Oggi una delle fonti di dubbio e di urto è dare un nome a quel che succede in generale a livello sociale e politico, come culturale ed economico.
L’equivoco più forte da affrontare è quello sulla connessione del presente al passato di una nazione come l’Italia. Il Fascismo antico ha o no contatto e conseguenti sviluppi con qualcosa che avviene oggi?
Una chiave decisiva è data dal saggio di Eco che parla di ur-fascismo identificando la qualità specifica nel fascismo nel suo uso dei dispositivi politici moderni (come lo stato e altre istituzioni di coordinamento sociale) ai fini della restaurazione della modalità premoderna di dare stabilità alle comunità, in termini di stabilità garantita da relazioni solo emotive, cioè di persone che si legano in modo personale secondo relazioni di tipo affettivo (riconoscimento, cura, protezione).
Proviamo a tracciare una distinzione netta, operativa e genealogica tra fascismo storico e ur‑fascismo (nel senso di Eco),
Estetica della massa: parate, simboli, rituali collettivi.
Tecnologie
Radio, cinegiornali, stampa controllata.
Comunicazione unidirezionale: il capo parla, la massa ascolta.
Funzione antropologica
Trasformare individui in corpi disciplinati.
Ridurre complessità in specifici spazi di ordine, gerarchia, destino comune. (i treni in orario!!!)
2. UR‑FASCISMO (ECO ): NON UN REGIME, MA UN PATTERN RICORRENTE DI MENTALITÀ E FORME CULTURALI)
Eco individua il fascismo come tratti di una struttura mentale che si definisce attraverso elementi antropologici precisi: il culto della tradizione, il rifiuto della complessità, la paura della differenza, l’ossessione del complotto, l’identità come appartenenza emotiva, il linguaggio povero e sloganico e soprattutto il nemico come figura necessaria.
3. IL SALTO: COME L’UR‑FASCISMO SI RICODIFICA NELLA SOCIETÀ DEL FLUSSO
Qui entriamo nel terreno proprio dell’industria culturale neoliberale: invasione delle menti attraverso costruzione di adeguati processi di frame, script, flussi, intrattenimento, identità reattive.
Nella società contemporanea:
non c’è più la milizia ma la community
non c’è più la parata ma il feed
non c’è più il capo carismatico ma il creator o il leader‑brand
non c’è più la dottrina ma il meme
non c’è più la violenza organizzata ma la polarizzazione performativa
L’ur‑fascismo diventa una forma culturale, non un progetto politico strutturato.
4. UR‑FASCISMO COME FORMA DELL’INTRATTENIMENTO
Nella cultura del Flusso, l’ur‑fascismo assume tratti nuovi
– Identità come fandom : appartenenza emotiva, difesa del leader come “idolo”, narrazione contro un nemico: rituali digitali (commenti, meme, raid)
– Linguaggio ridotto a slogan: semplificazione estrema; frame binariLnoi/loro, puri/corrotti); estetica del “ruvido” come autenticità
. Politica come spettacolo: indignazione come contenuto, conflitto come intrattenimento, leader come performer
– Complessità rifiutata: preferenza per narrazioni brevi, emotive; sospetto verso istituzioni, media, scienza; frame complottisti come scorciatoie cognitive
– Comunità come tribù digitali: echo chambers; identità costruite nel feed; appartenenza immediata, non mediata
5. LA MATRICE COGNITIVA: NEURONI SPECCHIO, FRAME, SCRIPT
Qui la ricerca neuro – scientifica si incastra perfettamente: l ’ur‑fascismo contemporaneo è una macchina di frame e script, non un’ideologia sistematica
I neuroni specchio favoriscono
l’imitazione emotiva che consente il contagio affettivo
l’identificazione con il leader/creator come Soggetto Supposto Sapere (come fonte di contatto col mistero) e quindi l’eliminazione di ogni situazione di dubbio cioè di ansia o angoscia (la responsabilità tutta a chi ‘ci’ guida)
la polarizzazione di idee e brand come risonanza corporea: la binarietà dei frame proposti semplifica , riduce la complessità
i Frame principali sono: “noi contro loro”; “la verità nascosta”; “il popolo tradito”
E gli Script: indignarsi, condividere, smascherare, difendere il gruppo[1]
6. LA FORMA-FLUSSO: PERCHÉ OGGI L’UR‑FASCISMO È POSSIBILE
La Società del Flusso (come la definiscono alcuni studiosi) produce identità reattive, tempo compresso, attenzione frammentata, corpi emotivi, narrazioni brevi e brand come leader.
In questo ecosistema, l’ur‑fascismo non appare come “ritorno del passato”, ma come forma adattativa: semplice, emotiva, identitaria, spettacolare, immediata. Efficace possibilità di trovare un ‘orientamento’ “hic et nunc”, senza cadere nelle esitazioni e nelle malinconie dell’incertezza e del trauma lacaniano.
È la versione “pop” e “reattiva” di un pattern antico. Objet petit-a a portata di mano , oggi, con il Lercato e l’Industria Culturale che crea asaturazione di possibili oggetti del desiderio a breve portata di mano. A patto di non porsi problemi sulle conseguenze : e il frame comunità tradizionale (che riduce lo spazio sociale ad un Noi limitatissimo) si offre come la proposta più efficace.
7. MAPPA COMPARATIVA
dimensione
FASCISMO STORICO
FASCISMO CONTEMPORANEO
Identità
Organica nazionale
Tribale digitale, fandom
Potere
Verticale gerarchico
Reticolare memetico
Violenza
Disica organizzata
Simbolica performativa
Linguaggio
Propaganda
Meme slogan semplificazione
Media
Radio parate
Feed piattaforme
Leader
Duce
Brand creator, influenxer
Cultura
Mito nazionale
Intrattenimento polarizzato
Funzione
Disciplinare
Reattiva emotiva
8
Sintesi finale
IL FASCISMO STORICO È UN REGIME POLITICO CON MILIZIE, VIOLENZA, GERARCHIA, STATO‑NAZIONE.
L’UR‑FASCISMO È UN PATTERN MENTALE CHE OGGI SI RICODIFICA NEI FLUSSI DIGITALI, NELLE TRIBÙ DELL’INTRATTENIMENTO, NEI FANDOM POLITICI, NEI FRAME BINARI E NELLE IDENTITÀ REATTIVE.
Non è il ritorno del passato: è la mutazione contemporanea di un archetipo. aggiornata alla Società del Flusso e dell’Intrattenimento. he cosa può fare l’arte e che cosa può fare l’intellettuale dentro un ur‑fascismo che non è più un regime, ma una forma culturale del Flusso e dell’Intrattenimento.
9
L’ARTE
Che cosa può fare l’arte e che cosa può fare l’intellettuale dentro un ur‑fascismo che non è più un regime, ma una forma di dominio antropologico.
Nell’ur‑fascismo contemporaneo l’identità è reattiva, non progettuale
Se è vero che entro questo spazio antropologico, il conflitto è intrattenimento, non politica, il linguaggio è meme, non discorso; la comunità è tribù digitale, non corpo sociale; la verità è frame (semplice connessione di elementi) non argomentazione, e il leader è brand, non istituzione, ebbene in questo ecosistema, l’arte e l’intellettuale non possono più occupare le posizioni novecentesche (avanguardia, critica, opposizione, pedagogia).
L’arte e l’artista devono ricodificarsi, assumendo quattro funzioni, che corrispondono a quattro posizioni possibili rispetto all’esistente.
A. Arte come conferma del Flusso (arte‑intrattenimento)
Intenzione: piacere, visibilità, partecipazione al feed.
Azione: estetica levigata, immediata, memetica.
Posizione: interna al sistema. Un tempo la si sarebbe definita Kitsch. Oggi più propriamente è quella inserita nelle logiche di mercato, con attenzione al numero di clienti, lettori, spettatori utenti ecc.
È l’arte che produce immagini e testi veloci, adattai quindi ai tempi del feed e che usa il linguaggio del meme per comporrei i suoi brevi testi. Certamente lo scopo fondamentale è di non creare attrito, di favorire nello spettatore il riconoscimento di qualche frame / script consolatorio, che pur a fronte di disordini e crisi alla fine consenta di confermare l’ordine esistente
In questa forma, l’arte non contrasta l’ur‑fascismo: lo accompagna.
B. Arte come rumore (glitch, ruvido, attrito)
Intenzione: interrompere la fluidità.
Azione: glitch, distorsione, lentezza, opacità.
Posizione: frizione interna.
È l’arte che introduce la complessità dove il sistema (il mercato, l’ideologia neolib) vuole semplicità: in pratica rallenta dove il feed accelera, mostra il corpo ( e le sue imperfezioni) laddove il sistema vorrebbe avatar (simulazioni perfette che danno inciampo), di fatto crea dissonanza dove il sistema vuole identità tribale (armonia interna al gruppo ristretto, al ceto privilegiato che ‘legge’, partecipa a festival o a feste megagalattiche ecc..). crea davvero ‘novità’ (news) laddove il sistema dei media chiama news le ripetizioni narrative di format sociali auto regolativi (il Noi vs l’Altro)
È l’arte che mostra come si costruisce un nemico, rivela la logica del fandom politico, espone la retorica del “noi/loro” e svela la macchina dell’indignazione
Qui l’arte diventa pedagogia della complessità.
D. Arte come spazio altro (mondi possibili)
Intenzione: creare alternative immaginative.
Azione: costruire mondi, rituali, comunità non tribali.
Posizione: esterna, liminale.
È l’arte che inventa nuove forme di relazione e crea comunità non identitarie, producendo immaginari non polarizzati e apre possibilità invece di chiuderle
Qui l’arte diventa laboratorio antropologico.
La funzione dell’intellettuale nell’ur‑fascismo del Flusso
L’intellettuale non è più il maestro (modernità) o il critico (novecento) e nemmeno il tecnico (tardo novecento)
Nella società del Flusso, l’intellettuale può assumere quattro posizioni.
A. L’intellettuale‑performer (interno al Flusso)
Intenzione: visibilità.
Azione: semplificazione, slogan, presenza continua.
Posizione: integrato.
È l’intellettuale che diventa brand, parla per meme, produce indignazione come contenuto
In questa forma, l’intellettuale rafforza l’ur‑fascismo.
B. L’intellettuale‑cartografo (analisi dei flussi)
Intenzione: mappare, non giudicare.
Azione: genealogie, modelli, sistemi.
Posizione: liminale.
È l’intellettuale che mostra come funzionano i frame, analizza le dinamiche del feed, spiega la logica delle tribù digitali
Qui l’intellettuale diventa strumento di orientamento.
C. L’intellettuale‑filtro (complessità contro semplificazione)
Alain de Botton, School of Life → filosofia semplificata come lifestyle
Jonathan Franzen (interventi pubblici) → posizioni polarizzanti
Funzione: alimentare il Flusso.
B. L’intellettuale‑cartografo: mappa i sistemi: genealogie, modelli, complessità.
Caratteristiche: analisi sistemica, genealogie, modelli operativi, sguardo non polarizzato
Esempi:
Michel Foucault, Sorvegliare e punire → genealogie del potere
Donna Haraway, Staying with the Trouble → ecologie complesse
Bruno Latour, Non siamo mai stati moderni → reti, attori, sistemi
Byung‑Chul Han, La società della stanchezza → diagnosi del presente
Mark Fisher, Realismo capitalista → mappa dell’immaginario contemporaneo
👉 Funzione: orientare.
C. L’intellettuale‑filtro: introduce lentezza, complessità, profondità.
Caratteristiche: rifiuto della velocità, rifiuto della semplificazione, approfondimento, contestualizzazione (situazione come puzzle da costruire – Perec)
Esempi:
Martha Nussbaum, Non per profitto → difesa della complessità democratica
Giorgio Agamben, Homo Sacer → concetti lenti, stratificati
Judith Butler, Frames of War → complessità del linguaggio e del corpo
Remo Bodei, Le forme del bello → pensiero articolato
Funzione: resistere alla semplificazione.
D. L’intellettuale‑artigiano di mondi; crea alternative, prototipi, immaginari, istituzioni nuove.
Caratteristiche: progettazione, immaginazione politica, prototipazione sociale, comunità alternative
Esempi:
Paolo Virno, Grammatica della moltitudine → nuove forme di vita collettiva
Fred Moten & Stefano Harney, The Undercommons → comunità sotterranee
Achille Mbembe, Brutalisme → nuove categorie per il presente
Timothy Morton, Hyperobjects → nuovi modi di pensare il mondo
Silvia Federici, Calibano e la strega → genealogie per nuovi immaginari politici
Funzione: inventare futuri.
SINTESI
Funzione
Arte
Intellettuale
Esempi
INTRATTENIMENTO
KOONS, MURAKAMI
PETERSON, DE BOTTON
CONFERMA
ATTRITO
BACON, STEYERL
NUSSBAUM, CALASSO
FRIZIONE
CONTRO‑FRAME
FAROCKI, HOLZER
FOUCAULT, FISHER
CRITICA
MONDI POSSIBILI
ELIASSON, GATES
HARAWAY, MOTEN
ALTERNATIVA
[1] A ben guardare le cronache questi comportamenti non riguardano lo schieramento che defininiamo per tradizione di Destra, ma anche la gran parte dei gruppi che si autodefiniscono Sinistra: Indignazione, difesa del gruppo, condividere, smascherare sono le performance con cui si danno identità ‘attiva’ questi gruppi. La loro agency di fatto corrisponde ad una serie di atti dettati immediatamente dalle emozioni e non dalla riflessione. Le loro fonti sono del resto ‘nostalgiche’ come quelle di destra. Marx, Berlinguer…
Uccellacci e Uccellini mette in scena in forma di favola filosofica, la critica al progetto della Cultura della Modernità che (dal Rinascimento al marxismo) si propone di correggere – per così dire la Natura- educando i corpi degli uomini a ricorrere maggiormente alla ragione (alla mente) per emanciparsi dalle pulsioni. Questo progetto che assegna a chi legge e scrive libri il compito di guidare il cambiamento- è arrivato al suo punto di esaurimento.
Il punto d’arrivo però, secondo Paolini, è la società del Consumo non quella dell’Emancipazione; in cui il Popolo – disponendo di soluzioni immediate per il soddisfacimento delle proprie pulsioni – per quanto codificate in forme non animalesche – non ha più bisogno dell’intellettuale che gli spieghi i misteri, gli dica le verità universali. L’uomo del dopoguerra, l’uomo della società del libero mercato, della competizione, dell’intrattenimento, non si pone più domande sul reale, ma si limita sopravvivere nelle situazioni. Dopo le catastrofi del primo Novecento, non crede più nella storia e si limita a sopravvivere. Quindi elimina la figura stessa dell’intellettuale guida, anche nella forma gramsciana dell’intellettuale organico.
Per comprendere il senso filosofico del racconto possiamo ricorrere a strumenti di analisi forniti dalle teorie elaborate dalla cultura occidentale proprio nel Secondo Novecento, come lo strutturalismo.
1
La trama
Riassumiamo Uccellacci e Uccellini attraverso il filtro dello schema attanziale di Greimas. Ogni ruolo non è solo funzione narrativa, ma figura del processo storico‑europeo (dal 1500 a oggi) che Pasolini mette in scena in forma di favola filosofica
SOGGETTO
Totò e Ninetto
Funzione attanziale: i viandanti, i cercatori di senso.
Antropologia generale:
Le due figure della storia rappresentano l’uomo comune nella modernità, né pienamente arcaico né pienamente moderno. I protagonisti vivono in una condizione di transito, senza strumenti per interpretare il mondo: è di fatto la condizione dell’uomo che vive nelle società che si autodefiniscono moderne, che vivono il presente in attesa di cambiamenti che dovrebbero migliorare la loro condizione, ma che di cui poco capiscono. Di fatto incarnano la frattura tra corpo popolare (quella che ancora nel Novecento si denomina “massa”) e la cultura alta dei ceti che si arrogano il compito (il privilegio, la responsabilità di fatto) di “daee la storia”, di cambiare l’esistente (utopie, città ideali, rivoluzioni, riforme..)
Antropologia storica (1500–oggi):
I due personaggi, nella loro caratterizzazione particolare, sono figure dell’eredità del contadino rinascimentale che entra nella storia moderna senza averla scelta. Portano dentro di sé la lunga genealogia dell’uomo popolare europeo – pre‑borghese, pre‑razionale, pre‑illuminista – quindi la parte della modernità che non ha partecipato al progetto moderno, ma ne subisce gli effetti. In concreto rappresentano la crisi del Soggetto moderno: non hanno progetto, non hanno teleologia, non hanno “mondo” e ‘vagano’, esposti a quello che qualhe decennio dopo verrà identificato come “flusso”-
In sintesi, Totò e Ninetto (figure del Soggetto) sono l’Europa popolare che attraversa la modernità senza comprenderla, e che alla fine resta sola, senza più maestri né ideologie. La condizione già prefigurata in Accattone.
OGGETTO
La conoscenza / il senso del mondo / la direzione della storia
Funzione attanziale: ciò che il Soggetto cerca.
Antropologia generale
È la ‘meta’ tanto deificata e cercata –in varie forme, sotto varie narrazioni ideologiche – ma sempre labile e instabile anche quando sembra raggiunta. E’ l’oggetto mancante della modernità, il fallimento della Grande Promessa, che –proprio nel moto continuo senza conclusione- pone il NUOVO problema della dine Novecento: come vivere dopo la fine delle grandi narrazioni?
Antropologia storica:
Dal 1500 in poi l’Europa costruisce un progetto di razionalizzazione del mondo (scienza, Stato, economia, tecnica) cioè di correzione della Natura per renderla prevedibile e controllabile in modo da avere il controllo del Tempo (moderno questo significa), ma dopo le grandi catastrofi del Novecento, questo progetto entra in crisi: guerre mondiali, capitalismo avanzato, guerra fredda, fine delle ideologie rendono evidente che l’oggetto del desiderio è irraggiungibile. La modernità non sa più dare senso
In sintesi: l’oggetto del desiderio è la promessa moderna di un mondo ordinato e comprensibile, che però si dissolve davanti ai protagonisti.
DESTINANTE
Il Corvo intellettuale marxista
Funzione attanziale: colui che assegna la missione, che dà il senso.
Antropologia generale:
il corvo è la figura dell’intellettuale europeo che, carico di conoscenze che pensa ‘universali’ (cioè vere senza dubbio9 , esperto di dialettica, si assume lil compito di guidare l’umanità (tutta, anche fuori dell’Europa) grazie a procedure di estrema razionalità (Cartesio duce). Ma di fronte all’insorgere continuo di fallimenti si fa anche coscienza critica della modernità, nel senso che si assume col tempo il compito di decostruire quella che ha contribuito a erigere. Sullo sfondo del Modernismo novecentesco, il corvo assume puà essere visto anche come figura tragica della fine dell’intellettuale
Antropologia storica:
Se è vero che nasce con l’Umanesimo (1500) la figura dell’intellettuale come guida morale verso il cambiamento del reale, esso si sviluppa soprattutto con l’Illuminismo (1700) quando emerge l’intellettuale come legislatore della ragione. Il culmine si ha nell’Ottocento e Novecento quando l’intellettuale non si limita a interpretare il Mondo ma pretende di cambiarlo materialmente . insomma l’intellettuale si propone coscienza politica (Marx, Gramsci). Ma questa ipotesi entra in crisi negli anni ’60: la cultura popolare non lo ascolta più, la società dei consumi lo rende inutile
In sintesi: Il corvo è la morte dell’intellettuale europeo: parla, spiega, interpreta, ma nessuno lo segue. Alla fine viene mangiato.
DESTINATARIO
Il popolo / l’umanità comune / la comunità dei viandanti
Funzione attanziale: colui che dovrebbe beneficiare dell’azione.
Antropologia generale:
il Popolo, quella cosa che per tutta la modernità viene chiamata popolo, è il soggetto collettivo che dovrebbe ricevere la “verità”, ma non è più in grado di accoglierla. Oggi esistono gli sciami, i fandom, aggregazioni non di destino ma di situazioni in cui si offre la densità, non il senso nascosto del divenire delle cose. E se si continua a usare la parola Popolo è perché surrettiziamente si tende a ri – costruire una cosiddetta Identità, secondo le strategie mitopoietiche che una volta erano prodotti spontanei delle comunità premoderne, e oggi formidabili strumento di invasione delle menti dei singoli che si trovano immersi nel Rumore del Mondo e privi di orientamento cercano comunque un punto di riferimento.
Antropologia storica:
Dal 1500 al 1900 il popolo è il destinatario del progetto moderno (educazione, emancipazione, cittadinanza), ma quando nel secondo Novecento il popolo diventa massa, non più comunità, il destinatario non è più in grado di ricevere il dono dell’intellettuale
In sintesi: Il destinatario è un soggetto che non esiste più perché la modernità ha dissolto il popolo in individui consumatori.
AIUTANTI
Gli uccellini evangelizzati (i frati francescani)
Funzione attanziale: facilitatori del percorso.
Antropologia generale:
Rappresentano la tradizione religiosa come forma di cura e di comunità. Sono la memoria di un mondo in cui il senso era condiviso sulla base di una visione ciclica del tempo concreto (in cui domina cioè l’accettazione pura e semplice dei ritmi che la natura impone) e teleologico trascendente della storia: il giudizio, la giustizia sono rinviate al dopo vita, quando sarà il sacro a rimettere le cose a posto, nell’attesa la chiesa s assume il compito di fare ‘volontariato’ – per dirla con le parole di oggi- di favorire una antropologia della solidarietà- almeno in teoria estesa a tutti (nella logica del cosmopolitismo classico) anche se di fatto molto spesso rivolta solo ai membri delle comunità ristrette. Il monachesimo in effetti è quel movimento dal basso che cerca davvero di realizzare questa solidarietà in direzioni universali, contro la stabile difesa delle asimmetrie da parte delle strutture ecclesiali emerse nei secoli.
Antropologia storica:
Dal 1500 in poi, con l’affermazione della modernità (cioè della potenzialità per ogni individuo di ‘leggere’ per così dire il Libro – cioè ‘farsi’ diverso da quello che è nato) la religione perde progressivamente il ruolo di guida, e gli ordini monastici diventano sempre più strumenti di difesa dell’esistente gerarchia. Nel film appare come residuo, come eco di un passato che non può più tornare: certamente oggi è un aiuto , ma inefficace perché non può più orientare la storia e si limita ad azioni marginali (assistenza, cura, gestione dell’esistente insomma).
In sintesi: Gli aiutanti sono la nostalgia dell’Europa cristiana, che però non può più salvare nessuno.
OPPONENTI
La Storia stessa / la modernità / il capitalismo nascente
Funzione attanziale: ciò che ostacola il Soggetto.
Antropologia generale
L’opponente non è un personaggio, ma un processo: è la forza impersonale che disgrega comunità, senso, tradizione. Sono nomi, slogan, al massimo quando e se emergono con evidenza; ma per lo più è quel procedere oscuro delle cose, che nel loro connettersi invisibile, costruisce situazioni che le nuove scienze chiamano ‘sistemi emergenti’. Sempre instabili, aperte, determinao eventi e sorprese che vengono percepite come fallimenti da parte di chi ha installato progetti, percorsi da problem solving (come di fatto tutte le ideologia moderne, tutti i sistemi filosofici che presumono di dire la verità, sulla base di una ontologia ferma da scoprire con la ricerca)
Antropologia storica:
Dal 1500 nasce lo Stato moderno che comporta il disciplinamento di ogni diversità, e che dal 1700:, sotto la spinta dell’ Illuminismo punta alla razionalizzazione del reale e dell’umano a ogni livello. Però dal 1800, con il capitalismo industriale emerge l’alienazione: il singolo perde il senso del suo agire, perde fiducia nel progetto di cambiamento della natura sì che dal 1900 cerca e trova senso nel consumo (estetico ormai più che economico), grazie all’emergere della società dei consumi. Il risultato effettivo è l’ omologazione. In particolare negli anni ’60 col trionfo del mercato (grazie all’emergere dei nuovi media) si assiste alla progressiva morte delle ideologie
In sintesi: L’opponente è la modernità come macchina impersonale che divora tutto: popolo, intellettuali, tradizioni, senso.
1.7 La struttura complessiva (Greimas + antropologia)
Ruolo attanziale
Figura
Antropologia generale
Antropologia europea (1500–oggi)
Soggetto
Totò e Ninetto
Uomo comune in transito
Popolo europeo dislocato dalla modernità
Oggetto
Senso / direzione della storia
Oggetto mancante
Crisi del progetto moderno
Destinante
Corvo marxista
Intellettuale
Fine dell’intellettuale europeo
Destinatario
Popolo
Comunità dissolta
Massa consumatrice
Aiutanti
Frati / uccellini
Tradizione religiosa
Residuo dell’Europa cristiana
Opponenti
Modernità
Processo impersonale
Stato, tecnica, mercato
2
PERCHÉ IL CORVO VIENE MANGIATO
A
Perché Pasolini mostra che il progetto moderno europeo (dal Rinascimento al marxismo) – che voleva educare, emancipare, guidare – è arrivato al suo punto di esaurimento.
Il popolo non ha più bisogno dell’intellettuale che si propone come colui che dire la verità universale perché non cerca più senso: non crede più nella storia e si limita a sopravvivere (come afferma ne Le ceneri di Gramsci) scegliendo di dare densità al presente assoluto del consumo.
Mangiare il corvo significa:
la modernità divora il suo stesso maestro.
B
Perché Pasolini sceglie proprio l’immagine scandalosa e arcaica di un corpo umano che mangia un corpo-intellettuale?
La risposta, in termini antropologici, è potentissima: non è una gag. È un gesto rituale. È un atto di antropologia europea.
2.1
Livello immediato
L’ immagine è volutamente materiale, biologica, animale. Pasolini ci dice che quando la modernità fallisce, l’uomo torna al corpo: non al pensiero e alla storia(ad un altro modo di rappresentare e raccontare le cose),e nemmeno alla politica (alla fiducia in qualcuno o qualcosa che modifichi o migliori l’esistente). Si torna semplicemente al corpo. Alla sopravvivenza che è immediatamente identificabile col bisogno di cibo (la fame) ma col mercato diventa (vedi Lacan) bisogno di oggetti sostitutivi del senso che manca (merce di ogni tipo come archivio non di saperi ma di piaceri, desideri a portata di mano immediata)
È il ritorno dell’Animal che avevamo mappato in Accattone.
Livello antropologico: il cannibalismo come gesto di passaggio
In molte culture arcaiche, mangiare qualcuno significa assorbirne la forza, chiudere un ciclo, trasformare un ordine simbolico, prendere su di sé ciò che l’altro rappresentava
Totò e Ninetto mangiano il corvo perché non possono più ascoltarlo per essere educati e guidati. Allora lo assorbono, lo consumano e lo chiudono. È un rito di fine dell’intellettuale europeo.
2.2
Livello storico
il corpo popolare divora il corpo dell’intellettuale (1500–oggi)
Dal Rinascimento in poi, l’Europa ha costruito una figura centrale, l’intellettuale come guida morale, politica, razionale:
con l’Umanesimo, l’intellettuale è un maestro
Con l’Illuminismo, l’intellettuale è un legislatore della ragione
Nell’ Ottocento si fa coscienza critica
E nel Novecento si propone come rivoluzionario (Marx, Gramsci)
In Uccellacci e uccellini, come visto, questa genealogia finisce: il popolo non ha più bisogno dell’intellettuale perché non crede più nella storia, nel progresso, nella rivoluzione e tanto meno nella cultura alta
Allora cosa resta? Il corpo. Il corpo che mangia il corpo.
2.3
Livello simbolico: la modernità divora se stessa
Se è vero – nella rappresentazione metaforica del film, che Il corvo è la modernità critica e Totò e Ninetto sono la modernità popolare, allora quando il popolo mangia l’intellettuale, Pasolini mostra di fatto la modernità che consuma la propria coscienza.
È un gesto di autofagia culturale: la modernità non viene distrutta da un nemico esterno, ma si mangia da sola.
2.4
Livello antropologico profondo: ritorno all’Animal
Mangiare il corvo significa ritorno alla PULSIONE, che spinge ad agire sempre sulla base di emozioni semplici che reagiscono alla contingenza e non consente di soppesare gli elementi della situazione e decidere dopo riflessione (S2 di Khaneman). La fame è segno di un ritorno al bisogno organico, alla condizione che caratterizza l’ominide prima di assurgere alle caratteristiche dell’homo sapiens che continua ad essere animal sì ma symbolcum.
Di fatto – come vediamo continuamente nella società del Flusso – è il ritorno al corpo come unico criterio. Il corpo però che adesso non ha più certo bisogno di andare a caccia nel mondo sconosciuto, ma trova le soluzioni opiù artificiose e soddisfacenti all’interno del mercato, del sitema mercato che di fatto è il Mondo.
È la stessa antropologia che avevamo visto in Accattone, ma qui non è più tragica o sacra ma comica e disperata. È l’antropologia della post‑ideologi, di quella condizione che i filosofi francesi e americani identificheranno dapprima come Post – Moderna e poi con tante altre formule (Informazione, Prestazione, Intrattenimento, Flusso…)
È certo che davvero il corpo torna a essere l’unico luogo di verità (e fenomeni come lo slow food sono segni evidenti di questa stilizzazione delle pulsioni animali) . dagli anni Sessanta in poi – almeno per l’Italia – Il senso e il fine dell’umano è tornato ad essere identificabile col corpo: un corpo educato, nutrito, allenato, curato, stilizzato.[1] Per sopravvivere e darsi l’idea di vivere, basterà adottare non una idea, un’etica, ma uno stile: la vita piena sarà non quella che pensa di fare la storia ma quella che conquista uno ‘stile di vita’.
2.5
Livello politico: la società dei consumi come nuovo cannibalismo
Pasolini anticipa un punto decisivo: la società dei consumi divora tutto, tradizioni, ideologie, intellettuali, popolo, comunità.
Il gesto di mangiare il corvo è certamente una parodia del consumo, ma anche – a ben guardare – una metafora del nuovo capitalismo. La scena del film insomma è una sorta di rito di passaggio verso l’epoca in cui tutto è merce, anche il pensiero (si pensi ai festival, ai book club…ecc).
Il corpo popolare diventa consumatore e il corpo intellettuale diventa consumato. Che sono in fondo oggi tutti quegli intrattenitori tv , quegli influencer?
2.6
SINTESI RUVIDA
Corpo che mangia corpo =
la modernità che divora la propria coscienza, –
il popolo che divora l’intellettuale,
l’Animal che divora il Simbolico,
la società dei consumi che divora tutto.
È IL GESTO CHE CHIUDE CINQUE SECOLI DI CULTURA EUROPEA.
3
CANNIBALISMO nella CULTURA MODERNA. DA MONTAIGNE A PASOLINI
È un filo rosso che attraversa cinque secoli di antropologia europea, e che Pasolini porta al suo punto estremo con l’immagine del corpo che mangia il corpo.
Genealogia del cannibalismo culturale (1500–1975)
Da Montaigne a Pasolini: come l’Europa pensa il gesto di mangiare l’altro
3.1. MONTAIGNE (1580) – “Des cannibales”
Il cannibale come specchio dell’Europa
Idea chiave: il cannibale non è il barbaro: è lo specchio che rivela la barbarie europea. Montaigne rovescia la prospettiva: l’Europa coloniale tortura, massacra, conquista; è vero, il “selvaggio” mangia il nemico ma come rito di onore !! il cannibalismo diventa non motivo di orrore ma motivo di critica culturale al platonismo eurocentrico: il cannibalismo ò il cannocchiale aristotelico ante litteram cche viene usato come dispositivo o per smascherare la violenza della modernità nascente.
3.2. HOBBES (1651) – Il Leviatano
L’uomo come lupo dell’uomo
Hobbes non parla di cannibalismo, ma lo introduce simbolicamente: nello stato di natura l’uomo divora l’uomo, mentre la società umana nasce per impedire questa voracità originaria. È solo il potere sovrano, uno Stato strutturato con la prerogativa della violenza ad uso pubblico, impedisce la “digestione reciproca”
Nodo genealogico: Il cannibalismo diventa metafora della violenza originaria che lo Stato deve contenere.
3.3. ROUSSEAU (1755–1762)
Il cannibalismo come perdita dell’innocenza
Rousseau ribalta Hobbes: l’uomo naturale è buono, ed è la società strutturata, con i sui vicoli, che corrompe. Dal punto di vista del pensiero libertino (individualismo) il cannibalismo è il simbolo della corruzione sociale, non della natura
Nodo genealogico: Il cannibalismo diventa metafora della modernità che corrompe il corpo e la comunità.
3.4. DE SADE (1795–1800)
🜄 Il cannibalismo come verità del potere
Sade porta il discorso al limite: se è vero che il potere vuole possedere il corpo dell’altro (bio politica dirà poi Foucault) ebbene la forma estrema del possesso è mangiarlo: insomma il cannibalismo è la logica ultima del dominio
Nodo genealogico: Il cannibalismo diventa figura della politica moderna come dominio totale sul corpo.
L’Ottocento “scientifico” (nell’arroganza massima del mito dell’euro centrismo culturale economico e politico, riduce il cannibalismo a residuo arcaico: in terini di filosofia della storia borghese detsinata al Progresso e al Dominio sulla Natura, il cannibalismo è solo esempio estremo della fase primitiva della storia umana, di quando l’umano assumeva solo comportamenti pre‑civili.
È una lettura eurocentrica, che Pasolini rifiuterà.
Nodo genealogico: Il cannibalismo viene neutralizzato come “primitivo”, perdendo la sua forza critica.
3.6. NIETZSCHE (1880–1888)
Mangiare l’altro come atto di potenza
Nietzsche reintroduce il cannibalismo come gesto simbolico: assimilare l’altro significa diventare più forti, metaforicamente ogni forma , ogni atto di cultura è digestione: l’uomo forte “mangia” valori, tradizioni, morali, li incorpora e ne elimina le parti inutili ai fini della costruzione della sua ‘differenza’, della sua ’libertàì
Nodo genealogico: Il cannibalismo diventa metafora della cultura come incorporazione attiva.
Lévi-Strauss mostra che mangiare l’altro è un modo di pensare il mondo, un gesto che organizza relazioni, alleanze, conflitti; non è barbarie ma procedura che genera la struttura culturale in molte comunità (alla stegua del resto del ‘sacrificio’ umano cfr. Girard)
Nodo genealogico: Il cannibalismo torna ad essere linguaggio, non patologia.
3.8. PASOLINI (1966) – Uccellacci e uccellini
Il cannibalismo come fine della modernità
Totò e Ninetto mangiano il corvo-intellettuale. È un gesto che riassume cinque secoli:
Montaigne che avverte come sia il popolo a rivelare la barbarie dell’intellettuale europeo moderno
Hobbes che fa vedere come la società torna allo stato di natura
Rousseau per cui la modernità ha corrotto tutto
Sade che identifica la connessione tra il potere e il divorare ( la coscienza)
Nietzsche sulla stessa linea chiarisce che mangiare significa di fatto – culturalmente, incorporare l’altro e chiudere un ciclo
Lévi-Straussche sottolinea l’aspetto simbolico del cannibalismo, in quanto un atto che intende affermare la capacità umana di trasformare le relazioni sociali
Nodo genealogico: Il cannibalismo diventa la metafora finale della modernità che divora se stessa.
PASOLINI (1975) – Salò
Il cannibalismo come amministrazione tecnica del corpo
In Salò il cannibalismo non è più simbolico: il corpo è merce a disposizione deli potere che consiste nella possibilità esclusiva di digestione del suddito, nelle forme dell’amministrazione burocratica.
Così il soggetto è annientato
Nodo genealogico. Il cannibalismo diventa biopolitica: il potere moderno mangia i corpi che produce.
La modernità europea passa da pensare il cannibalismo a temerlo, a simbolizzarlo e a metterlo in scena come destino.
Pasolini è il punto terminale: il cannibalismo non è più metafora: è la forma della modernità stessa (come mostra la seguente mappa)
Lettura antropologica delle sette orbite
1° Cerchio – MONTAIGNE (1580)
Cannibalismo = specchio critico dell’Europa. Il “selvaggio” rivela la barbarie coloniale. → Il cannibalismo come dispositivo di verità.
2° Cerchio – HOBBES (1651)
Cannibalismo = violenza originaria dell’uomo. Lo Stato nasce per impedire che l’uomo divori l’uomo. → Il cannibalismo come fondamento negativo della società moderna.
3° Cerchio – ROUSSEAU (1755–62)
Cannibalismo = corruzione sociale. Non è la natura a divorare: è la società. → Il cannibalismo come perdita dell’innocenza comunitaria.
4° Cerchio – SADE (1795–1800)
Cannibalismo = verità del potere. Il dominio vuole possedere il corpo fino a mangiarlo. → Il cannibalismo come logica estrema della sovranità moderna.
5° Cerchio – NIETZSCHE (1880–88)
Cannibalismo = incorporazione attiva. La cultura è digestione: mangiare valori, morali, tradizioni. → Il cannibalismo come potenza creativa.
6° Cerchio – LÉVI-STRAUSS (1950–60)
Cannibalismo = struttura simbolica. Mangiare l’altro è un modo di pensare il mondo. → Il cannibalismo come linguaggio culturale.
7° Cerchio – PASOLINI (1966–75)
Cannibalismo = autofagia della modernità. Totò e Ninetto mangiano il corvo: la modernità divora la propria coscienza; il popolo divora l’intellettuale; il consumo divora il simbolico; Salò: il potere divora il corpo
→ Il cannibalismo come destino della modernità europea.
Il centro del mandala = l’UOMO che MANGIA l’UOMO
La genealogia converge su un punto:nla modernità europea è un processo di digestione reciproca:corpo, potere, sapere si mangiano a vicenda.
Il cannibalismo non è un tema: è la struttura profonda dell’Occidente[2]
3.8
Versione narrativa
Da Montaigne a Pasolini (1580–1975)
PROLOGO — L’Europa davanti allo specchio
Per cinque secoli l’Europa ha usato il cannibalismo come specchio di sé stessa. Non per descrivere l’altro, ma per interrogare la propria violenza, la propria modernità, il proprio rapporto con il corpo e con il potere.
Questa genealogia non parla di antropofagia reale. Parla di come l’Occidente immagina l’atto di mangiare l’altro per capire chi è.
È un viaggio che inizia nel 1580 e termina nel 1975, con Pasolini che chiude il cerchio.
MONTAIGNE — 1580
Il cannibale come critica dell’Europa
Montaigne incontra i “selvaggi” del Nuovo Mondo e capisce una cosa semplice e devastante: non sono loro i barbari. Siamo noi.
Il cannibalismo diventa un gesto che rivela la violenza coloniale, la crudeltà europea, la presunzione della civiltà.
È il primo momento in cui l’Europa usa il cannibale per guardarsi allo specchio.
HOBBES — 1651
L’uomo come lupo dell’uomo
Con Hobbes il cannibalismo cambia forma: non è più un rito, ma una condizione originaria.
Nello stato di natura, l’uomo divora l’uomo. La società nasce per impedire questa voracità.
Il cannibalismo diventa la radice negativa della modernità politica.
ROUSSEAU — 1755
La società che divora l’uomo
Rousseau ribalta Hobbes: non è la natura a divorare l’uomo, è la società.
Il cannibalismo diventa la metafora della corruzione sociale, della perdita dell’innocenza, della modernità che consuma ciò che tocca.
È il momento in cui l’Europa capisce che il pericolo non è fuori: è dentro le sue istituzioni.
SADE — 1795
Il potere che mangia il corpo
Con Sade il cannibalismo diventa politica pura.
Il potere vuole possedere il corpo dell’altro fino all’estremo: mangiarlo, consumarlo, annientarlo.
Il cannibalismo è la verità ultima della sovranità moderna: il dominio totale sul corpo.
NIETZSCHE — 1880
Mangiare come atto di potenza
Nietzsche trasforma il cannibalismo in una metafora culturale: la cultura è digestione, incorporazione, trasformazione.
Mangiare l’altro significa diventare più forti, assimilare valori, morali, tradizioni.
Il cannibalismo diventa creazione, non distruzione.
LÉVI-STRAUSS — 1950
Il cannibalismo come linguaggio
Lévi-Strauss restituisce al cannibalismo la sua dignità antropologica: non è barbarie, è struttura simbolica.
Mangiare l’altro è un modo di pensare il mondo, di organizzare relazioni, alleanze, conflitti.
Il cannibalismo diventa un sistema di significati.
PASOLINI — 1966–1975
La modernità che divora se stessa
Pasolini chiude la genealogia.
In Uccellacci e uccellini, Totò e Ninetto mangiano il corvo-intellettuale. È un gesto comico e terribile: il popolo divora la coscienza critica della modernità.
In Salò, il potere divora i corpi che produce. Non è più metafora: è amministrazione tecnica del corpo.
Il cannibalismo diventa autofagia della modernità. La modernità mangia sé stessa, i suoi figli, i suoi maestri.
EPILOGO — IL CENTRO DEL CERCHIO
L’uomo che mangia l’uomo
Dopo cinque secoli, il cannibalismo non è più un tema. È la struttura profonda dell’Occidente:
il corpo che consuma il corpo
il potere che consuma il soggetto
la società che consuma la comunità
il consumo che consuma il simbolico
Pasolini non rappresenta il cannibalismo. Lo rivela : mostra che la modernità europea è un processo di digestione reciproca. Animal, Simbolico e Potere si mangiano a vicenda.
4
SUNTO ARISTOTELICO
Uccellacci e uccellini riscritto secondo la struttura aristotelica della tragedia/commedia: 1. 1.SITUAZIONE INIZIALE
4.1 Il cammino senza scopo
Totò e Ninetto camminano lungo una strada di periferia. Sono padre e figlio, due figure popolari, comiche, innocenti. Il mondo è semplice, quotidiano, quasi fiabesco. L’equilibrio iniziale è quello di una vita senza progetto, fatta di piccoli bisogni e sopravvivenza.
Funzione aristotelica: presentazione del mondo, tono comico‑popolare, ordine iniziale.
4.2. ROTTURA DELL’EQUILIBRIO
L’arrivo del Corvo intellettuale
Un corvo parlante, colto e marxista, entra nella loro vita. Porta con sé teoria, storia, ideologia e interpretazione del mondo
Il suo arrivo rompe l’equilibrio ingenuo dei due viandanti: ora devono capire, ascoltare, interpretare.
Funzione aristotelica: l’evento che introduce il conflitto e mette in moto l’azione.
4. 3. PERIPEZIE (PROVE, TENTATIVI DI RISTABILIRE EQUILIBRIO)
Il viaggio come serie di incontri e fallimenti
Le peripezie sono episodi, ognuno dei quali mostra un tentativo di dare senso al mondo attraverso la teoria del corvo, che però non funziona mai davvero.
Peripezia 1 — La parabola francescana
Il corvo racconta la storia dei frati che evangelizzano gli uccelli. È un tentativo di mostrare come la cultura possa “parlare” al popolo. Ma la parabola fallisce: gli uccelli non capiscono, i frati non riescono.
→ Prima prova fallita: LA CULTURA NON RAGGIUNGE IL MONDO POPOLARE.
Peripezia 2 — Incontri casuali lungo la strada
Totò e Ninetto incontrano poveri, contadini, personaggi marginali, situazioni di fame, debito, bisogno
Il corvo tenta di interpretare tutto con categorie marxiste: ma la realtà è troppo concreta, troppo corporea.
→ Seconda prova fallita: LA TEORIA NON SPIEGA LA VITA.
Peripezia 3 — Fame, stanchezza, incomprensione
La fame cresce. Il corvo continua a parlare, a spiegare, a interpretare. Totò e Ninetto non capiscono, non seguono, non si sentono aiutati.
→ Terza prova fallita: LA CULTURA NON NUTRE, NON SALVA, NON CONSOLA.
4.4. CLIMAX (MOMENTO DECISIVO)
Il gesto: mangiare il corvo
La fame diventa insopportabile. Il corvo continua a parlare. Totò e Ninetto lo guardano, esitano, poi lo mangiano.
È il momento più alto e più basso insieme: comico e tragico, certamente simbolico, che parla dell’antropologia dell’animal che sorregge quella dell’antropologia cartesiana.
Funzione aristotelica: il punto di massima tensione, la scelta irreversibile.
4.5. NUOVO EQUILIBRIO FINALE
Il ritorno al cammino, senza più maestri
Dopo aver mangiato il corvo, Totò e Ninetto riprendono a camminare. Sono di nuovo soli. Il mondo è tornato semplice, quotidiano, senza teoria.
Ma qualcosa è cambiato: non c’è più guida quindi non c’è più interpretazione e ideologia
Il nuovo equilibrio è più povero, più nudo, più comico, ma anche più disperato.
Funzione aristotelica: ristabilimento dell’ordine, ma su un piano diverso.
SINTESI ARISTOTELICA (schema rapido)
Fase
Evento
Funzione
Situazione iniziale
Totò e Ninetto camminano
Ordine semplice, vita popolare
Rottura equilibrio
Arriva il corvo marxista
Introduzione del conflitto (teoria vs vita)
Peripezie
Parabola francescana, incontri, fame
Tentativi falliti di ristabilire senso
Climax
Mangiano il corvo
Scelta irreversibile, gesto simbolico
Nuovo equilibrio
Riprendono il cammino
Mondo senza maestri, equilibrio povero
5
I PROTAGONISTI SONO UN PADRE E UN FIGLIO. PERCHÉ?
Pasolini sta mettendo in scena l’intera genealogia dell’umanità moderna. I protagonisti non sono due individui ma allegoria di due epoche, due antropologie, due modi di stare al mondo.
.
5.1. PADRE + FIGLIO = UNA GENEALOGIA, NON UNA FAMIGLIA
Pasolini non è interessato alla psicologia. Il padre e il figlio non sono personaggi “realistici”: sono figure antropologiche.
Padre = passato la cultura contadina, premoderna, comunitaria, orale, rituale.
Figlio = presente la cultura urbana, consumistica, televisiva, post-sacrale.
Metterli insieme significa far camminare la storia.
5. 2. IL LORO CAMMINARE È LA STORIA D’ITALIA (E D’EUROPA)
Il film è un viaggio. Ma non è un viaggio geografico: è un viaggio antropologico, perché attraversano borgate, periferie, campagne, rovine e strade, ma senza meta.
È l’Italia degli anni ’60 che passa dal sacro al consumo, dalla comunità al mercato, dalla povertà alla modernizzazione forzata.
5. 3. IL CORVO MARXISTA HA BISOGNO DI UNA GENEALOGIA
Il corvo non può parlare a un individuo isolato. Ha bisogno, in quanto intellettuale organico alla Gramsci, di un rapporto genealogico per mostrare come si trasmettono le idee, come si corrompono si perdono e vengono mangiate (letteralmente)
Il padre rappresenta la memoria, il figlio rappresenta la perdita della memoria: e il corvo che tenta di inserirsi tra i due per connetterli in qualche modo sul piano delle idee prima e delle azioni dopo, fallisce. Ovvero non riesce a trovare parole adatte a render i due uomini consapevoli delle cose che avvengono, perché fermo a degli schemi fissi che immaginano la storia linearmente destinata ad un avvenire preciso, mentre il Padre è segno dell’ Animal Symbolicum residuo nell’uomo del Novecento, quell’uomo ‘tradizionale’ che conosce ancora il rito, la comunità, la fame come destino, non come mercato, e il Figlio è il nuovo Animal consumistico che vive nel e del Flusso: non ha più simboli, solo bisogni immediati, televisivi, senza genealogia.
In pratica Il loro rapporto è figura della frattura dell’umanità moderna, farttura che contiua imperversare in una parte dei nostri contemporanei, in forma di nostalgie banalizzanti del passato e di abbandono alle pratiche da fandom del presente..
5.4 PERCHÉ NON DUE AMICI? PERCHÉ NON DUE FRATELLI?
Perché solo padre/figlio permette di mostrare la trasmissione interrotta, il fatto che la tradizione non diventa futuro, e che la storia (resistenza costituzione) non si eredita se esiste una chiara rottura rottura del regime simbolico simbolico che connota la situazione di sopravvivenza. In effetti è definitiva la fine della cultura popolare di un tempo e l’avvento di una scissione di gesti, parole, azioni, scelte. Flusso appunto.
Certamente è un rapporto asimmetrico, come la storia. quello tra il e il figlio: l’uno padre non può (non sa) insegnare, il figlio non può (non vuole) imparare.
5.5. LA CHIAVE RUVIDA (la più vera)
Padre e figlio sono insieme perché Pasolini vuole mostrare un mondo che non riesce più a generare umanità.
Il padre non genera più cultura. Il figlio non eredita più nulla. Il corvo non riesce a salvarli. La modernità li inghiotte.
È la genealogia spezzata dell’Occidente.
5.6 Perché Pasolini mette in scena due coppie padre‑figlio? Una “reale” (Totò–Ninetto) e una “simbolica” (i due fraticelli dell’apologo).
L’apologo è un racconto nel racconto proprio per mostrare che il raccontare dovrebbe creare trasmissione… ma non ci riesce più.Le due coppie sono lo stesso dispositivo antropologico
Padre e figlio (Totò e Ninetto) = genealogia naturale = trasmissione biologica, quotidiana, materiale.
Livello 2: il racconto → i fraticelli camminano per evangelizzare gli uccelli.
Il punto è che entrambi falliscono. L’apologo è lo specchio fallito della storia “reale”
Il corvo racconta l’apologo per insegnare qualcosa a padre e figlio. Ma l’apologo mostra che anche i frati non riescono a trasmettere nulla: è una pedagogia impossibile.
Ma almeno comprendono che l’umano è nel limite, nel fallimento, e che la meta da darsi è solo nella Cura reciproca (Amore)
Fraticelli
Padre e figlio
parlano agli uccelli imparano le loro lingue cercano di portare il Vangelo ma gli uccelli restano uccelli e il mondo non cambia
il corvo parla e argomenta ascoltano il racconto ma non capiscono non imparano non trasformano nulla
IL RACCONTO
LA VITA
una pedagogia impossibile. Ma comprendono che l’umano è nel limite, nel fallimento,
un progetto impossibile : si limitano a sopravvivere
e che la meta da darsi è solo nella Cura reciproca (Amore, Cooperazione, Umanesimo)
Senza darsi mete o criteri a distinguersi dagli animali
5. 7 . Il corvo come “ultimo intellettuale” che tenta la trasmissione
Il corvo marxista è l’unico che crede ancora nella parola. Per questo racconta un apologo: perché crede che il racconto possa ancora generare eredità.
Ma Pasolini mostra che il racconto non incide, la parola non trasforma, la pedagogia non produce soggetti e la genealogia culturale (il progetto di trasformare la ‘cultura’ dell’uomo in ‘umana’ appunto, con la solidarietà espansa come criterio)è spezzata. Insomma Il corvo è un intellettuale che parla a vuoto perché usa codici ignoti ai destinatari.
5.8. Perché padre e figlio rispecchiano i fraticelli
Ecco la connessione profonda:
Coppia
Funzione
Esito
Padre–Figlio
genealogia naturale
non c’è trasmissione
Frate–Frate
genealogia culturale
non c’è conversione
Corvo
genealogia ideologica
non c’è rivoluzione
TRE GENEALOGIE → TRE FALLIMENTI.
Pasolini sta dicendo: la modernità ha rotto la catena della trasmissione.
5.9 L’apologo come “meta – racconto”: il racconto che mostra che il racconto non funziona. L’apologo è un racconto nel racconto per mostrare che il raccontare (la parola che spiega) dovrebbe creare trasmissione di artefatti umani (Valori di Cura) ma non lo fa più.
È un gesto metanarrativo: il corvo racconta; i frati raccontano il Vangelo; Pasolini racconta tutto questo. Ma nessuno eredita nulla: al di là del ‘piacere’ immediato della distrazione, dell’immaginare qualcosa di diverso da quello che ,in disordine, ci circonda (l’evasione, la distrazione, il ‘divertimento’ sano) non si formano nuovi schemi, nuove teorie che consentano di immaginare e progettare altro che i gesti dettati dalle pulsioni.
Tutta la cultura dei Libri, coi suoi racconti che vorrebbero essere pedagogici, è un teatro della non‑trasmissione, uno strumento di (tentativo di) sottomissione top down.
6. La chiave ruvida (la più pasoliniana)
Padre e figlio non imparano nulla. I frati non convertono nessuno. Il corvo viene mangiato.
La cultura muore perché non trova più corpi che la ereditino. Naturalmente oggi sappiamo che la cultura è semplicemente ALTRA : non in generale muore la cultura, ma quel tipo di cultura. Lo stesso PPP aggiunge allora al racconto verso il Popolo, l’argomentazione che parla (vuole parlare) agli altri intellettuali che, inseriti nel sistema di produzione dei racconti (tv, stampa) o addirittura delle scelte politiche, dovrebbero prender consapevolezza della dimensione disfunzionale delle loro azioni. E naturalmente alla cosiddetta Opinione Pubblica, a quella minoraza di alfabetizzati che si ascrive privilegi a tutti i livelli per la conoscenza di libri.
6
IL FIGLIO cioè il GIOVANE è FIGURA DELL’UOMO DEL FLUSSO
Ninetto Davoli in Uccellacci e uccellini è già – nel 1966 – la figura anticipatrice dell’uomo del flusso, cioè dell’umano che vive senza memoria, senza genealogia, senza profondità temporale, Pasolini capisce prima di tutti la trasmutazione che sta avvenendo: nel film dissemina micro‑indizi, episodi minimi, gesti quasi invisibili che rivelano questa antropologia emergente, di umano immerso nel presente assoluto.
6.1. L’INDIFFERENZA RADICALE AL RACCONTO DEL CORVO
Episodio: il corvo parla, spiega, argomenta, fa genealogia marxista. Ninetto ascolta, ma non capisce, non reagisce, non elabora. Non è stupidità: è assenza di profondità temporale.
È l’uomo del flusso perché: non trattiene, non collega, non eredita, non trasforma la parola in memoria. È un soggetto post‑pedagogico.
6. 2. LA SUA CAMMINATA “LEGGERA”, SENZA SCOPO
Ninetto cammina sempre dietro o accanto al padre, ma senza direzione. Non guida, non sceglie, non anticipa. È un corpo nel presente, non nel progetto.
L’uomo del flusso è così: sempre in movimento ma senza teleologia (futuro), senza genealogia (passato). È pura circolazione che evita inciampi
6.3. LA SUA RELAZIONE CON IL DESIDERIO
Episodio: quando vede una ragazza, si accende subito, poi dimentica subito. Il desiderio è istantaneo, non costruisce legami, non lascia traccia.
È il desiderio del flusso è immediato, performativo, senza memoria, senza conseguenze
È un desiderio “scrollabile”.
6. 4. LA SUA INCAPACITÀ DI APPRENDERE DALL’APOLOGO
Il corvo racconta l’apologo dei fraticelli per trasmettere un sapere. Ninetto non apprende nulla.
Non perché non vuole ma perché non ha il dispositivo interno della trasmissione.
È l’uomo del flusso perché non costruisce archivi, non sedimenta, non crea genealogie interne, vive in un eterno presente. È un soggetto senza profondità temporale.
6. 5. LA SUA GIOIA SENZA TRAGEDIA
Ninetto ride, scherza, è leggero. Ma questa leggerezza non è gioia: è assenza di tragico.
L’uomo del flusso non conosce il tragico perché non ha passato, non ha futuro, non ha destino né progetto. È un soggetto senza peso.
6. 6. LA SUA RELAZIONE CON IL PADRE
Totò rappresenta la genealogia. Ninetto rappresenta la rottura della genealogia.
Indizi minimi: non impara dal padre, non eredita il suo mondo, non capisce i suoi codici, non si oppone, semplicemente “non entra”. È l’uomo del flusso perché non eredita nulla. Imita il padre solo nel cercare il piacere sessuale sul momento, quando incontrano la prostituta.
6. 7. LA SUA REAZIONE ALLA MORTE DEL CORVO
Quando il padre uccide e mangia il corvo, Ninetto non si scandalizza, non si ribella, non si interroga, non elabora. La morte dell’Altro è un evento come un altro, un contenuto che scorre.
L’uomo del flusso non ha soglie etiche: ha solo eventi.
6. 8. LA SUA RELAZIONE CON IL MONDO
Ninetto guarda tutto con curiosità senza profondità.
È l’atteggiamento del feed: tutto interessante ma niente è importante
È l’uomo del flusso perché vive in un presente espanso, senza gerarchie.
6.9. LA SUA IDENTITÀ “VUOTA”
Ninetto non ha ideologia, memoria, progetto, conflitto interno, vocazione o destino
È un soggetto post‑storico, come quelli che Pasolini descriverà negli Scritti corsari.
6.10. LA SUA FUNZIONE NEL DISPOSITIVO PASOLINIANO
Ninetto è l’“uomo nuovo” che Pasolini teme: non è popolare né borghese, non è proletario e rivoluzionario, non è religiosoma nemmeno è consumista consapevole. È puro presente: l’uomo del flusso prima del flusso.
✦ LA CHIAVE RUVIDA (la più vera)
NINETTO È L’UOMO DEL FLUSSO PERCHÉ NON HA GENEALOGIA INTERNA. È UN SOGGETTO CHE VIVE SENZA MEMORIA E SENZA PROGETTO, IMMERSO IN UN PRESENTE LEGGERO, MOBILE, INCONSISTENTE.
Pasolini lo vede nel 1966. Noi lo vediamo oggi su TikTok, Instagram, YouTube, Twitch.
Ninetto è il primo “nativo digitale” della storia del cinema.
7
LA FIGURA DEL PADRE
il Padre in Uccellacci e uccellini, letto dentro la società del Flusso, diventa la figura dell’ultimo legame genealogico che la famiglia contemporanea non riesce più a trasmettere. È il simbolo di ciò che dovrebbe passare da una generazione all’altra — linguaggio, mondo, senso — ma che oggi non passa più.
Quello che segue è una lettura genealogica, ruvida, sistemica, come piace a te.
Il Padre come “ultimo depositario del mondo precedente”
Nel film il padre (Totò) rappresenta: la memoria incarnata, la cultura pre‑consumistica, il mondo contadino, orale, rituale, in qualche modo la capacità di narrare il mondo
Nella società del Flusso, questa figura non esiste più o è diventata decorativa. Il padre non è più colui che introduce il figlio nel mondo, perché il mondo (il Mercato, oggi il web, comunque il sistema dei media) introduce il figlio da solo, tramite algoritmi, feed, segnali.
Il padre è un residuo.
2. La famiglia nel Flusso: non più genealogia, ma co‑presenza
La famiglia contemporanea non trasmette più codici, riti, linguaggi o visioni del mondo, ma solo coabitazione, non genealogia. Condivide spazi, non mondi.
Il padre di Pasolini è l’ultimo che prova a trasmettere qualcosa, ma il figlio (Ninetto) vive già in un mondo che non riconosce più la trasmissione.
È la profezia della famiglia digitale: “Siamo insieme, ma non ereditiamo più nulla.”
7. 3. Il Padre come “filtro” che oggi è saltato
Nel film il padre è un filtro antropologico: traduce il mondo al figlio, lo accompagna, lo protegge.
Nella società del Flusso il filtro è saltato perché il figlio è esposto direttamente al mondo‑algoritmo. La famiglia non media più nulla: il padre non è più un interprete, ma un compagno di cammino impotente
Totò cammina accanto a Ninetto, ma non guida. È la condizione del padre contemporaneo.
7. 4. Il Padre come “linguaggio che non funziona più”
Il padre parla, racconta, commenta. Ma il figlio risponde con gesti, bisogni, imitazioni, immediatezza
È la frattura tra linguaggio simbolico (padre) e linguaggio pulsionale (figlio).
Nella società del Flusso il linguaggio del padre è troppo lento, troppo narrativo, troppo umano, troppo pieno di memoria: Il figlio vive nel tempo reale, non nel tempo genealogico, e il padre è un linguaggio obsoleto.
7. 5. Il Padre come “sacro residuo”
Pasolini vede nel padre una forma di sacro laico: responsabilità, cura, trasmissione, parola che crea mondo
Nella società del Flusso, in cui il sacro è stato sostituito da dati, segnali, notifiche, algoritmi il padre è solo un corpo che cammina accanto a un altro corpo.
7. 6. Il punto tragico: il Padre non genera più
Il padre non genera più cultura. Il figlio non eredita più nulla. È la genealogia spezzata.
Nel film, il padre dovrebbe essere colui che insegna, fà da guida, protegge e interpreta
Ma non ci riesce. E non per colpa sua: il mondo non è più leggibile.
Nella società del Flusso, il padre è un testimone senza potere, un narratore senza ascolto, un custode senza eredi
7. 7. Sintesi in una frase
IL PADRE DI PASOLINI È LA FIGURA DELL’ULTIMO MONDO LEGGIBILE. NELLA SOCIETÀ DEL FLUSSO, È IL SIMBOLO DELLA TRASMISSIONE IMPOSSIBILE.
8
LA FINE DEL FILM
Che significato dare – alla luce della società attuale del Flusso e dei Big Data – alla conclusione (dopo aver mangiato il corvo, Totò e Ninetto riprendono a camminare. Sono di nuovo soli. Il mondo è tornato semplice, quotidiano, senza teoria)?
La fine di Uccellacci e uccellini oggi — nell’epoca del Flusso e dei Big Data — significa che, eliminato il “corvo‑teoria”, l’uomo contemporaneo torna a camminare dentro un mondo che appare semplice ma è in realtà più opaco, più governato da poteri invisibili, più privo di linguaggi condivisi. La loro solitudine finale è la nostra: non perché non ci siano più teorie, ma perché nessuna teoria riesce più a tradurre il reale.
DATO
le immagini che Pasolini propone in quella scena che i nostri sensi registrano (Figura9
Totò e Ninetto mangiano il corvo, cioè eliminano la teoria che pretende di spiegare il mondo, incorporando (letteralmente) il discorso dell’intellettuale. Perciò restano senza guida, senza mediazione, senza linguaggio superiore e tornano alla marcia quotidiana, alla vita nuda, al gesto minimo
È un ritorno al “semplice”, ma è un semplice senza fondamento, senza sacro, senza codice.
INTERPRETAZIONE
Cosa significa questo nella società del Flusso?
La società del Flusso (fatta di algoritmi, Big Data, segnali continui, micro‑stimoli) ha tre caratteristiche decisive:
non è più rappresentabile: non ha volto, non ha centro, non ha simboli (è un sistema emergente dichiarato, che varia continuamente in rapporto al variare delle connessioni e degli elementi connessi)
non parla: produce dati, non significati (tutte le narrazioni e immagini che emergono dalle reti di comunicazione non vogliono significare qualcosa ma solo modificare comportamenti, avere risultati immediati in termini di accumulo di dati e sopreattutto potere ovvero controllo sull’altro, sugli altri
non ascolta: registra comportamenti, non parole (il feedback è ti tipo puramente meccanico, digitale. Quel che viene registrato come risposta è solo un numero, un bit, che modifica in qualche modo il sistema: si pensi al puzzle, in cui i pezzi valgono solo nella connessione).
In qualche modo il reale ‘umano’ è in effetti un sistema di elementi (come in qualunque macchina) in cui l’interconnessione è solo di tipo funzionale al sistema. Non esistono individualità ‘persona’ ma solo elementi.
In questo contesto, il corvo — cioè la teoria, la coscienza critica, la narrazione dell’intellettuale — non ha più presa. Non perché sia sbagliata, ma perché non trova più un mondo che risponda. La teoria nasce da persone che ‘ricercano’ senso, mentre nel mondo digitale conta il funzionamento del sistema. La parola persona , la parola uomo sono certamente presenti nelle comunicazioni, ma di fatto sono sinonimi di bit, da registrare in connessione con altri bit: e valgono solo in rapporto alla efficacia del contributo che danno in qualche modo al sistema. Non esistono persone umane di cui eventualmente prendersi ‘cura’, ma Data da elaborare indipendentemente da ogni ‘intenzione’ umana (del singolo o della collettività). Il raccontare quindi non è teoria ma strumento di connessione ed efficacia nella strutturazione dei Data.
Mangiare il corvo significa:
“La teoria non serve più a orientarsi. Il mondo non è più decodificabile.”
La solitudine finale di fatto anticipa allegoricamente la condizione dell’uomo del Big Data
Quando Totò e Ninetto riprendono a camminare, sono appunto senza teoria, senza comunità, di fatto privi dei simboli che consentano all’homo sapiens di farsi davvero umano (dotato di senso e responsabilità) e di avere un linguaggio comune con cui trovare modo di sopravvivere insieme e non eliminando gli altri.
È la condizione dell’individuo nel Flusso: immerso in segnali continui da decodificare immediatamente secondo codici binari; guidato cioè da algoritmi che non vede, perciò incapace di distinguere falchi e passeri (predatori e vittime), in pratica si limita a sopravvivere, privo totalmente di un codice per interpretare ciò che accade
La loro marcia è la nostra navigazione infinita: scroll, feed, notifiche, micro‑azioni. Risposte minime alle situazioni minime dell’eterno presente architettato altrove, di cui siamo parte ma non partecipi. Vittime che si sentono protagonisti per lo spasmodico micro movimento di corpi e oggetti, macchine in effetti.
Insomma, nell’apparente quiete del cammino che riprende alla maniera hollywoodiana (in effetti come citazione ironica delle scene finali di Tempi Moderni di Chaplin), si rappresenta il punto tragico dell’umano di oggi: il mondo “semplice” (emozioni, gesti immediati) è un’illusione
Pasolini anticipa qualcosa che oggi è evidente: quando la teoria muore, non torna la realtà, ma domina – invisibile – la realtà manipolata, resa opaca proprio perché senza rappresentata – narrata – come “Natura”. “E’ così”: questo lo slogan della semplificazione e dell’annullamento delle possibilità umane di dare senso a quello che non ce l’ha. La parola chiave è in fondo INFORMAZIONE. Di per sé significa azione del mettere –in-forma (trasformare) qualcosa che di per sé è senza forma: ma l’uso costante e dominante è per qualcosa di ‘oggettivo’, vero, indiscutibile.
Il mondo “semplice” in cui camminano Totò e Ninetto è semplice solo in superficie, governato da forze che non si vedono: le ‘informazioni’ date come oggettive sono costruzioni, sempre. Un mondo apparentemente privo di conflitto ideologico (perché il conflitto è nei dati, nella loro manipolazione a dir il vero, non nelle strade). Un mondo certamente privo di sacro, perché il sacro – cioè il mistero, il limite del Non Finito che ci circonda- è stato sostituito dall’informazione, che trasforma tutto a Finito Immediato contenuto negli strumenti dei media. Lo schermo, qualunque schermo, nella sua materialità dà accesso al Vero!
La loro solitudine è la solitudine dell’uomo che non ha più strumenti per leggere il mondo. in qualche modo privo di tensioni, perché non si pone domande, non vuole avere domande che turbino l’immediato stato di quiete: se un intellettuale fa affermazioni, semplicemente lo ‘ignora’, ne ascolta le parole ma le digerisce a modo suo. Anche quelle sentite dalla tv, o nei dfestival altisonanti, sono solo ingredienti del menù di distrazione collettiva che il sistema produce per evitare traumi. Partecipo quindi appartengo, quindi non ci sono problemi di senso!
La chiave antropologica , la più pasoliniana
Per Pasolini l’uomo è animale simbolico: senza simboli, senza linguaggi, senza sacro, torna animale. Ebbene pasolini quando mette in scena il mangiare il corvo, di fatto sta dicendo che è vero che le ideologie falliscono, ma le ideologie sono necessarie: “rinunciare al simbolico è tornare allo stato del bisogno primordiale, all’animal tout court, incapace di ‘cura’ – l’amore dei fraticelli!”
E infatti i falchi seguono la pulsione, i passeri imitano i falchi, gli uomini, senza teoria, imitano il flusso e quindi la mimesis del bisogno (della lotta per la sopravvivenza) diventa legge
Totò e Ninetto camminano come animali che cercano la strada, non come uomini che cercano un senso.
La fine del film è la profezia dell’uomo contemporaneo: senza teoria, senza linguaggio, senza sacro, cammina dentro un mondo che crede semplice ma che è governato da poteri invisibili. La marcia finale è la nostra vita nel Flusso.
SCENA-DISEGNO: “I FRATICELLI NEL FLUSSO”
(continuazione di Uccellacci e uccellini, 2026)
Inquadratura iniziale: il ritorno dei fraticelli
Totò e Ninetto, vestiti da fraticelli come nel racconto del film, camminano non più in una campagna romana ma in un non-luogo digitale: un campo aperto fatto di pannelli LED spenti, antenne come croci metalliche, cavi che spuntano dal terreno come radici nervose, un cielo grigio, senza sole, attraversato da droni che sembrano uccelli.
Il mondo è muto, come dopo la morte del corvo.
Il nuovo “stormo”: i Data-Birds
In lontananza, i fraticelli vedono uno stormo di uccelli. Ma non sono falchi né passeri.
Sono Data-Birds: corpi di uccelli, ali fatte di schermi trasparenti, occhi come lenti di sorveglianza, piume che si accendono a pixel. Volano in pattern geometrici, come se seguissero un algoritmo. Ogni tanto emettono un suono: non un canto, ma un ping.
Il nuovo compito: predicare ai Data-Birds
I fraticelli si guardano. Capiscono che devono fare ciò che fecero con falchi e passeri: predicare.
Totò alza la mano, come nel film, e comincia: “Fratelli Data-Birds…”Ma gli uccelli non reagiscono. E continuano a volare in pattern perfetti, come se non avessero udito. Ninetto prova a imitarli, come faceva con i passeri: muove le braccia, fa versi, cerca di entrare nel ritmo, ma i Data-Birds non imitano, non rispondono alla mimesis. Registrano, classificano, archiviano.
Il tentativo di decodifica
I fraticelli allora fanno ciò che fecero nel film: abbandonano il loro linguaggio e provano a imparare quello degli uccelli. Totò si mette in ascolto, Ninetto chiude gli occhi e sentono: ping, ping-ping, ping—pause—ping. È un linguaggio senza corpo, senza intenzione, senza sacro: un linguaggio di segnali, non di significati.
I fraticelli provano a ripeterlo: “ping… ping-pingg..” , ma appena lo fanno, i Data-Birds si allontanano, non perché rifiutino bensì perché non riconoscono. Il loro linguaggio non è imitabile: è codice, non voce.
Il fallimento: il sacro spezzato 2.0
Come nel film, il tentativo fallisce, ma qui il fallimento è diverso. Non è antropologico (falchi e passeri erano animali) e nemmeno sociale (non c’è più comunità) o politico (non c’è più Stato), bensì ontologico: non c’è più un “altro” con cui comunicare. I Data-Birds non sono né falchi né passeri, ma sistemi che non hanno bisogno di essere convinti, salvati, ascoltati. In quanto non hanno bisogno di linguaggio.
La rivelazione: il nuovo corvo
A un certo punto, uno dei Data-Birds si avvicina. Si posa davanti ai fraticelli. Sul suo petto appare una scritta luminosa: “I SEE YOU.” Non è un messaggio. È una notifica.
Totò e Ninetto capiscono: il nuovo corvo non parla, registra, non predica, profilizza; non accompagna, traccia. Il nuovo corvo non è un intellettuale: è un algoritmo.
La conclusione: la marcia nel Flusso
I Data-Birds riprendono il volo. Il cielo si riempie di pattern luminosi. Totò e Ninetto restano soli. Come alla fine del film. Si guardano: non hanno più teoria, più linguaggio, più sacro. E allora fanno ciò che sanno fare: riprendono a camminare.
Ma questa volta camminano dentro un mondo che li osserva senza guardarli, li registra senza ascoltarli, li guida senza parlare, li include senza comprenderli.
Il mondo è tornato “semplice”, ma è un semplice senza significato. Un semplice opaco, governato da segnali invisibili.
Mappa simbolica della scena (per disegno)
Asse verticale (Pasolini):
Vita → i fraticelli
Parola → il ping
Coscienza → l’algoritmo
Asse orizzontale (Big Data):
Codice
Decodifica
Fallimento
Centro:
Il corpo umano che non trova più un linguaggio.
Sintesi concettuale
Levigato: il mondo che registra.
Ruvido: il mondo che sente.
Tra i due: la marcia infinita dell’uomo che cerca un linguaggio.
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RACCONTARE OGGI
non TRASMISSIONE DI CULTURA
ma PRODUZIONE DI FLUSSO.
Cioè: non ereditiamo, scrolliamo. È la diagnosi antropologica più feroce di Pasolini.
Il racconto oggi non trasmette: circola
Nella società digitale il racconto non è più ponte, genealogia, memoria, eredità, ma è diventato:un evento, un format che favorisce un flusso, insomma un algoritmo che non “passa” da un corpo a un altro, ma da un feed a un altro.
La trasmissione
non è genealogica → è reticolare.
Non è lenta → è istantanea.
Non è trasformativa → è performativa.
2. Il racconto oggi non crea cultura: crea attenzione
La cultura, in senso pasoliniano, è sedimentazione, cioè memoria che si porta conflitto, lentezza che sollecita il corpo. Al contrario il racconto digitale è breve, replicabile, ottimizzato, emozionale e disincarnato. Un dispositivo di mercato che funziona benissimo per catturare attenzione e malissimo per trasmettere cultura.
Perché? Perché la cultura richiede tempo, spazio, silenzio, ritorno. Il flusso richiede velocità, novità, continuità, rumore.
3. Il racconto oggi non trasmette: ricicla
La società del flusso non produce eredità. Produce ricorrenze: trend, meme, format, challenge, estetiche temporanee, micro-narrazioni che durano 48 ore
Se la cultura del flusso è senza profondità temporale, senza antenati, il racconto al suo interno mira al ‘sano intrattenimento, legato alla situazione, senza intoppi o intrighi di sorta. Non costruisce genealogie (amanipolando il tempo9 ma si limita a costruire loop.
🧨 4. Il racconto oggi non educa: addestra
Il racconto digitale non trasmette valori o visioni del mondo. Trasmette comportamenti: istruzioni sul come mostrarsi o parlare, sul come o cosa desiderare, sullo stile dell’indignarsi, come performare di autenticità. Il racconto insomma dà i segni per costruire un sé vendibile
È una pedagogia comportamentale, non culturale.
🧩 5. Il racconto oggi non crea comunità: crea audience
E qui torniamo all’intuizione precedente: la comunità diventa audience, l’audience diventa comunità.
Il racconto digitale non crea legami ma engagement, non appartenenza ma fandom, non memoria interiorizzata ma crea archivi infiniti e inutilizzati. Lo scopo è non creare eredi di valori e di limiti, ma follower di merci e tendenze (sciami Baumann, Han)
È una comunità senza genealogia, una genealogia senza trasmissione.
🐦 6. Pasolini l’aveva previsto: il racconto che non trasmette
In Uccellacci e uccellini il corvo racconta, i frati raccontano, Pasolini racconta con le immagini in movimento. Ma nessuno eredita nulla.
Oggi siamo esattamente lì: il racconto è ovunque, ma la trasmissione è scomparsa, perché il racconto è diventato intrattenimento, auto-rappresentazione, consumo, algoritmo. Non più eredità di idee o ideologie.
La chiave ruvida (la più vera)
Il racconto digitale funziona benissimo. Ma non per trasmettere cultura, bensì per produrre soggetti adattati al flusso che per lo più si pensano come ‘intellettuali’ che pensano, che ereditano
È una macchina di attenzione che crea desiderio ovvero turbamento all’identità (mai in grado di avere stabilità, pausa, perché chiamata sempre alla performative, perché chiamata sempre a specchiarsi in questa o quella ‘nuova’ tendenza emergente. Il Vuoto riempito dal ‘movimento. Come Totà e Ninetto. Moto senza capo né coda, senza cornice, senza limiti. Emozioni rapide ma oblio immediato. Non archivio di idee e valori ma solo di emozioni e dense elevazioni di psiche
La cultura, quella vera, richiede frizione, mentre quella del flusso elimina ogni frizione. Al massimo problemi che si possono affrontare da soli, con una adeguata occhiata all’archivio di racconti immediatamente disponibili nel web o nei cataloghi delle case editrici, o nel palmares dei premi letterari o cinematografici.
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TRASMISSIONE NEL DIGITALE
COME POTREBBE ESISTERE UNA TRASMISSIONE CULTURALE NEL DIGITALE? E COME COSTRUIRE DISPOSITIVI NARRATIVI CHE RESISTONO AL FLUSSO?
È possibile una trasmissione culturale nel digitale, ma solo se rompiamo la logica del flusso e costruiamo dispositivi narrativi che generano attrito, ritorno, memoria, genealogia.
COME POTREBBE ESISTERE UNA TRASMISSIONE CULTURALE NEL DIGITALE
La trasmissione culturale richiede tre condizioni che il flusso normalmente distrugge:
Ritmo (non velocità)
Ritorno (non scorrimento)
Corpo (non solo schermo)
Nel digitale, queste tre condizioni possono esistere solo se vengono progettate. Non emergono spontaneamente.
Le tre condizioni tradotte in digitale:
Ritmo → Serialità lenta Formati che non si consumano in un colpo, ma che chiedono tempo, attesa, sedimentazione.
Ritorno → Architetture ricorsive Strutture narrative che obbligano a tornare indietro, a rivedere, a rileggere, a confrontare.
Corpo → Coinvolgimento incarnato Non solo guardare: fare, rispondere, creare, trasformare.
Quando queste tre condizioni si attivano, il digitale smette di essere flusso e diventa ambiente culturale.
🧭 2. COME COSTRUIRE DISPOSITIVI NARRATIVI CHE RESISTONO AL FLUSSO
Qui entriamo nel tuo territorio: progettazione di dispositivi.
Ti propongo sette dispositivi che funzionano nel digitale come “resistenze al flusso”. Sono modelli operativi, non teorie.
Narrazioni stratificate
Strutture che non si capiscono al primo passaggio. Richiedono ritorno, confronto, lentezza.
Esempi:
mappe genealogiche
narrazioni a livelli
testi che si aprono solo se li attraversi più volte
Effetto: trasformano il lettore in erede, non in consumatore.
🔁Formati ricorsivi
Il contenuto rimanda a se stesso, crea loop di senso, non di intrattenimento.
Esempi:
serie di micro-episodi che si illuminano a vicenda
strutture a spirale
racconti che cambiano significato quando riletti
Effetto: il tempo non scorre, si approfondisce.
🧩Dispositivi modulari
Il contenuto è composto da moduli che possono essere combinati, ricombinati, manipolati.
Esempi:
card system (come EMERGENZE)
mappe componibili
narrazioni a blocchi
Effetto: l’utente diventa co-autore → la cultura si trasmette perché si pratica.
🧱Soglie e attriti
Il racconto non è fluido: è pieno di ostacoli, frizioni, domande.
Esempi:
testi che chiedono scelte
percorsi che si biforcano
enigmi, varchi, interruzioni
Effetto: il flusso si spezza → nasce la riflessione.
🧬Genealogie esplicite
Ogni contenuto mostra da dove viene e dove va. Non è un evento isolato: è un nodo in una rete temporale.
Esempi:
linee del tempo
mappe di influenze
confronti tra epoche
Effetto: il digitale diventa memoria, non solo presente.
🧨Narrazioni ruvido/levigato
Alternanza di due estetiche:
levigato → chiarezza, struttura, ordine
ruvido → glitch, attrito, sorpresa, discontinuità
Esempi:
testi che alternano registri
immagini glitchate che interrompono la linearità
passaggi che rompono la comfort zone
Effetto: l’attenzione non scorre, si risveglia.
🧠Dispositivi di agency
Il racconto non è solo da leggere: è da usare.
Esempi:
protocolli (possibili ‘canocchiali aristotelici$, cioè teorie , schemi, saggi, modelli…)
esercizi di filtraggio scomposizione e ricomposizione
micro-azioni
giochi decisionali
Effetto: la cultura diventa pratica → quindi si trasmette.
3. LA CHIAVE RUVIDA (la più vera)
La trasmissione culturale nel digitale non avviene per esposizione, ma per coinvolgimento attivo.
Il flusso ti vuole spettatore. La cultura ti vuole erede.
Per diventare “erede” (umano che fa i conti con i limiti del reale, che accetta conflitti e fallimenti) si deve tornare indietro, scegliere, manipolare, trasformare, riscrivere (soprattutto) e incarnare
Un dispositivo narrativo che resiste al flusso è un dispositivo che chiede lavoro.
UN PROTOCOLLO OPERATIVO,
non teorico, per rendere possibile una trasmissione culturale nel digitale. È costruito come piace a te: a soglie, modulare, genealogico, ruvido/levigato, e soprattutto usabile.
Questo non è un elenco di buone intenzioni: è un dispositivo.
PROTOCOLLO PER LA TRASMISSIONE CULTURALE NEL DIGITALE
(versione operativa, a 7 soglie)
SOGLIA DEL RITMO
Obiettivo: spezzare la temporalità del flusso.
Regola:
Ogni contenuto deve avere un ritmo interno che obbliga a rallentare.
Come si fa:
serialità lenta (episodi che richiedono attesa)
testi che si aprono in più passaggi
pause, silenzi, vuoti intenzionali
formati che non si consumano in un colpo
Effetto:
Il tempo non scorre → si densifica. La cultura può sedimentare.
SOGLIA DEL RITORNO
Obiettivo: creare ricorsività, non scorrimento.
Regola:
Il contenuto deve chiedere di tornare indietro.
Come si fa:
rimandi interni
livelli di lettura
mappe genealogiche
elementi che cambiano significato alla seconda visione
Effetto:
Il digitale diventa memoria, non solo presente.
SOGLIA DEL CORPO
Obiettivo: reintrodurre l’incarnazione nel digitale.
Regola:
Il contenuto deve chiedere un gesto, non solo uno sguardo.
Come si fa:
micro-esercizi
protocolli
scelte operative
manipolazione di moduli (card, mappe, blocchi)
Effetto:
La cultura non è consumata → è praticata.
SOGLIA DELL’ATTRITO
Obiettivo: impedire la fluidità totale.
Regola:
Ogni dispositivo deve contenere un punto di resistenza.
Come si fa:
domande non risolte
biforcazioni
glitch, rumori, rotture
parti volutamente “ruvide”
Effetto:
L’attenzione non scorre → si ferma.
SOGLIA DELLA GENEALOGIA
Obiettivo: rendere visibile la provenienza e la destinazione.
Regola:
Ogni contenuto deve mostrare da dove viene e dove va.
Come si fa:
linee del tempo
mappe di influenze
confronti tra epoche
esplicitazione delle fonti
Effetto:
Il digitale smette di essere evento → diventa eredità.
SOGLIA DELLA COMPOSIZIONE
Obiettivo: trasformare il fruitore in co-autore.
Regola:
Il contenuto deve essere modulare e ricombinabile.
Come si fa:
blocchi narrativi componibili
card system
mappe che si possono modificare
strutture aperte
Effetto:
La cultura si trasmette perché si ricostruisce.
SOGLIA DELL’AGENCY
Obiettivo: generare soggetti, non spettatori.
Regola:
Ogni dispositivo deve produrre un’azione nel mondo.
Come si fa:
micro-decisioni
esercizi di osservazione
pratiche quotidiane
attivazioni relazionali
Effetto:
La cultura diventa trasformazione, non informazione.
🔥 LA CHIAVE RUVIDA (il cuore del protocollo)
La trasmissione culturale nel digitale non avviene per esposizione. Avviene per attrito + ritorno + agency.
Il flusso vuole velocità, consumo, oblio
La cultura richiede lentezza, manipolazione e memoria
Il protocollo serve a costruire attrito dentro il flusso, per trasformare l’utente in erede, non in spettatore.
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L’UOMO DEL FLUSSO
NINETTO DAVOLI IN UCCELLACCI E UCCELLINI È GIÀ – NEL 1966 – LA FIGURA ANTICIPATRICE DELL’UOMO DEL FLUSSO, CIOÈ DELL’UMANO CHE VIVE SENZA MEMORIA, SENZA GENEALOGIA, SENZA PROFONDITÀ TEMPORALE, IMMERSO NEL PRESENTE ASSOLUTO.
Pasolini lo capisce prima di tutti.
E nel film dissemina micro‑indizi, episodi minimi, gesti quasi invisibili che rivelano questa antropologia.
Ti costruisco una mappa degli indizi, dal più evidente al più sottile.
✦ 1. L’INDIFFERENZA RADICALE AL RACCONTO DEL CORVO
Episodio: il corvo parla, spiega, argomenta, fa genealogia marxista. Ninetto ascolta, ma non capisce, non reagisce, non elabora.
Non è stupidità: è assenza di profondità temporale.
È l’uomo del flusso perché non trattiene, non collega, non eredita, non trasforma la parola in memoria
È un soggetto post‑pedagogico.
✦ 2. LA SUA CAMMINATA “LEGGERA”, SENZA SCOPO
Ninetto cammina sempre dietro o accanto al padre, ma senza direzione. Non guida, non sceglie, non anticipa.
È un corpo nel presente, non nel progetto.
L’uomo del flusso è così sempre in movimento ma senza teleologia o genealogia. È pura circolazione.
✦ 3. LA SUA RELAZIONE CON IL DESIDERIO
Episodio: quando vede una ragazza, si accende subito, poi dimentica subito. Il desiderio è istantaneo, non costruisce legami, non lascia traccia.
È il desiderio del flusso : immediato, performativo, senza memoria, senza conseguenze
È un desiderio “scrollabile”.
✦ 4. LA SUA INCAPACITÀ DI APPRENDERE DALL’APOLOGO
Il corvo racconta l’apologo dei fraticelli per trasmettere un sapere. Ninetto non apprende nulla.
Non perché non vuole ma perché non ha il dispositivo interno della trasmissione.
È l’uomo del flusso perché non costruisce archivi, non sedimenta né crea genealogie interne, ma vive in un eterno presente. È un soggetto senza profondità temporale.
✦ 5. LA SUA GIOIA SENZA TRAGEDIA
Ninetto ride, scherza, è leggero. Ma questa leggerezza non è gioia: è assenza di tragico.
L’uomo del flusso non conosce il tragico perché non ha passato o futuro, non ha destino o progetto. È un soggetto senza peso.
✦ 6. LA SUA RELAZIONE CON IL PADRE
Totò rappresenta la genealogia. Ninetto rappresenta la rottura della genealogia.
Indizi minimi: non impara dal padre, non eredita il suo mondo, non capisce i suoi codici, non si oppone, semplicemente “non entra”. È l’uomo del flusso perché non eredita nulla.
✦ 7. LA SUA REAZIONE ALLA MORTE DEL CORVO
Quando il padre uccide e mangia il corvo, Ninetto non si scandalizza, non si ribella, non si interroga e non elabora. Registra immediatamente l’uccisione e il pasto come un evento simile ad altri, senza significato su cui farsi domande. È un contenuto che scorre.
L’uomo del flusso non ha soglie etiche: ha solo eventi.
✦ 8. LA SUA RELAZIONE CON IL MONDO
Ninetto guarda tutto con curiosità senza profondità.
È l’atteggiamento del feed: tutto interessante. Ma niente importante
È l’uomo del flusso perché vive in un presente espanso, senza gerarchie.
✦ 9. LA SUA IDENTITÀ “VUOTA”
Ninetto non ha ideologia, memoria, progetto, conflitto interno, vocazione o destino
È un soggetto post‑storico, come quelli che Pasolini descriverà negli Scritti corsari.
✦ 10. LA SUA FUNZIONE NEL DISPOSITIVO PASOLINIANO
Ninetto è l’“uomo nuovo” che Pasolini teme: non popolare nè borghese, non proletario perciò non pensa alla rivoluzione, non religioso non si pone liniti, è consumista ma non sa perché.
È puro presente. È l’uomo del flusso prima del flusso.
✦ LA CHIAVE RUVIDA (la più vera)
Ninetto è l’uomo del flusso perché non ha genealogia interna. È un soggetto che vive senza memoria e senza progetto, immerso in un presente leggero, mobile, inconsistente.
Pasolini lo vede nel 1966. Noi lo vediamo oggi su TikTok, Instagram, YouTube, Twitch.
Ninetto è il primo “nativo digitale” della storia del cinema.
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LA LETTURA SCENA‑PER‑SCENA DI UCCELLACCI E UCCELLINI IN CHIAVE “NINETTO = UOMO CONTEMPORANEO DEL FLUSSO”.
Non è una semplice analisi: è una radiografia antropologica. Ogni scena diventa un indizio della nascita dell’umano post‑genealogico, post‑pedagogico, post‑storico.
SCENA 1 — L’INIZIO DEL CAMMINO
Indizio: Ninetto cammina senza scopo, senza direzione, senza progetto. Totò guida, Ninetto segue.
Interpretazione: È il primo segnale dell’uomo del flusso: movimento senza teleologia, pura circolazione.
✦ SCENA 2 — L’INCONTRO CON IL CORVO
Indizio: Ninetto ascolta, ride, non capisce, non reagisce. Il corvo parla di storia, lotta di classe, genealogie.
Interpretazione: Il flusso non ha profondità temporale. Ninetto è post‑pedagogico: la parola non sedimenta.
✦ SCENA 3 — IL RACCONTO DELL’APOLOGO (inizio)
Indizio: Ninetto non entra nel racconto. Non si identifica, non apprende, non si trasforma.
Interpretazione: L’uomo del flusso non eredita narrazioni. Le consuma come contenuti, non come genealogie.
✦ SCENA 4 — I FRATICELLI EVANGELIZZANO GLI UCCELLI
(scena interna all’apologo)Indizio: Ninetto osserva come si osserva un video: con curiosità senza profondità.
Interpretazione: È la postura del feed: tutto interessante, niente importante.
✦ SCENA 5 — IL FALLIMENTO DEI FRATI
Indizio: Ninetto non coglie il senso del fallimento. Non lo collega alla sua vita, non lo interiorizza.
Interpretazione: L’uomo del flusso non costruisce archivi interni. Non trasforma l’esperienza in memoria.
✦ SCENA 6 — IL RITORNO AL CAMMINO
Indizio: Ninetto riprende a camminare come se nulla fosse. Nessuna traccia del racconto.
Interpretazione: È il comportamento del feed: scroll → evento → scroll → evento.
✦ SCENA 7 — L’INCONTRO CON LA RAGAZZA
Indizio: desiderio immediato, acceso e spento in pochi secondi. Nessuna profondità, nessuna costruzione.
Interpretazione: È il desiderio del flusso: istantaneo, performativo, senza memoria.
✦ SCENA 8 — IL PADRE CHE OSSERVA
Indizio: Totò guarda Ninetto con un misto di affetto e incomprensione. Non riesce a trasmettere nulla.
Interpretazione: La genealogia è spezzata. Il padre non genera più cultura. Il figlio non eredita.
✦ SCENA 9 — L’INCONTRO CON I POVERI
Indizio: Ninetto non prova pietà, né indignazione. Guarda, sorride, passa oltre.
Interpretazione: L’uomo del flusso non ha tragico. Ha solo eventi.
✦ SCENA 10 — IL CORVO CHE SI LAMENTA
Indizio: il corvo parla, parla, parla. Ninetto non risponde, non interroga, non contesta.
Interpretazione: È l’immagine dell’intellettuale che parla al vuoto. Il flusso non dialoga: assorbe e dimentica.
✦ SCENA 11 — L’UCCISIONE DEL CORVO
Indizio: Ninetto non si scandalizza. Non si chiede “perché”. Non elabora il gesto.
Interpretazione: È l’evento puro, senza etica. Il flusso non ha soglie morali: ha solo contenuti.
✦ SCENA 12 — IL PASTO DEL CORVO
Indizio: Ninetto mangia il corvo come se fosse normale. Nessuna reazione simbolica.
Interpretazione: È la metafora più feroce: l’uomo del flusso consuma la cultura senza ereditarla.
Interpretazione: È l’umano del presente assoluto: senza passato, senza futuro, senza interiorità temporale.
✦ SINTESI ANTROPOLOGICA
Ninetto è l’uomo del flusso perché, come già detto sopra, non apprende, non eredita, non sedimenta e non collega, non si trasforma e non ha genealogia. Certamente non ha spessore tragico, ma nemmeno progetto. Vive in un eterno presente, è puro movimento senza direzione
Pasolini lo vede nel 1966. È l’anticipazione dei soggetti digitali del XXI secolo.
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POTERE SISTEMA VS POTERE TIRANNO
Il potere delle società moderne ,dal secondo dopoguerra, non può più essere riconosciuto con mezzi sensibili ma concettuali. Questa è esattamente la linea che Dürrenmatt consegna a Pasolini, ed è una delle intuizioni più profonde del loro dialogo implicito negli anni ’60: il potere moderno non è più percepibile sensorialmente, ma solo concettualmente. Quindi facili le simulazioni e gli inganni, anzi gli autoinganni.
Il potere del secondo dopoguerra non si vede più. Non ha più corpo, uniforme, gesto, luogo. È un potere astratto, sistemico, impersonale. Per riconoscerlo servono concetti, non sensi.
a.
Dürrenmatt, soprattutto nei saggi e nelle sue commedie nere (La visita della vecchia signora, I fisici), formula un’idea chiave:
Il potere moderno è astratto (non incarnato in un individuo) e sistemico (funziona come una macchina) nascosto nelle procedure (si manifesta in regole, non in gesti), quindi è anonimo (nessuno ne è responsabile) e perciò non sensibile (non lo vedi, non lo tocchi, non lo incontri)
È un potere che non si riconosce più per segni visibili: non ha divise, non ha simboli, non ha rituali. È un potere che si riconosce solo per effetti. Per questo Dürrenmatt dice:
Il potere moderno non è più rappresentabile. È solo pensabile.
b.
Pasolini prende questa intuizione e la trasforma in antropologia cinematografica.
In Uccellacci e uccellini il potere non appare mai, non ha un volto o un luogo o corpo. Insomma non ha un rappresentante: è ovunque e in nessun luogo. È una sorta di virus che intride le scelte quotidiane dei singoli, che rende ‘naturali’ forme di sopraffazione e privilegio.
Dove lo vedi?
Nel camminare senza meta di Totò e Ninetto (muoversi senza direzione chiara, solo per urgenze della situazione, come mostra la doppia finzione del malore di pancia nel caso della prostituta),
Nel corvo intellettuale che parla ma non incide (potrebbe sembrare un potente, ma di fatto è solo un chiaccierone che non capisce le situazioni, fino a rimetterci la pelle)
Nel fallimento della parabola francescana (i fraticelli eseguono i protoccolli del santo, ma senza sapere davvero che cosa stanno facendo. Il risultato della parola che comunica emerge da una casuale infreddatura…Ma loro eseguono e creano ‘ordine’ santo)
Nella morte del corvo (la fine dell’intellettuale come mediatore)
Nel vuoto di senso che avvolge ogni gesto: ogni gesto è impersonale protocollo di codice castrante che pretende di allontanare ogni emozione dal campo delle delibrarione. Il singolo è diventato solo una tessera duìi puzzle che non ha funzione precisa se non nella connessione che attiva volta a volta.
Il potere non è più fascista, non è più poliziesco, non è più repressivo in senso classico: è il potere della modernizzazione, del consumo, della televisione, della mobilità, del flusso.
Pasolini la formula così (e qui si sente Dürrenmatt):
Il nuovo potere è un potere che non si vede. È un potere che convince, non che reprime. È un potere che forma i desideri, non che li vieta.
È il potere della pubblicità, della televisione, del consumo, dell’omologazione, insomma della mobilità senza genealogia. È un potere dolce, fluido, non traumatico, non spettacolare.
È il potere che produce il nuovo popolo: non più comunitario, ma funzionale. È un potere che non
PERCHÉ SERVONO CONCETTI E NON SENSI?
Perché il potere moderno (ai tempi quello della DC e della Milano da bere, non si mostra o dichiara, non si incarna. È un potere di processi, non di persone. È un potere di forme di vita, non di ordini. È un potere di desideri, non di divieti.
Per questo Pasolini dice che L’INTELLETTUALE DEVE DIVENTARE ARCHEOLOGO DEL PRESENTE: NON PUÒ PIÙ DENUNCIARE CIÒ CHE VEDE, MA CIÒ CHE NON SI VEDE.
In definitiva Dürrenmatt anticipa la diagnosi pasoliniana del potere come entità invisibile, concettuale, sistemica e Pasolini lo traduce in cinema:
Uccellacci e uccellini → il potere invisibile
Teorema → il potere come vuoto
Salò → il potere come sistema totale senza volto
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POTERE
Mappa genealogica del potere da Dürrenmatt a Pasolini, con quattro fasi: Potere visibile (premoderno) Potere disciplinare (moderno) Potere sistemico (secondo dopoguerra) Potere del flusso (oggi).
POTERE VISIBILE (Premoderno)
Forma : Incarnato, Personale, Rappresentabile
Segni sensibili : Corpo del sovrano, Simboli, rituali, gerarchie, Violenza manifesta
Logica : Il potere si vede, si incontra, si teme
Figura antropologica suddito, la comunità organica, l’Ordine verticale
POTERE DISCIPLINARE (Moderno)
Forma : Istituzionale, Sorvegliante, Normativo
Segni sensibili: Scuola, caserma, fabbrica; Regole, procedure, punizioni; Architetture del controllo
Logica: Il potere forma,addestra, normalizza
Figura antropologica: l’Individuo disciplinato (la persona per bene, il docente serio); il Cittadino produttivo; il Corpo regolato
POTERE SISTEMICO (Secondo dopoguerra)
(Qui entra Dürrenmatt, e Pasolini lo riconosce in Uccellacci e uccellini)
1. Potere visibile 2. Potere disciplinare 3. Potere sistemico 4. Potere del flusso
(corpo) (istituzione) (procedura) (algoritmo)
Vettori genealogici
Corpo → Istituzione → Sistema → Flusso
Paura → Disciplina → Funzione → Desiderio
Sovrano → Norme → Processi → Algoritmi
Suddito → Cittadino → Utente → Profilo
.
Fase
Forma
Logica
Figura
1. Visibile
Corpo del potere
Mostrare
Suddito
2. Disciplinare
Istituzione
Normalizzare
Individuo produttivo
3. Sistemico
Procedura
Funzionare
Uomo funzionale
4. Flusso
Algoritmo
Orientare
Uomo del flusso
Perché gli uccelli nel titolo? Perché il corvo tra gli uccelli?
Domanda centrale per capire Uccellacci e uccellini come favola antropologica e non come semplice apologo politico.
Risposta in tre blocchi, ognuno necessario all’altro:
Perché un uccello rappresenta l’intellettuale
Perché proprio il corvo (e non falchi o passeri)
Come il titolo rivela la chiave allegorica dell’intero film
Perché un uccello rappresenta l’intellettuale?
Perché Pasolini sceglie un animale che vola sopra il mondo, non dentro il mondo.
L’intellettuale, nella sua visione, è:
colui che osserva dall’alto
colui che interpreta
colui che non appartiene pienamente né ai falchi né ai passeri
colui che porta un linguaggio altro, non immediatamente comprensibile
L’uccello è l’animale che:
vede tutto
non tocca terra
non partecipa alla lotta
non è né predatore né vittima (nel caso del corvo)
È la posizione dell’intellettuale marxista degli anni ’60: fuori dal popolo, sopra il popolo, ma ossessionato dal popolo.
Pasolini lo sapeva: l’intellettuale non è un falco (potere) né un passero (popolo). È un essere intermedio, sospeso, che parla un linguaggio che non serve più.
🜂 2. Perché proprio il corvo?
(E perché è diverso da falchi e passeri)
Il corvo è una scelta antropologica, non estetica.
Il corvo è l’uccello della parola
Nelle tradizioni europee:
è messaggero
è interprete
è simbolo di intelligenza
è associato alla voce (il gracchiare come linguaggio)
Il corvo del film parla, discute, argomenta, teorizza. È letteralmente l’intellettuale che non sa tacere.
Sono due forme di vita pulsionali, non simboliche. Non hanno linguaggio, hanno comportamento.
Il corvo invece:
non mangia
non lotta
non desidera
non imita
parla
È l’unico animale del film che vive nel simbolico, non nel biologico.
Il corvo è anche l’uccello della sventura
Pasolini lo sa: il corvo è presagio, annuncio, cattivo augurio. L’intellettuale è colui che porta:
cattive notizie
analisi tragiche
diagnosi dolorose
verità che nessuno vuole ascoltare
Il corvo è l’intellettuale che vede la catastrofe ma non può evitarla.
Il corvo è infine l’uccello che si può mangiare
E qui Pasolini è geniale.
Falchi e passeri sono figure sociali: non si mangiano. Il corvo è figura simbolica: si può divorare.
Mangiare il corvo = incorporare la teoria, eliminarla, ridurla a nutrimento.
È il destino dell’intellettuale nella modernità:
“Ti ascoltiamo finché ci servi. Poi ti mangiamo.”
🜃 3. Il titolo come chiave allegorica dell’intero film
Uccellacci e uccellini non è un titolo zoologico. È un titolo antropologico.
Pasolini divide l’umanità in tre specie:
Falchi → i forti, i dominanti, i predatori
Passeri → i deboli, i poveri, i dominati
Corvi → gli intellettuali, gli interpreti, i mediatori
Il titolo dice:
“Questo film parla degli uomini come se fossero uccelli.”
È la chiave allegorica: la società è un cielo di specie diverse che non si capiscono.
🜄 4. La struttura allegorica completa (la mappa)
Falchi
potere
violenza
gerarchia
predazione
capitalismo nascente
Passeri
popolo
bisogno
imitazione
sopravvivenza
subalternità
Corvo
intellettuale
linguaggio
teoria
coscienza critica
impotenza
Totò e Ninetto
l’uomo comune
la vita nuda
la marcia senza senso
la genealogia spezzata
🜅 5. La chiave finale: perché tutto il film è un racconto sul linguaggio
Il film mostra che:
falchi e passeri non parlano
il corvo parla troppo
Totò e Ninetto non capiscono
il mondo non risponde
È la tragedia del linguaggio moderno: nessuno parla più la lingua dell’altro.
Il titolo annuncia questa impossibilità: un mondo di uccelli che non si capiscono.
🜆 6. Sintesi in una frase
Il corvo è l’intellettuale perché è l’unico animale che vive nel linguaggio.Falchi e passeri vivono nel bisogno.Il titolo rivela che tutto il film è una favola antropologica sulla fine della comunicazione.
MAPPA DIAGRAMMATICA DELLE TRE SPECIE
(Falchi – Passeri – Corvo)
La struttura antropologica di “Uccellacci e uccellini”
🜂 1. Asse verticale: POTERE → BISOGNO → LINGUAGGIO
Questo è l’asse che Pasolini costruisce senza dirlo:
In alto: Falchi → potere, dominio, predazione
In basso: Passeri → bisogno, fame, imitazione
Fuori asse: Corvo → linguaggio, coscienza, teoria
Il corvo non sta né sopra né sotto: sta di lato, come l’intellettuale nella società.
🜃 2. Asse orizzontale: AZIONE → PAROLA
Falchi e passeri vivono nell’azione (biologia, comportamento).
Codice: linguaggio Modalità: teoria Antropologia: sospeso
🜅 4. La mappa integrata (versione sistemica)
Codice
FALCHI
(Potere / Predazione / Gerarchia)
▲
│
│
AZIONE ◄──────────────────┼──────────────────► PAROLA
│
│
▼
PASSERI
(Bisogno / Imitazione / Sopravvivenza)
CORVO (fuori asse)
(Linguaggio / Coscienza / Teoria / Impotenza)
🜆 5. La chiave allegorica del film (riassunta nella mappa)
I falchi dominano.
I passeri imitano i falchi per sopravvivere.
Il corvo parla, ma nessuno lo capisce.
Totò e Ninetto camminano tra questi mondi senza appartenere a nessuno.
Il titolo Uccellacci e uccellini dice: “Gli uomini sono come specie diverse che non comunicano più.”
L’apologo dei fraticelli
Non è un semplice intermezzo poetico, ma un metaracconto — un racconto che riflette sul fallimento stesso del raccontare.
Il racconto nel racconto
I fraticelli predicano agli uccelli, imparano le loro lingue, cercano di portare il Vangelo. Ma gli uccelli restano uccelli. La parola non trasforma la natura, non crea comunità. È la pedagogia impossibile: la cultura che tenta di farsi corpo e non ci riesce.
2. Il doppio dell’intellettuale
Il corvo marxista che narra l’apologo è il doppio dell’intellettuale moderno. Crede nella parola, nella ragione, nella possibilità di comunicare. Ma come i fraticelli, parla a vuoto. La sua lingua non incontra il bisogno, la fame, la pulsione. E alla fine viene mangiato: la cultura divorata dalla vita che non la riconosce.
3. Riflessione sul sacro
Pasolini non parla del sacro come religione, ma come spazio di contatto tra parola e corpo. Il sacro è ciò che dovrebbe unire — ma nella modernità è spezzato. La parola non genera più comunità, la cura si dissolve nella sopraffazione. Il sacro diventa tragedia antropologica: l’uomo non sa più ascoltare né essere ascoltato.
4. Struttura tragica
Livello
Figura
Fallimento
Naturale
Padre e figlio
non si trasmette la vita
Culturale
Fraticelli
non si trasmette la parola
Ideologico
Corvo
non si trasmette la coscienza
Tre genealogie, tre fallimenti: la modernità come rottura della trasmissione.
4 Ecco come si può rappresentare diagrammaticamente il “Sacro spezzato” in Uccellacci e uccellini — una mappa concettuale che mostra la frattura antropologica tra vita, parola e coscienza.
Mappa del Sacro Spezzato
LivelloFigura simbolicaFunzione originaria del sacroFrattura della modernitàEsito antropologicoVitaPadre e figlioTrasmissione biologica e affettiva-continuitàLa vita si riduce a bisogno e consumoSopravvivenza senza sensoParolaFraticelli predicatoriMediazione tra corpo e spirito- linguaggio come comunioneLa parola non genera comunità- RetoricaComunicazione fallitaCoscienzaCorvo intellettualeRagione critica, coscienza storica, ideologiaLa coscieza non incontra il Popolo, viene divorataPensiero impotente
5Diagramma
VITA
PAROLA
COSCIENZA
Tre cerchi concentrici o livelli verticali:
In basso — Vita: Terra arida, falchi e passeri che si azzuffano. → Il sacro come istinto, bisogno, fame.
Al centro — Parola: I fraticelli che predicano, il filo spezzato. → Il sacro come linguaggio, cura, tentativo di comunione.
In alto — Coscienza: Il corvo che parla, poi viene mangiato. → Il sacro come pensiero, coscienza, ideologia.
Tra i tre livelli scorrono linee di frattura:
tra vita e parola, la perdita del linguaggio incarnato;
tra parola e coscienza, la separazione tra cultura e popolo;
tra coscienza e vita, la dissoluzione del sacro come legame.
Il sacro spezzato è la mappa della modernità pasoliniana:
la cura non si trasmette,
la parola non si incarna,
la coscienza non salva.
È UNA TRINITÀ ROVESCIATA: VITA, PAROLA E COSCIENZA NON SI UNISCONO PIÙ NEL MISTERO, MA SI CONSUMANO NEL BISOGNO.
6 Comunicazione e fallimenti
Il successo provvisorio dei fraticelli è dovuto al fatto che lasciano da parte il proprio codice (la parola umana) e comunicano coi codici dei riceventi: come dire, l’intellettuale deve cercare di parlare ai suoi possibili ascoltatori (il popolo) che parla lingue diverse da quelli che usano libri 8scienza varie) . inoltre devono dare per ovvio che l’uomo è sempre all’orugine l’animale che cede ai suoi impulsi, al di là delle informazioni. Il successo provvisorio dei fraticelli è la chiave per capire cosa Pasolini pensa del sacro, della comunicazione e dell’intellettuale.
Il loro provvisorio successo nasce da un gesto radicale: abbandonano il proprio codice (lingua umana, teologia, retorica) e adottano il codice dei riceventi (lingua dei falchi, lingua dei passeri). Questo è un atto antropologico potentissimo: non traducono il loro messaggio, si trasformano per poterlo comunicare. È l’opposto dell’intellettuale moderno, che parla solo la lingua dei libri, della teoria, della coscienza insomma i fraticelli fanno ciò che l’intellettuale non fa:
ascoltano prima di parlare
apprendono il codice dell’Altro
si decentrano
si fanno corpo prima che parola
Per questo ottengono un risultato che il corvo (l’intellettuale moderno o lo specialista di oggi che ripete quel modello) non ottiene mai.[3]
7. Il doppio discorso sull’intellettuale
L’apologo è un doppio del destino del corvo:
il corvo parla solo la lingua della coscienza marxista, non impara la lingua del popolo, non si fa carne, resta logos puro e per questo viene mangiato
i fraticelli invece si sporcano, si abbassano, imitano, si fanno animali tra gli animali
Eppure anche loro falliscono. Perché?
Pasolini è chiarissimo: anche se impari la lingua dell’altro, non puoi cambiare la sua natura fi animal. L’uomo, come gli uccelli, è sempre “all’origine”, cioè un animale che cede ai propri impulsi.[4] Pasolini anticipa tutto le teorie contemporanee sull’umano come sistema emergente, quando mostra che il popolo imita (passeri), il potere domina (falchi), l’intellettuale parla ma non incide (corvo) e l’uomo comune reagisce agli impulsi (Totò e Ninetto).
Il suo gesto antropologico è radicale: l’uomo moderno è un animale che ha perso il sacro ma non ha guadagnato la coscienza. Insomma il Sacro — come legame, comunione, parola incarnata, come invenzione che accetta il Non Finito come limite da cui difendersi e inventa procedure con cui dare ‘vita’ alla sopravvivenza — si spezza qui:
la cura non vince sulla fame
la parola non vince sulla pulsione
la comunità non vince sulla mimesis del bisogno
Falchi e passeri tornano a fare ciò che fanno sempre: sbranarsi o imitare chi sbrana.
Il sacro fallisce perché la Natura prevale sulla Cultura. Homo sapiens pur addestrato alla cooperazione continua a rispondere ai bisogni primari. Sopraffazione per procurarsi da vivere, come vittima o come carnefice.
8. Il senso profondo dell’apologo
L’apologo dice due cose insieme:
L’intellettuale deve cambiare codice:
non può parlare come un libro.
deve parlare come il popolo parla, non come dovrebbe parlare.
Anche così, il fallimento è strutturale
Perché la modernità ha rotto il legame tra vita, parola e coscienza, e il sacro, il codice del Non Finito trasformato in Finito (molteplice trasformato in Uno – ideologia di qualunque tipo) non tiene più come luogo di unione.
O meglio ci può essere un successo provvisorio (l’efficacia di una rivoluzione, di una riforma, di una lotta rappresentata nell’apologo dal successo iniziale dei fraticelli che davvero riescono per un adattamento comunicativo radicale – cambiano linguaggio, cioè cultura,- ma solo perché affrontano target separati, specie separate, secondo la procedura umana della separazione che riduce la complessità)
Ma alla fine è inevitabile il fallimento: gli uccelli che sembravano aver compreso la ‘buona novella’ in effetti appena tornano a incontrarsi tornano ad ubbidire alla natura pulsionale. Ninsomma nonostante tutte le parole possibili, nell’uomo prevale la pulsione (S1) sulla parola (S2)[5].
Il messaggio pasoliniano è che l’intellettuale deve cambiare lingua, ma anche accettare in partenza che il suo fine è quello di accettare il fallimento. Non c’è una retta via da seguire, ma solo di un percorso ondivago da accompagnare. Le sue ambizioni di ricostruire laicamente il sacro (un mondo ‘politicamente corretto’ di Diritti Universali) è velleitario.[6]
9
Emerge insomma un quarto asse: “codice / decodifica / fallimento”, quello del Sacro Spezzato, che è esattamente il punto in cui Pasolini trasforma l’apologo dei fraticelli in una teoria dell’intellettuale e della modernità.
MAPPA DIAGRAMMATICA DEL “SACRO SPEZZATO” (con il quarto asse: codice → decodifica → fallimento)
STRUTTURA GENERALE
Tre livelli verticali (Vita → Parola → Coscienza)
Un asse orizzontale che li attraversa: Codice → Decodifica → Fallimento
TABELLA SINTETICA (i quattro assi integrati)
Livello antropologico
FIGURA
FUNZIONE ORIGINARIA SACRO
CODICE
DECODIFICA
FALLIMENTO
VITA
Totò re Ninetto (UN PADRE, UN FIGLIO)
Cura, continuità (flusso), trasmissione in situazione
Bisogno, fame, mimesis
Non decodificano nulla, si limitano a re – agire (S1)
La vita prevale sulla parola: sopravvivenza senza senso
PAROLA
FRATICELLI
Mediazione, comunione, linguaggio incarnato
Codice umano (lingua, sistema simbolico, teologia)
Abbandono del proprio codice e adozione dell’altrui(falsificazione popperiana)
Dapprima appare il successo, poi prevale la natura pulsionale degli uccelli
COSCIENZA
Corvo INTELLETTUALEMODERNO (platonico cartesiano)
Ragione critica, ideologia,storia
Teorie
Nessuna (non controllo della efficacia)
Le sue idee diventano ‘merci’ nel mainstream del Mercato
LETTURA DEL QUARTO ASSE
➤ CODICE: ogni livello ha un proprio codice:
la vita ha il codice del bisogno (la sopravvivenza pura, la bolla di chiusura che cerca di limitare gli effetti ‘invasivi’ dell’imprevisto, dell’Altro in generale, di cui parla Sloterdijk )
la parola ha il codice della cura (ogni comunità elabora un sistema di ‘scambio di cura’ vicendevole tra i propri membri, grazie a un unico codice che incornicia il NON FINITO in FINITO chiuso)
la coscienza ha il codice della teoria (conoscere la differenza tra Finito e Non Finito consente di assumersi la responsabilità di tracciare teorie – sul reale, sul singolo, sulla comunità, sul tempo ecc. – e conseguentemente assumersi la responsabilità delle scelte conseguente sul piano dei modelli da seguire, dei teoremi da far circolare, delle affermazioni di ‘verità’ e sulle conseguenze attese …
➤ DECODIFICA
Qui sta il punto pasoliniano: solo i fraticelli tentano la decodifica e imparano la lingua degli uccelli, cioè si fanno “animali tra gli animali” rinunciando alla loro identità culturale per comunicare. È l’unico momento in cui il sacro sembra ricomporsi: l’unico momento in cui homo sapiens accetta di vivere nel NON FINITO, esce dalla cornice di sopravvivenza che gli dà la macchina organica o il sistema simbolico della comunità d’origine
➤ FALLIMENTO
Ma il fallimento è inscritto nella natura stessa dell’uomo (e degli uccelli): l’essere vivente torna sempre ai propri impulsi originari alla sua ‘animalità’. Per questo i falchi tornano a sbranare, i passeri imitano i falchi, la parola non tiene, la coscienza non salva e il sacro si spezza di nuovo
DIAGRAMMA
COSCIENZA
PAROLA
VITA
CORVO – teoria
FRATICELLI – cura
TOTO’-NINETTO- bisogno
CODICE –
Logos
linguaggio umano
Fame, mimesis
DECODIFICA
Nessuna
Lingua di uccelli
Reazione immediata
FALLIMENTO
Divorato
Ritorno alla pulsione
Sopravvivenza senza senso
SINTESI OPERATIVA
La modernità pasoliniana è un sistema in cui:
la vita non ascolta
la parola non trasforma
la coscienza non salva
Il sacro — come legame tra vita, parola e coscienza — è spezzato.
Il quarto asse mostra che il successo nasce solo dalla decodifica ma la decodifica non basta a vincere la pulsione originaria. È una teoria tragica della comunicazione, dell’intellettuale e dell’umano.
Ecco la versione verticale della mappa diagrammatica del Sacro Spezzato — pensata come ascensione e caduta del sacro, in forma levigata e didattica.
ASCENSIONE E CADUTA DEL SACRO
VITA
PAROLA
COSCIENZA
Totò, Ninetto, un padre e un figlio
I fraticelli che predicano
Il corvo intellettuale
Origine pulsionale
Tentativo di communitas (CURA, ‘amore)
Ragione e ideologia
CodiceBisogno, fame, imitazione
CodiceLinguaggio umano, teologia
Teoria, teologia
DecodificaReazione immediata
DecodificaLingua degli uccelli
nessuna
FallimentoSopravvivenza senza sensoIl Sacro nasce come impulso vitale (invisibile come luogo di ordine). Ma resta cieco
FallimentoRitorno alla pulsione (il sacro tenta di farsi linguaggio ma si spezza nel contatto)
FallimentoLa teoria è ‘divorata’: il Sacro (desiderio di Ordine Costruito, di Sacro laicizzato) si sublima in pensiero astratto ma non incontra la vita
dal basso: impulso → linguaggio → coscienza (bottom- up)
dall’alto: coscienza → parola → vita (top – down)
Ogni passaggio è una frattura: il sacro si eleva e cade, tentando di unire ciò che la modernità ha separato.
Sintesi visiva
Immagininiamo una colonna tripartita:
base terrosa (vita)
corpo intermedio (parola)
sommità aerea (coscienza) attraversata da una linea rossa verticale che mostra il ciclo: codice → decodifica → fallimento → nuova origine.
VERTICALE DEL SACRO SPEZZATO
In basso — VITA. Totò e Ninetto camminano su una terra arida, circondati da falchi e passeri. La base è terrosa, ruvida, segnata da fame e imitazione: → Il sacro nasce come impulso vitale, ma resta cieco.
Al centro — PAROLA. I fraticelli predicano, le lettere si dissolvono nell’aria; tra loro e gli uccelli, un filo spezzato: → Il sacro tenta la comunione, ma si infrange nel contatto.
In alto — COSCIENZA. Il corvo con gli occhiali, libro aperto, parla nel vuoto: dietro di lui, il sole pallido della modernità: → Il sacro si sublima in pensiero, ma non incontra la vita.
LINEA VERTICALE ROSSA
Attraversa i tre livelli: Codice → Decodifica → Fallimento → Ritorno all’origine. Ogni passaggio è una frattura, ma anche un tentativo di risalita.
L’affresco verticale nella sua colonna tripartita: Vita → Parola → Coscienza, attraversata dalla linea rossa del sacro che sale, si spezza e ricade.
È esattamente la resa pittorica immaginata:
in basso, Totò e Ninetto nella terra arida della vita pulsionale;
al centro, i fraticelli che tentano la comunione e falliscono
in alto, il corvo-intellettuale che parla e viene divorato;
e la linea rossa, verticale, che mostra l’ascesa e la caduta del sacro nella modernità.
Le reazioni di accademici giornalisti scrittori e politici rispetto alla rappresentazione della figura dell’intellettuale moderno
Sulla base delle fonti disponibili e della ricostruzione del clima culturale degli inizi anni Sessanta in Italia, le reazioni a Uccellacci e uccellini (soprattutto alla questione della crisi dell’intellettuale moderno proposta da Pasolini) permettono di inferire (con cautela) le linee di risposta dei diversi attori del sistema culturale e politico italiano di quell’epoca.
Una risposta di sintesi può essere che le reazioni di accademici, giornalisti, scrittori di successo e politici del PCI alla rappresentazione dell’intellettuale moderno in Uccellacci e uccellini furono ambivalenti:
ammirazione formale per l’invenzione linguistica e la sperimentazione;
imbarazzo o fastidio per la figura del corvo, che mette in scena la crisi dell’intellettuale marxista e la frattura tra teoria e vita;
sospetto politico nel PCI, che vedeva nel film una critica interna alla funzione pedagogica del partito
letture riduttive nel giornalismo mainstream, che tendeva a neutralizzare il contenuto politico trasformandolo in “favola grottesca”.
In particolare:
la reazione prevalente degli Accademici (universitari, critici letterari, storici delle idee) fu di perplessità, partire dal riconoscimento della complessità della questione proposta.
Le fonti mostrano che Uccellacci e uccellini fu percepito come un oggetto “non chiudibile”, cioè ambiguo, sfuggente, difficile da classificare. Treccani parla di una “zona di perplessità” attorno al film, dovuta alla sua natura ibrida e alla tensione tra ideologia e comicità.
Perché gli accademici erano spiazzati? Perché il film mette in crisi il marxismo come linguaggio interpretativo del reale, mostrando la frattura tra teoria e vita concreta del sotto proletariato.
Il corvo è una figura autoriflessiva che incarna l’intellettuale organico gramsciano in crisi.
Specialmente gli accademici marxisti più ortodossi vedevano nel film un attacco alla funzione critica dell’intellettuale, mentre gli accademici più aperti alla semiologia e alla teoria del linguaggio leggevano il film come un laboratorio di metacinema.
Tra i Giornalisti (stampa borghese, settimanali, critica cinematografica)la reazione prevalente fu quella di neutralizzare la tematica presentando il film come una ‘favola’ e ironizzando sulla sua narrazione. La stampa mainstream tendeva a enfatizzare la dimensione “infantile” e grottesca, minimizzando la portata politica. Ad esempio riduceva il corvo a un “personaggio buffo” invece che a una critica feroce dell’intellettuale moderno.
Perché? Perché il film mostra che la parola ideologica è interrotta continuamente dalla povertà materiale (Treccani), che l’intellettuale (marxista o meno) è impotente, incapace di incidere sulla realtà, mentre la stampa borghese (espressione del capitalismo aggressivo del boom) aveva interesse a lodare ‘le sorti magnifiche e progressive” dell’esistente. La comunicazione che fanno arrivare all’opinione pubblica che la legge è che Pasolini è sì un bravo autore, ma proprio come artista “eccentrico”, non certo un critico radicale della modernizzazione capitalistica (del loro stesso lavoro di ‘pifferai dell’imperatore’ (Vittorini)
Tra gli Scrittori di successo (narratori, saggisti, intellettuali pubblici)c’è una divisione netta. Gli scrittori più vicini alla neoavanguardia o alla sperimentazione vedevano nel film un’operazione linguistica innovativa, una riflessione sulla crisi dei codici simbolici del dopoguerra (a corroborare questa interpretazione – la lettura del film come metafora della dissoluzione dei codici simbolici è – ci sono Le pagine corsare).
Gli scrittori più legati al realismo socialista o al romanzo civile tendevano invece a considerare il film troppo allegorico, troppo “metaforico” rispetto ai problemi concreti della lotta di classe. In effetti sul piano personale, molti scrittori “civili” non accettavano che Pasolini mostrasse l’intellettuale come figura fallita, mangiata dal popolo che non riconosce più la sua funzione: in fondo scrivere per il ‘popolo’ era la loro fonte di reddito…
Politici e dirigenti del PCI mostrano con evidenza imbarazzo e sospetto. Il PCI degli anni ’60 era ancora legato alla figura dell’intellettuale organico gramsciano. Il corvo di Pasolini parla come un intellettuale marxista, nel senso che utilizza gli strumenti metodologici accettati dalla tradizione politica di sinistra (analizza, spiega, interpreta) ma fallisce e viene mangiato. Quindi di fatto accusa di velleitarismo e di cecità proprio i politici che si dichiarano ‘organici’ alle classi operaie, che secondo il film o non esistono più o rispondono ad altri bisogni, ad altre pratiche di sopravvivenza (certo non rispondono più all’Evento, all, Utopia, alla Rivoluzione).
in sostanza il film mette in scena la crisi del modello operativo dell’intellettuale organico (immaginato decenni prima, quando esisteva un ‘altro tipo’ di popolo), sicuramente la frattura concreta dei primi anni Sessanta tra teoria e prassi. Una vera e propria accusa diretta al PCI dell’epoca, Pci che quindi si mostra molto sospettoso nei confronti del film in cui Pasolini suggerisce che il linguaggio marxista non comunica più, che cioè il mitizzato popolo non ascolta, perché ormai imborghesito nelle soluzioni facili del mercato, disattento ai tempi lunghi delle riforme.
Se per Pasolini la pedagogia politica dell’Otto Novecento è ormai chiaramente inefficace: a fronte del nuovo mondo dei media, l’intellettuale organico è diventato superfluo, allora il PCI non poteva accettare pienamente un film che mostrava il proprio modello di intellettuale come inutile e divorato dalla realtà.
Il punto di rottura: la rappresentazione dell’intellettuale moderno
Tutti i gruppi reagiscono in modo diverso, ma convergono su un punto:
Pasolini mostra che l’intellettuale moderno — marxista, critico, pedagogico — non ha più un popolo.
Il corvo (cioè lo scrittore, il recensore di fil, il politico, il presentatore tv, il regista, il docente, il filosofo, l’accademico, l’ingegnere, lo specialista, l’artista di successo…) parla troppo entro i suoi schemi astratti (secondo la tradizione platonico – cartesiana della filosofia e della scienza moderna): pretende di affermare ‘assolute verità’ (creando di fatto un simulacro di FINITO stabile e a portata di mano), e perciò non ascolta quel che emerge dal basso il NON FINITO delle situazioni emergenti, dei corpi che si trovano immersi in reti di bisogni e desideri cangianti, sempre nuovi e imprevedibili..). il corvo pur se si esprime con educata eleganza è fortemente convinto della propria posizione gerarchica di conoscenza e privilegio, non sa cambiare davvero il codice con cui filtra il reale, al punto tale che non incarna più il sacro (il NON FINITO) col risultato di non rispondere davvero al bisogno del non intellettuale – non alfabetizzato di avere NUOVE spiegazioni – anche semplici, ma funzionali- sui bisogni elementari di senso e di sopravvivenza hic et nunc.
Di fatto non produce trasformazione (le sue soluzioni si rivelano inadeguate alle situazioni che sono cambiate, fuori dal Tempo e dallo Spazio, proprio perché si immaginano assolute…). ed anche il suo stile proprio perché raffinato e analitico (BELLO), risulta incomprensibile per le masse.
È perciò che viene mangiato, cioè semplicemente cancellato dall’orizzonte culturale del Popolo ormai diventato sciame di consumatori di tv ed emozioni da cronaca nera e glamour da film hollywoodiani.
In definitiva l’immagine del CORVO che sottolinea la DISTANZA tra popolo e intellettuale era inaccettabile
per il PCI (per motivi politici),
per gli accademici marxisti (per motivi teorici),
per i giornalisti borghesi (per motivi ideologici),
per molti scrittori civili (per motivi etici).
Sintesi finale
Gruppo
Reazione
Motivo
Accademici
Perplessità + interesse
Il film mette in crisi il marxismo come linguaggio interpretativo.
Giornalisti
Neutralizzazione ironica
Evitare la lettura politica radicale.
Scrittori
Divisione
Scontro tra sperimentazione e realismo civile.
PCI
Imbarazzo + sospetto
Il corvo rappresenta la crisi dell’intellettuale organico.
La MUSICA
n Uccellacci e uccellini la musica è totale: commento, controcanto, ironia, epica, distacco brechtiano, e soprattutto metalinguaggio. È composta da Ennio Morricone, ma Pasolini la usa non per “accompagnare”, bensì per commentare, contraddire, smontare ciò che accade in scena.
La funzione principale è rendere visibile la distanza tra la vita (Totò e Ninetto) e la teoria (il corvo) e mostrare come ogni linguaggio – anche musicale – sia un codice che può fallire.
Tipi di musica presenti
La Canzone d’apertura (“Uccellacci e uccellini” cantata da Modugno) è un prologo epico-parodico: racconta la storia prima che inizi, come un cantastorie popolare, per dare un tono favolistico e insieme politico al film, dichiarare che la storia raccontata è non realistica ma una parabola.
Musica orchestrale di Morricone: temi lirici, malinconici, quasi sacri, alternati a momenti ironici, buffi, stranianti. Ha la funzione di creare un doppio registro: uno levigato (= lirismo, sacro, epica) e uno ruvido (= quotidiano, comico, materiale).
La Musica diegetica (suoni occasionali, canti degli uccelli, i ritmi corporei dei fraticelli, rumori della strada)ha la funzione di radicare la storia nella vita materiale, contro la teoria del corvo.
Funzioni della musica nel film
Funzione epico-narrativa. La canzone iniziale è un riassunto e un commento. È come se Pasolini dicesse: “Non cercate realismo: questa è una parabola.”
Funzione brechtiana (distacco): la musica spesso non coincide con ciò che accade. Esempio: momenti drammatici accompagnati da musica leggera o viceversa. Serve a impedire l’identificazione emotiva e costringere a pensare.
Funzione antropologica
La musica distingue il mondo popolare (per Totò e Ninetto ritmi semplici, melodie immediate) da quello dell’intellettuale (per il corvo) musica più concettuale, astratta, “colta”).
Funzione politica
La musica mostra la crisi dei linguaggi: il linguaggio popolare è vivo ma non capisce la teoria; e il linguaggio intellettuale è raffinato ma non comunica.
Funzione comica e parodica
Morricone usa registri buffi, quasi da cartone animato, per smontare la retorica ideologica.
Come cambia la musica nelle singole scene
Una mappa scena per scena, leggibile come storyboard musicale.
🎵 SCENA 1 – Titoli di testa: Modugno canta la storia, con tono: epico + popolare. La funzione: è di presentare allo spettatore una dichiarazione di poetica (come si usa fin dall’Ottocento, da quando è chiaro che non ci sono Muse da ringraziare, ma istruzioni da dare a chi legge o guarda, degli occhiali con cui focalizzare temi e scopi.il succo della canzone è : questa è una favola politica.
🎵 SCENA 2 – Totò e Ninetto camminano: il tema, leggero, quasi da commedia, ha la funzione: di mostrare la loro innocenza, la loro “natura animale”, la loro non-teoricità. Senza pensieri, ritmo da viandante senza meta, il modo di sopravvivere della gente comune. Il rock e il ballo in particolare attraggono il giovane, tutto abbandonato alla pulsione ritmica del copro, che si limita a funzionare in modo omeostatico Ritmi senza direzione insomma-
🎵 SCENA 3 – l’Arrivo del corvo è sottolineato da una musica più astratta, intellettuale, “pensante”, per marcare la differenza tra sopravvivenza e vita che nasce dalla teoria.
🎵 SCENA 4 – nel corso della parabola dei fraticelli, ovviamente la musica assumi toni sacri, quasi medievali, in modo da evocare il mondo francescano: ma con ironia, perché ad esempio, quando i fraticelli imparano il linguaggio degli uccelli, la musica diventa imitativa, quasi zoologica.
🎵 SCENA 5 –quando si constata il fallimento della predicazione, la musica diventa sospesa, malinconica, per segnare la crisi del sacro e della parola.
🎵 SCENA 6 – Col ritorno al presente, torna il tema leggero di Totò e Ninetto per sottolineare che la vita continua nell’indifferente verso la teoria.
🎵 SCENA 7 –Quando il corvo parla troppo, la musica si fa ironica, quasi da cabaret e ridicolizza l’intellettuale che non sa tacere.
🎵 SCENA 8 – Il corvo viene mangiato: c’è silenzio , solo rumori corporei a sottolineare l’idea che la teoria(parole, codici di ogni tipo, anche la musica) viene “ingoiata” dalla vita.Il silenzio è la musica più forte del film, a sottolineare come all’origine, nel mondo senza uomini non c’è codice oo linguaggio di sorta-
🎵 SCENA 9 – l’ epilogo Riprende il tema iniziale, in modo da chiudere la cornice. La storia è di fatto un artefatto che non vuole dire verità storiche ma presentare concetti, magari fallibili. la parabola è compiuta.
Sintesi operativa
La musica in Uccellacci e uccellini è un codice che:
apre e chiude la parabola;
distingue i mondi (popolare / intellettuale / sacro);
commenta e contraddice;
mostra la crisi dei linguaggi;
accompagna la dissoluzione dell’intellettuale moderno.
La musica è un asse perfetto:
Registro
Musica
Funzione
Levigato
lirismo di Morricone, sacro, epico
Il mondo della teoria, del sacro, dell’intellettuale
Ruvido
rumori, canti, silenzi, buffoneria
il mondo della vita, del corpo, del popolo
[1] La musica, l’esplosione e il consumo di musica e ballo segnao in modo definitivo il nuovo esistere.
[2] La storia delle guerre e delle colonie e delle vicende intellettuali degli ultini secoli sono la prova del corpo mangia corpo a tutti i livelli. Il massimo della narrazione retorica dell’inganno è lo Slow food. Il massimo della cinica ammissione del cannibalismo come pratica umana, la retorica dei Diritti individuali Universali (la “democrazia”) da imporre ovunque ci siano fonti di potere economico. Palestina & Russia & Iran le narrazioni più mostruose, il nascondimento più raffinato del cannibalismo.
[3] Oggi è fin troppo facile intendere che esattamente questa è la procedura che adottano quelle forze culturali e politiche che si autoproclamano di Destra o Suprematiste. Pur avendo studiato (a volte proprio perché non hanno studiato) adottano il linguaggio basico del corpo, quello pulsionale dell’animal che sempre ci sostiene nel quotidiano della sopravvivenza, quello del NOI / VOI, piacere /dolore, della MIMESIS girardiana, dell’appartenenza, della ripetizione, della RE – ZIONE (S1), della situazione…. Si fanno (o sono) corpo prima che parola.
[4] La cosa sorprendente è che molte teorie scientifiche attuali confermano proprio questa intuizione pasoliniana: l’umano come animale pulsionale, reattivo, attraversato da automatismi che precedono la coscienza. Le scienze contemporanee mostrano che gran parte del comportamento umano è impulso, automatismo, reattività, con la coscienza che arriva dopo, come razionalizzazione. Così Le neuroscienze affermano che il sistema limbico genera risposte rapide, emotive, impulsive, e la corteccia prefrontale arriva dopo a razionalizzare. Cioè l’umano è strutturalmente un animale che reagisce prima di pensare. In particolare Friston, Clark affermano che Il cervello non “pensa”: predice. E quando la predizione fallisce, reagisce con paura, aggressività, imitazione o fuga. Insomma la coscienza è un epifenomeno, non il motore dell’azione. L’etologia con gli studi di Lorenz dimostra che l’aggressività è innata, ritualizzata e automatica. gli animali (e gli umani) cedono agli impulsi perché sono programmi evolutivi. Per Richard Dawkins (il teorico del gene egoista) l’individuo è un veicolo di strategie genetiche (competizione, riproduzione, dominanza) in cui l’impulso non è un errore ma la logica della vita. e questo non caratterizza solo l’animal solitario: per Frans de Waal, tutti gli animali sociali (primati) agiscono per status, imitazione e appartenenza. Esattamente come i passeri che imitano i falchi. A rinforzare questa teoria c’è anche la psicologia evoluzionistica, secondo cui la mente è fatta di moduli automatici la maggior parte dei quali fa sì che le decisioni sono di fatto impulsi adattivi, mentre la razionalità è una giustificazione postuma. Insomma l’uomo è un animale che “cede” perché è progettato per farlo, perché l’adattamento alla situazione costa meno energia che difendere quella precedente. In concrete le scienze cognitive delle quattro E (embodied, embedded, enactive, extended) dicono che la mente è corporea, l’azione precede il pensiero e l’ambiente guida il comportamento. L’umano è in sostanza un sistema reattivo, non un soggetto sovrano. E questo è molto pasoliniano: prima il corpo, poi la coscienza. Anche
Kahneman, Tversky, Thaler mostrano che il 90% delle decisioni è impulsivo, i bias sono meccanismi automatici, la razionalità è un’eccezione, non la norma: homo sapiens –anche nella forma di uomo moderno alla Cartesio – è un animale che reagisce, non che sceglie. Panksepp in particolare identifica quali siano i sistemi emotivi primari con cui agisce S1 ( SEEKING, FEAR, RAGE, LUST, CARE, PANIC): grazie a queste reti l’uomo è “sempre all’origine” perché è sempre mosso da sistemi affettivi pre-razionali, perché infine come afferma la teoria dei sistemi complessi L’umano è un sistema emergente, cioè non lineare ma reattivo e sempre sensibile alle condizioni iniziali. Quindi l’impulso è una proprietà emergente, non un difetto.
[5] Le teorie contemporanee che confermano Pasolini sono:
Neuroscienze affettive (Panksepp)
Predictive Processing (Friston, Clark)
Etologia (Lorenz, de Waal)
Biologia evoluzionistica (Dawkins)
Psicologia evoluzionistica
Bias cognitivi (Kahneman)
Scienze cognitive 4E
Teoria dei sistemi complessi
Tutte convergono su un punto: l’umano è un animale pulsionale che razionalizza dopo.
[6] Oggi sulle scene mondiali si aggira lo spettro di Thiele e dei tradizionalisti che inneggiano al bisogno di tornare al Sacro puro e duro, non quello banalizzato delle religioni storiche che col loro eudaimonismo cercano di ridurre la forza devastante degli impulsi animali, ma quello dell’uomo prima della storia, delle culture di qualunque tipo, quello dell’animal, dell’ “homo homini lupus”. E di fatto l’intellettuale tipico del mondo della connessione fluida (media, IA, politica, Mercato, Finanza)è uno specialista (secondo le proposte del positivismo francese e del pragmatismo anglosassiìone)al servizio dei LUPI che mangiano AGNELLI.
Un gruppo umano della periferia spinto da bisogni primari, che decide su lla spinta di impulsi, di tradizioni. valore la sopravvivenza sena fatica. il progetto e la cura inesistenti all’inizio, poi abbracciati quando incontra la ragazza pura. lavoro come vincolo alla pulsione, fallimento anche nel furto. la fine come conclusione simile alla tragedia greca.: impossibilità di scegliere tra ‘destino’ (stile della tradizione ereditata dalla cultura popolare) e progetto (vita insieme con donna senza sfruttarla).
Nascita di un’antropologia. Non un film “su un personaggio”, ma su un gruppo umano, un ecosistema periferico che vive secondo bisogni primari, impulsi, tradizioni ereditate. Un mondo dove progetto e cura non esistono ancora come categorie.
TRAMA ESSENZIALE
Vittorio, detto Accattone, vive nelle borgate romane sfruttando Maddalena, la prostituta che gli garantisce la sopravvivenza. Quando Maddalena viene arrestata, il suo piccolo “sistema di vita” crolla. Accattone incontra Stella, ragazza pura, ingenua, non ancora corrotta dalla logica della borgata. Per lei tenta di cambiare: prova a lavorare, prova a rubare senza violenza, prova a immaginare un futuro diverso. Fallisce in tutto. Muore in un incidente in moto dopo un furto maldestro. La sua ultima frase: “Mo’ sto bene” — come un eroe tragico che riconosce il proprio destino solo nel momento della fine.
1. ANTROPOLOGIA DELLA BORGATA
Un gruppo umano pre-moderno
Pasolini osserva la borgata come un gruppo arcaico, non ancora entrato nella modernità:
Bisogni primari: mangiare, dormire, sopravvivere.
Valori: onore, virilità, appartenenza al gruppo.
Regole: non scritte, trasmesse per imitazione.
Tempo: non progettuale, ma ciclico, ripetitivo.
Azione: non scelta, ma impulso.
È un mondo senza futuro, senza “domani”, senza la categoria del progetto. La sopravvivenza è l’unico valore, ma senza fatica: il lavoro è percepito come degradazione, come perdita di identità.
Accattone come figura antropologica
Accattone non è un individuo psicologico: è un tipo umano. È l’uomo che vive solo nel presente, senza interiorità, senza memoria, senza progetto. Un uomo che non sceglie: è scelto dal suo ambiente.
2. L’INCONTRO CON STELLA: NASCITA DEL PROGETTO
Stella è l’elemento antropologico nuovo:
non appartiene alla logica della borgata
non è corrotta dal codice maschile del dominio
non è oggetto di scambio economico
non è “funzionale” alla sopravvivenza
Con lei Accattone scopre due categorie nuove per il suo mondo:
1. Cura
Per la prima volta si prende cura di qualcuno senza sfruttarlo. È un gesto rivoluzionario nella sua antropologia.
2. Progetto
Prova a immaginare una vita diversa:
lavorare
vivere insieme
non sfruttare
non rubare
Ma il progetto è contro la sua natura antropologica. È come chiedere a un personaggio dell’Iliade di diventare un borghese.
3. IL LAVORO: IL VINCOLO ALLA PULSIONE
Il lavoro, per Accattone, è:
umiliazione
perdita di identità
rottura del codice virile
sottomissione alla fatica
ingresso nella modernità (che Pasolini vede come corruzione)
Il lavoro è l’unico modo per entrare nel mondo del progetto. Ma Accattone non ha gli strumenti culturali per sostenerlo. Il suo corpo stesso lo rifiuta: si ammala, sviene, fugge.
4. IL FURTO FALLITO: L’ULTIMO TENTATIVO DI ESSERE SE STESSO
Quando prova a rubare, non lo fa per avidità: lo fa per tornare a un codice che conosce, quello della borgata.
Ma fallisce anche lì. Il mondo è cambiato, la borgata non è più quella arcaica di un tempo. Accattone è fuori posto ovunque:
troppo “puro” per la modernità
troppo “stanco” per la tradizione
5. LA MORTE COME TRAGEDIA GRECA
La fine di Accattone è tragica nel senso classico:
Conflitto insolubile
Destino: la tradizione della borgata, la vita senza progetto.
Progetto: la vita con Stella, la cura, il lavoro.
Non può scegliere. Ogni scelta lo distrugge.
Anagnorisis
Nel momento della morte, riconosce la sua verità: non poteva essere altro da ciò che era.
Catarsi
La sua morte non è punizione morale: è la conclusione necessaria di un conflitto antropologico irrisolvibile.
SINTESI OPERATIVA : levigato/ruvido)
LEVI GATO — la struttura
Borgata = gruppo umano arcaico
Accattone = uomo senza progetto
Stella = nascita della cura
Lavoro = ingresso nella modernità
Morte = impossibilità di conciliare destino e progetto
RUVIDO — la materia
Fame, corpo, impulso
Codice virile, onore, sopravvivenza
Tradizione come destino
Progetto come violenza antropologica
Tragedia come unica forma di verità
Se vuoi, posso costruire una mappa visiva che mostri:
L’intellettuale (Totò) diventa pellegrino del senso
4. Corpo politico
È ridotto a oggetto di potere
Non ha più voce né progetto
La società divora il corpo stesso
⚙️ ANTROPOLOGIA PASOLINIANA (RUVIDA)
Dal bisogno alla colpa
Dall’impulso alla parola
Dalla comunità alla solitudine
Dal corpo vivo al corpo consumato
SPAZIO TEMPO
Nella borgata di Accattone, lo spazio e il tempo non sono coordinate geometriche o storiche: sono materie antropologiche, deformate dal bisogno e dall’assenza di progetto. Pasolini li trasforma in segni di una Spazio: il recinto della sopravvivenza
Chiuso, circolare, ripetitivo. La borgata non è periferia urbana, ma tribù: un territorio che si ripiega su se stesso. Strade, baracche, ponti, fossi — tutto è orizzontale, senza prospettiva. Non c’è “altrove”: ogni movimento è ritorno.
Spazio come corpo. L’ambiente non è sfondo, ma estensione del corpo di Accattone: sporco, ferito, affamato. La borgata è una topografia della fame, dove ogni gesto è difesa o conquista.
Assenza di cura. Nessuno costruisce, nessuno coltiva, nessuno progetta. Lo spazio è abitato, non trasformato. È un luogo dove si sopravvive, non si vive.
Tempo: il presente eterno
Tempo senza futuro. Non esiste il “domani”: solo il ritmo del bisogno. Il tempo è biologico, scandito da fame, sonno, sesso, paura. È ritmico, non cronologico.
Tempo come ripetizione. Ogni giorno è uguale al precedente. La memoria non produce storia, ma eco. Il passato non insegna, il futuro non promette.
L’incontro con Stella introduce un’altra temporalità: il tempo della cura, lento, progettuale, che chiede attesa. Ma Accattone non sa abitarlo: il suo corpo è tarato sul tempo dell’impulso.
Sopravvivenza vs Vita
Dimensione
Sopravvivenza
Vita
Motore
Fame, impulso
Cura, progetto
Tempo
Presente biologico
Futuro narrativo
Spazio
Recinto, borgata
Apertura, mondo
Etica
Necessità
Responsabilità
Corpo
Strumento
Soggetto
Esito
Destino
Scelta
Comunità pre-moderna, dove la sopravvivenza è l’unico orizzonte possibile.
Accattone tenta di passare dalla sopravvivenza alla vita, ma il suo corpo e il suo spazio non lo permettono. La borgata è un ecosistema chiuso, dove il tempo non scorre ma ristagna. La vita, per lui, è una categoria impossibile: richiede progetto, e il progetto è già una forma di morte.
EVENTO
l’esistenza di Accattone incontra davvero l’Evento nel senso badiouiano — ma lo incontra come impossibilità, come RìEvento mancato, come apertura che non riesce a diventare fedeltà. E proprio per questo è un caso antropologicamente potentissimo.
1. Che cos’è l’Evento per Badiou (in breve e con rigore)
Dalle fonti disponibili emerge che per Badiou l’Evento è:
una rottura del dato, qualcosa che accade e non si deduce dallo stato di fatto
una novità reale, che introduce una configurazione nuova di elementi già presenti nel sito
l’inizio di una procedura di verità, che richiede un soggetto capace di fedeltà all’Evento
una possibilità di cambiamento, legata a un “punto” che decide tra continuità e trasformazione
In altre parole: l’Evento è ciò che apre un mondo nuovo, ma solo se qualcuno gli resta fedele.
2. L’Evento nella vita di Accattone: Stella come RìEvento
Nel mondo chiuso della borgata — spazio ciclico, tempo senza futuro — l’incontro con Stella è un’irruzione assoluta:
introduce cura in un mondo di impulso
introduce progetto in un mondo senza domani
introduce responsabilità in un mondo di necessità
introduce lavoro come possibilità di trasformazione
È, letteralmente, ciò che Badiou chiamerebbe un Evento del Nuovo: una configurazione inedita di elementi già presenti nel “sito” (la borgata), ma mai combinati così.
Stella non è solo una ragazza: è la possibilità di un altro mondo.
3. Perché è un RìEvento e non un Evento compiuto
Per Badiou, l’Evento diventa reale solo se qualcuno gli resta fedele. Accattone non riesce.
Perché?
il suo corpo è tarato sul tempo dell’impulso, non sul tempo della fedeltà
il suo spazio è recinto, non apertura
la sua identità è tribale, non soggettiva
il lavoro è vissuto come umiliazione, non come costruzione
la tradizione della borgata è un destino, non un’opzione
Accattone vede l’Evento, lo sente, lo sfiora, ma non può sostenerlo. È come se l’Evento fosse troppo grande per il suo mondo.
4. L’Evento come conflitto tragico
La tragedia nasce proprio qui: Accattone è diviso tra due mondi incompatibili.
Destino (borgata)
Evento (Stella)
impulso
cura
sopravvivenza
vita
presente
futuro
tradizione
progetto
onore virile
responsabilità
gruppo
coppia
L’Evento apre un mondo nuovo, ma il vecchio mondo lo richiama come una forza gravitazionale. Accattone non può restare fedele all’Evento senza morire simbolicamente. E infatti muore realmente.
5. La morte come “punto” badiouiano
In Logique des mondes, Badiou definisce il punto come il luogo in cui si decide la possibilità o meno del cambiamento .
La morte di Accattone è esattamente questo: il punto in cui il cambiamento diventa impossibile.
Non è punizione morale. È la forma tragica della non-fedeltà all’Evento.
6. Sintesi operativa (ruvida, nel tuo stile)
RìEvento = Evento che accade ma non si compie.
Accattone vive un RìEvento perché:
l’incontro con Stella è un’irruzione del nuovo
ma il suo mondo non può sostenerlo
e il suo corpo non può trasformarsi
e la sua fedeltà non può durare
L’Evento c’è, ma non diventa verità.
EROS&CURA
LA CURA NON ESISTE NELLA ANTROPOLOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA (FIGLI, MOGLIE, MADDALENA). E’ ANCORA L’ANIMAL. MA L’ANIMAL SYMBOLICUM FA EMERGERE L’UMANO COME CURA, COME ‘INNAMORAMENTO’, COME DEDIZIONE A STELLA
.Questa è una delle chiavi antropologiche decisive per capire Accattone e, più in generale, l’intera genealogia pasoliniana: la cura non esiste nella sopravvivenza. E non può esistere. Perché la cura non è un istinto: è una costruzione simbolica.
1. ANTROPOLOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA = ANIMAL
Nella borgata, l’essere umano non è ancora umano nel senso pieno: è Animal, cioè organismo che risponde a bisogni immediati.
Caratteristiche dell’Animal: vive nel presente biologico, agisce per impulso, riconosce solo il gruppo (maschile) e il suo codice d’ “onore”, non elabora progetto, non conosce cure e non distingue desiderio da bisogno
Perché non c’è cura?
Perché la cura richiede tempo lungo, responsabilità, rinuncia all’impulso, costruzione di un legame e soprattutto la simbolizzazione dell’altro
Tutto ciò è impossibile nell’antropologia della sopravvivenza.
Esempi nel film
Figli: non oggetti di cura, ma di destino.
Moglie: non relazione, ma vincolo.
Maddalena: non persona, ma risorsa economica.
Nessuno di questi rapporti è “cura”: sono funzioni dentro un ecosistema di necessità.
2. L’ANIMAL SYMBOLICUM = NASCITA DELL’UMANO
L’umano non nasce dal corpo: nasce quando il corpo produce simboli.
E il primo simbolo umano è la cura.
Cosa introduce l’Animal Symbolicum?
il tempo lungo (attesa, progetto), la capacità e la pratica didedizione, di fatto la responsabilità con la rinuncia all’impulso e soprattutto la capacità di vedere l’altro come altro (di accettare di avere una ‘teoria della mente’ che consente di intuire le idee e le emozioni dell’altro, di intrpretarne i problemi, di parteciparvi, di sentirsene in qualche modo corresponsabile).
È qui che nasce l’humanitas.
3. STELLA COME SOGGETTO DELL’EVENTO
Stella non è solo una ragazza: è l’irruzione dell’Animal Symbolicum nel mondo dell’Animal.
Cosa porta Stella? La possibilità della cura ovvero del progetto. La possibilità stessa dell’innamoramento apre alla possibilità della vita (non solo sopravvivenza)
Accattone, per la prima volta, vede un mondo possibile.
4. L’INNAMORAMENTO COME RÌEVENTO
L’innamoramento non è un sentimento romantico: è un dispositivo antropologico.
Per Pasolini (e per Badiou), l’innamoramento è un Evento che rompe la ripetizione, un’apertura verso un mondo nuovo quindi una chiamata alla fedeltà, la possibilità quindi di trasformazione del soggetto
Accattone lo sente. Lo riconosce. Lo desidera.
Ma non può sostenerlo.
5. PERCHÉ L’ANIMAL NON REGGE L’ANIMAL SYMBOLICUM
Accattone è ancora Animal. il suo corpo è tarato sul bisogno, il suo tempo è il presente, il suo spazio è la borgata, la sua identità è tribale, il lavoro è vissuto come umiliazione e ogni progetto è vissuto come violenza
L’Evento-Stella apre un mondo che il suo corpo non può abitare.
6. LA MORTE COME COLLASSO TRA DUE ANTROPOLOGIE
La morte di Accattone non è morale: è antropologica.
È il punto in cui:
l’Animal non può più essere Animal
l’Animal Symbolicum non può ancora essere umano
È la tragedia del passaggio mancato. SINTESI RUVIDA
ANIMAL
ANIMAL SYMBOLICUM
impulso sopravvivenza presente grupponecessità Maddalena come funzione
cura innamoramento progetto futuro responsabilità Stella come Evento
Accattone è quindi il racconto di un corpo (individuo diremmo nella denominazione della cultura archivio della modernità) che tenta di passare da Animal a Animal Symbolicum, di diventare umano nel senso che il nome prende dalla cultura umanistica classica, ma muore nel varco.
LO STATO MODERNO
La presenza della polizia è indizio della presenza di uno stato ,quello sorto dalla modernità come mezzo per garantire la coesistenza nell’incrocio di comunità e antropologie diverse. che vuol dire lo sguardo del poliziotto che segue Accattone nel corso dei tentativi di ri-evento? perché legge Candido?
Mettendo in relazione antropologia pasoliniana, nascita dello Stato moderno, sguardo poliziesco, fallimento del RìEvento, Candido come figura filosofica: è esattamente il punto dove Accattone smette di essere “neorealismo” e diventa filosofia politica incarnata.
1. La polizia come segno dello Stato moderno
Nella borgata, tutto è arcaico: tempo ciclico, spazio tribale, relazioni personali e funzionali, insomma antropologia della sopravvivenza
Ma c’è un elemento che non appartiene a quel mondo: la polizia.
La polizia è il segno minimo dello Stato moderno, cioè di un ordine che nasce per garantire la coesistenza di comunità diverse, cioè regolare conflitti tra antropologie incompatibili imponendo un codice unico dove prima c’erano codici tribali, introducendo di fatto la legge come astrazione
Se la borgata è pre-moderna e la polizia è moderna, quando la polizia entra in scena, entra la modernità.
2. Che cosa fa lo sguardo del poliziotto?
La scelta dell’autore è quella di una presenza silente ma attenta. Il poliziotto non interviene quasi mai: on punisce, non salva, non educa, non reprime.
Guarda.
È uno sguardo che non appartiene alla borgata, non partecipa quindi al suo codice (non riconosce cioè principi regolativi come onore, fame, impulso) perché vive fuori del bisogno fondamentale della sopravvivenza.
Certamente però non è dentro la cura: è lo sguardo impersonale dell’istituzione, astratto, neutro, distante, moderno.(che pretende cioè di decidere e agire in nome di principi assoluti, validi ovunque, oggi diremmeo universali)
Cosa vede?
Vede un uomo che tenta di diventare altro. Vede un corpo che tenta di uscire dal proprio destino. Vede un RìEvento che non si compie.
Lo sguardo del poliziotto è lo sguardo dello Stat- Istituzione che osserva un soggetto che tenta di nascere — e fallisce.
3. Perché segue Accattone proprio nei tentativi di RìEvento?
Perché lo Stato moderno vede ciò che la borgata non vede: vede il tentativo di trasformazione, ha una idea del tempo di lunga durata, e intende prevenire l’imprevisto, vuole dirigere verso una ‘retta via’ che è quella della Legge che lo stato si è dato nell’interesse della res publica..
La borgata vede nell’agire di Accattone il tradimento del codice, in pratica una dimostrazione di debolezza, addirittura la perdita stessa di virilità
Lo Stato vede un possibile cittadino, cioè un soggetto moderno che si dà un progetto di trasormazione (un diventare altro da quello che è nato), insomma un possibile ingresso nella legge
Accattone, tentando di lavorare, di prendersi cura, di amare Stella, si avvicina allo Stato. Non per scelta politica, ma per antropologia. Implicita :homo sapiens percepisce la differenza tra le potenzialità che le situazioni propongono e tende a cogliere il kairòs di una esistenza che sia più routinaria, più ripetitiva, meno ricca di imprevista e di dipendenza continua. È l’idea della Cura come passo fondamentale che innesca la metamorfosi.
E lo Stato lo guarda. Come si guarda un animale che tenta di diventare umano.
4. Perché il poliziotto viene presentato dall’autore mentre si muove mentre legge Candido, immediatamente una rivista della destra conservatrice dell’epoca, di fatto una citazione del romanzo di Voltaire?
Questo è il punto più raffinato.
Il poliziotto che legge Candido di Voltaire è ovviamente un gesto che non descrive la realtà (secondo il codice formale dell’epoca neorealistica) ma introduce uno sfondo filosofico straniante..
Candido è
una ribvista degli anni del secondo dopoguerra
ma l nome della testata rinvia al romanzo dell’ingenuo che attraversa il mondo
In pratica Pasolini in tal modo critica l’ottimismo metafisico della modernità dell’uomo moderno che deve “coltivare il proprio giardino”. È già indizio della fine delle illusioni (cfr. le ceneri di Gramsci) e conseguentemente l’ingresso nella responsabilità del singolo
Candido è l’anti-Accattone.
Candido attraversa il mondo e diventa adulto. Accattone attraversa la borgata e muore.
Candido costruisce un progetto. Accattone non può.
Candido entra nella modernità. Accattone resta nell’arcaico.
Il poliziotto che legge Candido rappresenta la modernità che osserva (freddamente, senza empatia9 l’arcaico.
5. Lo sguardo del poliziotto come “sguardo della verità” (Badiou)
Per Badiou, la verità non è psicologica: è procedurale. Richiede: Evento, Fedeltà, Costruzione, Mondo nuovo
Il poliziotto è lo sguardo che vede la possibilità di una procedura di verità — e vede che non si compie.
È lo sguardo che registra il fallimento del Rì-Evento: non giudica, come detto, non punisce, e quindi non non salva. Si limita a Constatare.
È lo sguardo della modernità che si limita a registrare i tentativi di un soggetto che non riesce a nascere.
6. Sintesi
A
BORGATA =Animal
STATO = Animal Symbolicum
impulsofamepresentedestinogruppo
leggeprogettoresponsabilitàfuturoindividuo
B
POLIZIOTTO= sguardo della modernità
ACCATTONE = soglia tragica
osserva il tentativo di nascita del soggettovede il RìEventovede la non-fedeltàlegge Candido perché è il romanzo della nascita dell’uomo moderno
tenta di passare da Animal a Animal Symbolicumtenta la curatenta il progettotenta la vitafalliscemuore nel varco
C
TRIANGOLO ANTROPOLOGICO DI ACCATTONE
(ruvido, sistemico, con vettori di forza)
1 BORGATA (ANIMAL)
ACCATTONE
ACCATTONE
2 STELLA (RI –EVENTO) 3 STATO –CANDIDO (modernità)
🔻 VERTICE 1 — BORGATA (ANIMAL)
Antropologia: impulso, fame, sopravvivenza, presente biologico, codice virile, gruppo come tribù, tradizione come destino
Funzione nel triangolo: È il punto di origine: l’Animal. Qui non esistono cura, progetto, responsabilità. È il mondo che trattiene Accattone.
Vettore: → Trascina verso il basso → Riassorbe ogni tentativo di trasformazione
🔻 VERTICE 2 — STELLA (RÌEVENTO)
Antropologia: cura, dedizione, innamoramento, tempo lungo, possibilità del progetto, responsabilità verso l’altro
Funzione nel triangolo: È il punto di apertura: il RìEvento. Non è ancora Evento compiuto (Badiou), ma irruzione del nuovo.
Vettore: → Tira verso l’alto → Apre il varco tra Animal e Animal Symbolicum
🔻 VERTICE 3 — STATO / CANDIDO (MODERNITÀ)
Antropologia: legge astratta, individuo senza cura, coesistenza tra comunità diverse, Progetto come norma astratta separata dall’hic et nunc, responsabilità civile, quindi sguardo neutro, istituzionale
Perché Candido? Perché è il romanzo della nascita dell’uomo moderno: l’ingenuo che attraversa il mondo, perde le illusioni, e alla fine coltiva il proprio giardino.
Il poliziotto che legge Candido è la modernità che osserva l’arcaico.
Vettore: → Stabilizza → Norma → Osserva senza intervenire
🔺 AL CENTRO DEL TRIANGOLO: ACCATTONE
Accattone non è un vertice: è il corpo che si lacera tra i tre vertici.
Tensioni che lo spezzano: Borgata ( lo richiama al destino) vs Stella (lo chiama alla cura) vs Stato (lo osserva come possibile soggetto moderno)
Accattone è il corpo-soglia: troppo Animal per diventare umano, troppo umano per restare Animal.
Perché si spezza?
Perché i tre vettori sono incompatibili:
Animal non può sostenere la cura
Cura non può radicarsi senza progetto
Progetto richiede un ingresso nella modernità
Modernità richiede un soggetto che Accattone non è
Il triangolo è una macchina tragica
D
MAPPA RUVIDA (testuale, operativa)
STATO / CANDIDO
(modernità)
▲
sguardo, legge,
individuo, progetto
BORGATA ◄─────────┼─────────► STELLA
(Animal) │ (RìEvento)
impulso, │ cura, dedizione,
fame, destino │ innamoramento
│
▼
ACCATTONE
corpo-soglia che si spezza
E
SINTESI RUVIDA
Borgata = Animal → trattiene
Stella = RìEvento → apre
Stato/Candido = modernità → osserva
Accattone = corpo che tenta il passaggio e muore nel varco
La tragedia nasce perché nessuno dei tre vertici può essere conciliato.
ANALOGIA ACCATTONE- FANDOM di OGGI
Perché rivedere Accattone oggi? Perché mettere in relazione due mondi che sembrano lontani — la borgata arcaica di Accattone e i fandom digitali contemporanei — ci consente di osservare come quei due mondi condividono la stessa struttura antropologica di fondo: un corpo collettivo che tenta di diventare soggetto e si spezza nel passaggio.
Accattone è un potente “cannocchiale aristotelico” con notare quanto percepiamo e accettiamo come fenomeni naturali ineluttabili fenomeni costruiti dalla stesa plasticità di homo sapiens. due tipi di comunità che tentano di costruirsi una forma umana controllata ma falliscono.
1. La condizione di Accattone: un corpo che tenta di nascere
Accattone vive in un mondo dove lo spazio è recinto, il tempo è presente biologico, l’identità è tribale, la sopravvivenza è l’unico valore, la cura per l’altro non esiste e il progetto di lunga scadenza è impossibile
Quando incontra Stella, si apre un Rì-Evento: la possibilità di diventare soggetto: ma il suo corpo, la sua comunità e il suo mondo non reggono questa trasformazione.
Accattone è un corpo-soglia che tenta di passare da Animal a Animal Symbolicum e si spezza.
2. La condizione dei fandom contemporanei: comunità che tentano di diventare soggetti
I fandom sono comunità affettive, gruppi identitari, vere e proprie tribù digitali che si costituiscono organismi collettivi, costituiti da popolazioni emotive
Vivono in un ecosistema dove lo spazio è la piattaforma, il tempo è il feed continuo, l’identità è performativa e la sopravvivenza è visibilità. Di fatto la cura è simulata (supporto, hype, difesa) e il progetto è instabile
Anche i fandom, come Accattone, vivono in una condizione pre-soggettiva: sono comunità che sentono, reagiscono, si muovono, ma non diventano mai pienamente soggetti politici.
Sono Animal collettivi che tentano di diventare Animal Symbolicum.
3. Il punto di contatto: il Rì-Evento che non si compie
Accattone incontra Stella che gli si propone come possibilità di diventare soggetto. Il fandom incontra l’oggetto amato quindi coglie la possibilità di diventare soggetto collettivo.
Ma in entrambi i casi la trasformazione non si compie. La fedeltà all’Evento non regge perché il corpo (individuale o collettivo) non sostiene il progetto: la comunità richiama sempre indietro alla de- soggettività (al destino). E la modernità (le istituzioni nate in teoria per offrire cura alla res publica) osserva senza intervenire
Accattone fallisce il passaggio, il fandom fallisce il passaggio: entrambi restano a metà.
4. La struttura comune: il triangolo antropologico
La situazione di Accattone e quella dei fandom hanno la stessa geometria:
VERTICE 1 — Comunità arcaica
Borgata
Fandom come tribù emotiva
VERTICE 2 — Evento
Stella
Oggetto amato (idol, creator, serie, artista)
VERTICE 3 — Modernità / Stato / Piattaforma
Poliziotto che legge Candido
Algoritmo che osserva, misura, regola
AL CENTRO — Corpo che si spezza
Accattone
Fandom come corpo collettivo
Entrambi vivono una tensione impossibile tra:
impulso e progetto
appartenenza e soggettività
sopravvivenza e vita
destino e Evento
5. La piattaforma come “poliziotto che legge Candido”
Nel film, il poliziotto osserva, non interviene: rappresenta la modernità nella sua forma di Istituzioni terze, che fanno da ponte tra comunità varie. Legge Candido come a dire che il suo progetto è in fondo quello della nascita dell’uomo moderno come coltivatore del ‘proprio orticello’ (empatia selettiva quindi).
Nella contemporaneità, la piattaforma osserva e non interviene (se non per regolare). Rappresenta la modernità algoritmica che legge i dati (non Candido, ma è la stessa funzione) come mezzi per creare ordine.
È lo sguardo neutro che vede la comunità tentare di diventare soggetto — e fallire. Perché di fatto persegue il suo scopo di autoregolazione positiva: creare dipendenze dall’uso, dal determinare la percezione di “esistenza “ in luogo della “sopravvivenza” dal fatto stesso di essere presente in rete
🔥 6. Conclusione ruvida: Accattone è il prototipo del fandom
ACCATTONE è
Il FANDOM è
un corpo che vive nel flussoun’identità senza progettouna comunità che lo trattieneun Evento che lo chiamauno Stato che lo osservaun soggetto che non nasce
un corpo collettivo che vive nel feedun’identità performativa senza progettouna comunità che lo trattieneun Evento (idol) che lo chiamauna piattaforma che lo osservaun soggetto collettivo che non nasce
In conclusione Accattone è il primo “fandom” della storia italiana.Il fandom è la borgata digitale del XXI secolo.
PIATTAFORMA, WEB, AI: DAVVERO NEUTRA?
La piattaforma nelle forme più o meno innovative del web e dell’IA, non è semplicemente “lo sguardo neutro” che osserva (come si racconta) ma uno sguardo che produce dipendenza mentre finge neutralità. È lo sguardo che non vuole che la comunità diventi soggetto, perché la sua funzione è mantenere la comunità in uno stato di sopravvivenza percepita come vita.
E qui l’analogia con Accattone diventa chirurgica.
1
La piattaforma come poliziotto che legge Candido
Nel film, il poliziotto che osserva e non interviene rappresenta la modernità come segnala il dettaglio del leggere Candido (nascita dell’uomo moderno)
Ma soprattutto è chiaro che, per risolvere il suo compito (far coesistere comunità diverse) non si assume il compito di far diventare Soggetto Accattone : Pasolini ha sperimentato per anni come nella scuola (istituzione moderna9 si miri a trasformare quelli che vengono da comunità varie in semplici Esecutori di Regole, in passivi portatori di protocolli,. Lo stato, quello che si autodefinisce ‘democratico’ negli anni Cinquanta e Sessanta, si assegna il compito è mantenere l’ordine, nondi generare emancipazione del singolo.
La piattaforma fa lo stesso, ma in modo più sofisticato:
si presenta come spazio di vita (“Qui esisti, qui sei visto, qui sei riconosciuto.”)
ma funziona come dispositivo di sopravvivenza (ti tiene in vita solo se resti dentro il flusso.(di fatto la tua esistenza dipende dalla tua presenza nella rete: la rete diventa un Destino necessario)
produce dipendenza come forma di autoregolazione positiva: ogni interazione è un micro-premio, ogni notifica è un richiamo,ogni like è un nutrimento. È la fame di Accattone, ma digitalizzata.
trasforma la sopravvivenza in percezione di vita: non vivi ma sei mantenuto in uno stato di attivazione continua.La piattaforma non vuole che tu diventi soggetto che si permetta si sperimentare l’Altro, l’Altrove (in questo caso paradossalmente il Rumore del Reale). Vuole che tu resti utente del Flusso
2.Perché la piattaforma non vuole un soggetto?
Perché un soggetto ha progetto, autonomia, tempo lungo e soprattutto può uscire (decidere di uscire) dal sistema disattivando il flusso. La piattaforma, come lo Stato moderno nel film, vuole prevedibilità, continuità, autoregolazione ma soprattutto la permanenza nel flusso. Un soggetto che si guarda e guarda e interpreta il Rumore del mondo, che si sposta su altri spazi – tempo, che conquisti altri fini e metodi, è un rischio. L’utente del web è un valore.
4. La piattaforma come “Stato algoritmico”
La piattaforma è lo Stato moderno portato al suo limite. non ha corpo o volto, non ha intenzioni dichiarate quindi morale, tanto meno i fini della politica moderna che punta a realuzzare l’interesse generale, grazie alle procedure di impersonalità.
Ha solo una funzione: mantenere il flusso. È lo Stato che non garantisce la vita, ma la sopravvivenza attiva, è lo Stato che non vuole cittadini, ma presenti.
5. Perché la piattaforma crea dipendenza?
Perché la dipendenza è la forma perfetta di autoregolazione, permanenza e prevedibilità, assicurando sempre la continuità del flusso. Insomma la piattaforma non ti chiede di vivere ma di esserci.
vive in un mondo dove la sopravvivenza è travestita da vita.
Vive in un mondo dove la sopravvivenza è travestita da vita.
7. Sintesi ruvida
– La piattaforma è lo sguardo neutro che non vuole soggetti.
– Trasforma la sopravvivenza in percezione di vita.
– Produce dipendenza come forma di autoregolazione.
– Mantiene la comunità in stato di Animal, non di Animal Symbolicum.
– L’esistenza digitale diventa “esserci”, non vivere.
– Il fandom è la borgata digitale.
– L’algoritmo è il poliziotto che legge Candido.
La cultura del flusso rivela che l’esserci di Heidegger – vero mito fondativo dell’esistenzialismo del Novecento e delle pratiche estetiste di oggi – se ci si sottrae al Rumore del Mondo Concreto, è solo un algoritmo.
E Accattone è una Figura di soglia di questa trasformazione
La forma. Come lo dice?
1
La Musica
PERCHE’ BACH?
Perché un film ruvido, primitivo, “basso”, sceglie come controcanto la musica più alta, più pura, più celeste della tradizione occidentale?
La risposta non è estetica. È antropologica. E riguarda l’armonia delle dissonanze che Pasolini costruisce tra:
un corpo che sopravvive e una musica che salva
un mondo chiuso e una trascendenza che non arriva
un destino che schiaccia e un’idea di grazia che sfiora
La scelta di Bach non è decorativa. È un gesto violento, quasi scandaloso
A. Bach come “lingua del sacro”
Per Pasolini, Bach è la forma più pura del sacro occidentale: ordine, necessità, trascendenza, grazia.
La musica di Bach è la voce di Dio in un mondo che Dio ha abbandonato.
B. Bach come controcampo antropologico
Accattone vive in un universo pre-morale, pre-borghese, pre-moderno: impulso, fame, bisogno, sopravvivenza.
Mettere Bach sopra questo mondo significa non elevare la borgata, ma rivelarne la sacralità perduta.
Accattone non è un delinquente: un personaggio sacro senza religion, una mescolanza di forze come ogni organismo vivente. Un Cristo rovesciato che non ha resurrezione.
C. Bach come “grazia che non salva”
La musica non coincide mai con un riscatto. È sempre fuori posto, come un angelo che arriva tardi.
È la grazia che potrebbe salvare, ma non salva. È la trascendenza che potrebbe aprire, ma non apre.
2.
Pasolini costruisce una dissonanza strutturale, non musicale.
A. tra corpo e spirito
il corpo di Accattone è fame, sudore, ferita
la musica è ordine, necessità, perfezione
Questa frizione crea un effetto potentissimo: il sacro non è dove dovrebbe essere.
B. tra destino e progetto
Accattone non ha progetto. Vive nel presente assoluto della sopravvivenza.
Bach invece è teleologia pura: ogni nota va verso un fine.
La musica mostra ciò che Accattone non può essere: un soggetto che costruisce il proprio destino.
C. tra tragedia e liturgia
La morte di Accattone non è un fatto di cronaca. È un rito.
Bach trasforma la tragedia in liturgia. Ma una liturgia senza chiesa, senza comunità, senza salvezza.
È un requiem per un mondo che non ha più un altare.
3
Perché il contrappunto è decisivo per capire Bach in Accattone?
Perché il contrappunto è l’opposto antropologico della borgata.
BORGATA
BACH
Voce
Una
molte
Interiorità
nessuna
complessa
progetto
Nessuna meta
Teleologia (divino)
Armonia
Inciampi, ostacoli, conflitti
Ordine Superiore da Imitare, Rappresentare, Scoprire, Ripetere
tempo
Solo presente
Tempo orientato
Quando Bach entra in Accattone, succede una COLLISIONE ANTROPOLOGICA: un mondo a una voce viene attraversato da un mondo a molte voci.
2
PERCHÉ DANTE?
Pasolini sceglie proprio Bonconte perché è il paradigma del corpo abbandonato.
A. Bonconte: il corpo perduto
Nel canto V del Purgatorio, Bonconte muore solo, nel fango, senza sepoltura. Il suo corpo è trascinato dal fiume, disperso, dimenticato.
È la stessa condizione antropologica della borgata: corpi senza storia, senza memoria, senza luogo.
B. Bonconte: la grazia dell’ultimo istante
Bonconte si salva con un solo gesto: “una lagrimetta”.
Accattone non ha neppure questo. La sua morte è senza gesto, senza conversione, senza lacrima.
La citazione serve a mostrare la differenza tragica:
Bonconte ha un’anima che si salva. Accattone ha solo un corpo che cade.
C. Bonconte come figura del “quasi-salvato”
Pasolini usa Bonconte per dire:
la grazia esiste
ma non per questo mondo, non per questa antropologia, non per chi vive senza progetto, senza futuro, senza interiorità
Accattone è l’uomo prima dell’anima. Bonconte è l’uomo che l’anima la trova all’ultimo.
Sintesi
Musica di Bach:
La ri-costruzione dell’ordine nascosto all’umano nel Sacro
La sostituzione della grazia mancata, la trascendenza immessa nell’immanente (fuori luogo)
Dissonanza quindi
corpo vs spirito
presente vs teleologia
tragedia vs liturgia
sopravvivenza vs salvezza
C. Dante – Bonconte. Per entrambi il corpo è abbandonato. Ma la quasi-salvezza arriva dalla lacrima che manca ad Accattone: antropologia dell’immanente, l’uomo corpo- senza anima
Formula genealogica
Bach è la voce della grazia che sfiora Accattone senza toccarlo;
Bonconte è il modello della salvezza che Accattone non può avere.
3
L’INIZIO
la primissima scena ( uno della borgata con un mazzo di fiori in mano, incontra altri borgatari, quelli del nulla fare / nulla dare e scambia parole sul lavoro, sul senso dell’esistenza) è una chiave di volta dell’intero film. È un micro‑rito, un’apertura “minima” che contiene già tutta l’antropologia di Accattone.
La leggo con te in tre strati: il fiore – il lavoro – il senso dell’esistenza. E poi ti mostro perché Pasolini la mette prima di
3.1
Un uomo della borgata con un mazzo di fiori è un’immagine stonata, quasi impossibile.
Nella borgata non ci sono riti, nè celebrazioni o gesti simbolici. La sopravvivenza materiale riempie di senso l’hic et nunc: non c’è futuro, quindi non c’è promessa
Il fiore è un oggetto simbolico in un mondo senza simboli.
È come se Pasolini dicesse: “Ecco un frammento di mondo che non dovrebbe esserci qui.”
Il fiore è un segno di vita, di cura, di relazione. Ma nelle mani di un borgataro diventa un oggetto estraneo, quasi comico, quasi tragico.
3.2
Quando l’uomo con i fiori incontra gli altri borgatari, la conversazione scivola subito sul lavoro, sul senso del fare, insomma sul valore dell’esistenza
Ma attenzione: non è una discussione morale. È una discussione antropologica.
Nella borgata il lavoro non è un dovere e tantomeno un valore che nasca da un progetto e dia un’identità
Il lavoro è un mondo altro, un linguaggio che non appartiene a loro.
Per Accattone e i suoi simili il lavoro è impossibile, è gesto estraneo e incomprensibile. Il lavoro è una forma di vita che non li riguarda: non perché siano pigri, ma perché vivono in un ecosistema chiuso, dove il tempo è solo presente e il corpo è solo bisogno.
Il lavoro richiede pensare al futuro, disciplina, capacità di progetto e soprattutto interiorità, la riflessione sul chi o cosa si sia o si voglia essere.
Tutte cose che la borgata non produce.
3.3
Quella conversazione è una filosofia spontanea, una metafisica da sottoproletari.
I borgatari parlano del senso dell’esistenza come qualcosa che non si costruisce e non si sceglie: l’esistenza è semplicemente qualcosa che “capita” e si subisce
È una visione pre-moderna, quasi arcaica: l’esistenza non è un progetto, è un destino.
E qui Pasolini fa un gesto geniale: mette in bocca a questi uomini una sapienza tragica, non borghese.
Non è nichilismo. È fatalismo antropologico.
3.4.
Perché Pasolini apre il film con questa scena. Perché in 30 secondi ti dice tutto:
A. La borgata è un mondo senza simboli: il fiore è un intruso, la grazia è fuori posto, la bellezza non appartiene a quel mondo.
B. La borgata è un mondo senza lavoro, non per scelta, ma per struttura. Il lavoro è un linguaggio che non possono parlare.
C. La borgata è un mondo senza progetto: il senso dell’esistenza non è costruito, è subito. È destino, non libertà.
D. La borgata è un mondo che non può essere salvato. Ecco perché Bach arriva come un angelo fuori luogo, ecco perché Bonconte è citato come modello impossibile.
3.5.
La funzione della scena nella grammatica del film
Quella scena è un prologo rituale, come il coro nella tragedia greca.
Serve a
definire il mondo
stabilire le regole antropologiche
mostrare la distanza tra sacro e vita
introdurre la dissonanza che Bach amplificherà
preparare la tragedia
È un incipit di antropologia, non di trama.
3. 6. Sintesi operativa
OGGETTO ESTRANEO : il fiore = simbolo in un mondo senza simboli.
LAVORO IMPOSSIBILE Il lavoro = progetto in un mondo senza progetto.
ESISTENZA COME DESTINO La vita = sopravvivenza, non costruzione.
PROLOGO TRAGICO La scena = dichiarazione di poetica e antropologia.
3.7
MAPPA RUVIDA DELLA PRIMA SCENA
Fiore – Lavoro – Destino – Grazia
┌───────────────┐
│ FIORE │
│ simbolo fuori │
│ luogo │
└───────┬───────┘
│ attrito
▼
┌───────────────┐ ┌───────────────┐
│ LAVORO │◀──────▶│ DESTINO │
│ impossibile │ scontro│ fatalità │
│ non parlato │ │ premoderna │
└───────────────┘ └───────────────┘
▲
│ frizione
┌───────┴────────┐
│ GRAZIA │
│ promessa che │
│ non arriva │
└────────────────┘
Logica ruvida
Il fiore è un simbolo che non appartiene alla borgata → intrusione del senso.
Il lavoro è un linguaggio che la borgata non può parlare → impossibilità strutturale.
Il destino è la forma di vita della borgata → fatalismo, non progetto.
La grazia è ciò che sfiora ma non salva → assenza di trascendenza.
3.8
COLLEGAMENTO A BACH
Bach come controcampo sacro della mappa
Ora sovrapponiamo Bach alla mappa:
Codice
FIORE ←——— BACH
│ │
▼ │
LAVORO ————×———— DESTINO
▲ │
│ ▼
GRAZIA ←——— BACH
Che cosa fa Bach in questa struttura?
Rende il fiore un sacramento mancato La musica sacra amplifica l’estraneità del fiore: un simbolo in un mondo senza simboli.
Mostra il lavoro come teleologia impossibile Bach è ordine, finalismo, costruzione. La borgata è presente assoluto, senza scopo. La musica rivela la distanza tra due antropologie.
Contrasta il destino con la necessità armonica Il destino della borgata è cieco, caotico. Bach è necessità matematica, ordine cosmico. La dissonanza è totale.
Trasforma la grazia in un’assenza sonora La musica sacra non salva Accattone. È la grazia che non arriva, la trascendenza fuori luogo. È un angelo che passa, non che interviene.
3.9
COLLEGAMENTO A BONCONTE
Bonconte come modello di salvezza negata
Inseriamo Bonconte nella mappa:
Codice
FIORE
│
▼
LAVORO ———— DESTINO ———— BONCONTE (salvezza con lacrima)
▲
│
GRAZIA (mancata per Accattone)
Perché Bonconte?
Bonconte ha un gesto minimo che salva “una lagrimetta” → un atto di interiorità.
Accattone non ha interiorità Vive nel corpo, nel bisogno, nell’impulso. Non ha accesso alla lacrima che salva.
Bonconte ha un’anima che si apre all’ultimo Accattone ha solo un corpo che cade.
Bonconte è il paradigma della grazia possibile Accattone è il paradigma della grazia impossibile.
La citazione dantesca serve a dire:
Ecco un modello di salvezza.Ma questo mondo non può produrlo.
3.10
SINTESI RUVIDA
4 nodi – 2 controcampi – 1 impossibilità
1. Fiore
Simbolo fuori luogo → promessa di senso.
2. Lavoro
Linguaggio non parlabile → impossibilità del progetto.
3. Destino
Forma di vita chiusa → fatalismo antropologico.
4. Grazia
Presenza sonora (Bach) → assenza reale.
Controcampo Bach
Ordine che non salva → sacro fuori posto.
Controcampo Bonconte
Lacrima che salva → modello irraggiungibile.
Impossibilità finale
Accattone è l’uomo prima dell’anima: non può accedere né al lavoro, né al progetto, né alla grazia.
4
TRILOGIA DANTE BACH PASOLINI
La formazione di PPP è strettamente moderna: la sua visione del mondo è costruita dall’approccio all’archivio dell’humanitas che si ritiene capace di correggere la Natura.
Il focus profondo di questa impresa collettiva è il Sacro: la mescolanza appartiene alla natura delle cose, l’uomo pretende di separare e dirimendo dare una struttura stabile al suo rapporto con gli eventi.
Dante è il primo laico che sfida il privilegio dei chierici di poterne parlare, e ristruttura a modo suo lo spazio tempo sacro ridefinendo soprattutto il percorso di “correzione” dell’umano nei termini di conflitti costanti , pur se sempre alla luce di una meta fissa, ultraterrena.
Bach compone musiche per cerimonie religiose e introduce la modalità del Contrappunto, a sottolineare la complessità delle cose che accadono. l’armonia è una conquista dell’homo faber.
Pasolini dopo i disastri del 900, sperimenta che i grandi progetti moderni di miglioramento del vivere umano qui in terra sono falliti, almeno per la miriade degli esclusi, di quelli che senza libri continuano a non avere davvero direzioni tra cui scegliere.
4.1
Tre forme del sacro, dunque tre forme del corpo e della grazia: tre modi diversi in cui l’umano incontra (o manca) la salvezza.
Triade antropologica della grazia impossibile
DANTE (grazia che salva)
│
▼
BACH (grazia che ordina)
│
▼
PASOLINI (grazia che manca)
DANTE
BACH
PASOLINI
GRAZIA
La grazia che salva il corpo perduto
La grazia come ordine cosmico
La grazia che manca
Bonconte da Montefeltro come paradigma
La musica come teologia senza parole
Accattone come uomo prima dell’anima
ANTROPOLOGIA
l’uomo è corpo + anima la colpa può essere redenta la grazia può intervenire all’ultimo istante il destino non è chiuso
l’uomo è parte di un ordine superiore la grazia è armonia, necessità, teleologia ogni nota ha un fine il mondo ha un senso, anche quando l’uomo non lo vede
l’uomo è corpo senza interiorità vive nel presente assoluto non ha progetto, solo destino non ha accesso alla lacrima che salva
FIGURA CHIAVE
BONCONTE muore solo, nel fango il corpo è disperso ma una lagrimetta lo salva la grazia entra nel mondo come evento minimo
CONTRAPPUNTO Far convivere più voci indipendenti che: hanno ciascuna una propria linea melodica autonoma ma insieme producono un’armonia necessaria senza che nessuna voce domini o annulli le altre
INCIDENTE IN MOTO Reazione pulsionale Moto senza direzione Ostacolo Chiusura della cornice senza come processo senza direzione (omeostasi)
FUNZIONE NELLA TRIADE
Dante rappresenta la possibilità della salvezza. La grazia è efficace, attiva, interveniente.
Bach rappresenta la grazia come struttura, non come evento. È la trascendenza che ordina, non che interviene. In Accattone: La musica sacra non salva. È un contro-campo: mostra ciò che manca.
Pasolini rappresenta la grazia negata, la trascendenza fuori luogo. Il sacro è presente come assenza.Accattone: non può lavorare non può progettare non può salvarsi muore come Bonconte, ma senza lacrima muore con Bach, ma senza grazia
Tensioni ruvide
Dante → Bach: dalla grazia-evento alla grazia-struttura
Bach → Pasolini: dalla grazia-struttura alla grazia-assenza
Bonconte → Accattone: dal corpo salvato al corpo abbandonato
4.2
LE RISONANZE ANTROPOLOGICHE
DANTE
BACH
PASOLINI
CORPO
corpo disperso ma salvato
: corpo come parte di un ordine cosmico
corpo come unica realtà, senza anima
TEMPO
tempo aperto alla conversione
tempo teleologico, orientato
tempo chiuso, presente assoluto
GRAZIA
grazia efficace
Grazia armonica
Grazia impossibile
MORTE
Morte come passaggio
Morte come compimento (cornice)
Morte come caduta
4.3
COME LA MUSICA DI BACH TIENE INSIEME LA TRIADE
Bach è il ponte tra Dante e Pasolini.
Da Dante eredita il sacro.
Da Pasolini riceve il mondo senza salvezza.
In mezzo, costruisce un sacro senza intervento.
In Accattone, Bach è:
la grazia che non arriva, ma che continua a suonare.
È IL FANTASMA DELLA SALVEZZA.
4.4
COME BONCONTE RIVELA L’ANTROPOLOGIA DI ACCATTONE
Bonconte è il modello. Accattone è il fallimento del modello.
Bonconte: un gesto minimo → salvezza
Accattone: nessun gesto → caduta
Bonconte: corpo disperso ma accolto
Accattone: corpo che cade e basta
Bonconte: lacrima
Accattone: fame
La citazione dantesca serve a dire:
Questo mondo non può produrre la lacrima che salva.
4.5
SINTESI OPERATIVA
Dante
Bach
Pasolini
Grazia come evento → salvezza possibile.
Grazia come ordine (artificio umano) → salvezza sospesa.
Grazia come assenza → salvezza negata
Bonconte Figura del salvabile
Accattone Figura dell’insalvabile.
5
LA CITAZIONE IMPLICITA
Intelligenti pauca..analogie e differenze
Faust e Margherita come ‘fonte’ di Accattone e Stella
5.1. LO SCHEMA FAUST–MARGHERITA (Goethe)
Faust
uomo che vive nel limite della propria forma di vita
incontra Margherita, figura di purezza e mondo-altro
l’incontro è un evento che apre un’altra possibilità
l’amore è trasformazione, ma anche tragedia
la donna è soglia tra due mondi (sapere/innocenza, spirito/corpo)
Pasolini riprende questo schema, ma lo porta nel mondo arcaico della borgata, dove l’evento non può essere sostenuto.
5.2. ACCATTONE–STELLA COME VARIAZIONE POPOLARE DEL MODELLO FAUSTIANO
SCENA 1 — Accattone vede Stella per la prima volta
(equivalente: Faust vede Margherita alla finestra)
Accattone è nel suo mondo chiuso, ripetitivo, senza progetto
Stella appare come figura di luce, di purezza, di alterità
L’inquadratura la isola, come Margherita: non appartiene alla borgata.
Accattone è colpito da qualcosa che non capisce: non desiderio sessuale, ma stupore.
Funzione faustiana: l’apparizione dell’Altro che rompe il mondo.
SCENA 2 — Accattone la segue, la osserva, la protegge
(equivalente: Faust che cerca Margherita, la segue, la interroga)
Accattone non sa cosa vuole: è attratto, ma non nel modo animale.
La segue come si segue un miracolo.
La protegge senza motivo: gesto gratuito, non economico.
È la nascita del desiderio non-animale, del simbolico.
👉 Funzione faustiana: il desiderio come inizio di soggettività.
SCENA 3 — Il primo dialogo: Stella parla, Accattone ascolta
(equivalente: la scena del rosario e della timidezza di Margherita)
Stella parla con una timidezza infantile, come Margherita.
Accattone ascolta: cosa rarissima nella borgata
Il linguaggio cambia: non più gergo, ma attenzione
Accattone si scopre capace di cura, come Faust si scopre vulnerabile.
Funzione faustiana: l’amore come trasformazione del linguaggio.
SCENA 4 — Accattone lavora per Stella
(equivalente: Faust che vuole diventare degno di Margherita)
Questa è la scena decisiva.
Accattone, che ha sempre rifiutato il lavoro, lavora.
Non per necessità, ma per dignità (costruire una base stabile di cooperazione<: cura)
Il lavoro diventa progetto, non sopravvivenza
È il momento in cui Accattone tenta di diventare soggetto (mostra di assumersi il compito di CURA)
Funzione faustiana: l’amore come inizio di un mondo nuovo.
SCENA 5 — La caduta: Accattone non regge l’evento
(equivalente: la tragedia di Margherita, la colpa, la distruzione)
La borgata lo richiama.
Il corpo animale lo richiama.
Il destino lo richiama
L’evento-Stella è troppo grande per lui.
Accattone non può diventare Faust: non ha gli strumenti simbolici.
Funzione faustiana rovesciata: l’evento non si compie, resta emergenza impossibile.
5.3. LA FORMULA ANTROPOLOGICA
Faust + Margherita = Evento che apre un mondo
Accattone + Stella = Evento che non può essere sostenuto
Perché?
Faust è già soggetto moderno (ha studiato libri, ha un archivio di verità)
Accattone è ancora corpo animale
Margherita è innocenza cristiana
Stella è cura e simbolo
Faust può scegliere
Accattone può solo essere trascinato
L’innamoramento è emergenza (il kairòs9, ma non diventa forma di nuova vita (perché Accattone non ha libri a guidarlo, formalo, determinare emozioni, desideri, progetti).
5. 4. LA FORMULA che sintetizza tutto)
Accattone incontra Stella come Faust incontra Margherita, ma in un mondo dove l’evento non può diventare destino.
È l’innamoramento come rottura del reale, come epifania, come chiamata, ma senza la possibilità di una fedele trasformazione.
5
La citazione non è qui se non occasione di rivelare la distanza tra una situazione antropologica e l’altra. A parità di condizioni fattuali (la Figura, il primo piano è l’incontro di un maschio che non sa cosa fare con una ragazza Semplice e diversa che si pone come Meta , come punto di stabilità nelle relazioni umane )
chi conosce il mondo attraverso gli schemi dei libri è Soggetto che, avendo subito e reso consapevoli a sé i limiti dell’esistere, è di fatto un Sub+ Jectus, un Soggetto, uno che sa muoversi entro i limiti appresi
chi si limita a re-agire agli stimoli del conflitto della sopravvivenza biologica (retroazione di precaria instabilità nel controllo delle’energia che consente la continuazione della vita) non ‘sa’ (non riconosce situazioni in qualche modo ‘studiate) e si abbandona sempre alla ripetizione banale dei gesti e delle azioni della borgata chiusa nel Destino
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STRAPAESE, AUTENTICO E CRRITICA DI PASOLINI
Nella cultura del primo Novecento Paese (cioè Borgo) so oppone a Nazione: ma nella strategia di comunicazione che il potere borghese attiva dall’Ottocento si costruisce una comunicazione adattata al Paese. col fascismo emerge la cultura (riista9 di Strapaese. Accattone ne è una critica. evidenzia o limiti di questa semplificazione del reale che il fascismo e le destre attuali narrano come Autenticità.
Ecco la distinzione strutturale— Paese/Borgo vs Nazione — e soprattutto il suo punto critico: come il fascismo (e oggi le destre neo‑populiste) trasformano il Paese in un dispositivo di autenticità che semplifica il reale fino a renderlo governabile come narrazione.
Paese vs Nazione nel primo Novecento
Paese (Borgo)
comunità ristretta, premoderna, organica
relazioni faccia-a-faccia
identità locale, non ideologica
tempo lento, ciclico, contadino
Nazione
costruzione moderna, astratta, amministrativa
apparato statale, scuola, esercito
identità immaginata (Anderson)
tempo lineare, progressivo, industriale
Nel primo Novecento la cultura letteraria e antropologica italiana (da De Amicis a Tozzi, da Papini a Prezzolini) contrappone Paese e Nazione: il Paese è “vero”, la Nazione è “astratta”.
2. L’Ottocento borghese prepara la trappola
La borghesia ottocentesca capisce che per governare masse alfabetizzate serve una comunicazione adattata al Paese:
semplificazione narrativa
figure riconoscibili (il contadino, il soldato, la madre, il parroco)
moralità elementare
linguaggio vicino all’oralità
estetica del “naturale”
È la nascita della cultura popolare mediata: giornali, romanzi d’appendice, teatro dialettale, iconografie nazional-popolari.
Questa estetica del Paese è già una costruzione artificiale, ma funziona perché appare “vicina”.
3. Il fascismo: Strapaese come dispositivo di potere
Strapaese (Maccari, Longanesi, Malaparte) non è nostalgia: è ingegneria culturale.
Funzioni operative:
ridurre la complessità della modernità industriale
neutralizzare il conflitto sociale: il Paese come comunità armonica
legittimare il potere: il Duce come “uomo del popolo”
Strapaese è un filtro: prende la realtà plurale e la restituisce come favola identitaria.
4. Accattone come critica radicale
Pasolini smonta l’intera operazione.
Perché Accattone è una critica di Strapaese:
mostra un “popolo” non organico, non armonico
il borgo non è comunità: è sopravvivenza, fame, violenza, desiderio
il corpo popolare non è sano: è ferito, esposto, tragico
la lingua non è folklore: è lingua di classe, di esclusione
non c’è autenticità: c’è miseria reale, non estetizzata
Pasolini restituisce il Paese senza la retorica che lo rendeva funzionale al potere.
5. I limiti della semplificazione fascista (e delle destre attuali)
La narrazione dell’Autenticità — ieri fascista, oggi populista — ha quattro limiti strutturali.
5.1. Riduzione antropologica
Trasforma la pluralità dei soggetti in un’unica figura:
“la gente”
“il popolo vero”
“la tradizione”
Questa figura non esiste: è un avatar comunicativo.
5.2. Negazione del conflitto
Il Paese viene rappresentato come comunità armonica. Ma il reale è fatto di:
classi
interessi
fratture
desideri divergenti
La narrazione dell’autenticità cancella la politica.
5.3. Estetizzazione del reale
Il Paese diventa un set:
sagre
dialetti
cibo
folklore
È un Paese da cartolina, non vissuto. Il fascismo lo usava per propaganda; oggi lo usano marketing politico e influencer.
5.4. Uso strumentale della nostalgia
La nostalgia è un dispositivo di governo:
semplifica il passato
lo rende innocuo
lo usa per bloccare il futuro
Il risultato è un Paese immobile, infantile, rassicurato.
6. Perché questa narrazione funziona ancora oggi
Perché la cultura del Flusso e dell’Intrattenimento (come dicevi tu) amplifica esattamente ciò che Strapaese aveva già intuito:
immediatezza
riconoscibilità
emozione semplice
identità senza conflitto
autenticità come performance
Il Paese diventa un format: dal talk show alla politica social, dal turismo esperienziale al sovranismo.
7. Sintesi operativa (levigata)
PAESE = COMUNITÀ IMMAGINATA, SEMPLIFICATA, ESTETIZZATA NAZIONE = COSTRUZIONE MODERNA, COMPLESSA, AMMINISTRATIVA
STRAPAESE = DISPOSITIVO FASCISTA CHE USA IL PAESE PER PRODURRE IDENTITÀ
ACCATTONE = RESTITUZIONE DEL REALE CHE ROMPE LA FAVOLA DESTRE ATTUALI = RIPRENDONO STRAPAESE IN VERSIONE POP‑DIGITALE
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IL SOGNO
Il sogno come dispositivo rivelatore — non psicologico, ma antropologico. Pasolini lo usa per mostrare che il vivere “popolare” (nel senso arcaico, pre-moderno) è inadeguato alla modernità che avanza. Il sogno è la fenditura dove questa inadeguatezza diventa visibile: mostra che il desiderio di Accattone è strutturato per non essere mai soddisfatto, perché appartiene a un mondo che non ha gli strumenti culturali per trasformare il desiderio in progetto.
1
Il sogno non è un momento “interiore”: è la prima e unica volta in cui Accattone entra in un linguaggio che non è quello della borgata.
Nel sogno appare la morte come figura ordinata, quasi borghese, il paesaggio è levigato, non ruvido e il tempo è lineare, non ciclico. C’è anche un rituale (il funerale) che la borgata non possiede. Infine Accattone è spettatore di sé stesso, cosa impossibile nella vita reale
Il sogno è quindi l’irruzione della modernità nella sua antropologia arcaica.
2
Il sogno mostra che il desiderio di Accattone è strutturalmente non realizzabile.
Perché? Perché il desiderio richiede progetto, cioè continuità nel lavoro, cura e una prospettiva lineare del tempo: tutte categorie assenti nella borgata.
Accattone desidera Stella, desidera una vita diversa, desidera “stare bene”. Ma il suo mondo non ha gli strumenti per trasformare il desiderio in forma di vita.
Il sogno lo dice chiaramente: il desiderio conduce alla morte, non alla trasformazione.
3
Le scene
La materia del sogno (coesione)
Accattone cammina in un paesaggio vuoto, quasi metafisico
incontra la processione funebre
scopre che il morto è lui stesso
nessuno lo guarda, nessuno lo riconosce
la morte è pulita, ordinata, distante dal caos della borgata
Accattone è fuori posto anche nella propria morte. Il ruvido qui è la discontinuità: il sogno non appartiene al suo mondo, lo espelle.
Il significato del sogno (coerenza)
l sogno è costruito come rito
ha un inizio, un percorso, una rivelazione
è l’unico momento del film con una forma simbolica chiara
è un dispositivo di anagnorisis: Accattone vede la sua verità
La verità è tragica: non può cambiare destino
4
COSA SVELA IL SOGNO
Inadeguatezza antropologica: Accattone non può vivere nel mondo moderno. Il sogno glielo mostra con una forma che lui non possiede: il rito.
Desiderio senza oggetto: il suo desiderio non ha un luogo dove incarnarsi. Stella non può salvarlo. Il lavoro non può salvarlo. La borgata non può salvarlo.
La morte come unica forma di ordine: è l’unico spazio dove Accattone appare “in ordine”. È l’unico luogo dove il suo destino trova forma. segna il limite all’illimitato caos del quotidiano sopravvivere
5
Le scene che preparano e seguono il sogno, come un montaggio antropologico:
La fame e il corpo (inizio film: il corpo è tutto. Il desiderio è immediato, non progettuale
Il lavoro fallito, l’impossibile del l corpo che rifiuta la modernità
L’incontro con Stella: nasce il desiderio “nuovo”, ma senza strumenti culturali per sostenerlo.
Il sogno è appunto il dispositivo che rivela la verità: il desiderio non può diventare vita
Il furto finale ovvero il ritorno al codice arcaico. Il mondo moderno lo punisce
La morte reale che ripete il sogno: il sogno era la verità, la vita era l’illusione.
In sintesi
LEVI GATO (coerenza implicita, allegoria, da ipotizzare con l’abduzione)
Il Sogno = rito moderno
Borgata = arcaico senza progetto
Desiderio = impossibile
Morte = unica forma di ordine
Sogno = anagnorisis tragica
RUVIDO (coesione tematica in primo piano, i Dati)
Corpo, fame, impulso
Paesaggio vuoto, processione, estraneità
Desiderio come ferita
Modernità come violenza
Morte come rivelazione
[1]la formula heideggeriana dell’“esserci” viene smascherata dalla cultura del flusso e dell’intrattenimento. Non perché Heidegger “sbagli”, ma perché la piattaforma mostra il limite antropologico di quella formula. Per Heidegger, l’esserci (Dasein) è apertura al mondo, possibilità, progetto, cura (Sorge), gettatezza + trascendenza, insomma essere-nel-mondo come modo originario dell’umano
L’esserci è l’opposto della sopravvivenza: è la condizione per cui l’umano non è solo un animale, ma un essere che si comprende e si progetta. L’esserci è vita, non mera esistenza.
La piattaforma prende la parola “esserci” e la svuota. Nella cultura del flusso:
esserci = essere presenti
essere presenti = essere visibili
essere visibili = essere riconosciuti
essere riconosciuti = esistere
È un esserci senza mondo, senza progetto, senza cura, senza trascendenza. È un Dasein ridotto a presenza continua.
L’esserci heideggeriano diventa: “sei solo se appari”, “esisti solo se sei nel feed”, “sei umano solo se sei attivo”
È la caricatura dell’esserci. La piattaforma mostra che:
L’esserci può essere simulato (Non serve apertura al mondo. Basta un profilo)
L’esserci può essere automatizzato (Non serve progetto: basta un algoritmo che ti tiene dentro)
L’esserci può essere prodotto artificialmente. Non serve cura concreta per persone in carne e ossa: basta un like.
L’esserci può essere ridotto a sopravvivenza: non serve la ita coi suoi rischi di destabilizzazione, basta esserci.
La piattaforma rivela che l’esserci, se separato dalla cura, non è vita, ma sopravvivenza travestita da vita.
Heidegger pensa l’esserci come apertura al mondo, ma la piattaforma non apre al mondo de Rumore, ma lo sostituisce col mondi del Flusso, dove non è pensabile progetto e la cura è simulata dai numeri dei dati, dai numeri delle interazioni. La piattaforma è l’anti-mondo, è un ambiente che produce esserci senza essere.
La trama de La notte del Drive‑In secondo il modello narrativo classico (situazione iniziale → rottura → peripezie → nuova situazione), ma letta come figura delle dinamiche della Società del Flusso. È una doppia mappa: narrativa + sistemica.
Situazione iniziale — La normalità già “cornicizzata”
Nel romanzo
Un gruppo di ragazzi va al drive‑in per una maratona di film horror.
È un rito collettivo, un consumo di massa, un luogo di intrattenimento.
Tutto è familiare, prevedibile, rassicurante.
Nella società del Flusso
Il drive‑in è già una cornice chiusa:
consumo collettivo
passività
piacere come anestesia
identità costruita su spettacolo e routine
È la nostra “normalità”: scroll, binge watching, feed, comfort digitale.
2. Rottura dell’equilibrio — La Barriera Nera
Nel romanzo
Una misteriosa barriera nera avvolge il drive‑in.
Nessuno può uscire.
Il mondo esterno scompare.
Le risorse iniziano a scarseggiare.
La folla si disgrega e si riorganizza in micro‑tribù.
Nella società del Flusso
La barriera è la metafora perfetta del Flusso digitale:
feed infinito
algoritmi che chiudono il campo percettivo
perdita del fuori
dipendenza da stimoli
dissoluzione del tempo reale
fine dell’ideale umanistico della Cura verso ogni altro uomo
È la rottura invisibile: non ci accorgiamo che la cornice si è chiusa.
3. Peripezie — Tentativi di ritorno o di creazione di un nuovo ordine
Le peripezie del romanzo sono tre grandi movimenti, che corrispondono alle tre strategie dell’identità contemporanea.
3.1 Tentativo di tornare alla situazione iniziale (impossibile)
Nel romanzo
I protagonisti cercano di capire cosa è successo.
Tentano di mantenere routine, ruoli, normalità.
Provano a ricostruire un ordine simile a quello di prima.
Ma la normalità non torna: il sistema chiuso non restituisce ciò che ha catturato.
Nella società del Flusso
È la nostra illusione quotidiana:
“uso i social ma non mi condizionano”
“posso smettere quando voglio”
“torneremo alla vita di prima”
La verità: il Flusso non restituisce il mondo aperto.
3.2 Creazione di micro‑ordini (tribalizzazione)
Nel romanzo
Nascono gruppi, sette, leader carismatici.
Willard diventa profeta.
Il drive‑in si trasforma in un ecosistema di potere, violenza, culto.
Nella società del Flusso
È la dinamica delle piattaforme:
bolle informative
fandom
influencer come profeti
identità tribali
polarizzazione
micro‑comunità che sostituiscono il reale
Il sistema chiuso produce tribù, non individui.
3.3 Tentativo di fuga (creare una nuova situazione)
Nel romanzo
Jack e pochi altri provano a uscire dalla cornice.
La fuga è rischiosa, incerta, quasi impossibile.
Non si torna al mondo di prima: si entra in un altro mondo, diverso, non garantito.
Nella società del Flusso
È la ricerca di:
agency
consapevolezza
disconnessione
nuovi modi di abitare il reale
nuove forme di comunità non algoritmiche
Non si torna indietro: si può solo creare un nuovo rapporto con il reale.
3. 4. Situazione finale — Il mondo dopo la cornice
Nel romanzo
La fuga porta a un mondo diverso, non necessariamente migliore.
Il drive‑in resta come trauma, come sistema chiuso che ha riscritto identità e relazioni.
Nella società del Flusso
La situazione finale è la nostra condizione:
non esiste più un “prima del digitale”
il Flusso è la nuova ecologia mentale
l’identità è ibrida, instabile, narrativa, adattiva, desiderante, ideologica
la libertà non è data: va costruita come pratica quotidiana
Il finale non è una liberazione: è l’inizio di un nuovo modo di stare nel mondo.
3.5 La struttura completa
Fase narrativa
Evento nel romanzo
Dinamica del Flusso
Situazione iniziale
Drive‑in come rito collettivo
Normalità già chiusa: consumo, spettacolo
Rottura
Barriera nera
Algoritmo, feed, perdita del fuori
Peripezie 1
Tentativo di normalità
Illusione del “torno come prima”
Peripezie 2
Tribalizzazione
Bolle, fandom, influencer
Peripezie 3
Tentativo di fuga
Ricerca di agency e nuovi mondi
Situazione finale
Nuova realtà post‑drive‑in
Identità nel Flusso: instabile, ibrida
4. Perché questa struttura è potente
Perché La notte del Drive‑In diventa:
una parabola della cattura
una genealogia della cornice chiusa
una mappa delle identità nel Flusso
un modello operativo per leggere la contemporaneità
2 I PERSONAGGI
I quattro personaggi principali de La notte del drive in (Jack, Bob, Randy Willard) sono figure delle diverse modalità con cui i singoli pensano il reale (Campo di Lewin): situazione familiare, visione del mondo, valori, desideri, agency. quattro figure di identità contemporanee nella società del Flusso
Jack, Bob, Randy e Willard incarnano quattro modi contemporanei di “pensare il reale” dentro una cornice chiusa (il Drive‑In → la Società del Flusso). Ognuno rappresenta una diversa configurazione di:
situazione familiare (radici, ferite, dipendenze)
visione del mondo (schema cognitivo)
valori (ciò che orienta l’azione)
desideri (ciò che muove)
agency (ciò che si può fare dentro la cornice)
Sono quattro identità tipiche del presente, quattro modi di reagire al sistema chiuso del Flusso.
1. JACK — L’Identità Narrativa (il Soggetto che resiste)
“Io sono quello che racconto di me stesso.”
Situazione familiare
proviene da un contesto ordinario, non eroico
identità costruita su micro‑relazioni e routine
Visione del mondo
il reale è comprensibile se lo si narra
la storia personale è ancora un’àncora
Valori
lealtà
continuità
memoria
Desideri
mantenere un senso di sé
proteggere i legami
Agency
resistenza narrativa: Jack agisce mantenendo coerenza, raccontando, interpretando
è il soggetto che tenta di non farsi riscrivere dal sistema
Figura contemporanea
→ Il soggetto autobiografico che cerca di restare integro nel flusso continuo di stimoli, feed, notifiche. È l’identità che tenta di “tenere insieme” la propria storia.
🧩 2. BOB — L’Identità Adattiva (il Funzionale)
“Mi adatto, sopravvivo, ottimizzo.”
Situazione familiare
struttura fragile, poco definita
abituato a “cavarsela”
Visione del mondo
il reale è un ambiente da gestire
ciò che conta è funzionare
Valori
pragmatismo
efficienza
riduzione del danno
Desideri
sicurezza
stabilità
evitare il dolore
Agency
adattamento continuo: Bob si modella sul contesto
non sfida il sistema, lo usa per sopravvivere
Figura contemporanea
→ L’identità performativa del capitalismo cognitivo: flessibile, adattabile, sempre in modalità “problem solving”. È l’individuo che si conforma all’algoritmo per non essere espulso.
3. RANDY — L’Identità Desiderante (il Dionisiaco del Flusso)
“Voglio tutto, subito, senza limiti.”
Situazione familiare
mancanza di contenimento
desiderio come unica legge
Visione del mondo
il reale è un parco giochi
ciò che conta è l’intensità
Valori
piacere
eccesso
immediatezza
Desideri
consumo
eccitazione
dissoluzione dei limiti
Agency
espansione impulsiva: Randy agisce per intensità, non per progetto
è il soggetto perfetto per il sistema del Flusso: scrolla, consuma, reagisce
Figura contemporanea
→ L’identità dopaminica: l’utente ideale delle piattaforme, sempre in cerca di stimoli, incapace di pausa. È l’individuo che vive nel presente eterno del feed.
4. WILLARD — L’Identità Ideologica (il Profeta del Sistema)
“Io so la verità. Io interpreto il mondo per gli altri.”
Situazione familiare
bisogno di controllo
ferita narcisistica trasformata in potere
Visione del mondo
il reale è un testo da decifrare
lui possiede la chiave
Valori
ordine
purezza
autorità
Desideri
dominio simbolico
riconoscimento
obbedienza
Agency
cattura ideologica: Willard crea un culto, una narrazione totalizzante
trasforma il Drive‑In in una teocrazia del flusso
Figura contemporanea
→ Il leader carismatico digitale: influencer, guru, ideologo, manipolatore. È l’identità che usa il sistema per governare le menti.
La mappa sintetica (Levigata)
Personaggio
Tipo di identità
Visione del reale
Valori
Desideri
Agency
Figura contemporanea
Jack
Narrativa
il reale va interpretato
memoria
continuità
resistenza
soggetto autobiografico
Bob
Adattiva
il reale è un ambiente
efficienza
sicurezza
adattamento
identità performativa
Randy
Desiderante
il reale è un parco giochi
piacere
intensità
impulso
identità dopaminica
Willard
Ideologica
il reale è un testo
ordine
dominio
controllo
leader carismatico
Perché questa tipologia è potente
Perché mostra che La notte del Drive‑In non è solo un romanzo horror: è una mappa delle identità possibili dentro un sistema chiuso.
Il Drive‑In è la cornice. I personaggi sono le strategie di sopravvivenza.
E nella Società del Flusso queste quattro forme sono ovunque.
3 IL RE DEL POP CORN
l Re del Popcorn in La notte del Drive‑In è una delle figure più potenti mai create da Lansdale proprio perché incarna la doppia natura del potere nella Società del Flusso. Non è solo un antagonista narrativo: è un modello operativo del potere contemporaneo.
Il Re del Popcorn come doppia dimensione del potere nella Società del Flusso
1. Potere come causa (origine del dominio)
Il Re del Popcorn rappresenta la genesi del potere nel Flusso: non nasce da un progetto politico, ma da un’ecologia di condizioni.
Eccedenza di stimoli → il pubblico è già predisposto alla passività.
Desiderio di intrattenimento → la domanda di piacere genera il terreno del dominio.
Delegazione dell’attenzione → chi controlla lo schermo controlla la mente.
Sospensione del reale → il Drive‑In è già un mondo chiuso, pronto per essere colonizzato.
Il Re del Popcorn è l’effetto di un sistema che ha già rinunciato alla realtà. È il prodotto emergente della società‑spettacolo + società‑flusso.
2. Potere come finalità (perché domina)
Il suo scopo non è governare, ma mantenere il flusso.
Non vuole ordine: vuole continuità del consumo.
Non vuole fedeltà: vuole attenzione permanente.
Non vuole identità: vuole corpi che reagiscono agli stimoli.
Non vuole decisioni: vuole pubblico.
Il suo fine è la riproduzione infinita del sistema: un ciclo chiuso di stimolo → risposta → dipendenza → stimolo.
3. Potere come metodo (come esercita agency)
Qui il Re del Popcorn diventa un modello perfetto della agency neoliberale:
Seduzione invece di coercizione.
Spettacolo invece di argomentazione.
Ricompensa immediata invece di progetto.
Paura + piacere come doppio vincolo.
Simulazione come ambiente totale.
Controllo del ritmo (accelerazione, saturazione, shock).
Il suo metodo è la cattura dell’attenzione: non ti costringe, ti avvolge.
Sintesi operativa: la doppia dimensione del potere
Dimensione
Funzione
Effetto sulla società‑flusso
Cause
Il potere nasce da un ambiente già predisposto alla delega
Il pubblico diventa materia prima
Finalità
Il potere vuole mantenere il flusso, non governare
La realtà viene sostituita dalla continuità dello spettacolo
Metodi
Seduzione, ritmo, simulazione, emozione
L’agency individuale si dissolve in reazioni automatiche
Perché questa figura è centrale nella genealogia della Società del Flusso
Il Re del Popcorn è il punto di convergenza tra:
i frame cognitivi (emozione, visibilità, simulazione, accelerazione)
le dinamiche identitarie (Jack, Bob, Randy, Willard)
la struttura del potere contemporaneo (soft control, attention economy)
la perdita di agency come condizione antropologica del presente
È il sovrano perfetto della società‑flusso perché non governa: gestisce il flusso che governa tutti. Viene raccontata con la parola GOVERNANCE che sostituisce quella moderna di GOVERNO
LO SFONDO
La società del FLUSSO
1. Percezione dello Spazio nella Società del Flusso
Lo spazio non è più un luogo, ma una rete di flussi.
Spazio come rete: non più cerchi concentrici (famiglia → comunità → nazione), ma intersezioni mobili di relazioni, connessioni, piattaforme.
Distanziamento spazio‑temporale: le relazioni non dipendono più dalla prossimità; la presenza è spesso mediata.
Spazio come interfaccia: ciò che conta non è dove sei, ma da quali flussi puoi accedere (informativi, affettivi, economici).
Confini porosi: non esistono più confini stabili; tutto è attraversabile, aggiornabile, riconfigurabile.
👉 Lo spazio diventa un ambiente di navigazione, non di appartenenza.
🕒 2. Percezione del Tempo nella Società del Flusso
Il tempo non è più durata, ma compressione.
Contrazione del tempo: tecnologie e comunicazione creano la sensazione che il tempo “scompaia”.
Presente continuo: il passato è archiviato, il futuro è incerto; domina un presente espanso fatto di notifiche, aggiornamenti, feed.
Accelerazione: ritmi sempre più veloci, decisioni immediate, urgenza costante.
Temporalità soggettiva: il tempo non è più un quadro esterno, ma un’esperienza cognitiva e culturale.
👉 Il tempo diventa un flusso da inseguire, non una struttura da abitare.
👤 3. Rappresentazione dell’Individuo
L’individuo è un nodo in una rete di relazioni, non un’unità autonoma.
Identità relazionale: la posizione dell’individuo dipende dai flussi e dalle risorse accessibili.
Identità performativa: si costruisce attraverso visibilità, narrazioni, immagini.
Soggetto flessibile: deve adattarsi continuamente, aggiornarsi, ottimizzarsi.
Fragilità strutturale: l’identità è instabile, esposta a feedback continui.
👉 L’individuo è un processo, non un’essenza.
4. Rappresentazione della Società
La società è un sistema complesso di interdipendenze, non un insieme di gruppi stabili.
Società come rete di flussi: relazioni, informazioni, risorse scorrono in modo non lineare.
Strutture mobili: istituzioni e comunità non sono più contenitori stabili, ma configurazioni temporanee.
Interdipendenza: ogni attore è immerso in un tessuto di vincoli e opportunità.
Ordine instabile: la società mantiene un’apparenza di ordine nel mezzo di mutamenti costanti.
👉 La società è un ecosistema dinamico, non una struttura fissa.
5. Sistema di Valori (Bene/Male; Bello/Brutto)
I valori non sono più trascendenti, ma funzionali al flusso.
Bene / Male
Bene = ciò che mantiene il flusso (efficienza, visibilità, connessione).
Male = ciò che lo interrompe (lentezza, complessità, opacità).
Etica della prestazione e dell’ottimizzazione.
Bello / Brutto
Bello = ciò che è levigato, immediato, condivisibile.
Brutto = ciò che è ruvido, complesso, non immediatamente consumabile.
Estetica della superficie e della circolazione.
👉 I valori diventano algoritmici: ciò che funziona, vale.
6. Modelli di Comportamento: Cause, Fini, Metodi
Cause (perché si agisce)
Rispondere agli stimoli del flusso.
Mantenere la propria visibilità e rilevanza.
Ridurre l’ansia generata dall’incertezza.
Cercare riconoscimento immediato.
Fini (cosa si vuole ottenere)
Continuità del flusso personale (relazioni, lavoro, identità).
Stabilità emotiva attraverso micro‑ricompense.
Posizionamento nella rete (status, reputazione).
Accesso a risorse (informative, sociali, economiche).
Metodi (come si agisce)
Accelerazione: fare prima, rispondere subito.
Visibilità: mostrarsi, comunicare, performare.
Semplificazione: ridurre la complessità a narrazioni brevi.
Adattamento: cambiare forma, ruolo, identità secondo il contesto.
Ottimizzazione: migliorare continuamente sé stessi come “progetto”.
👉 L’agency diventa reattiva, non progettuale: si risponde al flusso più che guidarlo.
Sintesi finale (mappa levigata)
Società del Flusso
├─ Spazio: rete di flussi
├─ Tempo: presente continuo accelerato
├─ Individuo: nodo instabile e performativo
├─ Società: sistema complesso di interdipendenze
├─ Valori: funzionali al flusso (visibilità, efficienza)
Leggere i Promessi Sposi senza analisi faticose. i giovani leggono tutto senza capire davvero tutte le parole.
Questo il programma nuovo del ministero italiano: quali gli effetti sulla formazione della mente , tendedo presente le teorie di Khaneman 8S1 e S2), di Damasio (Sé autobiografico) e di Lacan (Codice sociale come castrazione simbolica) ?
Formazione di menti protocollari (esecutive, paradigma della semplificazione) versus menti che fanno domande che espandono la cornice (paradigma della complessità).
La conseguenza più profonda del nuovo orientamento ministeriale — leggere I Promessi Sposi “senza analisi faticose”, cioè senza lavoro lento sul linguaggio, sulle strutture, sulle ambiguità — è la trasformazione della mente da dispositivo esplorativo a dispositivo protocollare. Il punto non è Manzoni: è il tipo di mente che si forma quando la scuola rinuncia alla frizione cognitiva.
.
Cosa accade alla mente: Kahneman, Damasio, Lacan
1. Kahneman: prevalenza di Sistema 1, atrofia di Sistema 2
Sistema 1: rapido, intuitivo, euristico, basato su pattern già noti. Leggere senza analisi significa attivare quasi solo questo livello: riconoscere la trama, seguire la superficie, “capire abbastanza”.
Sistema 2: lento, riflessivo, analitico, capace di sospendere l’automatismo. L’analisi del testo è uno dei pochi esercizi scolastici che obbliga il cervello a usare S2: scomporre, verificare, interpretare, dubitare.
Eliminare l’analisi significa non allenare la parte della mente che produce complessità, controllo degli impulsi, pensiero critico, capacità di cornice.
Effetto:
Menti che riconoscono pattern, ma non li interrogano. Menti veloci, ma non profonde.
2. Damasio: impoverimento del Sé autobiografico
Il Sé autobiografico nasce dall’integrazione tra:
memoria episodica,
linguaggio,
narrazione,
capacità di collegare il proprio vissuto a modelli culturali.
La lettura analitica serve proprio a questo: mettere in relazione il proprio mondo interno con un testo che resiste. Se il testo non resiste, il Sé non si espande: resta un Sé “di superficie”, fatto di impressioni, non di strutture.
Effetto:
Un Sé autobiografico meno stratificato, meno capace di costruire senso, meno capace di trasformare l’esperienza in conoscenza.
3. Lacan: il Codice come castrazione simbolica
Per Lacan il linguaggio è la grande “castrazione simbolica”: introduce limite, differimento, distanza dal godimento immediato.
Leggere senza analisi significa:
non entrare davvero nel Codice,
non sperimentare la frizione del significante,
non attraversare la mancanza che genera desiderio e pensiero.
Il risultato è una mente che:
non tollera l’opacità,
non sopporta il non-capire,
cerca solo ciò che è immediatamente consumabile.
Effetto:
Soggetti che non entrano nel simbolico, ma restano nel registro dell’immaginario: fluidi, adattivi, ma non strutturati.
Due modelli di mente: protocollare vs complessa
Mente protocollare (paradigma della semplificazione)
Funziona per task, non per domande.
Cerca risposte rapide, non problemi.
Usa il linguaggio come etichettatura, non come esplorazione.
È perfetta per eseguire procedure, compilare moduli, seguire flussi.
Non tollera ambiguità, ironia, polifonia, contraddizione.
È la mente ideale per:
burocrazie,
aziende che vogliono esecutori,
sistemi educativi che devono “standardizzare”.
Mente complessa (paradigma dell’espansione della cornice)
Trasforma ogni testo in un laboratorio.
Sa rallentare, sospendere, deviare.
Produce domande che cambiano il campo, non solo risposte nel campo.
Integra emozione, corpo, memoria, linguaggio.
Vive la difficoltà come spazio generativo.
È la mente che:
crea,
interpreta,
innova,
resiste alla semplificazione.
Effetto sistemico: cosa succede a una generazione
1. Perdita della “palestra del difficile”
La lettura analitica è uno dei pochi esercizi che allena:
tolleranza alla frustrazione,
capacità di stare nel non-capito,
costruzione di inferenze,
gestione della complessità semantica.
Togliendola, si forma una generazione che:
capisce tutto “abbastanza”,
ma nulla davvero.
2. Dominio dell’immediatezza
Senza analisi, la lettura diventa consumo narrativo. Il cervello si abitua a:
scorrere,
riconoscere,
non approfondire.
È la stessa logica dei feed digitali.
3. Riduzione del Sé narrativo
Meno linguaggio complesso → meno strumenti per pensare se stessi. Il Sé diventa:
più fragile,
più reattivo,
più dipendente da codici esterni.
4. Soggetti adattivi, non agentivi
La mente protocollare è perfetta per adattarsi. La mente complessa è necessaria per trasformare.
🧩 Sintesi operativa (in stile levigato/ruvido)
Levigato (schema chiaro)
S1 prevale → decisioni rapide, poca riflessione.
Sé autobiografico ridotto → identità meno stratificata.
Debole ingresso nel simbolico → soggetti più immaginari che simbolici.
Mente protocollare → esecuzione, non interrogazione.
Ruvido (la verità che graffia)
Senza attrito linguistico non nasce il pensiero.
Senza opacità non nasce il desiderio.
Senza complessità non nasce l’agency.
Senza analisi non nasce il cittadino: nasce l’utente.
La Notte del Drive‑In di Joe R. Lansdale è una parabola sulla cattura mentale attraverso il piacere, la cornice chiusa e l’illusione della libertà.
È un romanzo che anticipa con lucidità la società del flusso contemporanea: un mondo dove la mente viene dominata non tramite la coercizione, ma tramite l’intrattenimento continuo, la sospensione del reale e la delega dell’etica a un sistema esterno.
Trama essenziale
(Senza spoiler oltre l’impianto di base)
Un gruppo di persone va al drive‑in per vedere un film horror maratona.
Una misteriosa barriera nera avvolge il drive‑in: nessuno può uscire, il mondo esterno scompare.
All’interno, la folla si trasforma: fame, violenza, culto del film, perdita di identità.
Il drive‑in diventa un ecosistema chiuso, governato da regole nuove, arbitrarie, spesso crudeli.
Il piacere (cibo, sesso, spettacolo) diventa l’unica valuta.
La libertà si riduce a una simulazione: si può scegliere solo tra ciò che il sistema permette.
È un microcosmo distopico che funziona come laboratorio antropologico.
Tematiche centrali
1. La cornice chiusa che sostituisce il reale
Il drive‑in è una cornice artificiale che si chiude sul mondo aperto. È il primo anello della genealogia che è possibile tracciare per comprendere quel che succede nel XXI secolo:
Drive‑in → Mall → Theme Park → Social Network → Metaverso
Ogni passaggio aumenta:
la chiusura del sistema
la dipendenza
la perdita di agentività
la delega dell’etica a un “padrone” simbolico (industria culturale, algoritmo, piattaforma)
2. Il piacere come dispositivo di dominio
Lansdale mostra che il piacere non libera: addormenta. Il drive‑in offre: cibo, film, sesso, distrazione continua
Il piacere diventa strumento di cattura, non di emancipazione.
3. La folla come organismo manipolabile
Il gruppo umano, chiuso in un ambiente artificiale, regredisce: tribalismo, violenza rituale, culto dell’immagine,leader carismatici che emergono dal caos
È un’anticipazione della psicopolitica digitale: la massa (il cosiddetto ‘popolo’) come target, non come soggetto.
4. La sospensione del tempo reale
Nel drive‑in il tempo non scorre: non c’è giorno, non c’è notte, non c’è storia. È un eterno presente — come il feed infinito.
Attualizzazione nella società del flusso
Il romanzo diventa un modello per leggere la nostra epoca.
1. Dominio delle menti attraverso l’illusione della libertà
Oggi la libertà è spesso:
scegliere tra contenuti : DRIVE IN scegliere tra piattaforme; Mercato scegliere tra prodotti
Ma la cornice è già data. Come nel drive‑in, la libertà è intra‑cornice, non sulla cornice.
2. Il flusso come barriera nera
La barriera che chiude il drive‑in è l’equivalente del flusso digitale: notifiche, feed, autoplay, binge watching, scroll infinito
Non impedisce fisicamente di uscire, ma psicologicamente.
3. La delega dell’etica all’algoritmo
Nel romanzo, la folla delega la propria etica al sistema chiuso. Oggi: l’algoritmo decide cosa vediamo, il mercato decide cosa desideriamo, la piattaforma decide cosa è rilevante
La responsabilità individuale evapora.
4. Il piacere come anestetico politico
Lansdale anticipa la logica del capitalismo affettivo:
emozioni rapide
gratificazioni immediate
intrattenimento come anestesia
conflitto trasformato in spettacolo
Il drive‑in è TikTok prima di TikTok.
Perché La notte del drive‑in è cruciale per la genealogia del presente
Il romanzo è l’archetipo narrativo della chiusura del reale in un sistema artificiale. È il punto zero della linea:
Reale aperto → Cornice chiusa → Sistema totale → Flusso → Metaverso
E soprattutto: mostra come la cattura non avvenga tramite forza, ma tramite piacere, comodità, spettacolo.
Estensioni
1. Drive‑in
(Spettacolo totale, cattura tramite piacere, cornice chiusa)
Narrativi
Stephen King – The Mist Micro‑società chiusa, regressione tribale, paura come dispositivo di dominio.
John Carpenter – They Live Spettacolo come ipnosi collettiva; consumo come controllo mentale.
George Romero – Dawn of the Dead Il centro commerciale come drive‑in espanso: la folla catturata dal consumo.
Estetici
David Lynch – Mulholland Drive Lo spettacolo che inghiotte la realtà; la cornice che diventa labirinto mentale.
Videoclip anni ’80 (MTV) Estetica del flusso primordiale: immagini continue, senza contesto.
Politici
Debord – La società dello spettacolo La vita ridotta a rappresentazione; il reale sostituito dal suo simulacro.
Chomsky – Manufacturing Consent Il piacere e l’intrattenimento come strumenti di depoliticizzazione.
2. Mall
(Consumo come habitat, spazio pubblico privatizzato)
Narrativi
Don DeLillo – White Noise Il mall come luogo di anestesia esistenziale.
Bret Easton Ellis – American Psycho Identità come brand; estetica levigata del consumo totale.
Estetici
Fotografia di Andreas Gursky Mall come cattedrali del capitalismo levigato.
Architettura postmoderna (Venturi, Scott Brown) Il mall come “decorated shed”: superficie come linguaggio.
Politici
Zygmunt Bauman – Consuming Life Il cittadino trasformato in consumatore permanente.
Marc Augé – Non‑luoghi Spazi senza identità, senza storia, senza relazione.
3. Theme Park
(Narrazione totale, gamification del reale)
Narrativi
Michael Crichton – Westworld Parco come simulazione totale; desiderio come algoritmo.
Disney – Tomorrowland Utopia levigata che rimuove il conflitto.
Estetici
Disney Imagineering Architettura come storytelling; immersione come controllo.
Las Vegas Strip Simulacri tematici, iperrealtà baudelairiana.
Politici
Jean Baudrillard – Simulacres et Simulation Il mondo come parco tematico permanente.
Neil Postman – Amusing Ourselves to Death La politica trasformata in intrattenimento.
4. Social Network
(Flusso infinito, algoritmo come etica esterna)
Narrativi
Black Mirror – Nosedive Reputazione come valuta; identità performativa.
Dave Eggers – The Circle Trasparenza come controllo; social come religione.
Estetici
TikTok / Reels Estetica del micro‑piacere; loop infinito; dissoluzione del contesto.
Glitch art Ruvido come resistenza alla levigatezza algoritmica.
Politici
Byung‑Chul Han – Psicopolitica Il dominio che passa attraverso la libertà percepita.
Shoshana Zuboff – Surveillance Capitalism La cattura dei comportamenti come risorsa economica.
5. Metaverso / AI‑ecosistemi
(Immersione totale, simulazione come habitat)
Narrativi
William Gibson – Neuromancer Cyberspazio come cornice chiusa; identità liquida.
Ernest Cline – Ready Player One Metaverso come fuga e prigione; nostalgia come dispositivo di dominio.
Estetici
VR/AR design Interfacce invisibili; dissoluzione del confine tra reale e simulato.
Estetica “smooth” delle big tech Minimalismo levigato che nasconde complessità e potere.
Politici
Evgeny Morozov – To Save Everything, Click Here Soluzionismo tecnologico come ideologia dominante.
Nick Srnicek – Platform Capitalism Le piattaforme come infrastrutture di controllo.
🔥 Sintesi trasversale
Tutti questi esempi mostrano la stessa traiettoria:
È uno di quei rari autori per cui parlare del Bello significa inevitabilmente parlare di etica, attenzione, sofferenza, ironia, fallimento. E soprattutto: parlare di forme che cercano di contenere un mondo che trabocca. In generale possiamo identificare i punti chiave della sua azione attraverso questa tabella
fase
Forma
Tipo di Bello
Tensione interna
Racconti
Frammento
Bello come attenzione
Ironia vs sincerità
Romanzo
Sistema
Bello come complessità
Intrattenimento vs profondità
Incompiuto
Frammento-sistema
Bello come resistenza
Noia vs significato
Nella sua sperimentazione Wallace davvero anticipa il nostro mondo iperconnesso, distratto, ansioso: ponendosi fuori degli sciami del Levigato, ovviamente costruisce un Bello etico, non estetizzante: un invito cioè non a godere nella distrazione, nel Finito, ma a godere nel guardare, sentire, restare.
Il suo è un Bello che non consola: attiva. Ma con una evoluzione di ricerca che passa dall’idea del Bello come precisione percettiva a quella del Bello come forma della sproporzione
1
È nei racconti (Girl with Curious Hair, Brief Interviews, Oblivion)che Wallace esprime un’idea di Bello come precisione percettiva: vedere il mondo senza filtri, senza scorciatoie. Ma questa precisione è subito corrosa dal rumore mentale, dalla nevrosi, dall’ironia che implode.
Di fatto nei racconti il Bello è atto di guardare davvero (la “cura” come forma di grazia), lotta contro l’automatismo. L’estetica coincide allora con la vulnerabilità. La forma breve del racconto è adottata come laboratorio di fratture[1]
Brief Interviews è il punto in cui il Bello diventa interrogazione senza risposta: il vuoto lasciato dalle domande è più eloquente delle risposte: è un Bello negativo, quasi apofatico, ciò che non si può dire ma solo circumnavigare.[2]
2.
Il BELLO come sproporzione: la forma romanzo (Infinite Jest)
Qui Wallace tenta il salto: costruire un Bello sistemico, un organismo narrativo che funzioni come una rete neurale, un ecosistema, un’America iperconnessa e disperata.
Nel romanzo il Bello è eccesso come forma (la lunghezza, le note, le digressioni), complessità come etica (il lettore deve lavorare, deve partecipare), dipendenza come metafora estetica (ciò che ti attrae ti distrugge) e comunità come possibilità di fragile redenzione
Qui il Bello non è più “ciò che appare armonico”, ma ciò che resiste alla semplificazione. È un Bello ruvido, pieno di attrito, che ti costringe a rallentare, a inciampare, a pensare.
Wallace lo dice in varie interviste: il romanzo deve essere un luogo dove il lettore “si sente meno solo”. Il Bello diventa relazionale.[3]
3.
Il BELLO come fallimento necessario: l’incompiuto: The Pale King
Questo è il punto più interessante: qui il Bello diventa genealogia dell’attenzione, un’estetica del quotidiano, della noia, dell’amministrativo, del quasi-nulla.
Nell’incompiuto il Bello è la lotta contro l’entropia dell’attenzione: bello è cioè l’essere capaci di porsi problemi, di darsi il Compito Morale (da homo sapiens) della concentrazione, del lavoro invisibile con cui rilevare ‘puntini’ per cercare di connetterli.
Cercare la connessione comporta ovviamente che La forma-frammento come le verità del mondo contemporaneo emergono solo da forme – frammento, non dalla linea dritta di presunte ontologiche certezze.
Di fatto The Pale King è un’estetica del quasi, del non-finito, del tentativo. Il Bello non è più un risultato, ma un processo: un esercizio spirituale laico. È un Bello che coincide con la resistenza: un resistere alla distrazione, alla depressione, al rumore, alla tentazione del ridurre il complesso a una linea, una qualunque (ideologica, psicologica, passionale, artistica, consumistica, patologica, stilistica…).
INFINITE JEST
In questo romanzo certamente lo scrittore va oltre il postmoderno, entra nella logica del XXI secolo: in questo libro i personaggi oscillano, mai puri, sempre in tensione. E questa oscillazione è esattamente ciò che definisce la condizione dell’uomo che vive nella società del Flusso.
Wallace in questo romanzo strano intercetta un mondo in cui l’informazione è eccesso, l’attenzione è frammentata, l’identità è multipla e instabile, il desiderio è catturato da media e dipendenze e quindi la narrazione non è più lineare ma reticolare
È già la condizione del Flusso: continuità senza direzione, rumore che diventa ambiente, levigato che anestetizza, ruvido che riattiva.
Questa oscillazione è ovviamente nella stessa struttura del romanzo che presenta elementi del postmoderno come del flusso strictu sensu.
Da un lato c’è la messa in evidenza della natura artificiosa dell’opera che non nasce certo da emozioni o passioni o ispirazioni: la sua Struttura è iper-costruita, con addirittura un ampio apparato di note a piè di pagina (in effetti a fine narrazione) come in un saggio; e molto complesso è il suo montaggio (ci sono almeno sei trame che s’accavallano e si intrecciano in modi più o meno allusivi). In tal modo Wallace mostra che l’agire umano è sempre una mediazione tra il Soggetto (quale poi?) e la realtà (quale ? culture or nurture?) : l’azione artistica non consiste nel rendere trasparente la struttura del reale, ma nel costruirla.
Il romanzo poi evita accuratamente l’illusione tranquillizzante delle trame moderne centrate su un preciso tema, su una sola vicenda: sport, filosofia, pubblicità, dipendenze, geopolitica, sitcom, tecnica, eros sono solo alcuni dei temi portanti delle varie trame che danno sostanza al racconto (ai racconti). In una realtà sociale cos’ fluttuante non ci sono forme artistiche che possano in qualche modo consentire di attraversarlo, se si affidano ancora ai tradizionali generi , ai tradizionali registri.
Essi non sono in grado di identificare il sovraccarico informativo di oggi, il Rumore, che disgrega ogni progetto di unità di soggettività coerente ad opera di mai finite digressioni, della molteplicità di voci contraddittorie che animano gli sciami, le onde, i flussi della comunicazioni che hanno sostituito le Verità… in effetti Infinite jest mira a proporsi come modello che simula la saturazione cognitiva contemporanea, saturazione oggi ossessiva a forza di info sfera, info spazio, AI…
Quindi la scrittura, l’arte, la cultura non è altro che selezione e combinazione di quel che c’è già nell’archivio infinito dell’hoo sapiens che si è costruito come genere speciale quando ha scoperto la propria potenzialità simbolica, la propria possibilità di ‘creare’ egli stesso il Mondo, con le parole, i pennelli, i suoni,i gesti, le macchine, le regole sociali, con le relazioni.
Wallace però non si ferma qui: usa il postmoderno contro se stesso, per cercare una via d’uscita etica ed emotiva proponendo il racconto, l’esistenza come una oscillazione perpetua tra levigato e ruvido.
Da un lato il Levigato È tutto ciò che anestetizza, intrattiene, liscia la complessità: l’“Intrattenimento” letale, la televisione come flusso continuo, la lingua pubblicitaria, la perfezione tecnica del tennis d’élite, la lucidità clinica delle descrizioni. Insomma è l’iper-perfezione che diventa prigione.
Dall’altro il Ruvido cioè ciò che resiste, che graffia, che riporta al reale: il dolore fisico e psichico dei tossicodipendenti, la fatica del corpo nello sport, la balbuzie, le disfluenze, le rotture linguistiche, le relazioni imperfette, vulnerabili, la scrittura che inciampa, devia, si sporca. Il ruvido è l’attrito che restituisce umanità.
Se è vero che il levigato minaccia di inghiottire tutto, ebbene il ruvido è l’unica forma di salvezza possibile.
In ogni caso Infinite Jest è già oltre il postmoderno, propone una narrativa che dà la misura del Flusso: Wallace anticipa la condizione digitale pur non essendo ancora immerso nel web come lo conosciamo oggi.
Innanzitutto propone una struttura iper-testuale nel senso che accanto alla tessitura tipica di un romanzo (anche modernista, con poco rispetto della linearità temporale e spaziale) immette anche note come fossero dei link che consentono di espandere ulteriormente le vicende a partire da singoli dettagli, che funzionano come finestre che una volta aperte portano ad altri mondi.
Sul piano tematico poi, Wallace addensa il racconto di elementi tipici della società del flusso, come la frammentazione dell’attenzione, la dipendenza da stimoli continui, la gamification delle identità come avatar (tennisti, tossici, performer), nonché la saturazione informativa come fonte fondamentale dell’ economia dell’intrattenimento totale
È un romanzo che simula anche la mente in stato di flusso, oscillante tra iper-connessione e isolamento, euforia e depressione, controllo e perdita di controllo, levigato e ruvido
Infinite Jest quindi è una sorta di mappa della transizione dal moderno al modernismo al postmoderno al flusso.
Wallace sta esattamente sulla soglia: usa gli strumenti del postmoderno per raccontare la nascita della soggettività fluida del XXI secolo.
Se volessimo tradurre Infinite Jest nella tua coppia concettuale: è il romanzo del Levigato che implode e del Ruvido che tenta di salvarci.
2
PERSONAGGI
A – HAL INCANDENZA
Levigato fuori. Mostra nelle relazioni sociali una identità costruita come interfaccia più che come persona: mostra di fatto una superficie liscia, “funzionale”, socialmente accettabile grazie a un controllo emotivo quasi patologico. Si esprime con un linguaggio iper-competente, tecnico, enciclopedico, puntando a realizzare performance perfette: come studente è un modello, come tennista è uno disciplinato. Il levigato in Hal è maschera, un’interfaccia ottimizzata per funzionare nel mondo dell’Accademia e della famiglia Incandenza.
Ma dentro è più che Ruvido come mostra la prima scena del romanzo (quella della visita dal medico) in cui va in crisi di comunicazione: l’interiorità nascosta piena di caos e di rumore lo rende incapace di ‘sentire’ davvero emozioni e gestirle in qualche modo, per cui semplicemente diventa succube dell’ansia, e del panico, quando gli schemi da tempo rodati incontrano una situazione imprevista. La dissociazione di fondo gli procura una dipendenza nascosta
Il ruvido è il reale che preme, che incrina la superficie. Hal è il personaggio che più incarna la tragedia del levigato: la superficie funziona, ma l’interno implode.
B – DON GATELY
Provato dai fallimenti dell’esistenza, si mostra Ruvido nell’ etica, Levigato come tentazione
I segni del Ruvido sono il corpo ingombrante, carico di ferite che rinviano ad una storia di violenza (faceva il ladro) di dipendenza (acidi e sostanze di tutti i tipi), e di sensi di colpa. Il suo è il linguaggio semplice, diretto, non levigato della gente che non ha imparato le ‘buone maniere’ ma sempre avuto a che fare con la fatica quotidiana del sopravvivere, con la disciplina imposta dalle circostanze e col dolore. Tutte le sue relazioni (dentro e fuori la Hennety) sono imperfette. Sempre umane: lui, persona senza protocolli, tratta gli altri (tutti, indipendentemente dal ceto e dall’appartenenza9 in modo umano, cioè reagendo in modo diretto (parolacce a volte) a seconda di quanto le circostanze favoriscono. Lui non liscia le asperità delle cose e delle persone, non le anestetizza – come sperimentato nel passato con le droghe – le affronta oramai, e attraversandole ne riemerge ancor più ruvido per l’attrito ma meno dipendente dal contesto, meno prono alla tentazione del Levigato.
Dal passato riemerge , facile, a portata di mano, nei momenti di maggior sofferenza, quando cresce il desiderio di ‘ non sentire’, aumenta la fascinazione dell’anestesia (sostanze, oblio): in fondo vive pur sempre in un ambiente che pullula di persone che combattono con fatica contro la pressione di un mondo che vuole semplificare, lisciare, cancellare il dolore
Gately è certamente il personaggio che più rappresenta la resistenza, anzi la volontà di resistere al levigato. È ruvido non come difetto, ma come etica del reale.
C – JOELLE VAN DYNE (Madame Psychosis)
È la donna che naviga esitante tra le convenzioni della donna bella (che deve essere perfetta, fino ad essere “troppo perfetta”, cioè Levigata come una maschera) e le fragilità emotive nascoste
Il Levigato in lei si manifesta nella voce radiofonica ipnotica, nella maschera (fisica e simbolica) dell’immagine che affida all’immagine il ‘dovere’ di catturare l’altro e anestetizzare l’incertezza, nell’“Intrattenimento” stesso, che è la forma estrema del levigato
Insomma del Levigato Joelle è l’icona: la bellezza come arma, come schermo, come trucco che nasconda il trauma familiare, le verità del corpo e della sofferenza, la dipendenza.
Il ruvido in Joelle è ciò che la maschera tenta di proteggere. È il personaggio che più mostra come il levigato sia spesso una difesa contro l’insopportabile.
I tre personaggi finiscono per proporsi come una esemplificazione della triade hegeliana Oggetto/Soggetto/Sintesi:
Hal che si appiattisce tutto nel Codice Castrante che impone al singolo competenza e performance e come conseguenza vive la dipendenza come pratica di terapia che provoca però dissociazione (panico, implosione quando la regola on funziona)
Joelle che fa emergere in modo eclatante la sua fragilità emotiva quotidiana proprio nella pratica di una estetica da costruire, nella trappola della dipendenza dalle ferite, dalla sua storia di persona che poco si sa adattare al copione, che lo fa in modo ‘affettato’.
Gately che attraversa le contraddizioni del Codice che impone copioni e se ne ritrae come un cavalier cortese che emerge dalla foresta sconfitto ma più forte , più padrone delle proprie scelte , ormai consapevole della necessità di accettare la propria vulnerabilità e di potersi costruire una identità con il LABOR.
Ovvero incarnano tre modalità del Flusso:
Hal → Flusso Levigato: iperfunzionalità che collassa
Gately → Flusso Ruvido: attrito come forma di verità
Joelle → Flusso Ambivalente: levigato come schermo, ruvido come nucleo
Il lettore si trova ben disposti davanti a sé tre ‘modelli’ con cui avvertire i caratteri della soggettività contemporanea, on più unitaria, ma oscillante, stratificata, intermittente.
D
Naturalmente tanti altri sono i personaggi, di cui possiamo provare a scandagliare la struttura costruita da Wallace per arricchire l’idea fondamentale della contemporaneità come Flusso, come ondeggiamento costante tra superficie e profondo, tra recitazione e sincerità, tra piacere e sofferenza.
Ad esempio ORIN INCANDENZA, il fratello maggiore di Hal, oscilla tra il Levigato della seduzione e il Ruvido della Rimozione: ha il corpo perfetto del bravo atleta che sa dar spettacolo, usa questa immagine consapevolmente per acquistare autostima, esercitando la seduzione in modo seriale, ritualizzata, quasi algoritmica, grazie anche ad un linguaggio fluido, adattivo, performativo. Insomma il perfetto esempio della vita costruita come brand personale capitale di sé stesso, il personaggio più “levigato” in senso contemporaneo: un influencer ante litteram, un soggetto che vive nella superficie.
Ma sotto questo brillare della superficie , ha paura del contatto reale, anche grazie ad un trauma familiare non elaborato: insomma sempre in mezzo alle donne, ma vive una solitudine profonda, in cui la compulsione seduttiva e sessuale è la vera anestesia che copre la fragilità del Sé, il vuoto che sente sempre. È il personaggio che mostra come la superficie possa diventare una forma di fuga
– MARIO INCANDENZA
In lui la presenza di un corpo imperfetto, di una ingenuità assoluta ne fanno un esempio estremo di Ruvido come grazia: semplicemente per lui il Levigato appare il Limite stesso dell’umano, quella incapacità di superare i limiti della natura che ti dà queste o quelle caratteistiche. È un v.ero e proprio monstrum alla latina, cioè un essere assolutamente non ‘medio’, non simile alla ‘norma’: la sua anomalia estrema (fisica e emotiva) è probabilmente metafora di quella ‘grazia’ appunto che ognuno di quelli che chiamiamo homo ha in dote, prima di essere in qualche modo chiamato ad essere ‘normale’ ad adeguarsi a quelle ‘norme’ socilae di levigato che ci rendono contorsionisti doloranti
Il ruvido, s’è detto, si manifesta nel corpo imperfetto e vulnerabile, nello sguardo ingenuo ma lucidissimo, nell’etica della cura, dell’ascolto, della presenza rispetto all’altro, nella creatività artigianale, non levigata che lo avvicina e lo allontana dal padre ingegnere (il suo essere faber non ha bisogno di teorie ma solo si pratca, di scontro puro con la materia da manipolare).
Mario è il personaggio più ruvido-positivo del romanzo: non è ferito dal ruvido, è ruvido come forma di verità, proprio perché – come detto – in lui il Levigato è quasi assente: rifiuta la performance, la seduzione, la maschera, preferisce mantenere la sua “imperfezione” che lo salva dal Flusso al punto che tra tutti i personaggi del romanzo è l’unico personaggio che non implode. È la prova che il ruvido può essere una forma di grazia.
AVRIL INCANDENZA
La madre dei tre fratelli Incandenza è il levigato istituzionale: la superficie in lei è Potere, ordine, controllo che dà stabilità al Mondo (quello che è già stato edificato da altri, e di cui lei gestisce il funzionamento: la famiglia, l’accademia). tutto quel che non rientra negli schemi previsti, l’imprevisto, è causa di incertezza cioè di pericolo, una minaccia che procura instabilità. Ha un amanate , ma organizzato entro una routine che lascia brillare la superficie…
Il suo levigato si rende chiaro nella perfezione domestica, sociale, materna: è iper-competente, iper-presente, iper-funzionale. Ricorre ad un linguaggio diplomatico, liscio, senza attrito che si adatta all’ immagine che vuol comunicare alla società di madre impeccabile, quasi istituzionale. In effetti è abile nella gestione delle emozioni come una manager.
Naturalmente, sotto la superficie , anche Avril vive il Ruvido: ha desideri repressi, relazioni ambigue, ansia di fallimento nel contenere il caos familiare; insomma fragilità nascosta dietro la performance. Il ruvido in Avril è ciò che non può permettersi di mostrare. È la figura che incarna la tirannia del levigato.
MICHAEL PEMULIS
Ruvido come ingegno, Levigato come strategia
Possiede un linguaggio sporco, diretto, aggressivo, un corpo non atletico, ed è segnato dalla marginalità sociale e culturale: una intelligenza “di strada”, tattica, ruvida, e usa sostanze come parte del suo ecosistema
Pemulis è il ruvido tecnico: l’intelligenza che nasce dall’attrito, non dalla disciplina.
Ha d’altra parte una forte componente di levigato: sa manipolare sistemi complessi, elaborare strategie, calcoli con precisione, al punto da saper costruire piani perfetti (ma moralmente ambigui) e mostrare momenti di lucidità quasi “ingegneristica”. Il levigato in Pemulis è strumentale, non identitario: lo usa per sopravvivere, non per definirsi.
Questi quattro personaggi completano la tipologia iniziata con Hal, Gately e Joelle. Insieme, formano una mappa antropologica del XXI secolo:
Il levigato che seduce (Orin)
Il levigato che domina (Avril)
Il levigato che implode (Hal)
Il levigato che anestetizza (Joelle)
Il ruvido che salva (Gately)
Il ruvido che illumina (Mario)
Il ruvido che ingegna (Pemulis)
È una vera genealogia della soggettività nel Flusso.
3
TEMI
ESCHATON
Il “gioco strano” degli studenti dell’ETA in Infinite Jest — Eschaton — è uno dei dispositivi più densi di Wallace, e funziona come una vera metafora antropologica del game e del play, quasi un laboratorio di Huizinga, Caillois e Bateson dentro un campus di adolescenti iper-performativi.
Eschaton è un dispositivo per capire cosa succede quando il game (regola, levigato) implode nel play (improvvisazione, ruvido).
la struttura di Eschaton, vuole mostrare al lettore contemporaneo, come le società umane – al di là delle antiche mitologie ch le vogliono di origine divina- si diano – da sé, dal basso – la struttura di una macchina levigata
Il gioco è un wargame che modella la guerra termonucleare globale, con Regole rigidissime (mappe, coordinate, calcoli balistici, turni, protocolli), Ruoli assegnati (giocatori come “nazioni”, arbitri, analisti) e tecnologia povera ma matematica complessa (palle da tennis come missili, campi come territori)
La sua Funzione formativa è propriamente quella di addestrare le ‘competenze’ di strategia, astrazione, controllo emotivo, in modo da trasformare adolescenti agonistici in “macchine razionali”: quello che attualmente mettono in atto i sistemi scolastici e non (tutti gli sport praticati fin da piccoli convogliano proprio – al di là delle differenze – proprio in questa direzione)
Eschaton nasce come game puro: un sistema chiuso, levigato, matematico, che pretende di modellare il mondo eliminando il rumore. Un po’ quello che di fatto ha diretto la cultura occidentale , anche al giorno d’oggi: la terra può, deve, esser messa-in-forma secondo il mio progetto, che è proposto come ‘naturale’ .
Capita però che – siamo in una realtà che vede in effetti dominare il Ruvido- a volte il play irrompe e distrugge il game: il momento chiave ovviamente capita quando un giocatore lancia una palla fuori dalle regole, e gli altri reagiscono non come giocatori, ma come corpi, quando cioè non regole ma emozioni sovvetono le gerarchie ed emergono altri ordini, quelli ‘emergenti’ non previsti dallo schema chiuso iniziale.
La reazione fondamentale è che I ragazzi confondono la simulazione con la realtà: e la violenza da simbolica si fa fisica.L’arbitro (Otis P. Lord) perde il controllo e il gioco collassa in una rissa.
Perché crolla?
Perché Eschaton(il Mondo in generale dunque) è costruito su un’illusione: che gli esseri umani possano comportarsi come algoritmi.
Il corpo, l’affetto, l’ego, la rabbia — tutto ciò che il game tenta di espellere — ritorna come forza ruvida che rompe la levigatezza del sistema.
È un esempio perfetto di ciò che Caillois chiamerebbe il rischio di corruzione del ludus da parte della paidia.
Metafora antropologica: game vs play
A ben pensare quindi Wallace propone propone con Eschaton una sorta di laboratorio di antropologia: sta facendo molto più che raccontare un gioco strano, sta mostrando come funzionano gli esseri umani quando tentano di vivere dentro sistemi troppo rigidi.
Insomma l’umano oscilla tra Il levigato idealizzato del game (Regola, Razionalità, Controllo, Astrazione. Ordine, Prevedibilità, Ego disciplinato: cioè Escaton, che vuol dire Direzione, orientameno, Teleologia, Risultato) e il ruvido emergente del play ( in cui domina il Corpo con i suoi Impulsi che determinano un ritorno al caos della precede il sapiens, Caos segnato da relazioni personali di Affetti, Improvvisazioni, eccessi, che danno luogo ad un Ego indisciplinato(.Il play irrompe quando i ragazzi non accettano più la distanza simbolica tra gioco e mondo.
Eschaton è allora davvero antropologia del contemporaneo
Come nelle società iper-mediate, il confine tra rappresentazione e mondo si dissolve. Eschaton è un modello del mondo che diventa mondo, che ha un punto cieco inevitabile: la presenza stessa dell’umano ( a cui vuol rimediare oggi l’AI): ogni sistema complesso che tenta di espellere il corpo finisce per essere sabotato dal corpo stesso.
In particolare è l’agonismo che viene istituzionalizzato nel sistema ideologico degli USA, come una vera e propria religione: gli studenti sono addestrati a vincere, non a giocare. Il gioco diventa ideologia, e quindi è destinato a implodere.
Ma con Eschaton Wallace vuole mostrare anche la fragilità delle istituzioni simboliche perché mostra che le regole funzionano solo se tutti accettano la finzione e basta un gesto fuori-script per far crollare l’intero edificio.È un’anticipazione della crisi delle “grandi narrazioni” e dei sistemi chiusi. Ma anche delle derive colonialiste degli ultimi anni sionisti-trumpiani.
Riepiloghiamo per sommi capi la questione :
Livello
Game (levigato)
Play (ruvido)
Esito
Ontologico
Simulazione
Corpo
Implosione
Sociale
Ruoli
Ego
Rissa
Cognitivo
Strategia
Impulso
Caos
Politico
Ordine
Sovversione
Collasso del sistema
Antropologico
homo ludens
Homo faber emotivo
Rivelazione del limite
Eschaton insomma è un modello del mondo contemporaneo: un sistema che pretende di essere perfetto, ma che non sa cosa fare quando l’umano — il ruvido, il non-lineare, il desiderante — entra in scena.
È un capitolo che parla di
fallimento delle simulazioni,
limiti dell’astrazione alla Cartesio (AI),
ritorno del corpo (alla Spinoza e oltre),
fragilità dei sistemi complessi, confusione tra realtà e modello
È, in fondo, un trattato di antropologia del gioco travestito da scena comica.
[1] Wallace costruisce uomini che parlano troppo e male: spiegano, razionalizzano, giustificano. La loro voce è un loop.
Esempio (BI #46):
“I wasn’t lying. I was just giving her the version of myself I knew she wanted.”
Qui la mascolinità tossica non è gridata: è auto-narrata. L’uomo non è un villain: è un soggetto che non sa più distinguere tra verità e performance.
🪞 2. L’uomo come specchio deformante
Le interviste sono monologhi: la donna non parla mai. Questo silenzio è un dispositivo etico.
La voce maschile diventa:
un eco che non trova risposta
un vuoto che rivela la sua incapacità di ascoltare
un teatro dell’ego
Wallace non giudica: mostra. E mostrando, smonta.
🎭 3. La mascolinità come performance
Molti uomini delle BI parlano come se fossero in un’audizione. Cercano di apparire intelligenti, sensibili, profondi.
Esempio (BI #20):
“I wanted to be loved, but I didn’t want to have to be seen.”
È una confessione che sembra vulnerabile, ma in realtà è un modo per controllare la narrazione. La vulnerabilità diventa un gesto performativo.
🧨 4. Il dispositivo dell’ironia che implode
Wallace usa l’ironia come un bisturi: prima seduce, poi incide.
Molti uomini parlano con un’ironia brillante, ma questa brillantezza si rivela:
difesa
narcisismo
incapacità di sostenere il dolore altrui
La mascolinità tossica qui non è violenta: è evasiva.
🧩 5. La struttura stessa del libro smonta la mascolinità
Le “interviste” sono:
senza domande
senza contesto
senza volto
L’uomo parla nel vuoto. E nel vuoto si rivela.
È un dispositivo quasi fenomenologico: la mascolinità appare come costruzione discorsiva, non come essenza.
🔥 6. Il punto etico: la voce maschile come sintomo
Wallace non demonizza l’uomo: lo mostra come prodotto di un sistema. La tossicità non è un tratto individuale: è un pattern.
I suoi uomini:
vogliono essere ammirati
temono l’intimità
confondono desiderio e potere
parlano per non sentire
La voce maschile diventa un campo di battaglia tra:
bisogno di essere amati
paura di essere visti
🧭 7. Una mappa operativa (alla tua maniera)
Funzione della voce maschile
Effetto
Smontaggio
Auto-narrazione
L’uomo si giustifica
Rivela il narcisismo
Monologo
La donna sparisce
Mostra l’incapacità di ascolto
Ironia
Protezione
Mostra la fragilità
Confessione
Performance
Smonta l’autenticità
Linguaggio tecnico/psicologico
Controllo
Mostra la paura
[2]Qualche citazione dalla “Brief Interview #20” (BI #20) 1 Un uomo parla della propria incapacità di sostenere l’intimità:“I wanted to be loved, but I didn’t want to have to be seen.”È una delle frasi più emblematiche dell’intero libro: il Bello come paura della trasparenza. 2. (BI #46) Qui Wallace mostra la logica distorta dell’uomo che razionalizza il proprio narcisismo:“I wasn’t lying. I was just giving her the version of myself I knew she wanted.”Il Bello diventa maschera, performance, auto-fiction quotidiana.3. Da “The Depressed Person” Uno dei racconti più feroci e compassionevoli:“The depressed person was in terrible and unceasing emotional pain.”La frase è volutamente piatta, clinica: il Bello come spogliazione, come rifiuto dell’enfasi.4. Da “Forever Overhead” Un racconto di iniziazione, forse il più “levigato” del libro:“You are thirteen and the edge is everything.”Qui il Bello è soglia, crescita, vertigine.5. Da “Adult World”Sul desiderio e la sua goffaggine:“She wanted to be wanted in a way she could finally believe.”Il Bello come convalida, come bisogno di essere confermati dall’altro. 6. Da “Octet” Il testo più meta-letterario, dove Wallace parla direttamente al lettore:“Try to be genuine.”Tre parole che sono un manifesto estetico ed etico.
[3] Le varie trame di Infinite Jest: 1. La trama della famiglia Incandenza (Asse: genio, fallimento, eredità). James O. Incandenza, fisico e regista sperimentale, fonda l’Enfield Tennis Academy, ma è ossessionato dal creare un film perfetto, “Infinite Jest”, talmente piacevole da rendere chi lo guarda totalmente dipendente.Muore suicida infilando la testa in un microonde modificato.I suoi figli — Hal, Mario, Orin — incarnano tre risposte diverse all’eredità paterna:Hal ha talento e depressione mascherata, Mario è innocenza e cura, Orin è fuga e narcisism. Il Senso del filone è che il Bello consiste nella sproporzione, e che il genio implode. 2. La trama della Ennet House (la comunità di recupero) (Asse: dipendenza, vulnerabilità, redenzione): la figura che emerge è quella di Don Gately, ex ladro e tossicodipendente, ora operatore della casa di recupero; ovviamente tutti i residenti lottano con dipendenze, traumi, compulsioni.La vita quotidiana è fatta di riunioni AA, ricadute, confessioni, micro-eroismi. È Gately che infine diventa il centro morale del romanzo: un uomo che tenta di restare vivo senza anestetizzarsi. Il tutto p metafora della nostra società che vive di ‘dipendenza’, che cerca di sottrarsi, di distrarsi, di non eseguire i compiti, le funzioni assegnate dall’alto..Senso del filone: il Bello come resistenza. 3. La trama del film “Infinite Jest” (The Entertainment)(Asse: piacere, annichilimento, potere). Il film è così irresistibile che chi lo guarda perde ogni volontà: è ricercato da varie agenzie governative e terroristiche. Perché è da cose del genere che deriva il Potere. La domanda centrale per il lettore è : che cosa succede quando il piacere diventa totale? In che consiste infine la juoissance, il senso stesso del ‘vivere? Il film è chiaramente anche un messaggio cifrato sulla situazione della nuova società mediatica, o dell’informazione.Senso del filone: il Bello come pericolo. 4. La trama politico-terroristica (ONAN, Québec, servizi segreti)(Asse: geopolitica, parodia, paranoia) L’America, il Canada e il Messico formano l’ONAN, ma c’è Il Québec indipendentista (Les Assassins des Fauteuils Rollents)che rifiuta la sottomissione agli Usa e vuole usare il film come arma per diffondere una idea del reale anti potere. Gli agenti governativi cercano di impedirlo, ma tutta la scena geopolitica si mostra come ricerca di intrttenimento (distrazione) e sorveglianza poliziesca (lontano da ogni problema etico morale o di cura). Senso del filone: il Bello come manipolazione. 5. La trama dell’Enfield Tennis Academy (ETA)(Asse: disciplina, competizione, adolescenza). Hal e gli altri studenti vivono in un ambiente iper-competitivo (game vs play): il tennis diventa metafora della pressione, dell’ansia, della ricerca di perfezione, dell’ideologia del Vincere, dell’individuo imprenditore di se stesso. E l’ETA è un laboratorio di identità: ragazzi che cercano di diventare adulti senza crollare, inventandosi soluzioni altre, a partire dalle droghe. Senso del filone: il Bello come sforzo. 6. La trama nascosta: il futuro non raccontato (Asse: ellissi, montaggio, ricostruzione). Il romanzo inizia dopo la fine e finisce prima dell’inizio. Il lettore deve ricostruire:la caduta di Hal, la morte di Gately (o la sua resurrezione morale), il destino del film, il ruolo di Mario come possibile “ponte” tra i mondi. Senso del filone: il Bello come vuoto da colmare.
Nel Novecento, il Bello per il Modernismo è “centrifugo”: rifiuta l’idea tradizionale del Bello come espressione di un Ordine Ontologico Unico esterno all’uomo (un Centro appunto, che solo l’artista riesce a intuire e rappresentare) e lo identifica nel Molteplice, nella rappresentazione del divenire delle cose. Lo si può esprimere in modo narrativo, psicologico, sociale o linguistico, ma sarà sempre “vero” e assegna all’artista (in qualunque ambito specifico) il compito di cercare il Bello in molteplici direzioni, rinunciando appunto all’idea che il Divenire delle cose dipenda (sia spiegabile) da un principio ordinatore unico.[1]
Così le opere di Picasso, Shoenberg, Joyce, Woolf, Svevo, Pirandello, Musil, Proust, Kafka, non si propongono come testi chiusi, con cornici nette a indicare inizio e fine, dentro e fuori, ma al contrario si aprono, si frantumano, si moltiplicano: insomma non cercano più di riportare il divenire delle cose ad un ordine unico, ma ne mostrano la dispersione.
Perché?
1
Perché la società Europea del Novecento non ha più fiducia nel Mondo, anzi percepisce il Mondo che l’homo faber ha creato (e chiamato Civiltà) come frutto di un equivoco epistemologico macchiato di arroganza:
convinto di aver trovato i modi per conoscere e correggere la Natura (razionalità dell’induzione e della deduzione) ha prodotto certamente crescita economica di questo o quel paese, ma a costo di gravi conseguenze sociali sia interne (urbanizzazione, proletarizzazione, alienazione) che esterne (Nazionalismi, Colonialismi, Imperialismi, la Grande Guerra…) .
A peggiorare il senso di insicurezza crescente l’emergere (nel corso dei primi decenni del XX secolo) di due terapie possibili di totalitarismo: l’irrazionalismo conservatore del fascismo e il razionalismo rivoluzionario del comunismo, cioè da un lato il rifiuto dell’umanesimo cosmopolitico della ‘gratia’, della ‘cura’, dall’altro l’esasperazione della modulazione cristiana della iustitia per tutti. Cert’è che si perde l’idea che esista una “verità” unica, un Centro appunto, che possa garantire pace e progresso senza dolori ( non a costi terribili).
2
Molti sono gli intellettuali che cercano di spiegare quel che sta succedendo e offrono ‘leggi’ che comunque presto si rivelano essere solo ‘modelli’ cioè ‘mappe’[2] , efficaci per capire situazioni locali ma inerti di fronte al Tutto. Ad esempio
Clausius che col termine Entropia misura il disordine e la dispersione dell’energia di sistema.[3]
Faraday introduce l’idea di linee di forza e di campo come entità fisica reale (l’idea che nello spazio concreto agiscono forze concrete che semplicemente noi non percepiamo coi nostri sensi ma hanno effeti su quello che vediamo (è Maxwell che poi descrive il campo elettromagnetico come un’entità continua che si propaga nello spazio sotto forma di onde).
Freud che sperimenta come il Soggetto Moderno non è un Individuo cartesiano che controllando le emozioni ‘fa’ il Mondo (la Storia), ma un ente scisso tra Conscio e Inconscio le cui azioni sono dettate proprio dalla parte nascosta che non controlliamo
Darwin suggerisce che l’uomo sia solo l’esito ‘emergente’ di una evoluzione non progettata dall’alto
Einstein decostruisce la tradizionale immagine dello spazio tempo come ‘assoluti’ che non variano: ci sono spazi e tempi diversi in dipendenza delle situazioni particolari. Ogni sistema di riferimento è equivalente, cioè funzionale alla situazione particolare; non c’è un modo unico di percepire e rappresentare lo spazio e il tempo, quindi la società e la storia…
Saussure nega che il linguaggio garantisca l’accesso al reale.[4] ogni lingua mette-in – forma gli elementi del reale, scegliendone e collegandoli alcuni (semantica e sintassi)
Bohr e Heisenberg Schredinger, Dirac ecc. propongono di pensare la realtà in termini probabilistici: lo stato quantico (della sfera subatomica)non descrive una realtà determinata, ma possibilità: nella percezione del reale microscopico è la misura (atto propriamente ‘artificiale’ )che gioca un ruolo costitutivo.[5]
Wertheimer, Kholer e Koffka scoprono che è innata nell’homo sapiens la capacità di rispondere all’intero invece che a sue parti, che la percezione delle cose avviene assegnando forme intere anche a quelle cose che ci appaiono incomplete (Gestalttheorie) [6]
3
Se un artista respira in qualche modo questo senso di Crisi, non potrà certo comporre opere centripete come prima, ma centrifughe, come detto: non abbandona davvero il suo compito di dare forma alle cose ma lo reinventa. Non distrugge in modo carnevalesco le forme precedenti , ma ricompone nei suoi testi forme di un reale senza centro, un reale attraversato da forze, insomma da Campi di Forze.
Di fatto allora in opere del genere (essendo un testo sempre un Finito, cioè uno spazio simbolico che esiste perché ha dei bordi, un inizio fine, una cornice) il centro – una volta accertato e accettato che è solo effetto di una scelta tecnica, di una intenzione dell’homo sapiens, non scompare ma si moltiplica .
La centrifugazione del modernismo insomma non produce disordine, ma campi di tensioni: Joyce costruisce architetture complesse, Musil sistemi di possibilità, Proust spirali temporali, Picasso interpreta la tela con cornice come un campo di forze.
4
A dare struttura teorica alla nuova procedura delle arti arriva l’Estetica della ricezione di Jauss e Iser, di cui le idee centrali sono:
l’orizzonte d’attesa (Jauss): ogni lettore interpreta un’opera a partire dalle proprie aspettative storiche e culturali; il modernismo le infrange sistematicamente.[7]
gli spazi vuoti, le indeterminazioni (Iser): il testo non è un contenuto chiuso, ma una struttura che contiene “vuoti” che il lettore deve riempire con la propria immaginazione[8]
5
Se il Modernismo nasce come critica del Moderno, come constatazione cioè del Vuoto di Verità che emerge dall’affastellarsi di catastrofi e scoperte , 0 chiaro che non può manifestarsi come un movimento unitario ma come ricerca variegata di nuove forme con cui dare senso alle cose ‘strane’ che avvengono-
A posteriori possiamo in effetti riconoscere due linee, due logiche che allacciano tutte le arti :
una di rottura, che amplifica la percezione della Soglia , che disintegra le procedure tradizionali , portando ogni linguaggio al limite , fino alla soglia del collasso. La linea del RUVIDO come soglia[9]una di riequilibrio, che non distrugge ma costruisce un nuovo sistema, riorganizza, rivelando i punti di sutura che rivelano le procedure con cui le arti costruiscono i loro testi[10]
6
La prima chiara manifestazione della necessità di deostruire le certezze della tradizione moderna è il CUBISMO che decostruisce in modo progettuale le forme mimetiche che avevano dominato la pittura europea fino a quel momento. La sua forza non sta solo nella scomposizione geometrica, ma nel fatto che smonta i presupposti epistemici del verismo ottocentesco: prospettiva, unità del punto di vista, continuità dello spazio, coerenza della forma.[11]
È una decostruzione perché mostra che la forma non è un dato, ma una costruzione, rivela che la prospettiva è una convenzione, non una verità, sostituisce la visione unitaria con la pluralità, trasforma l’oggetto da entità stabile a processo percettivo e sostituisce la mimesi con la strutturazione concettuale
Il cubismo è un punto di svolta perché introduce una logica centrifuga (come il modernismo letterario): non c’è più un centro prospettico, non c’è più un contorno definitivo, non c’è più un’unica verità dell’oggetto e la forma è un campo di tensioni. Ovviamente le tele continuano a essere incorniciate: ma la cornice è ormai solo una sofglia, e quel che viene rappresentato all’interno di quello spazio è un Campo di Forze, ognuna con la sua attrazione: le facce sono ad esempio presenti da due o più prospettive, le facce possono essere proposte come parti che sta all’osservatore ricomporre in modo da dare l’intero.
È un’estetica del ruvido: la superficie- quel che appare, quel che viene percepito – non è liscia, non è pacificata, portatrice di senso e di certezze, ma franta, sfaccettata, instabile. È un’estetica della soglia: come a suggerire che ci sono cose visibili e cose invisibili, che c’è distanza tra l’oggetto e la sua percezione, tra la forma in sé e il concetto che elabora la nostra mente.
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La conseguenza inevitabile di questa crisi, è che certamente il Bello (classico o romantico o realista o simbolista) perde i suoi presunti fondamenti ontologici, e che anche le poetiche moderne irrazionalistiche, come il simbolismo, sono palese mistificazione. Si pongono come portatrici di Verità ‘sacre’ a fronte di una crescente entropia sociale e culturale.[12]
Anche le leggi dell’Estetica ( di qualunque estetica) svelano progressivamente la propria natura di Dispositivi di Cristallizzazione , di teorie che idealizzano, che cioè danno forma di Assoluto Immobile a un evento precario. E che il concetto di Bello che ne emerge (la genealogia del Bello) è semplicemente costruzione / effetto del Desiderio di Quiete che caratterizza l’evoluzione stessa dell’homo sapiens. [13]
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A dar forza a questa crisi epistemica, arrivano nei primi decenni del XX secolo eventi veri e propri che confermano che non è il Progresso la meta del divenire storico (le guerre, le rivoluzioni, le catastrofi). Inoltre le nuove scoperte della fisica (relatività, quantistica) rendono chiaro che anche la speranza dei simbolisti di poter scoprire armonie nascoste nelle dimensioni dell’invisibile è appunto un desiderio, insomma Soggettivismo a la Nietzsche che riduce la complessità delle cose a vantaggio dell’individuo che si crede colto o ispirato.
Le cose in effetti continuano a modificarsi in modo inaspettato: le epifanie durano giusto il tempo in cui emergono, non durano, non dicono verità stabili, ma solo desideri individuali, e le volontà di potenza riescono davvero a modificare le condizioni limitate di una situazione non certo a controllare, modificarla in parte, certo non a orientarla..,
9
Ecco allora che le procedure decostruttive del Cubismo, che all’inizio appaiono una sorta di provocazione da parte di persone che ‘non hanno studiato’, vengono progressivamente adottate anche nelle altre arti, con l’intento di rappresentare l’entropia che struttura il reale e le possibili forme con cui l’Umano se ne possa render parte
nella musica: dopo che già nella fine 800 si è capito che la “legge” tonale non è più un ordine naturale, ma un modello storico che può essere superato, con Schönberg si passa dalla dissoluzione della tonalità alla costruzione di un nuovo principio formale: la serie dodecafonica, che ordina i dodici semitoni in una sequenza non gerarchica[14]. La dodecafonia, esposta nel 1923, si fonda sull’equivalenza dei dodici suoni e sulla loro manipolazione tramite inversione, retrogradazione, trasposizione. la forma non è più un contenitore predefinito (sonata, periodo, frase), ma un campo di trasformazioni generate dalla serie.
nella lirica: Eliot e Montale sperimentano il simbolo ma virano verso l’allegoria che in essi funziona come critica interna al simbolismo e, allo stesso tempo, come richiamo all’ars/techné, cioè alla dimensione artigianale, costruita, non mistica, della poesia.[15] il mondo non parla più da solo; è il poeta che costruisce il senso, non finge di essere naturale. È un dispositivo che mostra le sue giunture, i suoi innesti, le sue cuciture. Il bello è un altrove[16]
nel romanzo è l’entropia stessa che diventa una forma narrativa: perdita di ordine, aumento del disordine, dissipazione dell’energia vitale; il mondo appare disgregato, il soggetto si frantuma, il tempo perde linearità. Il tempo della narrazione non è più lineare né progressivo: quando Bergson introduce la durata, fluida e soggettiva, il romanzo abbandona la cronologia per seguire la memoria, l’associazione, il salto. Insomma in generale il tempo narrativo diventa entropico: non costruisce ordine, ma lo disperde.
10
Il BELLO allora non è più un “dato”, ma un effetto di montaggio, nel senso che non consiste nel ripetere qualcosa di esterno (un DATO) ma nasce da accostamenti non ovvi: montaggi di tempi e registri, oggetti concreti che diventano vettori di senso, strutture che non si chiudono perfettamente…
È un bello ruvido, non levigato, che non nasconde la propria costruzione e chiama il lettore (come già il cubismo chiama l’osservatore)[17] a comporre le parti , gli elementi, in modo che aquistino una ‘forma’ , un senso. Il fruitore di qualunque testo modernista è chiamato a ricostruire, collegare, interpretare, attraversare strati, insomma ad assumersi la responsabilità del BELLO, IN processo di co- operazione cognitiva, che assegni infine visibilità al testo, o meglio alle intenzioni dell’autore (cognitive, estetiche, pragmatiche, etiche), in forma di ABDUZIONE. È un bello processuale, non oggettuale.
È in effetti un cambio di paradigma fondamentale: il Bello non è là fuori da cogliere ma dentro di noi da costruire.
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Arriva poi – come già accennato -nel corso del secolo la teorizzazione di questa nuova estetica, la cosiddetta ’estetica della ricezione. Una volta applicata al modernismo questa teoria permette di capire perché le opere moderniste sembrano(devono sembrare) “incomplete”, aperte, frammentarie: non perché manchi qualcosa, ma perché la loro forma è costruita per essere completata dal lettore. È nata di fatto quella che Jauss ed Iser poi chiameranno l’Estetica della RICEZIONE.
Le teorie di Jauss e Iser aiutano a leggere questa trasformazione come un vero cambio di paradigma, come un avvertimento all’homo sapiens che la sua tendenza a costruire sistemi simbolici rischia, se cristallizzata, di renderlo cieco alle catastrofi da lui causate.
Come già detto, le due idee centrali dell’estetica della ricezione sono:
l’orizzonte d’attesa (Jauss): ogni lettore interpreta un’opera a partire dalle proprie aspettative storiche e culturali; il modernismo le infrange sistematicamente.
gli spazi vuoti, le indeterminazioni (Iser): il testo non è un contenuto chiuso, ma una struttura che contiene “vuoti” che il lettore deve riempire con la propria immaginazione.
12
Sono però ovviamente le opere di Joyce, Woolf, Musil, Svevo, Kafka, ad esempio, che dimostrano come davvero gli artisti producono testi centrifughi, coi caratteri
della frammentarietà ( la linearità narrativa è sostituita da montaggi, flussi di coscienza, salti temporali)
della polifonia ( molte voci, nessuna autorità centrale),
della opacità (il linguaggio non è più trasparente, ma problematico)
della allusività ( il significato non è dato, ma suggerito)
e appunto dell’incompiutezza (l’Opera aperta di cui parla Eco: il finale non chiude, ma apre).
Queste caratteristiche appaiono difetti a chi si sa pensare solo al Bello centrifugo, un Bello Dato che esiste là Fuori, come garanzia di ordine e Consolazione: ma se li vediamo attraverso il Cannocchiale di Iser e Jauss le percepiamo come indizi fondamentali delle strategie ermeneutiche della nuova estetica, che sposta il centro dell’opera dal testo al lettore e gli chiede una ‘fatica’ notevole nell’interpretare (per abduzione) le nuove opere d’arte.
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Interpretare un testo non sarà più una questione di Gusto di cui qualcuno disporrebbe per ‘natura’, ma esercizio ermeneutico senza fine, nella ricerca continua delle forze che agiscono nel Campo di Lewin dell’autore e del proprio; in effetti sia i testi che le interpretazioni sono sempre ‘opere aperte’, destinate a non chiudersi mai[18], come mostra la disanima di un quadro di Picasso operata da Eric Kandel nel 2014 in Cubism: The Leonard A.Lauder Collection (Metropolitan Museum of Art , New York)
“È il ritratto di Daniel-Henri Kahnweiler realizzato da Picasso nel 1910 a mostrare il ruolo decisivo dell’attenzione nella percezione visiva.[…]Come nel caso dell’anatra-coniglio, quando concentriamo l’attenzione su un’immagine, non solo identifichiamo cosa è l’immagine ma escludiamo anche ipotesi alternative di cosa potrebbe essere…una volta che formiamo una ipotesi l’opera perde la sua u […] nelle sue opere con la tecnica del papier collè Picasso non solo ha smantellato gli elementi costruttivi dell’elaborazione visiva bottom-up eliminando l prospettiva e la rappresentazione olistica ma ha anche vanificato le premesse su cui si fonda l’elaborazione bottom –up. Noi scansioniamo con lo sguardo un dipinto cubista alla ricerca di collegamenti gestaltici tra segnali (principio della buona continuazione), di contorni e di oggetti riconoscibili, ma nelle opere più frammentarie i nostri sforzi sono frustrati. Tali opere richiedono nuove reole di elaborazione bottom-uo che spesso non esistono, e a fornirle deve essere una estesa elaborazione creativa”[19]
Insomma, a partire dal cubismo, si accetta definitivamente che la percezione non è (come sosteneva John Ruskin nell’800 a sostegno dell’estetica romantica dell’”autentico”) una emozione innocente (cioè ‘naturale’, neutra registrazione di stimoli dell’esterno , un ‘autentica espressione della ‘natura’ particolare dell’organismo), ma una pratica ‘appresa’ (cioè dipendente dalla cultura entro cui prende forma la visione del mondo del singolo, il suo campo di Lewin).
14
La percezione – come dimostrano i cubisti anche sotto la spinta di esperimenti come quell’anatra-coniglio di Joseph Jastrow del 1892- non è uno specchio del mondo ma prevede una sua ricostruzione attiva, una ricostruzione top down, come dice oggi la neuro-linguistica: le ambiguità (del reale, di un quadro, di un racconto, di una analogia lirica) hanno bisogno di qualche categoria già presente nella memoria per essere disambiguate. Il Bello è cioè davvero quel che piace: ma proprio ‘quel che piace’ non è ‘naturale’ e ingenuo’, ma costruito, prodotto dalla cultura.[20]
Sulla base di questa nuova sensibilità epistemologica, l’arte, la letteratura modernista si danno il compito di provocare nel lettore sia lo sconcerto del non-sense, sia il bisogno di rinegoziare il proprio orizzonte d’attesa: chi è abituato alle forme lineari delle tipiche narrazioni epiche e moderne (romanzi, racconti), quando si trova di fronte a interruzioni e frammenti e rumori, o abbandona la sfida della comprensione[21] o si deve assegnare il compito di non “seguire” più la storia in modo lineare (seguire il principio gestaltico della ‘buona continuazione’) , ma di accettare la sfida ermeneutica e ricostruirla di continuo sulla base di nuovi indizi e inneschi, con procedure che hanno a che fare con l’abduzione e non l’induzione o la deduzione.
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Il modernismo di fatto diventa un laboratorio che produce nuove forme di percezione dal basso; gli autori, di qualunque arte, quando compongono l’opera e i lettori quando l’interpretano sono accomunati dalla condizione di co-autorialità: non danno mai alle loro opere il significato in modo completo nemmeno, e di fatto danno per certo al fruitore solo una ‘cornice’ (uno spazio finito di ‘testo’) e lo invitano a cogliere gli elementi che vi sono immessi e a collegarli, implementando i vuoti, ricucendo i frammenti, dando forma compiuta all’imperfetto che appare in superficie. Così, se i pittori cubisti smantellano la prospettiva centrale col pennello, i romanzieri con le parole decostruiscono la narrazione lineare, il punto di vista unico e la coerenza psicologica del soggetto, eliminando l’idea rinascimentale che esista un centro stabile da cui il mondo può essere ordinato e reso intelligibile.
In effetti nei testi di Joyce e Svevo il racconto non procede più in modo continuo, ma per lampi, salti temporali, montaggi e dev’essere il lettore a organizzare il senso; e per farlo non trova già pronto un centro esterno e oggettivo (un Nodo di senso, una categoria già presente nella sua memoria) , ma se lo deve trovare (costruire di fatto) lui all’interno del testo. E in genere ne trova molteplici: flusso di coscienza, monologo interiore, punti di vista che si sovrappongono. La realtà non è più vista da un “punto” (un unico cannocchiale) , ma attraverso molteplici prospettive simultanee.
Il risultato sicuro di questa forma di scrittura è che il lettore non trova nel racconto una figura compatta di personaggio che simuli la persona reale (con cui identificarsi empaticamente e binariamente)[22] , ma un organismo attraversato da un campo di forze, un nodo di percezioni e memorie. Come nelle arti visive il soggetto non è più al centro della composizione, così in letteratura non è più al centro del senso. E così, come Il cubismo mostra un oggetto da più angolazioni contemporaneamente, Joyce e Woolf mostrano la coscienza da più angoli simultanei; come Kandinsky elimina la figura, il modernismo letterario elimina la trama tradizionale come struttura portante. Insomma come la pittura rinuncia alla profondità prospettica, la letteratura rinuncia alla voce che “sa tutto”.[23]
16
Il modernismo – insomma – non rappresenta più il mondo: lo fa accadere nella mente del lettore. E la lettura non è una decodifica, cioè la traduzione di un testo da un codice ad un altro, ma un vero e proprio Atto di Produzione di Senso, un dare forma propria a qualcosa che non ce l’ha (quel che chiamiamo Mondo), certo sotto la spinta aguzza e affaticante del testo aperto, certo in modo imperfetto e precario, come pura abduzione… [24]
In questo clima culturale, il problema per l’artista non è più cercare il metodo più efficiente per rappresentare il Vero (realismo o simbolismo) ma innanzitutto chiedersi quale Vero che si vuole costruire, e conseguentemente quale re-azione provocare nel lettore/utente.
È il ‘rappresentare’ in quanto tale che viene messo in discussione: (ogni forma artistica, in assenza di garanzie dei fondamenti, nient’altro può essere che convenzione, codice, artificio appunto; In secondo luogo quale tipo di feedback vuole ottenere dal lettore, fruitore.
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Se è vero che ogni opera d’arte non fa che costruire Mondi, delimitando spazi e fissando regole, ebbene il nuovo modo di percepire il Bello sarà proprio lo svelamento dei meccanismi con cui si costruiscono questi mondi: cornici, spalmature e mescolanze e stratificazione di colori, calcoli e schemi, tecniche delle narrazioni ( voce narrante, montaggio, straniamento ecc.[1]intensificare in qualche modo la reazione del fruitore (estetica della ricezione
Il Bello non è il Contenuto ma il Processo: l’Altrove non è una verità, ma la ricerca della verità; e in quest’azione di lettura il lettore si deve percepire come un NOI “minimo”, come un soggetto plurale che sa
da un lato di non poter mirare alla ‘verità assoluta ma solo a quella limitata e parziale consentita dalla propria memoria, sensibilità, cultura,
dall’altra, di dover interagire con altri lettori per espandere questo processo di ricostruzione del senso. Certamente il senso dell’opera cambia a seconda di chi la legge: non c’è più un senso “giusto”.[25]
Insomma, quando il “reale” diventa inconoscibile e la verità non è più garantita, l’arte deve rinunciare alla pretesa secolare di ‘rappresentare’ la realtà, in una delle forme inventate nei secoli precedenti , e trovare nuovi modi per ridurre l’incertezza. Diventa di fatto Meta Rappresentazione, e il Bello è Ermeneutico.
Il Modernismo propone allora opere che determinano feedback non sul piano delle emozioni primarie (piacere, ansia) ma di quelle secondarie (della analisi); feedback formale e non patetico, nel senso che la Bellezza (= ciò che riduce l’incertezza) emerge dalla capacità dell’artista di rendere visibili le procedure tecniche con cui si costruisce il senso: non nasconde quindi le suture determinate sempre dall’opera di selezione e combinazione che sovraintende la sua produzione, ma le mette in mostra e chiede al lettore di cooperare alla loro composizione. E rendere partecipe (complice) l’utente in questa costruzione
B
1
Se questa è un’arte che non vuole rappresentare più il mondo, si propone – come sopra detto – in due versioni, per così dire, che vogliono dire appunto non il Mondo ma le sue possibilità di Senso
una prima che si può definire “ingegneria dell’incertezza” (per cui la Bellezza è comunque ciòˋ che riduce l’incertezza mostrando come la riduce),
e una seconda più radicale che si distingue per l’aggressività distruttiva (Bellezza=cioˋ che rivela l’opacitaˋ dei sistemi che fingono di essere trasparenti)
In ogni caso è un passaggio epocale: l’opera diventa metalinguaggio, procedura, sistema operativo, per cui smette di essere vista come Feticcio e prevale il suo aspetto performativo. Il Testo non vuole proporre una Forma bella che rappresenterebbe l’Ordine ontologico delle cose, ma si propone come Procedura di Straniamento, nel senso che mira
o afferma che “Il mondo è instabile, ma la forma può ancora creare un ordine — purché sia un ordine consapevole della propria artificialità.”
oppure visto che “è l’Ordine che ancora domina le scene culturali”, va in ogni caso contestato, abbattuto, distrutto.
2
Opere esemplari di questa doppia temperie possono essere per le arti visive
A la Composizione Rosso Giallo e blu di Mondrian
B la Fontana di Duchamp
A
La “Composizione Rosso, Giallo e Blu” di Mondrian è un esempio del Neoplasticismo nato nell’olanda del secondo decennio del XXI secolo, in cui scompare del tutto la figura ‘naturale’ a favore di immagini geometriche: linee nere ortogonali e blocchi di colori primari. Le righe spesse e nere creano delle campiture rettangolari e quadrate disposte in modo che la composizione non abbia un centro geometrico: il bordo del dipinto (la cornice) taglia di netto queste campiture che si presuppone possano continuare al di fuori dal campo dipinto. Lo spazio interno alla cornice è non è un Finito che rappresenta (sta per) il Non Finito, ma un “campo” ‘aperto’ entro cui agiscono forze astratte cioè colori e linee incorniciate da altre linee nere a suggerire che queste separazioni, queste incorniciature , sono operazioni umane.[26] Il quadro alla fin fine è un vero e proprio algoritmo visivo che stabilizza il caos del reale (continua sovrapposizione casuale di figure e stimoli sensitivi) attraverso la massima semplificazione (i fondamenti stessi del vedere, colori e linee che tramite procedure top down – categorie già apprese- da macchie si trasformano in forme distinte).
E questa immagine semplificata è icona della Bellezza, della nuova Bellezza che non rappresenta la Natura ma il processo che sorregge l’azione che trasforma l’uomo in animal symbolcum: un ordine formale ‘assoluto’ , svincolato cioè dalle variabili del vivere naturale che producono.
È un modello di feedback negativo geometrico: l’opera corregge se stessa, si autoregola in vista non della massima ‘verità’ ma di un a situazione di equilibrio locale. un sistema autoregolato, che tende a riportare l’immagine verso un equilibrio. Ogni volta che un elemento rischia di sbilanciarla e un elemento visivo crea tensione, il sistema compositivo introduce un contro-elemento che la riassorbe. Questi elementi non sono messi “a caso”: ogni variazione genera una contro-variazione.[27] Esempi concreti di questo procedere:
se un rettangolo rosso è troppo dominante, Mondrian inserisce un campo bianco più grande che lo “raffredda”.
se una linea verticale crea troppa spinta, una linea orizzontale la stabilizza.
se un’area è troppo densa, un’area vuota la bilancia.
Insomma l’opera si comporta come un sistema che corregge continuamente gli eccessi: il feedback non è psicologico o narrativo, ma strutturale, inscritto nella logica delle forme; è la geometria che diventa un meccanismo di regolazione: le linee sono vettori di forza, i colori sono pesi, le proporzioni sono soglie di equilibrio, il bianco è un campo di assorbimento. Insomma Mondrian costruisce un sistema che non permette a nessun elemento di prevalere definitivamente. Il feedback negativo non produce immobilità, ma tensione controllata[28].
B
Duchamp, Fontana
Il cosiddetto ready made diventa opera d’arte quando attiva un modello di feedback positivo: la fontana in sé è solo un utensile, ma se inserita in un contesto inusuale, dove ci si aspetta che glo oggetti siano ‘arte, ebbene può venire colto come ‘oggetto artistico’ (nell’intenzione dell’autore) o meno. Certo amplifica la deviazione fino a far saltare il codice castrante del sistema per mostrarne l’arbitrarietà. La Bellezza emerge proprio dalla rottura del codice.
In un sistema complesso se il feedback negativo, stabilizza, corregge, riequilibra (come Mondrian) , il feedback positivo amplifica, accelera, porta il sistema oltre i suoi limiti interni: è l’equivalente epistemologico e sistemico di quel topos romantico dell’Altrove che spingeva ad espandere i limiti dell’umano che il razionalismo aveva cristallizzato nei codici della Logica.
In questo caso Fontana mette lo spettatore di fronte ad una deviazione dal codice: entra in un contesto noto (sala di esposizione per quadri9 e trova un intruso (un oggetto “alieno”. In effetti anche Duchamp , più o meno consapevolmente, sottolinea una delle procedure fondanti della conoscenza umana che a breve sarà messa a fuoco dalla Gestltheorie: il Primo piano di qualunque situazione , esperienza, acquista senso solo in rapporto ad uno Sfondo , per lo più non percepito. La fontana è un oggetto ‘utile’ che normalmente il codice dell’homo sapiens recepisce come ‘normale’ quando situato in un contesto specficio; se sposti l’oggetto e lo poni in un altro contesto, ebbene il significato e il senso cambiano. E come dità poi Lewin il significato dipende dall’ampiezza e dal tipo specifico dello Sfondo di cui il singolo dispone.
Duchamp evidentemente con questa performance non cerca equilibrio, non vuole creare certezze nello spettatore, anzi lo disorienta per fargli percepite come sia artificiale quel processo di significazione che finora si scambia come atto spontaneo e naturale. In effetti Duchamp vuole portare lo spettatore ad un nuovo stato di CERTEZZA; “la conoscenza dipende dall’apprendimento” e il detournement è una delle procedure necessarie per ‘apprendere’ la complessità della conoscenza stessa!
Il compito che Duchamp assegna all’artista è quello di demarcare la Soglia del rapporto che esiste tra le ‘parole’ e le cose, tra i simboli e le cose: l’intenzione, il processo top down decide cosa è arte e cosa non lo è. come ovvimente ogni sistema simbolico umano.
Questa performance segna in effetti un punto di non ritorno, un salto di fase che trasforma il compito e la responsabilità dell’intellettuale: se l’uomo comune può/deve intessere con il reale un ingenuo riconoscimento del Noto, l’artista può/deve suscitare Sorpresa, rivelare che ogni segno umano è CONNESSIONE.
Il readymade ovviamente non richiede abilità tecnica particolare, non è forma che emerge dal labor materiale, dal labor limae: è una decisione che non riduce l’incertezza, ma la sposta sul piano concettuale.
Insomma Duchamp rivela che il senso non è nella forma, ma nella connessione (casuale, intenzionale) tra elementi, che decisivo è il gesto critico di tracciare cornici, di separare e combinare elementi.
Il segno è arbitrario , come afferma in quegli anni Saussure, ovvero “le parole non sono le cose” come spiegherà in seguito Foucault e l’umano consiste nell’Intenzione (Rorty).
3
Il modernismo letterario non si limita a cambiare temi o sensibilità: cambia la forma stessa del tempo, che era il pilastro del romanzo e della lirica ottocenteschi. Il tempo lineare, progressivo, ordinato — quello del romanzo realista e del verso metrico — viene sostituito da forme spezzate, simultanee, soggettive.
Il modernismo è, in questo senso, una rivoluzione epistemologica: cambia il modo in cui il soggetto conosce e rappresenta il mondo.
1. Nella lirica: dal tempo metrico al tempo del respiro
🌬️ Il verso libero come rottura del tempo “regolato”
La poesia ottocentesca si fondava su:
metri regolari
strofe simmetriche
ritmo prevedibile
Questo produceva un tempo poetico ordinato, quasi musicale.
Il modernismo introduce il verso libero, che:
rompe la periodicità
segue il ritmo del pensiero, non della metrica
crea un tempo irregolare, respirato, intermittente
Esempi emblematici
Whitman: il verso come flusso vitale
Rimbaud e Mallarmé: la pagina come campo di forze
Ungaretti: il frammento come unità di tempo assoluta
👉 La poesia modernista non misura più il tempo: lo vive.
2. Nel racconto e nel romanzo: dalla linea al frammento
🧩 Il frammento come nuova unità narrativa
Il romanzo ottocentesco era costruito su:
intreccio lineare
sviluppo causale
tempo cronologico
Il modernismo sostituisce la linea con il frammento:
episodi isolati
salti temporali
simultaneità di piani
montaggio discontinuo
Due modalità fondamentali
Frammento come flusso → Joyce
il tempo si frantuma perché segue la coscienza
la linearità è sostituita dalla simultaneità percettiva
Frammento come memoria → Svevo, Proust
il tempo si frantuma perché è ricostruito retrospettivamente
la linearità è sostituita dalla riflessione, dall’autoanalisi
👉 In entrambi i casi, il romanzo non racconta più “cosa accade”, ma come il soggetto vive il tempo.
. La chiave: il modernismo non elimina il tempo, lo problematizza
Il modernismo non è caos: è una nuova organizzazione del tempo, più vicina all’esperienza reale della coscienza moderna, segnata da:
velocità
simultaneità
memoria involontaria
percezioni multiple
crisi dell’io
Il tempo non è più un contenitore neutro: diventa materia da plasmare.
Kafka è uno dei luoghi in cui il modernismo porta all’estremo la crisi del tempo narrativo. Non solo sperimenta forme nuove, ma soprattutto trasforma il tempo in un problema, in un enigma che nessun personaggio riesce a dominare.
1. Kafka e il tempo come struttura dell’angoscia
Nel romanzo ottocentesco il tempo era:
lineare
causale
orientato verso una soluzione
Kafka ribalta tutto: il tempo diventa sospeso, circolare, inconcludente. È un tempo che non porta da nessuna parte, perché il mondo non è più leggibile.
👉 La sua è una rivoluzione epistemologica: il tempo non spiega più il mondo, ma lo rende opaco.
🧩 2. Forme narrative nuove: il tempo come labirinto
Kafka sperimenta tre forme temporali che rompono la tradizione:
1. Il tempo sospeso
Tipico del Processo:
gli eventi accadono senza causa
le attese non portano a nulla
il futuro non chiarisce il presente
È un tempo che non scorre: si accumula.
2. Il tempo circolare
Ne Il Castello:
ogni tentativo di avanzare riporta al punto di partenza
la trama non procede, si avvita
Il tempo non è una linea, ma un loop.
3. Il tempo burocratico
Una delle invenzioni più radicali:
il tempo è regolato da poteri invisibili
scadenze, convocazioni, rinvii
un tempo amministrato, non vissuto
È il tempo della modernità alienata.
🔥 3. Temi nuovi: l’uomo moderno e il tempo che lo supera
Kafka introduce temi che nessun romanzo ottocentesco avrebbe potuto sostenere:
🕳️ L’impossibilità di orientarsi nel tempo
Il protagonista non sa:
quando finirà il processo
quando potrà entrare nel Castello
quando arriverà una risposta
Il tempo è un enigma, non un ordine.
🧠 La coscienza disallineata
Il personaggio vive un tempo interiore che non coincide con quello esterno:
Josef K. pensa di avere tempo, ma il tempo lo ha già condannato
K. nel Castello crede di avvicinarsi, ma è sempre fuori tempo
Il soggetto non controlla più la propria temporalità.
🏢 La modernità come macchina temporale
Kafka anticipa la sensazione contemporanea di:
ritardi
attese infinite
procedure senza fine
accelerazioni improvvise
Il tempo non è più naturale: è prodotto da sistemi impersonali.
Nella Letteratura le due modalità del Modernismo (riordinamento e rottura) sono espresse in modo chiaro
– per la narrativa dall’Ulysse di Joyce e da Il processo di Kafka, in cui si percepisce il passaggio di soglia (rottura, entropia, come in Fontana, Berg, Pollock), i
– per la lirica dal verso libero di Ungaretti e dal correlativo oggettivo di Eliot. – in cui si costruiscono nuove forme, evidenziando ordine la procedura con cui si costruisce un testo, la sua natura di sistema (come Mondrian, Ravel)
A
Il primo Novecento è il momento in cui il romanzo smette di essere una finestra trasparente sul mondo e diventa un laboratorio epistemologico: non rappresenta più la realtà, ma la costruisce, la filtra, la problematizza. Il tempo lineare ottocentesco — quello di Balzac, Tolstoj, Verga — si incrina.
Joyce e Svevo operano questa rottura in modi radicalmente diversi:
Joyce come esploratore dell’immediatezza percettiva,
Svevo come archeologo della memoria e dell’autoinganno.
1. Joyce: il tempo come flusso continuo (e discontinuo) della coscienza
🌀 Ulysses (1922) rompe la linearità dall’interno
Joyce non abolisce il tempo cronologico: l’intero romanzo si svolge in un solo giorno, il 16 giugno 1904. Ma dentro questa cornice, il tempo si frantuma in:
associazioni mentali
salti improvvisi
sovrapposizioni di passato e presente
micro-percezioni corporee
linguaggi che cambiano a seconda del personaggio e del contesto
Il tempo non è più una linea, ma un campo di forze. È il tempo vissuto, non quello misurato.
🔍 Epistemologia joyciana
Joyce assume che la realtà non sia conoscibile come totalità coerente. L’unico modo per “sapere” è immergersi nel flusso della coscienza, accettando la sua discontinuità.
👉 La rottura epistemologica sta nel fatto che la verità non è più esterna al soggetto, ma si produce nel suo stesso atto di percepire.
🧠 2. Svevo: il tempo come ricostruzione retrospettiva e auto-giustificazione
📚 La coscienza di Zeno (1923) rompe la linearità dall’esterno
Svevo non usa il flusso di coscienza. La sua rivoluzione è più sottile e psicologica: il romanzo è costruito come un documento psicoanalitico, una serie di memorie scritte da Zeno a posteriori.
Il tempo non è immediato: è ricordato, distorto, razionalizzato.
🧩 Epistemologia sveviana
Svevo mostra che il soggetto non è trasparente a se stesso. Il tempo della narrazione è:
selettivo
manipolato
pieno di autoinganni
strutturato da un io che non capisce ciò che racconta
👉 La rottura epistemologica sta nel fatto che la verità non è accessibile nemmeno al soggetto che narra. Il romanzo diventa un dispositivo critico: non racconta la vita di Zeno, ma la sua incapacità di narrarla correttamente.
🔧 3. Due modelli di destrutturazione del tempo
Autore
Modalità di rottura
Tipo di tempo
Effetto epistemologico
Joyce
Immersione nel flusso mentale
Tempo vissuto, immediato, discontinuo
La realtà è un flusso percettivo senza ordine oggettivo
Svevo
Ricostruzione retrospettiva ironica
Tempo ricordato, manipolato, non affidabile
La realtà è filtrata da autoinganni e razionalizzazioni
Risultato comune
Fine del romanzo realistico
Fine della linearità
Il romanzo diventa un laboratorio della coscienza
🎯 4. Due strategie per trasformare il romanzo moderno
Joyce → sostituisce la linearità con la simultaneità
Il tempo è un flusso in cui tutto accade insieme: percezioni, ricordi, fantasie, linguaggi.
Svevo → sostituisce la linearità con la riflessività
Il tempo è un archivio instabile che il soggetto riorganizza per darsi un’immagine coerente.
🧭 5. Perché sono due rotture complementari
Joyce e Svevo mostrano due facce della crisi del soggetto moderno:
Joyce: il soggetto è un nodo di percezioni in continuo mutamento.
Svevo: il soggetto è un costruttore di narrazioni auto-illusorie.
Entrambi smontano l’idea ottocentesca di un io stabile e di un tempo lineare. Ma lo fanno con due epistemologie opposte: l’immediatezza vs la mediazione.
. Kafka nel modernismo: una terza via rispetto a Joyce e Svevo
Se vuoi inserirlo nel quadro che stai costruendo:
Autore
Tipo di rottura del tempo
Effetto
Joyce
Tempo come flusso simultaneo
La realtà è percezione
Svevo
Tempo come memoria distorta
La realtà è autoinganno
Kafka
Tempo come struttura opaca e inaccessibile
La realtà è indecifrabile
Kafka non interiorizza il tempo (come Joyce) né lo ricostruisce (come Svevo): lo trasforma in un potere esterno che domina il soggetto.
. Kafka nel modernismo: una terza via rispetto a Joyce e Svevo
Se vuoi inserirlo nel quadro che stai costruendo:
Autore
Tipo di rottura del tempo
Effetto
Joyce
Tempo come flusso simultaneo
La realtà è percezione
Svevo
Tempo come memoria distorta
La realtà è autoinganno
Kafka
Tempo come struttura opaca e inaccessibile
La realtà è indecifrabile
Kafka non interiorizza il tempo (come Joyce) né lo ricostruisce (come Svevo): lo trasforma in un potere esterno che domina il soggetto.
. Kafka nel modernismo: una terza via rispetto a Joyce e Svevo
Se vuoi inserirlo nel quadro che stai costruendo:
Autore
Tipo di rottura del tempo
Effetto
Joyce
Tempo come flusso simultaneo
La realtà è percezione
Svevo
Tempo come memoria distorta
La realtà è autoinganno
Kafka
Tempo come struttura opaca e inaccessibile
La realtà è indecifrabile
Kafka non interiorizza il tempo (come Joyce) né lo ricostruisce (come Svevo): lo trasforma in un potere esterno che domina il soggetto.
[1]L’Ottocento, al contrario, è stato centripeto, perché pur nelle diverse poetiche riconduceva la complessità a un punto focale, a un ordine, a una coerenza. Ad un “centro” verso cui far confluire forze e spinte, e dipanare dubbi
[2] Per significare il passaggio di paradigma basti citare l’espressione di Batesonl “la mappa non è il territorio”!
[3] Il termine nasce nella termodinamica con Rudolf Clausius: misura il disordine e la dispersione dell’energia in un sistema.
L’Europa industriale, ossessionata da macchine, calore, energia e limiti fisici, trovò nell’entropia un concetto potente per pensare il destino delle società moderne.
[4] Saussure parla esplicitamente di arbitrarietà del Segno in quanto tale, eliminando ogni illusione di Verità misteriose che Dio o La Natura avrebbe immesso nelle parole. È banale ma faticosa etimologia o filologia a scoprire che le parole nascono solo come segnali casuali per lo spazio. Egli sosteneva che il legame tra significante e significato fosse arbitrario: dal momento che il segno linguistico è il risultato dell’associazione tra un significante (suono) e un significato (cosa, persona, evento..) , affermava in modo più diretto che il segno stesso è arbitrario. Portava come esempio il fatto che l’idea di “sorella” (il legame con quella persona che indichiamo con.. ) non alcun legame interno con la sequenza sonora s-o-r che in francese la rappresentava, e che avrebbe potuto benissimo essere espressa con una qualsiasi altra combinazione di suoni. A conferma di ciò citava le differenze esistenti tra le lingue, sottolineando che, ad esempio, il significato “bue” corrispondeva al significante b-o-euf in francese e a o-k-s (Ochs) in tedesco.
[5] L’uomo è la misura di tutte le cose, nel senso che davvero il Mondo è solo quello che l’uomo riesce a misura, a mettere-in-forma, coi numeri o coon le lettere, insomma con qualche codice. La realtà esiste solo tradotta in codici, con codici: e l’arte , le arti, sono appunto codici, concorrenziali, quanto a probabilità, con le discipline scientifiche che ambiscono alla precisione perfetta (ormai vera solo entro i limiti, le cornici di questo o quel codice)
[6] Ad esempio ricorrendo al principio cosiddetto della “buona continuazione”: vediamo un occhio e il resto del viso è coperto? Ebbene la mente completa l’immagine e la categorizza come ‘volto’. Ogni volta che ci si trova di fronte a ‘inciampi’, imprevisti, “la mente deve usare informazioni per risolvere ambiguità: dobbiamo avanzare ipotesi, basandoci sull’esperienza, sul significato dell’immagine che sta davanti a noi e sul momento non riusciamo a ‘identificare’ (categorizzare, nominare). L’informazione top down ovviamente colloca l’immagine in un contesto psicologico personale (differente cioè per ciascuno in rapporto alla propria esperienza di vita e di forme simboliche) per cui la stessa immagine trasmette significati diversi a individui diversi” Kandel ARTE E SCIENZA, Cortina, 2026, p. 156.
[9] Autori esemplari di questa linea sono possono essere tanti: per le arti figurative Fontana ( Concetti spaziali Il quadro non è più superficie: è ferita, apertura, soglia)n Kandinsky ( astrazione lirica La forma implode, resta il puro vettore emotivo)Pollock –(dripping La composizione esplode in campo totale). Per la musica Berg (attorialità, montaggio, trauma: l’opera come corpo ferito) Schoenberg ( Erwartung Monodramma psicotico: la forma implode in un flusso di coscienza sonoro).Stravinskij (La sagra della primavera Ritmo come forza tellurica, non più come ordine). Per la lirica Ungaretti – Il porto sepolto Frammento, riduzione, parola come residuo.Campana – Canti Orfici Visione febbrile, disarticolazione sintattica.Apollinaire – Calligrammes La pagina esplode, diventa spazio visivo. Per la narrativa Kfka Musil e Svevo
[10] Esemplari per le arti figuratuve Mondrian – Composizioni Equilibrio dinamico, relazioni, griglia come nuova grammatica.Klee – Pedagogical Sketchbook La forma come processo, non come oggetto.Bauhaus – Albers, Moholy-Nagy Proceduralità, metodo, sistema. Per la Musica Ravel – L’enfant et les sortilèges Nuova sintassi: jazz, danza, pastiche come ordine giocoso. Stravinskij – Pulcinella Neoclassicismo come ricostruzione. Hindemith – Mathis der Maler Architettura musicale come sistema. Per la letteratura Eliot The Waste Land Montaggio come metodo, mito come struttura. Proust il tempo come costruzione della memoria)Joyce (il tempo come cistruzuone delle connessioni dei personaggi)
[11] Le figure vengono frantumate in piani geometrici e viste da più angolazioni simultanee. Questo rompe l’idea che esista un’unica forma “vera” dell’oggetto. Picasso e Braque introducono la visione simultanea: l’oggetto non è più colto da un solo punto di vista, ma da molti. È una critica diretta alla prospettiva rinascimentale, che il cubismo abbandona definitivamente. Lo spazio non è più una finestra sul mondo, ma un campo di forze in cui piani e volumi si intersecano. La profondità non è più costruita con la prospettiva, ma con la compenetrazione dei piani. cubisti non vogliono imitare la realtà, ma costruire una realtà nuova. La pittura diventa un processo mentale, non un atto mimetico
[12] All’inizio del Novecento l’idea stessa di legge — sacra, scientifica, economica, sociale — entra in crisi perché ci si accorge che ciò che si era creduto essere una struttura stabile del reale era in realtà un modello semplificato, costruito per ridurre la complessità e rendere governabile ciò che, nella sua natura, è instabile, dinamico, processuale. Si rompe l’illusione positivista secondo cui il mondo è ordinato da leggi fisse e universali: e quella rottura avviene in più campi contemporaneamente, producendo un effetto sistemico, l’inizio di ciò che oggi chiamiamo pensiero complesso, in particolare in economia si passa dalla legge “naturale” del mercato alla scoperta dell’instabilità, nella politca si dà fine all’idea che la storia sia un processo lineare, nella cultura si procede alla dissoluzione delle forme stabili, come già anticipato.
In concreto, per l’economia, se Le teorie marginaliste e neoclassiche (fine ’800) pretendono di descrivere il mercato come un sistema che tende naturalmente all’equilibrio, con la crisi del 1929 e poi con Keynes, emerge che i mercati non si autoregolano, l’equilibrio non è naturale, e soprattutto che le aspettative, le emozioni, le istituzioni contano quanto le “leggi” economiche. Insomma Il mercato non è un orologio, ma un ecosistema instabile. Anche per la Politica e la società, emergono le inadeguatezze del positivismo ottocentesco (che credeva nel progresso come legge naturale) : di fronte a Prima guerra mondiale, rivoluzioni, totalitarismi, si capisce che la storia non segue una traiettoria necessaria, le società non evolvono secondo leggi universali, e che sono strutturali proprio il conflitto, la contingenza, l’imprevisto . è allora che nascono sociologia e antropologia moderne, che mostrano come ogni società sia un costrutto, non l’esito di una legge. In generale, come già anticipato nell’ambito culturale emergono movimenti che rifiutano l’idea stessa della Forma come qualcosa di Stabile (fuori del tempo): le avanguardie (cubismo, futurismo, espressionismo) rompono la forma come legge, la psicoanalisi mostra che l’Io non è un centro stabile. la linguistica strutturale e poi il pensiero post-strutturale mostrano che il significato non è fisso ma differenziale, relazionale. Complessità dunque che emerge nei decenni in campi diversi ma con una serie di punti in comune: ciò che si credeva “legge” era in realtà un modello riduttivo, utile ma incapace di cogliere , delle cose che avvengono, la non-linearità, le retroazioni, la natura emergente, l’instabilità e la contingenza come strutture necessarie, con la necessità dell’adozione – per studiare i fenomeni di ogni tipo – di pluralità dei punti di vista.
[13] Ricostruiamo come avviene questa definitiva decostruzione dell’ontologia e del centrifughismo estetico.
Sul finire dell’800 comincia a girare nei circoli culturali elevati d’Europa la parola Entropia, cioè l’idea scientifica di un Mondo che è portato inesorabilmente alla disgregazione e alla perdita di energia venne rapidamente adottata da filosofi, artisti e scrittori per interpretare la crisi della modernità. Questa parola suscita davvero scandalo, ma è l’altra parole, Simbolo quella che sembra la soluzione (come s’è visto) : se la Scienza vede come struttura portante del Mondo il Disordine (Rumore) , ebbene l’Arte rivela supera quell’entropia attraverso l’analogia. Il Disordine è solo una superficie che rivela un Ordine (Armonia) se guardata con strumenti (cannocchiali) adatti.
Insomma le realtà sociali appaiono Brutte, ma basta connettere cose ed eventi con procedure ‘laterali’ anziché verticali: l’homo faber rischia di rimanere immobilizzato (privato dei suoi spazi di cambiamento) se si limita a ricorrere alla Deduzione (che spiega ogni cosa per categorie che consentono connessioni solo dall’alto al basso, dal generale al particolare) o all’ Induzione (che costruisce categorie generali procedendo dal basso verso l’alto ); per liberare nuove idee deve connettere le cose secondo le procedure che nel secondo Novecento Maturana e De Bono) dell’Analogia. Ci sono sempre Connessioni Belle quindi: imprevedibili secondo le norme cristallizzanti della logica ma disponibili per chi ricorre all’analogia.[13]
Ma anche questa estetica conosce la sua crisi nei primi decenni del XX secolo: le guerre, le rivoluzioni, le catastrofi, e le nuove scoperte della fisica (relatività, quantistica) rendono chiaro che anche questa speranza di una verità nascosta scoperta dall’analogia è appunto Soggettivismo, un niccianesimo che riduce la complessità delle cose a vantaggio dell’individuo che si crede colto o ispirato. Ma le cose continuano a modificarsi in modo catastrofico: le epifanie durano giusto il tempo in cui emergono, non durano, non dicono verità stabili, ma solo desideri individuali…
[14] La dodecafonia, esposta nel 1923, si fonda sull’equivalenza dei dodici suoni e sulla loro manipolazione tramite inversione, retrogradazione, trasposizion
[15] Per Eliot e Montale, che non credono più a un ordine nascosto del mondo, il simbolo non è “rivelazione” ma costruzione, solo un meccanismo tecnico che consente di accostare – arbitrariamente – elementi, li fa funzionare, produce senso attraverso una procedura
[16] In campo poetico sono Eliot e Montale a sottolinera la natura rtificiale dell’azione di scrittura: non dei o geni ma semplicemente technè, labor limae, come diceva goà Orazio. Così in The Waste Land e nei Four Quartets, Eliot non usa simboli “puri”, ma costruisce montaggi, citazioni, strati, insomma fa funzionare le immagini come ingranaggi di un sistema. A differenza dell’ingenua fiducia dei simbolisti di fine ‘800, egli afferma che Il simbolo non è un fiore che rivela un’idea, ma un pezzo di macchina poetica. La poesia diventa un atto di techné: composizione, montaggio, ingegneria del senso. insomma per lui la poesia è craft, mestiere, non ispirazione. Anche per Montale la poesia diventa lavoro sulla lingua, scavo tecnico, costruzione di un dispositivo che mostra l’impossibilità del simbolo. È un ritorno alla ars: la poesia come mestiere, non come rivelazione.
[18] questo è il ritratto fatto da Picasso del suo gallerista nelle forme del cubismo analitico L’illusione anatra-coniglio (in ingleseduck-rabbit illusion) è una rappresentazione figurativa proposta nel 1892 dallo psicologostatunitenseJoseph Jastrow, per illustrare una forma di illusione ottica.[1] La figura è composta da un’unica immagine che, alternativamente, può essere interpretata percettivamente come la testa di un’anatra (che guarda verso sinistra) oppure di un coniglio (che guarda verso destra).
[19] Kandel , Arte e scienza, Cortina, 2026, p. 165,168
[20] anche se cultura in questo caso non è cero quella umanistico – scientifica che si impara –consapevolmente – dai libri ma quella antropologica che si apprende passivamente dall’ambiente.
[21] Da ricordare che comprendere deriva da cum+prehendo: in pratica significa mettere insieme dei ‘pezzi’ altrimenti separati, e riunirli in un quadro cornice che ne indichi le connessioni riconoscibili.
[22] X è come me: vittima, vincente, eroe o altro; ma tale che ne condivido le emozioni e ne posso adottare il modello per dar senso alle cose che mi avvengono
[23] È in particolare Iser che vede nel modernismo il trionfo del testo come struttura di indeterminazione: il flusso di coscienza crea continui “vuoti” interpretativi; la frammentazione richiede inferenze costanti; la polifonia impedisce una lettura univoca; la temporalità non lineare costringe il lettore a ricomporre la sequenza
[24] Un testo modernista certamente porta in un Mondo in cui non c’è un Centro che garantisca il senso. Ma non comporta l’abbandono al Non Senso, al Vuoto: come detto, è un invito che l’autore fa al fruitore a partecipare alla costruzione del testo. L’opera modernista è sempre uno spazio Finito, con delle Cornici, ma un campo di possibilità, non un messaggio chiuso: il fruitore del testo deve essere.
In conclusione, un’opera modernista è sempre uno spazio Finito, con delle Cornici, ma dentro cui esiste non un forma data un Mondo chiuso con le sue specifiche regole, ma un campo di possibilità. E il fruitore del testo deve aspettarsi quindi non un messaggio chiuso (certo, netto, anche doloroso ma chiarificatore sull’ontologia del reale) ma deve essere un interprete attivo che ricostruisce connessioni, colma le lacune, ordina i frammenti perché l’opera non è più un percorso guidato da un autore che “sa”e “svela” ma un territorio da esplorare. In pratica il lettore non deve aspettarsi il Bello ma, in quanto co‑costruttore del testo, deve aspettarsi di trovare lacerti lacune, frammenti, che deve assumere come indizi di un possibile Mondo che l’autore ha forse immaginato o intravisto
[25] Esempi di questa condizione di Labor: nella pittura modernista l’oggetto non è più rappresentato da un punto unico; ma è l’osservatore che deve ricomporre le molteplici angolazioni (cubismo); nella musica modernista, la tonalità non garantisce più l’ordine ma è l’ascoltatore che deve orientarsi in un campo sonoro aperto (Debussy, Stravinskij); nella letteratura modernista, la voce narrante non ordina più il mondo, ma è il lettore che deve costruire la propria mappa del testo. In tutti i casi, il fruitore diventa parte del dispositivo estetico.
[26] Come dire che lo spazio esiste se crei cornici, se separi il non finito in modo da far emergere il Finito, anzi tanti Finiti quanto vogliamo
[27] Il riequilibrio di Composizioni di Mondrian può essere paragonato come procedura all’entanglement quantistico. Da un lato, l’entanglement quantistico descrive una condizione in cui due o più sistemi non possono essere descritti separatamente: lo stato dell’uno dipende dallo stato dell’altro, anche se distanti. Ora, cosa fa Mondrian quando riequilibra una composizione? una linea verticale cambia il peso di un rettangolo rosso, quel rettangolo rosso modifica la tensione di un vuoto bianco, quel vuoto bianco richiede una linea orizzontale più spessa, quella linea orizzontale altera la vibrazione del giallo; insomma ogni modifica locale ha effetti non locali. Non puoi descrivere un elemento senza descrivere la rete di relazioni che lo lega agli altri.. Questo è il punto di contatto con l’entanglement.
[28] Mondrian diventa un modello operativo di autoregolazione al di là dell’arte: mostra come funziona un sistema complesso (quale la vita, il reale) ridotto all’osso, quindi si propone come un laboratorio di soglie, tensioni, ruvido controllato, un esempio perfetto di come la forma possa essere un dispositivo politico e cognitivo, non solo estetico: anche nel mondo delle cose che accadono ogni eccesso (violenza, routine, mito o rito, formazione o conflitto, in analogia con il colore, la densità, la direzione dei quadri di Mondrian) viene compensato, ogni squilibrio genera una controforza perché il sistema che chiamiamo Mondo tende a un equilibrio dinamico, non statico
Una foresta, dei cavalieri e delle donne. Qualche animale, dalle forme strane. Qua e là grotte, castelli palazzi, qualche casolare.
Questo il Mondo secondo Ariosto: uno spazio dai confini incerti, senza un centro; chi lo attraversa si imbatte spesso in imprevisti, e spesso è costretto a cambiare direzione.
Non è possibile darsi una “retta via”, occorre continuamente adattarsi al mutare delle situazioni. Rischio quindi e non quiete quindi quello che caratterizza le vite umane.
C’è pero un Mago che si sforza di correggere questo stato delle cose: progetta Palazzi che evitino quel pericoloso esporsi alla Fortuna, disegnando un nuovo spazio che abbia un Centro a consenta finalmente di avere certezze.
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Il Mago viene chiamato da Ariosto Atlante, ma ricalca il modello arturiano di Merlino. E i due Palazzi da lui immaginati sono copie della Corte di Artù. Anche l’errare’ dei cavalieri imita in qualche modo i tour dei cavalieri della Tavola Rotonda (l’uscita dal castello, l’erranza per foreste alla ricerca di Mostri con cui duellare, il ritorno al castello).
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Questo Mondo così letterario di fatto è allegoria chiara ddella nuoìva umanità moderna.
Il Mago è nient’altro che Figura dell’homo sapiens che si fa faber; i movimenti dei cavalieri Figura della Sistema dei Desideri che sspinge l’animal symbolicum che è l’uomo moderno ad agire; il Palazzo la nuova civitas che si progetta di costruire in futuro.
Lo spazio entro cui si svolgono gli eventi è uno spazio orizzontale. Gli eroi di Ariosto non seguono una ‘retta via’ : sono cavalieri ‘erranti’, proprio nel senso che si muovono sulla spinta di accidenti che li spingo a caso.
La ‘selva oscura’ di Dante è sostituita da una foresta simile a quella delle fiabe
4
Il nome Alante (o Atlante) non è un’invenzione arbitraria: Ariosto attinge a una tradizione medievale già consolidata. Atlante/Alante è un mago già presente nei roman de chevalerie francesi, soprattutto nel Roman d’Alexandre e nel Roman de Fierabras, come saraceno, spesso legato all’astrologia e alla costruzione di castelli o palazzi illusori.
Ariosto eredita questa figura e la raffina, trasformandola nel mago che costruisce il castello delle illusioni per proteggere Ruggero dal destino. Dunque Alante non è un nome simbolico creato da Ariosto, ma un prestito intertestuale dalla materia carolingia franco-italiana, ma certamente suo è il tipo particolare di ‘scienziato’ che propone mettendolo in dialogo con la figura standard del mago arturiano, cioè Merlino, da cui deriva soprattutto la funzione di mago – architetto del destino: come Merlino costruisce Stonehenge, la Tavola Rotonda, il “mondo arturiano”, così Atlante costruisce il castello delle illusioni; e come Merlino prepara la nascita di Artù, Atlante protegge Ruggero, da cui discenderà la stirpe estense.
Il loro essere maghi indica che la loro conoscenza è in qualche modo liminare, alla soglia che distingue l’umano dal sacro, il Basso dall’Alto: ambisce alla Perfezione (al controllo del divenire delle cose) ma è pur sempre imperfettala vera differenza è antropologica comunque: Merlino rappresenta una visione sacra delle cose, e cioè profetico (è in grado di vedere il futuro e lo narra, proprio come un clericus amedievale che si sente portatore di verità assolute), mentre Atlante è laicamente protettivo: vede del futuro il carattere aperto, imprevedibile e quindi incontrollabile, perciò tenta di impedirlo, tent di costruire uno spazio in cui non abbia accesso il cambiamento se non quello voluto. Uno spazio che protegga dai cambiamenti che la Natura (la Foresta) impone attraverso la definizione di confini netti e di routine che nella ripetizione rendano sicuri i movimenti. Il Mago per Ariosto non deve essere un profeta che spieghi il mondo, ma un artefice ( un Faber) che curi la fragilità del desiderio umano attraverso l’illusione.
Sic stantibus rebus, la magia ariostesca è una chiave ermeneutica della modernità, un dispositivo epistemologico che anticipa la modernità. La magia è una sorta di prefigurazione dell’odierna società mediatica, in cui il potere è di fatto sostenuto da una estrema tecnologia dell’immaginario
Il castello di Atlante (come tutti media attuali) è una macchina del desiderio: dentro quello spazio ‘virtuale’ ognuno vede ciò che più desidera. È un dispositivo proto-moderno che, ha ben chiaro che il controllo dell’Altro (dei singoli, delle comunità) si ottiene non tanto con la violenza (basti considerare i fallimenti di tutti gli eroi implicati in duelli e guerre) ma producendo immagini, catturando l’attenzione, disorientando il soggetto (allontanandolo dai suoi primitivi progetti) , creando di fatto dipendenza.È, in fondo, una metafora del mondo delle immagini contemporaneo: media, schermi, narrazioni, algoritmi.
È chiaro che già all’epoca della prima affermazione dell’orgoglio razionalistico moderno Ariosto con la figura e l’opera di Atlante critica l’ideologia della perfezione Ideale , del Finito, del Progresso razionale
Se è vero che lo sfondo sociale in cui vive Ariosto vive è quello dell‘Umanesimo (che sta passando dalla cosmologia medievale all’astronomia moderna, dalla magia naturale alla scienza sperimentale), e dell’Italia Moderna (che sta passando dal particolarismo al regionalismo, dalla cavalleria alla politica di corte, dalla sovranistà per diritto divino a quella conquistata per merito) la magia (la figura di Atlante, le altre narrazioni mirabolanti, come il viaggio di Astolfo sulla luna) diventano allora un linguaggio per dire l’incertezza, un modo per rappresentare la complessità, un codice per mostrare la crisi dell’ordine.
Certamente Ariosto non crede nella magia, ma la usa per mostrare ai contemporanei (dal basso potremmo dire in opposizione ai discorsi dall’alto che imperversa nei trattai cinquecenteschi) che il mondo è governato da forze che sfuggono al controllo umano. La sua magia è ironica, non dogmatica: non spiega il mondo, ma pone domande mostrando la molteplicità delle prospettive.È, in fondo, una ermeneutica della contingenza.
Atlante è allora una figura che anticipa il soggetto moderno: disperso, errante, catturato da immagini, attraversato da desideri che non controlla. Soprattutto destinato a fallire, e a ripetere costantemente i suoi progetti imperfetti. Insomma una metafora della psiche moderna: un luogo di forze invisibili, pulsioni, illusioni, proiezioni.
5
La quest di orlando si interrompe quando la vede (gli sembra di vederla) trascinata da un cavaliere dentro un palazzo bellissimo: incontra altri cavalieri che oure cercano la loro amata: quando capisce che è vano cercare, esce dal Palazzo: ma si sente richiamare da una finestra: e rientra, ricomincia la quest…
Il testo. Canto 12
1
Cerere, poi che da la madre Idea tornando in fretta alla solinga valle, là dove calca la montagna Etnea al fulminato Encelado le spalle, la figlia non trovò dove l’avea lasciata fuor d’ogni segnato calle; fatto ch’ebbe alle guance, al petto, ai crini e agli occhi danno, al fin svelse duo pini;
2 e nel fuoco gli accese di Vulcano, e diè lor non potere esser mai spenti: e portandosi questi uno per mano sul carro che tiravan dui serpenti, cercò le selve, i campi, il monte, il piano, le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti, la terra e ‘l mare; e poi che tutto il mondo cercò di sopra, andò al tartareo fondo.
3 S’in poter fosse stato Orlando pare all’Eleusina dea, come in disio, non avria, per Angelica cercare, lasciato o selva o campo o stagno o rio o valle o monte o piano o terra o mare, il cielo e ‘l fondo de l’eterno oblio; ma poi che ‘l carro e i draghi non avea, la gìa cercando al meglio che potea.
4 L’ha cercata per Francia: or s’apparecchia per Italia cercarla e per Lamagna, per la nuova Castiglia e per la vecchia, e poi passare in Libia il mar di Spagna. Mentre pensa così, sente all’orecchia una voce venir, che par che piagna: si spinge inanzi; e sopra un gran destriero TROTTAR SI VEDE INNANZI UN CAVALLIERO,
5 che PORTA IN BRACCIO E SU L’ARCION DAVANTE PER FORZA UNA MESTISSIMA DONZELLA. Piange ella, e si dibatte, e FA SEMBIANTE DI GRAN DOLORE; ed in soccorso appella il valoroso principe d’Anglante; che come mira alla giovane bella, gli PAR colei, per cui la notte e il giorno cercato Francia avea dentro e d’intorno.
6 NON DICO CH’ELLA FOSSE, MA PAREA ANGELICA GENTIL CH’EGLI TANT’AMA. Egli, che la sua donna e la sua dea vede portar sì addolorata e grama, spinto da l’ira e da la furia rea, con voce orrenda il cavallier richiama; richiama il cavalliero e gli minaccia, e Brigliadoro a tutta briglia caccia.
7 Non resta quel fellon, né gli risponde, all’alta preda, al gran guadagno intento, e sì ratto ne va per quelle fronde, che saria tardo a seguitarlo il vento. L’UN FUGGE, E L’ALTRO CACCIA; e le profonde selve s’odon sonar d’alto lamento. CORRENDO USCIRO IN UN GRAN PRATO; E QUELLO AVEA NEL MEZZO UN GRANDE E RICCO OSTELLO.
8 Di vari MARMI con suttil lavoro edificato era il palazzo altiero. Corse dentro alla porta messa d’ORO con la donzella in braccio il cavalliero. Dopo non molto giunse Brigliadoro, che porta Orlando disdegnoso e fiero. ORLANDO, COME È DENTRO, GLI OCCHI GIRA; NÉ PIÙ IL GUERRIER, NÉ LA DONZELLA MIRA.
9 Subito smonta, e fulminando passa dove più dentro il bel tetto s’alloggia: corre di qua, corre di là, né lassa che non vegga ogni camera, ogni loggia. Poi che i segreti d’ogni stanza bassa ha cerco invan, su per le scale poggia; e non men perde anco a cercar di sopra, che perdessi di sotto, il tempo e l’opra.
10 D’oro e di seta i letti ornati vede: nulla de muri appar né de pareti; che quelle, e il suolo ove si mette il piede, son da CORTINE ASCOSE E DA TAPETI. Di su di giù va il conte Orlando e riede; né per questo può far gli occhi mai lieti che riveggiano Angelica, o quel ladro che n’ha portato il bel viso leggiadro.
11 E mentre or quinci or quindi invano il passo movea, pien di travaglio e di pensieri, FERRAÙ, BRANDIMARTE E IL RE GRADASSO, RE SACRIPANTE ED ALTRI CAVALLIERI VI RITROVÒ, CH’ANDAVANO ALTO E BASSO, NÉ MEN FACEAN DI LUI VANI SENTIERI; e si ramaricavan del malvagio invisibil signor di quel palagio.
12 TUTTI CERCANDO IL VAN, tutti gli dànno colpa di FURTO alcun che lor fatt’abbia: del destrier che gli ha tolto, altri è in affanno; ch’abbia PERDUTA altri la donna, arrabbia; altri d’altro l’accusa: e così stanno, che non si san partir di quella gabbia; e vi son molti, a questo inganno presi, STATI LE SETTIMANE INTIERE E I MESI.
13 Orlando, poi che quattro volte e sei tutto cercato ebbe il palazzo strano, disse fra sé: «Qui dimorar potrei, gittare il tempo e la fatica INVANO: e potria il ladro aver tratta costei da un’altra uscita, e molto esser lontano.» Con tal pensiero uscì nel verde prato, dal qual tutto il palazzo era aggirato.
14 Mentre circonda la casa silvestra, tenendo pur a terra il viso chino, per veder s’orma appare, o da man destra o da sinistra, di nuovo camino; SI SENTE RICHIAMAR DA UNA FINESTRA: e leva gli occhi; e quel parlar divino gli PARE UDIRE, E PAR CHE MIRI IL VISO, che l’ha da quel che fu, tanto diviso.
15 PARGLI Angelica udir, che supplicando e piangendo gli dica: «Aita, aita! la mia virginità ti raccomando più che l’anima mia, più che la vita. Dunque in presenza del mio caro Orlando da questo ladro mi sarà rapita? più tosto di tua man dammi la morte, che venir lasci a sì infelice sorte.»
16 Queste parole una ed un’altra volta FANNO ORLANDO TORNAR PER OGNI STANZA, con passione e con fatica molta, ma temperata pur d’alta speranza. Talor si ferma, ed una voce ascolta, che di quella d’Angelica ha sembianza (e s’egli è da una parte, suona altronde), che chieggia aiuto; e non sa trovar donde.
6
Il topos della quest, cioè del desiderio mai concluso:
C’è una mancanza (la Donna, la Domina, la Meta che dà senso all’esistenza con la Cura), cerchi di colmarla, identifichi l’objet petit- a (una donna particolare tra quelle che la situazione ti concede); ma qualcun altro la possiede, la sottrae, la ruba.
Pensi che è TUA (per destino, per volontà sacra, per passione ) ma è dell’Altro: non è se non un Lume che si accende e spinge a muoversi, ma di fatto PARE, anzi APPARE, seza che davvero abbia sostanza. E quando sembra a portata di voce e di mano accende il desiderio, la passione, il MOVIMENTO, ma scompare sempre.
Nel testo è solo una IMMAGINE, un avatar diremmo oggi: ma il desiderio è concreto, reale. il corpo si accende davanti allo Specchio (al simulacro, alla copia – come ben sappiamo dalle neuroscienze e dalla psicanalisi lacaniana), si mette-in-moto si emoziona..) e riempie di senso il vuoto, la mancanza reale, con l’Immaginazione, che riesce a farci intravedere quel che vogliamo: la mente, come sappiamo, funziona soprattutto seguendo il bias di conferma. E vediamo quel che vogliamo vedere….
Il Castello è in effetti un Palazzo principesco, rinascimentale, una dimora di piacere e di lusso, non certo un maniero di guerra. I cavalieri lo percorrono: ma alal ricerca della Donna non del Nemico. Marmi e oro: è lo spazio delle corti, quello spazio che la ‘buona società’ tra poco organizzerà nei Salotti, la Società delle Buone Mnaier, lil Beau Monde, in cui si ‘fa’ l’amore e non la guerra. In cui le regole convenzionali del buon rapporto umano prevale sull’istinto alla competizione. O meglio la competizione consiste nel ‘far la corte’, nel mostrare eleganza, stile, bon mot, bon giudizio, grazia (sprezzatura e non affettazione. Uno spazio sociale che dà struttura al fallimento insito nelle easpirazioni passionali, stabilendo un codice di convenzioni che consente di prevedere i limiti e i termini delle sortite, dei duelli, delle vittorie: entro la scena che PARE.
17 Ma tornando a Ruggier, ch’io lasciai quando dissi che per sentiero ombroso e fosco il gigante e la donna seguitando, in un gran prato uscito era del bosco; io dico ch’arrivò qui dove Orlando dianzi arrivò, se ‘l loco riconosco. Dentro la porta il gran gigante passa: Ruggier gli è appresso, e di seguir non lassa.
18 Tosto che pon dentro alla soglia il piede, per la gran corte e per le logge mira; né più il gigante né la donna vede, e gli occhi indarno or quinci or quindi aggira. Di su di giù va molte volte e riede; né gli succede mai quel che desira: né si sa imaginar dove sì tosto con la donna il fellon si sia nascosto.
19 Poi che revisto ha quattro volte e cinque di su di giù camere e logge e sale, pur di nuovo ritorna, e non relinque che non ne cerchi fin sotto le scale. Con speme al fin che sian ne le propinque selve, si parte: ma una voce, quale richiamò Orlando, lui chiamò non manco; e nel palazzo il fe’ ritornar anco.
20 Una voce medesma, una persona che PARUTA era Angelica ad Orlando, PARVE a Ruggier la donna di Dordona, che lo tenea di sé medesmo in bando. Se con Gradasso o con alcun ragiona di quei ch’andavan nel palazzo errando, A TUTTI PAR CHE QUELLA COSA SIA, che più ciascun per sé brama e desia.
7
Non è un difetto del singolo guerriero colmare il Vuoto con l’Oggetto del desiderio: tutti (tutti gli umani, anche noi lettori, pare dire Ariosto) ci lasciamo facilmente ingannare dai sensi: lo stato d’animo modifica le cose che ci sono: quello che percepiamo, in generale, è frutto del desiderio, dell’amozione, della passione. Della voglia di ‘avere’ quel qualcosa che in effetti manca. Un gioco (un lusus) entro cui è facile cadere. . Anche Ruggiero. Che poi è il motivo del castello per Atlante, a sua volta preso da desiderio, ma a sua volta destinato a non vederlo compiuto, nonostante l’ingegno e le tecniche e le magie. Atlante è il vecchio che nelle fiabe funziona da mentore, qui è proprio icona dell’HOMO FABER, che immagina coi suoi marchingegni di correggere la Natura, di orientare cioè il tempo da una conclusione 8direzione meta9 verso un’altra: ma invano.
Proprio quel che guida già all’epoca l’arroganza umana e umanistica in parte di portar progresso, di controllare le cose che accadono, di modificarle a proprio piacere.
Il fallimento quindi come chiave di base dell’umanesimo che si dà da fre , ma subito registra i suoi limiti, e ironicamente li accetta e continua muoversi . è il percorso non la Meta che dà senso al movimento, cioè all’esistenza, cioè alla Storia umana.
21 Questo era un nuovo e disusato incanto ch’avea composto Atlante di Carena, perché Ruggier fosse occupato tanto in quel travaglio, in quella dolce pena, che ‘l mal’influsso n’andasse da canto, l’influsso ch’a morir giovene il mena. Dopo il castel d’acciar, che nulla giova, e dopo Alcina, Atlante ancor fa pruova.
22 Non pur costui, ma tutti gli altri ancora, che di valore in Francia han maggior fama, acciò che di lor man Ruggier non mora, condurre Atlante in questo incanto trama. E mentre fa lor far quivi dimora, perché di cibo non patischin brama, sì ben fornito avea tutto il palagio, che DONNE E CAVALLIER VI STANNO AD AGIO.
È’uno dei poli dell’omeostasi: la tana, il luogo chiuso dà sicurezza. E per no rischiare occorre però che l’energia necessaria al sopravvivere sia ben fornita.
8
Ecco la metafora dll’occidente che oggi desidera la pace, lo STARE rispetto all’andare (all’eris, alle res novae). Riforniti di tutto non vediamo perché modeificare lo stato delle cose: meglio star trnquilli entro le nostre Bolle, anzi le nostre Sette, e non rischiare. La quiete arcadica dei Palazzi e delle Ville rinascimentali ha un costo. Ma chi lo paga? In questo caso c’è un Mago; nelle società a venire uomini della Provvidenza promettono e danno questo benessere… Magie? Certo che no , lo sappiamo…
23 Ma torniamo ad Angelica, che seco avendo QUELL’ANNEL MIRABIL TANTO, CH’IN BOCCA A VEDER LEI FA L’OCCHIO CIECO, nel dito, l’assicura da l’incanto; e ritrovato nel montano speco CIBO AVENDO E CAVALLA E VESTE E QUANTO LE FU BISOGNO, avea fatto disegno di ritornare in India al suo bel regno.
24 Orlando volentieri o Sacripante voluto avrebbe in compania: non ch’ella più caro avesse l’un che l’altro amante; anzi di par fu a’ lor disii ribella: ma dovendo, per girsene in Levante, passar tante città, tante castella, DI COMPAGNIA BISOGNO AVEA E DI GUIDA, né potea aver con altri la più fida.
25 Or l’uno or l’altro andò molto cercando, prima ch’indizio ne trovasse o spia, quando in cittade, e quando in ville, e quando in alti boschi, e quando in altra via. Fortuna al fin là dove il conte Orlando, Ferraù e Sacripante era, la invia, con Ruggier, con Gradasso ed altri molti che v’avea Atlante in strano intrico avolti.
26 Quivi entra, che veder non la può il mago, e cerca il tutto, ascosa dal suo annello; e trova Orlando e Sacripante vago di lei cercare invan per quello ostello. VEDE COME, FINGENDO LA SUA IMMAGO, ATLANTE USA GRAN FRAUDE A QUESTO E A QUELLO. Chi tor debba di lor, molto rivolve nel suo pensier, né ben se ne risolve.
27 NON SA STIMAR CHI SIA PER LEI MIGLIORE, il conte Orlando o il re dei fier Circassi. Orlando la potrà con più valore meglio salvar nei perigliosi passi: ma se sua guida il fa, sel fa signore; ch’ella non vede come poi l’abbassi, qualunque volta, di lui sazia, farlo voglia minore, o in Francia rimandarlo.
28 Ma il Circasso depor, quando le piaccia, potrà, se ben l’avesse posto in cielo. Questa sola cagion vuol ch’ella il faccia sua scorta, e mostri avergli fede e zelo. L’ANNEL TRASSE DI BOCCA, e di sua faccia LEVÒ DAGLI OCCHI A SACRIPANTE IL VELO. Credette a lui sol dimostrarsi, e avenne ch’Orlando e Ferraù le sopravenne.
È la donna che prima di prendere una decisione esita, si pone delle domande, valute le opzioni e infine fa una scelta. Non un cavaliere, che in genere segue una Retta Via Morale 8l’onore, l’Ideale) ma una persona che ‘sèerimentalmente affronta gli imprevisti cercando di ridurli a elementi che si possono prevedere. Il Futuro non è più un Destino determnato da forze scnosciute (Firtuna) ma effetto dell’aartificio di cui siamo capaci. Nei limiti del possibile, nei limite i del fallimento che sempre ci aspetta.
Insomma per dirla con Khaneman, repressione di S1 e affidamento a S2 prima della decisione : un bivio e dialettica argomentativa 29 Le sopravenne Ferraù ed Orlando; che l’uno e l’altro parimente giva di su di giù, dentro e di fuor cercando del gran palazzo lei, ch’era lor diva. Corser di par tutti alla donna, quando nessuno incantamento gli impediva: perché l’annel ch’ella si pose in mano, fece d’Atlante ogni disegno vano.
30 L’usbergo indosso aveano e l’elmo in testa dui di questi guerrier, dei quali io canto; né notte o dì, dopo ch’entraro in questa stanza, l’aveano mai messi da canto; che facile a portar, come la vesta, era lor, perché in uso l’avean tanto. Ferraù il terzo era anco armato, eccetto che non avea né volea avere elmetto,
31 fin che quel non avea, che ‘l paladino tolse Orlando al fratel del re Troiano; ch’allora lo giurò, che l’elmo fino cercò de l’Argalia nel fiume invano: e se ben quivi Orlando ebbe vicino, né però Ferraù pose in lui mano; avenne, che conoscersi tra loro non si poter, mentre là dentro foro.
32 Era così incantato quello albergo, ch’insieme riconoscer non poteansi. Né notte mai né dì, spada né usbergo né scudo pur dal braccio rimoveansi. I lor cavalli con la sella al tergo, pendendo i morsi da l’arcion, pasceansi in una stanza, che presso all’uscita, d’orzo e di paglia sempre era fornita.
33 ATLANTE RIPARAR NON SA NÉ PUOTE, CH’IN SELLA NON RIMONTINO I GUERRIERI PER CORRER DIETRO ALLE VERMIGLIE GOTE, ALL’AUREE CHIOME ED A’ BEGLI OCCHI NERI DE LA DONZELLA, CH’IN FUGA PERCUOTE LA SUA IUMENTa, perché volentieri non vede li tre amanti in compagnia, che forse tolti un dopo l’altro avria.
34 E poi che dilungati dal palagio gli ebbe sì, che temer più non dovea che contra lor l’incantator malvagio potesse oprar la sua fallacia rea; L’ANNEL CHE LE SCHIVÒ PIÙ D’UN DISAGIO, TRA LE ROSATE LABRA SI CHIUDEA: DONDE LOR SPARVE SUBITO DAGLI OCCHI, E GLI LASCIÒ COME INSENSATI E SCIOCCHI.
Ancora fallimento : anche lo scienziato, per quanto si ingegni ha i suoi limiti. non conosce, non può conoscere il Non Finito di cui è fatta la realtà. E quaindi i suoi artifici alla fine falliscono.
35 Come che fosse il suo primier disegno di voler seco Orlando o Sacripante, ch’a ritornar l’avessero nel regno di Galafron ne l’ultimo Levante; le vennero amendua subito a sdegno, e si mutò di voglia in uno istante: e senza più obligarsi o a questo o a quello, pensò bastar per amendua il suo annello.
36 Volgon pel bosco or quinci or quindi in fretta quelli scherniti la stupida faccia; come il cane talor, se gli è intercetta o lepre o volpe, a cui dava la caccia, che d’improviso in qualche tana stretta o in folta macchia o in un fosso si caccia. Di lor si ride Angelica proterva, che non è vista, e i lor progressi osserva.
37 Per mezzo il bosco appar sol una strada: credono i cavallier che la donzella inanzi a lor per quella se ne vada; che non se ne può andar, se non per quella. Orlando corre, e Ferraù non bada, né Sacripante men sprona e puntella. ANGELICA LA BRIGLIA PIÙ RITIENE, E DIETRO LOR CON MINOR FRETTA VIENE.
Metafora del Finito come Spazio Immaginario (Finzione di Mondo. , della caapcità simulatrice dell’animal symbolcum ); metafora anche della non linearità dei movimenti dell’homo sapiens (di qua di la, di su di giu); metafora del Fallimento come procedura di costruzione del Soggetto; scoperta della centralità del Desiderio come motore deile esistenze per colmare il Vuoto del Reale )
10
Il Castello di Atlante come dispositivo simbolico complesso
a. Il Finito come Spazio Immaginario
Il Castello non è un luogo “reale”: è un mondo simulato, un ambiente generato dall’arte illusionistica di Atlante. Funziona come metafora della finzione di mondo che l’animal symbolicum (Cassirer) costruisce per orientarsi nel reale.
Lo spazio è finito, ma appare infinito.
È un ambiente cognitivo, non geografico.
È un laboratorio della capacità simulatrice dell’umano: l’immaginazione come estensione della sopravvivenza.
👉 In questo senso, il Castello è un prototipo narrativo di realtà virtuale: un mondo chiuso che simula possibilità aperte.
b. La non linearità dei movimenti umani
Nel Castello, i cavalieri si muovono senza avanzare: girano, risalgono, scendono, tornano indietro. È una coreografia del movimento erratico dell’homo sapiens.
Non c’è progresso lineare.
Non c’è teleologia.
C’è un continuo “di qua e di là, di su e di giù”.
👉 Ariosto anticipa una visione post-lineare dell’agire umano: l’esistenza come deriva, come esplorazione non finalistica, come navigazione in un sistema complesso.
c. Il Fallimento come procedura di costruzione del Soggetto
Nel Castello, tutti falliscono: nessuno trova ciò che cerca. Ma proprio questo fallimento è ciò che li trasforma.
Il soggetto non si costruisce attraverso il successo, ma attraverso la frustrazione delle attese.
Il Castello è un dispositivo pedagogico negativo: insegna attraverso la perdita, lo smarrimento, la disillusione.
È un luogo in cui l’io si scopre non padrone dei propri scopi.
👉 Il fallimento non è un incidente: è la procedura attraverso cui il soggetto prende forma.
d. Il Desiderio come motore delle esistenze
Il Castello funziona solo perché i cavalieri desiderano qualcosa: Angelica, gloria, vendetta, riconoscimento. Atlante non crea illusioni dal nulla: amplifica il desiderio dei personaggi.
Il desiderio è ciò che muove, ma anche ciò che acceca.
È la forza che colma il vuoto del reale, producendo mondi immaginari.
Il Castello è un teatro del desiderio: ogni personaggio vede ciò che vuole vedere.
👉 Ariosto mostra che il desiderio è motore ontologico: crea mondi, devia percorsi, genera identità.
🧭 Sintesi operativa: il Castello come modello di complessità umana
Dimensione
Funzione simbolica
Implicazione antropologica
Finito/Immaginario
Spazio simulato
L’umano vive in mondi costruiti
Non linearità
Erranza
L’agire umano è complesso, non teleologico
Fallimento
Dispositivo formativo
Il soggetto nasce dalla perdita
Desiderio
Motore delle illusioni
Il reale è sempre incompleto
11
Atlante e l’Ippogrifo
Coppia simbolica che mette in scena l’Auctor e la Procedura, cioè il metodo con cui il Vuoto si riempie di oggetti di desiderio (objets petits a).
🌀 Atlante e l’Ippogrifo: l’Auctor e la Procedura
a Atlante = l’Auctor
Atlante è la figura che costruisce mondi. Non è un personaggio, è un principio di generazione simbolica.
Crea spazi che non esistono.
Produce illusioni che funzionano perché rispondono al desiderio.
Non inventa dal nulla: organizza il vuoto.
È l’architetto del come, non del che cosa.
👉 Atlante è la metafora dell’autore come ingegnere del possibile, colui che dà forma al vuoto attraverso procedure.
b L’Ippogrifo = la Procedura
L’Ippogrifo non è un semplice animale fantastico: è un vettore metodologico.
Non appartiene a nessun ordine naturale.
È un ibrido, un montaggio, un dispositivo.
Permette di attraversare livelli diversi del mondo (terra, aria, luna).
È il mezzo che trasforma il desiderio in movimento.
👉 L’Ippogrifo è la procedura che porta il soggetto fuori dal reale, verso lo spazio dove il desiderio si rivela.
c Il Vuoto come condizione originaria
Ariosto mette in scena un mondo in cui:
il reale è insufficiente
il senso non è dato
il soggetto è mancante
Il Vuoto non è un difetto: è la condizione di possibilità della narrazione e dell’esistenza.
👉 Senza vuoto, non c’è desiderio. 👉 Senza desiderio, non c’è movimento. 👉 Senza movimento, non c’è soggetto.
d L’“objet petit a” come prodotto della Procedura
Nel Furioso, ogni personaggio insegue qualcosa che non può possedere:
Angelica
la gloria
la fedeltà
la ragione
la fama
Questi oggetti non sono mai l’oggetto vero: sono oggetti-calamita, puri effetti del desiderio.
L’Ippogrifo e il Castello di Atlante funzionano come macchine di produzione dell’“a”:
moltiplicano le immagini
deviano i percorsi
creano miraggi
mantengono vivo il movimento
👉 L’“objet petit a” non è ciò che si trova: è ciò che fa muovere.
e Auctor + Procedura = Metodo di generazione del senso
La coppia Atlante/Ippogrifo mostra che:
il senso non è dato
il mondo non è pieno
il soggetto non è compiuto
Il metodo ariostesco è un metodo di emersione: l’Ordine viene dal Disordine e non dall’Ordine
Vuoto
Desiderio
Procedura (Ippogrifo)
Illusione operativa (Atlante)
Oggetto-calamita (a)
Erranza del soggetto
Ritorno al vuoto
Nuova generazione
È un ciclo, non una linea.
🧭 Sintesi operativa
Atlante = chi costruisce il dispositivo Ippogrifo = il dispositivo in azione Vuoto = la condizione Desiderio = il motore Objet petit a = il prodotto Soggetto = l’effetto collaterale del processo
12
Il reale non nasce dall’ordine, ma dal disordine; non da un progetto, ma da un’emergenza; non da mete raggiungibili, ma da attrattori strani che orientano senza mai farsi afferrare.
.
A
Ordine dal Disordine (e non dall’Ordine)
L’idea classica: l’ordine è ciò che precede, il disordine è ciò che rompe. La tua idea (e quella dei sistemi complessi): il disordine è la condizione generativa, l’ordine è un effetto. Il reale non è progettato; Non è lineare; Non è stabile. È un pattern emergente che nasce da interazioni locali, non da un disegno globale.
L’ordine allora è solo una cristallizzazione temporanea del caos.
B
Il reale come sistema emergente
Un sistema emergente è un sistema in cui le parti non “sanno” cosa sta facendo il tutto; il tutto non è riducibile alla somma delle parti; le proprietà globali emergono da connessioni, non da essenze
Esempi: il meteo, il cervello, l’economia, la follia di Orlando, la trama del Furioso stesso
Il reale non è un edificio: è un campo di forze.
C
Le mete come attrattori strani
Gli attrattori strani sono figure della teoria del caos: non sono punti da raggiungere; non sono obiettivi concreti, ma forme dinamiche che orientano il movimento, non si raggiungono mai, ma determinano la direzione
Nel Furioso: Angelica, la gloria, la ragione, la fama, la Luna (come archivio del perduto)
Nella vita: identità, riconoscimento, amore, senso
👉 Le mete non sono destinazioni: sono motori di traiettoria.
D
La fisica dei quanti come metafora epistemica
La quantistica ci suggerisce un mondo non deterministico, non locale, non lineare, basato su probabilità, non su certezze, in cui l’osservatore modifica ciò che osserva
L’Orlando furioso (il castello di Atlante)è una metafora perfetta per il reale come sistema emergente: non c’è un ordine predefinito, l’ordine appare dopo, come effetto, le connessioni creano pattern, il vuoto non è assenza: è potenzialità
Insomma Il reale è un campo di possibilità, non un meccanismo.
E
L’incontro e la connessione come generatori di direzione
La direzione non viene da un fine, ma da un incontro tra forze, tra desideri, tra soggetti, tra eventi, tra errori
È la logica dell’emergenza: la direzione nasce dalla connessione, non dalla volontà.
Nel Furioso ogni deviazione genera una nuova trama, ogni errore apre un nuovo mondo, ogni incontro produce un nuovo movimento. Insomma Il reale è un ecosistema di deviazioni.
In Sintesi il Furioso è Figura narrativa di modello teorici della fisica contemporanea. ovvero
Ordine dal disordine → il reale è un pattern emergente
Attrattori strani → le mete non si raggiungono, ma orientano
Fisica dei quanti → il mondo è probabilistico, non deterministico
Connessione → la direzione nasce dall’incontro, non dal progetto
14
Personaggi più esemplari
della dimensione ‘ironica’ del soggetto umano dentro il castello
Ecco una selezione dei personaggi più esemplari della dimensione “ironica” del soggetto umano dentro il Castello di Atlante, inteso come dispositivo che rivela — con leggerezza e crudeltà insieme — la fragilità, la comicità involontaria e la dissonanza tra ciò che i personaggi credono di essere e ciò che sono davvero.
L’ironia qui non è umorismo: è scarto epistemico, è il soggetto che inciampa nella propria immagine.
A
Ruggiero — l’eroe che non sa di essere ingannato
Ruggiero è l’emblema dell’ironia tragica:
crede di avanzare, ma gira in tondo
crede di inseguire Angelica, ma insegue un fantasma
crede di essere libero, ma è prigioniero del suo stesso desiderio
Ironia del soggetto: L’eroe più nobile è quello più manipolabile. La sua forza lo espone alla trappola.
B
Bradamante — la guerriera che cerca ciò che la fuga
Bradamante è potente, lucida, determinata. Eppure, nel Castello:
perde l’orientamento
scambia illusioni per realtà
si lascia trascinare dal desiderio di Ruggiero
Ironia del soggetto: La più razionale è vittima della passione più irrazionale. La sua identità guerriera si incrina davanti all’oggetto d’amore.
C
Sacripante — il cavaliere dell’autocompiacimento
Sacripante è forse il personaggio più ironico in senso ariostesco:
si crede irresistibile
si crede stratega
si crede protagonista
Nel Castello, invece:
è ridotto a una figura comica
corre dietro a un’Angelica che non lo vede
è prigioniero del proprio narcisismo
Ironia del soggetto: L’io che si prende troppo sul serio diventa caricatura di sé stesso.
D
Gradasso — il conquistatore che non conquista nulla
Gradasso è l’incarnazione dell’illusione di potenza:
vuole Orlando
vuole Durindana
vuole tutto ciò che brilla
Nel Castello:
è disorientato
è ridicolizzato
è un gigante che inciampa nella propria hybris
Ironia del soggetto: La volontà di dominio si rivela impotenza mascherata.
E
Atlante — l’autore che perde il controllo della sua opera
Atlante è il più ironico di tutti, perché:
costruisce il Castello per proteggere Ruggiero
ma la sua opera genera caos
e alla fine fallisce proprio per eccesso di controllo
Ironia del soggetto: L’autore che vuole governare il mondo finisce travolto dalla sua stessa finzione.
Perché questi personaggi sono “ironici”?
Perché nel Castello:
nessuno è ciò che crede di essere
nessuno raggiunge ciò che insegue
tutti sono riflessi deformati del proprio desiderio
L’ironia ariostesca è una forma di epistemologia narrativa:
mostra la distanza tra immagine e realtà
rivela la fragilità dell’identità
smonta la serietà dell’io
trasforma il fallimento in conoscenza
in Sintesi, i personaggi più esemplari della dimensione ironica nel Castello sono:
Personaggio
Tipo di ironia
Cosa rivela
Ruggiero
Ironia tragica
La vulnerabilità dell’eroe
Bradamante
Ironia passionale
La fragilità della ragione
Sacripante
Ironia narcisistica
La comicità dell’autocompiacimento
Gradasso
Ironia della potenza
L’impotenza del dominatore
Atlante
Ironia autoriale
Il fallimento del controllo
SECONDA PARTE
SERIE ICONOGRAFICA — “Il Castello di Atlante come Dispositivo del Desiderio”
1️⃣ Il Finito come Spazio Immaginario
Titolo:La Stanza che si MoltiplicaImmagine:
Una stanza quadrata, semplice, quasi monastica.
Ogni parete contiene una cornice vuota.
Dalle cornici escono altre stanze identiche, come in un loop ricorsivo.
Le stanze si ripetono, ma non si espandono: restano dentro il perimetro originario.
Significato visivo: La finitezza che genera mondi. L’immaginazione come moltiplicazione interna, non come fuga esterna.
2️⃣ La Non Linearità dei Movimenti Umani
Titolo:La Mappa Senza NordImmagine:
Un labirinto trasparente visto dall’alto.
I corridoi non formano un percorso: si intrecciano, si sovrappongono, tornano indietro.
Piccole figure umane camminano in direzioni diverse, alcune in salita, altre in discesa, altre sospese.
Nessuna freccia, nessun orientamento.
Significato visivo: L’esistenza come deriva. Il movimento umano come oscillazione, non come progresso.
3️⃣ Il Fallimento come Procedura di Costruzione del Soggetto
Titolo:La Torre IncompiutaImmagine:
Una torre in costruzione, fatta di impalcature.
Ogni piano è incompleto: travi sospese, scale che non arrivano da nessuna parte.
Al centro, una figura che tenta di salire, cade, risale, ricomincia.
Il cielo è aperto, non minaccioso: il fallimento non è tragedia, è condizione.
Significato visivo: Il soggetto come cantiere. La caduta come parte del metodo.
4️⃣ Il Desiderio come Motore delle Esistenze
Titolo:La Lanterna del VuotoImmagine:
Una lanterna sospesa nel buio.
Dentro non c’è una fiamma, ma un vuoto luminoso.
Le figure umane camminano verso di essa, ognuna vedendo una forma diversa riflessa nel vetro.
La luce non illumina il mondo: illumina chi la guarda.
Significato visivo: Il desiderio come forza generativa. Il vuoto come origine del movimento.
🧩 Composizione finale: “Il Castello come Sistema”
Puoi immaginare le quattro immagini come pannelli di un’unica tavola:
In alto a sinistra: La Stanza che si Moltiplica
In alto a destra: La Mappa Senza Nord
In basso a sinistra: La Torre Incompiuta
In basso a destra: La Lanterna del Vuoto
Al centro, un piccolo castello stilizzato, quasi un’icona, che non rappresenta un luogo ma un processo: la simulazione, l’erranza, la frustrazione, il desiderio.
Atlante — L’Auctor
Titolo:L’Architetto del VuotoImmagine:
Una figura anziana, non magica ma ingegneristica, circondata da strumenti: compasso, corde, specchi, lenti.
Davanti a lui non c’è un castello, ma un vuoto geometrico, una griglia sospesa nel nulla.
Le sue mani non costruiscono oggetti: tracciano procedure, linee, algoritmi, percorsi potenziali.
Il volto non guarda il mondo: guarda il possibile.
Significato visivo: Atlante non crea cose: crea condizioni. È l’autore come progettista di mondi, colui che organizza il vuoto in forma.
2️⃣ L’Ippogrifo — La Procedura
Titolo:Il Vettore dell’ImpossibileImmagine:
Un animale ibrido, metà cavallo metà rapace, ma stilizzato come un diagramma vivente.
Le sue ali sono fatte di frecce direzionali, vettori, curve di flusso.
Il corpo è una linea continua che si piega, si spezza, si ricompone.
Non vola in cielo: vola tra livelli di realtà (terra, aria, luna), rappresentati come piani sovrapposti.
Significato visivo: L’Ippogrifo è la procedura che permette al desiderio di attraversare il reale e il possibile. È il metodo che trasforma la mancanza in movimento.
3️⃣ Il Vuoto — La Condizione
Titolo:La Camera Anecoica del RealeImmagine:
Uno spazio completamente nero, ma non minaccioso.
Al centro, una piccola fenditura luminosa.
Da quella fenditura emergono forme incomplete: un volto, una mano, un oggetto non finito.
Tutto è in potenza, nulla è ancora definito.
Significato visivo: Il vuoto non è assenza: è matrice. È lo spazio in cui il desiderio può nascere.
4️⃣ L’Objet Petit a — Il Prodotto
Titolo:La Scintilla che AttiraImmagine:
Un piccolo oggetto luminoso, impossibile da definire: cambia forma a seconda dell’angolo.
Attorno, figure umane che lo inseguono, ognuna vedendo qualcosa di diverso.
L’oggetto non illumina il mondo: illumina chi lo guarda.
Significato visivo: L’oggetto del desiderio non è ciò che si trova, ma ciò che fa muovere. È un effetto della procedura, non una realtà.
5️⃣ La Coppia Atlante/Ippogrifo — Il Metodo
Titolo:Il Laboratorio del DesiderioImmagine:
Atlante in basso, che disegna una spirale procedurale.
L’Ippogrifo in alto, che percorre quella spirale trasformandola in traiettoria.
Al centro, il Vuoto che si accende.
In cima, l’Objet petit a che emerge come scintilla.
Significato visivo: La coppia Atlante/Ippogrifo mostra che il desiderio non è un dato, ma un processo:
Vuoto
Metodo
Movimento
Oggetto
Soggetto
🧭 Composizione finale (tavola unica)
Puoi immaginare la serie come una tavola in quattro quadranti + un centro:
Atlante (in basso a sinistra)
Ippogrifo (in basso a destra)
Vuoto (in alto a sinistra)
Objet petit a (in alto a destra)
Centro:Il Metodo — la spirale che li connette
SERIE ICONOGRAFICA — “Le Maschere dell’Ironia nel Castello di Atlante”
1️⃣ Ruggiero — L’Eroe che Avanza Stando Fermo
Titolo:Il Cavaliere sul Tapis RoulantImmagine:
Un cavaliere in armatura corre con decisione su un tappeto mobile che lo riporta sempre indietro.
Dietro di lui, specchi che moltiplicano la sua figura, come se avanzasse in mille direzioni.
Davanti, un’ombra di Angelica che si dissolve appena lui si avvicina.
Significato visivo: L’ironia tragica dell’eroe che crede di procedere, ma è prigioniero del proprio desiderio.
2️⃣ Bradamante — La Guerriera che Insegue la Propria Ombra
Titolo:La Lancia che Punta il VuotoImmagine:
Bradamante, fiera e determinata, brandisce la lancia verso una figura di Ruggiero riflessa in una superficie d’acqua.
L’acqua si increspa e l’immagine si deforma.
Attorno a lei, sentieri che si biforcano e si ricongiungono senza logica.
Significato visivo: L’ironia passionale della ragione che si perde inseguendo ciò che non si lascia afferrare.
3️⃣ Sacripante — Il Narciso Cavalleresco
Titolo:Lo Specchio che RideImmagine:
Sacripante si osserva in uno specchio convesso che lo deforma in modo caricaturale.
Lui non se ne accorge: si sistema l’elmo con compiacimento.
Dietro di lui, Angelica passa oltre senza guardarlo.
Significato visivo: L’ironia narcisistica dell’io che si prende troppo sul serio e diventa involontariamente comico.
4️⃣ Gradasso — Il Gigante che Inciampa
Titolo:L’Armatura Troppo GrandeImmagine:
Gradasso indossa un’armatura enorme, sproporzionata, che gli impedisce di muoversi.
Ogni passo è un inciampo.
La spada che desidera (Durindana) è sospesa in alto, irraggiungibile, come un oggetto da vetrina.
Significato visivo: L’ironia della potenza che si rivela goffa, pesante, inefficace.
5️⃣ Atlante — L’Autore Intrappolato nella Propria Opera
Titolo:Il Burattinaio Impigliato nei FiliImmagine:
Atlante tira i fili di un grande teatro di marionette.
Ma i fili si intrecciano e lo avvolgono, immobilizzandolo.
Le marionette (i cavalieri) continuano a muoversi da sole, fuori dal suo controllo.
Significato visivo: L’ironia autoriale: chi vuole controllare tutto finisce controllato dalla propria stessa costruzione.
🧩 Composizione finale: “Il Teatro dell’Ironia”
Puoi immaginare la serie come una tavola unica:
In alto: Ruggiero e Bradamante (ironia tragica e passionale)
In basso: Sacripante e Gradasso (ironia comica e grottesca)
Al centro: Atlante (ironia autoriale)
Il Castello non è lo sfondo: è la macchina scenica che amplifica le illusioni e rivela le maschere.
TERZ A PARTE
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L’Individuo nella Modernità secondo l’Orlando Furioso
il Soggetto in Ariosto si costruisce attraverso un quadrato semiotico: in alto IDEALE vs DUTTILITA’, in basso NON IDEALE cioè CINISMO, e NON DUTTILITA’ cioè PAZZIA. Quali personaggi dell’O.F. esemplificano queste differenti soluzioni che sono alla base del processo di formazione dell’Individuo Moderno?
Ecco una griglia concettuale, esempi testuali, e una breve interpretazione antropologica utile per intendere la formazione dell’individuo ATRUALMENTE Moderno.
Non si pensa alla persona come qualcosa che è, ma qualcosa che può/deve diventare: c’è un tempo (il Futuro) che è a disposizione dell’homo faber per trasformare la Natura, per correggere la Natura. Siamo nati figli di qualcuno ma non ci dobbiamo più pensare come condannati a ritenere quel ‘qualcuno’: abbiamo, come homo sapiens, le potenzialità per trasformare ogni cosa (ogni istante, ogni veneienza9 in KAIROS, in occasione per dare alle cose stesse ( e a Noi in particolare) una FORMA NUOVA (questo vuol dire MODERNO).
Naturalmente queste trasformazioni sono consentite dal fatto che non siamo vincolati ad elementi come il DNA ma (come afferma Pico della Mirandola) al fatto che siamo organismi ‘aperti’ cioè ‘imperfetti’, determinati solo in parte dal corpo, che consente NUOVE cose, perché siamo dotati di procedure di visione e delibratzione che ci consentono di ESPANDERE l’esistente.
Per Ariosto, l’O.F. di fatto sintetizza il sistema delle possibilità che si danno al singolo proprio secondo la formula della dialettica: un bivio di procedure che consentono crescita, in modo diverso, ma che sottoposte ad un eccesso (negativo fino all’annullamento) portano ad altri risultati: IDEALE vs DUTTILITA’ cioè tener fermo il timone verso una meta ovvero cambiar rotta in rapporto alle necessità del momento; e conseguentemente PAZZIA vs CINISMO , quando non si accetta mai di cedere dalla propria strada, dal proprio stile. Troppo Ideale porta alla follia, troppa duttilità al cinismo opportunistico.
Ariosto questo rappresenta nelle narrazioni del poema, che appare antico nei contenuti ma addirittura avveniristico nel sotto testo.
Il quadrato semiotico del Soggetto ariostesco
Asse
Categoria
Personaggi esemplari
Funzione antropologica
Alto sinistra
IDEALE
Astolfo, Ruggiero (nelle sue fasi più etiche)
L’aspirazione alla misura, alla razionalità, alla cavalleria come codice
Alto destra
DUTTILITÀ
Angelica, Bradamante, Rinaldo, Ariodante
Adattamento, strategia, negoziazione con il mondo
Basso sinistra
NON IDEALE / CINISMO
Rodomonte, Gano, Marganorre, Alcina
Disincanto, potere, manipolazione, violenza
Basso destra
NON DUTTILITÀ / PAZZIA
Orlando, Sacripante, Ferraù
Fissazione, monomania, perdita del controllo, identità fratturata
1. IDEALE
Personaggi: Astolfo, Ruggiero (momenti etici)
Astolfo è il più “ideale” perché incarna la razionalità magica: sale sulla Luna, recupera il senno, riporta ordine. Non è un eroe muscolare, ma un mediatore: rappresenta la possibilità di una ragione ironica, non tragica.
Ruggiero, quando non è travolto dalle passioni, incarna l’ideale cavalleresco: fedeltà, misura, responsabilità.
Funzione: l’ideale ariostesco non è ascetico, ma equilibrato, ironico, capace di distanza critica.
Angelica è la figura più duttile: sopravvive perché adatta il proprio ruolo, manipola i codici cavallereschi, sfugge alle definizioni.
Bradamante è duttile nel senso positivo: sa negoziare tra amore, dovere, destino dinastico.
Rinaldo alterna furia e diplomazia, ma è capace di rientrare nei ranghi.
Ariodante è l’esempio della duttilità tragica: crede, dubita, soffre, ma resta dentro il codice.
Funzione: la duttilità è la forma moderna della sopravvivenza: il soggetto si costruisce adattandosi senza dissolversi.
3. NON IDEALE / CINISMO
Personaggi: Rodomonte, Gano, Marganorre, Alcina
Rodomonte è la forza bruta che non crede più nei valori: un eroe “disincantato”, che usa il codice cavalleresco come maschera.
Gano è il traditore sistemico: il cinismo politico.
Marganorre rappresenta il potere tirannico, arbitrario.
Alcina è il cinismo seduttivo: manipola, inganna, consuma.
Funzione: il cinismo è la tentazione moderna di ridurre tutto a potere, interesse, dominio.
🔹 4. NON DUTTILITÀ / PAZZIA
Personaggi: Orlando, Sacripante, Ferraù
Orlando è l’esempio massimo: incapace di modulare il desiderio, implode. La sua follia è non-duttilità: fissazione assoluta, perdita della distanza da sé.
Sacripante è prigioniero della gelosia e dell’ossessione per Angelica.
Ferraù è dominato da un codice d’onore rigido, quasi meccanico.
Funzione: la pazzia ariostesca è la crisi del soggetto che non sa negoziare con il mondo.
In definitiva l’Orlando Furioso di Ariosto come laboratorio dell’individuo moderno
Il quadrato semiotico mostra che Ariosto non offre un modello unico di soggettività, ma quattro strategie di sopravvivenza nel mondo complesso:
IDEALE → misura, distanza, ironia
DUTTILITÀ → adattamento, strategia, intelligenza situata
CINISMO → potere, manipolazione, disincanto
PAZZIA → rigidità, fissazione, perdita del sé
L’individuo moderno nasce proprio nel movimento tra questi poli, oscillando tra aspirazione all’ordine e necessità di adattamento, tra rischio di disincanto e rischio di perdita di sé.
Ariosto anticipa la modernità perché mostra che il soggetto non è dato, ma si costruisce — e si costruisce sempre in bilico.
Diventare Soggetto con la modernità diventa un Compito nel senso che si tratta di inventarsi un proprio modo di essere Soggetto, non di copiare o ripetere quel che gira intorno a noi da quando nasciamo. La proposta narrativa di Ariosto è questo sistema a quattro componenti, in cui il senso è dato dalla connessione semiotica con l’opposto, come mostra l’illustrazione seguente:
Più in generale, attraverso questo sistema di personaggi dal vario atteggiamento verso le cose del mondo, possiamo ricavare il Modello dell’Individuo Moderno, modello antropologico che in qualche modo sembra anticipare quanto diranno le scienze evoluzionistiche biologiche e neurologiche nel XXI secolo:
l’animal che noi siamo, deve trovare un equilibrio tra le due esigenze del procurarsi energia (predando altri organismi) e dall’evitare di essere ucciso da altri organismi. Insomma una polarità RISCHIO / PAURA che sin traduce nelle due opposte procedure.
uscire dalla tana, dallo spazio dove tutto è previsto, dove ci si limita a ripetere le scelte)
andare fuori dalla tana, per procurarsi energia
Insomma STARE vs ANDARE, ovvero STABILITA’ (routine) vs CAMBIAMENTO. Tradotto in formule ‘culturali’, l’IDEALE vs CINISMO, tener fede alla propria Meta o abbandonarla quando utile.
L’eroe ariostesco è certamente diverso da quello tipico dei poemi epici, quello che non molla mai la sua retta via, che non ha mai dubbi (Enea, Orlando della Chanson, Dante…). Più simile ai personaggi del Decameron, considera varie alternative prima di fare le scelte. Certo nel sistema di Ariosto ogni personaggio è più una Figura Allegorica che una Persona, e viene rappresentato in tutto il poema con le stesse caratteristiche, in modo che il Lettore ben comprenda il suo specifico modo di agire (ovvero di ex istere) e possa alla fine avere per così dire il quadro completo delle alternative con cui assolvere al proprio compito di animal symbolcum:
Se confrontiamo questo quadrato con Tasso, Cervantes, o Montaigne di fatto esploriamo altri quattro modelli di soggettività (altre quattro proposte di Individuo) che emergono nel passaggio dalla Rinascenza alla modernità.
Quadrato semiotico del soggetto moderno: Ariosto vs. Tasso, Cervantes, Montaigne
Per Ariosto il soggetto è mobile, ironico, oscillante. La follia è perdita di misura, il cinismo è potere disincantato, la duttilità è sopravvivenza. L’ideale è fragile ma possibile.
Per Tasso il soggetto è tragico, diviso, in lotta tra grazia e desiderio. L’ideale è assoluto ma irraggiungibile, la duttilità è ambivalente, il cinismo è strategia politica, la pazzia è dolore metafisico.
Per Cervantes il soggetto è parodico, eroico, fallibile. Don Chisciotte incarna l’ideale che si scontra con la realtà, Sancho la duttilità che salva. Il cinismo è il mondo, la pazzia è resistenza.
Per Montaigne Il soggetto è riflessivo, sperimentale, autocritico. L’ideale è la saggezza, la duttilità è l’adattamento, il cinismo è il mondo esterno, la pazzia è la condizione umana.
In Sintesi
Ariosto costruisce il soggetto come gioco di equilibri tra poli instabili.
Tasso lo vive come dramma interiore, tra grazia e desiderio.
Cervantes lo mette in scena come parodia eroica, tra sogno e realtà.
Montaigne lo esplora come esperienza riflessiva, tra corpo e pensiero
Ecco la versione più astratta e “ruvida” del quadrato semiotico ariostesco, ricorrendo a :
forme simboliche al posto dei personaggi: una bussola per l’IDEALE, un fiume per la DUTTILITÀ, una corona spezzata per il CINISMO, uno specchio infranto per la PAZZIA
linee irregolari e texture grezze per evocare la tensione e la frizione che attraversano il soggetto moderno
colori terrosi e contrastati per dare corpo visivo al concetto di “ruvido” che ti sta a cuor
Oggi nella realtà globale che vince a livello ideologico nel XXI secolo, il Soggetto, vincolato alle formule della Thatcher (non c’è società ma solo individui, l’unica cosa che conta è il risultato) e di Thiel (l’asimmetria tra individui è ‘verità’ che non va corretta, ma accettata; l’umanità è costituita non da una unica communitas ma due distinte categorie), ha un unico compito: VINCERE. L’individuo per essere veramente tale , deve riuscire ad entrare nella communitas delle elìte che gestiscono poteri e privilegi, disinteressandosi delle esistenze degli esclusi (Baumann)
L’ideale è insomma il Risultato, la Duttilità un’arma per conseguirla: la Virtù massima è quindi il Cinismo, e chi non l’adotta è semplicemente non un perdente ma un pazzo, un non umano.