LE PAROLE E LE COSE
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Oggi si sa che la scienza (la conoscenza) non dice la verità, come pensato fino alla fine dell’800, ma è una costruzione. Quindi quelle che un tempo venivano chiamate ‘leggi’ vengono denominate ‘ ‘modelli’, e gli scienziati sono chiamati a fare non solo “ricerca” (immaginare nuovi “problemi” e nuovi “modelli”) ma anche scelte di “responsabilità” sulle conseguenze delle loro decisioni (si tratti di rappresentazioni o di applicazioni).
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Le procedure fondamentali con cui la mente dell’homo sapiens da forma di ‘finito’ (testo comprensibile) al ‘non finito’ (le cose incomprensibili) sono i “frame” e gli “script”, cioè ‘immagini, ovvero schemi, immagini’ e ‘storie’ cioè immagini disposte in una successione temporale (testi).
Entrambe le procedure producono ‘emozioni’ (pensieri veloci) necessarie alla sopravvivenza in situazioni ambigue. Solo l’analisi produce ‘ragione’, necessaria per produrre cambiamenti di lunga durata.
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Ogni testo, di qualunque natura, è un ‘finito’ che riduce e simula il ‘non finito’ delle cose. Ogni testo ha quindi una cornice che la separa dalle cose.
In un testo che racconta fondamentale sono i segni di inizio e fine (la cornice, appunto).
L’efficacia di un testo, in termini di comunicazione, dipende dalla ‘coesione’ e dalla ‘coerenza’ tra le componenti scelte da chi lo compone.
In genere, ogni testo si può leggere:
- o limitandosi alla superficie (coesione, lettera, emozioni)
- o indagando sul fondo ( sotto testo, isotopie, indizi)[1]
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Il fruitore di un testo deve assumere un atteggiamento di detection: raccogliere i ‘dati’ di superficie (coesione) e costruire ipotesi sui legami non dichiarati (coesione). Il fruitore fa solo abduzione (sulla base di induzione, mai di deduzione) riguardo alle intenzioni (e alle cause) sottese alle scelte dell’autore e riguardo le connessioni che possono dar vita al sotto testo
Quindi molte le possibili interpretazioni. Tutti i fruitori sono in grado di fare inferenze di qualsiasi tipo solo a partire dal suo specifico inconscio cognitivo.
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Uno sfondo Concettuale
HOMO SAPIENS
Sapiens significa che è in grado di ‘sàpere’, cioè di ‘assaggiare’ le cose entro cui vive, di sperimentare con consapevolezza se quelle cose sono un pericolo o un vantaggio: e coerentemente ‘sa’ di poter / dover scegliere (allontanarsi o avvicinarsi) a quanto percepisce come un vantaggio o meno. Il primo segno di questa scelta si dà quando , ad esempio, troviamo prove del fatto che l’uomo preistorico separa lo spazio degli avanzi di cibo da quello ove lo consuma.
L’homo sapiens sapiens è quello che sa di ‘sàpere’ e quindi intenzionalmente costruisce ‘conoscenza’, cioè Mondi d’Ordine. Cioè sistemi simbolici che assicurino sopravvivenza e sicurezza.
MONDO
Ogni organismo per sopravvivere è dotato di sistemi percettivi particolari che ‘riducono’ la complessità delle cose in modo da renderle ‘a portata di mano’. Negli animali questo processo è ‘naturale’ (ogni singolo rappresentante di una specie ha ereditato tramite l’evoluzione del DNA – un suo particolare modo di ‘ridurre’ la complessità delle cose, e lo applica in modo meccanico (inconsapevole).
Per l’homo sapiens questo processo di riduzione, a partire da una certa fase della sua evoluzione, emerge come una ‘intenzione’: cioè egli intenzionalmente cerca di dare una forma ‘pulita’ alle cose, attraverso procedure di ‘separazione’ (con cui distingue le cose in utili e dannose, buone e cattive, belle e brutte, sensate o meno) e ‘combinazione’ (con cui le connette in strutture più o meno rigide, con codici più o meno perfetti).
Il risultato di queste sperimentazioni è quello che abbiamo preso l’abitudine di chiamare MONDO, che in latino vuol dire ‘pulito’.
Naturalmente questa opera di ‘messa-in –forma’ comporta la ‘distruzione’ (l’eliminazione) di tutto quanto non risulti ‘compatibile’ con il Mondo immaginato.
Insomma per la nostra specie (per tutti tipi di homo sapiens), Mondo significa Pulito, e per fare pulizia dobbiamo eliminare gli scarti.
CULTURA
Esistono due modi di intenderla:
- Quella moderna, che immagina che esista una ‘verità’ oggettiva e che la cultura consista nell’apprendere più verità possibili (indiscutibili, universali). Più conoscenze si posseggono più si è colti (uno che ‘ha studiato’ è più ‘colto’ di uno che ‘non ha studiato’). Gli studiosi la identificano con la denominazione di ‘cultura umanistico – scientifica’, quella laica affermatasi dal Cinquecento in poi in Europa, che fa coincidere l’idea di ‘progresso’ con l’accumulo di ‘scoperte’ (di conoscenze) di scrittori e scienziati. È sulla base di questa concezione ‘assolutistica’ che si possono immaginare gerarchie che fanno ad esempio un popolo (una nazione, un paese, un gruppo) più ‘avanti’ superiore ad un altro.
- Quella antropologica, che – a partire dalla seconda metà dell’Ottocento – identifica come cultura ogni comportamento non ereditario (J.Lotman): pulirsi con un fazzoletto, ad esempio. Ogni comportamento appreso dunque, a partire da quando si è bambini, ogni comportamento che fin dai millenni dei primi ominini ha modificato le esistenze dell’animal symbolicum che è l’uomo. Procurarsi e preparare il cibo, vestire, parlare, relazionarsi con l’Altro ecc. sono ‘invenzioni (forme) che rispondono in modo diverso (ma efficace rispetto alle specifiche situazioni) con cui soddisfare i bisogni di base di ogni comunità umana (sopravvivenza, sicurezza, potere, senso). per questo tipo di concezione, non è possibile fare gerarchie tra culture (relativismo).
EMERGENZA.
Da Wikipedia
“Nella teoria della complessità il comportamento emergente è la situazione nella quale un sistema complesso esibisce proprietà macroscopiche ben definibili, difficilmente predicibili sulla base delle leggi che governano le sue componenti prese singolarmente, scaturendo dunque dalle interazioni lineari e non-lineari tra le componenti stesse[1]: quantunque sia più facilmente riscontrabile in sistemi di organismi viventi o di individui sociali oppure ancora in sistemi economici, l’emergenza si manifesta anche in contesti molto più elementari, come ad esempio la fisica delle particelle[2] e la fisica atomica[3].
Essa può essere definita anche come il processo di formazione di schemi complessi a partire da regole più semplici, e una esemplificazione può ottenersi osservando il gioco della vita di John Conway, nel quale poche semplici regole fissate per pochi individui di base possono condurre a evoluzioni assai complesse. Nonostante l’impredicibilità del comportamento emergente, in un sistema deterministico, se esso non ha origine dall’interazione dell’ambiente, esso è diretta conseguenza della condizione iniziale del sistema.”
RUMORE / FEEDBACK
Da Wikipedia
“Il modello cibernetico (della comunicazione) sviluppato nel 1948 da due ingegneri – Claude Shannon e Warren Weaver, – in forze in quel periodo alla Bell – descrive la comunicazione come un processo in cui un mittente trasmette un messaggio a un destinatario attraverso un canale, ma in modo più elaborato rispetto a quanto teorizzato da Lasswell. Il modello prevede infatti la presenza di rumore nel canale di comunicazione, che può interferire con il messaggio e influenzare la sua comprensione da parte del destinatario.
La certezza che il rumore ha poca rilevanza nella comunicazione è data dal FEEDBACK. Nel linguaggio tecnico e scientifico, feedback indica il processo per cui il risultato dall’azione di un sistema (apparecchio, dispositivo, o meccanismo) si riflette sul sistema stesso per correggerne o modificarne il comportamento. In linguistica e anche in psicologia, feedback significa effetto retroattivo di un messaggio o di un’azione su chi li ha promossi, sia in modo positivo che in modo negativo
Per quanto riguarda l’etimologia della parola “Feedback” deriva dal verbo inglese to feed, che significa ‘immettere, caricare’ e back ‘indietro’”.
SACRO/ FEDE
Da Wikipedia
“Sacro è un termine storico-religioso, fenomenologico e antropologico, riferito a una dimensione divina, ultraterrena o soprannaturale, il cui significato mira ad estendere ed oltrepassare quello attribuito alla realtà ordinaria percepita all’opposto come profana. L’esperienza del “sacro” è al cuore di tutte le religioni.”
Il Mondo ‘Sacro’ si differenzia da quello ‘profano’ (davanti al tempio) perché è immaginato come l’ordine – paradossalmente – nasca dalla ‘mescolanza’ (dalla fusione) delle ‘cose’ (in effetti delle quelle categorie) con cui l’homo sapiens separa le ‘cose’ in modo da costruire un Mondo (un Ordine). Come si realizzi questa mescolanza è un ‘mistero’, inconoscibile per l’uomo nelle sue cause, ma immanente nei suoi effetti: tutto il mondo profano è sottoposto alla sua ‘forza’.
Il rapporto possibile con questo mondo ‘lontano’, con cui non si può avere contatto diretto, è dato dalla mediazione di persone speciali (sciamani, stregoni, sacerdotes). L’unica forma di relazione possibile tra profano e sacro è (deve essere) non la curiositas ma la fides : non fare domande (avere dubbi) ma affidarsi, fidarsi delle buone intenzioni di questi ‘interpreti’ del sacro ( vaticini, oracoli, riti ecc.). la tradizione (il ‘vecchio’ dunque), la constantia e non la ricerca di res novae.
L’unico contatto possibile tra la sfera del sacro e del profano consiste nello scambio di Doni (sacrifici)[2]. Anche violenti (Renè Girard).
FINITO / NON FINITO
La realtà è un Non Finito ‘sacro’: l’uomo tende a ridurla a Finito: secondo le forme
- O della religione di ogni tipo
- O della Filosofia
- O della Scienza,
- O delle Ideologie[3]
Tutte queste forme culturali sono in effetti ‘codici’ che consentono di creare delle Cornici precise entro cui stabilire regole e gerarchie fino a consentire ‘quiete’.
BOTTOM UP / TOP DOWN
Da Wikipedia
“La conoscenza avviene secondo un doppio processo, top-down e bottom-up. Sono strategie di elaborazione dell’informazione e di gestione delle conoscenze, riguardanti principalmente il software e, per estensione, altre teorie umanistiche e teorie dei sistemi. In linea generale, esse sono metodologie adoperate per analizzare situazioni problematiche e costruire ipotesi adeguate alla loro soluzione: il concetto di situazione problematica è riconducibile agli ambiti più vari, come ad esempio l’elaborazione di un programma informatico, la risoluzione di un problema geometrico o matematico, l’elaborazione di un testo, la risoluzione di un problema pratico/operativo.
Nel modello top-down si formula inizialmente una visione generale del sistema ovvero se ne descrive la finalità principale senza scendere nel dettaglio delle sue parti. Ogni parte del sistema è successivamente rifinita (decomposizione, specializzazione e specificazione o identificazione)[1] aggiungendo maggiori dettagli della progettazione. Ogni nuova parte così ottenuta può quindi essere nuovamente rifinita, specificando ulteriori dettagli, finché la specifica completa è sufficientemente dettagliata da validare il modello. Il modello top-down è spesso progettato con l’ausilio di scatole nere che semplificano il riempimento ma non consentono di capirne il meccanismo elementare.
In contrasto con il modello top-down c’è la progettazione bottom-up, nella quale parti individuali del sistema sono specificate in dettaglio, e poi connesse tra loro in modo da formare componenti più grandi, a loro volta interconnesse fino a realizzare un sistema completo. Le strategie basate sul flusso informativo bottom-up sembrano potenzialmente necessarie e sufficienti, poiché basate sulla conoscenza di tutte le variabili in grado di condizionare gli elementi del sistema”.
SCOPERTA
La cultura moderna parte dal convincimento che la realtà ‘oggettiva’ (disponibile all’attenzione dei nostri sensi) sia qualcosa di ‘statico’; e che se si pone attenzione ‘lenta’ ai fenomeni percepiti, prima o poi l’osservatore svelerà quel che all’inizio , la velocità delle percezioni quotidiane, non consente di ‘rilevare’. Insomma il mondo è fatto di ‘cose’ connesse tra loro in modi a volte evidenti a volte meno perché ‘coperte’ da qualcosa: l’uomo nuovo si dà il compito proprio di togliere la copertura per render evidente quello che già c’era ma non si vedeva.
Il caso più clamoroso del Seicento è quel che Galileo ‘vede’ nella Luna: i ‘mari’. Semplicemente non si è accontentato del guardare semplice con gli occhi, e con il cannocchiale ‘scopre’ che sulla Luna ci sono i ‘mari’.
Questa è l’ideologia che regola la scienza moderna: c’è un reale fisso, stabile, con segreti che vanno messi in luce (illuminismo, positivismo) tramite la ‘ragione’ (o tante ‘ragioni’ quante sono le discipline scientifiche). E una volta fatte queste scoperte, è possibile ‘razionalizzare’ le cose naturali, correggerle
ORIZZONTALE / VERTICALE
Una delle forme con cui le culture umane riducono la complessità delle cose è la gerarchia. Che si basa fondamentalmente sulla figura spaziale Alto/ Basso, che viene introdotta in ogni sistema di rappresentazione per proporre una visione ‘lineare’ (semplificata) delle relazioni possibili tra elementi.
Condizionati dalla forza di gravità, legati al suolo, l’homo sapiens fin dalla notte dei tempi ha immaginato una scala di valori per cui quel che è in alto (coincidendo con il Sacro) è migliore di quel che è in basso (il profano, l’umano). L’Alto è Perfezione, il Basso è Imperfezione.
Di qui tutta una serie di codici simbolici che colorano i sistemi sociali e politici della storia e della preistoria. Le gerarchie di ogni tipo.
FIGURA/SFONDO
Oggi si sa che le connessioni tra i concetti sono molto più ‘emergenti’ che ‘lineali’. Come sostiene la Gestaltheorie
da Wikipedia
“Il principio della figura-sfondo è uno dei concetti fondamentali della psicologia della Gestalt. Si riferisce al modo in cui percepiamo e distinguiamo un oggetto (la figura) dal suo contesto o sfondo circostante. Questo principio è fondamentale per la nostra capacità di interpretare ciò che vediamo nel mondo visivo
Da G.Nardone e A.Salvini (a cura di) (2013), Dizionario internazionale di psicoterapia
“Per gli psicologi della Gestalt, lo sfondo è ciò con cui la figura è in relazione per potere emergere; è la condizione percettiva che consente la dominanza della figura, mentre la figura «organizzata», significativa, è «l’unità di misura della percezione», che risponde a una serie di leggi, la più importante delle quali è la legge della pregnanza. In psicoterapia della Gestalt, la formazione di figura è un adattamento creativo, basato sul principio dell’autoregolazione della relazione: la figura, che chiamiamo Gestalt, emerge dallo sfondo esperienziale come migliore organizzazione possibile di energie percepite in sé e nell’ambiente e delle intenzionalità di contatto; la figura è la co-creazione del confine di contatto, luogo dell’esperienza condivisa in cui il sé dei soggetti coinvolti prende forma differenziandosi e acquisendo la novità. […]
La psicoterapia della Gestalt considera due tipi di sfondo.
Uno è lo sfondo dei contatti scontati, costituito dagli apprendimenti psico-corporei che concorrono al senso di sicurezza; questo sistema di sostegno è stato descritto da Perls come ciò che «proviene dalla fisiologia primaria libera che implica l’assimilazione e l’integrazione dell’esperienza». Un esempio è lo stare seduti sulla sedia dando per scontato che la sedia ci sostenga. Quando questo tipo di sfondo è messo in discussione, si prova una profonda angoscia esistenziale o psicotica.
L’altro tipo di sfondo è quello dell’esperienza diretta, che dà risalto alla figura e le consente di emergere con brillantezza e chiarezza. Quando si è di fronte a una novità del campo (teoria del campo), solo una parte dello sfondo si mobilita, quella cioè necessaria alla creazione della nuova figura. Per la psicoterapia della Gestalt, quando non c’è contatto tra organismo e ambiente nessuna figura può emergere dallo sfondo”
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Insomma per arrivare a costruirci una rappresentazione non lineale del rapporto tra le Parole e le Cose , occorre connettere ricorsivamente Idee e Fatti. Nel nostro progetto Teorie e Narrazioni. E non libri – racconti, ma film, perché la nostra società è una società dell’immagine, in cui l’ideologia vincente passa attraverso la ‘banalizzazione’ della complessità ‘narrata’ dai Media di ogni tipi.
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Ecco allora la proposta, cioè
le figure
I Serie
A
EPISTEME & EPISTEMOLOGIA
- Agorà
2009, Alejandro Amenabar
La scienza emerge nelle comunità classiche laiche come alternativa al ‘sacro’
1986, Jean Jacques Annaud
La mente costruisce la verità scientifica attraverso procedure particolari come Deduzione, Induzione e Abduzione
B
FINITO & NON FINITO
2014, Morten Tyldum
La verità scientifica diventa effetto della ‘compartimentazione’, della trasformazione della complessità delle cose in sistemi finiti chiusi
1999, Andy & Larry Wachowski
Le cosiddette verità scientifiche non rivelano le strutture della Natura ma costruiscono Mondi artificiali
C
LIMITS & NON LIMITS
2023, Cristopher Nolan
Se la scienza è costruzione di Mondi, quali i limiti della ricerca, anzi dei singoli scienziati?
2014, Cristopher Nolan
La scienza contemporanea può ambire a cercare soluzioni nuove ai problemi nuovi se immagina di potere e dovere superare i limiti (di ogni tipo).
II Serie
HUMAN & POSTHUMAN
2019, Matteo Rovere
L’uomo- per sopravvivere, per dare senso alla sua esistenza – ha bisogno dell’Altro: ma se coopera con lui, ne è anche rivale. L’homo sapiens ha a disposizione due procedure potenziali per dare forma alla sua ‘soggettività: “darsi limiti” (se subicere => subiectus) – o “eccedere” ( excedere=> excessus)
1981, John Boorman
L’homo sapiens – ogni homo sapiens – ha due modalità per affermarsi sull’Altro: la violenza diretta (del guerriero) o il ragionamento mediatore della parola ( della conoscenza); cioè sottostare all’ automatismo dell’animal (la ‘pancia’, la presunta ‘autenticità’ dell’emozione) o alla riflessione dell’animal symbolcum (la mente, la fatica del ragionamento, della distanza)
- 2001 Odissea nello spazio
1968, Stanley KubriK
L’uomo diventa sapiens quando immagina di poter controllare il reale attraverso la ‘ratio’,pensiero lineare (processi top down), che può integrare e correggere il pensiero ‘emotivo’ (bottom up)
- Gost in the shell
2017, Rupert Sanders
Il pensiero razionale, portato all’eccesso, consente di eliminare completamente le emozioni dalle esistenze umane.
o
Blade Runner 2049
2017, Denis Villeneuve
AGORA’
di Alejandro Amenabar, 2009
UNO VS MOLTEPLICE ovvero Ripetizione vs Ricerca
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La trama (Wikipedia)
Sul finire del IV secolo le tensioni tra cristiani e pagani si accentuano ad Alessandria d’Egitto, dove coesistono una nutrita comunità cristiana e il celebre tempio pagano di Serapide. La tensione sfocia in occasionali episodi di violenza: in uno di questi, lo zelota cristiano Ammonio, dopo essersi esibito dinanzi alla folla in un “miracolo” attraversando incolume un braciere, spinge nello stesso braciere un pagano per dimostrare pubblicamente l’impotenza dei pagani.
Nel Serapeo, la filosofa Ipazia predica la tolleranza e si dedica alle conoscenze classiche: fisica, filosofia e soprattutto astronomia. Queste riflessioni la portano a dubitare del modello geocentrico promosso da Tolomeo, giudicandolo troppo artificioso, e a interessarsi agli ormai dimenticati studi di Aristarco, che ponevano invece il Sole al centro del sistema solare. Viceversa, suo padre Teone mostra una decisa ostilità verso i cristiani, al punto da voler punire una schiava domestica perché in possesso di una croce di legno; per risparmiarle la punizione, un altro schiavo, Davo, mente asserendo di essere anch’egli cristiano, e chiede così di ricevere le frustate al posto della schiava. Dopo aver incontrato Ammonio per le strade della città, Davo si lascia persuadere a convertirsi alla sua fede.
Intanto, la comunità pagana di Alessandria si riunisce in seguito alla provocazione di Ammonio, e Teone concorda con gli esponenti più facinorosi riguardo alla necessità di aggredire fisicamente i cristiani per vendicare l’affronto; nonostante il parere contrario d’Ipazia che decide, in seguito, di non far intervenire i suoi studenti (tranne Oreste che aveva abbandonato la classe a causa del rifiuto della sua dichiarazione d’amore per Ipazia) perché ritiene questa una “stupidaggine”. Tuttavia, dopo l’assalto iniziale nella pubblica piazza, i pagani si ritrovano in netta inferiorità numerica, e devono ritirarsi all’interno delle mura del Serapeo, che comprende non solo lo sfarzoso tempio ma anche la famosa Biblioteca di Alessandria; lo stesso Teone viene ferito da un suo schiavo, che si ritrova ad anteporre la sua fede al suo dovere di schiavo. Durante la notte, l’assedio alle mura viene posto in stallo dall’intervento della guardia cittadina, su ordine del Pretore. Tuttavia, la mattina dopo un ambasciatore rende noto ai pagani trincerati le volontà dell’imperatore Teodosio I (anch’egli cristiano): non saranno puniti per l’attacco ai cristiani, ma dovranno ritirarsi dal Serapeo e i cristiani saranno liberi di entrarvi.
I pagani fuggono dall’uscita posteriore del tempio, non prima di aver però portato con sé diversi scritti di teatro, filosofia e matematica, che altrimenti verrebbero sicuramente distrutti insieme alla Biblioteca dalla folla inferocita, come appunto avviene. Davo sceglie di non fuggire insieme a Ipazia e gli altri, bensì di unirsi agli zeloti nella distruzione del Serapeo, odiato simbolo della cultura classica e pagana. Segretamente infatuato della sua padrona, torna poi nella sua casa per cercare di abusare di lei, ma desiste, còlto dalla vergogna. Ipazia sceglie di liberarlo per scacciarlo dalla propria dimora, mentre Teone muore in seguito all’infezione della ferita durante gli scontri con i cristiani.
Passano diversi anni, durante i quali il paganesimo scompare dalla vita pubblica alessandrina e il Cristianesimo assume una posizione sempre più dominante nella società dell’Impero. Il vescovo Cirillo, che condivide le politiche di cancellazione dei culti pagani come predetto pochi anni prima da Teodosio, minaccia l’ordine sociale del prefetto Oreste, ex-allievo di Ipazia. Scoppia inoltre un conflitto con la comunità ebraica locale, che viene assalita dagli zeloti, guidati da Ammonio, al teatro. Gli ebrei decidono di vendicarsi nottetempo, attirando con l’inganno nella cattedrale i parabolani, di cui faceva parte anche Davo, massacrandoli a colpi di pietre; pochi sopravvivono. Ne segue una persecuzione su vasta scala degli ebrei, che vengono uccisi pubblicamente e poi ammassati in grandi pile funerarie.
Frattanto, Ipazia continua i propri esperimenti sul modello eliocentrico, iniziando a covare dubbi riguardo un’orbita perfettamente circolare dei pianeti. La situazione si aggrava ulteriormente quando Oreste, seppure cristiano e battezzato, rifiuta di inginocchiarsi dinnanzi alle Sacre Scritture durante una pubblica messa, dopo che Cirillo appositamente ne ha letto un passo di San Paolo che diffida le donne dall’insegnare agli uomini. Si scatenano così pesanti maldicenze sull’influenza negativa che Ipazia, dichiaratasi non cristiana di fronte al Concilio, avrebbe su Oreste. Ammonio colpisce Oreste scagliandogli una pietra all’uscita della Chiesa, e viene così messo a morte, ma ormai su Ipazia gravano le accuse di empietà e stregoneria. Proprio mentre lei finalmente intuisce che i pianeti si muovono su orbite ellittiche, i parabolani, ora fuori di sé, decidono di linciarla.
Davo sente questi discorsi e corre a casa della sua ex-padrona per avvertirla, ma scopre che si è nuovamente recata al Concilio, dove Oreste, su suggerimento di Sinesio (anch’egli ex allievo di Ipazia), le ha offerto un’ultima possibilità di scampare alla furia del popolo: battezzarsi, come hanno già fatto, seppur loro malgrado, tutti i membri del Concilio non cristiani. Ipazia rifiuta perché non vuole prestare fede a nulla che non sia la sua libera adesione all’amore per il sapere. Sulla via per tornare alla propria dimora viene quindi sequestrata da un gruppo di parabolani e di zeloti, che la portano in una chiesa isolata per scorticarla viva. Davo, che si è unito al gruppo strada facendo, propone invece di lapidarla per evitare il contatto con il suo sangue impuro. Approfittando del tempo necessario agli zeloti per raccogliere le pietre fuori dalla chiesa, si avvicina a Ipazia e, con il suo tacito consenso, la soffoca, risparmiandole così una morte ben più dolorosa per mano degli zeloti. Nel morire, Ipazia ha una visione dell’oculo della cupola del tempio deformata in un’ellisse dalla prospettiva; comprendendo la veridicità delle sue supposizioni, muore serena. Davo dice alla folla che Ipazia è svenuta e se ne va rattristato mentre sente gli zeloti che lapidano il corpo della donna senza pietà.
Dopo la morte di Ipazia, Oreste, ancora innamorato di lei, sparisce nel nulla e Cirillo prende il potere su Alessandria d’Egitto. Dopo la sua morte verrà dichiarato santo (come anche Ammonio).
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I temi
Nella polis, 2500 anni fa, emerge la scienza come alternativa alla religione per spiegare il rumore delle cose che accadono.
Quello che oggi chiamiamo mondo è in effetti un sistema dinamico aperto, imprevedibile e incontrollabile.
Lo è adesso e chiaramente ancora di più per quelli che noi chiamiamo ancora ominini.
L’uomo, quando diventa sapiens, elabora fondamentalmente due procedure per attenuare l’angoscia che prova di fronte al mistero delle cose che accadono: in pratica, c’è una maniera di vedere il mondo in modo verticale e una orizzontale.
Il modo verticale, di fatto, legato probabilmente anche alla percezione determinata dalla forza di gravità che ci spinge continuamente in basso a ribadire la nostra inferiorità rispetto alle forze che ci avvolgono, implica una gerarchia precisa:
- In alto c’è la forza, le forze misteriose che decidono su di noi,
- e in basso ci siamo noi uomini che le subiamo
Tradotto nel linguaggio latino, in alto c’è il sacrum , quella parte del ‘reale’ dove avvengono cose che noi non possiamo percepire, da dove vengono spinte e cause (anche di catastrofi oltre che di cose buone), di cui possiamo percepire gli effetti ma non le cause o gli scopi. Si tratta semplicemente di accettarle, di subirle.
L’unico rimedio che le comunità di homo sapiens riescono ad immaginare per attenuare l’angoscia determinata da questa situazione di imprevedibilità totale, è la religione. Essa si dà il compito di fare da mediazione tra Alto e Basso, di ‘interpretare’ in qualche modo i ‘segni’ sacri e di individuare i rimedi per rendere le forze ‘alleate’. Naturalmente essendo un prodotto ‘emergente’ ma umano, essa si identifica con quegli elementi della comunità che, per qualche caratteristica speciale, si ritengono capaci (di fatto si arrogano il potere) di poter ‘dare il sacro’, cioè di poter “connettere” – stando in ‘basso’ ma ‘viaggiando’ in qualche modo con l’alto’ – le due sfere: sono i “sacerdotes”.[4]
La “Religio” in effetti come dice l’etimo del termine, consiste nel legare in qualche modo la forza superiore in modo aver una retroazione (lego + re ): offerte, premi di ogni tipo ( esattamente come avviene nelle vite normali) che ‘obbligano’ chi riceve un dono a restituire qualcosa in cambio, magari la propria persona.
In pratica si passa da una visione “orizzontale”, propria degli animali (che si limitano a sopravvivere nello spazio presente in cui ‘emergono’), a quella verticale propria dell’”umano” che ‘sapit’, che ‘assaggiando’ le cose, fa’ (si fa’) delle domande, e non avendo a disposizione risposte facili, prova angoscia e cerca risposte di quiete.
Con la scienza si torna in certo senso a riconquistare – in un certo senso – quella ‘primitiva’ (orizzontale) dell’animale, non certo semplice ritorno all’automatismo delle emozioni (del corpo), bensì come scelta consapevole, secondo una visione che noi oggi chiamiamo ‘laica’. Si continua a fare domande, ma stavolta all’angoscia iniziale s’accompagna la fiducia di poter ripetere quanto già fatto nel passato da greci e latini che in certe condizioni avevano saputo fare a ameno della ‘religio’ e praticare la ‘filosofia’, una ricerca di senso basata su un utilizzazione meno ‘veloce’ dei sensi. La percezione delle cose viene indirizzata verso la distinzione tra varianti e invarianti, verso la possibilità di individuare – proprio con le procedure di cui siamo in possesso come homines – delle ‘regolarità’ che, una volte connesse tra loro, consentono di ‘immaginare’ delle ‘verità’ che non dipendono dalle forze divine.
Chi sostituisce alla religio la filosofia (così si chiamava fino al Settecento la scienza), non si preoccupa troppo delle forze (invisibili) che vengono dall’alto e cerca semplicemente di collegare, di connettere in termini di causa-effetto gli eventi che noi percepiamo direttamente con i nostri occhi (gli oggetti, gli ob iecta, le cose che ci vengono addosso, con cui urtiamo).
In pratica è un progetto potenzialmente ‘finito’, cioè di arrivare prima o poi a ‘scoprire’ le ‘leggi’ che governano le cose. Nella sostanza, ovviamente, si tratta di un processo illimitato, come oggi ben sappiamo, che procede con le procedure aristoteliche dell’induzione e della deduzione, a individuare le variabili infinite che costituiscono il sistema dinamico aperto della realtà (le ripetizioni, le regolarità) , che in un modo o nell’altro consentano di costruire delle ‘leggi’, che consentissero di prevedere gli eventi futuri e di controllarli in modo vantaggioso per l’uomo.
Insomma, si cerca la ‘verità’ assoluta, in competizione con quelle ‘sacre’ date dalla tradizione.
Insomma, dal Cinquecento in poi, l’Europa vive una sorta di schizofrenia ‘culturale’, nel senso che coesistono – in modo spesso conflittuale – le verità della religione e quelle emergenti della scienza laica.
Si accetta in generale che il mondo è un non finito (che non ha, come dire, spazi ben definiti, separati), è una confusione, una mescolanza che per essere accettata deve essere trasformata in Finito: ma il Finito ‘immaginato’ è appunto ‘doppio’: tutt’e due ‘riducono’ la complessità delle cose a Mondo, ma
- nel primo caso – attraverso la procedura fondamentale dell’analogia (micro= macro, basso= alto) ci si affida alla ripetizione di gesti, preghiere, miti, racconti dell’uomo (che non avendo risposte o immagini e o risposte a portata di mano – per così dire – , rimane costantemente in condizioni di subordinazione, diciamo pure di paura, rispetto a queste forze, ovvero di chi le rappresenta)
- nel secondo caso questa semplificazione viene affidata alla capacità dell’Homo Sapiens Sapiens di classificare le ‘cose’, attraverso processi di sperimentazione (induzione) che portano infine alla formulazione di categorie e tassonomie con cui, come nidi, tutte le cose si articolano- in modo ricorsivo – in anelli di dipendenza e significato…
In definitiva, nelle comunità ‘fredde’ (a basso tasso demografico, con poca o nulla mobilità sociale) è utile e funzionale la costruzione d’ordine di tipo sacro, basato come detto sulla ‘ripetizione’ che – in forma di parole o di gesti – dà forma a quello che non ce l’ha.
Nelle comunità ‘calde’ (con demografia in crescita e molto mobile) prima o poi, però, queste ripetizioni, (questi gesti, queste ritualità)si rivelano meno efficaci perché non danno quella protezione, quella sicurezza che era in effetti abbastanza garantita fin quando la comunità era piccola, chiusa (dove la gente si conosceva più o meno l’un con l’altro). E allora grazie alle nuove esperienze – al crescente sopravvenire della Fortuna, del caso- in queste società calde la sicurezza viene cercata con la sperimentazione (e la scoperta) di ‘nuove’ formule, garantite non più dal ‘divino’ ma dalla Natura.
L’ordine non è frutto dell’analogia ‘alto/ basso ‘, ma dalla ‘ricerca in orizzontale (dal Dentro al Fuori ad esempio, o viceversa).
L’umano viene fatto coincidere allora non più con la Fede ma con la Razionalità, che consente all’uomo di sottrarsi ai problemi della natura – come ben sappiamo oggi – con la propria immaginazione, con la propria capacità di uscire dal recinto della tradizione e ipotizzare costruire cose che nel mondo reale non ci sono (abduzione).
Cert’è che la razionalità diventa la base di un vasto illimitato progetto di razionalizzazione delle cose, quindi sempre di più ricerca di leggi, di regole, di prospettive ‘assolute’, di ‘utopie’ (destinate prima o poi alla catastrofe).
Insomma la Natura è percepita come un territorio soprattutto ‘orizzontale’, in cui basta muoversi in un modo o nell’altro per fare delle scoperte. E creare ‘progresso’, ‘civiltà’ ‘mondi’. Secondo la proposta di Cartesio, sono l’analisi, la riflessione, la lentezza dell’argomentazione che, allontanandoci dalla dipendenza dalle reazioni emotive immediate, permettono di costruire delle ‘leggi’, cioè delle ‘forme astratte’, che in un modo o nell’altro (a forza di render prevedibili gli eventi al momento non percepiti) possono permettere all’uomo ‘nuovo’ (cioè moderno) di costruire ‘nuove’ situazioni di sicurezza.
Un esempio che fa Machiavelli.
L’Adige esonda: ebbene i veneziani hanno inventato le dighe, gli argini.
Naturalmente gli argini sono semplicemente una imitazione di qualcosa che esiste in natura ma che l’uomo può fare in modo programmatico regolare, razionalmente, in modo tale che il fiume, come dire, impara a stare al suo posto. Razionalizzare, cioè ‘correggere’ la Natura nei suoi ‘eccessi’ anti umani.
Umanizzare dunque: questo è l’effetto finale della combinazione della tecnica (azione) con la scienza (modelli teorici).
IL NOME DELLA ROSA
di Jean – Jacques Annaud, 1986
COME COMINCIA LA MODERNITA’.
Dalla VERITA’ già DATA alla VERITA’ RICERCATA.
La trama
da Wikipedia
“Tramite flash-back, l’anziano frate francescano Adso da Melk racconta di quando, ancora semplice novizio, trascorse alcuni giorni in un’abbazia «di cui è pietoso e saggio tacere anche il nome», assieme al suo mentore, il dotto frate inglese Guglielmo da Baskerville, e in tale periodo assistette a una singolare vicenda.
Nel 1327 l’abbazia è sconvolta da alcuni terribili omicidi, verificatisi in un momento molto delicato: nel monastero, infatti, dovrà svolgersi un’importante disputa sulle tesi dell’Ordine francescano. Guglielmo viene chiamato a partecipare, e giunge sul posto insieme ad Adso. L’abate, conoscendo il passato da inquisitore di Guglielmo, lo incarica di indagare sul delicato caso delle morti avvenute dentro il monastero, poiché molti sono convinti che siano state causate dalla mano del maligno, giustificando tale tesi con il fatto che le vittime avevano le dita e la lingua di un intenso colore nero. Guglielmo non è però convinto da questa versione e ritiene che la colpa sia, in realtà, di una persona che si trova all’interno dell’abbazia.
I due frati si ritrovano in un ambiente ostile, visti con sospetto da molti monaci. Il giovane Adso incontra brevemente una ragazza che abita in un povero villaggio ai piedi del monastero, dove gli abitanti vivono nella fame e nella miseria, costretti a rifornire di cibo l’abbazia in cambio della promessa della salvezza eterna. Le indagini iniziano subito, a partire dalla morte di un giovane monaco, il miniatore Adelmo, il cui cadavere è stato ritrovato ai piedi delle alte mura dell’abbazia dopo una tempesta; Guglielmo afferma fin da subito che si tratterebbe di un suicidio. Durante le loro indagini i due fanno la conoscenza di due frati: l’anziano Jorge da Burgos, cieco e ostile a tutto ciò che è allegro, e il deforme Salvatore, un monaco che parla una lingua mista tra il volgare e il latino (con parole francesi, inglesi e spagnole), che si rivela aver fatto parte dei dolciniani, una setta eretica rispetto alla Chiesa cattolica.
Le misteriose morti continuano e questa volta a perire è Venanzio, il traduttore dal greco dello scriptorium, il cui cadavere viene trovato immerso in un recipiente contenente sangue animale. Guglielmo crede che le due morti siano collegate tra loro e scopre che la vittima, che presenta le dita e la lingua nere, aveva un rapporto di amicizia con Adelmo. Una notte, Adso ritrova la ragazza del villaggio mentre si nasconde dal cellario Remigio, il quale le fornisce del cibo in cambio di favori sessuali. La ragazza si concede al novizio e i due hanno un’appassionata relazione carnale; al termine di ciò, Adso rimane turbato, vista la sua posizione di religioso, ma viene consolato dal proprio maestro, il quale gli dice che certamente la cosa non dovrà ripetersi, ma che allo stesso tempo non deve vergognarsene, in quanto quello che ha provato non è nient’altro che un sentimento umano e naturale.
La vittima successiva è Berengario, l’aiuto bibliotecario, un monaco in sovrappeso e di chiare tendenze omosessuali, che viene ritrovato annegato nella sua vasca da bagno, anch’egli con le dita e la lingua nere. Guglielmo ritrova una nota sullo scrittoio al quale Berengario si trovava durante la notte precedente e vi legge il numero di un libro, quindi capisce cosa è successo: Berengario aveva approfittato della passione per i libri del giovane Adelmo per consegnargli un volume, un libro proibito che lui desiderava leggere da molto tempo, in cambio di rapporti illeciti. Adelmo aveva acconsentito, ma poi, preso dalla vergogna e dal senso di colpa, aveva vagato per l’abbazia e aveva incontrato il traduttore dal greco, al quale aveva consegnato la nota, per poi gettarsi dalle mura dell’abbazia. Venanzio, volendo vedere il libro che era stato causa della morte di Adelmo, lo aveva recuperato e aveva iniziato a leggerlo durante la notte ma, improvvisamente, aveva avuto un malore fatale e il suo cadavere era stato ritrovato da Berengario che, per paura di essere incolpato, aveva gettato il cadavere nella cisterna, dove era stato ritrovato.
Il libro era rimasto sullo scrittoio del traduttore e lì era stato letto anche da Berengario, ma i malori avevano cominciato a manifestarsi anche in lui; dopo aver riportato il libro al suo posto per paura di essere scoperto, aveva fatto un bagno con delle foglie di cedro per alleviare il dolore, ma era stato inutile ed era morto annegato. Guglielmo, dunque, si convince che la causa delle morti sia un libro che uccide o per il quale qualcuno è disposto a uccidere e che le dita e la lingua nere siano state causate da un avvelenamento. L’abate, tuttavia, non dà ascolto alle parole di Guglielmo e rivela di aver richiamato l’inquisitore Bernardo Gui a indagare. Guglielmo e Adso trovano un passaggio segreto per la biblioteca, accessibile solo ai bibliotecari e all’abate, e rimangono quasi imprigionati nel complesso di stanze: la struttura, una delle biblioteche più grandi di tutta la cristianità, è infatti progettata come un intricato labirinto per mantenere nascosti libri e scritture di avanzate conoscenze pagane ed antecristiane, che difficilmente si concilierebbero con i dettami del cristianesimo. I due trovano una via d’uscita solo grazie ad Adso che, per non perdersi, aveva ingegnosamente legato un filo della sua veste a un tavolo della stanza.
Dopo l’arrivo di Bernardo, la situazione in abbazia precipita: la ragazza del villaggio viene ritrovata durante la notte, insieme a Salvatore, nel fienile, con un galletto nero morto (che la ragazza aveva preso per fame) e un gatto nero, e i due vengono arrestati con l’accusa di aver praticato riti satanici, in quanto il fienile prende fuoco e Bernardo ritiene che la fanciulla sia il maligno. Salvatore viene torturato e interrogato e confessa il suo passato di dolciniano, facendo anche il nome del cellario Remigio. Nel mentre viene ucciso un altro frate, l’erborista Severino, e la colpa ricade su Remigio, che viene arrestato e accusato delle morti avvenute nel monastero.
Durante il processo contro la ragazza, Remigio e Salvatore, che culmina con la sentenza che li condanna a morte sul rogo, Guglielmo dà la sua approvazione a eseguire il verdetto emesso da Bernardo, ma afferma anche che ciò non fermerà le morti nell’abbazia. L’inquisitore quindi lo accusa di aver tentato di difendere la ragazza e i due eretici e gli dice che, l’indomani, si recherà ad Avignone insieme a lui per rispondere di eresia di fronte al papa. Adso, disperato per la sorte della fanciulla che ama, è risentito verso Guglielmo, che sembra interessarsi più ai libri che alle sorti della giovane.
Il giorno dopo, durante la messa, un altro frate, il bibliotecario Malachia, che è solito accompagnare il “venerabile Jorge”, si sente male e muore, mostrando anch’egli le dita e la lingua nere. Bernardo, avendo assistito alla scena, ritiene che l’assassino sia Guglielmo, basandosi sulla predizione da lui fatta durante il processo, e ordina alle sue guardie di catturarlo, ma il monaco riesce a fuggire di soppiatto insieme ad Adso e i due si recano nella biblioteca. Nel frattempo la ragazza, Salvatore e Remigio vengono messi sulla pira, in attesa di essere bruciati. Guglielmo e Adso giungono all’entrata della biblioteca attraverso una porta camuffata come uno specchio e vi trovano Jorge, al quale Guglielmo chiede di poter leggere il secondo libro della Poetica di Aristotele, che tratta della commedia, di cui nella biblioteca si trova l’unica copia esistente in tutto il mondo. Jorge acconsente e Guglielmo, nello sfogliare il volume, indossa un guanto, poiché ha capito che le pagine del libro sono avvelenate. Il mistero è così chiarito: il colpevole delle morti è Jorge, che ha avvelenato il libro in modo tale che chiunque lo toccasse per leggerlo rimanesse ucciso assumendo il veleno nell’atto di leccarsi l’indice per sfogliare le pagine. Jorge, capendo di essere stato scoperto, si dà alla fuga, portando con sé il libro e venendo inseguito dai due monaci.
Guglielmo chiede a Jorge perché abbia fatto tutto questo e Jorge rivela di aver sempre avuto in odio il libro di Aristotele, in quanto il riso, in esso trattato, uccide la paura, senza la quale non può esserci fede in Dio, e che se si apprendesse dal libro che è possibile ridere di tutto, anche di Dio, il mondo precipiterebbe nel caos. Colto da fanatico fervore, Jorge ingoia le pagine del libro, suicidandosi, ma prima di morire aggredisce Adso, gettando via la lampada che portava e finendo per dare fuoco al resto dei libri proibiti nella biblioteca. Un grosso incendio inizia a divampare in biblioteca; intanto Remigio e Salvatore vengono bruciati, mentre la ragazza viene salvata dagli abitanti del villaggio, che attaccano le guardie di Bernardo, distratte dall’incendio alla biblioteca. Mentre Guglielmo tenta disperatamente di salvare quanti più libri possibile dalle fiamme, Adso, incitato dal maestro e preoccupato per la ragazza, si precipita fuori dall’abbazia. Bernardo, in fuga con la sua carrozza, muore precipitando in un dirupo e infine Guglielmo riesce a uscire incolume dall’incendio.
Il giorno seguente l’abbazia è completamente bruciata. Guglielmo e Adso lasciano le rovine del monastero ma, sulla strada, il ragazzo viene raggiunto dalla fanciulla, che lo prega di restare. Adso si rende conto che il suo maestro lo sta osservando da lontano, perché vuole che sia lui a decidere liberamente chi seguire; quindi, dopo un toccante addio, i due innamorati si lasciano per sempre. Mentre Guglielmo e Adso si allontanano, la voce fuori campo di quest’ultimo, nel terminare la narrazione, afferma di non essersi mai pentito di aver fatto quella scelta. Il suo maestro, in segno di rispetto, gli regalò i suoi occhiali e i due si lasciarono. Adso non ha più avuto notizie di Guglielmo, ma è certo che sia ormai morto, probabilmente a causa della pandemia di peste scoppiata due decenni dopo in Europa. Adso, comunque, anche una volta diventato uno stimato religioso, non si è mai dimenticato del suo unico amore terreno, del quale tuttavia non ha mai saputo il nome.”
1 La filosofia come narrazione
All’inizio c’è il Mistero. E al Mistero l’uomo, rispetto all’animale, risponde con la ricerca di Verità, come ricorda bene Dante nel libro che più chiaramente incarna la risposta medievale al problema, la Divina Commedia
“Nati non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”[5]
Rispetto al Mistero la risposta in genere è di tipo metafisico: lo si spiega cioè con un Ordine non percepito/ percepibile immediatamente coi sensi. E quest’Ordine è identificato o nel Trascendente o nell’ Immanente, cioè nelle Verità che provengono dalla sfera del Sacro (cioè dogmi, oggetto di fede) o dalle “regole” che vengono ‘scoperte’ dalla Scienza (cioè le invarianti che emergono dalle varianti)[6]. Entrambe le soluzioni si dimostrano in grado di far fronte all’Angoscia che attanaglia gli uomini di fronte al Flusso non – finito delle “cose che accadono”[7]: la prima in modo univoco e ‘patetico’, la seconda in modo molteplice e ‘analitico’[8].
Nell’Europa cristiana dell’Alto Medioevo prevale la prima, anche perché le comunità dell’epoca sono ‘fredde’ (piccole, separate tra loro, statiche); ma sul finire del Tardo Medioevo, quando molte comunità si trasformano in ‘calde’ (crescita demografica, di scambi, dinamiche), comincia ad affermarsi la visione laica.
La vicenda narrata ne Il nome della Rosa (tratto da un romanzo di Eco) mette in scena come cominciano a variare le modalità con cui si contrappongono queste due risposte: dopo secoli in cui la risposta sacrale dei chierici non trova opposizione [9], comincia ad acquisire nuovo credito il ‘corpo’ con tutte le altre componenti materiali dell’esistenza, fino ad allora sbrigativamente viste come ostacolo all’elevazione spirituale verso Dio, cioè il Trascendente, ovvero alla Verità, all’Uno.
Dopo l’anno Mille, accanto alla rigida gerarchia clericale che vuole identificare ogni Verità nell’ultraterreno e che considera corrette vie di conoscenza (del sacro) solo la Fede e l’Ascesi[10] (da cui derivare correttamente modelli etici e morali), emerge un piccolo nucleo di chierici (cioè sempre uomini di chiesa) che propongono nuove strade per arrivare alle stesse ‘alte’ verità del Cielo, quelle che passano “per” le creature che popolano la terra, ovvero “attraverso” la loro conoscenza. Insomma questi chierici ‘nuovi’ vogliono arrivare sempre all’Uno del Sacro, ma attraverso il Molteplice del Divenire.[11] In pratica, detto in altro modo, accanto alla procedura della Deduzione (l’ipse dixit degli aristotelici e dei tomisti) praticano anche la via dell’Induzione (la ricerca delle variabili da cui ipotizzare l’invariante, insomma la quest[12] della cultura cortese).
Nel racconto questa differenza è messa in scena attraverso due personaggi, un domenicano (Bernardo Gui) e un francescano (Guglielmo da Baskerville). Quel che sembra immediatamente una vicenda di tipo personale (l’antagonismo tipicamente maschile tra due ‘eroi’)[13] nel sotto testo sviluppa una profonda questione filosofica relativa alla conoscenza: da un lato (Gui) la mistica ascesa (la via direttissima) a Dio, dall’altro (Baskerville) la laica necessità di stare – per così dire – coi piedi per terra. Da un lato la possibilità di affidarsi, senza dubbi e fronzoli, alla routine di formule e riti che diano sempre lo stesso significato alle cose, adeguandole magari, a forza agli schemi già dati; dall’altro il bisogno di stare attenti ai dettagli concreti, ai “dati” emergenti, e di interrogarli costruendo ipotesi che progressivamente consentano di portare alla luce l’ordine che inizialmente si pensava di poter spiegare solo con l’intervento di qualcosa di invisibile (demonio, Dio, Fortuna).
Deduzione
Il frate domenicano, in qualità di inquisitore istituzionale, fin dalla prima apparizione viene proposto come portatore di un Potere che impone le sue parole con l’autorità della Parola Sacra e, ove occorra, con la forza della violenza: il carro con cui arriva all’abbazia è scortato da guerrieri che materialmente stanno a significare proprio il modo in cui il Potere (ogni potere in effetti),per affermarsi e conservarsi, si avvale sì della Parola (oggi diremmo della capacità di comunicare, cioè di costruire un Mondo con le parole[14]) ma soprattutto di un braccio armato che ,di fronte all’affiorare degli elementi inerti che non rientrano nelle ritualità previste, agiscono direttamente, senza mediazioni.[15]
L’inchiesta di Bernardo è esemplare della maniera rapida con cui la caccia alla verità si sviluppa quando si parte dal una idea di Mondo assolutamente netta e indiscussa (indiscutibile). Non dialogo o dialettica ma ripetizione.
All’inizio ci sono degli ‘universali’ (schemi) attraverso cui le cose che accadono sono destinate inevitabilmente ad essere spiegate: in particolare, il fatto che tutto quello che devia dalla ‘retta’ via del Bene (del comportamento e della conoscenza) deriva indefettibilmente dall’azione del Maligno (il diavolo). I postulati su cui si regge questa convinzione sono quelli propri del razionalismo aristotelico, secondo cui è certo che
- da un lato ad ogni effetto corrisponde una causa,
- dall’altro che risalire alla causa è possibile affidandosi alle procedure logiche della deduzione.
Naturalmente il razionalismo della tomistica (che consiste in un adattamento dell’aristotelismo al cristianesimo), si propone sempre di far risalire tutte le causalità particolari ad una causa generale (Il Primo Motore, il Motore Immobile) che nel Mondo cristiano non può che essere Dio. L’Uno appunto e non il Molteplice.
In sostanza, se è vero che ogni accadimento è effetto di una causa, e se è vero che la causa di ogni accadimento alla fine è Dio, ebbene la ricerca della causa di quello che accade davanti ai nostri sensi non può che partire dalle Verità indubitabili che risiedono nel Sacro (Trascendente) e che i depositari della parola di Dio (sacerdotes) conoscono attraverso le sacre scritture, che non sono altro – nelle parole di Jorge, il saggio depositario dei segreti della Biblioteca – che un continuo ‘riscrivere’ quello che è già stato scritto.[16]
Entro questo quadro, la tortura con cui si procede all’interrogatorio degli accusati appare un’opera di charitas, perché abbrevia la via dell’inchiesta, perché consente immediatamente di confermare le Verità indefettibili da cui si non si può non partire. Il postulato che garantisce la giustezza di questa pratica di ‘indagine’ è che Il Male è sempre opera del Diavolo: si tratta solo di avere le ‘parole’ dei responsabili materiali del male per confermare questa Verità. In questo modo si conferma il Codice Simbolico con cui si rende stabile (si conserva) la struttura ordinata che la società si è data. La premessa maggiore (tutto il male deriva dal demonio) trova conferma nel caso particolare (Salvatore fornica, Remigio ammazza), indipendentemente dal fatto che continuano ad accadere cose che contrastano con le parole estorte ai due. Le loro parole sono ‘vere’ dentro la procedura dell’Inquisizione, sono false se al di fuori del processo le mettiamo a confronto con i fatti.[17] Qualunque lettore / spettatore riesce a cogliere questa contraddizione.
È quindi propriamente necessario Il processo per confermare i risultati di questa ‘forma’ di inchiesta: è quello il luogo (sacralizzato) dove le parole diventano vere o false. L’inchiesta (la quest, la ‘ricerca’) è una sorta di impiccio che rallenta la ovvia applicazione della deduzione infinita secondo cui ogni atto sbagliato è effetto della causa sbagliata (ecco la famigerata reductio ad unum).
Induzione e abduzione
Ma è nel processo che infine emerge il contraddittorio: alle procedure deduttive di Gui si oppongono le parole di Guglielmo, che pur avendo posizioni sicuramente critiche rispetto al procedimento d’indagine, evita accuratamente di andare allo scontro diretto, trascinato magari dalla passione che pur traspare dal volto, e si limita ad elencare semplici dati di fatto.
In questo modo in realtà
- sia evita di trasformare il contraddittorio ‘teorico’ in uno scontro di psicologie o caratteri (mette da parte, insomma da scienziato, le emozioni personali)
- sia continua a rispettare le regole di ubbidienza che caratterizzano i credenti (e i fraticelli per primi)
- ma anche sottilmente mette in chiaro le falle del procedimento dogmatico che caratterizza quel tipo di processo (ovvero il fatto che l’inchiesta deduttiva semplicemente elimina dalla scena della ricostruzione tutti i dati che non rientrano nella scena immaginata come ‘mondo’).
La strategia di Guglielmo in sostanza mira a mettere in chiaro che fuori del quadro ‘riduzionistico’ proposto da Bernardo, esistono dati di fatto che resistono alle deduzioni del razionalismo sacrale e chiedono un altro percorso di ‘messa- in – forma’.
Insomma Guglielmo mostra di procedere non con l’arroganza di chi pensa di avere raggiunto l’episteme, ma con la modestia epistemologica di chi ‘sa di non sapere’ (per dirla con Socrate). Quando fa domande, le fa a sé ancor prima che agli altri: [18] i suoi dubbi nascono proprio dal fatto che egli considera (osserva) proprio quegli elementi che la ‘deduzione’ elimina come insignificanti. Insomma l francescano procede per induzioni e abduzioni[19], attaccando scandalosamente non tanto e solo l’accusa elaborata da Gui al presente, ma la stessa inattendibilità della procedura di conoscenza propria del Tomismo, cioè del Sacro che si atteggia a ‘filosofia’ cioè a ‘scienza’.[20]
Di fatto l’indagine di frate Guglielmo ( ricca di ipotesi sulle cause di quel che sta succedendo di strano nell’abbazia) è anche ricca di errori che alla fine portano davvero a dubitare della possibilità di poter disporre di una procedura di conoscenza delle cose in termini di cause ed effetti.[21]
L’incendio
Lo scacco dell’indagine dall’una come dall’altra parte è in effetti totale. E questo vuole probabilmente significare l’incendio della Biblioteca: che l’agire umano, nella sua presunzione di poter conquistare la conoscenza e controllare il corso degli eventi, non è altro che una produzione di macerie[22]. I resti bruciati della biblioteca in fondo paiono voler dire che l’ambizione del sapere non è altro che un mai finito processo di costruzione di testi che, pur nella loro presunzione di aver segnato precisi confini in un campo di sapere (con la cornice di inizio e fine), sono destinati a rimanere sempre frammenti, illuminazioni limitate di piccole parti del mai finito campo della verità[23]. Insomma la scienza è ‘costruzione’ ma anche ‘distruzione’ di regole.
La metafora dell’incendio vuol alla fine ricordare che la laicità comincia appunto con la distruzione definitiva dell’idea che esista una teleologia (qualunque teleologia) nelle cose che accadono, che ci sia un disegno (divino o umano) a farle muovere: se sbaglia Jorge, se sbaglia Gui, sbaglia anche Guglielmo.
L’incendio finale , se esaminato in termini di causalità, è davvero l’effetto di un eccesso di fede (laica o sacrale poco importa): e alla fine, nel percorso di ricerca di Adso, rimane chiaro che se qualcosa l’uomo può davvero costruire è solo una provvisoria ‘forma’ d’ordine e di significato, in una combinatoria senza fine, che magari a volte, per pura “emergenza”, pur “immaginando ordini errati” riesce a far “trovar qualcosa” (“funziona”).
Cecità
Ad appiccare l’incendio è il vecchio cieco Jorge[24] . La sua cecità, che ripete chiaramente quella degli antichi oracoli della mitologia classica, vuole sottolineare come solo la distanza dai sensi consenta di andare oltre l’hic et nunc, di procedere dall’immanente al trascendente, ovvero a costruire simboli e concetti astratti che rassicurino. Ma questa stessa cecità sottolinea anche come chi ne è dotato (quindi chi è portato a ragionare per principi generali ) rischi anche una ironica incapacità di dare attenzione ai dati dal basso, alle cose quotidiane singolari e differenti l’una dall’altra con il loro carico di affettività e di storicità; cose con cui alla fin fine dobbiamo pur fare i conti nella vita di tutti i giorni.
Vicino – Lontano
Stando così le cose, sembrerebbe che la conclusione della storia dia ragione proprio alle posizioni di chi, come Jorge, vede la Fede come unica via di avvicinamento all’incommensurabile divino[25]. La ragione pare dunque essere un mezzo efficace a ‘giocare’ con le ‘idee’ e i ‘termini’ per così dire a breve termine ma non con quelli a lunga gittata: efficace con il visibile ma inadatta per l’invisibile. Le parole non dicono ma evocano il mistero[26].
Naturalmente entro questo quadro, difficile è il compito del nuovo “chierico” laico alla Okham: si dà come scopo la ricerca della Verità, ma sa che questa Verità non è nascosta dentro un Mondo chiuso, che, pure quando somigli ad un labirinto, indefettibilmente ti propone simboli che davvero possono portarti alla conoscenza; egli sa di muoversi come i cavalieri delle saghe cortesi dentro una foresta colma di sorprese (monstra)[27] , sa che nella foresta del presunto Mondo troverà non verità ma solo indizi che consentono di ‘giocare’ a costruire Figure. La ricerca della conoscenza porta sempre al conflitto e alla lotta: ma contro l’ignoranza non contro l’Errore. E porta al rischio della persecuzione, alla tentazione del nascondimento e della dissimulazione, nonché dell’arroganza e della presunzione. Il chierico laico sa che le sensazioni rivelano in qualche modo la causa delle cose, ma anche che possono velare la vera conformazione delle cause: insomma Guglielmo, attraverso gli errori, impara , per dirla con Hume, che la sensazione resta un puro fenomeno sulla cui base non è più consentito affermare qualcosa intorno alla realtà esterna.
L’umano come formazione
Allora ecco emergere la figura apparentemente secondaria di Adso. Il ragazzo sembra semplicemente destinato ad interpretare l’equivalente di quel ‘senso comune’ di cui si fa in genere portavoce nei plot polizieschi moderni l’assistente del detective, il ruolo di Watson rispetto a Holmes: nella sua inesperienza del mondo e della cultura appare appunto il complementare necessario per rafforzare semioticamente un significato[28], ovvero l’allievo che sta lì ad imparare quale sia l’efficacia delle procedure del maestro e quale sia il pericolo a cui si è esposti se non si ricorre adeguatamente alla forza della ragione. Adso è insomma l’uomo comune che è comune perché nella sua strategia di sopravvivenza dà spazio alle vie sbrigative delle passioni più che a quelle lente e difficili dello studio. Del resto è sua la voce che racconta: è la voce di chi possiede una prospettiva del tutto esterna alle questioni complesse della filosofia, della teologia o della scienza, e si limita ad eseguire (come la quasi totalità dei monaci) i rituali che danno significato al tempo e al luogo[29]. Accettare quel che succede affidandosi alle emozioni [30] e limitarsi delle eventuali spiegazioni che arrivano dall’alto di chi possiede la conoscenza: questo è lo stile di vita dell’uomo comune Adso, questa è la prospettiva straniata con cui si osservano le beghe intellettuali. Beghe appunto e non sostanza di vita sono per l’uomo comune (ovvero per il pubblico di massa contemporaneo) le questioni intellettuali di qualunque tipo.
Ma questa modestia epistemologica è davvero la stessa dell’uomo di cultura contemporaneo che, dopo aver attraversato la modernità in tutte le sue forme di ricerca e di arroganza, ha raggiunto ormai la consapevolezza di quanto sia limitata ogni procedura conoscitiva umana e recupera una prospettiva di modestia e dubbio che finisce per dare nuovo risalto proprio al ‘corpo’, alle passioni. Insomma la passione di Adso è forse indizio della inevitabile attenzione che noi contemporanei, dopo gli eccessi della logica cartesiana, diamo al corpo. Questo corpo è soprattutto quello delle passioni mentre i laici umanisti, in parte, avevano identificato solo come equivoca fonte di conoscenza[31].
Il (lieto) fine
Il lieto fine della conclusione del film , in parte contrastante con il romanzo (segnato dalla morte dei cattivi, dalla salvezza dei buoni, dalla continuazione dell’esistenza della ragazza, lo scambio di sguardi e carezze tra Adso e la ragazza) esplica probabilmente quel che il libro (e il titolo del libro) sembra voler solo allusivamente far trasparire. Anche se è un singolo episodio, il contatto sincero tra due concrete persone, posto come è alla conclusione della trama, rimane a dare pienezza di senso e d’orientamento alla vita umana altrimenti oscura e senza direzione, occlusa dai protocolli della funzione sociale casualmente occupata, protocolli decisi sulla base di categorie che astraggono e comprimono le differenze individuali. Questa conclusione pare voler dire che non sono dunque le parole a dare senso alle nostre esistenze di uomini comuni (diversi cioè dall’ amor scientiae di Guglielmo), ma soprattutto le emozioni: tatto soprattutto, nella pura materialità di due corpi che sono spinti dalla necessità della propria jouissance[32] e che si trovano in sintonia per una volta, entro questo o quel contesto orripilante. Anzi proprio per quello. È così che Adso da vecchio può concludere che “rivedo il volto di quella fanciulla che ho sognato tante volte nella mia vita di.”
Adso in ogni caso a modo suo, senza le forme estreme del carnevalesco distruttivo, dà voce narrativa all’altro elemento antropologico che domina la società del tardo medioevo, ovvero quello del carnevalesco, cioè del popolo. Questa prospettiva, questo modo di pensare al mondo[33], in tutti questi secoli è stato condannato alla damnatio memoriae nei libri dei colti, medievali e non: per le persone comuni accanto ai libri (dei chierici di qualunque tipo) , accanto agli ideali (i codici propri dei ceti altolocati) , esiste una prorompente visione diffusa tra la stragrande maggioranza della gente (laboratores), quella che valuta come prioritario il benessere corporeo, il mangiare, il godere, il divertirsi. Nella storia raccontata da Eco sono i frati dolciniani(quelli che sovrintendono alla cucina e che di fatto soddisfano , nella rivelazione di Remigio, i bisogni della pancia e della verga, beffandosi delle istituzioni di cui sono rappresentanti strutturali) a riproporre questi valori in un contesto di riprovazione e depravazione (il processo e la tortura) ma con una chiarezza intellettuale che ovviamente manca ai poveri affamati del villaggio che cercano di sopravvivere rubacchiando i beni del convento. I ragazzi (Adso e l’amata) stanno lì alla fine a significare la protesta filosofica nascosta negli eccessi del carnevale: per vivere (non solo sopravvivere) occorre comunque partire dai sensi, ovvero dalle passioni. E dopo su queste costruire forme simboliche che diano loro senso.
2 La narrazione come storia della cultura
L’intellettuale è di fatto il protagonista del libro / del film fin dal titolo . “Il nome della rosa” è l’espressione medievale con cui si esemplificava nel medioevo il potere del linguaggio: anche in assenza della rosa concreta, la parola rosa fa emergere ‘la rosa ’ come se fosse vera e concreta, con tutti i suoi qualia, dando al corpo gli stessi stimoli (o quasi) che la rosa vera e propria. Le parole sono il medium ineludibile che si frappone tra uomo e realtà, creandogli (come già sanno gli empiristi quando parlano delle sensazioni) sia una rivelazione delle cose del mondo (che esistono solo se hanno ‘nome’) sia una velatura (perché le parole ovviamente sono uno schermo, una rappresentazione, che non ci consente mai di attingere l’ontologica essenza della realtà in sé). È in effetti la fondamentale idea che caratterizza la maniera di porsi di fronte al mondo alla fine del XX secolo: identificata ovviamente con una nuova parola ( ‘postmoderno’) afferma la fine delle ‘grandi narrazioni’ (le ideologie, ovvero dell’idea che la storia umana abbia un telos, immanente o trascendente poco conta) e l’inizio di un nuovo modo di stare al mondo, ovvero una sorta di navigazione a vista in cui il discorso sulla verità diventa una questione che interpella prospettive diverse: fuori della arrogante chiusura dell’accademia (Gui e Jorge, ovvero il braccio armato del Potere e la biblioteca, cioè la storia stessa della cultura) , esiste tutta una pletora di nuove pratiche intellettuali (come la semiotica, le neuroscienze, le psicologie di vario tipo, la teoria dei sistemi, la fisica quantistica ecc. ecc.) che moltiplicano le risposte alla stessa domanda, imponendo di fatto sia la specializzazione disciplinare sia l’obbligo della transdisciplinarità. Di fatto oggi si procede su due vie parallele; gran parte delle pratiche intellettuali si è assuefatta a procedure ripetitive di tipo protocollare (tecniche che si pongono dubbi solo entro la propria ‘provincia’ di ricerca specializzata ) e poche continuano a nutrire dubbi olistici, a cercare di connettere quel che appare sconnesso. Insomma di fronte al crescere o al permanere del Mistero da un lato la soluzione ‘positivistica’ (la ‘limitazione del campo’ la riduzione del molto ad un ambito preciso), dall’altro quella umanistica (la visione globale delle relazioni, la visione della realtà come un sistema dinamico e aperto).
Lo stesso regista, nella scelta delle immagini con cui apre la storia, sembra invitare il pubblico a riflettere su questa situazione: il film infatti comincia con uno sfondo nero, su cui appare ad un certo punto una scritta con cui dichiara che la sua opera è un ‘palinsesto’ del testo scritto da Eco, cioè una scrittura nuova fatta a danno e sopra la vecchia scrittura. È la chiave tipica del modernista : la consapevolezza che ogni conoscenza è in effetti nuova solo nella misura in cui si aggancia a qualcosa di inesistente, che le nostre conoscenze di ‘nani’ sono lecite solo perché si appoggiamo sulle spalle di giganti .
Dopo questo indizio, la storia propone attraverso le vicende dei personaggi, un codice ermeneutico, una serie di elementi inutili per far progredire la vicenda ma fondamentale per ricostruire il ‘senso’ del sottotesto, l’invisibile generale concetto che l’autore (Eco) vuole far arrivare al pubblico. L’ipotesi che possiamo fare in questa direzione è che tutto il tessuto antropologico che sorregge la storia è prende forma sulla base della coppia semiotica Stasi / Movimento. C’è chi sta fermo o chiuso, c’è chi si muove e infrange confini: questi gesti sono appunto decodificabili come segni narrativi delle forze in gioco alla fine del Medioevo per quanto riguarda il modo di interpretare il ruolo di chierico e quindi del modo stesso di intendere il Mondo.
- Jorge difende il Mondo (sotto il segno dell’immobilismo, il recinto (il labirinto)[34]. È quello che Baumann definisce “giardiniere”, nel senso che sta ben attento a costruire appunto percorsi, viali, aiuole, recinti fontane, tutte all’interno di un preciso territorio di Verità, Miti, Riti, Icone. Insomma mira a rendere sicura e precisa ogni parte del territorio circoscritto in cui può muoversi in modo automatico, anche senza i sensi, con l’appoggio delle mappe mentali che gli danno certezze, che gli permettono di evitare ostacoli. Il giardino che difende è ovviamente la biblioteca, ovvero metaforicamente la Conoscenza, che se limitata, escludendo soprese, non può che assicurare il controllo dell’ansia: così chi vi sosta non ha che da scegliere il luogo di sosta, ben tranquillo che ovunque si appoggi non vi può che essere serena ripetizione di verità. È chiaro che questo giardino corrisponde alla Chiesa dell’Epoca come istituzione: ma la storia ci dice che presto ci saranno altri giardini (come le Corti) a presumere di dover difendere a qualunque costo il ‘giardino’ della Verità (la propria). È in sostanza l’intellettuale che consente il totalitarismo.[35]
- Gui è la mano armata del potere, che ha il compito di ricreare la stasi nel momento che qualcuno si muove dall’esterno e cerca di muovere le acque del giardino. È il guardiacaccia di Baumann, quell’intellettuale che si dà il compito di impedire ogni modificazione possibile nel territorio ben delineato come proprietà del Potere. Va a caccia dei pericolosi eversori, di quelli che vogliono modificare l’ordine che è presente, e agisce con armi e ferocia per tenere alla larga ogni virus: è il prototipo del futuro burocrate, che presto negli ambienti laici della modernità assume la veste del ‘secretario’ , di colui che è necessario congegno della macchina statale, del ‘ministro’ che procede senza esitazioni all’interno della ragion di Stato come puro esecutore di protocolli e che quando si parla di res publica pensa al Potere e non al suddito.[36]
- Guglielmo al contrario è colui che pur vincolato al Mondo, al giardino (essendo frate di un ordine riconosciuto non può non stare alle Regole: anzi ogni ordine si dà la sua regola che è un sotto insieme di quella generale della Chiesa ), cerca di uscirne, di indagare quello che c’è fuori di quel Mondo Giardino per ritornavi con le scoperte apprese e magari cercare di dare al luogo una nuova forma. Avverte il fatto che il codice simbolico vigente ha delle falle, che la sua Verità è in effetti un inganno, e pone il problema di aggiustare il tiro, ancor prima che una soluzione[37]. È l’intellettuale che preferisce davvero abbandonare le vie tracciate e affrontare dirupi e intoppi, che addirittura preferisce andare oltre le frontiere segnate a cercare di svelare il mistero che balugina lontano. Guglielmo è icona del futuro pensatore libertino, che a partire dal Cinquecento, prima di essere identificato con gli eccessi dei piaceri è davvero un cercatore di libertà, ovvero diremmo oggi di diritti.[38]
Passando ad esaminare da vicino le specificità della trama, sono almeno due le tematiche su cui riflettere e che consentono di dare una profondità probabilmente inaspettata alla tematica dell’inchiesta :
- Il fatto che la cornice intellettuale entro cui tutto si svolge è la questione fondamentale per la teologia cristiana dell’epoca medievale, quella della ricerca della via da seguire circa la ri – distribuzione della ricchezza, se vogliamo dirla in termini moderni; ovvero della posizione che la Chiesa avrebbe dovuto prendere rispetto alla questione della “proprietà”. Questione che vede contrapposta la Chiesa di Roma (la cui inchiesta porta alla necessità di rispettare la stratificazione sociale, come rispecchiamento di un ordine che appunto viene dato dal trascendente e in quanto tale non va modificato, non richiede appunto ‘movimento’, inchiesta)e i movimenti ereticali, qui rappresentati nelle due versioni estreme, l’una – i dolciniani – esterna al sistema che in nome del pauperismo arriva ad uccidere chi ha le proprietà (vescovi ecc.) , l’altra interna alla chiesa che contesta non le persone ma il principio stesso (cioè l’interpretazione intellettuale da dare al libro sacro). Insomma la stasi e la ricerca.
- La ricerca del presunto secondo libro della Poetica di Aristotele sulla Commedia, ovvero sul Riso: la dimensione della satira che appare all’origine stessa della tragedia e del pensiero greco come strumento fondamentale per fare i conti con le effervescenze del Reale lacaniano. Il ridere come salute, salvezza dalla disperazione, come strumento emancipatorio dalla paura e dal terrore con cui il Potere, ogni potere, dispone dei corpi dei membri del proprio Mondo. La satira che vuol dire appunto portarsi fuori dal labirinto costruito a danno delle singole persone per impedir loro di avere posizioni estranee alle forme già in atto, la satira da cui nel Rinascimento riparte la pratica del libertinismo che porta poi all’affermazione dei Diritti , anzi alla ricerca dei Diritti come contrappeso al terrore del Potere (di ogni Potere). La satira come premessa dell’invenzione stessa dello Stato moderno, della Modernità come nuovo modello antropologico di gestione ed edificazione dell’umano.[39]
3APPENDICE
Il romanzo di formazione di Adso
Il film è in conclusione un’opera postmoderna. Anch’esso, sulla base del libro,
- da un lato sa rappresentare la complessità propria di ogni specifica situazione umana (quella del convento, fatta di esistenze singole che si agitano tutte – ma ognuna a modo suo- verso la conquista della propria autonomia e tutte condannate alla sconfitta per il sopravvento di flussi di forze di varia origine e di imprevedibile azione);
- dall’altro sa far emergere la singolarità di tante storie personali, raccontate sia in modo lineare nella loro temporalità narrativa sia in modo anamorfico: infatti se è vero che nel testo c’è una voce narrante che assicura uno specifico punto di vista autoriale che assicura la pienezza e la facilità di una specifica continuità di situazioni, emozioni, riflessioni, c’è anche nel sotto – testo un intreccio ricco di altre storie (ovvero di altri punti di vista) che sta al lettore individuare e intersecare, con approccio ermeneutico, in modo da scoprire quanto sia complessa la rete di fattori che determinano i singoli ’eventi delle nostre esistenze.
In primo piano quindi la narrazione di un vecchio monaco francescano che alla fine della sua esistenza si sente in obbligo di fare il punto sul senso della sua vita: è quella esigenza tipica, secondo le neuroscienze attuali, del Sé cosciente, che per acquisire la dimensione più libera della propria edificazione della ‘persona’ prima o poi deve passare dalla fase in cui il Sé si limita a far i conti con gli ostacoli che lo limitano nell’espansione della propria jouissance a quella in cui in cui il Sé diventa appunto consapevole ‘persona’, ovvero consapevole protagonista di un copione (tra i tanti possibili esperiti intorno a sé, nei continui incontri – scontri che caratterizzano l’esperienza).[40]
La scelta di Eco e Annaud è stata però quella di assumere come punto di vista privilegiato non quello di un Sé particolarmente consapevole delle questioni filosofiche artistiche e scientifiche implicate in questa dimensione artificiale del nostro modo di stare al mondo, ma quello di un Sé , per così dire, medio: quello di un monaco che rimane interno ad un sistema (la chiesa, il convento) senza acquisire ruoli e consapevolezze particolari della complessità delle cose, senza porsi in modo particolare il problema di di trascendere l’immediato hic et nunc e che si limita a ripetere i protocolli che la situazione, il ruolo e l’abitudine propongono.
Questa scelta narrativa forse spiega il grande successo di massa che hanno avuto il libro e il film: lo spettatore medio è guidato ad entrare in un mondo lontano attraverso una prospettiva che è molto vicina alla sua, di uomo postmoderno, che vive all’interno di una società senza centro apparente, in cui pare che l’unica cosa certa che rimanga è coltivare il proprio orticello, senza illusioni sulla possibilità di dar senso alla propria esistenza che riempiendola di emozioni.
Questo è in effetti quanto si percepisce nel film più che nel libro: abbandonate le dotte citazioni, i lunghi excursus intellettuali, la storia poggia molto di più sulle emozioni, a volte elementari a volte complesse, del frate che è vecchio nella voce che racconta (cioè nella enunciazione) ma è giovane nella dimensione della storia raccontata (enunciato). Lo spettatore tende inevitabilmente a condividere le emozioni del ragazzo inesperto che acquista, attraverso una serie di choc, una sua visione del mondo e conseguentemente la necessità di scegliere tra i tanti copioni [41] personali con cui deve fare i conti.
Lo spettatore si trova più o meno consapevolmente a rivivere le stesse forme del romanzo di formazione, cioè di una forma narrativa con cui si accompagna un giovane ‘moderno’ nel suo progressivo processo di acquisizione di una ‘forma’, quella che si dà per scontato sia propria dell’adulto. Adso incontra tante figure umane strane, sperimenta tante situazioni inaspettate che creano spostamento e turbamento rispetto al suo passato, al punto che, rapidamente, è costretto a fare valutazioni, a fare delle scelte in situazione, fino a darsi appunto una ‘forma’ abbastanza stabile, uno stile di vita che lo accompagni verso i canali della sicurezza, dello star – bene nel tempo a seguire, da cui un giorno come già detto emerge il bisogno di un bilancio, di una ri – capitolazione (per usare una parola chiave della visione di Jorge) che rimetta a posto tutto il passato in modo da dar conto della sua ‘permanenza’ nell‘Essere piuttosto che nel Divenire. Star fermo , chiudersi nel forte isolamento del convento senza protendersi oltre le mura delle regole, delle routine; applicare protocolli, mantenendo il sacro “timor di Dio” di cui parla Jorge, è la strada oscura e noiosa della esistenza ‘media’ che evita il brusco scombussolamento, che evita il rischio dell’esposizione, della trasgressione, dell’esplorazione, dell’inchiesta (ovvero il ‘copione’ di Guglielmo)
Ed ecco proprio attraverso questa forma di superficie , sicuramente centrale sul piano della comunicazione con lo spettatore medio, emerge una trama secondaria, un sotto testo intessuto di allusioni, citazioni, rinvii, veri e propri giochi a chiave, per cui la forma superficiale assume anche l’aspetto di un racconto anamorfico, capace cioè di offrire appunto la possibilità di ri – leggere gli stessi fatti raccontati dal giovane Adso alla luce delle altre possibili opzioni esistenziali interpretate dai tanti personaggi con cui viene a confronto. A partire ovviamente dal ‘maestro’ Guglielmo.
In effetti sono tre le categorie di persone con cui il ragazzo si incontra:
- quella alta, dei monaci che o vivono all’interno dell’abbazia o vi arrivano per condividere le stesse pratiche di vita cenobitica – pasti, preghiera, lavoro nello scriptorium o nei vari laboratori (cioè quelli che allora venivano chiamati chierici e che sono a fondamento di quella categoria che il Novecento indica con il nome di “intellettuali”)
- quella bassa, del popolo, anzi del popolino, che vive all’esterno del convento, esclusa sia fisicamente dal perimetro del centro di potere, sia dallo stile di vita che vi si svolge: sono quelli che alla luce della cultura dello scrivere sono bollati immancabilmente dal marchio dell’ignoranza, distanti come sono dai libri custoditi nella biblioteca, il cui compito è appunto di lavorare e di limitarsi (se ci riescono) a sopravvivere, cercare proprio solo i mezzi necessari per la sussistenza. In effetti Adso viene a contatto solo con i più diseredati.
- quella media, cioè quella parte dei monaci dell’abbazia, che o per compiti istituzionali o per scelte personali sono di fatto a contatto con i derelitti che si muovono all’esterno del convento e che mostrano la vere fondamenta su cui si regge la ‘pura’ vita degli intellettuali: sfruttamento economico (riscuotono le decime) e sociale (fanno violenza carnale)
Il giovane Adso si trova a conoscere questo Mondo non in un qualsiasi momento di routine, che nella mancanza di evidenti conflitti (società fredda), eventualmente consenta di accettarlo tutto come una emanazione diretta della volontà di Dio (secondo il discorso ‘sacro’ dei chierici appunto); ma in una fase di turbolenza (morti varie, scontri ideologici) che gli mettono sotto gli occhi quello che in genere rimane implicito, cioè non percepibile, ovvero il tessuto di violenza che sorregge la tranquilla ricerca intellettuale dello scriptorium (società calda).[42]
Dapprima sembra che tutto confermi la verità dei postulati teologici che spiegano tutto il male attraverso il ricorso alle invisibili forze del maligno: e se ne angoscia. Poi comincia a percepire la distanza che esiste tra le regole astratte della teologia (il processo) e la concreta dimensione dei fatti che implicano le singole persone; comincia allora a capire che le cause delle cose che accadono sono qui tra noi uomini più che là in alto e là nel buio del nulla.
Ne nascono allora fortissime emozioni di trauma, e la reazione è appunto emotiva: tenta di aggredire Bernardo non in quanto teorico e attore della Sacra Inquisizione, ma come colpevole della specifica ingiustizia fatta ai danni della ragazza che lui ha conosciuto e amato. Non arriva certamente a trascendere l’evento particolare per inquadrarlo come una delle possibili varianti dello scontro filosofico in atto tra francescani e domenicani, tra nominalisti e tomisti. Per lui quelle rimangono turbolenze troppo astratte, proprie di chi come il suo maestro dedica tutta la passione non alle persone ma ai libri.
La persona che si chiama Adso sente di confrontarsi quindi solo con altre persone simili a lui, persone che si chiamano Jorge, Bernardo, Salvatore, Severino, Remigio, Adelmo ecc.: e a contatto con loro vive sentimenti ed emozioni diverse, che gli consentono di sperimentare i diversi effetti che possono procurare all’animo umano le varie manifestazioni della humanitas. È così che infine impara a tenersi lontano dalle scelte che ‘eccedono’ la via di mezzo e perciò procurano angoscia e dolore.
Ma lo spettatore accorto, come detto, attraverso quei personaggi è in grado non solo di confrontarsi con le ‘storie’ dei personaggi, più o meno simpatici, ma di arrivare a individuare, attraverso i loro stili di vita, i prototipi delle forme con cui gli uomini rispondono ai problemi esistenziali di fondo (che devo fare? significa quello che faccio? A che porta?). Insomma le azioni specifiche dei personaggi possono essere letti
- sia come modelli di comportamento
- sia (a un livello più astratto) come modelli cognitivi ed etici
Così se consideriamo la categoria di personaggi prima definita alta, insomma degli intellettuali, il lettore esperto è chiamato a riflettere sulla vera questione su cui è chiamato a fare la scelta l’uomo di studio: fermo restando che la sua funzione è quella di cercare , anche in nome e per conto degli altri che non studiano il significato trascendente[43] delle cose che accadono, di voler cercare il vero oltre la dimensione materiale delle cose, l’alternativa è tra la quest della ricerca in mezzo al disordine e il rinchiudersi in una sorta di isola (utopia). Questo cercare di superare la condizione dei sensi e costruire altri mondi con le ‘parole’ (il nome della rosa appunto) comporta tutta una serie di imprevisti. Proprio le vicende di tutti i monaci dello scriptorium contribuiscono a far riflettere sulle tante vie laterali che la condizione intellettuale comporta: omosessualità, arroganza, sensualità, invidia, fanatismo ..
I personaggi del livello basso (i poveri affamati) al lettore sembrano ribadire una vera e propria minaccia. Sono alla lettera senza nome, come a dire che non sono persone, quindi non hanno dignità e tantomeno diritti, insomma l’icona del ‘fallito’ della contemporaneità. La regola implicita (ma chiara) in questo loro inutile e disperato movimento esterno al convento è per il pubblico di oggi: se non entri a far parte del convento, del mondo dei privilegiati, sei condannato alla indigenza, alla dipendenza, al ricatto, alla sopraffazione. [44]
Il livello medio dei personaggi infine pare voler offrire al pubblico lo stile di vita più semplice da realizzare ma anche più in bilico: se ci sono quelli che si dedicano alla ‘trascendenza’, ebbene occorre pure chi stia con i piedi per terra e curi le necessità materiali del cibo e dell’ordine concreto che consenta quella sorta di viaggio verso il buio della conoscenza. Monaci tecnici per così dire, che rendono davvero possibile il funzionamento della macchina – conventuale. Senza voli, concretamente attenti a praticare ognuno il proprio protocollo. Con la tonaca, ma facilmente teso alla routine della jouissance dell’immanente. E soprattutto insensibile a percepire il lato oscuro di questa dimensione tecnica della macchina di potere di cui è la longa manus: decime e violenza (all’inizio del film quando arrivano i francescani c’è una fila di contadini che stanno pagando su cui esercita la sua prepotenza lo storpio Salvatore), ovvero applicazione di ‘regole’ date.
Gli autori riescono in definitiva a far percepire quel che gli storici hanno chiarito da tempo: le questioni ereticali dell’epoca medievale sono questioni non tanto di tipo culturale quanto sociale. Sono vere e proprie lotte di classe esercitate con i codici culturali allora disponibili.
Tomismo, nominalismo, dolcinianesimo sono termini (nomi) che stanno ad indicare certamente scuole di pensiero, ma anche pratiche sociali che nella storia di Eco sono proposte attraverso i comportamenti dei vari personaggi che la vista di Adso propone anamorficamente come dire di sghembo, e che lo spettatore coglie soprattutto attraverso la trama da giallo.
Il tomismo è esplicitato nella doppia figura di Jorge e Bernardo:
- il primo a significare l’aspetto puro dell’intellettuale che ha a che fare con i libri e pensa che la sicurezza si conquisti determinando (attraverso la metafora del cerchio, segno di perfezione) un centro intorno a cui tutto gira: per cui esiste un Libro Unico (la Bibbia)– centro intorno a cui tutti gli altri girano, o meglio devono girare. La sua cecità è ovviamente citazione dell’antica figura del vate della classicità e della moderna figura del Borges postmoderno, della biblioteca di Babele, per cui tutti i segni dell’alfabeto hanno infine una numero enorme di combinazioni che però prima o poi sono inevitabilmente ripetibili. E quindi non vale la pena di cercare un progresso, ma una consapevole citazione costante del già detto: è sia l’antico che il postmoderno scrittore di storie, di fiction filosofiche, di miti.
- Bernardo è invece l’intellettuale organico, che mette la sua cultura al servizio del potere, che si preoccupa di estirpare le deviazioni, che vuole materialmente operare contro quelli che tracciano percorsi iperbolici, i devianti, gli strani, i clown,,, La sua procedura di ricerca è solo la deduzione: c’è un postulato da cui si ricavano tutte le conseguenze, e quel che non rientra nel quadro che esso richiede viene appunto eliminato come errore, peccato ecc.
il nominalismo è esplicitato da Guglielmo, dai suoi strumenti di misurazione, dalle sue pratiche di induzione e abduzione che non portano alla costruzione, quanto alla distruzione delle falsità nascoste nelle verità costruite surrettiziamente dai teologi e dai deduttivi. Ricerca dubbio arroganza, sconfitte caratterizzano questo modo di fare filosofia : e sono trabocchetti da cui non è capace di tirarsi fuori con la sua presunta superiorità intellettuale. Ogni volta che si tratta di fare scelte in momenti drammatici non sa davvero che fare o sbaglia clamorosamente: è solo il buon senso di Adso che lo salva[45] dal rischio di star tra le nuvole, di non sapersi muovere tra le cose reali. In questo ironico modo Eco/Annaud rappresentano cosa vuol dire essere un intellettuale ‘negativo’ alla maniera di Walter Benjamin: sono i disastri, la sperimentazione delle catastrofi, che consentono all’intellettuale di scoprire verità negative appunto, cioè cosa è che va evitato. Ma Guglielmo, da buon francescano, non può che essere anche portatore della filosofia del santo fondatore dell’ordine: si deve passare ‘attraverso’ le creature per arrivare a Dio, cioè per conoscere; si deve dare spazio al corpo, ai suoi stimoli, anche alla gioia di vivere, di godere delle cose che Dio ha messo in giro ( come impara Adso, anche della donna…). Per arrivare al ‘pulito’ bisogna ‘sporcarsi’.
Il dolcinianesimo è l’equivalente delle rivoluzioni brutali del XX e del XXI secolo, del semplicistico passage a l’acte che caratterizza i terroristi di tutti i tipi: quel movimento ereticale incapace di trascendenza (nel senso di leggere concetti là dove siano indicate cose o persone) prende alla lettera le parole, senza mediazioni, senza analisi filologiche, e più che cercare il vero, vuole immediatamente agire, senza porsi troppe questioni. Un attivismo, un irrazionalismo che si esplica prima nella distruzione del potente (si è già detto che questa tendenza al carnevalesco distruttivo prolifera già prima di Dolcino nel popolo dei laboratores) poi nella piena soddisfazione del corpo (carnevalesco costruttivo).
Adso, dopo aver attraversato tutte queste modalità di vivere e pensare, costruisce la sua ‘autobiografia’ centrando la sua vita sull’incontro fortuito con la ragazza senza nome, e soprattutto senza parole: sono i ricordi dell’emozione, della pienezza delle passioni spontanee, gentili nella loro immediatezza ( possibili solo all’inizio della vita, quando non ci sono troppi libri o troppe ferite a condizionarci) a dare senso alla sopravvivenza, dando ad essa una parvenza di esistenza[46].
The imitation game
La TRAMA
da Wikipedia
Inghilterra 1939. Durante la seconda guerra mondiale, il brillante matematico britannico Alan Turing decide di offrire le sue capacità al governo della sua nazione per collaborare alla decifrazione dei messaggi segreti tedeschi, crittografati con la macchina Enigma.
Turing si presenta al colloquio col comandante Alastair Denniston e lo convince ad assumerlo nonostante non conosca il tedesco. I primi dissapori si manifestano quando comprende che non dovrà lavorare da solo, ma in collaborazione con altri brillanti matematici. Solitario e perfezionista, Turing non viene preso in simpatia dai suoi colleghi e dal suo capo Hugh Alexander. Decifrare i messaggi criptati con la macchina Enigma è una missione ritenuta impossibile, in quanto si tratta di un dispositivo che presenta un’enorme quantità di possibili chiavi di codifica dei messaggi, e i tedeschi cambiano la chiave di codifica ogni giorno, allo scoccare della mezzanotte.
Divenuto capo del gruppo, con non pochi attriti con i colleghi ma con il sostegno del capo dell’MI6 Stewart Menzies, Turing decide di cambiare metodo: non più tentare di capire giorno per giorno quale sia la chiave, ma realizzare una macchina che decifri automaticamente ogni singolo messaggio.
Per selezionare coloro che dovranno aiutarlo a costruire un elaboratore che renda comprensibili i messaggi nemici, fa pubblicare su un giornale un cruciverba da lui inventato, da risolvere in non più di dieci minuti. Tra i candidati si presenta Joan Clarke, che svolge l’esame con una rapidità che batte quella dello stesso Turing. A questo punto Turing scrive una lettera al primo ministro Winston Churchill, chiedendogli un finanziamento di centomila sterline per costruire la macchina che deve impedire ai tedeschi di vincere la guerra. Con sorpresa di chi lo circonda, il finanziamento viene concesso. Nel frattempo, Denniston cerca di toglierlo di mezzo, prima accusandolo di essere una spia sovietica e, più avanti, minacciando di estrometterlo con la scusa che la macchina da lui ideata non produce risultati. Gli altri membri del gruppo, ormai convinti della correttezza del suo approccio, si stringono attorno a lui, ottenendo un mese di proroga prima della sospensione del progetto.
Per evitare che Joan torni a casa, come desiderano i suoi genitori, Turing le propone di sposarlo, senza però rivelarle di essere omosessuale.
Durante una serata in un bar, avviene la svolta: Turing comprende che bisogna restringere il numero di parole di cui cercare il significato, concentrandosi sulle ripetizioni, come quelle che compaiono nei bollettini meteorologici quotidiani. Tutti iniziano e finiscono sempre con le stesse parole: intuendo che esse sono il saluto nazista Heil Hitler, il gruppo riesce a decifrare il primo messaggio, che parla dell’imminente attacco ad un convoglio.
Si pone, a questo punto, il problema di non intervenire in modo sistematico contro gli attacchi nemici, perché i tedeschi non comprendano che è stato trovato il modo di decifrare i loro messaggi. Questo comporta che alcuni obiettivi vengano considerati sacrificabili, per non insospettirli. Ciò pone un dilemma morale quasi insostenibile, ma ha infine successo e, quando la guerra termina vittoriosamente, si può finalmente festeggiare.
Diversi anni dopo, le autorità stanno indagando su Turing e sulla sua omosessualità (descritta nei flashback della sua vita in collegio), all’epoca considerata reato e punita molto severamente. Turing viene condannato per atti osceni e gli vengono date due possibilità: essere incarcerato oppure sottoporsi ad una pesante terapia ormonale, la castrazione chimica. Turing, per non doversi separare dalla sua macchina, sceglie la seconda alternativa. Quando, qualche tempo dopo, Joan va a trovarlo, lo trova psicologicamente distrutto. Nonostante abbia contribuito a salvare milioni di vite, il 7 giugno 1954 Turing si suiciderà, all’età di 41 anni.”
Lo sfondo
Nell’Ottocento è emerso il limite della mitologia moderna dell’’uomo faber: la conoscenza porta progresso, ma anche catastrofi.
L’uomo si è assunto il compito di ‘modificare l’esistente’: si vede in grado di individuare le ‘leggi’ della Natura grazie alla sperimentazione e alla teorizzazione, cioè alla scoperta delle ‘invarianti’ che sono sottese alle manifestazioni superficiali (storiche, situazionali) degli eventi.
I fenomeni – che la religione considera effetto dell’inesplicabile ‘volontà’ del divino (sacrum) – in effetti sono stati percepiti dai Moderni, solo manifestazioni variabili di regole invarianti: e l’uomo – con la sua dotazione di ‘ragione’ (capacità di ‘astrarre’, di individuare ‘idee’ generali) – è (si sente) in grado di individuare queste invarianti, per poi ‘razionalizzare’ gli eventi possibili, trasformarli in modo da creare – con l’incremento di conoscenza – anche la competenza tecnica per controllarli. Dighe, giardini, abitazioni sono, da millenni, esempi immediati di queste qualità: si tratta solo di estendere i metodi (le procedure), tirando fuori dalle pratiche tradizionali i nuclei concettuali sottesi, ed espanderli a tutti gli eventi immanenti.
Questo entusiasmo porta alla fiducia nella possibilità di ‘rivoluzionare’ la Natura, di creare un Mondo Nuovo: in fondo la natura è come un Orologio (una macchina) che per funzionare ha bisogno di molti elementi connessi in strutture complicate; basta fare come un orologiaio provetto, cioè farsi un quadro analitico di quelle componenti e , se l’orologio non funziona bene, lo si scompone, se ne controllano le parti, e poi lo si ricompone. È così – sullo sfondo di questa fiducia nella possibilità di trovare prima o poi la ‘verità’ delle strutture nascoste – che emergono la Rivoluzione scientifica, l’Illuminismo, la Rivoluzione Industriale, il colonialismo, varie rivoluzioni politiche…
E soprattutto la fiducia che per l’uomo occidentale ‘avanzati’ in questa via di conoscenza – ci sia un ‘destino manifesto ‘ : creare civiltà e diffonderla nel resto della Terra.
Basta fare ‘progetti razionali’ e prima o poi si arriva alla meta!
2
Ma progressivamente ci si trova anche a fare i conti col fatto che i progetti hanno anche effetti collaterali non previsti (e tanto meno desiderati): ad esempio la distruzione dei sistemi di valori tradizionali, l’incremento della conflittualità sociale; ma anche il cambiamento della qualità dell’ambiente..
Il vero problema che emerge progressivamente una evidenza: che la ragione sia un dato universale è pura illusione. Essa non è applicabile allo stesso modo dovunque e comunque, in tutti i campi e in tutti i tempi: la stessa Natura rivela indizi certi del fatto che ha una sua evoluzione nel tempo. Così velocemente alla figura della Mondo Orologio si sostituisce quella del Mondo Organismo: il Tempo – che l’assunto ‘oggettivo’ della scienza moderna elide da ogni rappresentazione, nella pretesa di dire verità ‘assolute’, cioè valide sempre – è al contrario una componente determinante nel determinare i ‘fenomeni’ osservati.
Sono gli stessi scienziati che nelle loro ricerche, quando notano elementi che non si inseriscono bene nelle ‘regole’ fino ad allora previste, cercano di ‘scoprire’ altre regole, fino a trovarsi a di fronte a qualcosa che contraddice il mito del Progresso: l’Entropia ad esempio, la teoria del Campo, ecc.
La razionalità cartesiana insomma si rivela in effetti una convenzione nella sua pretesa di ‘assoluto’ , di invariante che vada bene in ogni circostanza: certo che ‘funziona’ bene; ma non sempre . emergono sempre più quesiti di fondo: ad esempio, l’”oggettività” con cui gli scienziati osservano i fatti di natura può essere applicata con eguale efficacia sui fatti umani? …
3
La soluzione, di fronte a questo empasse, è allora il Positivismo: la conoscenza viene ‘compartimentata ’, nel senso che la scienza non viene più rappresentata come un unicum da affrontare con le stesse procedure, ma come un sistema chiuso di discipline ‘speciali’, ognuna separata dall’altra, ognuna con un campo di ‘indagine’ e d’ ‘azione’ Finita (delimitata), insomma con una razionalità propria (iuxta propria principia).
Il Mondo allora, appena comincia ad essere percepito come un sistema dinamico aperto (cioè inconoscibile nella sua ontologia, incontrollabile nella sua totalità), viene indagato da tante prospettive diverse, in una serie di sistemi statici chiusi ( Finito) di ‘discip0line’ indipendenti l’una dalle altre. Separando innanzitutto, fin dalla fine del Settecento, le cosiddette ‘due culture’, quella umanistica e quella scientifica, con un esplicito invito alla gerarchia: da un lato la ‘verità oggettiva’, dall’altra ‘opinioni’.
È così che nasce la struttura stessa delle scuole occidentali: specializzate per fini (formare quadri o operai), per ‘materie’ , per metodi.
Nel Novecento abbiamo allora una sorta di schizofrenia culturale: la ricerca scientifica svela definitivamente l’inconsistenza della pretesa di verità delle scienze praticate dall’uomo ( a partire da quella più astratte come la matematica, Godel[47]); nella pratica di ‘potere’ culturale – nel tentativo di creare ‘ordine – si strutturano sistemi scolastici dominati dalla logica specialistica del Positivismo. È così che nasce la struttura stessa delle scuole occidentali contemporanee: specializzate per fini (formare quadri o operai), per ‘materie’.(discipline), di fatto per ceti (privilegiati ed esclusi[48])
Un effetto clamoroso di questa tendenza alla compartimentazione è la nascita della cibernetica. Sul piano concreto la sua affermazione è proprio dovuta al superamento della compartimentazione (cioè dall’incrocio di più discipline), ma sullo sfondo il principio fondamentale (ricavato proprio dalla compartimentazione) è che ogni prodotto umano è comunque un sistema finito, la cui organizzazione è alla fin fine pari a quella di un qualunque gioco (Game o play che sia).
Il termine cibernetica (dal greco: κυβερνήτης, kybernḗtēs, ‘pilota di navi’) indica un vasto programma di ricerca interdisciplinare, rivolto allo studio matematico unitario degli organismi viventi e, più in generale, di sistemi, sia naturali che artificiali.
La metafora del marinaio che governa la nave, consente in effetti sintetizzare tutto quel che avviene a livello epistemologico nel primo Novecento: c’è un mare, e c’è una barca e sulla narca un pilota. Non vi sono starde segnate ma il pilota puà tracciare le rotte che vuole in rapporto alla propria intenzione.
Il reale è un Non Finito /il mare), lo scienziato è il pilota che non ‘scopre’ le cose reali, ma construisce e interpreta codici.
Questa nuova disciplina nacque durante gli anni della seconda guerra mondiale, su impulso di un gruppo di ricercatori, tra i quali ebbe una parte predominante il matematico statunitense Norbert Wiener. Questi, pur provenienti da diverse formazioni intellettuali, erano uniti dall’interesse per gli strumenti concettuali sviluppati dalle tecnologie, allora emergenti, dell’autoregolazione[49], della comunicazione[50] e del calcolo automatico, e per la loro applicazione allo studio delle funzioni tipiche degli esseri viventi. Nel 1948 Wiener pubblicò La cibernetica[2]: in questo libro, che ottenne grande successo, definiva l’ambito di interesse e gli obiettivi della nuova disciplina, inaugurando anche l’uso del nuovo termine, da lui coniato.
La premessa teorica è la consapevolezza che ogni scienza corrisponde in fondo a un Finito con un numero limitato di componenti le cui connessioni possono essere organizzate in modo da simulare ‘ordini’ di ogni tipo. Ma non dicono ls verità, la costruiscono.
La cibernetica è nata dunque come un campo di studi comune tra l’ingegneria, la biologia e le scienze umane. Già da questo si comprende l’importanza fondamentale per la cibernetica dell’interdisciplinarità, che può essere immediatamente confermata dall’esame dei curricula estremamente variegati di tutti i suoi protagonisti. Un’altra caratteristica metodologica generale del metodo cibernetico è l’attenzione rivolta al comportamento (e alla sua descrizione matematica) degli oggetti del suo studio, più che ai dettagli della loro struttura materiale. Da ciò deriverà una tendenza alla definizione concettuale e, molto spesso, anche alla realizzazione fisica di modelli artificiali della realtà biologica, grazie anche alle nascenti possibilità della tecnologia elettronica.
L’interesse a uno studio comparato di animale e macchina, o di conseguenza al rapporto tra naturale e artificiale, rappresenta una caratteristica comune a tutti gli studiosi di cibernetica. L’ampiezza delle conseguenze di questo atteggiamento è tale da coinvolgere vari problemi di interesse filosofico; la cibernetica si caratterizza come una nuova forma di riduzionismo, innovatrice rispetto alle forme tradizionali di meccanicismo per aver messo in luce l’importanza del concetto di informazione nell’interpretazione dei fenomeni della vita.
‘Dare forma’ è quel che dice il termine ‘informazione’: i sistemi autoregolati della natura assumono ‘forme’ a cui spesso non sappiamo dare senso perché non corrispondono a quelle forme (modelli, schemi) che stabilizzano le esistenze; ecco con la cibernetica l’uomo arriva ad accettare che questo ‘dare forma’ può essere anche imitato dall’uomo, creando sistemi finiti dotati di regole artificiali. Play (senza fini) o Game (con fini di affermazione sull’altro).
Enigma, fin dalla Sfinge di Edipo, è un duello. Come nel caso dei tedeschi della Seconda Guerra Mondiale.
Scienza nuova o vecchia?
4
Il Problema
La macchina ‘pensa’? essa interconnette, mentre l’uomo ha finalità!
La coscienza è una parte del tutto che è la mente. Soltanto una parte del materiale informativo che circola nei canali cibernetici perviene alla coscienza e diviene conscio. Ciò che accade nella restante porzione della mente, ad esempio i meccanismi neurocerebrali (ma non solo questi), non viene trasmesso alla coscienza; anzi, proprio questa sezione inconscia della mente ha la funzione di selezionare e filtrare l’informazione che perverrà alla coscienza. Perciò questa non riproduce la totalità della mente, e questo deriva dal naturale e ovvio rapporto sistematico tra il tutto e le sue parti, le quali non possono esprimere l’interezza del tutto che le contiene.
Come un televisore, la mente riproduce sul proprio schermo, la coscienza, determinati elementi informativi, ma i meccanismi di tale riproduzione rimangono nascosti, dietro lo schermo. A partire da ciò, Bateson si domanda «come viene compiuta la selezione? Sulla base di quali principi la mia mente sceglie ciò di cui ‘io’ sarò cosciente?»
Abbiamo detto che la coscienza funge da guida nella stabilizzazione del circuito mentale cervello-corpo-ambiente. E’ dunque proprio per rispondere a quest’esigenza di stabilità ed equilibrio psicofisico che la coscienza esamina e seleziona ciò che gli viene trasmesso, dopo essere stato elaborato, dalla porzione inconscia della mente. La selezione avviene con lo scopo della conservazione.
E’ un principio di finalità che muove la coscienza. Essa ragiona secondo fini e scopi (e desideri). Si può trarre un esempio di questo dalla psicologia freudiana: il processo di ‘rimozione’ è infatti un meccanismo psichico che, col fine della stabilità e sicurezza mentale, elimina e allontana dalla coscienza elementi psichici considerati inaccettabili o intollerabili. In questo caso avviene una selezione in negativo: la rimozione appunto.
Ciò che è qui importante rilevare è che la mente sceglie in base ad un principio di finalità. Questo è però in contrasto con la natura sistematica della mente. Il procedimento secondo fini si scontra con il circuito processuale cibernetico dove non vige un principio di finalità, ma di interconnessione.
«Da un parte abbiamo la natura sistemica dell’essere individuale, la natura sistemica della cultura in cui egli vive, e la natura sistemica del sistema biologico, ecologico, che lo circonda; e, dall’altra parte, la curiosa distorsione nella natura sistemica dell’uomo individuale, per effetto della quale la coscienza è, quasi di necessità, cieca di fronte alla natura sistemica dell’uomo stesso. La coscienza finalizzata estrae, dalla mente totale, sequenze che non hanno la struttura ad anello caratteristica della struttura sistemica globale»
Questa modalità di organizzazione in termini di finalità della coscienza a volte può essere deleteria e controproducente per l’intero insieme cibernetico che è l’individuo. Abbiamo accennato infatti al meccanismo psicologico di ‘rimozione’, che spesso può danneggiare l’equilibrio mentale di un individuo, ma è bene ricordare anche l’indagine batesoniana sulla schizofrenia, e sulla logica schizofrenica basata proprio su tale contrasto.
Bateson però, oltre ad individuare questo disaccordo operativo tra coscienza e inconscio per ciò che riguarda malattie o disturbi mentali, critica il ragionamento per fini quando esso viene adoperato come modus operandi nell’epistemologia delle discipline scientifiche o più in generale quando lo si utilizza come parametro di valutazione della realtà. Secondo lui tenere in considerazione la natura sistemica del reale, sia che si tratti di realtà sociali, oppure antropologiche, o riguardanti l’ecologia oppure l’essere umano, diviene essenziale per comprendere secondo verità e non commettere errori nell’indagine scientifica.
Quello che Bateson propone, a partire dal metodo cibernetico, è un corretto procedimento epistemologico riguardante tutte le scienze e non solo. «L’uomo commette l’errore di pensare in modo finalizzato e trascura la natura sistemica del mondo con cui deve vedersela. […] L’uomo, in fin dei conti, ha agito secondo quanto pensava fosse sensato, e ora si trova nei guai: non si rende sufficientemente conto di ciò che lo ha cacciato nei guai, e sente che ciò che gli è accaduto è in qualche modo ingiusto. Non riesce ancora a vedersi come parte del sistema in cui accadono i guai, e allora dà la colpa al resto del sistema oppure a se stesso»
.
Per quanto concerne la mente e l’individuo, al di là di risoluzioni e inquadramenti epistemologici, Bateson rimane sempre critico verso una maniera di pensare e di intendere l’uomo come un essere padrone di sé, che ha il potere totale sul sistema di cui fa parte. Egli trova che finora il modo migliore di esperire la sistematicità dell’essere umano avvenga mediante l’arte e la creatività artistica. Se spesso i confini dell’individuo e della sua mente sono stati tracciati male, limitando la persona al suo ‘io’, o alla sua razionalità, e da questi estromettendo le emozioni, l’arte invece ricuce questo strappo.
Emozioni e razionalità nell’artista si connettono, interagiscono e si esprimono insieme, intrecciate. Nella creatività è in gioco proprio l’individuo nella sua totalità, la sua mente totale: coscio e inconscio insieme. L’arte di per sé non è espressione dell’inconscio, o delle emozioni; è espressione invece della totalità della mente, dei suoi diversi livelli. «L’abilità artistica è un combinare molti livelli mentali – inconsci, consci, ed esterni – per asserire la loro combinazione» e perciò «si potrebbe dire che nella creazione artistica l’uomo deve sentire se stesso – tutto il suo io – come un modello cibernetico»
MATRIX
Matrix (The Matrix) è un film di fantascienza del 1999 in stile cyberpunk scritto e diretto dai fratelli Andy e Larry Wachowski
La Trama
da Wikipedia
Thomas Anderson (il protagonista) lavora presso la Metacortex come programmatore di software. Di giorno è un cittadino modello, mentre di notte diventa un attivo hacker[2], sotto lo pseudonimo di “Neo”, e in tale veste ha compiuto innumerevoli illeciti in campo informatico. Per questo motivo è sorvegliato da Smith, Brown e Jones, agenti dell’FBI (l’oppositore immediatamente percepibile, in effetti è solo Figura visibile di un sistema di potere invisibile…) .
I tre lo arrestano e gli viene inserita una cimice nel corpo per seguirlo. Una notte, sul monitor di Neo compaiono una serie di frasi criptiche riguardo a qualcosa chiamato “Matrix”.
Desideroso di sapere cosa sia, accetta una richiesta di contatto da parte di Trinity, esperta hacker braccio destro del misterioso Morpheus (aiutante, colui che ‘sa’ qualcosa del non visibile, dei ‘rifiuti’ su cui viene data forma al mondo normale).
Egli lo conduce in un rifugio segreto, dopo avergli estirpato la cimice. Neo chiede di conoscere di più riguardo al loro operato e questi si offrono di rivelargli il vero mondo in cui vivono. Ingerita una pillola e sottoposto a un macchinario, si sveglia bruscamente, nudo, glabro, immerso in un liquido viscoso di un’incubatrice, con il corpo collegato a cavi elettrici, realizzando di essere all’interno di una tra tante enormi torri circolari che ospitano miliardi di incubatrici contenenti esseri umani.
I cavi vengono scollegati, Neo viene espulso e recuperato da Morpheus che lo porta a bordo della sua nave hovercraft, la Nabucodonosor, con il suo equipaggio di sette elementi. Viene sottoposto a una terapia riabilitativa per ricostruirgli i muscoli che nell’immobilità non ha mai usato (centralità del CORPO) e, successivamente, gli viene mostrata la realtà che li circonda: un mondo in rovina alla fine del XXII secolo, completamente oscurato, privato della luce solare, in cui l’umanità sta combattendo contro le macchine dotate di intelligenza artificiale create agli inizi del ventunesimo secolo, ribellatesi all’umanità.
Morpheus ammette che le informazioni che hanno riguardo al passato sono poche e incomplete, non è chiaro chi delle due fazioni colpì per prima, dando inizio alla guerra. Si sa solo che nel passato le macchine, alimentate a energia solare, iniziarono a vessare gli umani che cercarono di fermarle oscurando il sole con nuvole elettriche artificiali permanenti, ma le macchine riuscirono a sopravvivere usando gli stessi umani come fonte di energia, “coltivandoli” per sfruttarne il calore e la bioelettricità naturali.
Il mondo nel quale Neo è vissuto fin dalla nascita è in realtà Matrix, una neuro-simulazione interattiva costruita sul modello del mondo del 1999 per tenere calmi gli umani coltivati, immobilizzati fin dalla nascita e nutriti con i cadaveri dei defunti.
Morpheus e la sua squadra sono ribelli che liberano dalla prigionia di Matrix solo coloro che, nonostante siano stati dentro Matrix fin dalla nascita, provano un senso di estraneità per il mondo che li circonda, sentendosi mal riposti e che agognano alla libertà.
Morpheus crede che Neo sia “l’Eletto”, colui in grado di decodificare Matrix e porre fine alla guerra contro le macchine (cfr. The imitation game, Enigma), risvegliando così l’intera umanità dalla “simulazione onirica” di Matrix stessa. Lo scopo dei ribelli è anche quello di nascondere i pochi superstiti scampati a Matrix e alle seppie, asserragliati in una zona segreta nei pressi del centro della terra chiamata “Zion”.
A Neo vengono quindi “somministrate” nozioni direttamente nel cervello [51](CONOSCENZA, APPRENDIMENTO) da un computer collegato a Matrix, caricandole grazie a una presa sulla nuca (precedentemente usata dalle macchine per manipolare direttamente il suo cervello), tra cui le arti marziali che testerà in un combattimento simulato contro Morpheus, caratteristiche e pericoli di Matrix compresi. Le lesioni subite all’interno della realtà virtuale sono riflesse nel mondo reale: se si è uccisi “virtualmente” in Matrix, il corpo fisico muore. Neo viene inoltre messo in guardia dagli Agenti, “programmi-sentinella” simili ad antivirus rappresentati come agenti dell’FBI, potenti e veloci, il cui scopo è eliminare le minacce per il software virtuale della dimensione onirica di Matrix e dotate di ubiquità che si verifica prendendo possesso del corpo di altre persone[52]. Per entrare e uscire da Matrix, la squadra utilizza le linee telefoniche.
Il gruppo successivamente entra in Matrix e porta Neo dall’Oracolo, (aiutante, conoscenza ‘magica’, quella non data dalla scienza) un programma rappresentato da una donna anziana dotata di chiaroveggenza che aveva predetto l’arrivo dell’Eletto. Neo non ottiene risposte chiare dall’Oracolo, il quale afferma che Morpheus crede in lui ciecamente, tanto che sarà pronto a sacrificare la propria vita per salvarlo e che ci sarà un momento in cui uno tra loro due dovrà morire, e dipenderà da Neo scegliere chi salvare. Terminato l’incontro con l’Oracolo, il gruppo ritorna alla linea telefonica per uscire da Matrix, ma viene braccato dagli Agenti e ufficiali di polizia, che staccano la linea telefonica e li intrappolano dentro a un palazzo. Morpheus decide di farsi catturare nella speranza che Neo venga tratto in salvo.
Nel mentre Cypher, un loro commilitone deluso e stanco del mondo vero e segretamente in accordo con gli agenti in cambio di una vita agiata in Matrix, uscito dalla simulazione e ritornato nel mondo reale, inizia a uccidere progressivamente i membri dell’equipaggio, ma una delle vittime, Tank, creduto morto e rimessosi in piedi, riesce a fermarlo prima che possa “staccare la spina” a Neo e Trinity.
Morpheus è ancora prigioniero degli Agenti, che lo interrogano per scoprire la posizione di Zion per distruggerla: rifiutandosi di procurare intenzionalmente la morte al loro capitano, Neo rielabora le parole dell’Oracolo, e insieme a Trinity ritorna in Matrix per salvarlo, riuscendovi dopo cruenti scontri a fuoco. Morpheus e Trinity evadono da Matrix usando il telefono della metropolitana, mentre Neo, intercettato da Smith, sopravvive a uno scontro con quest’ultimo[53].
Mentre Neo attraversa la città inseguito dagli agenti alla ricerca di un altro telefono, nel mondo reale alcune macchine da esplorazione con finalità di caccia ai ribelli (le “seppie”) convergono sulla Nabucodonosor. Neo trova un telefono, ma viene ucciso da Smith; nel mondo reale, Trinity confida all’orecchio del corpo inanimato di Neo di essere innamorata di lui, rivelandogli che l’Oracolo le aveva profetizzato che si sarebbe innamorata dell’Eletto e che quindi non può essere morto davvero. Neo si risveglia, gli agenti gli sparano, ma Neo li rende inoffensivi, fermando le pallottole a mezz’aria e perfino sconfiggendoli in combattimento. Questa sua capacità di violare le leggi della fisica in Matrix è la conferma definitiva che è l’Eletto. (l’ uomo della PROVVIDENZA!!)[54]
Neo vede Matrix com’è realmente: un insieme di righe verdi di codice di programmazione. L’agente Smith tenta disperatamente di attaccarlo, ma invano perché Neo riesce a distruggerlo, entrando dentro di lui e facendolo esplodere. Messi in fuga gli altri due agenti, Neo ritorna appena in tempo affinché Tank e Morpheus eliminino le seppie con un impulso elettromagnetico. Neo, finalmente consapevole della propria identità e dei propri poteri, è adesso pronto a combattere in difesa dell’umanità.
Lo sfondo
Con The imitation game si è visto come la conoscenza scientifica, in seguito alla “crisi dei fondamenti”, continua ancora ad aspirare alla ‘verità’, ma sa che questa ‘verità’ è in effetti una “meta – verità”. Ovvero gli scienziati nel Novecento sanno che la loro conoscenza è “meta – conoscenza”[55], e che ci sono (ci possono essere) di fatto più versioni della ‘verità’ che quindi non è più proponibile come ‘assoluto’ (che vale ovunque e sempre) ma come una sorta di ‘competizione’ (di ‘gara’, ‘game’ appunto e non più ‘play).
Lo scienziato è ‘bravo’ non se arriva alla verità ‘in sé’ (ormai rivelatasi irraggiungibile), ma se riesce a ‘vincere’ la gara nella conquista di ‘pezzi’ della conoscenza possibile, in competizione (o in cooperazione) con gli altri ricercatori, se insomma anticipa gli altri nell’aprire nuove prospettive di osservazione (anamorfosi[56]). La verità allora è semplicemente quello che qualche scienziato, argomentando, sa ‘imporre’ alla comunità dei ‘pari.
La conoscenza scientifica insomma è ormai (come detto) un GAME, in cui quel che conta davvero è VINCERE.[57] In The imitation game, la lotta è tra Inglesi e Tedeschi: e la verità è non una ‘legge della Natura’, ma il codice con cui ‘funziona’ la macchina Enigma, un ‘robot’ costruito totalmente da uomini; una macchina che è una ‘finzione’ umana, non un evento della Natura. La supremazia tra scienziati è determinata allora dalla capacità di costruire (consapevolmente) un sistema chiuso, di quello che oggi si chiama un ‘sistema esperto’[58], con cui risolvere in modo ‘perfetto’ problemi che la Natura consente di affrontare solo in modo approssimato (imperfetto).
Il film dei Wackoski in pratica propone una rappresentazione delle conseguenze di questa nuova maniera di gestire la conoscenza:
- La consapevolezza della natura convenzionale delle ‘verità’, offre la possibilità di dare (in modo consapevole, progettuale, intenzionale) forme volute non solo alle cose reali (come nella tradizione moderna) ma anche alle menti e ai sentimenti dei membri di una qualunque comunità (egemonia culturale)
- Naturalmente i sacerdoti prima (comunità fredde) e gli scienziati dopo (gli esperti nelle comunità moderne), hanno di fatto avuto il compito di creare Ordine, di tener sotto controllo le anomalie, le singolarità, le derive individuali: solo che i sacredoti e gli scienziati moderni erano ‘convinti’ (più o meno ingenuamente) di dire parole di Verità (più o meno garantite dalle diverse fonti di riferimento); e c’erano luoghi e riti dove realizzare questi scopi (chiese, università e scuole).
- Nel corso del Novecento invece, entro il nuovo sfondo ideologico imposto dalla ‘crisi dei fondamenti’ (la realtà è inconoscibile e la si racconta – la si può raccontare- in tanti modi diversi), ecco che i (presunti o sedicenti) detentori della ‘conoscenza’ – propriamente chiamati ‘ricercatori’ – sono chiamati a fare delle scelte concrete (ricerco questo o quello? con questo o quel metodo ? per questo o quel fine?…) e a prendere posizione di fatto (più o meno direttamente) a favore di questa o quella ‘ideologia’, proprio in qualità di ‘esperti’ (in effetti di ‘specialisti’, se non addirittura di ‘tecnici’).
- Entro questo quadro non è un elemento neutro il MEDIUM cui si ricorre[59], ovvero la TECNICA particolare con cui si ‘comunica’ le propria conoscenza: gli studiosi sanno che da tempo (da millenni) si è passati dall’oralità alla scrittura (libro), su cui si è costruito il potere accanto alla forza bruta delle origini; ma sanno pure che nel Novecento si sono moltiplicati , grazie alle scoperte ‘specialistiche ’ delle tante scienze che emergono nel tempo, i MEDIA.
- Radio, cinema, telefono, televisione, computer ecc. rendono in effetti sempre più facile mettere tra le ‘cose’ e le ‘persone’ delle ‘parole’ che ‘rappresentano’ le cose come se fossero a portata di mano. Di fatto i nuovi media hanno reso (rendono) molto più facile il ‘contatto’ diretto con le menti dei singoli, che – come dicono le neuroscienze – per evitare l’angoscia causata dalla percezione della complessità del reale, vanno in cerca prima di tutto di ‘segnali’ semplici[60].
- Se è vero – come mostra la teoria del campo di Levin[61] – che l’inconscio è molto più di quanto ipotizzato da Freud, è che cioè è cognitivo[62], allora è chiaro che il singolo è esposto (tramite tutti i media che lo circondano) a una sorta di formattazione continua, a partire da quando nasce. Se prima era la comunità di appartenenza a determinare questo inconscio (questo complesso di idee che condiziona le emozioni), oggi è chiaro che è tutta l’industria culturale a ‘causare’ degli effetti ‘ideologici’ sui singoli, pur stando a distanza. Non la chiesa o la scuola sono necessari per ottenere l’egemonia culturale (di cui parla Gramsci nel primo Novecento) , ma ‘macchine intelligenti’ (smartphone,robot, A.I.), che di fatto ‘condizionano’ tutti gli utenti con le loro ‘rappresentazioni’, dando una ‘forma’ piuttosto che un’altra al reale, e illudendo soprattutto di ‘avere’ libertà nell’agire. Ormai dalle neuroscienze (Rizzolatti, Khaneman, Damasio) sappiamo che basta la semplice insistita ripetizione a certe rappresentazioni perché nelle menti prendano forma delle idee’ ( una visione del mondo), da cui scaturiscono poi meccanicamente sistemi di valori e, soprattutto, emozioni e passioni (percepiti, come detto, come frutto della propria ‘autenticità).
In definitiva, dicono i Wackowsky, è il ‘virtuale’ che prende definitivamente il posto del ‘reale’, ma senza che la massa se ne renda conto davvero. Viviamo davvero dentro la ‘grotta di Platone’: ma le ‘ombre’[63] non sono effetto di qualche divinità sconosciuta bensì di scienza e tecnologia orientata non verso la ‘verità’ ma a rafforzare qualche sistema di potere.
La situazione attuale, in tutte le società che sono immerse nel sistema della cosiddetta globalizzazione, dà per scontato che abbiano avuto fine le ‘grandi narrazioni’ (le ideologie otto – novecentesche), e che siamo arrivati alla ‘verità naturale della natura (il neoliberismo). Sulla base di quanto detto finora è chiaro che davvero di ideologia ce n’è una sola (il neoliberismo appunto che impone ovunque come naturali valori come l’individualismo, la competizione, l’utilitarismo ecc., pur continuando a usare ‘parole’ della tradizione moderna (democrazia, diritti universali ecc.)
Questa è appunto l’ideologia che viene ‘narrata’ dal sistema dei media come ‘natura’, cioè come ‘verità’: centrale in questa formattazione è la massa di racconti e icone e testi di vario tipo che ‘ripetono’ in forma isotopica sempre gli stessi ‘valori’. Fumetti, canzoni, pubblicità, film, romanzi, poesie, sport, consumi… fiction insomma.
La massa vive entro questo Mondo virtuale, a volte anche consapevolmente, accontentandosi dei ‘piaceri’ che ne ricava (riducendo la complessità al ‘presente’). Alcuni si oppongono (dicono di opporsi) e fanno (cercano di fare) critica (analisi, pensieri lenti, saggi, modernismo): lo scontro è tra l’assuefazione al pensiero veloce e la fatica del pensiero lento. Tra la sicurezza che in qualche modo si ha, e l’incertezza che si deve accettare. Il “Bello” e il “Brutto” per dirlo con il linguaggio di Matrix. O il Bene (Thomas Anderson, l’impiegato modello) e / o il Male (Neo, l’hacker).
E a scuola tra il ‘benestare’ del ragazzo e la ‘fatica’ della ricerca’, tra la compartimentazione specialistica (game) e la formazione umanistica (play).
Un Tema
Come chi detiene il Potere politico – sociale – economico può controllare la deriva dell’individuo, delle sue passioni particolari? E come l’individuo se ne può liberare?
Grazie alla conoscenza, la stessa conoscenza materiale: ‘sapere è potere’!
Il film ridefinisce in chiave metafisica la realtà : il rapporto dicotomico tra naturale e artificiale, la vita riformulata in chiave narrativa, tra sogno e illusione, il vissuto umano sussunto in termini computazionali e formali, la liberazione dal dominio dei sensi, gli spunti marxisti legati all’alienazione conseguenza dei rapporti capitalistici, il legame conflittuale tra mente e corpo, il tema dell’illusione perfetta e l’interrogarsi sul libero arbitrio in un mondo gestito da macchine
Non è un problema in effetti la scienza (la conoscenza), ma l’INTENZIONE con cui la usiamo; e questa intenzione dipende dalla VISIONE del Reale, che abbiamo; visione che a sua volta dipende dai MEDIA a cui si viene esposti.
L’intenzione dipende – è facile dire- è una ‘ passione’ che ci muove: secondo Greimas, ogni protagonista di una narrazione è un Soggetto che per realizzarsi sente una mancanza, un desiderio (che si identifica con una precisa Figura, chiamata OGGETTO del DESIDERIO). Ma c’è un DESTINATORE, secondo lo studioso , che genera quell’emozione, una ‘forza’ che nelle narrazioni viene identificata in cose come ‘carattere’ o ‘natura’, ma che nel film viene identificata nel sistema tecnologico di condizionamento delle menti.
Ricordiamo che secondo questo studioso, in ogni racconto il Protagonista (qualunque sia, di qualunque epoca o luogo) è sempre Figura non dell’uomo in generale ma di ogni specifico uomo, di ognuno di noi: quel protagonista, come ciascun altro uomo, è mosso da una visione del Mondo (Destinatore) che lo spinge a desiderare l’Oggetto, ad agire, incontrando altre Figure che rappresentano Forze che lo aiutano o lo ostacolano.
Allora la proposta critica del film consiste in questo: il percorso di liberazione affrontato dal protagonista ( Neo) può essere intrapreso solo da quelli che rifiutano di rifugiarsi nel mondo fittizio, che non si aggrappano alle finte certezze e che non temono di scoprire la vera realtà, pur non conoscendo la sua natura.
Insomma Il film ci permette di riflettere sulla profonda differenza che ci può essere fra la realtà oggettiva (imperfetta, che richiede impegno, impone limitazioni ai desideri, scelte difficili, ‘labor’, sacrificio) e quella soggettiva (che di fatto è frutto di illusione ideologica, di fiction scambiata per verità)3.
Il problema di fondo quindi è alla fine la finalità stessa della CONOSCENZA: creare ordine sociale limitando (illudendo) I singoli, o esaltare la curiositas, l’eccesso del singolo?[64]
4
APPENDICI
1
Slavoj Zizek La visione di parallasse, p.460
“Cos’è dunque, Matrix? Semplicemente ciò che Lacan chiama il “grande Altro”, l’ordine simbolico virtuale, il sistema che struttura la nostra realtà. Questa dimensione del ‘grande Altro’ è quella dell’Alienazione costitutiva del Soggetto nell’ordine simbolico: il Grande Altro tira le fila, il soggetto non parla, “è parlato” dalla struttura simbolica. Il paradosso, il gì’giudizio infiito’ di matrix, è la codipendenza dei due aspetti: l’artificialità totale (la natura costruita) della realtà e il ritorno trionfante del corpo nel senso della qualità leggiadra dei suoi combattimenti con la loro slow motion e la sconfitta di ogni legge della realtà ordinaria”
2
Come possiamo sapere di essere svegli? Che ciò che stiamo vivendo è reale?
A molti di noi sarà capitato di provare la sensazione di non agire in totale libertà; molti avranno pensato che le nostre azioni siano predeterminate (o molto influenzate) o che viviamo un eterno ritorno dei più nietzscheani o persino che siamo manipolati o controllati e che ci troviamo in un sogno.
Matrix risponde a tutte questi interrogativi; è una specie di mito contemporaneo, una soluzione ad alcuni dilemmi dell’umanità.
I processi tecnologici volti a facilitarci la vita hanno finito per renderci schiavi; queste macchine sempre più intelligenti hanno acquisito una propria volontà, raggiungendo e superando la stessa intelligenza umana. Tuttavia, le energie si esauriscono, le risorse sono scarse e queste macchine hanno bisogno di alimentarsi; per questo motivo, dopo una guerra, le macchine hanno fatto schiavi gli esseri umani, trasformandoli in una fonte di alimentazione. Gli esseri umani sono stati costretti a vivere in un sogno, a dormire per una vita intera connessi a delle macchine che, adesso, si nutrono di essi.
Un futuro distopico e tenebroso che, tuttavia, risulta sempre meno assurdo. Alcuni umani sono riusciti a resistere e vivono nell’unica città libera, Zion, dalla quale accedono a Matrix con l’intenzione di liberare altri umani e intraprendere una lotta per uscire dalla schiavitù. Un tema di fantascienza, ma carico di critica, forza e capace di mettere in discussione la nostra realtà. Come sappiamo di non star vivendo un sogno? Siamo padroni delle nostre decisioni?
Le domande che si pone Neo sulla sua realtà ci ricordano profondamente Cartesio, che risolse il problema parlando di un genio maligno che ci manipola e inganna, proprio come fanno le macchine in Matrix. Cartesio dubita di tutto e Matrix ci fa dubitare dei nostri sensi.
3
Tutto ciò ci rimanda, a sua volta, al filosofo Hilary Putnam, che propose qualcosa di simile al genio maligno pur rivisitandolo. Come possiamo sapere che non siamo dei “cervelli in una vasca”? Come possiamo sapere che non stiamo vivendo un sogno condiviso? Questo è ciò che affermava Putnam e che vediamo anche in Matrix, una simulazione condivisa da tutti, senza essere consapevoli di cosa stiamo vivendo.
Se viviamo intrappolati in un sogno condiviso di cui non siamo neanche padroni, occorre chiedersi se esiste il DESTINO e se i nostri atti sono davvero nostri. La risposta nel film è affidata alla figura premoderna dell’ l’Oracolo, colui che dice a Neo che ha la capacità di decidere, che solo lui è padrone delle sue . come dire sulla ‘fede’ (il Presunto Supposto Sapere di Lacan)
l film si basa costantemente sulle decisioni: pillola rossa o blu, sapere la verità o no. Questa libertà di scelta è stata relazionata all’esistenzialismo di Sartre. Se non esiste il destino, come vorrebbe la religione, qualunque religione, qualunque chiacchiera che parla di autenticità, se non c’è niente di scritto, allora siamo noi, con le nostre decisioni, a disegnarlo.
4
Matrix , sul problema della conoscenza, fa rilevare che la conoscenza del ‘vero’ ( il mondo reale al quale accedono i personaggi quando escono dalla simulazione) porta ad una verità spaventosa, in un mondo di ombre.
A questo punto, occorre chiedersi se questa conoscenza è davvero positiva, se ci conduce alla felicità. La felicità viene vista come il bene supremo, l’oggetto da raggiungere nel corso della vita umana.
Cypher è il personaggio pentito del film, colui che è voluto accedere alla verità ma, una volta conosciuta, preferisce tornare al mondo irreale, fantastico e ignorare la realtà. Cypher decide che preferisce vivere una vita nell’ignoranza piuttosto che conoscere la verità.
Oppenheimer
2023, Cristopher Nolan
Se la scienza è costruzione di Mondi, quali i limiti della ricerca, anzi dei singoli scienziati?
La Trama
Nel 1926 il dottorando ventiduenne J. Robert Oppenheimer, allievo del fisico sperimentale Patrick Blackett al Laboratorio Cavendish di Cambridge, è preso dall’ansia e dalla nostalgia di casa. Arrabbiato con Blackett, reo di essere troppo esigente, Oppenheimer inietta di nascosto del cianuro di potassio nella sua mela al fine di avvelenarlo, salvo poi pentirsene e recuperarla. Niels Bohr, scienziato in visita all’istituto, intuitene le capacità, gli suggerisce di studiare fisica teorica a Gottinga, dove Oppenheimer completa il suo dottorato di ricerca e incontra Isidor Isaac Rabi. Qualche anno dopo, i due incontrano il fisico teorico Werner Karl Heisenberg a una conferenza in Svizzera. Oppenheimer torna negli Stati Uniti con l’intenzione di esportarvi la ricerca sulla meccanica quantistica, e comincia a insegnare presso l’Università della California e al Caltech. A una festa incontra la sua futura moglie, Katherine “Kitty” Puening, biologa ed ex comunista, e parallelamente incomincia una relazione a intermittenza con Jean Tatlock, membro del Partito Comunista degli Stati Uniti d’America.
Nel dicembre 1938 viene scoperta in Germania la fissione nucleare, innescando presso gli scienziati americani, primo tra tutti Oppenheimer, il timore che potrebbe essere utilizzata come arma. Nel 1942, nel pieno della seconda guerra mondiale, il colonnello dell’esercito statunitense Leslie Groves recluta Oppenheimer come direttore scientifico del progetto Manhattan per sviluppare una bomba atomica e porre fine al conflitto. Oppenheimer, che è ebreo, decide di accettare spinto dal timore che il programma nucleare militare nazista, guidato da Heisenberg, possa completare l’ordigno prima di loro. Il fisico mette insieme un team scientifico che comprende, tra gli altri, Rabi e Edward Teller, ordinando la costruzione di un laboratorio segreto a Los Alamos, nel deserto del Nuovo Messico; inoltre, inizia una proficua collaborazione anche con gli scienziati Enrico Fermi, Leó Szilárd e David L. Hill, docenti presso l’Università di Chicago. Mentre gli esperimenti a Los Alamos continuano, Oppenheimer resta sconvolto dalla morte in circostanze sospette di Tatlock. Nel frattempo, i calcoli di Teller rivelano che una detonazione atomica potrebbe innescare una reazione a catena che infiamma l’atmosfera, comportando la distruzione del pianeta. Dopo essersi consultato con Albert Einstein, Oppenheimer conclude che le probabilità che ciò avvenga sono accettabilmente basse. Teller propone di costruire una bomba all’idrogeno, ma l’idea viene rapidamente respinta; questi decide di lasciare il progetto, venendo però convinto da Oppenheimer a restare.
Dopo la morte di Adolf Hitler, alcuni scienziati del progetto mettono in dubbio l’importanza della bomba, mentre Oppenheimer ritiene che il suo utilizzo metterà rapidamente fine alla guerra in corso nel Pacifico e salverà innumerevoli vite dei soldati alleati. Il test Trinity ha successo e il presidente Harry S. Truman ordina il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, costringendo il Giappone alla resa. Sebbene acclamato dall’opinione pubblica, Oppenheimer inizia a essere tormentato dalla distruzione di massa e dalle decine di migliaia di vittime causate dalle detonazioni, arrivando a sollecitare il governo a limitare l’ulteriore sviluppo di armi nucleari, ricevendo un secco rifiuto da Truman. In qualità di consulente della Commissione per l’energia atomica degli Stati Uniti d’America (AEC), la posizione pacifista di Oppenheimer genera polemiche, mentre la bomba all’idrogeno di Teller riceve un rinnovato interesse nel mezzo della fiorente guerra fredda. Il presidente dell’AEC, Lewis Strauss, si risente contro Oppenheimer quando questi lo umilia pubblicamente respingendo le sue preoccupazioni sull’esportazione di radioisotopi, raccomandando un negoziato con l’Unione Sovietica dopo che questa ha fatto esplodere con successo la propria bomba. La sua avversione personale nei confronti di Oppenheimer viene alimentata inoltre dalla convinzione che Oppenheimer lo abbia denigrato durante un colloquio avuto dal fisico con Einstein presso la sede dell’AEC nel 1947.
Nel 1954, volendo eliminare l’influenza politica di Oppenheimer, Strauss orchestra segretamente un’audizione privata davanti a un comitato di sicurezza del personale dell’AEC, riguardante il rinnovo del Q clearance di Oppenheimer, necessario per poter continuare a fare ricerca in ambito nucleare. Tuttavia, risulta chiaro che l’audizione ha un esito predeterminato: le passate simpatie comuniste di Oppenheimer vengono infatti sapientemente sfruttate e le testimonianze di Groves e di altri ex-collaboratori, tra cui Teller, vengono distorte contro di lui al fine di screditarlo. Il consiglio decide di revocare il nulla osta a Oppenheimer, danneggiando la sua immagine pubblica e ridimensionando la sua influenza sulla politica nucleare degli Stati Uniti.
Nel 1959, durante l’udienza al Senato per confermare Strauss quale nuovo Segretario al Commercio, Hill, che aveva collaborato con Oppenheimer a Chicago, decide di testimoniare sulle motivazioni personali di Strauss nell’orchestrare la caduta di Oppenheimer, esprimendo la contrarietà dell’intera comunità scientifica americana alla nomina del nuovo segretario del commercio, che viene pertanto respinta dal Senato. Nel 1963 il presidente Lyndon B. Johnson consegna a Oppenheimer il Premio Enrico Fermi come gesto di riabilitazione politica. Un flashback rivela che la conversazione tra Oppenheimer e Einstein del 1947 non aveva a oggetto Strauss, bensì la cupa convinzione di Oppenheimer di aver avviato una reazione a catena che avrebbe distrutto il mondo.a
Lo sfondo
La vicenda raccontata nel film rinvia a due delle ‘catastrofi’ che hanno caratterizzato il Primo Novecento e hanno determinato la storia umana a seguire:
- La seconda guerra mondiale (immediatamente evidente nei suoi effetti distruttivi)
- L’avvento della fisica quantistica (per decenni rimasta una curiosità da specialisti, ma ormai parte delle vite quotidiane contemporanee)
La prima è un effetto dello sviluppo della cultura moderna e delle sue varie ‘rivoluzioni – scientifica e industriale oltre che politiche, che ha portato l’Europa – dal XVI secolo in poi – uno sviluppo economico e sociale impressionante, ma anche un’arroganza culturale che la rende cieca. L’affermazione della scienza e dei suoi risultati porta ad una ‘banalizzazione’ della scienza stessa, ovvero a sostituirla alla religione come fonte di ‘verità’ assolute, e soprattutto ad una vera e propria ‘fede’ nella superiorità di chi la conosce, al punto di autorizzarlo a ‘distruggere’ ogni ostacolo per affermare la propria verità.
In pratica, mano a mano che diventano evidenti i limiti dei miti del ‘progresso’ e dello ‘sviluppo’, si assume il principio che la conoscenza non è ‘universale’ ma ‘particolare’: si passa quindi da una visione di cooperazione (per cui tutti insieme puntano ad ‘una’ verità che valga allo stesso modo per tutti) ad una di competizione (in cui c’è gara ad arrivare prima ad assicurarsi il ‘possesso’ di alcune verità – si pensi ad esempio ai brevetti, al ‘diritto d’autore’…).
Lo sfondo ideologico che sostiene questa trasformazione è il ‘nazionalismo’ – ancor oggi presente nella nostra società; in mancanza di retroazioni che ristabiliscano equilibri (per quanto provvisori) tra i competitori, è inevitabile che si arrivi allo scontro su grande scala tra Nazioni che si percepiscono come Prototipo della ‘civiltà’ perfetta (nella ‘conoscenza, nella ‘cultura’).
Uno degli effetti permanenti di questo scontro è che si scopre quanto la conoscenza (la scienza) non sia un’attività neutra, ma sempre decisamente orientata (insomma ‘relativa’ alla specifica combinazione spaziotemporale in cui agisce). Lo sviluppo ‘moderno’ – lo si sapeva – era stato effetto della rivoluzione scientifica, anche; ma anche la vittoria ‘ novecentesca’ dipende ancor più dalle ‘scoperte’, dalla loro ‘proprietà’ (che esclude i competitori) e dalla loro applicazione tecnica. A partire ovviamente, dalle armi, come mostrano le novità che intercorrono tra prima e seconda guerra mondiale. Ma è in particolare la novità della bomba atomica a segnare in modo definitivo il nuovo quadro di riferimento per gli scienziati che sono chiamati a ‘schierarsi’, e che per fare ricerca ai nuovi livelli estremi dipendono dai finanziamenti del Potere.
La seconda catastrofe è in effetti narrata ancor oggi come una vera e propria guerra tra scienziati: ad esempio, quando Heisenberg propone il principio di indeterminazione, la reazione di Einstein fu la famosa affermazione secondo cui ‘Dio non gioca a dadi’.
La meccanica quantistica è nata proprio dallo scontro profondo tra quello che prevedeva la fisica classica e quello che effettivamente si vedeva negli esperimenti: da una visione in cui la verità dipende soprattutto dalla capacità di ‘separare’ (di ‘analizzare’ ecc.) ad una visione in cui si destruttura la separazione Natura / Cultura fino ad allora indiscussa, e la scoperta dipende soprattutto dalla possibilità di connettere’ quel che mai si penserebbe collegabile. Insomma l’analogia invece delle categorie aristoteliche…[65]
Il fatto è che «la fisica quantistica […] descrive il comportamento del mondo su scala infinitamente piccola, ovvero a livello di molecole, atomi, elettroni e particelle ancora più piccole.
” e che in questo contesto i processi fisici sono discontinui, hanno luogo in forma di salti quantici.1 E’ la meccanica quantistica, non quella classica, che rende possibile spiegare le proprietà e le interazioni di queste particelle, fino a ipotizzare la possibilità di ricavare energia dalle loro relazioni.
In particolare la fisica nucleare si basa sulla teoria quantistica dei campi, un’estensione della meccanica quantistica che è essenziale per descrivere le interazioni fondamentali tra le particelle subatomiche, come l’interazione forte che tiene insieme i nuclei.
Per comprendere il comportamento delle particelle nucleari, è cruciale Il principio di indeterminazione di Heisenberg (secondo cui le relazioni sono sia di onda che di particelle) in base a cui si comprende ad esempio la modalità con cui gli atomi si danno struttura e stabilità (e conseguentemente anche la modalità con cui scinderla).[66]
Il problema
“Come deve essere costituito un mondo per una entità morale?”
Alla luce della ‘crisi dei fondamenti’, come fare a decidere cosa è Bene e cosa è Male nel momento dell’azione?
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Si tratta di accettare l’epistemologia al posto dell’episteme, cioè l’idea che non esiste distinzione tra Natura (che si esprime in modo disordinato) e Cultura (che dà ordine al disordine delle cose, le razionalizza), ovvero che Natura e Cultura esprimono ‘ordini’ simili, di tipo non lineare però ma ’emergente’.
In concreto, sulla base di quanto dicono quantistica, biologia,antropologia, evoluzionismo, neuroscienze, semiotica ed altre scienze, si tratta di accettare in generale che:
- le verità di qualunque tipo (in qualunque compartimento dell’umano) sono solo ‘modelli ‘ provvisori, che “l’accidentale come tale – che è vincolato e ha una realtà effettiva solamente nella sua connessione con altro – ottenga una propria esistenza determinata e una libertà per conto suo”.[67]
- la potenza analitica dell’Intelletto è un’‘astrazione’ fuori della ‘realtà vera’, che rimane là fuori; cioè l’atto del “separare” (su cui si fonda la ‘conoscenza umana) è da intendere come una sorta di cecità autoimposta
- l’efficacia della nostra mente non è vedere di più (progresso), ma vedere di meno: cioè costruire ‘mondi’ finiti, ‘modelli’, ‘teorie’, sulla cui base – poi – ‘agire’ sulle cose ‘accidentali’
- la ricerca scientifica non è ‘irresponsabile’ perché gli effetti dell’azione(tutti gli effetti, da quelli attesi a quelli imprevisti) ricadono nella responsabilità di decide di agire, di chi fa questa o quella scelta di ‘modello’
- in generale l’homo sapiens è un animal symbolicum, che un organismo capace di costruire il Mondo (in cui sopravvivere) sulla base delle strutture ‘materiali’ del corpo (conoscenza come sistema di auto regolazione – retroazione costante dei processi bottom up e top down, ovvero emozioni e idee)
Ed in particolare si tratta di accettare che è la nuova scienza dei quanti a offrire un fondamento teorico (‘modello’) a questa serie di novità.
Se è vero che quattro sono le procedure che caratterizzano le connessioni quantistiche:
- la realtà del possibile (quel che accade non elimina le alternative possibili in partenza)
- la conoscenza del reale (il comportamento ‘strano’ dei quanti, onda e particella insieme)
- il ritardo della registrazione (un evento diventa pienamente sé stesso solo quando un ambiente esterno, un altro quanto, ne prende nota)
- la retroattività (il ritardo apre la strada ad una sorta di inganno ontologico – ad esempio un elettrone può creare un protone violare il principio dell’energia costante, a condizione che lo riassorba abbastanza velocemente, ovvero prima che il suo ‘ambiente’ prenda nota della discrepanza)
Allora è anche vero che quattro sono le caratteristiche similari che identificano il sistema simbolico con cui l’homo sapiens costruisce i suoi mondi:
- la scelta di un simbolo non esclude le alternative di senso : una parola interpretata da X in un certo modo mantiene anche le altre possibili significazioni;
- la ‘conoscenza del reale’: noi immaginiamo di essere X e ci comportiamo ‘davvero’ come X, pur senza esserlo;
- il ritardo della registrazione: per esistere un Soggetto ha bisogno che le sue gesta, le sue parole siano ‘registrate da un Altro, esterno;
- la retroattività: un’azione radicale nel presente – come l’emergere di una nuova visione del mondo, un nuovo Significante padrone, per dirla con Lacan – può riscrivere (il significato di) tutto il passato (con l’avvento del barocco negli artisti rinascimentali si vedono cose che prima rimanevano invisibili).[68]
Insomma come il quark si ‘determina’ (fissa in una forma tra le due opzioni di base) solo se connesso con qualcosa di ‘ lontano ’, così il ‘simbolo’ emerge dalla connessione da elementi in sé irrelati (analogicamente).
La ‘verità’ insomma non esiste in sé (come ‘parole’ che corrispondono agli enti), ma solo come costruzione ‘locale’, come provvisorie ipotesi da verificare negli effetti.
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Ecco allora perché il film inizia con la successione di tre scene (la pioggia sul marciapiede, il fuoco che esplode, l’occhio che guarda): il film vuole sottolineare che è dello ‘scienziato’ la responsabilità
- sia di collegare gli elementi apparentemente separati nel mondo della ‘natura’ (costruire un modello teorico che consenta di vederne la connessione che il bottom up non consente)
- sia prevedere l’imprevisto, le conseguenze imprevedibili all’inzio
- quindi assumersi la responsabilità della formulazione di teorie e soprattutto di agire , al momento opportuno 8 in situazione accidentale’), in modo retroattivo, facendo cioè scelte opposte alle prime
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È chiaro che la narrazione di Nolan ha come focus il concetto che nella ‘storia’ delle società complesse della postmodernità “le azioni di pochi determinano il destino di molti”, e che quindi emerge tragicamente la necessità di dotare non solo gli scienziati beninteso ma tutti gli uomini della capacità di pensare ed agire meno in modo compartimentato (specialistico, specializzato) e più in modo complesso, recuperando la dimensione umanistica del ‘fallimento’ (Guicciardini, Machiavelli, Ariosto, Tasso) come caratteristica base dell’homo faber, [69] nonché la consapevolezza della ‘responsabilità’ relative agli effetti delle proprie decisioni.
In pratica, se le cose che accadono sono sistemi aperti dinamici, senza regole che le determinino in modo chiuso, l’homo sapiens sapiens ha davanti a sé un bivio : la via dell’autoregolazione (dell’accettazione dei limiti e delle conseguenti responsabilità per l’Altro in generale, nel tempo e nello spazio, come recitava l’umanesimo antico) o la via dell’auto – soddisfacimento (della saturazione ‘immediata’ del vuoto presente a scapito dell’Altro).
Nel film le due figure che rappresentano queste due diverse direzioni proprie dell’uomo, sono appunto Oppenheimer e Strauss: nell’uno la retroazione che nasce dalla ‘visione’ della complessità, la retroazione che porta a scelte che correggano quanto già fatto; nell’altro la ripetizione ‘dura’ che nasce dall’adesione ad una ‘fede’ (l’utile, il ‘progresso, la vittoria).
Quindi lo scontro tra i due personaggi va quindi al di là della differenza di ‘carattere’ (come recita ogni banale semplificazione psicologistica o moralistica del duello): essi sono ‘eroi’ portatori di due ‘ideologie’. Di due ‘antropologie, uno quella del fallimento come segno distintivo dell’homo faber, l’altro quella della ‘vittoria’ del successo a ogni costo[70].
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Dal film emergono aleno altri due elementi che erano sempre presenti nel passato ma venivano oscurati dalla ‘narrazione’ idealizzata che si faceva degli eventi della scienza:
- il genio non è un fatto individuale (come già visto in The imitation game)
- la ricerca è possibile solo se esistono fondi (se il ricercatore trova chi lo sostiene economicamente)
proprio la costruzione della base di Los Alamos dimostra per la prima volta in modo clamoroso che la scienza procede nelle sue scoperte solo se
- si coopera
- qualcuno foraggia la ricerca.
Ma non è questione di ‘amore’, bensì di ‘competizione’ (game). È chiaro in qualunque gruppo, se si vuole che funzioni davvero, occorre una gerarchia, spontanea o meno, e conseguentemente anche gelosie, invidie, rivalità, lotte (Bateson e Girard definiscono la questione col supporto della biologia oltre che dell’antropologia).
Le finanze per procedere (prima concesse da ‘signori’ mecenati, nobili disinteressati o industriali attenti ai ricavi possibili dell’investimento), dall’Ottocento procedono spesso proprio dal potere politico (all’interno delle logiche nazionalistiche di predominio. Con l’effetto che la ricerca non appartiene più a chi la fa ma a chi la finanzia.
E allora il problema della responsabilità diventa complesso: è del singolo ricercatore? Del gruppo di ricerca? Del finanziatore?
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Oppenheimer si muove completamente all’interno della mente del suo protagonista, questo riguarda anche la lunghissima parte ambientata nel deserto, il suo deserto, quello che lui conosceva così bene, sorta di scatola dentro cui Dio ha deciso che sta succedendo l’inimmaginabile. Lì il moderno prometeo libera una forza, un futuro, di cui ignora il volto ma intuisce instabilità, pericoli, incognite ma pare incapace di fermarsi.
Oppenheimer si guarda da un buco di una serratura, vede il suo lento diventare morte, distruttore di mondi. Nessuno pare veramente capirlo, forse solamente la Jean Tatlock di Florence Pugh, che è Eros e Thanatos assieme, è portatrice di quella verità che Omero già legava alla disgrazia.[71]
INTERSTELLAR
Cristopher Nolan, 2014
L’idea iniziale della storia è stata concepita da Kip Thorne, premio Nobel per la fisica due anni dopo l’uscita del film
Un film epico. Nolan inscena un’epopea dell’eroe (o meglio, degli eroi: padre e figlia), con temi sulla falsariga del precedente “Inception“, dove affrontava i mondi e gli universi contenuti nella nostra psiche e nella nostra immaginazione( il tempo e lo scorrere della vita in ognuno di essi), ma dalla prospettiva della nuova fisica ( esplora i tempi e i mondi entro cui scorrono le nostre esistenze individuali, cioè quelli interstellari e relativistici).
Simili sono comunque nei due film (nelle due prospettive dunque) i paradossi temporali e spaziali, simili le domande:
- c’è una ‘sola’ realtà? un ‘solo’ tempo?
- devo accontentarmi di essa? o devo cercare altro?
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Trama
“Interstellar” da un punto di vista narratologico è la classica avventura dell’eroe[72], l’eroe dai mille volti codificato da Joseph Campbell.
Da questo punto di vista, si tratta di una saga costruita dagli sceneggiatori – per così dire – a tavolino, abbastanza usuale a Hollywood (basti pensare a “Matrix”, o al primo “Star Wars”). Tutte le innumerevoli narrazioni di eroi della letteratura mondiale, per Campbell, raccontano più o meno la stessa storia. C’è una chiamata iniziale dell’eroe (eroe che all’inizio vive una vita che in realtà non è vera vita), un mentore (o guardiano di soglia, un personaggio anziano/saggio che introduce l’eroe lontano dal “villaggio”, lo catapulta in una avventura o missione che una volta intrapresa lo cambierà per sempre), gli aiutanti (che assisteranno l’eroe nell’avventura), una eroina (di cui l’eroe s’innamora), le prove (fra queste prove, il tradimento, o un antagonista), il soccorso (da parte, spesso, di una dea), la prova finale (spesso l’eroe muore), la resurrezione , il ritorno a casa. L’eroe che alla fine torna a casa non è più quello di prima, ma è cambiato, maturato, trasfigurato. Questo lungo monomito è la storia di una iniziazione.
Nel caso di “Interstellar”, l’eroe-Ulisse è l’ex pilota della Nasa Cooper, che vive da recluso in una realtà sterile e decadente che non lo soddisfa. Lui “guarda le stelle” (cioè ‘ha desideri’). Grazie alla figlia (che assume un ruolo di cooprotagonista, ma anche di “dea”), incontra il ‘guardiano della soglia’, l’anziano/saggio professor Brand, che lo invia fra le stelle, con degli aiutanti (fra cui l’eroina, Amelia, la figlia di Brand). Una delle battute del principale aiutante dell’eroe, il robot TARS, è significativa: “l’unica maniera escogitata dall’uomo per andare avanti è lasciarsi qualcosa dietro “. Il suo riferimento è naturalmente alla terza legge della dinamica che permette la propulsione aerospaziale, ma ha anche un significato esistenziale legato al viaggio dell’eroe ed alla sua iniziazione, al suo cambiamento.
Dopo di ciò, ecco le indispensabili prove dell’eroe; il tradimento (doppio tradimento: il prof. Brand e l’astronauta Mann); la prova finale; la morte-risurrezione; il ritorno a casa. Infine, la nuova partenza.
In tutta questa epopea, l’eroe cambia se stesso e, assieme all’altro eroe complementare (la figlia), salva l’umanità condannata alla morte, ovvero alla “sterilità”.
La presenza della figlia di Cooper, Murphy, come co- protagonista, rende meno lineare la classica epopea dell’eroe maschile: in effetti, anch’essa subisce una iniziazione dallo stesso mentore del padre (il professor Brand), poi subisce il tradimento dello stesso, e la sua vera e propria prova di vita è il distacco traumatico dal padre. La separazione è insomma la condizione stessa per la congiunzione: per l’animal symbolcum che è l’uomo separazione e congiunzione hanno almeno due livelli di senso, uno dettato dalla materiale ‘accidentalità’ delle determinazioni quantiche da cui si strutturano le ‘cose’ (le persone, gli eventi); l’altro costruito con l’immaginazione – con codificazioni finzionali – che riescono a funzionare ‘come se’ fossero concrete. Padre e figlio non vivono più nello stesso spazio materiale, ma vivono egualmente insieme per la capacità di ‘immaginare’, di dare una spiegazione ‘strana’ ad un evento incomprensibile in sé (se si rimane al ‘presente’ della fisica classica). Il dato brutale (del libro che cade dalla libreria) viene interpretato da chi possiede un modello teorico adatto come ‘segno’ di una ‘realtà’ invisibile ma davvero ‘reale’.
Le due vite (quella di Cooper e quella di Murphy) sono una sorta di isotopia, come se Nolan volesse ribadire che la questione in ballo non è un fatto di ‘maschi’ forti e coraggiosi, ma dell’umano in generale. Il maschio e la femmina[73] non sono solo legate profondamente dal punto di vista emotivo, ma sono soprattutto collegate dal punto di vista narrativo: le azioni dell’uno interferiscono con quelle dell’altra e viceversa, come a sottolineare l’impossibilità per il singolo homo sapiens (o faber) di procedere nel processo di conoscenza e sopravvivenza in solitudine (secondo il modello archetipico del ‘genio’ che genera miracoli proprio per la sua separatezza).
È lo scambio sì di passioni ma soprattutto di conoscenze che rende possibile l’emergere del ‘miracolo’ (dello ‘strano’, del ‘nuovo’) della ‘scoperta’: scambio che ovviamente passa anche attraverso contrasti e separazioni, ma ricorsivamente ripropone la possibilità (necessità?) dell’unione.
Almeno questo è quello che vuole intendere il finale del film, quando i processi di maturazione e riconciliazione di (tra) Padre e Figlia giungono a conclusione; sono lontani (separati) se ragioniamo col senso dello spazio proprio della fisica classica, ma si ritrovano a ‘contatto’, se ricorriamo all’idea dello spazio tempo relativistico: la figlia (eroina della ‘mente’) risolve l’equazione e si riconcilia con padre (eroe dell’azione).
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Analisi
A
Innanzitutto Nolan propone attraverso le vicende personali dei personaggi dei paradossi esemplari della nuova fisica contemporanea: situazioni diverse, a guardare la situazione, ma alla fine uguali nella loro domanda di fondo: cos’è la realtà?
Ad esempio in uno dei momenti più importanti del film è un wormhole, apparso nei pressi di Giove, che consente all’equipaggio della nave stellare Endurance di raggiungere un’altra galassia in poco tempo. In quel frangente l’astronauta Romilly spiega al protagonista cos’è un wormhole, usando solo un foglio di carta. Se lo spazio avesse due dimensioni dovremmo tracciare una linea per andare da un punto “A” a un punto “B”. Potendo piegare il foglio (e quindi lo spazio) e creare un passaggio (un buco) potremmo andare da un punto all’altro in men che non si dica. Se l’imboccatura del tunnel è un cerchio in due dimensioni, diventerà una sfera in tre dimensioni. All’interno del wormhole si vedono immagini distorte delle stelle: il motivo è che lo spazio dall’altra parte è curvato proprio dalla presenza del wormhole. L’idea che esista una regione dello spazio chiamata iperspazio, che la navicella può attraversare indenne, invece, è del tutto ipotetica poiché nessuno – ovviamente – ha mai davvero attraversato un wormhole.[74]
Altre variazioni su questo tema dello spazio tempo si hanno
- quando entra in scena il pianeta di Miller in cui il tempo scorre più velocemente rispetto a chi è rimasto sull’Endurance (la dilatazione temporale a cui si fa riferimento nel film è di sette anni terrestri per ogni ora passata sul pianeta).[75]
- soprattutto quando, verso la fine del viaggio, Cooper decide di entrare dentro Gargantua ( sia per salvare Brand[76] sia per ricavare preziose informazioni sulla gravità quantistica, che servirebbero a completare le equazioni del professore, permettendo all’umanità di conquistare la gravità e abbandonare la Terra) e non muore – come dovrebbe secondo quanto prevede la teoria della relatività generale – ma sopravvive perché crea un ipercubo, ovvero un tesseratto che, secondo un modello teorico alternativo – consente di passare da dimensione temporale ad un’altra (nel racconto, Cooper riesce a comunicare con la figlia che si trova nella biblioteca della loro casa, pur non essendo concretamente nell’ambiente al punto che la figlia ne percepisca il corpo: l’ambiente è unico, ma diversi sono le dimensioni temporali in cui i due (padre figlia) lo abitano; Cooper riesce a comunicare quando capisce che può spostarsi lungo la dimensione temporale balzando da un tempo all’altro, senza per altro trovarsi fisicamente nello stesso spazio della figlia; e per comunicare ‘modifica’ elementi dell’ambiente…
.Cosa sta suggerendo Nolan?
Immaginiamo il solito foglio di carta (quindi un universo a due dimensioni), nel quale c’è Murphy da una parte e Cooper dall’altra. Secondo le idee teoriche su cui è basata questa sequenza, tutte le interazioni e le particelle che conosciamo si muovono nello spazio tridimensionale, quindi possono anche propagarsi attraverso le facce bidimensionali dell’ipercubo e possono raggiungere Cooper. Quello che non può succedere è che queste particelle possano propagarsi all’indietro nel tempo, quindi Cooper non può tornare fisicamente nel passato, ma capisce che l’unica cosa che può muoversi fra le dimensioni è la gravità. Che non solo può attraversare l’iperspazio, ma può anche farlo avanti e indietro nel tempo. Quando Cooper capisce questa cosa, comprende che l’unico modo per comunicare con la figlia è creare delle perturbazioni. E le provoca toccando (non direttamente) i libri: in tal modo riesce a comunicare i dati raccolti all’interno di Gargantua alla figlia, la quale riuscirà poi a risolvere le equazioni di gravità quantistica dando la possibilità all’umanità di salvarsi.
B
Se questa è in fondo ancora la superficie del racconto (la vicenda dell’eroe della ‘conoscenza’), il sotto testo consente allo spettatore di inglobare anche informazioni di ‘sfondo’, che si articolano – come vuole la scienza semiotica (Peirce, Eco, Greimas ecc.) attraverso isotopie e dicotomie tematiche.[77]
Prima dicotomia:
Egoismo individuale, mera sopravvivenza VS altruismo di specie, empatia, amore
Questa opposizione domina tutto il film, e separa l’eroe maturo da quello immaturo, nonché i personaggi negativi da quelli positivi. È molto simile alla dicotomia pregnante del film “Cloud Atlas”, quasi che tutto “Interstellar” sia una lunga citazione del bel lavoro dei fratelli Wachowski. Per “Interstellar”, l’amore (anche un po’ moralisticamente) diviene esplicitamente l’unica forza, oltre la gravità, a poter attraversare il tempo e le varie dimensioni dello spazio. Tutti i modelli negativi del film condannano il genere umano (e vedremo con quali importanti differenze nella prossima dicotomia), contrariamente a quelli positivi. L’umanità futura, per Nolan, ha superato l’egoismo/egotismo (oltre alle ordinarie dimensioni spaziali) e questo ha garantito la sua sopravvivenza. E’ proprio questo pensare agli altri, al gruppo anziché all’individuo, a creare un legame tra futuro e passato, un legame che supera il tempo e lo spazio; nel film, l’umanità futura crea misteriosamente dei wormhole (buchi neri) per aiutare l’umanità del passato, e quindi, per aiutare se stessa. Il monito etico di Nolan è: siamo un legame, il nostro presente non è nient’altro che il passato di qualcos’altro, il passato di coloro che verranno dopo di noi. Con tutte le responsabilità del caso. Questa verità politica (nel senso alto di ‘polis’, comunità strutturata intenzionalmente in una direzione) è disseminata nel film ora esplicitamente, ora velatamente, come fosse una qualsiasi legge della fisica assimilabile alla relatività di Einstein o alla dinamica dei corpi. L’empatia diventa una sorta di legge fisica. In questo, Nolan non voleva realizzare un prodotto coerente per un’aula di fisica o d’ingegneria aerospaziale, ma solo trasformare un credo etico in potenti immagini non appartenenti alla nostra realtà quotidiana[78].
Seconda dicotomia.
Utopia, cuore, sogno, immaginazione VS ragione calcolante, scienza che si ferma al “dato”
Ogni personaggio del film incarna un topos esatto di questa celebre (e abusata) dicotomia. Gli unici due che cambiano prospettiva nel corso del tempo sono l’eroe e la figlia dell’eroe, che arrivano, come vedremo, ad una sintesi finale fra le due opposte posizioni occupate: Murphy il sogno, Cooper la ragione. Per il resto, Nolan non si occupa di problematizzarla troppo. In due episodi significativi del film, l’eroe appare ancora immaturo. Il primo, proprio all’inizio: la figlia va “oltre” il metodo scientifico del padre. Crede ad un “fantasma”, che cerca di comunicare con lei. Il padre infatti le cita il metodo scientifico per opporsi alla sua fantasticheria non dimostrabile. La fantasticheria (direbbe Nolan) di Colombo, Copernico, e altri innovatori, che cominciano, senza troppe evidenze scientifiche (almeno all’inizio), ad immaginare mondi diversi. Una scelta simile, Cooper la fa a metà film, quando l’equipaggio si trova a dover scegliere su quale pianeta scendere. L’eroina Amelia, seguendo il suo cuore (ha un legame amoroso), propende per uno, mentre Cooper, seguendo i dati scientifici, sceglie il pianeta dell’astronauta Mann. La scelta migliore (come sapremo dopo) è quella di Amelia, poiché Mann si trasformerà nel Giuda della situazione, e perché ha falsificato i dati del pianeta ghiacciato.
Si badi che Nolan non attacca la scienza e la razionalità tout court, ma sembra prendersela con quel tipo di scienza e di razionalità incarnati rispettivamente dal vecchio mentore di Cooper, il prof. Brand, e dall’astronauta Mann. Il primo rappresenta quella scienza che, da sola, pretende di stabilire i criteri morali del vivere e del morire. Senza interpellare nessuno, lo scienziato-sovrano nella sua solitudine ha decretato la morte dell’umanità sulla terra e la sopravvivenza di essa altrove mediante nuovi Adamo ed Eva, e tante provette eugenetiche (il piano B). Il secondo, Mann, simboleggia invece quella scienza che vive senza etica, che può trasformarsi in egoismo ed individualità becera alla prima svolta. Luoghi comuni, senz’altro, topos letterari, ma mica tanto. Certo, argomenti molto semplificati, che andrebbero ri – problematizzati altrove, arduo farlo con il linguaggio cinematografico.
La “mascotte” del film, nonché elemento positivo ed aiutante provvidenziale dell’eroe, è il robot di bordo. Sembra quasi che l’equilibrio di questa dicotomia, nel robot, possa essere settato a mano (equilibrio tra ragione e pulsione); l’eroe ha invece bisogno, per arrivare ad una sintesi delle opposizioni, di vivere la sua “avventura”, la sua epopea, la sua iniziazione umana. Alla fine, l’eroe, dopo esser tornato dalla figlia, e dopo aver superato la prova finale, sembra aver capito la lezione (la sintesi fra i due estremi della dicotomia), e riparte per mettersi alla ricerca del suo amore-eroina. Un altro folle volo, ma questa volta, seguendo il cuore, il legame. D’altra parte, anche la figlia “matura” una posizione mediana: ripensando al passato, comprende di non aver avuto a che fare con fantasmi, ma col padre, e che era l’umanità stessa a parlarle dal futuro. Il sogno, la fantasticheria assume un metodo, e diviene anche un legame morale. Le sue giuste equazioni matematiche, per essere completate, avevano bisogno di un quid un po’ diverso.
Il mondo si salva perché i due opposti-eroi, padre e figlia, collaborano fra loro. Ed entrambi maturano la sintesi delle posizioni che incarnano all’inizio. Nolan in questo segue e riattualizza la fantascienza più classica: il capitano Kirk e l’ufficiale scientifico Spock pur essendo agli antipodi, insieme sono quanto di migliore ci sia nella federazione.
Citando il filosofo Gregory Bateson, la doppia maturazione dei due eroi di Interstellar e la loro complementarità si riassume nella frase: “Il rigore da solo è morte per asfissia, ma la creatività da sola è pura follia”.[79]
Terza dicotomia.
Accontentarsi della “realtà”, conservazione dello stato di cose VS ambizione del nuovo, rigenerazione
Parecchio simile alla dicotomia precedente, ma che racchiude meglio questa umanità ucronica e decadente, sterile e senza ruoli femminili ad incarnare la maternità (nella famiglia del novello eroe-Ulisse, Penelope è morta, e un anziano si prende cura dei figli in assenza dell’eroe), senza ruoli materni ad incarnare e simbolizzare il “domani”, il rinnovamento.
In questa ucronia appena abbozzata da Nolan, anche i ruoli sociali sono “fissati”: dei “guardiani” decidono tutto, compiti e ruoli altrui[80] (chi produce cibo, chi deve diventare ingegnere, che cosa pensare del passato e quindi del futuro…). Fissano la “realtà”, il dato, senza che nessuno possa andare più in là delle colonne d’Ercole dell’“utile” immediato, della presunta “verità” delle logiche di mercato e di potere.
L’effetto distruttivo di questa ideologia, nella scenografia del film, è rappresentato dalla sterilità, dalla misteriosa piaga che fa appassire tutto e devasta i campi, e affama la popolazione. Sembra che piaga alimentare e morale siano tutt’uno in questo strano mondo parallelo. Il fratello di Cooper è – per così dire – l’eroe di questa dimensione dell’umanità che si ‘accontenta. Del resto lo stesso Cooper, prima di trasformarsi nell’eroe che viaggia, afferma continuamente: “Supereremo ogni problema, lo abbiamo sempre fatto”, nell’ingenua ripetizione di una fiducia nella umanità apparentemente destinata al dominio delle cose.[81]
La procedura che consente – ha consentito – all’umano di sopravvivere finora è l’omeodinamica ( o omeostasi), cioè la ricerca di un equilibrio instabile, in risposta alle situazioni emergenti, tra la stasi e la ricerca, tra il dato e il nuovo, tra il dentro e il fuori, tra la sicurezza e il rischio. Tra gestire l’esistente’ e ‘fare la storia’. cioè, come notato fin da Agorà, tra il ‘rispetto’ del Sacro (inconoscibile) e l’’ eccesso’ del Laico. Gioia della scoperta e/o sacrificio della constantia (sopportazione, tener duro).[82]
3
Alla fine del film tutto torna, tutto si chiude circolarmente. Come in tante altre storie.
Salvo che questa volta il film non si limita a girare come una trottola, ma mentre gira, va avanti, si moltiplica. Ci si consola (padre e figlio – la coppia che raffigura al meglio nei millenni questo dilemma ripetere/ cambiare) si incontrano in ogni senso), ma i concetti attraversati continuano a urtare lo spettatore attento per la loro paradossale complessità.
Nella sequenza dell’universo a cinque dimensioni tutto questo viene rappresentato: è uno spazio ideale che si fa scenografia, casa e stanza; è quella stessa stanza che si ripete all’infinito per ogni pensiero o sentimento speso in una vita.
E proprio qui, in questa connessione di spazio e tempo, di immagini e di idee, sta il senso dell’ossessione per la casa, il motivo per cui anche questa volta è valsa la pena sentirsi ripetere che home is where the heart is: perché il cinema americano è racchiuso in quella ripetizione infinita di un unico luogo, un movimento in avanti che paradossalmente non si muove mai, ogni volta uguale, ogni volta diverso.
Nolan realizza con la narrazione l’idea filosofica del principio di associazione, dell’immaginazione come associazione di idee, delle connessioni di immagini per somiglianza (analogia..), contiguità spazio temporale e causalità (sineddoche, metonimia).
Il suo cinema, come la mente umana, è spinto da una forza che rappresenta quello che la forza di gravità rappresenta per la natura. E quella forza gravitazionale è la curiositas, il desiderio di ‘oltranza, di eccesso, dell’altrove, non nella banalizzazione della gita o del viaggetto di vacanza (cioè in un qui già digerito e approntato da ‘altri, un ‘dato’ insomma), ma appunto nella costruzione di ‘mondi’, di mondi altri…
Interstellar è difatti un film che dispone dinanzi a sé lo spazio e il tempo, che dà loro una forma e una ripetizione; e attraverso una stanza che sta per tutta la casa, che sta per tutto il cinema, dà una rappresentazione cinematografica alla dolce forza che s’impone», situandola all’inizio e alla fine della più seducente, ideologica, ossessiva forma di immaginazione contemporanea.
APPENDICE
Le 12 fasi del viaggio dell’eroe secondo Campbel / Vogler
Atto I: Partenza
1) Il Mondo ordinario
Ogni grande storia inizia con l’eroe rappresentato nel suo mondo ordinario, mentre vive la sua esistenza di sempre.
Questa situazione di partenza ha due obiettivi:
- creare un legame con l’eroe, che incarna dei bisogni universali in cui il lettore può riconoscersi, oppure presenta delle mancanze o dei punti deboli tragici che lo rendono più umano e permettono di empatizzare con lui;
- far capire qual è la posta in gioco. Cos’ha da perdere l’eroe? Perché un eventuale allontanamento da questo luogo di partenza (sia materiale che interiore) rappresenterebbe un problema?
Un esempio calzante è Frodo all’inizio della trilogia del Signore degli anelli: lui è un semplice hobbit che conduce una vita felice e spensierata in un luogo in cui ci sono tutti i suoi amici e conoscenti. Non solo siamo spinti a simpatizzare con lui, ma capiamo perfettamente perché questo luogo meriti di essere difeso o perché l’allontanamento da esso possa sembrare un evento negativo.
2) La Chiamata all’Avventura
Ad un certo punto, la normale esistenza dell’eroe viene disturbata da un evento inaspettato: un grave problema, un torto da riparare, una sfida inattesa, l’incontro con una persona speciale, un’avventura da intraprendere… Non importa quale sia questo evento, l’importante è che costituisca una sfida che sconvolge la quotidianità e costringe l’eroe ad abbandonare il suo mondo ordinario.
Nelle trame incentrate sulla vendetta, la Chiamata all’Avventura consiste in un torto che deve essere riparato. Nelle commedie romantiche, potrebbe consistere nel primo incontro con una persona speciale.
3) Il Rifiuto della Chiamata
Non sempre l’eroe accetta la chiamata con entusiasmo, anzi, molto spesso l’Eroe esita e rifiuta il richiamo (o almeno esprime riluttanza). Questo perché, per quanto possa andargli stretto, il mondo ordinario non è un luogo facile da abbandonare. In questo senso, l’Eroe non sta semplicemente scegliendo se partire per un’avventura o meno, ma sta affrontando la più grande di tutte le sue paure.
Per superare questa crisi, all’Eroe servono altri fattori, come un cambiamento nelle circostanze o l’incoraggiamento di un mentore.
4) L’incontro con il Mentore (o il vecchio saggio)
Per riuscire nella sua impresa, l’eroe ha bisogno di aiuto: è qui che entra in gioco il Mentore (il famoso archetipo del Mago), una persona che generalmente ha già affrontato il viaggio e il cui compito è quello di preparare l’eroe ad affrontare le sfide che lo aspettano, dargli consigli e strumenti (che possono essere un’arma come una conoscenza o una ritrovata fiducia in sé stesso).
Il rapporto tra Eroe e Mentore è uno dei temi più comuni della mitologia e uno tra i più ricchi di valori simbolici; rappresenta il legame tra genitore e figlio, dio e uomo.
In ogni caso il Mentore può arrivare solo fin qui: sarà l’Eroe che alla fine dovrà affrontare da solo il mondo sconosciuto. A volte, però, il Mentore dovrà dare una vera e propria spinta all’Eroe, per avviarlo all’avventura.
Atto II: discesa, iniziazione
5) Il varco (o superamento) della Prima Soglia
Messa da parte l’iniziale riluttanza e istruito dal mentore, l’eroe è pronto a intraprendere la sua avventura. Accetta, quindi, la sfida e varca la prima soglia che lo porta ad accedere al mondo stra-ordinario. È il momento più difficile del primo atto, in quanto ne rappresenta la conclusione ma anche il momento in cui inizia davvero la storia.
Importante da sottolineare è che da questo momento in poi l’Eroe è tenuto a proseguire nel viaggio e non può più tornare indietro.
Per portare l’esempio di Matrix, questo è il momento in cui Neo decide di ingoiare la pillola rossa e scoprire finalmente la verità.
6) Le Prove, gli Alleati e i Nemici
Varcata la prima soglia, il nostro eroe si troverà a fronteggiare nuove sfide e questo lo porterà a crearsi nuovi Alleati e Nemici. È inoltre arrivato il momento per lui di imparare le regole del mondo Stra-Ordinario.
In questa fase si rivela il vero carattere dell’eroe, si mettono in evidenza i sentimenti, i ritmi, le priorità, i valori e le regole che contano.
7) L’avvicinamento alla Caverna più profonda (o seconda soglia)
A questo punto della storia, l’eroe arriva ai confini di un luogo pericoloso e minaccioso, dove è nascosto l’oggetto della sua ricerca. Spesso si tratta del luogo ove risiede il più grande nemico dell’Eroe, considerato anche il luogo più pericoloso del mondo Stra-Ordinario.
Arrivato a questo punto, l’Eroe varcherà la seconda grande soglia, ossia la difficoltà più fatale di tutte, lo scontro ultimo.
In questa fase, l’Eroe sta acquisendo una nuova percezione di sé e/o degli altri, ha delle nuove consapevolezze e spesso indossa una nuova maschera archetipica. È il momento di affrontare qualsiasi difficoltà interna al gruppo, dare un ruolo ben definito a tutti i componenti della squadra, risolvere torti o ristabilire legami.
Pensa, ad esempio, alla saga del Signore degli Anelli e all’avvicinamento di Frodo e Sam alle terre dominate dall’influsso di Sauron.
8) La Prova Centrale
È il momento di scatenare la suspense. L’Eroe si trova ora ad affrontare la prova più importante della propria vita, in cui rischia davvero di morire, oppure muore per rinascere di nuovo (inteso sia in senso letterale che metaforico). La posta in gioco è enorme e l’eroe si trova faccia a faccia con le sue più grandi paure, con il fallimento dell’impresa o con la fine di un rapporto; qui la vecchia personalità dell’Eroe cessa definitivamente di esistere e cambia per sempre.
Dopo questa prova, niente sarà mai più come prima.
9) Il premio
Una volta superata la prova centrale, l’Eroe può finalmente festeggiare e appropriarsi della sua giusta ricompensa, che può essere un oggetto come una persona oppure una maggiore consapevolezza di sé. Il premio, dunque, è anche la prova della maturazione dell’eroe.
Questo è anche il momento per un breve riposo prima del viaggio di ritorno. Qui finisce il secondo atto.
Atto III: ritorno
10) La Via del Ritorno
Ora l’eroe deve affrontare le conseguenze dell’aver sfidato le forze oscure nella caverna del mondo straordinario. L’eroe non è ancora fuori dalla “foresta”: la via del ritorno è piena di pericoli, tentazioni e nuove sfide. La storia ora deve raccontare la sua volontà di tornare al mondo ordinario (oppure la scelta di non restare nel mondo straordinario).
11) La Resurrezione
In questa undicesima fase, le forze oscure sferrano il loro ultimo e disperato attacco. L’eroe, per tornare al mondo ordinario, deve affrontare quest’ultima prova, che non è la più grande, ma quella definitiva. Si tratta come di un esame finale per provare che si è imparata la lezione, è la purificazione, l’adattamento al ritorno che a volte prende la forma di un’ulteriore sfida.
È anche il momento della catarsi, dove si porta il materiale emozionale in superficie, facendo sì che la consapevolezza dell’eroe diventi anche del lettore (o spettatore) della storia.
Superata questa ennesima crisi, l’eroe, rinato, può finalmente fare ritorno alla sua vita ordinaria, ma nulla sarà più come prima.
12) Il Ritorno con L’Elisir
Nella dodicesima e ultima fase, l’eroe torna nel Mondo Ordinario, ma non lo fa a mani vuote: porta con sé un “elisir“, ovvero un tesoro, un amuleto, una tecnologia oppure l’esperienza raggiunta: insomma, un dono da usare nel Mondo Ordinario in grado di giovare all’intera comunità.
La funzione di questa fase è quella di concludere la storia.
Come (non) usare questo modello narrativo
La conoscenza, consapevole o meno, di questo schema narrativo ha permesso a un numero enorme di autori, sparsi in secoli e secoli di storia, di rendere le loro storie immortali. Gran parte delle opere letterarie e cinematografiche di successo (di tutti i generi, non soltanto legate alla presenza di un eroe nel senso più stretto del termine) seguono pedissequamente questo schema, essendo scritte/sceneggiate da autori ben consapevoli della sua forza e attinenza con il percorso dell’uomo. Fra gli errori più comuni commessi dagli scrittori emergenti vi è proprio la debolezza narrativa delle storie, spesso scritte bene ma prive di una certa visione. Conoscere il viaggio dell’eroe, però, non significa essere costretti a seguirlo in modo ottuso.
È proprio la sua conoscenza che permette di andare a modificarlo e a proporre modelli diversi, o che magari iniziano in tappe diverse dalla prima, o che ne saltano.
[1]Da Enciclopedia Treccani “ Negli studi sulla testualità si è distinta la coesione testuale dalla coerenza testuale: in altri termini, la coerenza (a parte obiecti, cioè le connessioni presenti nel testo, DATE) dalla coerenza (a parte subiecti, cioè le connessioni solo suggerite dal testo e che il lettore deve individuare).
La coesione testuale ( le connessioni di superficie) è una proprietà intrinseca dei testi, rintracciabile in tutti quei mezzi linguistici che connettono gli enunciati e le parti di un testo. I mezzi di coesione più studiati sono: le anafore, la deissi testuale, i connettivi testuali, l’ellissi, la progressione tematica.
La coerenza testuale (coerenza a parte subiecti), a differenza della coesione testuale, non è una proprietà intrinseca dei testi, ma è quell’unità di senso che viene costruita attraverso il processo d’interpretazione. La coerenza è concepita come risultato dell’attività costruttiva dell’interprete, il quale trae inferenze, costruisce anelli mancanti e, nel processo interpretativo, fa intervenire le sue conoscenze enciclopediche, le sue credenze e i suoi atteggiamenti valutativi. L’interpretazione è un processo dinamico che non procede solo linearmente per progressiva accumulazione di informazioni, ma che può retroagire anche su anteriori interpretazioni e su anteriori inferenze. Una teoria della coerenza testuale così concepita trascende i limiti della l. t. e postula un approccio interdisciplinare (in particolare, l’intervento della psicologia cognitiva).”
NTENZIONALITÀ. È la condizione testuale legata al ruolo attivo di chi produce il testo. È l’intenzione dell’emittente di produrre un testo coeso, coerente, adeguato allo scopo, che raggiunge un determinato obiettivo comunicativo e che soddisfa i principi della testualità. L’intenzionalità si riferisce all’atteggiamento del producente testuale che vuole formare un testo coesivo e coerente capace di soddisfare le sue
intenzioni, ossia di divulgare conoscenze o di raggiungere il fine specifica di un progetto. ACCETTABILITÀ. È la condizione testuale legata al ruolo attivo di chi riceve il testo. È la disposizione a ricevere un testo informativo e che in generale soddisfi i principi della testualità. A questo proposito si possono ricordare le massime di Grice, massime a cui chi produce un testo deve attenersi. Il principio fondamentale è il principio della massima
cooperazione: chi produce un testo deve costruire il suo contributo alla conversazione, alla comunicazione così come lo richiedono il momento in cui ha luogo la conversazione, le finalità e le condizioni dell’atto comunicativo. INFORMATIVITÀ. È la misura in cui gli elementi di un testo sono attesi o inattesi, noti o ignoti. Un testo molto informativo è di difficile interpretazione e metabolizzazione; un testo effettivo deve trasmettere la giusta misura di informatività. Un manuale di scienze ad uso delle scuole esordisce così: Il mare è composto di acqua. Il fatto qui affermato è così noto a chiunque che pare del tutto inutile ripeterlo ancora una volta. Questo tratto del testo è con ogni evidenza coesivo e coerente (nella
misura in cui ciò è possibile in un brano così breve) e senz’altro destinato ad essere accettato. Cionondimeno, esso resta un testo marginale perché è poco informativo.
Solo se prendiamo in considerazione come continua, il passo ha uno status più valido: Il mare è composto di acqua solo nel senso che l’acqua è, frale sostanze presenti in esso, quella dominante. In realtà, si tratta di una soluzione di gas e sali cui si aggiunge un’immensa quantità di organismi viventi. L’affermazione iniziale del fatto arcinoto rappresenta il punto di partenza per arrivare ad affermazioni più informative. L’indicazione «in realtà» presente nella superficie del testo segnala che la ben nota relazione ‘sostanza di’ non è completamente esatta. La successiva precisazione di una nozione generica è meno attesa, cosicché l’informatività di tutto il brano ne risulta rivalutata. SITUAZIONALITÀ. È il criterio che riguarda quei fattori che rendono un testo rilevante per una situazione comunicativa. Ad esempio il cartello «SLOW
QUADERNI DEL LABORATORIO DI LINGUISTICA – VOL. 11/2012 18 CHILDREN AT PLAY» nella sua brevità di avviso rapido ben risponde all’esigenza
di un contesto veloce; sostituendo con un enunciato più esplicito l’avviso sintetico, ciò sarebbe inappropriato per il contesto, inefficiente perché – detto brutalmente – l’automobilista non rallenterebbe. Anche l’avviso della Bell Telephon Company risponde al contesto: la sua costruzione ‘sibillina’ attira indubbiamente l’attenzione. INTERTESTUALITÀ. Concerne quei fattori che fanno dipendere l’utilizzazione di un testo dallaconoscenza di uno o più testi già accettati in precedenza: ad esempio ad un messaggio del tipo «Moderare la velocità» può seguire un cartello «Fine limite
velocità», che è legato alla conoscenza del precedente testo. Accanto ai sette principi costitutivi, Beaugrande e Dressler individuano tre principi regolativi che controllano la comunicazione: 1. L’EFFICIENZA di un testo, che dipende da un grado possibilmente limitato di impegno e sforzo da parte dei partecipanti alla comunicazione nell’uso di questo testo; 2. L’EFFETTIVITÀ, che dipende dal fatto se il testo lascia una forte impressione
e produce condizioni favorevoli al raggiungimento di un fine; 3. L’APPROPRIATEZZA di un testo, che è data dall’accordo tra il suo
contenuto e i modi in cui vengono soddisfatte le condizioni della testualità.( Da Un’introduzione alla linguistica testuale, di Massimo Colella, https, www Academia
[2] L’etimologia della parola ‘religione’, al di là delle proposte ideologicamente datate di Cicerone e Agostino, ci dice che la parola connette due frame: RE + LIGO, cioè da un lato = ‘indietro’ nello spazio e ‘ricorsivo’ nel tempo, dall’altro = scegliere (da ‘lègere’) o connettere (da ‘legare’). Se teniamo presente che nell’indoeuropeo da cui si origina il latino (F: Rendich), il suono ‘l’ indica l’atto del ‘congiungere per trattenere e/o per liberare’ , e il suono ‘g’ un moto tortuoso, allora possiamo ipotizzare che il termine all’origine significasse l’INTENZIONE di una comunità di ‘unirsi’ con un agente ‘misterioso’ per trattenerlo entro una relazione ricorsiva di ‘doni’, di scambio cioè avvertito ovviamente come ineguale – tortuoso. Il ‘sacrificio’ consiste appunto nel tentativo di tendere ‘sacro’ – inviare alla forza sacra – qualcosa che esiste nel mondo profano. E questo dono non può non essere che un privarsi di qualcosa, una autolimitazione. In definitiva la religione emerge come forma ritualizzata del processo di AUTOREGOLAZIONE che differenzia l’homo sapiens (animal symbolicum) dagli animali.
[3] Le ideologie (come vengono definite a partire dalla fine del Settecento i sistemi finiti di pensiero con presunzione di ‘verità’ totali) sono appunto ‘sistemi chiusi’ di rappresentazione simbolica delle cose, che – dai loro rappresentanti – vengono presentati, in questa o quella comunità, come rappresentazioni ‘vere’ e ‘indiscutibili’ della ‘Natura’ delle cose. Da qualche decennio si parla di ‘fine delle ideologie’: ma essa non è scomparsa, semplicemente funziona al punto che l’ideologia funziona non più come un sintomo (c’è sempre qualcosa di inafferrabile, strano, che viene a contestare la pretesa di chiusura dell’ideologia dominate) ma (S. Zizek) come un feticcio. “Il suo funzionamento sintomatico rende l’ideologia vulnerabile alla prassi della critica dell’ideologia: nella classica modalità illuministica, quando un individuo catturato dall’ideologia comprende i meccanismi nascosti dell’inganno ideologico, il sintomo scompare, l’incantesimo dell’ideologia si rompe. Nel funzionamento feticistico, l’ideologia funziona secondo una modalità cinica, che prevede una distanza da sé stessa — ovvero, per riprendere la vecchia formula della ragion cinica di Sloterdijk: «So che cosa sto facendo, eppure lo faccio».” Insomma oggi si percepisce facilmente l’imperfezione in tutte le narrazioni neoliberiste globalizzanti: ma le si accetta come ‘male minore’, come soluzione che comunque rende più facilmente tollerabile il disordine corrente e crescente.
[4] Naturalmente noi, qui in Europa, facciamo riferimento alle culture dei nostri antenati, come i Latini, che hanno dato forma al nostro modo di rapportarci con le cose : e chiamiamo questi individui sacerdoti; ma nel resto del mondo altre sono le parole con cui si indicano questi ‘specialisti’, come “sciamano”, “stregone”, mago, indovino, veggente ecc.
[5] Dante, Divina Commedia, Inferno,c.xxvi
[6] La religione e la scienza hanno in comune l’ambizione di ridurre la molteplicità senza fine dei fenomeni percepibili nelle nostre esistenze, all’unità di una spiegazione che superi il divenire dello spazio e del tempo a favore di una Legge universale e immutabile capace di garantire senza esitazioni un punto saldo di riferimento di fronte alle normali situazioni di dubbio che attraversano le nostre ambasce quotidiane. Insomma la loro finalità fondamentale è proporsi come un Libro in cui trovare tutte le risposte alle nostre domande (a partire dalla più ovvia di tutte : che devo fare in questa situazione?). Certo, c’è differenza tra le religioni e le scienze: le prime – se monoteiste – davvero finiscono per identificarsi con un unico libro (Bibbia, Corano, Torah) mentre le altre rinnovano continuamente i loro Libri (il cosiddetto Progresso della scienza); ma in ogni caso mirano a ridurre la complessità alla semplicità, consentire Sicurezza laddove vige l’Insicurezza (se non la Paura).
[7] La religione risolve la questione del mistero attraverso la Fede: cioè impone di accettare di fatto il disordine esistente come ‘segno’ di una intenzione divina (un Ordine) inavvicinabile per gli uomini, ma conosciuto da interpreti privilegiati (sciamani, oracoli ecc.) della cui parola occorre fidarsi per fondare la vita reale su basi sicure. Anche la scienza si basa in effetti su una fede: che ad ogni ‘esterno’ (ad ogni fatto che appare, che cioè percepiamo coi sensi)corrisponda un ‘interno’(una struttura profonda percepibile non coi sensi ma con la mente, con un processo di astrazione), che ogni elemento che ‘varia’ possa essere ricondotto a qualcosa che ‘non varia’: insomma si ha fiducia del fatto che quello che è ‘estraneo’ alla nostra visione immediata del mondo possa essere sempre integrato per assorbimento in ciò che è nostro (del singolo uomo); ovvero che quello che esiste tra ‘le pieghe’ della realtà’ possa essere ‘spiegato’ (ex – plicare = togliere dalle pieghe!). Detto in altro modo, di fronte a quello che è ‘implicito’ (nascosto dalle pieghe), la religione si dà l’incarico di lasciarlo tale (ma di gestirne in qualche modo l’accesso in modo esclusivo) mentre la scienza moderna si dà l’incarico di trasformare l’implicito in esplicito (naturalmente per quei pochi che non si accontentano di vivere nel puro presente fenomenico).
[8] Questa coppia di soluzioni di fatto corrisponde alla coppia di procedure fondamentali con cui (secondo quanto dicono il cognitivismo e le neuroscienze contemporanee) la mente si attiva per gestire la complessità delle cose in cui l’uomo si muove: quella analogica, che mira alla rapidità e alla efficacia della risposta (con scarso consumo di energia), e quella analitica, che mira alla precisione e alla profondità (con grande consumo di energia).
[9] Gli oratores assolvono, in modo esclusivo, il compito di spiegare il senso delle cose commentando continuamente il Libro dei libri, cioè la Bibbia, in una società che, dominata com’è dall’insicurezza (sociale economica e politica),si è affidata ai laboratores per risolvere il bisogno fondamentale della sussistenza e ai bellatores per risolvere quello altrettanto ineludibile della sopravvivenza. Non è che mancassero visioni laiche del mondo (come quelle dei guerrieri e dei contadini in cui l’attenzione è tutta spostata sulla materialità del mondo, a partire dal corpo) ma gli unici che si preoccupano di dire e soprattutto scrivere ‘teorie’ sul mondo ( fare ‘scienza’ in effetti) sono appunto i chierici.
[10] La fede consiste appunto nell’accettare senza esitazioni la narrazione che viene proposta dall’autorità preposta al contatto con Dio. È bene ricordare che ad esempio la parola pontefice con cui si identifica il primo tra i sacerdoti vuol dire ‘colui che fa i ponti’ (ovviamente tra cielo e terra e che la parola sacerdote (sacer dos)significa “colui che dà il sacro”. Anche la parola ascesi indica la strada della ripida e diretta salita verso l’alto del cielo come necessaria via breve per attingere il vero e il Buono. Da cui le pratiche ascetiche della rinuncia a tutti i livelli di tutto quanto appartiene al mondo basso, a partire ovviamente dalla conoscenza stessa delle cose materiali.
[11] Si pensi al Cantico delle creature di Francesco d’Assisi (“Laudato sii per” dove il per latinamente inteso indica un moto per luogo, cioè un percorso attraverso le creature) e all’intero impianto della Divina Commedia, che contrappone fin dal primo canto la via dell’ascesi – per pochissimi eletti – all’ itinerarium mentis in deum, all’obbligo di analizzare con Virgilio il disordine immanente per poter attingere l’ordine trascendente.
[12] Il cavalier cortese è tale solo se ricorsivamente abbandona il luogo chiuso della stasi (Camelot, la corte entro cui esistono ordine e sicurezza) e percorre le non vie della foresta labirinto entro cui incontrare i monstra, ovvero le sorprese che derivano dall’ignoto: la quest è il nome inglese di questo movimento; quel che caratterizza l’uomo, in questa laica visione aristocratica, è quindi l’inchiesta, la ricerca del nuovo, del limite entro cui poter riconoscere, definire il Sé. La ventura (l’avventura della vulgata) consiste appunto in questa coraggiosa sfida all’ignoto.
[13] Dal punto di vista dello spettatore non colto
[14] In La logica dei mondi (da l’Essere e l’Evento) Alain Badiou rinforza l’idea che ogni società sia retta dalla capacità dei suoi membri di costruire ‘mondi’, ovvero di ritagliare dall’ in – finito degli accadimenti una ‘rappresentazione/ narrazione’ che valga come fondamento per determinare regole di convivenza, cioè norme economiche sociali politiche e culturali. in effetti anche i bambini lo sanno: per stare insieme giocando, bisogna accordarsi in qualche modo sul ‘mondo’ che viene simulato nel gioco (ovvero su quale siano lo ‘spazio’ e il ‘tempo’ della finzione messa in atto, quali siano le regole che connettono i giocatori).
[15] Anche nell’età moderna il ricorso diretto alla violenza continua (vedi le guerre di religione nel Cinquecento, i colonialismi, i nazionalismi, i fascismi, i nazismi, gli stalinismi) ma i nuovi sistemi di potere ricorrono sempre più alla propaganda grazie ai nascenti media, per ottenere quell’egemonia culturale di cui parla già nel primo Novecento, Antonio Gramsci come arma potente di sottomissione all’Uno). Oggi, come sostiene la teoria dell’agenda setting, basta l’ininterrotta esposizione ai media per ridurre all’obbedienza le persone: la vera violenza del resto è che oggi, quanto più si pensa di agire ‘liberamente’, quanto più si agisce affidandosi alle emozioni ( che sembrano emergere ‘spontanee’ dallo ‘spirito – o anima o come altro lo si voglia chiamare, ma sono determinate dall’inconscio cognitivo costruito dall’industria culturale globale), tanto più si dipende dal ‘potere’ che dà forma di Uno alle cose.
[16] Che è poi la pratica presente nelle scuole che mirano a ribadire, attraverso conoscenze ‘certe’ e certificate, la ripartizione di un ordine sociale e di potere. In quegli ambienti la ricerca è semplicemente la ‘copia’ di procedure che hanno già ‘funzionato’, in modo da consentire il ‘successo’ sociale, il primato economico, le novità sono ammesse solo se annidate in categorie generali già date, immobili , entro ‘sfondi’ che prima o poi si rivelano catastrofici perché non adeguati alle ‘emergenze’ che si susseguono velocemente nella storia sociale ed economica del mondo attuale.
[17] Ovviamente qualunque lettore / spettatore, portato dall’empatia dell’opera artistica, riesce a cogliere questa contraddizione: ma all’epoca, qualunque uomo non riusciva a distinguere questi due livelli di relazione, perché non si assegnavano significati in base alla cornice ma sulla base appunto di assoluti..
[18] In questo consiste l’eironeia (ironia) socratica: nel far domande (in greco domandare si dice ‘eiro’)
[19] Come fanno, ben lo sappiamo, gli eroi delle attuali detection story televisive, i detective appunto, che in genere sono degli individui border line, che vivono sì all’interno dell’ordine della società di cui fanno parte (un ospedale, un commissariato, una città..), ma che ne contestano continuamente le decisioni sorrette in modo meccanico tutte all’interno di procedure troppo protocollari. La loro posizione eccentrica li riavvicina a quella che è la naturale caratteristica dell’uomo ( come sostiene l’antropologia filosofica del primo Novecento)cioè l’andare oltre la frontiera della ripetizione, lo sperimentare, il cercare vie laterali, rischiare il fallimento.
[20] Il personaggio di Guglielmo sembra così alludere alla figura di Guglielmo da Ockham che, sulla base della teoria del Terminismo (i presunti Universali sono solo Termini con cui per convenzione si uniscono cose diverse, senza alcuna corrispondenza ontologica effettiva) mette in discussione proprio i concetti di causa e sostanza, elementi basilari della metafisica tradizionale (platonica o aristotelica, quindi della stessa Scolastica). Infatti per Ockham, anche in questo caso si tratta di termini apparentemente universali, che però stanno in luogo di realtà inesistenti: empiricamente infatti l’ente consiste di molteplici qualità, ma non è nulla di diverso dalle qualità stesse; non esiste un sostrato, una sostanza, al di fuori di ciò che di quell’ente si può predicare. Insomma, seppure empiricamente ci sembra che una certa successione di fatti ci permetta di concludere l’esistenza di una causa distinta dai suoi effetti, in realtà non c’è alcuna certezza che questa causa sia unica e universale.
[21] La laicità consiste in effetti non nel contrapporre una procedura ad un’altra come fonte che garantisca la Verità, ma nel negare per principio la possibilità stessa che esista una fonte qualsiasi da gabellare come verità: la distanza sì rispetto alle verità sacrali, ma anche rispetto a verità laiche che ambiscano a farsi assoluto (le ideologie di cui si è già detto). Oggi sappiamo bene, dopo l’affermazione delle varie epistemologie novecentesche, che anche Cartesio e Leibniz (i Padri del ‘rezionalismo’) scambiano ‘giochi’ per ‘verità’: e che questa fede nella ragione può portare a catastrofi ideologiche immani (nazismo e stalinismo su tutto). Ma già dal Quattro – Cinquecento ci sono pensatori capaci di procedere contro queste tendenze: Guicciardini e Accetto e Ariosto e Rabelais tra gli altri.
[22] Quando Adso torna a visitare l’abbazia dopo anni di lontananza, scopre che “i due villaggi alle falde del monte si erano spopolati….delle grandi e magnifiche costruzioni ch adornavano quel luogo erano rimaste sparse rovine, come era già accaduto dei monumenti degli antichi pagani”.
[23] “alcuni brandelli di pergamena erano scoloriti,altri lasciavano trasparire l’ombra di un’immagine, atratti il fantasma di una o più parole. Talora trovai fogli in cui erano leggibili intere frasi, più facilmente rilegature…larve di libri “
[24] Jorge come Borges, visionario narratore della crisi epistemologica della modernità
[25] Nella nostra contemporaneità in effetti questa posizione si esprime a volte con il ritorno alla religione tradizionale, ma ancor più con l’identificare un telos a cui affidare in modo definitivo la propria ‘salvezza’. Lo slow food, lo zen, il veganismo, la cura degli animali di casa, la musica, l’hobby, il fitness sono effettivamente punti d’approdo a cui affidarsi come a una fede trascendente, che non deluderà mai, proprio perché basate su fini di un ‘altro mondo ’ mai falsificabile, per dirla con Popper.
[26] Guglielmo dice ad Adso davanti alle fiamme della biblioteca: “non ho mai dubitato della verità dei segni, sono la sola cosa di cui l’uomo dispone per orientarsi nel mondo. ciò che non ho capito è la relazione tra i segni. Sono arrivato a Jorge attraverso uno schema apocalittico che sembrava reggere tutti i delitti, eppure era casuale.. Jorge stesso era stato sopraffatto dal proprio disegno iniziale e dopo era iniziata una catena di cause e concause e di cause in contraddizione tra loro che avevano proceduto per conto loro , creando relazioni che non dipendevano da alcun disegno”. Questa scena di fatto mette in scena narrativamente quella che è la tesi di Foucault in Le Parole e le cose: appunto le parole non sono mai le cose, i nostri segni non possono mai sostituirsi alle cose, di cui sono sempre solo un ‘modello’, necessario nella sua semplificazione per sopravvivere, ma inadeguato per affrontare la ricchezza imprevedibile del Divenire.
[27] Si dice che la filosofia nasca dalla meraviglia, dal fatto che l’uomo si ponga davanti a fenomeni di cui sul momento non possiede il significato: ebbene i cavalieri come Ivano e Calogrenant che escono da Camelot per cercare quel che di mai visto ci sia nella foresta, sono il segno della ‘eccentricità’ umana di cui parla Plessner. Questi incontri si riducono in duelli da cui si esce vinto o vittorioso: quel che davvero conta è che poi si torna a Camelot e si racconta agli altri cavalieri la scoperta fatta. Il telos è nella quest non nel risultato: proprio questa dimensione è rappresentata da Ariosto nello spazio e nel movimento dei cavalieri dell’Orlando Furioso, che nel loro andare “di qua di là, di su di giù”, indicano agli umanisti che il senso della vita non consiste nel raggiungere il Graal (artificiosa interpolazione del chierico Chretien nella materia brettone),ma nell’errare, cioè cercare e sbagliare, cercare qualcosa e adattarsi all’altro (proprio secondo la procedura individuata da Popper nella sua Logica della scoperta scientifica)
[28] Da Peirce in poi sappiamo che ogni significato è tale solo se ci costruisce un sistema oppositivo: l’alto è tale solo se lo si mette in relazione con il basso, la notte col giorno ecc. così la conoscenza è tale solo se le si oppone l’ignoranza. L’antropologia della cultura (Lotman) ha dimostrato che le stesse procedure sovrintendono alla formazione dei simboli, dei riti e dei linguaggi con cui si danno forma le società umane.
[29] L’analitica cerimoniosa precisione con cui Eco segnale i tempi del mtutino del vespero ecc. stanno lì a ricordare che il tempo del chierico, prima di poter sperare in un Paradiso, è di fatto solo in queste ritualità ripetute. La preghiera ripetuta detta ritmo e quindi significato all’esistenza: come del resto oggi la musica in tutte le sue maniere.
[30] Nel film questa componente è rafforzata dalla insistenza con cui si rappresenta in modo privilegiato il suo contatto, sentimentale ma anche carnale, con la ragazza del villaggio. È in questa esperienza che affiora la possibilità di dare pienezza , pur se transeunte, dell’esistenza. Adso vive davvero solo in quei momenti e quei momenti l’accompagnano nel resto della vita a riempire il vuoto dei protocolli dei vari monasteri (oggi diremmo dei luoghi di lavoro) in cui si trova a ‘sopravvivere’.
[31] La storia di Abelardo ed Eloisa del resto sta fin dall’origine della laicità a ricordare come il corpo sia non solo fonte di conoscenza sensoriale da catalogare razionalmente ma fonte di densa conoscenza emozionale.
[32] È il termine con cui Lacan identifica la sostanza stessa della sopravvivenza dell’organismo uomo: il Vuoto di direzione, in mancanza di significati simbolici, è riempito ossessivamente dal “godimento”, da intendere come “star bene” in sé e per sé, senza carenze di fonti di energia e al sicuro. Pulsione di morte è il nome che freud dà a questa condizione.
[33] Come rivela Bachtin, il corpo e le funzioni del corpo, proprio nella dimensione della juoissance di cui si parlava prima, sono le prospettive uniche con cui si guarda alle cose che accadono: cibo, sesso, cuccagna, eccesso, rovesciamento dei valori costituiti sono i segni di questo atteggiamento culturale; e i giullari gli unici attenti a riportarne esempi, anche se spesso in modo parodico e canzonatorio
[34] La biblioteca / labirinto richiede porta ulteriori implicazioni epistemologiche: intanto è un Mondo, alla maniera di Badiou, cioè è già una falsificazione della non finito estensione del Non tutto, è cioè una fantasmatica rappresentazione del Tutto, che nasce appunto dalla violenta separazione di un dentro e di un fuori , di un Ordine e di un Caos (che quindi anche nella sua tematica di disordine è al fondo il principio da cui si possono oroginare i possibili Mondi delle varie società: è il labirinto con i suoi recinti che permette prima o poi di tracciare strade che a volte portano al .. centro, o all’esterno); poi nel suo interno è il non finito del sapere umano che percorre secondo una via breve il cieco monaco e in cui al contrario si perde Guglielmo troppo attento ai dati concreti. È Adso che salva G. con la memoria del mito di Arianna: sul piano pratico funziona più l’arte che la scienza per prendere decisioni!
[35] Oggi sono gli ideologi che spacciano per ‘naturale’ le cosiddette ‘leggi’ dell’economia: tutti i cantori della scuola neoliberista di Chicago si avventano sul mondo proprio con l’arroganza cieca del giardiniere Jorge.
[36] Non sono solo gli uomini dell’apparato militare a svolgere questo ruolo anche nelle società globali: vi sono certo gli impiegati, ma tra gli altri gli insegnanti per così dire tradizionali, che si limitano a trasmettere informazioni decise dall’alto e ad espellere (bocciare) chi non è adeguato a questo ordine.
[37] È in qualche modo l’intellettuale che Gramsci definisce ‘organico’.
[38] La gamma vede da un lato il famigerato Don Giovanni, dall’altra tutta una serie di pensatori oscuri ai nostri occhi (grazie alle censure di questi secoli di ‘guardiacaccia’), a partire da Spinoza. Anche il filosofo olandese per quadro abbastanza noto, scolasticamente viene recluso tra i minori, escludendo i ragazzi dalla possibilità di conoscere un pensiero completamente laico, senza fedi di sorta.
[39] Si pensi alla forme diverse di satira che incontriamo dal Quattrocento in Pulci, Berni, Ariosto, Sannazaro, Aretino, tra gli altri.
[40] Questo avviene, ovviamente, in modo implicito nella quasi totalità delle persone che si limitano, magari senza nemmeno averne troppa consapevolezza, a modificare questo o quel dettaglio delle proprie pratiche sociali, della propria visione del mondo, dei propri comportamenti, riaggiustando continuamente proprio il racconto del proprio passato, riscrivendo per così dire di continuo la propria storia. Naturalmente però in un’opera artistica questa opera di riscrittura non può rimanere implicita ma va messa in scena, diventa essa stessa scrittura; e nel caso di un romanzo non può che essere appunto l’assunzione della tecnica dell’io narrante, che corrisponde alla pratica esperienza quotidiana di tutti noi, che non possiamo non vedere le cose del mondo (oltre che le nostre) sempre attraverso la prospettiva limitata della nostra situazione (sensazioni, passioni, idee determinate dalla concreta cornice materiale in cui viviamo – cornice psicologica, culturale, antropologica , economica ecc.).
[41] Goffman parla di copioni a proposito delle funzioni con cui in effetti si realizza l’identità di ognuno di noi.
[42] Fuor di metafora tutte le nostre attività intellettualmente piacevoli sono in analogia con quelle dello scriptorium. Insomma l’occidente è lo scriptorium. Il cosiddetto Terzo mondo la massa dei dannati esclusi.
[43] Nel senso di andare oltre la pura transitorietà delle cose che formano il presente del momento, di arrivare a costruire una ‘regola’ astratta a cui fare riferimento.
[44] Se non entri nel gruppo che prende decisioni e gestisce l’esistente, sei condannato alla dipendenza.
[45] Quando cade nella botola, in cui si perdono i libri che porta con sé, è la mano di Adso a tirarlo su; quando si perde nel labirinto, è il filo di Adso, memore del mito, che gli consente di trovare l’uscita.
[46] La distinzione tra esistenza e sopravvivenza è data da Pasolini, ne Le ceneri di Gramsci: la prima colorata da consapevolezza per così dire filosofica e quindi da difficoltà, la seconda da ignoranza filosofica e quindi da facilità. Questo schema è stato ripreso anche dal filosofo francese Alain Badiou in Alla ricerca della verità perduta, Mimesis, 2016
[47] Da Treccani “ Khun (1922-1996), nel suo The Structure of Scientific Revolutio, argomenta come la scienza si evolva grazie a ciò che lui definisce “cambi di paradigma”. L’inizio del XX secolo è l’emblema di questi mutamenti, specialmente nella fisica e nella matematica. I tre personaggi di cui parleremo hanno portato delle vere e proprie rivoluzioni nei loro campi di studio, modificando il paradigma esistente, ovvero, secondo Kuhn, il modo di affrontare la disciplina, di vedere il mondo e quindi di interpretare la realtà. Facciamo un esempio: fino a qualche secolo fa si riteneva che la vita (soprattutto quella dei piccoli organismi) si generasse dalla materia inanimata; si credeva, tra le altre cose, che da panni sporchi si potessero generare dei topi o che dal fango si generassero delle rane. Questa visione, accettata all’epoca dalla scienza ufficiale, era il paradigma corrente spazzato via da Louis Pasteur, con un esperimento che dimostrò l’impossibilità della formazione della vita da materia non vitale. A questo punto, la scienza deve accettare il fatto che la vecchia teoria non funziona più; per quanto si possa tentare di difenderla, si ha la prova che tutto quello che si era pensato è irrimediabilmente perduto e con esso tutto quello che ne deriva, come altre teorie o persino l’intera visione del mondo che si aveva al tempo, prima delle scoperte di Pasteur. Deve formarsi un nuovo approccio, un nuovo paradigma che prenda il posto di quello precedente.
Ma cosa succede all’inizio del Novecento? Nella fisica ci si trovava da qualche tempo in una situazione in cui si presentava una contraddizione importante nel paradigma corrente. Da una parte si avevano le trasformazioni di Galileo, ovvero quelle leggi che indicano come la velocità si modifichi in base al sistema di riferimento in cui si trova l’osservatore; per intenderci, un passeggero in un treno che si muove vede il treno fermo, mentre una persona in stazione lo vede in movimento. Dall’altra parte si avevano invece le equazioni di Maxwell, che regolano i fenomeni elettromagnetici; esse dovrebbero essere le stesse in ogni sistema di riferimento. Tuttavia ciò non accade e ci si trova di fronte a un assurdo. Per risolvere questo problema si sono elaborate diverse teorie, alcune delle quali sono poi state smentite dagli esperimenti. Le trasformazioni di Galileo e le equazioni di Maxwell presentano una contraddizione, quindi non possono coesistere: insieme non possono descrivere la realtà. Bisogna dunque risolvere questo conflitto. Ciò è possibile solamente rinunciando ad una o ad entrambe le leggi, sviluppando una nuova teoria che inglobi i fenomeni osservati e che non presenti ulteriori problemi. Albert Einstein(1879-1955), il cui nome è presto diventato un’icona pop grazie alle sue teorie, ha avuto la giusta intuizione per sistemare le cose e far dormire sonni più tranquilli ai fisici del ‘900. Egli assume che la luce (un’onda elettromagnetica) si muove alla stessa velocità in ogni sistema di riferimento, quindi il raggio di luce proveniente da una torcia a bordo di un treno ha la stessa velocità per un osservatore che si trova a bordo del treno o in stazione. Ciò sembra assurdo! Nella realtà di tutti i giorni questo effetto è impossibile da apprezzare perché la luce si propaga in maniera estremamente rapida, tanto da non poterne neppure osservare il movimento. Nel suo lavoro, egli rigetta quindi le trasformazioni di Galileo. Ponendo ciò come base, insieme a qualche altro assunto, Einstein sviluppa la Relatività Ristretta, teoria che lo porta a dimostrare che lo scorrere del tempo cambia in base all’osservatore. Il fatto che il tempo sia assoluto e che scorra per tutti allo stesso modo è una convinzione talmente radicata nelle nostre menti che è molto difficile immaginare le situazioni descritte dalla Relatività. Tutta la realtà ne viene sconvolta, tanto da rendere inaccettabile persino il senso comune: il tempo non è più quello che era, diventa qualcosa di diverso e, inizialmente, un oggetto nuovo che prima di Einstein non si conosceva e che va studiato da una prospettiva diversa. Questa teoria – che è stata confermata tramite esperimenti – e altre che ne derivano ci permettono oggi di far funzionare, ad esempio, i GPS. Perciò non si deve cadere nella tentazione di pensare che sia il vezzo puramente filosofico di qualche fisico, quanto piuttosto qualcosa che influenza di fatto la vita di tutti i giorni.
Sempre nella prima metà del ‘900 c’è un altro fisico, Werner Karl Heisenberg (1901-1976) – forse meno noto al grande pubblico – che mette in crisi uno dei cardini della fisica: il concetto di misura. La fisica, infatti, si basa sulle capacità di misurare le grandezze, ad esempio il volume, la temperatura, la velocità ecc. Ciò è possibile tramite strumenti, come il termometro per la temperatura, che ci danno un valore approssimato della grandezza, in base alla precisione per cui sono stati costruiti: una bilancia da cucina è molto meno precisa delle bilance usate in oreficeria. L’assunto universalmente accettato consisteva nel pensare che la grandezza esistesse di per sé e che con la misurazione si andasse semplicemente a determinarne il valore. Tuttavia ci si è accorti che, per misurare una grandezza di un oggetto, in qualche modo si deve interagire con esso (ad esempio, per misurare la velocità di un elettrone, esso deve essere illuminato, ma la luce – composta da fotoni – influisce sulla sua stessa velocità, poiché i fotoni, sbattendo contro l’elettrone che è molto piccolo, ne modificano il moto); dunque il fatto stesso di misurare influisce proprio sulla misura. Formalizzato, questo concetto prende il nome di “principio di indeterminazione di Heisenberg“, che è uno dei cardini di una nuova teoria: la Meccanica Quantistica. Anche qui il cambio di paradigma è evidente: non si possono più effettuare misure con tanta leggerezza, bisogna prestare attenzione all’eventualità che l’atto del misurare influenzi la grandezza di cui vogliamo le informazioni. Nelle misurazioni degli oggetti macroscopici, come quelle che facciamo tutti i giorni anche senza trovarci in un laboratorio di fisica, questi effetti sono trascurabili e non c’è bisogno di preoccuparsi. Tuttavia, quando ci si avvicina al mondo incredibilmente piccolo delle particelle subatomiche, le regole cambiano.
Sia la Relatività che la Meccanica Quantistica si sono evolute nel corso del tempo; si può dire a grandi linee che la prima descrive fenomeni che coinvolgono velocità molto grandi, mentre la seconda fenomeni in cui gli oggetti in gioco sono molto piccoli. Allo stato attuale, però, ci sono aspetti che rendono queste due teorie incompatibili e quindi ci troviamo nel pieno di un’altra grande crisi che i fisici stanno tentando di risolvere e che probabilmente porterà ad un nuovo paradigma.
Di tutt’altra natura è il lavoro di Kurt Gödel (1906-1978). Mentre molti dei cambiamenti in fisica derivano da esperimenti che non confermano la teoria corrente, in matematica, dove la teoria non si basa su esperimenti ma procede da sé, il cambiamento è avvenuto per la realizzazione di una verità che fino ad allora era nascosta. Il Novecento si apre per i matematici con un celebre congresso tenutosi l’8 agosto 1900, in cui David Hilbert lancia come sfida per il secolo venturo 23 problemi giudicati cruciali per il progresso della matematica. Uno di questi chiedeva di dimostrare la coerenza dell’aritmetica, ovvero che essa non produce mai contraddizioni, cioè che non si può dimostrare un fatto e contemporaneamente la sua negazione (è abbastanza ragionevole chiedere di provare, ad esempio, che se si dimostra che 2+2=4 non si può dimostrare contemporaneamente che 2+2=5). I due Teoremi di Incompletezza di Gödel rispondono alla domanda in un modo molto originale ed inaspettato: è impossibile fare quello che Hilbert ha chiesto. Ovvero: in un sistema sufficientemente complesso da contenere l’aritmetica non esiste un procedimento che ci assicuri che questo sistema non produca contraddizioni. Sarebbe facile, nel caso ne trovassimo una, dire che il sistema non è coerente, ma non è mai possibile essere sicuri del contrario, anche se non se ne presentassero mai. Questa è sicuramente una questione più filosofica delle precedenti, ma è in grado di mettere in crisi molto di quello che si pensava delle verità matematiche. I Teoremi di Incompletezza infatti portano con sé anche un’altra conseguenza: in un sistema matematico possono esistere delle asserzioni vere ma di cui non si può trovare una dimostrazione. Tuttavia, la matematica si basa su affermazioni per le quali c’è bisogno di prove e siamo quindi di fronte a una crisi che stavolta però non è risolvibile.
Questi sono solo alcuni esempi di come la scienza possa procedere grazie a delle crisi; in fondo, come ormai si sente spesso dire, dietro la crisi si cela spesso un’opportunità: c’è la possibilità di migliorare un approccio che non ha funzionato bene. Per progredire, però, bisogna cambiare punto di vista, essere pronti ad abbandonare il pregiudizio e guardare le cose in modo nuovo. Solo così si è pronti a fare meglio”.
Per saperne di più:Douglas Hofstadter, Gödel, Escher e Bach: un’eterna ghirlanda, Adelphi, Milano, 1997
[48] In Italia nel 1923 ebbe luogo la cosiddetta Riforma Gentile. Secondo lo studioso tedesco Jürgen Charnitzky, i «concetti essenziali» della politica scolastica e sociale di Gentile, cui si ispirerà la riforma del 1923, si trovano già chiaramente esposti nel saggio del 1902 L’unità della scuola media e la libertà degli studi[4]. In questo scritto Gentile propugnava una concezione elitaria, antimoderna e dichiaratamente antidemocratica dell’istruzione superiore, il cui accesso, secondo il filosofo, doveva rimanere riservato agli allievi di maggiore talento oppure a quelli di famiglia facoltosa:
«Gli studi secondari sono di lor natura aristocratici, nell’ottimo senso della parola: studi di pochi, dei migliori […]; perché preparano agli studi disinteressati scientifici; i quali non possono spettare se non a quei pochi, cui l’ingegno destina di fatto, o il censo e l’affetto delle famiglie pretendono destinare al culto de’ più alti ideali umani.»
Fra gli obiettivi della riforma dichiarati dallo stesso filosofo vi era la riduzione del numero complessivo degli allievi nelle scuole medie e superiori. In un’intervista del 1923 Gentile così rispondeva alle preoccupazioni diffuse, al riguardo, fra i genitori degli alunni:
«Alla domanda, un po’ irosa: – Come si fa a trovar posto per tutti gli alunni? – io rispondo: – Non si deve trovar posto per tutti. – E mi spiego. La riforma tende proprio a questo: a ridurre la popolazione scolastica.»
Uno dei cardini della politica scolastica di Gentile, non appena assunta nel 1922 la carica di ministro della pubblica istruzione, fu di rivalutare nelle scuole e nelle università «quei principi che erano stati profondamente scossi nel disordine politico degli anni precedenti: rispetto della legge, ordine, disciplina, obbedienza all’autorità dello Stato[7].»
[49] L’autoregolazione è un processo di molti sistemi biologici, risultante da un meccanismo interno adattativo che funziona per regolare o ridurre la risposta agli stimoli nei diversi sistemi. Mentre la maggior parte dei sistemi mostrano un certo grado di autoregolazione, la cosa è più chiaramente osservata nel rene, nel cuore e nel cervello.[1] La perfusione di questi organi è essenziale per la vita e attraverso l’autoregolazione si può deviare il sangue, e pertanto l’ossigeno, dove è più necessario. Oggi questa procedura, inizialmente pensata come solo biologica, di fatto viene vista come struttura implicita di molti dei fenomeni naturali (ad es. il tempo atmosferico) e sociali
[50] La comunicazione è vista, da Jakobson in poi, come un sistema a feedback.
[51] Conoscenza, apprendimento come passività totale dai media, dal sistema dell’industria culturale, come processo inconscio che costituisce infine lo sfondo da cui / con cui attraversare gli eventi, ebtrare in contatto con le cose, provare cioè emozioni … altro che ‘autenticità’!
[52] (influencer, infoteinment, social media..).
[53] Non basta la mente, l’azione nel duello prima o poi è sempre violenza , fisica ecc..
[54] Anche in questo film emerge l’ideologia individualistica per cui la storia la fanno i singoli, se assumono su di sé il ruolo dell’eroe.
[55] La meta – cognizione indica un certo livello di conoscenza della forma nella quale si svolgono i nostri processi cognitivi (memoria, attenzione, percezione e pensiero): la ‘meta – verità’ quindi è la verità relativa ai processi con cui si costruiscono (si mettono in forma) le ‘verità’ di cui ci si serve ai vari livelli delle esistenze (sociali, individuali ecc.)
[56] L’anamorfismo è propriamente un effetto di illusione ottica che rende un’immagine distorta riconoscibile solo da un punto di vista specifico. Più in generale nel cinema indica la Deformazione di un’immagine per mezzo di un sistema ottico, usata per ottenere effetti speciali; in botanica lo Sviluppo anormale di un organo in una pianta;in zoologia lo Sviluppo senza metamorfosi in alcuni artropodi. In generale l’anamorfosi consiste nel percepire una forma diversa in qualcosa che fino ad allora abbiamo percepito in modo meccanico secondo categorie in uso, semplicemente cambiando la prospettiva da cui la si è osservata fino ad allora.
[57] Questo in coincidenza con l’evoluzione stessa dell’antropologia occidentale, che celebra sempre più l’individuo a detrimento della comunità di appartenenza: l’esistenza è vista come competizione (game appunto) in cui conta appunto ‘vincere’ sui competitori (i vicini non solo i lontani). Quel che è ‘vero’ è soprattutto quel che riesci a ottenere nelle situazioni particolari in cui vivi: non esiste un valore ‘sacro’ o un ‘principio’ scientifico’ cui affidarsi; o meglio lo si costruisce riducendo la complessità di nuove teorie a schemi facili da ripetere (la vita come lotta per la sopravvivenza, ad esempio)
[58] Un Sistema esperto nasce (come effetto dell’affermazione compartimentale del Positivismo) all’interno di quella che chiamiamo intelligenza artificiale (AI): l’AI è la tecnologia progettata per emulare le capacità decisionali degli esperti umani all’interno di specifici ambiti (specializzazione). Questi sistemi sfruttano basi di conoscenza dettagliate e sofisticati motori di inferenza per elaborare e analizzare informazioni, offrendo soluzioni, orientamento e consigli simili a quelli forniti da un esperto umano. Il loro sviluppo ha segnato un significativo passo avanti nella ricerca di applicare l’IA nella risoluzione di problemi complessi in diversi campi, tra cui medicina, finanza e gestione ambientale.
[59] Decisiva, in questa modifica dell’atteggiamento degli scienziati, è la rappresentazione della causalità che comincia con Leibniz, che introducendo il concetto di Campo, propone la necessità di individuare le cause degli eventi non solo o tanto con il contatto diretto, ma con una serie di forze invisibili (elettricità, magnetismo ..).
[60] Cfr. Erich Kandel, in L’età dell’inconscio. Arte mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni. 2016. L’espressionismo, eliminando le sfumature e i dettagli propri dell’arte realistica, si rivela la forma artistica che più chiaramente anticipa quel che le neuroscienze scoprono alla fine del secolo: la mente si forma delle ‘immagini’ ‘grosse’ (riduzionistiche) delle cose, quelle che costano meno energia (‘fatica’) per elaborarle. È quanto conferma anche Khaneman nella serie immane di studi condotti con Tversky per rappresentare la doppia procedura delle menti umane, quella veloce e quella lenta.
[61] Ispirandosi alla teoria del campo della fisica, Kurt Lewin stabilì due condizioni di base per la teoria del campo in psicologia. La prima è che il comportamento deve essere dedotto da un insieme di fatti coesistenti (Fernandez, 1993). La seconda dice che quei fatti coesistenti hanno il carattere di un “campo dinamico”, lo stato di ciascuna delle parti del campo dipende da tutte le altre.
Un campo, in fisica, è una regione di spazio in cui esistono delle proprietà rappresentate da grandezze fisiche (temperature, forze, ecc.). Lewin utilizzò il concetto fisico di “campo di forze” (Lewin, 1988) nella sua teoria di campo per spiegare i fattori ambientali che influenzano il comportamento umano. In sostanza no agiamo ma ‘siamo agiti’, proprio quando pensiamo di essere ‘liberi’.
[62]The Cognitive Unconscious, John F. Kihlstrom . “Contemporary research in cognitive psychology reveals the impact of nonconscious mental structures and processes on the individual’s conscious experience, thought, and action. Research on perceptual-cognitive and motoric skills indicates that they are automatized through experience, and thus rendered unconscious. In addition, research on subliminal perception, implicit memory, and hypnosis indicates that events can affect mental functions even though they cannot be consciously perceived or remembered. These findings suggest a tripartite division of the cognitive unconscious into truly unconscious mental processes operating on knowledge structures that may themselves be preconscious or subconscious.” Da JSTOR https://www.jstor.org/stable/1699849
[63] Platone ci ha detto che i sensi sono ingannevoli, che non sono affidabili. Per chi non lo ricordasse, il mito della caverna ci presenta degli uomini che vivono con le mani e con i piedi incatenati e possono osservare solo il muro di una caverna. Alle loro spalle, un fuoco acceso proietta delle ombre sul muro che loro contemplano. Secondo questi prigionieri, tale proiezione è realtà, poiché è l’unica cosa che conoscono, l’unica alla quale hanno accesso e che percepiscono mediante i sensi.Quando uno di questi uomini riesce a liberarsi e a scappare, ha accesso al mondo reale, alla conoscenza; all’inizio la luce lo accecherà, proverà dolore e dovrà adattarsi. Quando ritorna nella caverna, i suoi compagni credono che stia mentendo e desiderano ucciderlo. Questi compagni conoscono una sola realtà e, di conseguenza, la proteggono; è la loro realtà e non vogliono metterla a repentaglio. Una situazione che si ripete nel tempo, pensiamo per esempio a Galileo o a Copernico. In Matrix, Neo ha un sospetto, un’idea che gli ronza in testa; Come in Alice nel Paese delle Meraviglie, Neo seguirà un coniglio che lo farà cadere nella sua tana ma, in questo caso, non accederà a un luogo fantastico e irreale, bensì giungerà al mondo reale, al mondo delle idee che proponeva Platone.
[64]
[65] Fin dal 1803 gli atomi erano considerati i costituenti fondamentali della materia. Nel 1874 G. Stoney scoprì l’elettrone e poi Rutherford il nucleo atomico, caricato positivamente, circondato da elettroni carichi negativamente come il sole in mezzo ai pianeti del sistema solare. Però seguendo la teoria elettromagnetica di Maxwell sulle cariche in moto accelerato, si giunse alla conclusione che l’atomo avrebbe dovuto collassare, invece la materia che osserviamo continuamente è stabile.
A cavallo tra il XIX e il XX secolo lo studio dell’effetto fotoelettrico mise in discussione la completezza della meccanica classica, suggerendo che la radiazione elettromagnetica avesse il duplice comportamento ondulatorio e corpuscolare durante l’interazione con la materia.
[66] La casualità del mondo quantistico è stata dimostrata in infiniti esperimenti. Il mondo quantistico è inoltre caratterizzato dalla non-località. Due entità quantistiche che hanno in qualche modo interagito tra loro oche fanno parte dello stesso sistema, come due fotoni emessi contemporaneamente dallo stesso atomo), restano in qualche modo collegati uno allʼaltro per sempre, cosicché sono “consapevoli” del loro reciproco stato e di qualsiasi cambiamento avvenga nel partner (si veda esperimento di Aspect).
Inoltre, nelle equazioni della fisica quantistica non cʼè nulla che distingua il passato dal futuro e indichi una freccia del tempo universale, ma questa ultima caratteristica è condivisa dalla meccanica classica […]. Sebbene la fisica quantistica possa risultare bizzarra, funziona
[67] Hegel, La fenomenologia dello spirito
[68] È un processo costante dell’umano moderno: ogni cambiamento di sistema sociopolitico comporta una revisione dei principi dei modelli delle idee. La cancel culture attuale ne è un esempio eclatante, come la pretesa della nostra ‘destra’ di ‘rileggere’ il fascismo…
[69] È appena il caso di notare come negli ultimi decenni la formazione dei nuovi adulti viene orientata sempre più alla settorializzazione delle ‘competenze’: la mira è avere ‘elementi’ utili subito, senza pensare ovvvimente alle conseguenze. Dei singoli, e tantomeno dei sistemi complessi che sono – in fondo – le comunità umane, specie quelle che si autodefiniscono ‘globali’.
[70] “L’unica cosa che conta è vincere” hanno detto in tempi diversi, ad esempio, i presidenti della stessa squadra italiana di calcio, la Juventus. I suoi numerosi tifosi ovviamente, più o meno consapevolmente, adottano questo principio ‘ideologico’ e probabilmente lo applicano , con leggerezza, nelle vite quotidiane.
[71] Una delle scene più cruciali di Oppenheimer, che segnano poi il senso del film e il suo finale, riguarda il discorso di Oppenheimer agli altri scienziati a Los Alamos. In quell’occasione, il fisico afferma che il suo unico rimpianto è che la bomba atomica non sia stata completata in tempo per essere usata contro i nazisti. Ma non solo. Inizia anche ad avere visioni infernali della fine del mondo: vede lampi di luce bianca che rispecchiano l’esplosione del test Trinity, seguiti da inquadrature grottesche della pelle che si stacca dagli scienziati.
All’esterno, invece, intravede una coppia terrorizzata che piange e un giovane che vomita. Con questi frame, Nolan mostra al pubblico le conseguenze e le atrocità commesse dagli Stati Uniti contro il Giappone derivanti dall’arma, che assumono un significato ancora più orribile e intenso poiché sono immaginate proprio dall’uomo che più conosce la sua potenza. Nel film, Oppenheimer continua poi ad essere tormentato da questi incubi nei quali vede il fuoco consumare la Terra, e che ritornano puntalmente in ogni momento della storia per essere promemoria di ciò che è stato commesso. Ed è proprio così arriviamo al finale, nel quale si ha una visione più vivida del futuro, mai fortunatamente avveratasi.
Mentre parla vicino il laghetto con Einstein, Oppenheimer vede gli ICBM che in seguito nasceranno dalla sua creazione. Inizia ad immaginarsi nella cabina di pilotaggio di un aereo a guardare il cielo mentre le testate nucleari sfrecciano sopra di lui. Dall’orbita, vediamo l’atmosfera stessa della Terra prendere fuoco. Seppur questo non sia mai successo nella realtà, la minaccia del nucleare rimane e il film fa sì che questa cosa non venga mai dimenticata. Se si pensa ai tempi che corrono oggi, con alcune guerre in atto e la paura di scatenare degli scontri nucleari, si realizza subito quanto quest’arma sia ancora adesso motivo di grande preoccupazione.
[72] Il viaggio dell’eroe è un modello narrativo sviluppato negli anni Novanta del XX secolo dallo sceneggiatore hollywoodiano Christopher Vogler: lo schema è basato su archetipi (cioè su simboli – artefatti – che danno pienezza al non senso delle cose), ed è suddiviso in una serie ordinata di tappe che portano l’eroe da una condizione di imperfezione ad una di perfezione, cioè da una auto-consapevolezza parziale a una completa (in effetti a completare quello che la comunità di appartenenza impone come ‘regola’ per ‘appartenere’ al gruppo).
Vogler, in realtà, è stato influenzato dagli studi di Joseph Campbell, uno studioso di mitologia comparata, che ha dedicato la sua intera vita allo studio dei miti delle varie civiltà umane, da quelli greci a quelli aztechi, supportato dall’idea di Cassirer – filosofo neokantiano – secondo cui l’uomo è in effetti un animal symbolicum, capace cioè di ‘inventarsi’ simboli per dare un significato a quello che non ce l’ha. Nel suo “L’eroe dai mille volti” (The Hero With a Thousand Faces, 1973) sostiene che in regioni ed epoche storiche diverse, i sapientes hanno inventati storie che, pur diverse per i dettagli della superficie (TESTO), condividono lo stesso SOTTOTESTO, la stessa struttura narrativa: in tutti i miti sarebbe presente la stessa successione di eventi ed episodi, in particolar modo per quanto riguarda il percorso affrontato dal singolo individuo, che affronta prove che alla fine gli consentono di essere ‘iniziato’ – introdotto- in qualche comunità d’elite, a passare da uno stato di esclusione e disordine ad uno di inclusione e ordine. Insomma il viaggio dell’eroe è la presentazione in forma narrativa della struttura stessa dei riti iniziatici che consentivano alle antiche comunità di essere appunto ‘comunità’, elimnando la spinta alla ‘differenza’ – che è proprio a di ogni organismo.
Se è vero che i personaggi e le narrazioni eroiche mirano a rafforzare la comunità, la versione hollywoodiana di Vogler utilizza gli archetipi presenti nell’inconscio cognitivo dell’homo sapiens, per dare forza all’ideologia individualistica della modernità liberista, cioè alla crescita personale, del singolo, alla conquista del mito odierno dell’autenticità personale CONTRO’ la comunità:.
In ogni caso questo modello è estremamente consolatorio, perché suddiviso com’è in fasi be de -‘finite’, rende relativamente semplice immaginare un percorso psicologico di ‘crescita’ verso la ‘perfezione’ (la ‘sanità’). In pratica i miti, infatti, sono racconti che rappresenterebbero i ‘veri’ momenti chiave di passaggio da uno stadio della vita ad un altro, fino a raggiungere la meta, anzi – per dirla con le parole oggi dominanti – compiere l’Impresa’ (a farsi ‘imprenditori di se stesso’, come vuole la vulgata contemporanea della società globalizzata).
In definitiva lo studio antropologico e semiotico di Campbell (che mira a rappresentare le varie modalità con cui nel tempo le comunità dei sapienes hanno costruito simboli capaci di creare coesione nel gruppo) è stato riusato da Vogler (dall’industria culturale occidentale) in senso piscologico ed economico (per proporre degli schemi consolatori ai competitors che mirano a ‘fare carriera’). Di fatto Vogler offre un pratico manuale per sceneggiatori e scrittori (si pensi alle scuole di scrittura che pullulano ovunque): di fatto il viaggio dell’eroe è utilizzato soprattutto come schema narrativo, capace – con la scansione di tappe – di creare intrigo, ritmo, emozioni avvincente ( esempi di enorme ricaduta commerciale – quindi ideologica – Star Wars, The Matrix, Il Signore degli Anelli, Harry Potter).
Come si compone il viaggio dell’eroe? Si tratta di un percorso di 12 tappe divise in 3 parti, durante il quale avviene una profonda trasformazione del personaggio, il quale cresce, cambia e passa da un modo d’essere a un altro.
La struttura della storia di un eroe è la seguente: l’eroe, che vive nel suo (1) mondo ordinario, riceve una (2) chiamata. Inizialmente non l’accetta e, anzi, la rifiuta (3), ma istruito da un (4) mentore, vince la sua paura e (5) varca la prima soglia, che gli permette di accedere al mondo straordinario.
[73] In questo caso non si tratta di moglie o amata, proprio per evitare di far scadere l’attenzione dello spettatore nelle trappole facili dell’eros, del sentimento, della psicologia.
[74] Una variante di questo frammento paradossale della storia, è la parte in cui si introduce Gargantua, il buco nero supermassiccio intorno al quale orbitano i pianeti di Miller e Mann. Ha una massa 100 milioni di volte più grande di quella del Sole e la sua rappresentazione è estremamente realistica nel film. Nessuno ha mai visto un buco nero così da vicino, ma le simulazioni scientifiche mostrano qualcosa di molto simile a quello che vediamo in Interstellar. Il team che ha prodotto la grafica di Gargantua ha usato equazioni fornite da Thorne stesso, ma non solo. Un’altra cosa importante da notare è che il disco di accrescimento attorno a Gargantua contiene poco materiale: questo può accadere se un buco nero così grande non ingloba nessuna stella per milioni di anni. Quindi avvicinandosi al buco nero non si viene disintegrati, proprio perché il disco non è caldissimo e non emette grandi quantità di radiazioni. È comunque abbastanza caldo e luminoso da rendere “abitabili” i pianeti che gli orbitano intorno.
[75] Per ottenere questo effetto c’è bisogno che il pianeta orbiti vicino all’orizzonte degli eventi, ma che al tempo stesso non venga ingoiato dal buco nero. Thorne ha immaginato che Gargantua ruoti su se stesso ad una velocità enorme, la velocità massima consentita dalla relatività generale. Per chi lo osserva da lontano, il pianeta di Miller fa un’orbita attorno a Gargantua in circa due ore (a circa la metà della velocità della luce). L’orbita avviene quindi in un decimo di secondo. Inoltre, a causa dell’enorme effetto marea, il pianeta di Miller viene deformato e mostra sempre la stessa faccia al buco nero. Che è un po’ quello che succede con la Luna, che mostra sempre la stessa faccia alla Terra. Nel film c’è di mezzo un buco nero, ecco perché le maree sono un po’ più estreme
[76] non ce la farebbe a raggiungere il pianeta di Edmunds se dovesse portarsi dietro il suo peso
[77] Da Wikipedia “Il quadrato semiotico è un metodo di classificazione dei concetti pertinenti ad una data opposizione di concetti quali maschile-femminile, bello-brutto, ecc. e di classificazione dell’ontologia pertinente. È stato introdotto dal linguista e studioso di semiotica lituano Algirdas Julien Greimas, derivato dal quadrato delle opposizioni di Aristotele. A partire da un’opposizione data di concetti S1 e S2, il quadrato semiotico per prima cosa presuppone l’esistenza di altri due concetti, ossia ~S1 e ~S2, che stanno tra loro nelle seguenti relazioni:
- S1 e S2: sono contrari
- S1 e ~S1, S2 e ~S2: sono contraddittori
- ~S1 e ~S2: sono subcontrari (possono avere in comune delle zone intermedie)
- S1 e ~S2, S2 e ~S1: complementarità (sono legati da una relazione di implicazione)
Il quadrilatero semiotico introduce anche prodotti, i cosiddetti meta-concetti, che sono dei composti. Tra questi, i più importanti sono:
Per esempio, dalla coppia di concetti opposti maschile e femminile, si può ottenere:
- S1: maschile
- S2: femminile
- ~S1: non maschile
- ~S2: non femminile”
insomma, partendo da due semi contrari di una unica categoria semica binaria si applica ad entrambi l’operazione logica della negazione, per generare un contradditorio: bianco nero bianco nero ,non nero non bianco
[78] Qui, pur se non esplicitato, si potrebbe cogliere l’analogia con l’entaglement quantistico . L’entanglement è quel fenomeno quantistico in cui due o più particelle che si siano trovate in interazione reciproca per un certo periodo rimangono legate (entangled), nel senso che ciò che accade ad una di esse si ripercuote istantaneamente anche sull’altra. Uno dei più grandi misteri della fisica quantistica è l’entanglement ( Intreccio non separabile) e il conseguente collasso della funzione d’onda. Quando due particelle interagiscono, le loro funzioni d’onda rimangono intrecciate nel senso che una influenza l’altra. Le proprietà di una particella influenzano l’altra e viceversa. Se le particelle vengono separate e tenute in luoghi distanti, rimangono “entalgled” ovvero rimangono “intrecciate”, il loro comportamento dipende dall’altra particella. Quando le particelle vengono esaminate per scoprire le proprietà individuali, la loro funzione d’onda perde istantaneamente l’intreccio. I fisici direbbero che la funzione d’onda collassa.L’altra particella simultaneamente perde l’intreccio delle proprietà che dipendono dall’altra particella e diventa determinata. In fondo non è questo che succede quando due persone si ‘amano’? i rispettivi movimenti collassano e , per un po’ si ha una situazione di stasi, in cui ci si modifica a vicenda: finchè dura.. in sostanza la stessa ‘storia’ umana non sarebbe – entro questa prospettiva – che un tentativo ininterrotto di determinare situazioni di stasi, prevedibili. Destinate appunto alla modificazione determinata dal movimento ‘emergente’ delle componenti che si pretende di controllare.
[79] Il mondo creato ogni giorno nella realtà globale è appunto a livello di ‘comunicazione’ mercantile solo ‘immaginazione’ (sentimenti) ad esclusione di rigore. “Pura follia” dunque.
[80] Diremmo l’attuale ‘scuola delle competenze’, della specializzazione estrema, della compartimentazione che ‘stabilizza’ le parti sociali, che evita i disordini, affidando tutto alla ‘ripetizione’ di procedure decise in partenza da altri
[81] Egli è ancora fermo alla ripetizione delle formule di Pico della Mirandola (per cui Dio ha dato all’uomo il compito di completare il creato) e degli statunitensi del primo Ottocento (convinti che essi avessero un ‘destino manifesto ’, quello di correggere la natura)
[82] Naturalmente le culture tradizionali, quelle delle società ‘fredde’, privilegiano – in base alla loro rappresentazione delle cose – la ‘stasi’: e quindi propongono come virtù quelle proprie della senectus, del rispetto di quello che c’è e del timore delle res novae. Ad esempio per i romani della repubblica la virtus consisteva in gravitas, fides, constantia e – soprattutto – pietas (senso del dovere, rispetto per le regole, le istituzioni ecc.); ma per quelli dell’impero la virtus è nella levitas, calliditas, perfidia, impietas..