelligibile: In termini sistemici è un processo di compressione dell’informazione → riduzione dell’entropia → aumento della prevedibilità. Il passato diventa una strada.

A → B → C → D

L’incertezza diminuisce. La storia rassicura. È una macchina di identità. Per questo si collega facilmente a Stato, Nazione, Tradizione, Memoria pubblica, Problem solving. Quando devo decidere cosa fare, una storia ben costruita mi fornisce orientamento.


2. Genealogia come aumento dell’entropia

La genealogia procede al contrario: parte da un punto apparentemente stabile e ne dissolve la compattezza. Prendiamo una parola: bellezza, cittadinanza, famiglia, democrazia. La storia tende a stabilizzarla, la genealogia invece chiede “Da dove viene?” e subito scopre che non esiste un’origine unica.

Appaiono rotture, conflitti, ibridazioni, deviazioni, relazioni inattese.

La linea si trasforma in grappolo.

A

/ \

B   C

/ \ / \

D  E F  G

Poi ogni nodo si apre ulteriormente. L’entropia cresce e aumentano le possibilità interpretative.


3. Storia e Genealogia come S1 e S2

Con una lettura cognitiva: Storia = funzione S1

Non necessariamente nel senso psicologico di Kahneman, ma come funzione di orientamento rapido, chiusura, riconoscimento, identificazione.

Domanda fondamentale: “Qual è il significato di questa cosa?” La risposta deve arrivare. Il sistema deve chiudersi.


Genealogia = funzione S2. Lenta. Analitica. Filologica.

Domanda: “Perché sto formulando questo problema proprio in questo modo?” Non risolve. Complica. Non cerca la risposta ma la genesi della domanda.

Per questo è vicina alla filologia, all’archeologia del sapere di Foucault, alla decostruzione.


4. Costruzione e decostruzione dei mondi

Potremmo dire che la storia è cosmologica (costruisce un cosmo, un Ordine, attribuisce senso, produce un universo abitabile.) mentre  la genealogia è entropologica (mostra che quel cosmo è una costruzione locale e contingente e dietro l’apparente ordine fa riemergere il caos delle possibilità escluse).


5. La dinamica virtuosa

Il punto interessante è che nessuna società può vivere solo di genealogia perché una genealogia permanente dissolve ogni identità e tutto diventa differenza infinita.

Ma nemmeno una società può vivere solo di storia perché una storia permanente diventa dogma che cancella le alternative.

Perciò possiamo pensare a una pulsazione:

GENEALOGIA

(apertura)

↓

complessificazione

↓

STORIA

(ricomposizione)

↓

stabilizzazione

↓

GENEALOGIA

(nuova riapertura)

In termini operativi: la storia produce mappe; la genealogia mostra come le mappe sono state costruite.

Oppure, con una formula sintetica: la storia trasforma il caos in mondo; la genealogia trasforma il mondo in problema.

Ed è probabilmente per questo che la genealogia appartiene più al problem posing che al problem solving: non serve principalmente a trovare soluzioni, ma a rendere nuovamente visibili le possibilità che le soluzioni precedenti avevano nascosto.

2

Matrice più rigorosa

conviene distinguere non tra due discipline empiriche (“storia” e “genealogia”), ma tra due operazioni cognitive e metodologiche che possono coesistere nello stesso autore.

La genealogia di Nietzsche o Foucault, per esempio, non è semplicemente il contrario della storia: è una particolare forma di indagine storica che combatte la riduzione teleologica del passato.

Matrice epistemologica

DimensioneStoriaGenealogia
Forma spazialeLineaReticolo
DirezioneDal passato al presenteDal presente verso le sue condizioni di possibilità
Unità di analisiSequenzeNodi
Principio organizzatoreContinuitàDiscontinuità
Domanda fondamentale“Come siamo arrivati qui?”“Perché questo appare naturale?”
LogicaNarrazioneProblematizzazione
Operazione principaleSintesiAnalisi
Trattamento della complessitàCompressioneEspansione
Rapporto con l’entropia informativaRiduzioneAumento
Rapporto con il sensoProduzione di significatoSospensione del significato
Rapporto con l’identitàCostruzioneDecostruzione
Rapporto con la veritàCoerenza del raccontoCritica delle condizioni di verità
Funzione cognitiva prevalenteOrientamentoEsplorazione
Equivalente cognitivoS1 stabilizzanteS2 riflessivo
Logica operativaProblem solvingProblem posing
EsitoMondoProblema

Sul piano sistemico

Possiamo descriverle come due processi opposti di gestione della complessità.

A

Storia: Opera una selezione, una semplificazione (da una molteplicità di eventi possibili costruisce una sequenza significativa).

Schema: Molteplicità ↓ Selezione ↓ Connessione causale ↓ Narrazione ↓ Mondo

Produce una diminuzione della complessità percepita. In termini luhmanniani riduce la complessità dell’ambiente rendendola trattabile.


B

Genealogia: opera la procedura inversa.Parte da una forma apparentemente stabile e ne riapre la complessità.

Schema: Mondo ↓ Problematizzazione ↓Ricostruzione delle contingenze ↓ Riapertura delle alternative ↓ Molteplicità

Non costruisce ordine ma mostra come l’ordine è stato costruito.


C

Entropia: formulazione più precisa

“Riduzione dell’entropia” e “aumento dell’entropia” funzionano come metafore, ma vanno precisate.

La storia non riduce l’entropia del passato, ma riduce l’entropia della rappresentazione del passato. La genealogia non aumenta l’entropia del passato, ma aumenta il numero delle connessioni considerate rilevanti.

Potremmo quindi formulare:

StoriaGenealogia
Riduzione della complessità rappresentataAumento della complessità rappresentata
Compressione informativaDecompressione informativa
Chiusura interpretativaApertura interpretativa

Questa formulazione è più rigorosa di quella entropica.


D

Legame con S1 e S2

Qui la corrispondenza non è psicologica ma funzionale.

Storia: produce riconoscimento; prevedibilità; orientamento; identità. Domanda: cosa significa? Vuole arrivare a una risposta stabile.


Genealogia: produce dubbio; deviazione; riflessività; differenza. Domanda: come si è costituita la domanda stessa? Non cerca una soluzione. Interroga il quadro che rende possibile una soluzione.


E

Una formulazione ancora più astratta

Possiamo arrivare a una coppia concettuale molto generale:

StoriaGenealogia
CosmologiaArcheologia
MondoCondizioni del mondo
FormaFormazione
OrdineEmergenza dell’ordine
SistemaGenesi del sistema
RispostaDomanda

Oppure:

La storia studia l’organizzazione delle forme; la genealogia studia la formazione delle forme.

E ancora più sinteticamente:

La storia trasforma la molteplicità in mondo; la genealogia trasforma il mondo in contingenza.

Questa formulazione ha il vantaggio di collegarsi insieme a Platone, Nietzsche, Foucault, Luhmann e alla distinzione contemporanea tra problem solving e problem posing, SOLUZIONI A PORTATA DI MANO e SOLUZIONI DA UNVENTARE. che è una delle polarità che più spesso ritornano nelle mappe concettuali della ricerca del XXI secolo.

3

Un caso concreto : libertà

a libertà è un caso eccellente perché mostra come storia e genealogia non producano due risposte diverse alla stessa domanda, ma due domande differenti.

1. Approccio storico

La domanda storica è:

Come si è sviluppata l’idea di libertà?

Si costruisce una sequenza.

Plain Text

Grecia

↓

Roma

↓

Cristianesimo

↓

Rinascimento

↓

Illuminismo

↓

Liberalismo

↓

Democrazie contemporanee

La libertà appare come una forma che si perfeziona nel tempo.

L’operazione è:

  • selezionare eventi;
  • stabilire continuità;
  • costruire una traiettoria.

Risultato:

La libertà diventa una grande narrazione.

L’entità “libertà” resta relativamente stabile.

Cambiano le definizioni ma si suppone che esista un oggetto comune che attraversa le epoche.


2. Approccio genealogico

La genealogia parte invece dal presente.

Domanda:

Perché oggi chiamiamo “libertà” questa determinata esperienza?

Si scopre rapidamente che sotto la stessa parola convivono forme molto diverse.

Grecia

Libero significa:

  • non essere schiavo;
  • appartenere alla polis.

La libertà è eminentemente politica.


Cristianesimo

Libero significa:

  • liberarsi dal peccato;
  • orientare correttamente la volontà.

La libertà diventa interiore.


Liberalismo moderno

Libero significa:

  • non subire interferenze.

La libertà diventa giuridica.


Capitalismo contemporaneo

Libero significa spesso:

  • scegliere tra opzioni di consumo;
  • massimizzare preferenze individuali.

La libertà assume una forma economica.


La genealogia conclude:

Queste non sono varianti di una stessa essenza.

Sono assemblaggi storici differenti.

La parola è la stessa.

Le pratiche, i dispositivi e le istituzioni sono diverse.


3. Compressione vs decompressione

Storicamente:

Plain Text

Molteplicità

↓

idea di libertà

Genealogicamente:

Plain Text

libertà

↓

libertà politica

libertà spirituale

libertà giuridica

libertà economica

libertà estetica

libertà erotica

…

La storia tende a comprimere.

La genealogia a decomprimere.


4. Problem solving vs problem posing

Storia

Domanda:

Come difendere la libertà?

Siamo già dentro un quadro condiviso.

Cerchiamo soluzioni.

Problem solving.


Genealogia

Domanda:

Di quale libertà stiamo parlando?

Oppure:

Chi guadagna quando definiamo la libertà in questo modo?

Oppure:

Quali altre concezioni della libertà sono state escluse?

Problem posing.

La genealogia non risolve il problema.

Riformula il problema.


5. Platone, Nietzsche e Foucault

Applicando la tua matrice:

AutoreLibertà come mondoLibertà come problema
Platoneliberazione dall’opinione verso il veroda dove nasce il desiderio che ci fa uscire dalla caverna?
Nietzschelibertà come auto-superamentochi ha inventato la morale che definisce il libero e il non libero?
Foucaultlibertà come pratica possibilequali dispositivi producono il soggetto che si crede libero?

Si passa progressivamente:

Plain Text

Libertà come essenza

↓

Libertà come valore

↓

Libertà come costruzione storica


6. La formulazione più rigorosa

Applicata alla libertà, la tua opposizione potrebbe essere condensata così:

Storia della libertàGenealogia della libertà
Che cos’è la libertà?Come è stata prodotta questa idea di libertà?
Cerca continuitàCerca discontinuità
Produce identità concettualeProduce differenziazione concettuale
Costruisce un mondo comuneMostra la contingenza di quel mondo
Riduce la complessità del concettoAumenta la complessità del concetto
Problem solvingProblem posing


Formula estrema:

La storia della libertà racconta come gli uomini siano diventati liberi; la genealogia della libertà indaga come abbiano imparato a chiamare “libertà” pratiche, istituzioni e desideri molto diversi tra loro.

In questo senso la genealogia non distrugge la libertà, ma mostra che ciò che chiamiamo libertà è un grappolo storico di significati, non una linea retta. Dove la storia vede un albero che cresce, la genealogia vede una rete di innesti, biforcazioni, conflitti e possibilità mancate. E proprio per questo riapre uno spazio di azione: se la libertà è stata costruita, può anche essere ricostruita diversamente.

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ALTROVE

Altrove è particolarmente interessante perché, a differenza di “libertà”, non sembra un concetto filosofico stabile. È un concetto relazionale, topologico, quasi vettoriale. Proprio per questo la differenza tra storia e genealogia emerge con ancora maggiore nitidezza.

Matrice applicata all’Altrove

Storia dell’AltroveGenealogia dell’Altrove
Dove si è collocato l’altrove nelle varie epoche?Perché una società produce un altrove?
Sequenza di immagini dell’altroveCondizioni di produzione dell’altrove
Evoluzione delle rappresentazioniFunzione delle rappresentazioni
Continuità simbolicaDiscontinuità funzionale
Narrazione degli altroveProblematizzazione dell’altrove
Mappa dei mondiMeccanismo che genera i mondi

1. APPROCCIO STORICO

La domanda è: dove gli uomini hanno situato l’altrove? Si ottiene una linea.

Aldilà mitico

↓

Isole dei Beati

↓

Paradiso

↓

Nuovo Mondo

↓

Oriente esotico

↓

Utopia politica

↓

Spazio cosmico

↓

Metaverso

L’altrove appare come una figura ricorrente: cambiano le immagini ma resta costante il desiderio di un luogo differente.

LA STORIA COSTRUISCE UNA CONTINUITÀ.


2. APPROCCIO GENEALOGICO

La genealogia cambia radicalmente la domanda.

Non chiede: dove si trova l’altrove? Ma “Quale problema risolve la produzione di un altrove?”

L’altrove diventa un dispositivo.


Grecia

L’altrove è spesso l’isola lontana, il mondo degli dei, il margine del mondo conosciuto.

Funzione: rendere pensabile un ordine diverso da quello quotidiano.


Cristianesimo

L’altrove diventa il Paradiso.

Funzione: spostare la perfezione fuori dalla storia.


Modernità

L’altrove diventa la frontiera, ovvero la promessa di un Futuro Migliore (cfr. America) :cioè Colonizzazione, Esplorazione.

Funzione: espandere il mondo sociale ed economico.


Romanticismo

L’altrove diventa l’esotico: Oriente, Deserto, Selva.

Funzione: criticare indirettamente la società industriale.


Contemporaneità

L’altrove diventa: viaggio; comunità alternativa; rete; realtà virtuale; lifestyle.

Funzione: evadere da sistemi percepiti come saturi.


3. COMPRESSIONE E DECOMPRESSIONE

La STORIA comprime.

Paradiso Utopia America Spazio

↓

ALTROVE

La GENEALOGIA decomprime.

ALTROVE

↓

Salvezza, espansione, critica sociale, colonizzazione, speranza, evasione, sperimentazione

L’unità apparente si frammenta in funzioni diverse.


4. ENTROPIA E COMPLESSITÀ

Storicamente: gli uomini hanno sempre immaginato un altrove.

Genealogicamente: “altrove” è il nome dato a dispositivi molto differenti fra loro. L’altrove non è una cosa, ma una famiglia di pratiche.


5. PROBLEM SOLVING E PROBLEM POSING

Uso storico

Domanda: dove cercare una vita migliore? L’altrove è una soluzione. Esempi: Paradiso, America, Utopia, Colonia, Start-up, Marte. Arcadie, Sette…


Uso genealogico

Domanda:

Perché continuiamo ad aver bisogno di un altrove? Qui emerge il problem posing: forse ogni ordine sociale genera inevitabilmente un esterno immaginario; forse non esiste società senza altrove.


6. APPLICAZIONE ALLE POLARITÀ LEVIGATO/RUVIDO

L’altrove LEVIGATO appare come UTOPIA; paradiso; società perfetta; armonia futura. Ha una struttura narrativa. È una promessa di chiusura.

QUI → LÌ         =       PROBLEMA → SOLUZIONE


L’altrove RUVIDO appare invece come SOGLIA: non è una destinazione, ma uno spazio di sperimentazione.

Non dice: “là troverai la perfezione” ma: “là incontrerai il diverso.” Qui l’altrove assomiglia molto alla genealogia. Non è un mondo già costruito ma una zona di indeterminazione.


7. FORMULA ESTREMA

Applicando la matrice:

La storia dell’altrove racconta dove gli uomini hanno collocato ciò che mancava al loro mondo.

La genealogia dell’altrove mostra che ogni mondo produce ciò che gli manca e lo proietta fuori di sé sotto forma di altrove.

Oppure, in forma ancora più sintetica:

Per la storia, l’altrove è un luogo. Per la genealogia, l’altrove è una funzione.

E forse qui emerge un legame profondo con l’ interesse per il problem posing: l’altrove genealogico non è la risposta a una mancanza, ma il dispositivo che impedisce al mondo di chiudersi completamente su se stesso. È il nome della possibilità che ogni ordine avrebbe potuto essere altrimenti.

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SOGLIA

Soglia è forse il caso più interessante per la tua matrice, perché non è né un oggetto né un luogo né un valore. È una forma relazionale. Esiste solo tra un “prima” e un “dopo”, un “dentro” e un “fuori”, un “qui” e un “là”.

Per questo la genealogia tende quasi naturalmente a privilegiarla.

Matrice: Soglia

DimensioneStoria della sogliaGenealogia della soglia
DomandaQuali soglie hanno attraversato gli uomini?Come si produce una soglia?
OggettoEventi di passaggioMeccanismi di distinzione
FormaSequenzaCampo di relazioni
LogicaAttraversamentoCostituzione
TemporalitàPrima → dopoEmergenza della differenza
Funzione cognitivaOrientamentoProblematizzazione
EsitoNuovo mondoProduzione di mondi

1. Approccio storico

La storia tende a vedere la soglia come un passaggio.

Per esempio:

Infanzia → Età adulta, Paganesimo → Cristianesimo, Feudalesimo → Capitalismo, Tradizione → Modernità, Modernità => Flusso

Se la soglia è il punto che separa due epoche, se è  un confine temporale, la domanda è:  cosa cambia dopo aver attraversato la soglia?

La soglia è subordinata ai mondi che collega. Conta il “prima” e il “dopo”.


2. Approccio genealogico

La genealogia sospende l’interesse per il dopo.

Domanda: Chi ha costruito questa soglia? oppure: Attraverso quali pratiche qualcosa viene separato da qualcos’altro? Qui la soglia non divide semplicemente due mondi, li produce.

Esempio: “normale” e”anormale”.

La storia racconterà l’evoluzione della follia. La genealogia chiederà: come è stata costruita la soglia che permette di distinguere il folle dal sano? Siamo pienamente dentro Foucault.


3. La soglia come macchina di riduzione della complessità

Dal punto di vista sistemico, ogni soglia opera una distinzione.

Dentro / Fuori, Noi / Loro, Lecito / Illecito, Sacro / Profano, Vero / Falso

La storia descrive tali distinzioni.

La genealogia le riapre.

Domanda: perché proprio questa distinzione e non un’altra?


4. Compressione e decompressione

Immaginiamo una porta.

Storia

La porta collega due stanze.

Stanza A ↓ Porta ↓ Stanza B La soglia è un mezzo.


Genealogia

La porta diventa l’oggetto stesso.

Chi controlla la porta? Chi la sorveglia? Chi può passare? Chi resta fuori? Quando è stata costruita?

La soglia non collega soltanto due mondi: determina chi può abitare quei mondi.


5. Caso concreto: cittadinanza

Storicamente: straniero => naturalizzazione => cittadino

La soglia è il momento dell’inclusione.


Genealogicamente:

La domanda cambia. Perché esiste la distinzione cittadino/straniero? Quando è emersa? A quale funzione risponde? Quali forme alternative sono state escluse?

La soglia diventa visibile.


6. Il rapporto con l’altrove

Nel caso precedente avevamo l’altrove come il fuori del mondo. Ora la soglia appare come il meccanismo che produce quel fuori.

MONDO <= soglia <= ALTROVE

La storia studia il mondo e l’altrove, la genealogia studia la soglia.

Per questo, nelle tue polarità, la soglia è quasi naturalmente genealogica.


7. Levigato e Ruvido

Applicando una tua distinzione ricorrente:

Soglia levigata

È invisibile. Sembra naturale: uomo/donna, normale/anormale, cittadino/straniero, vero/falso Funziona senza essere interrogata. È la soglia che si presenta come ovvia e che favorisce l’automatismo


Soglia ruvida

Mostra le proprie cuciture. Rende percepibile il confine. Fa emergere ambiguità e ibridazioni.

Migrante, meticcio, eretico, artista, traduttore, adolescente, tutte le Figure liminali (pazzo, folle, assassino, ladro, perturbante). Figure che abitano la soglia senza superarla completamente.

Qui entriamo nella tradizione di Van Gennep, Turner, Foucault, ma anche nelle zone di indeterminazione e i sistemi complessi.


8. Formula estrema

Per “libertà” la genealogia trasformava un’essenza in un grappolo di pratiche.

Per “altrove” trasformava un luogo in una funzione.

Per “soglia” compie un passo ulteriore:

La storia vede la soglia come un passaggio tra mondi. La genealogia vede la soglia come il dispositivo che rende possibile l’esistenza stessa dei mondi. Oppure, in forma ancora più condensata: La storia attraversa le soglie; la genealogia studia chi le costruisce. E, forse, la formulazione più radicale:

La storia racconta ciò che accade dopo la soglia. La genealogia mostra che il vero evento è la comparsa della soglia stessa.

Da questo punto di vista, “soglia” sembra il concetto che meglio collega le coppie storia/genealogia, problem solving/problem posing, levigato/ruvido, perché la soglia è precisamente il luogo in cui un ordine diventa visibile come ordine e quindi torna a essere un problema.

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VALUTAZIONE

La valutazione appare spesso come una misurazione neutrale. In realtà, dal punto di vista sistemico, essa è una soglia che riduce complessità.

La soglia valutativa

Ogni esame, test o giudizio trasforma una pluralità di differenze in una distinzione più semplice:

Complessità realeDistinzione prodotta
Capacità mediche moltepliciIdoneo / Non idoneo
Processi di apprendimentoPromosso / Bocciato
Competenze cognitive eterogeneeAlto QI / Basso QI
Contributi sociali differentiMeritevole / Non meritevole
Condizioni biografiche e socialiColpevole / Innocente

La soglia agisce come un filtro.

Ciò che è continuo diventa discontinuo.

Ciò che è graduale diventa binario.


La storia descrive la soglia

La storia tradizionale ricostruisce l’evoluzione delle forme di valutazione:

  • nascita degli esami imperiali cinesi;
  • esami universitari medievali;
  • psicometria dell’Ottocento;
  • test di intelligenza del Novecento;
  • ranking e algoritmi contemporanei.

Domanda storica:

Come si è sviluppata questa forma di giudizio?


La genealogia riapre la soglia

La genealogia, in senso nietzscheano e foucaultiano, pone una domanda diversa: Perché questa distinzione e non un’altra? oppure: Quali possibilità sono state escluse affinché questa soglia apparisse naturale?

La genealogia non studia il successo della distinzione ma  le sue condizioni di possibilità.


Schema operativo genealogico

1. Qual è la distinzione?

Esempio: Esame scolastico Promosso / Bocciato


2. Quale complessità viene ridotta? Creatività, motivazione, contesto familiare, stili cognitivi, capacità relazionali, tempi differenti di apprendimento

Tutto questo viene ricondotto a un voto.


3. Chi beneficia della distinzione?

Domanda tipicamente genealogica.

La distinzione serve agli studenti? ai docenti? all’istituzione? al mercato del lavoro? allo Stato?

Spesso una soglia nasce per rendere governabile una popolazione.


4. Quali alternative sono state escluse?

Ad esempio: invece di Promosso/Bocciato potremmo avere

  • profili di competenza;
  • portfoli;
  • valutazioni narrative;
  • percorsi personalizzati.

La soglia esistente non è necessaria: è  una scelta storica.


5. Quali effetti produce?

Ogni soglia genera comportamenti. Quando introduco il voto:

  • gli studenti studiano per imparare?
  • oppure per superare la soglia?

Qui appare l’intuizione di Foucault: la valutazione non misura semplicemente i soggetti, li produce.


Applicazione ai principali sistemi di giudizio

DispositivoDistinzioneDomanda genealogica
QIIntelligente / Poco intelligentePerché l’intelligenza viene definita così?
ScuolaPromosso / BocciatoQuale idea di apprendimento è implicita?
MedicinaSano / MalatoChi definisce la normalità?
DirittoColpevole / InnocenteQuali condotte vengono criminalizzate?
MeritoMeritevole / ImmeritevoleQuanto contano le condizioni di partenza?
FrontieraCittadino / StranieroChi può attraversare la soglia?
ReligionePuro / ImpuroChi controlla il sacro?

Formulazione sintetica

La storia racconta come una soglia si sia formata.

La genealogia mostra che ogni soglia è una macchina di riduzione della complessità che trasforma differenze continue in opposizioni discrete.

La domanda genealogica fondamentale non è “Chi è dentro e chi è fuori?” ma: “Perché abbiamo costruito proprio questa porta, con questa forma, in questo punto, e chi trae vantaggio dal suo funzionamento?”

Questa formulazione si collega molto bene sia a Luhmann (la distinzione come operazione fondamentale del sistema) sia a Foucault (l’esame come tecnologia di potere) sia a Nietzsche (genealogia dei valori), permettendo di leggere esami, merito, colpa e intelligenza come dispositivi che non riflettono semplicemente la realtà, ma la organizzano e la producono.

7

CONFINE

Confine è un concetto vicino alla soglia, ma non identico: la soglia è un dispositivo di passaggio,il confine è un dispositivo di separazione. La soglia implica spesso il transito; il confine implica anzitutto la distinzione la Distanza.

Per questo la genealogia del confine diventa ancora più radicale: non riguarda tanto il passare da una parte all’altra, quanto il processo attraverso cui vengono prodotti un “dentro” e un “fuori”.


Matrice del confine

DimensioneStoria del confineGenealogia del confine
DomandaCome si sono modificati i confini?Come nasce l’idea stessa di confine?
OggettoTerritori, epoche, StatiDistinzioni, classificazioni, esclusioni
FormaLineaOperazione
LogicaDelimitazioneProduzione della differenza
TemporalitàSuccessione storicaEmergenza delle separazioni
FunzioneOrdinare il mondoRendere problematica la sua organizzazione
EsitoCartografiaCritica della cartografia

1. Approccio storico

La storia vede il confine come una linea che si sposta.

Per esempio:

Impero Romano ↓ Regni medievali ↓ Stati moderni ↓ Nazioni contemporanee↓ Unione Europea. Il confine appare come una realtà concreta.

La domanda è: dove passa il confine? oppure: Quando è cambiato? Si studiano guerre, trattati, annessioni.


2. Approccio genealogico

La genealogia cambia completamente prospettiva. Non chiede “dove passa il confine?” ma:” Perché abbiamo bisogno di tracciare un confine?” e soprattutto: “Quale operazione cognitiva precede ogni confine? La risposta: distinguere (operazione simbolica del separare)


Prima del confine geografico esiste il confine concettuale (simbolico, non naturale cioè).

Noi / Loro, Dentro / Fuori, Amico / Nemico, Normale / Anormale, Sacro / Profano, Civile / Barbaro

Il confine geografico è soltanto una materializzazione di queste distinzioni.


3. Confine e costruzione del mondo

Qui la tua opposizione storia/genealogia emerge con forza.

La storia considera il mondo già organizzato.

Mondo ↓ Confini ↓ Trasformazioni

La genealogia osserva invece il momento precedente.

Molteplicità ↓ Distinzione ↓ Confine ↓ Mondo

Il confine non separa semplicemente il mondo: produce il mondo.


4. Caso concreto: il confine nazionale italiano

Storicamente:

1861 ↓ Unità d’Italia ↓ Confini italiani ↓ Evoluzioni successive

La domanda è: come si è formato il territorio italiano?


Genealogicamente:

La domanda diventa: quando gli abitanti della penisola hanno iniziato a percepirsi come “italiani”? Perché quel confine e non un altro? Quali popolazioni sono state incluse o escluse? Quali alternative storiche sono state eliminate?

Il confine smette di essere un fatto naturale e diventa un artefatto storico.


5. Caso concreto: il confine identitario

Qui la genealogia è ancora più potente. Pensiamo alla distinzione:

civilizzato / barbaro

Storicamente possiamo seguire le varie definizioni di barbaro.

Genealogicamente chiediamo: chi trae vantaggio dal classificare qualcuno come barbaro? Quale ordine sociale viene rafforzato? Quali possibilità di relazione vengono escluse?

Il confine diventa un dispositivo di potere.


6. Compressione e decompressione

La storia comprime.

Tutti questi eventi =>  Confine francese

La genealogia decomprime.

Confine francese <= guerre, trattati, lingue, cartografie, amministrazioni, eserciti, immaginari collettivi

La linea si trasforma in una rete.


7. Confine e Altrove

Per l’altrove avevamo detto: l’altrove è ciò che il mondo colloca fuori di sé. Ora possiamo precisare:

MONDO <= CONFINE <= ALTROVE

Il confine è la macchina che produce l’altrove. Senza confine non esiste nemmeno l’altrove. L’altrove è il prodotto immaginario della separazione.


8. Confine e Soglia

Possiamo ora distinguere con precisione:

ConfineSoglia
SeparaConnette
StabilizzaTrasforma
Produce un dentro/fuoriProduce un prima/dopo
Logica spazialeLogica processuale
Figura dell’ordineFigura della transizione

Un aeroporto è una soglia. Una frontiera è un confine. Un porto può essere entrambe le cose.


9. Levigato e Ruvido

Confine levigato

Si presenta come naturale: qui finisce X, qui comincia Y. Non mostra la propria origine: sembra eterno. È il confine delle mappe scolastiche.


Confine ruvido

Mostra le sue cuciture.

È abitato da frontaliers, migranti, traduttori, contrabbandieri, meticci, minoranze linguistiche. Figure che rendono visibile l’arbitrarietà della linea.

Le zone di confine sono quasi sempre più genealogiche dei centri.

È uno dei motivi per cui le aree adriatiche, istriane, dalmate o frentane sono laboratori storici straordinari: le identità vi appaiono meno come essenze e più come stratificazioni.


Formula estrema

Per i concetti precedenti avevamo:

  • libertà → la genealogia trasforma un’essenza in un grappolo di pratiche;
  • altrove → trasforma un luogo in una funzione;
  • soglia → trasforma un passaggio in un dispositivo.

Per il confine possiamo dire:

La storia vede il confine come una linea che separa mondi; la genealogia vede il confine come l’operazione che rende possibile l’esistenza stessa dei mondi.

Oppure, nella forma più sintetica:

La storia studia ciò che sta ai due lati del confine; la genealogia studia l’atto di tracciare la linea.

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PACE

Pace è un concetto particolarmente utile  perché mostra bene il passaggio da una visione cosmologica (la pace come stato finale desiderabile) a una visione genealogica (la pace come costruzione storica, politica e semantica).

Matrice della Pace

DimensioneStoria della paceGenealogia della pace
DomandaCome si è realizzata la pace?Come è stata definita la pace?
OggettoTrattati, periodi di stabilità, istituzioniDistinzioni, interessi, rapporti di forza
FormaStato raggiuntoProcesso di costruzione
OppostoGuerraMolteplicità dei conflitti
LogicaPacificazioneProduzione dell’ordine
FunzioneStabilizzare il mondoProblematizzare il mondo pacificato
EsitoArmoniaCritica dell’armonia

1. Approccio storico

La storia costruisce una sequenza:

Conflitto ↓ Negoziazione ↓ Trattato ↓Pace

La pace appare come la soluzione del problema guerra.

Domanda: come si è ottenuta la pace?

L’attenzione cade su trattati, diplomazia, istituzioni, mediazioni, figure che hanno fermato il conflitto. La pace è la destinazione.


2. Approccio genealogico

La genealogia cambia la domanda.

Non chiede: come si ottiene la pace? Ma chi definisce ciò che chiamiamo pace? e ancora: Pace per chi? A quale prezzo? Attraverso quali esclusioni?

Qui emerge una prima scoperta: la pace non è il contrario naturale della guerra, ma una particolare organizzazione dei rapporti sociali.


3. Pax romana

Lo scarto è evidente.

La storia racconta: la Pax Romana come lungo periodo di stabilità.

La genealogia osserva: stabilità per chi?

La “pace” romana è inseparabile da esercito; amministrazione; tassazione; controllo delle periferie. La pace appare come una forma di ordine, non come semplice assenza di violenza.


4. Pace e confine

Con il concetto precedente si crea una connessione importante.

Storicamente: confine stabile =>  pace

Genealogicamente: pace ↓ chiusura dei confini ↓ produzione di inclusioni/esclusioni

Molte paci sono possibili solo perché qualcuno viene collocato all’esterno dell’ordine.


5. Pace e libertà

La storia tende a trattarle come alleate = libertà + pace

La genealogia mostra invece tensioni.

Una società molto pacificata può essere: disciplinata; controllata; omogeneizzata. Una società molto libera può essere: conflittuale; plurale; instabile.

La domanda genealogica diventa: quanto conflitto è necessario alla libertà?


6. Pace come riduzione della complessità

Qui la metafora entropica funziona molto bene.

La pace STORICA appare come: molti conflitti ↓ ordine condiviso = Riduzione della complessità percepita, Riduzione dell’incertezza, Costruzione di un mondo comune.


La GENEALOGIA compie il movimento inverso: parte dalla pace e la decomprime. PACE = Accordi gerarchi compromessi esclusioni istituzioni discorsi rituali memorie oblii

La pace appare come un grappolo di operazioni.


7. Problem solving e problem posing

Pace storica

Domanda: come possiamo ottenere la pace?

Problema: guerra; crisi; disordine.

Soluzione: negoziare; stabilizzare; integrare.


Pace genealogica

Domanda: perché consideriamo desiderabile questa particolare forma di pace? Oppure: quali conflitti vengono resi invisibili quando dichiariamo che c’è pace?

La pace diventa un problema, non una soluzione.


8. Pace levigata e pace ruvida

Questa distinzione si collega molto bene alle categorie levigato/ruvido:

Pace levigata

  • armonia;
    • consenso;
    • assenza di attrito;
    • stabilità;
    • normalizzazione.

Formula implicita: il conflitto è patologico (è MALE)


Pace ruvida

  • convivenza di differenze;
    • conflitto regolato;
    • tensione creativa;
    • pluralismo.

Formula implicita: il conflitto è inevitabile e persino produttivo. Questa seconda idea è vicina ad autori come Machiavelli, Simmel, Arendt e Mouffe.

La pace non elimina il conflitto: gli dà una forma abitabile.


9. Formula estrema

Per i concetti precedenti avevamo: libertà → da essenza a grappolo di pratiche; altrove → da luogo a funzione; soglia → da passaggio a dispositivo; confine → da linea a operazione.

Per la pace potremmo dire:

  • la storia vede la pace come la fine del conflitto;
  • la genealogia vede la pace come il modo in cui una società organizza il conflitto.

Oppure, in una formulazione ancora più radicale:

  • la storia racconta come si raggiunge la pace.
  • la genealogia mostra che ogni pace è una particolare distribuzione di forze, memorie, confini, inclusioni ed esclusioni. E quindi: la pace non è l’assenza di conflitto, ma il nome che una comunità attribuisce alla forma di conflitto che riesce a tollerare.

Questa formulazione è particolarmente coerente con la polarità storia/genealogia perché trasforma la pace da stato finale (linea retta, mondo compiuto) a campo di tensioni (reticolo, grappolo, complessità sempre riapribile).

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Progresso: meta vs desiderio

Progresso è forse il concetto in cui l’opposizione Storia/genealogia può essere riformulata nel modo più netto come:

StoriaGenealogia
Progresso come metaProgresso come desiderio
Punto di arrivoVettore
TeleologiaEnergia
Futuro realeFuturo immaginato
SoluzioneTensione
CosmologiaAntropologia
Mondo da raggiungereMancanza che mobilita

La differenza è sottile ma decisiva.


1. Storia del progresso: la meta

L’approccio storico tende a vedere il progresso come una traiettoria.

Plain Text

A ↓ B ↓ C ↓ D

Più conoscenza. Più libertà. Più benessere. Più civiltà. Il progresso è una destinazione. La domanda diventa: quanto siamo vicini alla meta? Oppure: Quanto siamo avanzati?

Qui il progresso assomiglia a una strada: la sua forza deriva dall’esistenza di un punto d’arrivo.


2. Genealogia del progresso: il desiderio

La genealogia complica il quadro. Chiede: perché gli uomini hanno bisogno di immaginare il progresso? Non guarda la meta, ma il desiderio della meta.

Scopre allora che società molto diverse hanno prodotto immagini molto diverse del futuro: il Regno di Dio;l’utopia; la rivoluzione; la crescita economica; la società tecnologica; la sostenibilità; la colonizzazione di Marte.

Le mete cambiano: ciò che permane è il movimento verso un altrove. Da questo punto di vista il progresso non è un luogo, ma  una forma del desiderio.


3. Progresso e Altrove

Qui si collega perfettamente al concetto precedente.

Storicamente: QUI ↓ LÀ

Genealogicamente: MANCANZA ↓ PRODUZIONE DI UN ALTROVE ↓ MOVIMENTO

Il progresso non sarebbe altro che un altrove temporalizzato. L’altrove nello spazio diventa il futuro nel tempo.


4. Progresso e soglia

Lo storico studia le soglie del progresso: rivoluzione scientifica, rivoluzione industriale, internet, AI Momenti di passaggio.


Il genealogista osserva invece come ogni società costruisca continuamente soglie immaginarie: ancora un passo, ancora uno sforzo, ancora una riforma

Il progresso si sposta continuamente; la meta arretra; la soglia non viene mai definitivamente attraversata.


5. Compressione e decompressione

La storia tende a comprimere. molti cambiamenti ↓ PROGRESSO

La genealogia decompone. PROGRESSO ↓ speranza, paura, escatologia, economia, tecnologia, potere, immaginazione, desiderio

Il progresso si rivela un grappolo, non una sostanza.


6. Il grande paradosso

Storicamente: il progresso esiste perché c’è una meta.

Genealogicamente: il progresso funziona perché la meta non viene mai raggiunta. Se fosse raggiunta il movimento cesserebbe.

Una società che dichiarasse “siamo arrivati” cesserebbe di essere progressista. Il progresso vive della distanza.Non dell’arrivo.


7. Pace e progresso

La storia li collega. Progresso => pace, Più sviluppo=> Meno conflitto.


La genealogia osserva che spesso il progresso genera nuove forme di conflitto, perciò la funzione reale del progresso non sarebbe produrre pace, ma produrre movimento.


8. Meta e desiderio

Questa è probabilmente la formulazione più rigorosa.

Storia: Il progresso è una meta, ha una struttura architettonica : presente → futuro. Conta il punto finale.


Genealogia: il progresso è un desiderio, ha una struttura dinamica: mancanza → tensione → movimento. Conta l’energia del processo.


9. Formula estrema

Applicando la matrice:

La storia del progresso racconta il cammino verso una meta.

La genealogia del progresso studia il desiderio che rende possibile immaginare delle mete.

Oppure, in una forma ancora più sintetica:

Per la storia il progresso è una destinazione; per la genealogia è una forza.

E forse, portando all’estremo la tua opposizione tra costruzione e decostruzione dei mondi:

La storia crede che il progresso costruisca un mondo migliore. La genealogia mostra che il progresso è il nome dato a una tensione permanente verso un altrove che nessun mondo riesce mai a saturare.

In questa prospettiva il progresso genealogico è molto vicino all’Eros platonico: non possesso del bene, ma desiderio del bene; non arrivo, ma tensione tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.

Il progresso non sarebbe allora una meta della storia, ma la forma storica assunta dall’Eros quando viene proiettato sul futuro.

EROS di NUCCI -INIZIO/FINE

EROS  di Nucci

INIZIO-FINE

La prima e l’ultima pagina di Eros di Nucci sembrano costruire una grande figura di trasformazione, mantenendo la stessa voce narrante e lo stesso spazio fisico (la strada di Kilis), ma cambiandone radicalmente il significato.

Struttura generale: stessa strada, diverso sguardo

InizioFine
DiscesaAscesa
Luce mattutina offuscataChiarificazione progressiva
Polvere, veli, ostacoli alla visioneRiconoscimento dei significati nascosti
Folla che accorre allo spettacoloIndividuo che cerca un senso
Respirazione collettiva, quasi animaleMovimento mentale e filosofico
Eros ignotoEros riconosciuto come motore

La prima pagina: il movimento verso il basso

L’incipit è dominato da una dinamica discendente.

Lo sguardo procede dall’alto verso il basso, ma questa apertura visiva non produce conoscenza. La luce dell’alba, che teoricamente dovrebbe rivelare, viene continuamente disturbata dalla polvere, dai veli, dall’affollarsi delle persone. La vista non è limpida: è una luce che illumina e allo stesso tempo nasconde.

La folla si muove come un corpo unico. Le chiacchiere ricordano quasi il grooming sociale: un continuo scambio di parole, commenti, rumor, che tiene insieme il gruppo mentre tutti si affrettano verso qualcosa che è insieme spettacolo e rito collettivo.

Le persone non sono ancora soggetti della ricerca: sono partecipanti a un evento che le trascina.

Potremmo dire che qui domina un Eros inconsapevole: c’è movimento, desiderio, attrazione, ma nessuno ne comprende l’origine.

L’ultima pagina: la strada diventa simbolo

Alla fine ricompare la stessa strada di Kilis, ma essa non è più semplice scenario.

Durante il romanzo quella strada è stata percorsa molte volte e in molte forme:

  • strada reale;
  • passaggio tra mondi culturali;
  • percorso esistenziale;
  • movimento della memoria;
  • ricerca della verità.

Per questo l’ultima apparizione è quasi una sintesi.

La taverna assume una funzione molto simile alla grotta del mito platonico. È il luogo del vivere quotidiano, del “vivere e lasciar vivere”, delle opinioni e delle abitudini. Non è un luogo falso in senso morale, ma è un luogo parziale.

Da lì il movimento riprende, stavolta verso l’alto.

Se nella prima pagina dominava la discesa nella materia, nella polvere e nella folla, nell’ultima compare una dinamica ascensionale: dalla taverna verso la polis, dalla consuetudine verso la ricerca.

Il parallelo con Platone

Qui emerge con forza la matrice platonica.

Nel Simposio Eros non è il possesso della verità, ma ciò che spinge a cercarla.

Allo stesso modo il finale non coincide con una scoperta definitiva. Non c’è una verità conquistata una volta per tutte.

C’è piuttosto la scoperta che ciò che mette in moto ogni cammino è Eros stesso.

L’oggetto della ricerca cambia continuamente, ma la forza che produce il movimento resta.

Una possibile formula interpretativa

L’intero arco tra prima e ultima pagina potrebbe essere descritto così:

All’inizio gli uomini si muovono senza sapere perché.

Alla fine il narratore comprende che il movimento stesso nasce da Eros.

Per questo la strada di Kilis diventa molto più di una strada.

All’inizio è un luogo attraversato dalla folla.

Alla fine è una figura del percorso umano: dalla percezione confusa alla ricerca consapevole, dalla partecipazione passiva allo spettacolo del mondo alla comprensione che il desiderio è il vero motore del movimento, sia fisico sia mentale.

In termini quasi “genealogici”, che tu spesso utilizzi, si potrebbe dire che il romanzo trasforma una topografia (la strada) in una noografia (la mappa del desiderio): il medesimo spazio geografico si rivela progressivamente come spazio dell’Eros, principio che mette in movimento corpi, pensieri, città e conoscenza.

2

Colono come segno dell’ascesa: il mito di sofocle con Edipo post cecità, lapratica di platone per selezionare allievi per l’Accademia, la cime come luogo fuori la grotta, dove ‘fare ricerca’, problem posing.

questo elemento rafforzi ulteriormente la tua lettura della struttura circolare e ascensionale del romanzo.

Kilis → Colono: dalla strada alla soglia filosofica

Se l’inizio è dominato dalla strada di Kilis come spazio della folla, della polvere e della partecipazione immediata allo spettacolo del mondo, il finale apre invece verso Colono, che non è un luogo qualsiasi nel paesaggio greco.

Colono porta con sé almeno tre stratificazioni simboliche.

1. Il Colono di Sofocle: Edipo dopo la cecità

In Edipo a Colono, Edipo arriva dopo aver perso la vista.

Paradossalmente, è proprio la cecità a renderlo finalmente capace di vedere.

La traiettoria è opposta a quella dell’inizio di Eros:

  • all’inizio c’è molta luce ma poca visione;
  • alla fine c’è stata una lunga esperienza di accecamento, smarrimento e ricerca che rende possibile una comprensione più profonda.

La polvere della prima pagina entra così in risonanza con la cecità di Edipo: non è l’assenza di luce il problema, ma l’incapacità di interpretare ciò che si vede.


2. Colono come luogo dell’Accademia

Colono si trova nell’area dove Platone possedeva terreni e dove sarebbe sorta l’Accademia.

Nella tradizione filosofica diventa quindi il luogo in cui non si ricevono semplicemente risposte, ma si viene educati alla ricerca.

Non è la piazza dello spettacolo.

È uno spazio di esercizio.

Se la folla iniziale corre verso un evento da consumare, Colono rappresenta il contrario:

  • sospensione;
  • studio;
  • dialogo;
  • investigazione.

Quasi un passaggio dal pubblico dello spettacolo alla comunità della ricerca.


3. Fuori dalla grotta

La tua associazione con il mito della caverna è particolarmente feconda.

Nel finale il movimento può essere letto come:

strada → taverna → polis → Colono

dove la taverna svolge una funzione analoga alla caverna:

  • luogo necessario;
  • luogo umano;
  • luogo delle opinioni;
  • luogo del “vivere e lasciar vivere”.

Ma non è il punto di arrivo.

Da lì si sale.

Non per raggiungere una verità definitiva, ma per entrare in uno spazio in cui la ricerca diventa possibile.

In questo senso Colono è meno il luogo della risposta e più il luogo della domanda.


Dal problem solving al problem posing

Qui emerge una distinzione che tu usi spesso.

All’inizio la folla sembra orientata verso il problem solving:

  • cosa succede?
  • chi vincerà?
  • cosa dobbiamo fare?

Domande immediate, pratiche, chiuse.

Il percorso del libro conduce invece al problem posing platonico.

Le domande diventano:

  • cos’è il desiderio?
  • perché ci muoviamo?
  • cosa cerchiamo davvero?
  • che rapporto c’è tra mancanza e conoscenza?

Non vengono risolte una volta per tutte.

Vengono aperte.


Formula conclusiva

Potremmo allora sintetizzare il rapporto tra prima e ultima pagina così:

La strada di Kilis all’inizio è il luogo di uomini mossi da Eros senza saperlo.

Colono alla fine è il luogo in cui si comprende che proprio Eros è il principio di ogni movimento, fisico e mentale.

Dalla polvere dell’alba alla collina dell’Accademia, il romanzo racconta il passaggio dalla partecipazione inconsapevole alla pratica della ricerca.

In questa prospettiva, l’ultima immagine non è un approdo ma una quota: il punto da cui si esce dalla grotta e si scopre che il lavoro filosofico non consiste nel possedere la verità, ma nel continuare a salire, guidati da Eros.

3

l sogno prima della mote: il cigno, l’inafferrabile, metafora della rete inestricabile di enigmi che Platone pose nel tempo e che gli Accademici banalizzano poi con le tecniche del problem solving.

Questa potrebbe essere una delle chiavi più profonde del finale di Nucci.

Il sogno del cigno che precede la morte di Platone richiama certamente il celebre motivo antico secondo cui Platone, ancora giovane, sarebbe apparso in sogno a Socrate come un cigno destinato a spiccare il volo. Ma in Eros il cigno sembra assumere una funzione ulteriore: non il simbolo di una verità posseduta, bensì dell’inafferrabile.

Il cigno contro la chiusura dell’enigma

Per tutto il romanzo Platone appare come qualcuno che non costruisce sistemi conclusi, ma apre percorsi.

Ogni dialogo lascia residui:

  • aporie;
  • tensioni irrisolte;
  • immagini simboliche;
  • miti;
  • domande che generano altre domande.

Il cigno allora può essere letto come figura di ciò che sfugge continuamente alla presa.

Come l’animale attraversa acqua, terra e aria, così il pensiero platonico attraversa livelli diversi del reale senza lasciarsi fissare definitivamente.

La rete di enigmi

La metafora che proponi della “rete inestricabile di enigmi” è molto efficace.

Platone dissemina nel tempo:

  • il mito della caverna;
  • il carro alato;
  • Eros figlio di Penia e Poros;
  • Atlantide;
  • il demiurgo;
  • l’anamnesi;
  • i numeri e le strutture matematiche;
  • il Bene oltre l’essere.

Non sono soluzioni.

Sono generatori di ricerca.

Ogni mito apre connessioni con altri miti, ogni dialogo rinvia a problemi ancora aperti.

La sua opera assomiglia più a un labirinto o a una rete che a un manuale.

Colono come antidoto al problem solving

Per questo Colono diventa importante.

Non è il luogo in cui si ottiene la risposta finale.

È il luogo in cui si impara a sostare nella domanda.

Se la strada di Kilis all’inizio è il luogo della folla che corre verso lo spettacolo e le sue spiegazioni immediate, Colono è il luogo in cui si apprende che la realtà è più complessa di qualsiasi risposta.

In termini contemporanei:

  • la folla cerca il problem solving;
  • Platone costruisce dispositivi di problem posing.

La critica implicita agli Accademici

La tua lettura suggerisce anche una critica che attraversa sottilmente il romanzo.

Dopo Platone, molti accademici tendono a trasformare ciò che era ricerca in dottrina.

L’enigma diventa formula.

Il mito diventa allegoria scolastica.

L’esercizio diventa tecnica.

L’Eros diventa teoria dell’Eros.

Quasi come se il movimento venisse congelato.

Da questo punto di vista il cigno appare come l’ultima resistenza del Platone narrato da Nucci contro la riduzione scolastica del suo pensiero.

Una possibile sintesi

Si potrebbe formulare così:

All’inizio del romanzo la folla corre verso uno spettacolo credendo di trovare risposte.

Alla fine Platone sogna un cigno che sfugge a ogni cattura.

Fra questi due poli si dispiega la scoperta che Eros non conduce alla soluzione dell’enigma, ma alla capacità di abitarlo.

Gli eredi cercano spesso di trasformare la rete di domande platoniche in un sistema di risposte; il cigno, invece, continua a volare sopra la rete, ricordando che il vero compito della filosofia non è chiudere il problema ma riaprirlo incessantemente.

In questa prospettiva, Colono, il cigno ed Eros convergono nella stessa figura: l’ascesa fuori dalla grotta non conduce al possesso della verità, ma all’ingresso in uno spazio più vasto di ricerca, dove ogni soluzione è provvisoria e ogni scoperta genera nuovi sentieri da percorrere.

4

“Amare sempre , per sempre. Lottare per la giustizia con tutto l’amore che c’è. di Due Uno. Terra e cielo. Non c’è altro da fare’:” queste le ultime parole del romano

e ultime parole del romanzo siano costruite proprio come un antidoto per il lettore contemporaneo.

«Amare sempre, per sempre. Lottare per la giustizia con tutto l’amore che c’è. Di Due Uno. Terra e cielo. Non c’è altro da fare.»

Non sembrano un programma morale nel senso ordinario. Sembrano piuttosto una risposta alla domanda che attraversa tutto il libro: che cosa mette realmente in movimento gli esseri umani?

Dal flusso all’orientamento

L’uomo del XXI secolo vive immerso nel flusso:

  • informativo;
  • economico;
  • digitale;
  • affettivo.

Tutto scorre, tutto cambia, tutto è connessione.

Ma il problema è che il flusso produce movimento senza direzione.

La folla della prima pagina di Eros è sorprendentemente contemporanea: si muove, parla, commenta, partecipa allo spettacolo, ma non sa davvero verso cosa stia andando.

L’ultima frase propone allora una forma minima di orientamento.

Non dice:

  • conoscere sempre;
  • vincere sempre;
  • risolvere sempre.

Dice:

  • amare;
  • lottare per la giustizia.

Quasi due verbi fondamentali sufficienti per attraversare l’incertezza.


“Di Due Uno”

Questa è forse la formula più platonica del finale.

Nel Simposio Eros è ciò che tende a riunire ciò che è separato.

La realtà umana è fatta di divisioni:

  • corpo e anima;
  • terra e cielo;
  • individuo e polis;
  • bisogno e conoscenza;
  • mortale e immortale.

Eros non elimina la distanza.

La attraversa.

“Di Due Uno” non significa fusione definitiva, ma lavoro continuo di connessione.

È il contrario della frammentazione contemporanea.


Terra e cielo

Qui ritorna l’immagine dell’ascesa che hai individuato.

La strada di Kilis appartiene alla terra.

Colono appartiene all’altezza.

Ma Platone non sceglie il cielo contro la terra.

L’ultima frase tiene insieme entrambi.

Come Eros nel Simposio:

  • figlio della povertà e dell’espediente;
  • mortale e immortale;
  • mancante e creativo.

La filosofia non consiste nell’abbandonare la terra per il cielo.

Consiste nel costruire continuamente un ponte.


Possibile analogia con Badiou

La parentela con Alain Badiou è notevole.

Per Badiou l’Evento è qualcosa che interrompe il normale scorrere della situazione.

Un incontro amoroso, una rivoluzione, una scoperta scientifica, un’opera d’arte.

L’Evento introduce una verità che non era deducibile dall’ordine esistente.

Ma ciò che conta non è l’Evento in sé.

Conta la fedeltà all’Evento.

Dopo l’Evento bisogna continuare.

Bisogna organizzare la propria vita attorno a quella verità.

In questo senso l’ultima frase del romanzo potrebbe quasi essere riletta in termini badiouiani:

Platone/NucciBadiou
ErosEvento
Amare sempreFedeltà
Lottare per la giustiziaProcedura di verità
Di Due UnoScena dell’amore
Ricerca infinitaFedeltà senza conclusione

Una differenza importante

Tuttavia c’è anche una differenza cruciale.

In Badiou l’Evento è una rottura.

È l’irruzione dell’imprevedibile.

In Nucci mi sembra che Eros sia più originario dell’Evento.

L’Evento accade perché esiste già Eros.

Eros è il motore che rende possibile: l’incontro; la ricerca; la filosofia; la politica; la giustizia.

Se usassimo un linguaggio deleuziano  diremmo che l’Evento è un’emersione locale, mentre Eros è il campo di forze che rende possibili tutte le emersioni.


Una lettura finale

Dopo il cigno, dopo Colono, dopo la scoperta che i dialoghi platonici sono una rete inesauribile di enigmi, il romanzo non invita il lettore a trovare la soluzione.

Invita a una pratica. Come se Platone lasciasse al lettore del XXI secolo questo messaggio:

Non trasformare l’enigma in tecnica.

Non ridurre Eros a problem solving.

Rimani fedele a ciò che ti mette in movimento.

Ama.

Cerca.

Lotta per la giustizia.

Continua a fare di Due Uno, tra terra e cielo.

In questa prospettiva, il finale non è una risposta: è l’ultimo problema aperto che Platone consegna al lettore. Proprio come il cigno, vola oltre ogni interpretazione definitiva.

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La taverna è mtfaora deigli spazi settari dell’uomo del flusso che vive del presente, nel presente, come la voce narrante (pub, curva stadio, bokclub, musei, slow food, academy varie, resort, aperitivi, festival..)

Questa lettura mi sembra molto convincente se la formuliamo non come condanna dei luoghi in sé, ma come critica di una particolare forma di esperienza.

La taverna in Eros non è il male. Platone stesso la frequenta. È il luogo del vino, delle storie, dell’amicizia, della conversazione. Il problema nasce quando essa diventa l’orizzonte ultimo.

In questo senso la taverna può essere letta come metafora di molti spazi dell’uomo del Flusso contemporaneo:

  • il pub;
  • la curva dello stadio;
  • il book club autoreferenziale;
  • il museo consumato come esperienza identitaria;
  • lo slow food come appartenenza estetica;
  • il resort;
  • il festival culturale;
  • l’aperitivo;
  • le academy e le community specialistiche.

Sono luoghi apparentemente diversi, ma accomunati da una stessa struttura.

La logica della taverna

La logica è:

stare insieme senza uscire realmente da sé.

Ci si incontra.

Si parla.

Si condividono simboli.

Si costruiscono appartenenze.

Ma spesso il movimento si chiude in un circuito.

L’energia relazionale viene continuamente riciclata all’interno del gruppo.

Per usare una tua categoria, si tratta di una forma di levigato sociale.

Tutto funziona.

Tutto è piacevole.

Tutto è riconoscibile.

Ma manca l’apertura verso l’ignoto.

Dalla polis alla nicchia

Nella polis platonica il confronto è rischioso.

Nella taverna contemporanea invece prevale spesso l’omofilia:

  • tifosi con tifosi;
  • gourmet con gourmet;
  • lettori con lettori;
  • accademici con accademici;
  • militanti con militanti.

Si riduce la distanza.

Si riduce anche l’attrito.

Si riduce però pure la possibilità dell’Eros.

Perché Eros nasce dalla mancanza, dalla differenza, dalla tensione.

Non dall’autoconferma.

Il problema non è il presente

Qui il romanzo mi sembra molto sottile.

La taverna vive nel presente.

Ma anche Platone vive nel presente.

La differenza è un’altra.

La taverna dice:

questo basta.

Eros dice:

e poi?

La taverna vuole abitare il presente.

Eros vuole attraversarlo.

Per questo il movimento finale sale verso Colono.

Non perché la taverna vada abbandonata, ma perché non basta.

Lettura badiouiana

Qui il collegamento con Badiou diventa ancora più forte.

L’uomo del Flusso vive dentro quella che Badiou chiamerebbe la “situazione”:

  • consumi;
  • reti;
  • identità;
  • preferenze;
  • appartenenze.

Ogni nicchia è una piccola situazione stabile.

L’Evento è invece ciò che rompe il circuito.

Un incontro.

Un amore.

Una scoperta.

Una domanda che non si riesce più a ignorare.

In questa prospettiva la salita da taverna a Colono può essere letta come il passaggio:

dalla situazione all’Evento.

L’Eros del romanzo assomiglia proprio a quella forza che impedisce di restare definitivamente seduti al tavolo dell’osteria.

Una formulazione estrema

Potremmo dire che per il lettore del XXI secolo la taverna non è tanto un luogo fisico quanto un ecosistema.

L’algoritmo è una taverna.

La community è una taverna.

Il festival permanente è una taverna.

La bolla culturale è una taverna.

Tutti luoghi che offrono riconoscimento immediato ma rischiano di sostituire la ricerca.

Per questo il finale suona quasi come una chiamata:

Puoi restare nella taverna.

Oppure puoi usare la taverna come punto di partenza.

L’Eros autentico comincia nel momento in cui lasci il tavolo, esci sulla strada e riprendi la salita verso Colono.

E allora “Amare sempre, per sempre” non significa coltivare un sentimento privato. Significa restare fedeli a quella forza che ci strappa continuamente dagli spazi settari dell’autoconferma e ci rimette in cammino tra terra e cielo, tra il già noto e ciò che ancora non sappiamo formulare. È, in fondo, il passaggio permanente dal problem solving della tribù al problem posing della filosofia.

LO STILE

Non è dannunziano, poco baricchiano, per nulla wallaciano o bolaniano; è piuttosto un minimalista classico con una forte matrice orale e mitopoietica.

1. Non dannunziano

D’Annunzio accumula.

  • aggettivi;
  • sensazioni;
  • preziosismi;
  • lessico raro;
  • ebbrezza della frase.

Nucci fa quasi l’opposto.

Anche quando descrive il Mediterraneo, il corpo, la luce o il desiderio, raramente cerca la saturazione estetica.

Preferisce:

  • frase relativamente piana;
  • immagine nitida;
  • ritmo narrativo.

Se dovessi trovare un’opposizione:

D’Annunzio = pieno. Nucci = sottrazione.


2. Solo superficialmente baricchiano

A volte si avverte qualcosa che potrebbe ricordare Baricco:

  • leggibilità;
  • fluidità;
  • centralità della narrazione;
  • capacità di trasformare concetti in immagini.

Ma c’è una differenza importante.

Baricco tende alla favola filosofica.

Nucci tende invece alla ricostruzione archeologica del mito.

Baricco spesso alleggerisce.

Nucci spesso scava.

Leggendo Eros non ho la sensazione di stare davanti a una parabola elegante, ma a una continua interrogazione di testi, tradizioni, frammenti, genealogie.

In questo senso è meno “musicale” e più “stratigrafico”.Per nulla wallaciano

David Foster Wallace procede per:

  • digressioni;
  • ipercoscienza;
  • note;
  • accumulo informativo;
  • saturazione del pensiero.

Nucci fa quasi l’opposto.

Wallace mette il lettore dentro una mente che non smette di produrre connessioni.

Nucci cerca invece una trasparenza quasi socratica:

lasciare che il mito e il dialogo parlino.

Laddove Wallace moltiplica il rumore, Nucci cerca una specie di silenzio attorno alle parole.


4. Nemmeno bolaniano

Bolaño lavora sul:

  • frammento;
  • assenza;
  • labirinto;
  • deriva;
  • ricerca impossibile.

Qui qualche parentela esiste.

Anche in Eros c’è una ricerca mai conclusa.

Ma Bolaño è attraversato da inquietudine, violenza, sparizione.

Nucci conserva una fiducia profonda nella possibilità del senso.

Anche quando l’enigma resta aperto.

Per Bolaño spesso il centro manca.

Per Nucci il centro c’è:

si chiama Eros.

Non è raggiungibile definitivamente, ma esiste.


5. Minimalista?

Sì, ma non alla Carver.

Direi piuttosto:

minimalismo classico.

La frase è spesso:

  • breve;
  • limpida;
  • poco ornamentale;
  • costruita per essere ricordata.

Molte pagine sembrano scritte per una lettura ad alta voce.

Come se provenissero dalla lunga tradizione:

  • Omero;
  • Platone;
  • dialogo greco;
  • racconto orale.

6. La definizione che mi convince di più: “stile mercantile mediterraneo”

La tua provocazione su “mercantile” è interessante.

Non nel senso commerciale.

Nel senso storico.

Leggendo Eros ho spesso l’impressione di una scrittura che nasce lungo le rotte del Mediterraneo:

  • taverne;
  • porti;
  • viaggiatori;
  • mercanti;
  • filosofi;
  • racconti che passano da una bocca all’altra.

Una scrittura che non ha la chiusura del trattato accademico.

Assomiglia piuttosto a una conversazione prolungata.

Ad una narrazione che accumula incontri.

In questo senso Nucci è forse più vicino a:

  • Yourcenar;
  • Chatwin;
  • Cacciari narratore;
  • alcuni dialoghi di Tabucchi;

che non ai grandi sperimentalisti contemporanei.


Se leggo Eros attraverso la chiave che stiamo costruendo

Direi che la forma del romanzo rispecchia il contenuto.

Platone nel libro non appare come un produttore di soluzioni.

Appare come un produttore di domande.

Per questo anche la scrittura evita:

  • effetti linguistici vistosi;
  • virtuosismi;
  • architetture postmoderne.

La prosa tende a farsi quasi invisibile.

Come la strada di Kilis.

All’inizio sembra soltanto una strada.

Alla fine scopri che era una mappa.

Allo stesso modo la lingua di Nucci sembra inizialmente semplice, ma pagina dopo pagina si carica di rimandi:

  • la taverna diventa grotta;
  • Colono diventa Accademia;
  • il cigno diventa enigma;
  • Eros diventa principio di movimento.

Perciò, se dovessi inventare una formula, direi:

Nucci scrive come un rapsodo minimalista del Mediterraneo: una lingua apparentemente semplice che trasporta una densa rete di miti, domande e percorsi di ricerca senza mai esibirne il peso.

Ed è forse proprio questa discrezione stilistica che rende possibile il finale: quelle ultime parole (“Amare sempre, per sempre…”) funzionano non come sentenza solenne alla D’Annunzio, né come aforisma brillante alla Baricco, ma come l’ultima battuta di una lunga conversazione iniziata sulla strada polverosa di Kilis e terminata, idealmente, sulla collina di Colono.

FISICA dell’ENERGIA, GUERRE e POLITICA del SACRO

FISICA dell’ENERGIA, GUERRE E  POLITICA

Per Roberto Battiston (ENERGIA, Una storia di creazione e distruzione, 2026)  “le leggi della fisica (in particolare la  prima e la seconda legge della termodinamica) consentono la comparsa di complessità in sistemi aperti: l’aumento dell’entropia dell’Universo non è ostacolato dalla vita , al contrario la vita è uno dei modi in cui l’entropia aumenta generando strutture ordinate lungo il percorso”

 Entro questo sfondo quale è il senso delle culture umane che si basano sulla guerra, sul colonialismo, sullo sfruttamento dell’altro uomo come fonte di energia? se un uomo politico afferma che l’ordine locale (il proprio paese) è facilmente conseguibile tramite la depredazione delle risorse di altri paesi, sta applicando questa condizione generale della fisica dell’universo?

In effetti la fisica fornisce lo sfondo teorico entro cui la guerra appare come una scorciatoia entropica. Il nucleo concettuale è che la vita e le culture sono modi locali di ridurre entropia creando ordine, mentre aumentano l’entropia globale: ma come lo fanno è la questione antropologica.

1. Termodinamica come sfondo: la complessità nasce dissipando energia

In un sistema aperto, come la Terra:

  • la vita crea ordine locale
  • ma lo fa dissipando più energia di quanta ne richieda la struttura ordinata
  • quindi contribuisce all’aumento dell’entropia dell’Universo

La complessità è un effetto collaterale della dissipazione: strutture ordinate emergono perché sono buoni modi per scaricare energia.

Le culture umane sono sistemi dissipativi complessi. Non sono “contro” la termodinamica: sono termodinamica incarnata.

 2. Guerra, colonialismo, sfruttamento: cosa sono dal punto di vista termodinamico?

Sono strategie di dissipazione accelerata.

Una società che si espande militarmente:

  • cattura energia (risorse, lavoro, terre)
  • la concentra
  • la usa per mantenere ordine interno
  • e scarica entropia all’esterno (devastazione, instabilità, impoverimento altrui)

È una strategia dissipativa ad alta intensità. Ma è anche fragile, perché:

  • aumenta la complessità interna solo se può continuare a estrarre energia dall’esterno
  • genera instabilità nei sistemi circostanti
  • crea cicli di retroazione che alla lunga destabilizzano anche il centro

In termini fisici: è un modo di creare ordine locale aumentando enormemente l’entropia globale.

 3. Le culture basate sulla guerra non sono “naturali”: sono scorciatoie entropiche

Non sono “necessarie” né “inevitabili”. Sono configurazioni culturali che sfruttano una verità fisica:

l’ordine locale può essere mantenuto scaricando entropia altrove.

Ma questo non significa che siano “giustificate” dalla fisica. Significa che sono modi primitivi di gestire flussi energetici.

Sono sistemi che:

  • non investono nella complessità interna
  • non sviluppano capacità adattive
  • non costruiscono strutture resilienti
  • preferiscono l’estrazione alla trasformazione

In termini di teoria dei sistemi: sono sistemi dissipativi a bassa intelligenza adattiva.

4. Le culture cooperative sono sistemi dissipativi più intelligenti

Una cultura che:

  • redistribuisce
  • educa
  • innova
  • crea istituzioni
  • sviluppa tecnologie
  • costruisce reti

sta facendo qualcosa di più sofisticato: usa l’energia per aumentare la complessità interna, non per depredare l’esterno.

Questi sistemi:

  • dissipano comunque energia (come tutti)
  • ma lo fanno generando complessità stabile, non instabilità

Sono sistemi dissipativi ad alta efficienza evolutiva.

 5. Quando un politico dice: “l’ordine locale si ottiene depredando altri paesi”, sta usando una verità fisica (l’ordine locale può essere mantenuto scaricando entropia altrove) ma la sta applicando in modo riduzionista e pericoloso.

Perché:

  1. Confonde una possibilità fisica con una strategia politica. La fisica non prescrive comportamenti: descrive condizioni.
  2. Ignora la dinamica dei sistemi complessi. L’estrazione crea instabilità che prima o poi ritorna.
  3. Sceglie una strategia dissipativa a bassa complessità. È come bruciare una foresta per scaldarsi: funziona subito, distrugge dopo.
  4. Trasforma un principio universale in un dogma politico. L’ordine locale ottenuto tramite depredazione è entropicamente costoso e storicamente instabile.

In sintesi:

Sì, sta usando una condizione generale della fisica, ma la sta interpretando nel modo più primitivo e meno evolutivo possibile.

 6. Sintesi ruvida (per  moduli didattici)

  • La vita: ordine locale che aumenta l’entropia globale.
  • Le culture: sistemi dissipativi che gestiscono energia e informazione.
  • La guerra: dissipazione accelerata → ordine locale + caos esterno.
  • Il colonialismo: estrazione energetica → complessità interna + fragilità sistemica.
  • La cooperazione: dissipazione intelligente → complessità interna + stabilità esterna.
  • La politica che giustifica la depredazione: applicazione rozza della termodinamica → strategia a breve termine.

 Una frase che tiene insieme fisica e antropologia: la complessità non nasce dalla forza, ma dalla capacità di trasformare energia in ordine senza distruggere il sistema che ti sostiene.

B

Applichiamo questo quadro per valutare le guerre in atto (Ucraina, Israele, Iran, Venezuela) condotte però in nome di un Ordine Ideale che giustifica l’azione distruttiva, la sua continuazione. Che fare quando l’“Ordine Ideale” diventa il linguaggio nobile di una strategia dissipativa rozza?

Proviamo a tenere insieme i casi citati dentro il quadro termodinamico/sistemico.

Conflitti e “Ordine Ideale” a confronto

ConflittoOrdine ideale dichiaratoFunzione dissipativa reale (nel quadro fisico-sistemico)
UcrainaSicurezza, sovranità, civiltà europea / mondo russoRidefinizione di sfere d’influenza, assorbimento/rottura di energia politica e economica in Europa
Israele–Palestina–IranSicurezza esistenziale, ordine regionale, lotta al terrorismoControllo di flussi energetici (territorio, risorse, rotte), gestione violenta di identità e demografia
Iran (vs Israele/USA)Resistenza, dignità nazionale, ordine islamicoDifesa di regime e proiezione di potere regionale tramite conflitto permanente e proxy
VenezuelaSovranità, giustizia sociale / democrazia e stabilità regionaleControllo di un nodo energetico (petrolio) e di un punto di leva geopolitico nel sistema americano

1. Come entra la termodinamica in questi conflitti?

Nel quadro:

  • Ogni Stato è un sistema aperto che:
    • importa energia (risorse, lavoro, capitale, informazione)
    • esporta entropia (instabilità, inquinamento, scarti sociali, violenza)
  • La guerra è una forma di dissipazione accelerata:
    • concentra energia (armi, attenzione, denaro, mobilitazione)
    • distrugge strutture (città, istituzioni, legami sociali)
    • genera enormi quantità di entropia (traumi, caos, migrazioni, degrado ecologico)

Quindi sì,  queste guerre sono modi con cui il sistema globale scarica tensioni, accumuli, squilibri. Ma il punto non è che “la fisica le giustifica”: è che la fisica ci mostra quanto siano primitive e costose come strategie dissipative.

2. L’Ordine Ideale come maschera della dissipazione

In tutti i casi che citi, l’“Ordine Ideale” ha alcune funzioni ricorrenti:

  • Legittimare la dissipazione:
    • sicurezza, civiltà, democrazia, resistenza, identità religiosa
    • diventano etichette che rendono accettabile la distruzione di strutture e vite
  • Trasformare una strategia energetica in una narrazione morale:
    • controllo di risorse, territori, rotte, alleanze
    • viene raccontato come difesa di valori, di popoli, di ordini superiori
  • Stabilizzare il consenso interno:
    • la guerra crea un “noi” compatto
    • riduce la complessità interna (dissenso, pluralità)
    • scarica la tensione verso un “altro” esterno

Dal punto di vista termodinamico:

L’Ordine Ideale è il software simbolico che rende accettabile un hardware dissipativo violento.

3. Caso per caso nel  quadro

🇺🇦 Ucraina

  • Ordine ideale dichiarato:
    • per l’Ucraina: sovranità, democrazia, appartenenza all’ordine europeo
    • per la Russia: sicurezza strategica, mondo russo, ordine multipolare contro l’egemonia occidentale
  • Funzione dissipativa:
    • scarico di tensioni accumulate (NATO, post-URSS, energia, identità)
    • enorme distruzione di infrastrutture, vite, capitale sociale
    • riassetto violento dei flussi energetici (gas, grano, rotte)

Nel  linguaggio della fisica : un sistema regionale che tenta di ristabilire un ordine di potere bruciando complessità e risorse.

🇮🇱🇵🇸🇮🇷 Israele – Palestina – Iran

  • Ordine ideale dichiarato:
    • Israele: sicurezza esistenziale, difesa dell’ordine democratico, lotta al terrorismo
    • Iran: resistenza all’imperialismo, difesa dell’Islam, ordine giusto contro l’oppressione
    • Palestina (e mondo arabo): giustizia storica, fine dell’occupazione, autodeterminazione
  • Funzione dissipativa:
    • gestione violenta di nodi identitari (religione, storia, trauma)
    • controllo di territori, risorse idriche, rotte energetiche, posizioni strategiche
    • produzione continua di instabilità che giustifica apparati di sicurezza e potere

Qui la termodinamica si intreccia con l’ontologia: la guerra non è solo gestione di energia, ma gestione di narrazioni di sé—la continuità autobiografica di Stati e popoli.

🇮🇷 Iran (nel quadro più ampio)

  • Ordine ideale dichiarato:
    • difesa della rivoluzione, dignità nazionale, ordine islamico contro la corruzione occidentale
  • Funzione dissipativa:
    • uso del conflitto permanente per:
      • consolidare il regime
      • giustificare controllo interno
      • proiettare potere tramite milizie e alleanze

Nel quadro: un sistema che mantiene il proprio ordine interno alimentando un gradiente di conflitto esterno.

🇻🇪 Venezuela

  • Ordine ideale dichiarato:
    • giustizia sociale, anti-imperialismo, difesa della sovranità
    • dall’altro lato: democrazia, diritti umani, ordine regionale
  • Funzione dissipativa:
    • nodo energetico (petrolio) in crisi
    • uso del conflitto (interno ed esterno) per ridistribuire potere e risorse
    • interventi, sanzioni, minacce militari come strumenti di controllo di flussi energetici e di influenza

Qui è chiarissimo il legame tra energia fisica (petrolio) e energia politica: la crisi del sistema produttivo diventa crisi del sistema politico, che si “risolve” con strategie dissipative (repressione, interventi, scontro).

4. Il punto chiave: questi sistemi stanno “applicando la fisica”?

Se prendiamo la domanda alla lettera (“Quando un politico dice che l’ordine locale si ottiene depredando altri, sta applicando la condizione generale della fisica dell’universo?”) la risposta, dentro il quadro che abbiamo costruito, è:

  • Sì, nel senso debole:
    • sta sfruttando il fatto che un sistema può mantenere ordine locale scaricando entropia altrove
    • e che la vita/cultura sono modi di aumentare entropia globale creando ordine locale
  • No, nel senso forte:
    • la fisica non prescrive come dissipare
    • non dice: “la via migliore è la guerra, il colonialismo, lo sfruttamento”
    • indica solo che qualunque ordine locale ha un costo entropico

Quindi questi politici non “applicano la fisica”, ma la usano come alibi implicito per strategie dissipative primitive. Sono come chi dice: “tanto tutto finisce nel caos, quindi bruciamo più in fretta”.

5. Dentro il lessico del pensiero critico : sistemi dissipativi rozzi vs complessi

Se lo traducoamo in un vocabolario didattico:

  • Sistemi dissipativi rozzi:
    • guerra, colonialismo, sfruttamento
    • ordine locale ottenuto tramite distruzione massiva di complessità altrui
    • alta entropia globale, bassa intelligenza sistemica
  • Sistemi dissipativi complessi:
    • cooperazione, istituzioni, innovazione, redistribuzione
    • ordine locale ottenuto aumentando la complessità interna e la resilienza esterna
    • entropia comunque in aumento, ma con strutture più stabili e meno distruttive

Le guerre citate appartengono chiaramente alla prima categoria: sono strategie di dissipazione che sacrificano complessità per mantenere ordini identitari e di potere.

Una frase-sintesi

Quando un Ordine Ideale giustifica la guerra, non sta elevando la fisica a etica: sta travestendo una dissipazione brutale da necessità metafisica.

C

Che rapporto possiamo istituire tra queste strategie politiche e le teorie del Sacro di Thiel (Il punto straussiano)?

Qui il punto è decisivo: le strategie politiche che hai descritto (guerra, depredazione, ordine locale ottenuto tramite distruzione) non sono solo “strategie dissipative rozze”, ma sono precisamente ciò che Peter Thiel — attraverso Girard, Strauss e Schmitt — tenta di nobilitare come “Ordine Sacro”.

Il “punto straussiano” è il luogo in cui la dissipazione violenta diventa teologia politica.

Il nucleo: Thiel non giustifica la guerra con la fisica, ma con il Sacro. Thiel non dice: “La guerra è naturale perché aumenta l’entropia.” Ma  qualcosa di più radicale: “La guerra è naturale perché l’umano è mimetico, vulnerabile, violento, e il Sacro è il dispositivo che ordina questa violenza.”

Qui entra GIRARD:

  • il desiderio è imitazione
  • l’imitazione genera rivalità
  • la rivalità genera violenza
  • la violenza genera il Sacro (capro espiatorio, ordine, comunità)

THIEL prende questa antropologia e la trasforma in politica:

  • il nemico è necessario
  • la minaccia è costitutiva
  • l’ordine nasce dal conflitto
  • la pace è instabile perché rimuove il Sacro

STRAUSS fornisce la cornice:

  • le società hanno bisogno di verità nascoste
  • il Sacro è il fondamento dell’unità
  • la filosofia deve essere esoterica, non democratica
  • l’ordine politico richiede un mito fondativo

SCHMITT aggiunge la struttura:

  • amico/nemico
  • sovranità come decisione sull’eccezione
  • conflitto come fondamento del politico

Thiel fonde tutto: il Sacro è la forma ultima dell’ordine politico.

2. Come si collega questo alle guerre attuali?

Le guerre  citate (Ucraina, Israele–Palestina–Iran, Venezuela) sono tutte accompagnate da Ordini Ideali:

  • civiltà contro barbarie
  • democrazia contro tirannia
  • sicurezza esistenziale
  • resistenza contro imperialismo
  • identità religiosa o nazionale
  • difesa del mondo libero
  • difesa del mondo tradizionale

Questi Ordini Ideali funzionano esattamente come il Sacro di Girard/Thiel:

1. Producono un nemico necessario: Il nemico non è un ostacolo: è un fondamento. Serve per creare coesione interna, identità, mobilitazione.

2. Trasformano la violenza in ordine: La guerra non è presentata come dissipazione, ma come purificazione, difesa, redenzione.

3. Legittimano la distruzione come sacrificio: le vite perdute, le città distrutte, le economie collassate diventano “prezzo del sacro”.

4. Mantengono il sistema politico attraverso l’eccezione. La guerra permette:

  • sospensione di diritti
    • concentrazione del potere
    • riduzione della complessità interna
    • mobilitazione totale

Esattamente ciò che Schmitt chiama sovranità.

 3. Il punto straussiano: l’Ordine Ideale come mito necessario

Strauss sostiene che:

  • le società non possono vivere senza miti
    • la verità nuda è destabilizzante
    • il Sacro è necessario per l’unità
    • la filosofia deve essere nascosta alle masse

Thiel applica questo alla geopolitica contemporanea:

Gli Stati hanno bisogno di un mito sacro per giustificare la violenza che li mantiene in vita.

Ecco il legame con le guerre attuali:

Ucraina

  • mito della civiltà europea / mondo russo
    • sacralizzazione della sovranità
    • nemico come fondamento dell’identità nazionale

Israele–Palestina–Iran

  • sacralizzazione religiosa e storica
    • identità come fondamento ontologico
    • conflitto come struttura permanente

Iran

  • mito della resistenza sacra
    • ordine islamico come verità superiore
    • guerra come purificazione

Venezuela

  • mito dell’anti-imperialismo
    • sacralizzazione della sovranità e della rivoluzione
    • conflitto come strumento di coesione interna

In tutti questi casi, l’Ordine Ideale è teologia politica: un modo di trasformare la dissipazione violenta in necessità metafisica.

4. Il legame profondo: Sacro = giustificazione simbolica della dissipazione

Nel quadro termodinamico:

  • la guerra è dissipazione accelerata
    • l’ordine locale si ottiene scaricando entropia altrove
    • è una strategia rozza, instabile, costosa

Nel quadro thieliano:

  • la guerra è sacralizzazione della violenza
    • l’ordine locale si ottiene tramite sacrificio
    • è una strategia necessaria per mantenere l’unità

Il punto di contatto è questo:

Il Sacro è il linguaggio che trasforma una strategia dissipativa primitiva in un ordine politico legittimo.

La fisica spiega come funziona. Thiel spiega perché viene accettata.

 5. Sintesi ruvida per moduli didattici

  • Fisica: l’ordine locale richiede dissipazione.
  • Politica primitiva: la guerra è la scorciatoia dissipativa.
  • Girard: la violenza genera il Sacro.
  • Strauss: il Sacro genera l’ordine.
  • Schmitt: l’ordine richiede il nemico.
  • Thiel: il nemico è necessario per la civiltà tecnologica.
  • Guerre attuali: il Sacro giustifica la dissipazione come destino.

 Una frase che tiene insieme tutto

Le guerre contemporanee non applicano la fisica: applicano la teologia politica del Sacro, che rende la dissipazione violenta non solo possibile, ma necessaria per l’ordine.

D

Due le procedure umane per istituire un Ordine socioculturale e politico ‘giusto’:

  • separare per poter poi connettere,
    • connettere per poter poi separare (funzioni, gerarchie).

Cioè affermare che in partenza ci sia la asimmetria e ingiustizia, oppure la simmetria e la cooperazione.

Questa domanda  tocca la grammatica profonda con cui gli umani costruiscono ordine. Le due procedure che indicate— separare per connettere e connettere per separare — sono due matrici antropologiche che ritornano in ogni epoca, istituzione, cosmologia, tecnologia.

Sono due modi di rispondere alla stessa tensione: come generare ordine da un mondo che tende al disordine?

E sono due modi di concepire l’origine dell’ordine:

  • asimmetria originaria → l’ordine nasce dalla separazione, dalla gerarchia, dalla distinzione.
  • simmetria originaria → l’ordine nasce dalla cooperazione, dalla continuità, dalla connessione.

Di seguito una mappa operativa con esempi chiari, genealogici e sistemici.

 1. Separare per poter poi connettere

(Asimmetria originaria → l’ordine nasce dalla distinzione)

Questa procedura parte da un presupposto: il mondo è caos, mescolanza, indifferenziazione. Per creare ordine bisogna separare, distinguere, gerarchizzare.

È la logica di molte cosmologie, istituzioni, sistemi politici.

✦ Esempi antropologici e storici

  • Genesi biblica
    • Dio separa luce/tenebre, acque superiori/inferiori, terra/mare.
    • L’ordine nasce dalla divisione.
  • Cosmologie greche
    • Anassimandro: il mondo nasce dalla separazione degli opposti.
    • Platone: il Demiurgo ordina separando forme e materia.
  • Caste indiane
    • L’ordine sociale è fondato sulla separazione rituale e funzionale.
  • Stato moderno (Hobbes)
    • Si separa il potere sovrano dal caos della moltitudine.
    • La gerarchia è la condizione dell’ordine.
  • Burocrazie contemporanee
    • Si separano funzioni, ruoli, competenze → poi si connettono tramite procedure.

✦ Logica sistemica

  1. Separazione (distinzione, gerarchia, ruoli)
  2. Stabilizzazione (norme, confini, identità)
  3. Connessione controllata (cooperazione regolata)

È la logica dei sistemi che temono la fusione e l’indistinzione.

 2. Connettere per poter poi separare

(Simmetria originaria → l’ordine nasce dalla cooperazione)

Qui il presupposto è opposto:

il mondo è relazione, continuità, rete. L’ordine nasce dalla connessione, e solo dopo si differenzia.

È la logica dei sistemi viventi, delle culture cooperative, delle reti.

✦ Esempi antropologici e storici

  • Cosmologie indigene (amerinde, aborigene)
    • Il mondo nasce da relazioni tra esseri, non da separazioni.
    • La differenziazione è un processo successivo.
  • Cristianesimo primitivo
    • Prima la comunità (“koinonia”), poi i ruoli (vescovi, diaconi).
  • Città medievali italiane
    • Prima la cooperazione tra arti e corporazioni, poi la distinzione dei poteri.
  • Internet e reti digitali
    • Prima la connessione universale, poi la differenziazione dei protocolli, dei servizi, delle piattaforme.
  • Biologia evolutiva
    • Prima la simbiosi (Margulis), poi la differenziazione delle specie.

✦ Logica sistemica

  1. Connessione (rete, cooperazione, scambio)
  2. Emergenza (pattern, strutture, ruoli)
  3. Separazione funzionale (specializzazione, differenziazione)

È la logica dei sistemi che vedono la complessità come emergenza, non come imposizione.

3. Le due procedure come matrici politiche

A. Ordine basato sulla separazione originaria : gerarchie forti, confini rigidi, ruoli fissi, identità come fondamento, giustizia = mantenere le distinzioni, conflitto come meccanismo di chiarificazione

Esempi:

  • imperi antichi
  • stati-nazione ottocenteschi
  • teologie politiche (Schmitt, Strauss)
  • modelli tecnocratici rigidi (il Lieo Gentile, la scuola dello STEM)

B. Ordine basato sulla connessione originaria: cooperazione, reti, ruoli fluidi, identità come processo, giustizia = equità relazionale, conflitto come occasione di rinegoziazione

Esempi:

  • federazioni cooperative
  • democrazie deliberative
  • movimenti sociali orizzontali
  • sistemi complessi adattivi
  • Come si collegano alle guerre contemporanee?

Le guerre che  citate (Ucraina, Israele–Palestina–Iran, Venezuela) appartengono quasi tutte alla prima matrice:

Separare per connettere

  • si crea un “noi” separato
  • si identifica un “altro” minaccioso
  • si stabilisce una gerarchia morale
  • si usa la connessione (alleanze, mobilitazione) per rafforzare la separazione

È la logica del Sacro di Girard/Thiel: l’ordine nasce dal sacrificio, dalla distinzione, dal nemico.

La seconda matrice — connettere per separare — è quasi assente nei conflitti attuali, perché richiede:

  • fiducia
  • cooperazione
  • processi lenti
  • istituzioni resilienti
  • capacità di gestire la complessità

La guerra è la scorciatoia della prima matrice.

 5. Sintesi operativa (levigata)

1. Separare → stabilizzare → connettere

Ordine = gerarchia, distinzione, identità. Giustizia = mantenere le differenze. Esempi: Genesi, caste, Stato moderno, Schmitt.

2. Connettere → emergere → separare

Ordine = cooperazione, rete, simbiosi. Giustizia = equità relazionale. Esempi: cosmologie indigene, biologia evolutiva, Internet.

 6. Sintesi ruvida (per EMERGENZE)

  • Separare per connettere = ordine duro, gerarchico, sacrificale.
  • Connettere per separare = ordine morbido, emergente, simbiotico.
  • Le guerre attuali = prima matrice portata all’estremo.
  • La cooperazione complessa = seconda matrice ancora minoritaria.
  • Il Sacro di Thiel = giustificazione metafisica della prima matrice.

Le due vie per “leggere”

LEGGERE

Due strade opposte per entrare in un libro (in un film anche, o in un serial..). Due strade che formano due tipi di persone completamente diverse.

A

1. Partire dal testo: la Filologia come Problem Posing

Qui il testo non è un messaggio di qualcuno, è un problema autonomo. Un oggetto linguistico, storico, materiale che resiste.

Tu parti da: cosa dice, come lo dice, cosa non dice, che parole usa, che manoscritti abbiamo, che varianti esistono. L’autore è una delle fonti, non la soluzione.

È l’atteggiamento che Freire chiamerebbe problem posing: il testo ti interroga, tu interroghi il testo.

Presupposto epistemologico: il significato non è proprietà privata dell’autore. È costruito nella lingua, nella tradizione, nella ricezione (Estetica della ricezione di Jauss). Come diceva Barthes: per far nascere il lettore, bisogna accettare la morte dell’autore come autorità.

Effetto formativo:

  • Decentramento: impari che non conta cosa voleva dire lui, ma cosa il testo riesce a dire a te. Ti abitui a sospendere l’empatia immediata per esercitare l’analisi; è un allenamento anti-narcisistico.
  • Pensiero critico e filologico: impari a tollerare l’ambiguità, la lacuna, la contraddizione. Cerchi le fonti, confronti le edizioni, contestualizzi il lessico; non cerchi una persona da amare o odiare, cerchi un problema da smontare.
  • Responsabilità del lettore: se il significato non è già chiuso nella mente dell’autore, tocca a te costruirlo argomentando. Diventi co-autore. È faticoso, ma è “democratico”: il testo non è merce che colma il tuo senso di vuoto, ma un ostacolo che spine a vie nuove.
  • Storicità: capisci che le parole hanno una storia che precede e supera l’individuo; leggere Dante così significa capire il volgare del ‘300, non “cosa provava Dante per Beatrice”; ovvero fare ipotesi sull’antropologia del tempo (di quello che passava per la testa della gente del tempo a proposito delle solite domande: chi sono? Che mondo è questo? ecc.)

Rischio se mal applicato: tecnicismo sterile, specializzazione a sè stante, accademismo, feticismo della nota a piè di pagina.

2. Partire dall’autore: la Psicologia come Individualismo

Qui il testo è una confessione, un sintomo, un prodotto. Per capirlo devi capire chi l’ha scritto. Biografia, traumi, amori, orientamento politico, post su Instagram. Si pensi al successo attuale dei biopic,  nel cinema come in libreria.

È il paradigma dominante oggi, perché è quello del mercato: l’autore come brand, come influencer ante litteram.

Presupposto epistemologico: il significato è intenzione. Se so cosa intendeva l’autore, ho capito il testo. Foucault chiamava questa la “funzione-autore”: un modo per chiudere e controllare la proliferazione dei significati. Gerarchia formativa dunque: del resto l’etimologia di autore (AUCTOR da AUGEO, far crescere) ci ricorda che, nella classificazione sociale di ogni comunità che conosce la scrittura, chi scrive si propone proprio come GUIDA, come modello, come colui che fa crescere. Che offre LA soluzione ai problemi

Effetto formativo:

  • Identificazione e consumo emotivo: non analizzi, ti immedesimi. Ti piace Leopardi perché era depresso come te, ti piace Sylvia Plath perché soffriva come te. La letteratura diventa specchio terapeutico.
  • Psicologizzazione del sapere: sposti il criterio di verità dal testo alla sincerità dell’autore. Un testo è “vero” (“ti piace” dunque) se l’autore è “autentico”. È la logica del tribunale morale contemporaneo: giudichiamo l’opera in base alla biografia. Individualismo che si autoriflette, scrittura che ai auto organizza attraverso feedback che confortano la  RIPETIZIONE, che garantiscono la SICUREZZA di un senso personale..
  • Individualismo metodologico: impari che tutto si spiega con l’individuo. Scompare il contesto, scompare la lingua, scompare la forma. Resta solo l’Io. È formativo in senso neoliberale: ti abitua a pensare che i problemi siano sempre personali, mai strutturali.
  • Delega dell’interpretazione: se solo l’autore sa cosa voleva dire, tu non puoi mai contraddirlo. La tua unica mossa è essere d’accordo o fan. È un atteggiamento fondamentalmente acritico. È adattamento all’esistente…

Rischio se mal applicato: gossip letterario, cancel culture retroattiva, riduzione di ogni romanzo ad autobiografia mascherata.

Il confronto diretto

DimensionePartire dal TestoPartire dall’Autore
Domanda chiaveCosa rende possibile questo testo?Cosa ha spinto questa persona a scriverlo?
Modello di lettoreInvestigatore, filologoDetective, psicologo, fan
Rapporto con la veritàfalsificabile, argomentabileIntenzionale, inaccessibile
Virtù che allenaimiltà, pazienza, precisioneEmpatia, ma a rischio di proiezione
Vizio che produceFreddezzaNarcisismo: parli sempre di te attraverso l’altro

B

A scuola, in una classe  la differenza è enorme.

Se insegni partendo dall’autore, la lezione è una narrazione: “Pirandello aveva una moglie pazza, quindi…” Gli studenti ascoltano una storia. Se la ricordano, bravo.

Se insegni partendo dal testo, la lezione è un laboratorio: “Ecco tre redazioni diverse de L’infinito. Perché in una c’è ‘ermo’ e nell’altra no? Cosa cambia?” Gli studenti devono lavorare sul materiale, fare ipotesi e argomentare. Non possono limitarsi ad ascoltare. Magari sbagliano della grossa, ma sperimentano la possibilità/necessità del rischio, del fallimento come fondamento del cambiamento…

Il primo modo forma consumatori di storie umane. Utile, piacevole, vendibile.
Il secondo modo forma cittadini capaci di leggere un contratto, un discorso politico, una fake news con gli stessi strumenti con cui leggono una poesia: chiedendosi non “chi è buono”, ma “come funziona questo linguaggio e a chi serve”.

La grande letteratura ha sempre bisogno di entrambi, ma l’ordine conta. Se parti dall’autore, non arriverai mai veramente al testo. Se parti dal testo, l’autore alla fine ti apparirà come un “nodo” in cui si intrecciano vari testi (e altre forze ancora) nodi che tu devi costruire;  l’autore così apparirà come ‘persona’ (maschera) molto più complessa di quanto in genere raccontano; e sicuramente meno consolatorio di come te lo eri immaginato.

Agency, Sentimenti e Campo di Lewin.

Perché l’efficacia dipende dalla capacità di vedere l’invisibile (lo sfondo, il non‑detto, il non‑percepito).

STRUTTURA LEVIGATA

Agency = capacità di agire intenzionalmente nel Campo (Lewin) riconoscendo sentimenti e sfondi invisibili

1. Il Campo di Lewin

Lewin definisce il comportamento come funzione di:

  • Persona (P) → bisogni, emozioni, tensioni
  • Ambiente (A) → forze, vincoli, possibilità

B = f(P, A) Il Campo è la totalità delle forze visibili e invisibili che agiscono sul soggetto.

Figura/Sfondo

  • Figura = ciò che appare, ciò che l’individuo crede di vedere.
  • Sfondo = ciò che determina la figura, ma non è percepito: norme, emozioni, memorie, pressioni sociali, modelli culturali.

L’efficacia agentiva nasce dalla capacità di spostare l’attenzione dallo stimolo (figura) al contesto (sfondo).

2. Sentimenti come forze del Campo

Nel testo, i sentimenti non sono stati interiori, ma forze dinamiche che modellano il Campo:

  • Paura → restringe il Campo, produce fuga.
  • Piacere → amplia il Campo, produce avvicinamento.
  • Rabbia → rompe ostacoli, ma può accecare.
  • Cura → stabilizza relazioni, crea legami.
  • Panico‑tristezza → attiva richiesta di aiuto.
  • Gioco → apre possibilità, riduce tensioni.
  • Ricerca → esplorazione, anticipazione.

Sono le emozioni di Panksepp, ma nel testo diventano vettori del Campo: direzioni di movimento, non categorie psicologiche.

3. Agency come capacità di leggere il Campo

Bandura definisce l’agency come:

  • autoefficacia
  • intenzionalità
  • capacità di influenzare eventi

Nel testo, però, l’agency è più radicale: è la capacità di vedere ciò che gli altri non vedono, cioè lo sfondo invisibile che determina la figura.

L’agency efficace richiede:

  1. Riconoscere il sentimento che sta agendo (non quello dichiarato).
  2. Capire da quale parte del Campo proviene la forza (non il sintomo).
  3. Vedere il non‑detto: norme, pressioni, modelli, aspettative.
  4. Riformulare la figura: cambiare il modo di percepire la situazione.
  5. Agire sul Campo, non sulla figura.

4. Vedere l’invisibile

Il testo lo dice chiaramente: “Ogni testo emerge da un sotto‑testo mosso da memorie ed emozioni remote.”

L’invisibile è:

  • l’inconscio cognitivo (Gestalt, Lewin)
  • il rumore emotivo (Damasio)
  • la simulazione incarnata (Gallese)
  • la pressione dello sciame (Bauman)
  • la norma del Grande Altro (Lacan)
  • la semiosfera (Lotman)

Chi non vede l’invisibile re – agisce (S1). Chi vede l’invisibile agisce (S2).

 STRUTTURA RUVIDA

Agency come arte di attraversare il Campo emotivo, decifrare lo sfondo e intervenire sulle forze che non si vedono

1. Il Campo è una lotta

Non è uno spazio neutro: è un campo di tensioni, di pressioni, di attriti.

Le emozioni sono correnti, non stati:

  • la paura stringe
  • la rabbia spinge
  • la cura avvolge
  • il panico spezza
  • il gioco apre
  • la ricerca trascina

L’individuo è immerso in un vortice di forze.

2. La figura è un inganno

Ciò che appare non è ciò che determina:

  • un conflitto non nasce dal tema, ma dalla tensione invisibile
  • una scelta non nasce dalla logica, ma dalla memoria emotiva
  • una decisione non nasce dal pensiero, ma dal campo affettivo

La figura è la superficie del problema. Lo sfondo è la sua verità operativa.

3. L’agency è un atto di disvelamento

L’agency non è “fare qualcosa”. È vedere ciò che gli altri non vedono:

  • la pressione del gruppo
  • la paura che non si dice
  • il desiderio che muove
  • la norma che vincola
  • il modello che si imita
  • il rumore che disturba
  • la memoria che orienta

L’agency è una forma di chiaroveggenza cognitiva.

4. L’efficacia è una questione di percezione

Non vince chi è più forte. Vince chi vede meglio.

L’efficacia dipende da:

  • leggere il Campo
  • riconoscere la forza emotiva dominante
  • intuire la direzione del movimento
  • intervenire sullo sfondo, non sulla figura
  • creare un nuovo simbolo che riorganizza il Campo

L’agency è ri‑configurazione del Campo.

SINTESI OPERATIVA

AGENCY = capacità di vedere lo sfondo invisibile del Campo emotivo e intervenire sulle forze che lo attraversano.

Chi vede solo la figura → reagisce. Chi vede lo sfondo → agisce.

ARTIFICATION

Secondo Dissanayake, l’ARTIFICATION è un tipo di comportamento riscontrabile universalmente.

In qualsiasi cultura gli adulti, esclusivamente nei confronti dei neonati, adottano comportamenti elaborati, ripetitivi, esagerati:

  • utilizzano specifiche emissioni vocali,
  • movimenti ritmici,
  • effusioni ed espressioni facciali insolite.

I neonati, a loro volta, guidano queste interazioni tramite le loro reazioni positive o negative, indirizzando i loro interlocutori nella scelta delle espressioni, dei suoni e dei movimenti. I neonati stimolano, plasmano e influenzano in vari modi il ritmo, l’intensità e la varietà dei vari comportamenti assunti durante questo particolare tipo di relazione interpersonale.

 A tutto questo va aggiunto che i neonati sono capaci di un elaborazione intermodale (cross-modal) e percepiscono i segnali vocali, visivi e cinetici simultaneamente (Schore 1994).

 Questo scambio di informazioni associate, questo scambio di “pacchetti” di informazioni provenienti da varie modalità sensoriali, ha anche una specifica qualità temporale. Lo scambio comunicativo presenta un elaborato tempismo ed un preciso coordinamento temporale che viene sviluppato seguendo un adattamento reciproco le cui “regole” vengono formulate durante il processo (Beebe 1986; Beebe, Stern and Jaffe, 1979; Beebe et al. 1988; Nadel et al. 1999; Papoušek and Papoušek 1981; Stern 1971).

Lo sviluppo di questo scambio coordinato tra il neonato e chi lo cura, ed il conseguente accordarsi di questi comportamenti a livello fisico, emotivo e cognitivo, presenta benefici cognitivi e sociali per il bambino. La Dissanayake (2007, 2009a) afferma che questa interazione sia un processo adattivo passato in gran parte inosservato tra gli psicologi evoluzionisti, un adattamento comportamentale volto ad assicurare che le madri avessero un legame affettivo con la prole e conseguentemente garantisse al neonato le cure necessarie durante le prime fasi dello sviluppo.

 Questi segnali ritualizzati propri delle madri ancestrali, sarebbero stati adattivi in quanto avrebbero rinforzato, per mezzo della ripetizione, dell’esagerazione e dell’elaborazione, le reti neurali responsabili dei sentimenti di affinità. I neonati che inducevano nella madre frequenti comportamenti di attenzione e cura avrebbero goduto di maggiori possibilità di sopravvivenza e le loro madri avrebbero goduto un maggior successo riproduttivo. (Scherer and Zentner 2001). Madre e infante, avrebbero entrambi goduto di questo successo evolutivo inconsapevolmente guidati dal senso di piacere che ne avrebbero tratto.

 Il piacere, viene fatto notare, è la ricompensa anche di altri comportamenti adattivi in relazione

  • al sesso,
  • al cibo,
  • al riposo,
  • all’essere ammirati
  • ed allo stare al caldo.

Ritualizzazione ed emotività.

Il processo di ritualizzazione, secondo la Dissanayake (2009a), conferisce importanza a certi segnali specifici tramite operazioni che mirano ad attrarre ed a mantenere l’attenzione delle altre persone. In uno stato di coscienza ordinario non facciamo esperienza di emozioni vere e proprie, ma i nostri stati affettivi possono essere descritti come fluttuazioni dell’umore: con valori positivi, negativi o neutri. Reazioni emotive vere e proprie vengono innescate da discrepanze o cambiamenti improvvisi che suscitano il nostro interesse consapevole.

 Partendo dalla teoria che la comprensione (appraisal) di un indice saliente o nuovo avviene nella forma dell’anticipazione del significato di tale evento in relazione ai propri interessi vitali (Watson and Clark 1994), la Dissanayake suggerisce che tutti gli artisti, operanti con qualsiasi medium, attuino gli stessi comportamenti istintivi osservati dagli etologi durante i comportamenti ritualizzati delle altre specie animali.

Tramite la semplificazione o la formalizzazione, la ripetizione con o senza variazioni, l’esagerazione e l’elaborazione, oggetti, materiali, corpi, ambienti, suoni e scansioni ritmiche presenti nella realtà quotidiana vengono “resi speciali” (made special), passano dal dominio dell’ordinario a quello dello straordinario (Hogan 2003; Jakobson 1971; Mukařovský 1964/1932; Shklovsky 1965/1917) (STRANIAMENTO).

Per mezzo di questi comportamenti gli artisti riuscirebbero ad attrarre ed a sostenere l’attenzione del loro pubblico inducendo ed influenzando le loro emozioni proprio come fanno i neonati con le proprie madri.

 Artification

Questi comportamenti evoluti nel corso delle interazioni con i neonati vengono considerati operazioni proto-estetiche responsabili di aver prodotto una sorta di bagaglio di capacità e di sensibilità.

Una volta utilizzato in modo consapevole ed in un nuovo contesto culturale, questo insieme di capacità e di sensibilità si sarebbe poi evoluto in una predisposizione comportamentale che sarebbe divenuta nuovamente adattiva.

Queste pratiche di artification portate avanti durante le cerimonie ed i riti religiosi sarebbero inavvertitamente divenuti nuovamente adattivi. La partecipazione ad un rito avrebbe prodotto due benefici adattivi, sia per i singoli individui che per l’intero gruppo. In circostanze incerte, l’aver avuto un “qualcosa da fare” sancito culturalmente avrebbe alleviato l’ansia e la partecipazione in un’attività temporalmente organizzata avrebbe rinforzato i legami all’interno del gruppo.

La Dissanayake sottolinea il fatto che gli effetti suscitati dalle arti

  • non sono dati dalla mera presentazione di stimoli che attivano moduli cognitivi e percettivi capaci di dirigere l’attenzione verso informazioni salienti,
  • ma dalla manipolazione che viene fatta di questi stimoli. Le reazioni emotive sarebbero suscitate dall’arrangiamento di questi stimoli in relazione ad altri stimoli e dalle altre operazioni compiute al fine di conferire una qualità estetica.

Secondo la artification hypothesis una precisa comprensione della produzione e della fruizione artistica sarebbe più ampia e profonda rispetto al punto di vista prevalente negli studi di psicologia sperimentale e di neuroestetica (Brown e Dissennayake, 2009).

 Opposizione ad una concezione occidentale di arte

 Nelle critiche che i sostenitori dell’artification hypothesis muovono nei confronti degli studi estetici di stampo neuroscientifico e di psicologia sperimentale viene sottolineato il fatto che l’arte viene spesso caratterizzata o fatta coincidere con la bellezza (Dutton, 2009; Martindale, Locher, & Petrov 2006; Thornhill 2003), con il talento (Dutton 2009), con l’originalità (Miller 2000), con la creatività (Martindale, Locher e Petrov 2006; Miller 2000; Dutton 2009) o con la rarità (Dutton 2009), ma che in culture diverse da quella occidentale, la produzione e la partecipazione artistica risultano diffuse e frequenti, alla tradizione viene spesso dato un valore superiore sia rispetto alla creatività che alla novità, e che alla bellezza vengono spesso preferite la paura e lo shock. Secondo Dissanayake e colleghi, molti studi di estetica sperimentale e di neuroestetica partono da un concetto troppo radicato nella cultura occidentale moderna. Opere d’arte, ma anche paesaggi ed altre scene presenti nel campo visivo, vengono trattati come se fossero entità statiche percepite da soggetti statici. Gli studi etnologici su altre culture e società raramente ci informano di opere d’arte statiche e di osservatori contemplativi come avviene in molti studi di estetica sperimentale ed a questo proposito occorre notare come, anche all’interno della cultura occidentale nel corso del XX secolo abbiamo assistito in campo estetico, psicologico ed artistico ad uno spostamento dell’attenzione dalla contemplazione alla partecipazione che muove dalla percezione come fenomeno passivo alla percezione come esplorazione e creazione attiva (Gibson, 1986; Neisser, 1976), dall’opera chiusa all’opera aperta, dal messaggio alla polisemanticità (Jakobson 1985; Eco, 1962; Barthes, 1977), dal genio ispirato al produttore (Marinetti 1909; Benjamin, 2008), dall’oggetto alle relazioni (Heidegger, 1935; Duchamp, 1973; Dèbord 1967, 1998; Deleuze e Guattari, 2003; Borriaud, 2010). La prospettiva bioevolutiva proposta dalla Dissanayake riserva un forte atteggiamento critico nei confronti della estetica filosofica occidentale moderna. La sua posizione non esclude che ci siano altri approcci possibili allo studio dei prodotti del cervello umano, ma insiste sul fatto che tali approcci debbano prendere in considerazione le nozioni fondamentali della biologia evoluzionistica.

La ricerca della Dissanayake muove dall’assunzione che il lungo processo evolutivo che ha disegnato il cervello umano (e non) ha fatto in modo che i suoi prodotti fossero innanzitutto fenomeni di tipo biologico, fenomeni il cui valore risiede principalmente nel contributo positivo dato alla sopravvivenza delle creature che li possiedono. Ne consegue che per trovare una giustificazione biologica all’arte occorre chiedersi quale sia il suo contributo positivo all’evoluzione della specie, una nozione che l’autrice vede scontrarsi con la nozione secondo la quale il valore estetico di un prodotto sia qualcosa che esula dalla sua utilità pratica. La domanda che si pone la Dissanayake è: “esiste un modo interessante o rilevante secondo il quale possiamo accettare che l’arte contribuisca, o abbia contribuito, positivamente all’evoluzione della specie?” (Dissanayake,

An addition to skill and intuition, other qualities and characteristics pervade

ideas about art today:artifice (something contrived, “artificial” rather than natural, imitative rather

than the real thing)

beauty and pleasure (admiration and enjoyment)

the sensual quality of things (color, shape, sound)

the immediate fullness of sense experience (as contrasted with

habituated, unregarded experience)

order or harmony (shaping, pattern-making, achieving unity or wholeness)

 innovation (exploration, originality, creativity, invention, seeing things in a

new way, surprise)

adornment (decoration, display)

self-expression (presenting one’s personal view of the world)

a special kind of communication (conveying information in a special kind

of language; symbolizing)

non-utilitarian (made for its own sake, having no function)

serious and important concerns (significance, meaning)

make-believe (fantasy, play, wish-fulfillment, illusion, imagination)

heightened existence (exalted emotion, ecstasy, self-transcendence

Which of these meanings or connotations are included in our notions of

rock art? Philosopher Denis Dutton has offered a “cluster” definition of art

considered as a universal cross-cultural category.

1

He lists twelve characteristics,

most or all of which he claims will be found in artifacts and performances that are

typically called art. Dutton’s list includes features of works of art themselves as

well as qualities of the experience of art. These are:

 giving direct pleasure

 skill and virtuosity

 style

 novelty and creativity

 a critical language of judgment and appreciation

 representation

 a special focus or bracketing-off from ordinary life

 expressive individuality

 emotional saturation

 intellectual challenge

 art traditions and institutions

 imaginative experience

DIZIONARIETTO per DOCENTI

Un vocabolario minimo per leggere la scuola contemporanea quando è schiacciata su competenze tecnocratiche e benessere immediato.

Nella scuola attuale  i docenti sono troppo orientati alle ‘competenze ‘ specialistiche’  e a favorire uno stato di ‘benessere qui e ora ‘ dei discenti.

Un dizionarietto critico‑operativo dunque, per entrare in modo non riduzionistico nella pratica dell’insegnamento nella scuola attuale che rispecchia le logiche riduttive e fluide del neoliberismo imperante. Emerge da una grammatica epistemologica precisa: quella che definisce il conoscere come effetto della polarità levigato/ruvido, frutto di una serie di genealogie, di procedure anti‑riduzionista, orientato alla complessità e alla mappa dei dispositivi culturali.

 È un vocabolario minimo per leggere la scuola contemporanea quando è schiacciata su competenze tecnocratiche e benessere immediato.

A

QUEL CHE C’E’

🌀 Benessere Qui‑e‑Ora

Definizione Stato emotivo immediato del discente assunto come criterio di verità pedagogica. La lezione deve “far stare bene”, non “far crescere”.

Funzione nel sistema

  • Stabilizza il gruppo.
  • Riduce conflitti.
  • Trasforma la scuola in spazio terapeutico.

Effetto collaterale

  • Evita la complessità.
  • Elimina la dimensione tragica dell’apprendere.
  • Produce infantilizzazione.

🧩 Competenza (versione scolastica attuale)

Definizione Micro‑protocollo operativo che permette di svolgere un compito circoscritto. Non sapere, ma saper fare qualcosa di piccolo.

Funzione nel sistema

  • Misurabilità.
  • Rendicontazione.
  • Allineamento con modelli aziendali.

Effetto collaterale

  • Frammentazione del sapere.
  • Scomparsa della genealogia, del contesto, della storia.
  • Riduzione dell’intelligenza a performance.

🧘 Regolazione Emotiva

Definizione Capacità di gestire le emozioni durante l’apprendimento, spesso trattata come obiettivo primario.

Funzione nel sistema

  • Evitare attriti.
  • Garantire “clima sereno”.
  • Trasformare il docente in facilitatore emotivo.

Effetto collaterale

  • Rimozione del conflitto come motore cognitivo.
  • Neutralizzazione del pensiero critico.
  • Scomparsa del ruvido.

🧪 Didattica Esperienziale

Definizione Attività pratiche, laboratoriali, “hands‑on”, spesso senza cornice teorica.

Funzione nel sistema

  • Aumentare l’engagement.
  • Rendere la scuola “divertente”.
  • Produrre evidenze immediate.

Effetto collaterale

  • Perdita della dimensione simbolica.
  • Scomparsa dell’astrazione.
  • Prevalenza del “fare” sul “pensare”.

🎭 Docente‑Facilitatore

Definizione Figura che non trasmette sapere, ma gestisce processi, emozioni, dinamiche.

Funzione nel sistema

  • Allineamento con modelli aziendali e coaching.
  • Riduzione del docente a operatore del flusso.

Effetto collaterale

  • Scomparsa dell’autorevolezza epistemica.
  • Perdita della funzione critica.
  • Docente come animatore.

📊 Rubrica di Valutazione

Definizione Griglia che trasforma ogni attività in indicatori misurabili.

Funzione nel sistema

  • Rendicontazione burocratica.
  • Trasparenza apparente.
  • Standardizzazione.

Effetto collaterale

  • Uccisione dell’interpretazione.
  • Riduzione del giudizio a punteggio.
  • Scomparsa del tragico e del qualitativo.

🧘‍♂️ Mindfulness Scolastica

Definizione Pratiche di respirazione, rilassamento, consapevolezza introdotte come strumenti didattici.

Funzione nel sistema

  • Gestione del gruppo.
  • Prevenzione del disagio.
  • Produzione di “benessere”.

Effetto collaterale

  • Medicalizzazione dell’aula.
  • Sostituzione della pedagogia con la psicologia.
  • Neutralizzazione del conflitto cognitivo.

📱 Gamification

Definizione Uso di meccaniche da videogame per motivare gli studenti.

Funzione nel sistema

  • Aumento dell’attenzione.
  • Allineamento con logiche di piattaforma.
  • Trasformazione dell’apprendimento in intrattenimento.

Effetto collaterale

  • Dipendenza dal premio.
  • Scomparsa della motivazione intrinseca.
  • Riduzione del sapere a livelli.

🧠 Soft Skills

Definizione Competenze trasversali (comunicazione, teamwork, problem solving) trattate come obiettivi primari.

Funzione nel sistema

  • Allineamento con richieste aziendali.
  • Misurabilità.
  • Neutralizzazione dei contenuti.

Effetto collaterale

  • Scomparsa delle discipline.
  • Riduzione della scuola a preparazione al lavoro.
  • Perdita della genealogia culturale.

🌀 Inclusività (versione amministrativa)

Definizione Insieme di procedure per garantire partecipazione e serenità.

Funzione nel sistema

  • Evitare conflitti.
  • Stabilizzare il gruppo.
  • Produrre “clima positivo”.

Effetto collaterale

  • Rimozione della differenza.
  • Appiattimento delle identità.
  • Scomparsa del ruvido come risorsa.

📚 Unità di Apprendimento (UDA)

Definizione Struttura modulare che organizza attività, competenze, evidenze, rubriche.

Funzione nel sistema

  • Rendicontazione.
  • Standardizzazione.
  • Allineamento con modelli europei.

Effetto collaterale

  • Scomparsa della lezione come forma culturale.
  • Perdita della continuità narrativa.
  • Didattica come prodotto.

🧭 Compito Autentico

Definizione Attività che simula un problema reale.

Funzione nel sistema

  • Aumentare la motivazione.
  • Collegare scuola e mondo del lavoro.
  • Produrre evidenze valutabili.

Effetto collaterale

  • Scomparsa dell’inutile necessario (letteratura, filosofia, arte).
  • Riduzione del sapere a utilità.
  • Perdita della dimensione simbolica.

🔥 Sintesi genealogica (per docenti)

La scuola attuale è costruita su tre assi:

  1. Tecnocrazia delle competenze → frammentazione, misurabilità, protocolli.
  2. Psicologizzazione del benessere → clima sereno, regolazione emotiva, mindfulness.
  3. Economia dell’attenzione → gamification, engagement, docente‑facilitatore.

Risultato:

La scuola diventa un dispositivo di gestione del presente, non di costruzione del futuro.

B

DIZIONARIETTO PER UNA SCUOLA DEL FUTURO (30 VOCI)

Versione narrativa‑operativa per EMERGENZE (S1 + S2)

🔵 1. Complessità

La realtà come intreccio di sistemi, retroazioni, limiti, emergenze. Non semplificare: orientarsi nel groviglio.

🔵 2. Agency

Capacità di incidere sul mondo, non solo di adattarsi. Il discente come attore, non come utente.

🔵 3. Pensiero Critico

Domandare, smontare, ricostruire. Non “opinioni”: argomentazioni.

🔵 4. Figura/Sfondo

Vedere ciò che appare e ciò che sostiene l’apparire. La scuola come esercizio di percezione strutturale.

🔵 5. S1 + S2

S1: la forma narrativa, il racconto, la scena. S2: la struttura, la mappa, la logica. Ogni contenuto deve avere entrambi.

🔵 6. Filologia della Genealogia

Ricostruire da dove viene ciò che usiamo. Ogni concetto ha una storia: leggerla è già pensare.

🔵 7. Dialettica dell’Argomentazione

Tesi, antitesi, sintesi non come schema, ma come movimento. Il conflitto come motore cognitivo. Prove non solo opinioni, Argomentazioni (deduzioni, induzioni, abduzioni, analogie) analitiche come play e non come game

🔵 8. Problem Posing

La ricerca non risolve problemi: li genera meglio. Domande che aprono mondi.

🔵 9. Ruvido/Levigato

Ruvido: attrito, conflitto, frizione. Levigato: chiarezza, forma, essenzialità. La scuola deve oscillare omeostaticamente

🔵 10. Mappa/Percezione

Disegnare il mondo per poterlo attraversare. La mappa è un atto politico. La ‘verità’ è un atto di ‘costruzione’ non di ‘scoperta’

🔵 11. Temporalità Lunga

Pensare in secoli, non in trimestri. La scuola come macchina del tempo. Pro – azione vs Re -Azione

🔵 12. Narrazione Critica

Raccontare per capire, non per intrattenere. La storia come dispositivo di orientamento, come soft power che innesca attrvarso script attrattivi dei frames che colmano il campo di Lewin

🔵 13. Emergenza

Ciò che nasce dall’interazione, non dal piano. La classe come ecosistema. (Bertalanfy . Ordine dal disordine più che dall’Ordine (sistemi chiusi)

🔵 14. Liminalità

Stare sulla soglia, nel passaggio. La scuola come spazio di transizione. La scuola come MEDIUM che accompagna il sistema dei media e fornisce strumenti per utilizzarli in modo ‘personale’ più che per ‘consumarli’ on demand

🔵 15. Simbolico

Ciò che dà senso oltre l’utile. La cultura come eccedenza.

🔵 16. Ritmo

Alternanza di intensità, pause, accelerazioni. La lezione come composizione musicale. La scuola come prospettiva e strumento omeostatico di percezione e costruzione del reale (bottom up + top down)

🔵 17. Frizione Cognitiva

Il momento in cui qualcosa non torna. Lì nasce il pensiero. Inciampo e fallimento come kairòs necessaria per modificare l’esistente

🔵 18. Ecologia del Sapere

Le discipline non sono isole: sono biomi. Collegarle è necessario. Only connetct.

🔵 19. Interdipendenza

Ogni azione modifica il sistema. Responsabilità come effetto collaterale dell’agency. La rete aperta come modello del reale di ogni tipo

🔵 20. Strutture Invisibili

Norme, abitudini, cornici. Renderle visibili è già trasformarle. Campo di Lewin

🔵 21. Esercizi di Soglia

Attività che portano gli studenti fuori equilibrio. La crescita avviene ai margini. Uscendo dalla soglia (proiettandosi, trnsgredendo) e non esasperando quel che c’è all’interno della soglia (purezza, perfezione, performance)

🔵 22. Micro‑deviazioni

Piccoli gesti che cambiano il flusso. La scuola come laboratorio di variazioni. La pratica del quotidiano connessa alle grandi narrazioni delle varie discipline.

🔵 23. Genealogia delle Parole

Ogni parola è un fossile. Scavarla è un atto politico. Ogni etimologia consente di vedere i problemi a cui la parola all’origine dava risposta

🔵 24. Ambiguità Fertile

Non tutto deve essere chiaro subito. La complessità richiede attesa. L’Ordine va costruito a partire dal Disordine: ogni evento, gesto, parola, ‘strana’ è fonte di apertura di nuove finestre per guardare e rappresentare le cose

🔵 25. Conflitto come Informazione

Non evitare il conflitto: leggerlo. Ogni attrito dice qualcosa del sistema, delle connessioni che connettono quel che non si pensa

🔵 26. Domande Non Finite

Domande che non cercano risposta, ma movimento. La scuola come officina del possibile. Problem posing

🔵 27. Traduzione

Passare da un linguaggio all’altro. La comprensione è sempre traduttiva. I codici sono rappresentazioni diverse di cose in se prive di significato. La relatività di ogni codice detta dalla diversità delle situazioni: necessità di rilevare le differenze, spostare nell’Altrove da cui nasce quel codice altro e dar forma ‘personale’ alla diversità

🔵 28. Risonanza

Ciò che vibra tra docente e discente. La conoscenza come evento relazionale. Conflitto e non protocollo di esecuzione solamente. Codici diversi delle due categorie emergono da storie e necexxxità e responsabilità diverse. Il docente è tenuto a porsi il problema e cercare soluzioni (anche soprattutto nuove9 a quel che emerge come strano dal conflitto. Oltre la psicologia e la cura insomma, l’antropologia, la semiotica, il cognitivo…

🔵 29. Sguardo Obliquo

Guardare il problema da un angolo inatteso. La creatività è deviazione.

🔵 30. Futuro come Genealogia del Presente

Il futuro non si prevede: si costruisce leggendo il presente come sistema di possibilità.

🔥 VERSIONE NARRATIVA PER EMERGENZE (S1)

(mini‑racconto che integra le 30 voci)

Una classe entra in aula. Non sa ancora che sta entrando in un ecosistema complesso.

Il docente non chiede “come state?”, ma: “Qual è la domanda che oggi vi mette in difficoltà?”

La lezione non inizia con un contenuto, ma con una frizione (un tempo si diceva dissonanza) cognitiva. Qualcosa non torna. Qualcosa chiede di essere guardato con sguardo obliquo.

Gli studenti disegnano una mappa: figura e sfondo. Capiscono che ciò che vedono è solo una parte del sistema. Il docente mostra la genealogia della parola chiave del giorno: da dove viene, chi l’ha usata, come è cambiata.

Poi arriva il problem posing: una domanda che non cerca risposta, ma movimento. La classe si divide, non solo attacca le parole del docente : conflitto. Il docente non lo spegne: lo legge. Il conflitto è informazione. Propone strumenti (delle proprie discipline) in cui i casi particolare di frizione specidica acqusitano un signficato generale . dallo script al frame.

Nasce una narrazione critica: gli studenti raccontano ciò che hanno capito, ciò che non hanno capito, ciò che vibra. È la risonanza.

La lezione si chiude con una micro‑deviazione: un gesto, un’idea, un dubbio che cambia il flusso. Il futuro non è lontano: è la genealogia del presente che si apre.

C

BIBLIOGRAFIA PER UNA SCUOLA DEL FUTURO

Antropologia • Semiotica • Neuroscienze • Complessità • Epistemologia

🟦 1. Antropologia della Complessità

Per capire l’umano come sistema, non come individuo.

Claude Lévi‑Strauss

  • Le strutture elementari della parentela
  • Il pensiero selvaggio Funzione: struttura, figura/sfondo, sistemi simbolici.

Mary Douglas

  • Purezza e pericolo Funzione: cornici invisibili, tabù, ordine sociale.

Victor Turner

  • The Ritual Process Funzione: liminalità, soglia, trasformazione.

Clifford Geertz

  • Interpretazione di culture Funzione: narrazione critica, contesto, densità simbolica.

Gregory Bateson

  • Verso un’ecologia della mente Funzione: ecologia cognitiva, retroazioni, complessità.

Tim Ingold

  • Lines Funzione: processualità, percorsi, agency incarnata.

🟩 2. Semiotica e Strutture del Senso

Per leggere ciò che non si vede: sfondo, cornici, dispositivi.

Ferdinand de Saussure

  • Corso di linguistica generale Funzione: S1/S2, struttura, differenza.

Charles Sanders Peirce

  • Collected Papers Funzione: triadi, segni, inferenza, abduzione.

Umberto Eco

  • Trattato di semiotica generale Funzione: sistemi di significazione, enciclopedia.

Algirdas J. Greimas

  • Semantica strutturale Funzione: attanti, strutture profonde, narrazione.

Jurij Lotman

  • La semiosfera Funzione: sistemi culturali, confini, traduzione.

Michel Foucault

  • Le parole e le cose Funzione: episteme, genealogia, dispositivi.

🟥 3. Neuroscienze e Cognizione Complessa

Per integrare S1 (intuizione, narrazione) e S2 (struttura, logica).

Daniel Kahneman

  • Thinking, Fast and Slow Funzione: S1/S2, bias, decisione.

Antonio Damasio

  • L’errore di Cartesio Funzione: emozione come struttura cognitiva.

Gerald Edelman

  • Neural Darwinism Funzione: selezione neurale, emergenza.

Michael Gazzaniga

  • The Mind’s Past Funzione: cervello narrativo, interpretazione.

Stanley Dehaene

  • Consciousness and the Brain Funzione: soglia, accesso, attenzione.

Karl Friston

  • articoli sul Free Energy Principle Funzione: predizione, modelli, complessità.

🟧 4. Fisica della Complessità e Sistemi Dinamici

Per pensare la scuola come ecosistema, non come macchina.

Ilya Prigogine

  • La fine delle certezze Funzione: irreversibilità, caos, ordine emergente.

Murray Gell‑Mann

  • Il quark e il giaguaro Funzione: complessità, pattern, adattamento.

Stuart Kauffman

  • At Home in the Universe Funzione: auto‑organizzazione, reti, emergenza.

Stephen Jay Gould

  • La vita meravigliosa Funzione: contingenza, evoluzione, genealogia.

Geoffrey West

  • Scale Funzione: scaling laws, città, sistemi viventi.

Melanie Mitchell

  • Complexity: A Guided Tour Funzione: introduzione sistemica, reti, modelli.

🟪 5. Epistemologia, Genealogia e Pensiero Critico

Per costruire la scuola come dispositivo di futuro.

Thomas Kuhn

  • La struttura delle rivoluzioni scientifiche Funzione: paradigmi, crisi, soglia.

Paul Feyerabend

  • Contro il metodo Funzione: pluralismo, ribellione epistemica.

Karl Popper

  • Logica della scoperta scientifica Funzione: falsificabilità, problem posing.

Hannah Arendt

  • La crisi dell’educazione Funzione: nascita, mondo, responsabilità.

Bruno Latour

  • Non siamo mai stati moderni Funzione: reti, attori, ibridi.

Donna Haraway

  • Manifesto Cyborg Funzione: liminalità, ibridazione, agency.

🟫 6. Pedagogia Critica e Ricerca come Problem Posing

Per trasformare la classe in laboratorio di complessità.

Paulo Freire

  • Pedagogia degli oppressi Funzione: dialogo, coscientizzazione, agency.

John Dewey

  • Democrazia e educazione Funzione: esperienza, inquiry, comunità.

Jerome Bruner

  • La cultura dell’educazione Funzione: narrazione, scaffolding, significato.

Lev Vygotskij

  • Pensiero e linguaggio Funzione: zona di sviluppo, interazione, mediazione.

Edgar Morin

  • La testa ben fatta Funzione: complessità, connessione, riforma del pensiero.

Basil Bernstein

  • Class, Codes and Control Funzione: cornici, codici, potere.

🟨 7. Strumenti Trasversali per Figura/Sfondo, Ruvido/Levigato, S1/S2

Autori che funzionano come “chiavi” per questa grammatica.

Gaston Bachelard — La formazione dello spirito scientifico Michel Serres — Il contratto naturale Ernst Cassirer — Filosofia delle forme simboliche Mark Johnson & George Lakoff — Metaphors We Live By James Gibson — The Ecological Approach to Visual Perception Deleuze & Guattari — Millepiani Artaud — Il teatro e il suo doppio Pasolini — Scritti corsari

Funzione: soglia, attrito, percezione, dispositivi, ruvido.

🔥 Come usare questa bibliografia

Tre modalità operative

1. Genealogia

Ogni autore è un antenato di una voce della  mappa (agency, complessità, liminalità…).

2. Dispositivo

Ogni opera è un modulo per EMERGENZE:

  • frizione cognitiva
  • mappa
  • narrazione critica
  • micro‑deviazione

3. Curriculum del futuro

Si puo’ costruire un percorso in 6 settimane:

settimana 6: pedagogia critica

settimana 1: antropologia

settimana 2: semiotica

settimana 3: neuroscienze

settimana 4: complessità

settimana 5: epistemologia

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