La società in miniatura: imitare, rubare, disimpegnarsi. “Così fan tutti” nello Jacopo Ortis di Foscolo.

UGO FOSCOLO

La società in miniatura

LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS

24 ottobre.

L’ho pur una volta afferrato nel collo quel ribaldo contadinello che dava il guasto al nostro orto, tagliando e rompendo tutto quello che non poteva rubare. Egli era sopra un pesco, io sotto una pergola: scavezzava allegramente i rami ancora verdi; perché di frutta non ve n’erano più: appena l’ebbi fra le ugne cominciò a gridare: Misericordia! Mi confessò che da più settimane facea quello sciagurato mestiere, perché il fratello dell’ortolano aveva qualche mese addietro rubato un sacco di fave a suo padre. — E tuo padre t’insegna a rubare? — In fede mia, signor mio, fanno tutti così.

L’ho liberato; e scavalcando una siepe io gridava: Ecco la società in miniatura; tutti così.

Come funziona la società umana?

“Fanno tutti così” è la chiave per intenderne la struttura emergente.

Da un lato l’ordine umano mira a determinare una precisa suddivisione tra le componenti, una loro gerarchia, una loro complementarietà. Ogni cosa (persona) al suo posto, sulla base di regole astratte che in genere vengono identificate con nomi come Bene, Male, Bello, Brutto, Giustizia, Pace: reole che impongono modelli di comportamento da imitare senza troppe riflessioni. “Così fan tutti” è esattamente quell’espressione che potrebbe/dovrebbe sintetizzare la situazione d’ordine in una società in cui vige l’Ordine.

Però ogni invenzione umana è semplicemente un tentativo di fermare il “divenire” delle cose. L?ordine statico che vorrebbe instaurare ogni società umana è appunto un desiderio destinato a fare i conti con la dimensione implicita delle cose che accadono a qualunque livello: la società umana fatta di pochi individui può forse riuscire a controllare davvero le spinte differenzianti che muovono i suoi membri, ma la società allargata che mette insieme tanti individui che non si conoscono (come quella moderna) non può che  partire dalla constatazione che le regole sono un dispositivo razionale che per quanto efficaci in teoria, nella pratica non possono che essere inadeguate a fermare il movimento inarrestabile delle cose e delle persone. In sostanza, ogni individuo è mosso dalla necessità biologica di assicurare la sua sopravvivenza: insomma al fondamento di quello che chiamiamo individuo (se non addirittura cartesianamente Soggetto) c’è un Organismo che ubbidisce a forze ataviche che derivano dall’evoluzione adattativa. E l’homo sapiens rispetto agli altri organismi continua d essere mosso dalle spinte primordiali alla sopravvivenza: che vuol dire innanzitutto conflitto con i suoi simili. Per l’essere biologico è la situazione presente, coi suoi stimoli, a dettar legge: se c’è una occasione di vantaggio, ebbene la sfrutta proprio in base al principio adattativo della flessibilità che significa approfittare dell’ambiente, in tutte le sue componenti. Rubare quindi, quello che chiamiamo rubare è una naturale procedura di sopravvivenza: c’è qualcosa che mi avvantaggia, ebbene il kairòs non va tralasciato; anzi devo accrescere la mia possibilità di sopravvivenza proprio adattandomi a situazioni finora impreviste.

Naturalmente la società (borghese e non solo) ha inventato dal tempo dell’invenzione dell’agricoltura quella cosa che chiamiamo ‘proprietà’ ovvero una serie di ‘separazioni’ che distinguono le cose in termini di ‘mio’ e ‘non mio’ e consentono di dare sicurezza al detentore di qualcosa, a partire dalla previsione che l’indomani le cose rimangano tali. Insomma l’invenzione della proprietà dà la possibilità ai proprietari di ‘star’ tranquilli sulla continuità dello stato di controllo su cose e persone, ovvero sulla continuità di prospettive di sopravvivenza nel futuro.

Fino all’avvento dell’agricoltura non esisteva tale principio e semplicemente non eisteva il concetto di furto. Naturalmente con l’evoluzione storica questa distinzione è diventata uno dei criteri per distinguere la civiltà dalla non civiltà: ovviamente è da ricordare che civiltà è termine che venedo dal latino civitas sta ad indicare la condizione stabile di uno che vive in una città , ovvero in una società stanziale basata sulla proprietà (confini, separazioni, divieti ecc.). la Modernità ha elevato questo fatto a ‘natura’: l’equivoco determinato dal razionalismo è che l’uomo è un essere razionale, dominato cioè dalla capacità di fare ‘separazioni’, di usare il logos, di autoregolarsi immediatamente una volta trovate certe ‘verità’ razionali:. Ovviamente una di queste evidenze sarebbe proprio l’idea stessa di civiltà, cioè di socialità, quindi di autoregolazione civile: una volta abituati al ragionamento tutti gli uomini sarebbero senza eccezioni capaci di agire in modo ‘civile’ (razionale appunto, ovvero tra l’altro rispettoso delle regole basilari del vivere insieme, come quella del rispetto della proprietà).

Oggi sappiamo che questa è una forma di ideale che non trova base nella natura umana. Sappiamo che l’uomo, come ogni organismo, punta al Bene sì, ma al Suo specifico: il Bene platonico o cartesiano sono ‘giochi’ che possono funzionare solo se chi partecipa al gioco decide davvero di rispettare quelle regole artificiali. La normalità, esterna alla idealità sociale, è che esistono per l’homo sapiens i bisogni fondamentali (tra cui quelli della sopravvivenza, della sicurezza, del potere e del senso) e che si industria a dare forme diverse alle maniere per soddisfarli. L’antropologia ha aperto le menti degli occidentali forse, anche se ancora oggi si parla in termini di ‘universalità’ quando si ragiona su questioni sociali e politiche e culturali, ovvero ancora si ricorre a modelli platonici per affrontare situazioni particolari con compoenti differenziali proprie.

Il mondo umano è regolato in sostanza da sistemi emergenti e non sistemi cartesiani, dalla combinazione di Pathos e logos, non dal solo Logos.

Certamente si possono individuare delle costanti nelle evenienze delle varie società: ma quasi esclusivamente sul piano dei problemi.

Dall’episodio dello Jacopo Ortis ricaviamo ancora oggi con efficacia non già la reazione sconsolata dell’adulto, che si limita ad una sconcertata reazione moralistica, incapace di dare senso al gesto del ragazzo a partire dalla propria prospettiva idealizzata dell’umano; ma la l’argomentazione del piccolo uomo. “Così fan tutti” fa eco alla coeva opera mozartiana, che con altro tratto e per altro tema, conferma quella che appunto l’antropologia e l’evoluzione e le neuroscienze intendono come caratteristica chiave dell’umano: l’IMITAZIONE.

I neuroni specchio, le culture popolari, le strategie di mercato ci dicono che siamo fatti, noi homines sapientes, di corpi prima che di logos, ovvero di menti che reagiscono in modo adattativo all’ambiente, e tendono a comportarsi secondo le logiche dello sciame.

Chi sta dentro lo sciame si limita a reagire al movimento del vicino, senza porsi problemi su orientamenti, su obiettivi ecc.: semplicemente in termini di probabilità di sopravvivenza è più produttivo fare (imitare) quel che fanno gli altri (la maggior parte degli altri). Del resto questo è questo che si nasconde dietro la parola tipica degli ultimi decenni, IDENTITA’: essere uguali ai vicini, punto.

Il ragazzo che ruba non fa altro che IMITARE quanto ha fatto il vicino prima di lui. E così al giorno d’oggi, è vero che esiste una Costituzione, leggi, Polizia, Giudici ecc., ma è più ‘sicuro’ in termini di successo di ella sopravvivenza IMITARE i comportamenti di QUELLI CHE HANNO SUCCESSO. In qualunque modo: l’unica cosa che conta è VINCERE, afferma ogni tanto il capo della società di calcio che ha più tifosi (cioè persone che imitano lo stile di vita di chi VINCE).

Jacopo finirà per semplificare il problema: cambiare o no la società? Fare o no la Storia?

Isolato e depresso, privo anche di quel rifugio che è la relazione amorosa (nel piccolo una società in miniatura di accatto) si oglie dalla comune: in termini metaforici, l’intellettuale che si è dato l’incarico di ‘fare la storia’, cambia modello di riferimento e si identifica nei panni del Chierico isolato, dedito alla Cultura (ovvero alla Bellezza depositata in questa o in quella opera d’arte, più o meno antica).

Quello che appunto vale per la quasi totalità dei sedicenti intellettuali italiani di oggi: la Bellezza in tutte le forme che però il supermercato globale oggi è in grado di offrire (Musica in primo luogo, Musei, Mostre, Festival, Collezionismo, ecc. ecc. )

Pubblicato da bruno nasuti

rompe e riempe scatole semio antropo reuro sistemo filo eccetero logico filo filo filo

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