PICCOLO CORPO
Laura Samani, 2021
Italia
Una storia d’altri tempi.
Anzi una storia che comincia come una fiaba: “c’era una volta una donna che aspettando un bambino, i sottopone agli antichi riti della comunità per favorire un felice esito all’attesa”. Una spiaggia di dune ed arbusti, un mare calmo, gesti ieratici, l’affido alle correnti sotterranee…
Ma la storia continua coi duri colori del documento neorealistico: povertà, ignoranza e fatalismo sono lo sfondo di un parto sfortunato; il futuro è pensato solo come pratiche di magia. Il feto nato morto non ha diritto al nome secondo le regole cristiane: ma il nome ci sarà se si va su per i monti, in valli sperdute, dove avvengono miracoli..
A questo punto la narrazione conquista i sapori del viaggio dell’eroe: la madre parte col suo feticcio alla ricerca del luogo dove sono possibili miracoli. E incontra ovviamente aiutanti, che magari si rivelano infidi, ed oppositori, finché (“cammina cammina ..”) giunge nel lago da attraversare per attingere al posto da cui “nessuna è mai tornata”.
È una nuova damoiselle du lac: la donna si tuffa nel profondo del gelido lago e muore; solo che la prova d’amore per cui si sacrifica non è per un cavaliere, bensì per la bimba mal nata.
Una tragedia, sembra: ma l’amico/a che aveva aiutato Agata (questo il nome della donna) e l’aveva pur abbandonata, assume per sé il ruolo di madre e finisce per portare a compimento l’impresa: la bambina, tra le sue braccia, apre gli occhi e può finalmente ricevere il nome: MARE!
INTERPRETAZIONI
La maternità
Essere madri non è un fatto solo di carni che prendono forma all’interno di un corpo e se staccano: è la responsabilità di “dare un nome”, cioè di dare alla materia organica che emerge dai meandri misteriosi dell’evoluzione una ‘forma’ tutta umana.
La maternità (e ovviamente ancor più la paternità, così assente nel film) è una procedura di responsabilità: significa che fare figli non ,come necessario all’origine, un atto fisiologico ma soprattutto un atto culturale.
Non si tratta di ‘amore’: si tratta proprio dell’elemento fondante dell’homo sapiens, del voler caratterizzare con propri codici simbolici la materia bruta di cui siamo fatti.
Dare vita ad un essere nuovo non significa tanto fare sesso ed aspettare che alla fine emerga un nuovo organismo: significa dare al quell’organismo un suo specifico segno distintivo, aiutarlo a diventare qualcosa che non è, ‘homo sapiens’ per l’appunto.
Il nome
Codificare l’esistente significa dar vita al ‘mondo’: e il mondo ‘emerge’ dal caos nel momento in cui diamo nomi alle cose, nel momento in cui costruiamo categorie che consentano di ‘riconoscere’ come uguali oggetti / elementi che somigliano ma hanno pur differenze; e il mondo emerge nel momento in cui siamo capaci di riconoscere le differenze tra le cose uguali attraverso i ‘nomi’ che li identificano come simili ai simili ma diversi.
Ogni popolo umano, per quel che ne sappiamo, assegna nomi distintivi ai singoli, riconoscendo in essi sia la identità (l’appartenenza ad un gruppo, una categoria) sia specificità.
Certamente nella pratica tradizionale della assegnazione del nome esiste l’ancestrale intenzione di ‘segnare’ il destino del singolo: il nome è come un programma da sviluppare nel corso del tempo, una promessa/ augurio fatta dai genitori a cui il bimbo sarà (sarebbe ) tenuto a rispondere nel tempo.
Così il nome stesso della protagonista è sintomo del suo ‘voler essere’ buona: conosce solo indefettibilmente la via dritta del Bene, quella del figlio. E il nome che alla fine viene assegnato al feto (Mare) raccoglie i pensieri della madre ormai morta, che aveva spiegato all’amica, la differenza tra l’acqua del fiume o del lago e quella del mare: il sale aggiunge ‘sapore’ (significato, senso..) alle cose. Lei si tuffa nel lago ma la vita al feto arriva dal gesto di Lince, che aggiunge ‘sale’ al gesto salvifico di Agata.
L’amica / o non viene narrato con un nome dato : cacciato / a da casa (o fuggitivo) , si è dato un nomignolo ( o glielo hanno dato). In effetti è un animale che va a caccia (ha cercato davvero di procurare Agata a mercanti di donne che allattano)e alla fine rimane senza un vero nome: recupera forse una consapevolezza (essere madri non è questione di sesso ma di gesti, di responsabilità)ma sicuramente appartiene al Limbo laico di chi non ha identità
Limbo
L’archetipo cristiano del Limbo è una figura dell’incertezza ideologica. Ogni cultura presume di avere criteri chiari e precisi per definire il bene e il male. Ma dai fatti reali emergono continuamente situazioni complesse a cui non si addice il rasoio per creare differenze. L’inferno e il Paradiso sono segni chiari e forti: qui il male, là il Bene. La massa di situazioni d’incertezze ha portato all’invenzione medievale del Purgatorio e del Limbo, con la doppia variabile temporale del Provvisorio e dell’Eterno.
Ecco il Limbo ha a che fare con la metafisica, ma non quella banale del catechismo, quella profonda di ogni umanità: per ogni situazione di cui nulla sappiamo, abbiamo da un lato la speranza che prima o poi qualcosa cambierà (conosceremo, sapremo giudicare insomma…) dall’altro il timore che sarà sempre un buio pesto senza speranza.
Ecco il Limbo che angoscia la protagonista: un Nulla Eterno a cui non è modo di approdare, un rimanere fuor da un codice di ‘ordine’, di ‘senso’.
Il viaggio dell’eroina è un viaggio alla conquista del ‘senso’. questo è propriamente umano, sempre. DARE SENSO alle cose, ancor più alle persone.

