” FARE QUALCOSA “

MAKING SPECIAL

Premessa

Dalla biologia evolutiva negli ultimi decenni è emersa espressione “making special” per indicare la ‘specialità’ propriamente umana di ‘fare qualcosa’ di diverso da quanto comporta la meccanica dell’hardware dell’organismo di cui siamo fatti: insomma è una “procedura” consentita dall’’hardware, evidentemente, di differenziare quello che per genetica sarebbe solo da ripetere.

a.

La chiave fondamentale è probabilmente il software, per così dire, che accomuna tutti gli organismi viventi, quello che –per consentire la crescita della probabilità di sopravvivenza – di ‘limitare’ la molteplicità degli stimoli che provengono dall’esterno, in modo da dare vita ad uno spazio ristretto (un sistema chiuso ) di cui sia possibile in qualche modo conoscere e controllare – attraverso codificazioni e  ritualizzazioni – sia le componenti, sia le relazioni con esse.

Insomma è il banale ‘segnare il territorio’ che – come dice l’etologia – consente agli organismi di ‘ri – conoscere’ quello che lo circonda in modi rapidi ed efficienti.

Oggi, del resto, sappiamo che quello che chiamiamo “mondo” non è esattamente quello che percepiamo e ‘conosciamo’ noi con le nostre menti, ma è un sistema multisistemico che è ri – conosciuto e controllato in modo differente da tutti gli organismi in rapporto ai propri specifici apparati percettivi ed elaborativi.

Il mondo delle mosche o delle talpe certamente non è lo stesso, ma ogni ‘specie’ animale ha il suo mondo ‘speciale’.

Basti ricordare che la parola specie ha a che fare con il verbo latino ‘spicio’ che significa ‘osservare’: se le cose stanno così, ‘speciale’ sottolinea proprio il fatto che i vari organismi sono speciali perché hanno diversi apparati di percezione (di ‘osservazione’). E ‘specia’ all’origine indica proprio l’atto del ‘guardare’.

È chiaro allora che l’espressione ‘making special’ non fa altro che sottolinerae come al guardare differente segua un agire differente: e questo vale per tutti gli animali.

b.

Il secondo elemento che si propone come vantaggio nell’evoluzione in relazione alla sopravvivenza è proprio il fatto che la conseguenza più ‘efficace’ del filtrare la complessità attraverso propri sistemi percettivi ‘specializzati’ è che anche l’agire diventa ‘speciale’, cioè specializzato: la pulce sa saltare, la talpa sa scavare, i ghepardi sono veloci ecc. ecc.

L’uomo, da quando acquisisce la consapevolezza del vivere, del mondo, rende questa caratteristica una procedura fondamentale della sua relazione con l’Altro. Limitare il Non Finito in Finito non è più solo un portato del DNA, ma una consapevole opera di ‘messa-in-forma’.

La riduzione della complessità è di fatto lo scopo di ogni cultura umana, che in genere punta a proporre una rappresentazione del Molteplice come Uno. E vale ancor più per il singolo che per fuggire l’angoscia del Tutto e la paura della scelta trova facile rifugio nel ‘fare qualcosa’: un hobby, un gioco, un lavoro, un ideale, una passione, un amore non sono altro che particolari espressioni di questa generale necessità di colmare il Vuoto con Qualcosa.

Così la specializzazione tanto celebrata dal positivismo in poi è davvero la teoria di questa modalità d’approccio alle cose del mondo: come qualche decennio prima il Romanticismo ha rimesso al centro dell’attenzione i sentimenti, così il Positivismo ha chiarito che le soluzioni si vedono meglio se si limita il campo, se si separa il sapere in tante caselle diverse.

Come la relazione sociale funziona meglio se la si limita a due o poco più (amato, famiglia, cerchia ristretta di amicizia …) così l’azione pratica funziona meglio se la si semplifica.

c.

Ecco allora che, se l’umano è ‘artification’, anche l’arte in senso stretto è nient’altro che una esasperazione della procedura del ‘making special’, una riduzione del campo del reale, una rappresentazione ‘speciale’ di qualcosa di ‘speciale’, da punti di vista ‘speciali’, con tecniche e procedure ‘speciali’.

In particolare per la Dyssanayake la genesi dell’arte, all’alba del genere umano, è riconducibile a elementi «protoestetici» di interazioni che si sono evoluti nelle madri e nei bambini del Pleistocene medio: semplificazione o formalizzazione, ripetizione, esagerazione, elaborazione e manipolazione dell’aspettativa[1]

Queste operazioni sulle modalità visive, vocali e gestuali furono successivamente utilizzate da individui e culture per creare e rispondere alle loro varie arti. L’artificio è una propensione umana più ampia dell’«arte»: a differenza di altre nozioni d’arte, non implica bellezza o abilità, sebbene nella sua motivazione a sottolineare l’importanza, l’ordinario è reso straordinario. Nella sua enfasi sul preverbale,

ipotesi

1

Un vantaggio evolutivo determinante è la costruzione di ordine laddove in partenza non ce n’è.

Se l’organismo tipico si limita a ripetere meccanicamente certi atti, l’organismo dell’ominino, a partire da un certo momento acquisisce il controllo di certi comportamenti ‘speciali’, nel senso che acquista , osiamo dire, la ‘coscienza’ dell’efficacia maggiore di alcuni comportamenti rispetto ad altri.

All’inizio certamente non è questione di coscienza ma di efficacia, ovvero di crescita dell’adattabilità, delle possibilità di sopravvivenza. E in termini di R&S, per usare le espressioni di D.Dennett, queste pratiche diventano patrimonio ‘culturale’ : alla base di tutto c’è il processo proprio di tutti gli organismi viventi di ‘delimitare il campo’ d’azione, di isolare una Parte rispetto al Tutto e ivi cercare di ‘costruire’ un ordine,

Ad esempio, segnando il territorio con segnali chimici, sonori ecc. lo spazio vitale viene mantenuto con minore spreco di energia, quindi con crescita delle probabilità di sopravvivenza. Insomma il passaggio inconsapevole dal Non Finito al Finito segna il vantaggio evolutivo, che si moltiplica nel momento in cui la stessa procedura passa ai comportamenti.

La ritualizzazione (cioè la ripetizione) di certi gesti assicura lo stesso effetto di ‘economia’ energetica e di ‘sopravvivenza. 

E questo è tanto vero che ancora oggi, nelle società ipersviluppate della globalizzazione, è proprio la limitazione del campo a dettare legge, sia in ambito economico sia in ambito psicologico e sociale.

La specializzazione in ambito lavorativo (la divisione del lavoro) è solo uno sviluppo estremamente modellizzato di quella caratteristica di fondo.

Lo stesso vale per le relazioni sociali: man mano che il gruppo di riferimento si è ingrandito sono cresciute le pratiche relazionali di restringimento del campo, ovvero relazioni amicali e amorose. Se in tanti è difficile reggere il compito di regole e conflitti mimetici, allora la riduzione del campo sociale consente di ‘controllare’ in modo efficace lo ‘spazio socio psicologico’. Copioni in generale (Goffman, Winnicot) come ritualizzazioni’, per così dire, laiche: e riduzione del numero delle persone – organismo con cui stabilire lo spazio sociale ‘ di sicurezza.

Ma ancora in generale, tutti ci sentiamo molto più rilassati se ci limitiamo a pratica un hobby, a fare lavori manuali, a dedicarci ad attività speciali (come uno sport qualunque, una disciplina qualunque).

Tra la prospettiva di dover affrontare un impegno pluriennale di studi all’università e quella di stare in un laboratorio a ‘fabbricare’ qualcosa, è chiaro che immediatamente la scelta è fatta. La riduzione del campo insomma è il segreto

2

E quando è davvero iniziato il tutto? Per Ellen Dissayanke dalla relazione madre / cucciolo.

Madre e infante, avrebbero entrambi goduto di questo successo evolutivo inconsapevolmente guidati dal senso di piacere che ne avrebbero tratto.

La mente umana ‘lavoro’ sempre in termni economici: è meno dispendioso in termini di impegno di energia una ‘forma’ ‘armonica’ rispetto ad una disarmonica.

La disarmonia impegna una revisione, una analisi, una elaborazione, che alla fine ha magari delle risposte chiare. Ma nel frattempo si è consumato energia. Se al contrario la facciata di una casa mostra al centro una porta e ai lati altri due motivi (finestre, ornamenti, ecc.) ebbene la mente prova ‘piacere’, sta bene, è soddisfatta perché riconosce’ una ripetizione, una dimensione di collegamento tra elementi che costa meno spreco.

Il piacere, viene fatto notare, è la ricompensa anche di altri comportamenti adattivi in relazione

  • al sesso (liberazione dalla pulsione alla ricerca dell’altro, affermazione del proprio predominio)
  •  al cibo,  (omeostasi energetica)
  • al riposo (omeostasi energetica)
  • all’essere ammirati (riconoscimento)
  • ed allo stare al caldo. (omeostasi energetica)

La ritualizzazione è la procedura più efficace per determinare in termini culturali uno stato di emotività positiva: la ‘ripetizione’ e la simmetria esonerano dall’angoscia dettata dall’incertezza rispetto al e alle percezioni asimmetriche.

Il processo di ritualizzazione, secondo la Dissanayake (2009a), conferisce in generale importanza a certi segnali specifici tramite operazioni che mirano ad attrarre ed a mantenere l’attenzione delle altre persone.

In uno stato di coscienza ordinario non facciamo esperienza di emozioni vere e proprie, ma i nostri stati affettivi possono essere descritti come fluttuazioni dell’umore: con valori positivi, negativi o neutri. (Damasio).

Reazioni emotive vere e proprie vengono innescate da discrepanze o cambiamenti improvvisi (la Differenza) che suscitano il nostro interesse consapevole in termini di biforcazioni davanti a cui scegliere: la novità viene va immediatamente valutata sulla base dell’asse semiotico fondamentale dell’organismo che vive, pausa vs sicurezza. Il Proto – sé consiste in questo automatismo elementare di ricerca della sopravvivenza pura e semplice. Solo quando vi si innesta il cervello gastrointestinale, l’organismo  incomincia a de- finire i ‘luoghi’ delle emozioni, a delimitare lo ‘spazio’ fisiologico delle emozioni, a passare dalla reazione non orientata alla schematizzazione topica delle emozioni, a trasformare la passività dell’essere ‘mossi’ all’attività del ‘sentire’, della distinzione delle varie specifiche sollecitazioni sensoriali che determinano dolore o piacere ( posizionalità ‘centrica’)

La mente dell’homo sapiens infine trasforma queste percezioni in simboli, anzi in sistemi arbitrari segni che lo fanno davvero un unicum tra tutti gli organismi (posizionalità ‘eccentrica’)[2].

Insomma, nel corso dell’evoluzione, un comportamento inconsapevole mano a mano diventa una possibilità di descrizione dello stato dell’organismo, e addirittura la possibilità di orientare lo stato dell’organismo, passando dal disturbo al piacere.

3

L’effetto fondamentale di questa condizione di eccentricità, fa sì che l’essere umano sia un essere “naturalmente artificiale”, che vive in una condizione di “immediatezza mediata” con il reale e con se stesso, situandosi perennemente in una “localizzazione utopica” (sempre dentro e al contempo fuori di sé, sempre in un qui e contemporaneamente sempre in un altrove). È questa particolare ambivalenza, impossibile da ricomporre, che fa dei sapiens degli animali senza pace e costitutivamente sradicati.

La percezione di questa frattura costitutiva impone all’homo sapiens di elaborare procedure ‘artificiali’ che riescano a creare radici laddove non ve ne sono, a favorire la quiete, eliminando  il contrasto tra il ‘qui’ e l’altrove’. Ogni cultura umana dà una forma all’informe, attraverso i miti (script) e i riti (frame) che riescono a connettere in qualche modo, con efficacia, il ‘qui’ e l’altrove, il dentro e il fuori.

Le forme elaborate, a forza di essere ripetute, finiscono per consentire ai singoli gruppi di organismi di ‘sopravvivere’ in modo efficiente, economizzando energia.

In definitiva la procedura che è alla base della sopravvivenza è la ‘banalizzazione’ della ‘complessità’, il ridurre cioè il Molteplice all’Uno – per dirla con termini della tradizione filosofica classica. Dall’utopia di voler /potere controllare tutto, fonte di angoscia costante, l’homo sapiens passa al ‘fare qualcosa’, al ‘delimitare il campo ’, a creare forme finite (spaziali, temporali, sociali, simboliche). Leggi, abitudini, pratiche che funzionano vengono agganciate all’Altrove e creano quiete. Diventano la base ontologica di quello che Khaneman chiama Sistema 1.

4

A livello del singolo si ripete quotidianamente il problema e la soluzione: di fronte a situazioni complesse, percepite come non finito, la persona cerca di ‘fare qualcosa’ e basta, di limitarsi ad una azione semplice, elementare, facile da identificare nelle sue componenti e facile da ripetere.

Il risultato è l’esonero dal problema della scelta. Ditemi che devo fare e sono tranquillo.

Ecco perché l’uomo comune – proprio perché sapiens, cioè consapevole della complessità delle cose – preferisce le situazioni elementari, le procedure note, eliminando (distruggendo) il nuovo, lo strano.

Gli hobby (come il giardinaggio ) certamente rilassano : proprio perché cosentono di limitare al massimo il Mondo. Invece della complessa rete di relazioni e di scelte da mediare costantemente, ‘fare qualcosa’ (giocare a calcio, andare ad una mostra, un concerto, un festival filosofico…) consente di vivere in mondi virtuali (del ‘come se’) felici e contenti, ‘come se’ davvero quella piccola fetta di reale fosse tutto il reale.

Così si spiegano cose che l’ingenuità del Sistema 1 pretende di valutare su basi etiche. Ad esempio i ragazzi a scuola in genere , abituati alla routine, rifiutano energicamente di trovarsi improvvisamente a fare delle scelte: sono contenti se gli si assegnano compiti precisi (cioè ‘delimitati’ chiaramente) e li si interroga proprio su quelle cose; vanno in crisi se d’un tratto li si pone davanti a biforcazioni mai praticate. Nel primo caso c’è l’esonero dalla scelta (fatta da un potere, chiunque sia davvero), nel secondo l’angoscia del problema da identificare.

Insomma più serenità nell’affrontare compiti limitati (le competenze di cui tanto si ciarla) e disturbo di fronte a problemi da mettere in forma[3]. E gli artisti sono quelli che più si trovano in questa dimensione.

5

Partendo dalla teoria che la comprensione (appraisal) di un indice saliente o nuovo avviene nella forma dell’anticipazione del significato di tale evento in relazione ai propri interessi vitali (Watson and Clark 1994), la Dissanayake suggerisce che tutti gli artisti, operanti con qualsiasi medium, attuino gli stessi comportamenti istintivi osservati dagli etologi durante i comportamenti ritualizzati delle altre specie animali.

Tramite la semplificazione o la formalizzazione, la ripetizione con o senza variazioni, si attua un vero e proprio processo di ‘modellizzazione’ primario (Lotman)con cui si passa dalla complessità del Non Finito alla chiarezza dei Mondi, con nette linee che demarcano l’Ordine dal Disordine (la Simmetria dall’Asimmetria, l’armonia dal rumore, il Bello dal Brutto, il Buono dal Cattivo).

È proprio tramite l’esagerazione e l’elaborazione che oggetti, materiali, corpi, ambienti, suoni e scansioni ritmiche presenti nella realtà quotidiana vengono “resi speciali” (made special), passando dal dominio dell’ordinario a quello dello straordinario (Hogan 2003; Jakobson 1971; Mukařovský 1964/1932; Shklovsky 1965/1917).

È questa consapevole pratica che segna l’emergere di figure sociali ‘specializzate, come sciamani e sacerdoti ed indovini.

 Per mezzo di questi comportamenti gli artisti riuscirebbero ad attrarre ed a sostenere l’attenzione del loro pubblico inducendo ed influenzando le loro emozioni proprio come fanno i neonati con le proprie madri

4

Artification

Questi comportamenti evoluti nel corso delle interazioni con i neonati vengono considerati operazioni proto-estetiche responsabili di aver prodotto una sorta di bagaglio di capacità e di sensibilità. Una volta utilizzato in modo consapevole ed in un nuovo contesto culturale, questo insieme di capacità e di sensibilità si sarebbe poi evoluto in una predisposizione comportamentale che sarebbe divenuta nuovamente adattiva.

Queste pratiche di artification portate avanti durante le cerimonie ed i riti religiosi sarebbero inavvertitamente divenuti nuovamente adattivi. La partecipazione ad un rito avrebbe prodotto due benefici adattivi, sia per i singoli individui che per l’intero gruppo.

In circostanze incerte, l’aver avuto un “qualcosa da fare” sancito culturalmente avrebbe alleviato l’ansia e la partecipazione in un’attività temporalmente organizzata avrebbe rinforzato i legami all’interno del gruppo.

Così si spiegano i mobs durante il lockdown per coronavirus, così si spiegano le jacquerie che si ripetono nella storia: nel primo e nel secondo caso di fronte all’incertezza del nuovo e incontrollato quadro delle cose che fluiscono, ci si aggrappa a ‘qualcosa di limitato’ che consente di ‘fare qualcosa’ di assolutamente delimitato, con una cornice (un inizio e una fine) che rendono possibile, allontanare la percezione disturbante dello sfondo per concentrarsi unicamente sulla figura in primo piano, isolata dal resto, isolata dal tempo, legata unicamente a coordinate certe e limitate.

Così un concerto (classico o rock poco importa) una visita al museo, una raccolta di foto, una ricetta ecc. sono ‘making special’ che consentono di esonerarci dal ‘pensare’.

Quando queste pratiche vengono fatte proprie da persone con una minima consapevolezza del ‘trauma’ del codice simbolico entro cui fino ad allora sono vissuti, ebbene allora emergono opere che oggi chiamiamo ‘artistiche’.

La Dissanayake sottolinea il fatto che gli effetti suscitati dalle arti non sono dati dalla mera presentazione di stimoli che attivano moduli cognitivi e percettivi capaci di dirigere l’attenzione verso informazioni salienti, ma dalla manipolazione che viene fatta di questi stimoli in modo da accrescere la conoscenza delle cose, in modo da proporre una nuova modellizzazione delle cose.

E l’esposizione a queste stimolazioni, se ripetute ritmicamente,porta alla condizione di ‘piacere’ (godimento lacaniano di secondo tipo: le opere d’arte non sono altro che oggetti sostitutivi dell’Ordine affermato dal Codice Simbolico e che si scopre inesistente o carente).

 Le reazioni emotive sarebbero suscitate dall’arrangiamento (petit objet a) di questi stimoli in relazione ad altri stimoli (codice simbolico, legge del Padre) e dalle altre operazioni compiute al fine di conferire una qualità estetica, ovvero una forma di simmetria alternativa a quella cui si è esposti ‘normalmente’ all’interno dello spazio sociale di riferimento.

Secondo la artification hypothesis una precisa comprensione della produzione e della fruizione artistica sarebbe più ampia e profonda rispetto al punto di vista prevalente negli studi di psicologia sperimentale e di neuroestetica (Brown e Dissennayake, 2009).

 Opposizione ad una concezione occidentale di arte Nelle critiche che i sostenitori dell’artification hypothesis muovono nei confronti degli studi estetici di stampo neuroscientifico e di psicologia sperimentale viene sottolineato il fatto che l’arte viene spesso caratterizzata o fatta coincidere con la bellezza (Dutton, 2009; Martindale, Locher, & Petrov 2006; Thornhill 2003), con il talento (Dutton 2009), con l’originalità (Miller 2000), con la creatività (Martindale, Locher e Petrov 2006; Miller 2000; Dutton 2009) o con la rarità (Dutton 2009), ma che in culture diverse da quella occidentale, la produzione e la partecipazione artistica risultano diffuse e frequenti, e alla tradizione viene spesso dato un valore superiore sia rispetto alla creatività che alla novità, e che alla bellezza vengono spesso preferite la paura e lo shock.[4]

Del resto tutta l’arte occidentale contemporanea, nella versione di ‘ricerca’  che si contrappone al kitsch didel mercato dell’agevolezza (piacere, bellezza, ripetizione del noto) è oggi attestata a cercare di ‘straniare’ lo spettatore, a portarlo su terreni nuovi di conoscenza, ricorrendo sistematicamente alla asimmetria, all’imprevisto.

Secondo Dissanayake e colleghi, molti studi di estetica sperimentale e di neuroestetica partono da un concetto troppo radicato nella cultura occidentale moderna. Opere d’arte, ma anche paesaggi ed altre scene presenti nel campo visivo, vengono trattati come se fossero entità statiche percepite da soggetti statici[5]. Gli studi etnologici su altre culture e società raramente ci informano di opere d’arte statiche e di osservatori contemplativi come avviene in molti studi di estetica sperimentale

Insomma nel corso del XX secolo abbiamo assistito in campo estetico, psicologico ed artistico ad uno spostamento dell’attenzione

  • dalla contemplazione alla partecipazione che muove
  • dalla percezione come fenomeno passivo alla percezione come esplorazione e creazione attiva (Gibson, 1986; Neisser, 1976),
  •  dall’opera chiusa all’opera aperta, dal messaggio alla polisemanticità (Jakobson 1985; Eco, 1962; Barthes, 1977),
  • dal genio ispirato al produttore (Marinetti 1909; Benjamin, 2008),
  • dall’oggetto alle relazioni (Heidegger, 1935; Duchamp, 1973; Dèbord 1967, 1998; Deleuze e Guattari, 2003; Borriaud, 2010).

 La prospettiva bio evolutiva proposta dalla Dissanayake riserva un forte atteggiamento critico nei confronti della estetica filosofica occidentale moderna.

La sua posizione non esclude che ci siano altri approcci possibili allo studio dei prodotti del cervello umano, ma insiste sul fatto che tali approcci debbano prendere in considerazione le nozioni fondamentali della biologia evoluzionistica.

La ricerca della Dissanayake muove dall’assunzione che il lungo processo evolutivo che ha disegnato il cervello umano (e non) ha fatto in modo che i suoi prodotti fossero innanzitutto fenomeni di tipo biologico, fenomeni il cui valore risiede principalmente nel contributo positivo dato alla sopravvivenza delle creature che li possiedono.

Ne consegue che per trovare una giustificazione biologica all’arte occorre chiedersi quale sia il suo contributo positivo all’evoluzione della specie, una nozione che l’autrice vede scontrarsi con la nozione secondo la quale il valore estetico di un prodotto sia qualcosa che esula dalla sua utilità pratica.

La domanda che si pone la Dissanayake è: “esiste un modo interessante o rilevante secondo il quale possiamo accettare che l’arte contribuisca, o abbia contribuito, positivamente all’evoluzione della specie?” (Dissanayake, 1982)


[1] Eliminare tutto quanto può rendere impossibile l’interazione madre – figlio, ovvero la comunicazione, significa di fatto ‘mettere – in – forma’, cioè cerare delle ‘forme (schemata, frames, scripts), ovvero ‘codici’ che per funzionare hanno bisogno solo della ‘categorizzazione’ delle cose (dell’inserimento in insiemi  di ‘cose’ percepite come – grosso modo – simili) e della loro ‘predicazione’ (del collegare quelle ‘categorie’ a ‘stati’ o a  ‘modificazione di stati’). Insomma la semplificazione del mondo avviene tramite la strutturazione di sistemi chiusi stabili come una ‘semantica’ e una ‘sintassi’. L’altra procedura basilare per la edificazione di making special è l’esagerazione’, ovvero il rinforzo (la sottolineatura aggressiva proprio di quegli elementi codificanti) – procedura recuperata dagli ‘espressionisti’ del secolo scorso per costringere le menti appiattite a uscire dai codici culturali che danno quiete – e cecità -. D’altra parte la ripetizione è sempre una copiatura approssimata, checonsente largo spazio alla ‘manipolazione’ – più o meno intenzionale – del codice ereditata o ricopiato. E da qui la strada alla ‘differenza’ del singolo, una volta rafforzata la consapevolezza delle procedure ., è aperta.

[2] Homo animal symbolicum per Ernt Cassirer, che eredita la novità kantiana del noumeno e, in sintonia con l’antropologia tedesca dell’inizio del ‘900, identifica nella ‘eccentricità’ lo specifico dell’ominino che emerge dall’evoluzione: ‘eccentricità’, cioè il fatto che il vivente di forma chiusa (che si percepisce a differenza delle piante come ‘separato’ dall’ambiente’, assume una posizione particolare rispetto ai propri limiti articolando attivamente esterno e interno, mettendo –in- forma ‘cornici’ che separano il Dentro e il Fuori, l’ «“in sé” (come corpo oggettivo (Körper), come sistema di parti e nucleo) , e il “fuori di sé” (come corporalità gestita (Leib)»,come corpo che si assoggetta e si dà forma in relazione all’esterno). La posizionalità propria di una forma organica chiusa è detta da Plessner “centrica”: posto al centro del proprio essere, l’animale si rapporta col suo fuori in maniera stabile e poco problematica. Le cose stanno diversamente per l’essere umano, la cui posizionalità è del tutto eccentrica. Questo grado del principio posizionale non ricongiunge i lati del dentro e del fuori, ma fomenta una frattura. L’uomo vive contemporaneamente al di qua e al di là di questa frattura, l’uomo è questa frattura.

[3] Naturalmente la stessa situazione, a maggio motivo, si ripropone agli insegnanti: i più vivono ‘bene’ la loro professione quando sanno di poter applicare programmi e tecniche e procedure (anche modernissime) che li esonerano dall’assumersi responsabilità sulle scelte di fondo della loro azione. Solo pochissimi, al di là di queste pratche riduttive, accettano pienamente la problematicità della relazioni in divenire, l’incontro con l’gnoto..

[4] Anche nella tradizione occidentale troviamo atteggiamenti di questo tipo in varie pratiche storiche: nel Medioevo gli affreschi nelle chiese puntavano proprio a creare choc e non elevazione al sublime; l’esteica classicistica in altra direzione, punta al sublime, ma attraverso la ripetizione e non l’originalità.

[5] Il Soggetto cartesiano è appunto una ‘forma’ e non una entità ontologica: è un ‘modello’ molto funzionale per affrontare e risolvere una parte dei problemi dell’umano, ma non è la verità. Da tante parti ormai sappiamo che quello che chiamiamo Persona, Io, Sé, Soggetto, Individuo ecc. è un sistema aperto dinamico, cioè complesso di informazioni  autoregolative, alla cui origine c’è presumibilmente un Vuoto ontologico colmato – omeostaticamente – attraverso ile varie forme di making special che l’ambiente offre / impone al singolo organismo umano.Da Nietzche a freud, da Maturana e von Bertalanfy, da Hofstadter a Damasio e Lacan,  tante sono i thinking special che orientano in questa direzione.

Pubblicato da bruno nasuti

rompe e riempe scatole semio antropo reuro sistemo filo eccetero logico filo filo filo

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