La società globalizzata neoliberista rigetta completamente la cultura umanistica.
Fondata com’è sul mito dell’efficacia (dell’utile) “in situazione”, la società contemporanea valuta in chiave manichea tutto quel che riguarda l’uomo attraverso il criterio dell’utile e della quantità: ed ha ragione di farlo, ovviamente, perché sono modelli antropologici che derivano dalla modernità ovvero dal modo ‘moderno’ di pensare l’umano, ovvero dall’umanesimo; ma ache torto, perché l’umanesimo è un modello culturale di complessità non di riduzionismo epistemologico.
A
Il punto critico è che alla fine del XIX sec., in Europa ci si è resi conto del fatto che la realtà non è un sistema chiuso (facile da conoscere e controllare, come si dava per scontato dall’avvento della rivoluzione scientifica) ma aperto (inconoscibile nei suoi componenti e – di fatto – non controllabile):. Stando così le cose, l’homo faber deve ammettere
. che esiste non la Conoscenza (Verità Assoluta, episteme) ma la Complessità (Verità in Situazione, epistemologia):
. che esistono non Leggi (sacre o scientifiche che siano) ma Modelli (rappresentazioni semplificate di fenomeni complessi) .
La reazione culturale fondamentale è stata quella di scindere la ‘cultura’ (prima pensata come un Tutto in cui coesistevano scienza e umanesimo) in due rami contrapposti, quello scientifico (utile)e quello umanistico (inutile).
In particolare è il Positivismo che, a partire dalla metà Ottocento, offre le basi teoriche per riattivare il mito moderno del Progresso illimitato: se il Reale è Non Finito (sistema aperto), basterà suddividerlo in una serie di Sistemi Finiti (discipline ovvero Sistemi Esperti per dirla con la cibernetica) per continuare a ‘conoscere’ e ‘controllare’ il reale. Insomma l’importante è ‘ridurre’ la complessità, trasformare in semplice quel che è complesso: per dirla con il neuro scienziato Dennet, puntare ad acquisire delle competenze, senza preoccuparsi di comprenderle.
In sostanza si teorizza la supremazia della “specializzazione” rispetto al ‘universalismo’ dell’umanesimo[1], del Particolare rispetto al Generale: di fronte all’emergere di ostacoli nuovi (rispetto al Grande Progetto delle varie Utopie moderne) la formazione dell’uomo (teorizzata e praticata fin dal Rinascimento come strumento essenziale dell’homo faber) deve puntare ad acquisire non già una visione complessa e totale del mondo e dell’umano (quale di fatto propone l’umanesimo originario del Quattrocento) ma una visione settoriale:
. la prima infatti, mirata com’è a disegnare un Futuro Ideale (il mondo come dovrebbe essere – ad es. i Diritti Universali) rischia di rendere inadatti (inetti) ad affrontare i problemi del presente (la crisi, le crisi);
. la seconda invece attrezza i singoli a trovare soluzioni efficaci nell’ hic et nunc, ad essere efficienti.
Di fatto è l’avvio all’affermazione di quella ideologia tecnologica che oggi viene denominata “postumano”, secondo cui il telos dell’homo sapiens consiste nella sottomissione estrema del Pathos al Logos, delle emozioni all’efficienza, dei qualia ai numeri. Questa rappresentazione dell’umano come sistema efficiente( di controllo del reale” non finito” tramite tecniche del “finito”)[2] comporta il rifiuto della cultura umanistica che assegna all’homo sapiens piuttosto il telos della ricerca mai finita di senso e dell’autolimitazione all’interno del Non Finito[3].
B
Da tempo (da quando è emersa la percezione della Crisi) si è cercato di capire come ‘funziona’, al di là delle apparenze dei fenomeni contingenti, l’ordine del mondo, ordine di cui tutte le rappresentazioni anteriori (sacre o laiche, religiose o filosofiche che fossero) si limitavano a proporre solo prospettive particolari ma scambiate per assolute. Nel corso del XX sec. si afferma sempre più una maniera nuova per spiegare le trasformazioni non previste o prevedibili che impediscono, in ogni disciplina, di pensare l’Uno: il modello dell’Omeostasi. Questa parola emerge inizialmente nell’ambito della biologia, ma il principio fondante (l’equilibrio come dinamico effetto di spinte contrastanti) si afferma come modello fondamentale per tutte le nuove scienze con l’affermazione della teoria dei sistemi emergenti[4] (e conseguentemente, della ‘complessità). In sintesi, ogni elemento di quello che chiamiamo Mondo, è un sistema aperto dinamico, in cui l’ordine (provvisorio) deriva imprevedibilmente dalle molteplici relazioni intessute tra le componenti del sistema e le componenti con l’esterno[5].
La scienza umana, persa l’ambizione di costruire teorie dell’Uno, si trova di fronte ad un bivio:
- limitarsi a ‘gestire l’esistente’ nelle forme positivistiche della specializzazione (forti sia delle crescenti possibilità di ingegnerizzazione offerte dal riduzionismo quantitativo della scienza dei dati; sia dalla semplificazione dei problemi ristretti del quotidiano)
- oppure ‘gestire l’emergenza’ nelle forme etico – politiche della responsabilità verso l’umanità nel suo complesso , sia in terimin geografici per così dire (lo spazio) sia in termini storici (il tempo futuro).
Naturalmente la prima soluzione punta a rigettare totalmente l’umanesimo, la seconda – più o meno consapevolmente- si trova a ripercorrere le strade originarie dell’umanesimo:” Niente di troppo” era la scritta sul frontespizio del tempio di Apollo a Delfi, un vero e proprio slogan di quello che oggi chiamiamo Omeostasi. E “Conosci te stesso” – il motto che l’accompagnava va letto – proprio secondo la logica sistemica, non isolatamente come un invito alla riflessione psicologica fine a se stessa, ma come lo strumento necessario per dare concretezza al primo motto.
E l’umanesimo quattrocentesco riprende ed espande, all’interno della specifica situazione di un occidente cristiano fino ad allora ‘statico’ ma ormai in fase di pieno cambiamento, proprio questa evidenza: l’umano è capace di ‘fare la storia’ muovendosi, per così dire omeostaticamente entro le polarità ‘regola’/ ‘libertà’, costruzione / distruzione, limite /eccesso., Ideale / Reale. Solo che, dal Rinascimento in poi, l’esaltazione furente della forza costruttiva dell’uomo moderno, porta progressivamente a dimenticare questo disegno di una umanità complessa a favore di una umanità idealizzata, quella del kalòskagathòs, che riesce estremamente funzionale alle narrazioni delle varie forme di potere moderno che si articolano nei secoli a seguire. L’Umanesimo insomma si dà progressivamente la forma di un “sistema” chiuso all’imprevedibile.
Soprattutto tra XVIII e XIX secolo gli uomini di cultura finiscono per attribuirsi sempre più pericolosamente il compito di riusare l’umanesimo nel formato rassicurante e idealizzato dell’Ideale, eliminando dalla rappresentazione ogni riferimento alla complessità. Il Neoclassicismo in particolare s’accompagna all’Illuminismo per celebrare le ‘sorti magnifiche e progressive’ dell’antropocentrismo, che nelle sue varie versioni ideologiche (romanticismo, colonialismo, nazionalismo, imperialismo, estetismo, simbolismo, comunismo, fascismo, nazismo, liberismo, neoliberismo, psicologismo, pragmatismo) ha bisogno di Pifferai Magici che raccontino storie convincenti che esaltino appunto le meravigliose storie di un Futuro Radioso.
Insomma l’umanesimo, dal Settecento in poi, si è impoverito fino a dare dell’umano una visione ‘assoluta’ cioè ‘fissa’, ‘fissata’…), del tutto opposta alla consapevolezza omeostatica che emerge con forza tra Quattro e Cinquecento: dimenticati o trascurati i portatori di pensiero critico, o sopportati come ‘strani’ geni maligni, malati o pazzi, la cultura umanistica diventa una sorta di prontuario pret-a-porter di categorie banalizzanti come ‘Bello’ e ‘Bene’ estremamente efficaci nel formare le menti al conformismo.[6]
L’umanesimo che apre la modernità è una rappresentazione della complessità dell’umano . soprattutto la scoperta di un metodo di ricerca del ‘vero’ che elimina i dogmatismi, la monologia, la pura ripetizione, la retorica che imbroglia, a favore del dubbio, del molteplice, dell’innovazione, della dialettica che argomenta. [7]
[1] Per ognuno di noi che abbia visto Tempi Moderni di Chaplin, è facile vedere l’analogia tra questa teoria e l’operaio preso dagli ingranaggi della catena di montaggio. Tutti ridono di quella scena, ma pochissimo ‘comprendono’ che si tratta di un tragico avvertimento: la specializzazione (a qualunque livello, dall’accademia all’impresa, dalla politica all’arte ) porta alla fine dell’umano, almeno dell’umano come l’ha concepito la modernità,
[2] Un esempio di queste procedure è il calcolo infinitesimale “dove inferiamo le leggi che governano un sistema continuo calcolando l’effetto di un cambiamento in unità sempre più piccole” M.Brooks, Uno, due, tre, molti. Come la matematica ha creato la civiltà,2022,Boringhieri,p.153) o anche il calcolo differenziale o integrato ecc. Le equazioni differenziali alle derivate “spesso non hanno soluzioni esatte: vengono allora risolte numericamente vale a dire usando computer che con diversi tentativi trova varie combinazioni di numeri, osservando quale di queste funziona” (p.180). In pratica, davanti a una situazione non statica, in qualunque campo dell’azione umana, si lascia da parte la matematica ‘tradizionale’ e si ricorre all’innovazione: di fronte a una serie di parametri in continuo cambiamento, si riduce il sistema complesso in sistemi (unità) infinitamente piccoli e integrandoli ( sommando “questi infinitamente piccoli” (Tolstoi) si riesce a ‘controllare’ quello che all’inizio appare imprevedibile e incontrollabile: come ad esempio i movimenti delle borse (ma, lo sappiamo, anche l’infinitamente piccolo può portare se non previsto a catastrofi enormi…: si pensi alla crisi del 2008!).
[3] Insomma, sullo sfondo comune dell’idea che l’umano consiste nel dare forma alle cose e che il reale è un sistema complesso – l’uomo del XXI sec. pare chiamato soprattutto a trovare soluzioni (magari provvisorie, performance) piuttosto che ad indagare sui ‘massimi sistemi’ (che direzione dare al mondo. Trovare soluzioni (problem solving, entro una gamma già data di procedure tecniche sperimentate) piuttosto che trovare problemi (problem posing, immaginare nuove rappresentazioni per nuove regole). Espandere il presente piuttosto che preoccuparsi del futuro. Il pensiero veloce (tecnica e comunicazione) piuttosto che quello lento (analisi e dialettica). Pragmatismo vs Criticismo. Azione vs Riflessione.
[4] Tale teoria considera il mondo non come un complesso caotico di elementi, contraddistinto dalla legge della causalità lineare, ma un organismo dotato di principi e leggi coinvolgenti la totalità delle sue componenti costitutive.
Bertalanffy conduce le proprie riflessioni in alternativa all’impostazione razionalistica classica, secondo la quale le singole parti sono studiate e successivamente sommate le une alle altre, sul presupposto che il comportamento relazionale sia di natura lineare (Aristotele, Galileo, Descartes).La TGS si schiera contro ogni tentativo di riduzionismo meccanicistico, contro il concetto di causa – effetto, contro la scomposizione della realtà in particelle tra loro isolate. Mette l’accento sull’aspetto globale della conoscenza, sulla complessità strutturale del tutto, degli organismi e sulle interazioni esistenti tra i vari fenomeni. Il concetto di sistema diviene così una nozione-chiave per la formulazione di una nuova concezione scientifica del mondo. La TGS si delinea come la scienza dei principi che sono applicabili ai sistemi in generale, indipendentemente dalla natura dei loro componenti e dalle forze che li regolano.
Sistema: può essere definito come un complesso di parti le quali, dotate di determinate connotazioni, istituiscono tra loro relazioni, tale che il comportamento di ciascuna di esse risulta contraddistinto dal legame in cui è coinvolto e viceversa. Tutte insieme conferiscono al sistema proprietà, che non sono la mera derivazione della somma delle note distintive delle parti, ma risultano del tutto originali. Ne deriva che nella totalità dell’organismo strutturato, il singolo elemento, per essere veramente conosciuto, va esaminato in riferimento alla condotta di tutti gli altri e quindi a quella dell’intero sistema, per cui la variazione introdotta in una componente si ripercuote tanto sul funzionamento di
tutto il sistema quanto sul comportamento delle altre componenti. Il sistema è composto da sottosistemi strutturati e in relazione tra loro secondo un vero e proprio ordine di priorità (gerarchizzazione). Vi sono poi sistemi chiusi e sistemi aperti: i primi vivono ripiegati su sé stessi, i secondi istituiscono scambi con l’ambiente circostante.
[5] Questo modello consente di rappresentare anche l’uomo (l’individuo, la società, la cultura, l’economia …) come un sistema che si articola costantemente secondo spinte alla stasi e al moto: la sicurezza della ripetizione (che diventa prima o poi noia) e l’eccitazione della sorpresa (che diventa rischio ..).
[6] Basti rileggere i manuali scolastici del passato ( ma probabilmente anche di oggi): l’umanesimo viene proposto come una collezione di spiriti illuminati che hanno aperto la strada alla Bellezza. Pochissime righe per accennare di passaggio a Lorenzo Valla, alla filologia, al Pulci. Spocchiosa sopportazione di soggetti ‘malati’ come Tasso o ‘immorali’ come Machiavelli. E così, in dipendenza di una visione lineare, binaria, del mondo così acquisita)anche estreme lodi ai teoremi di Dante, alle banalizzazioni di D’Annunzio , e la mal celata derisione per il cosiddetto ‘pessimismo’ di Leopardi o per il ‘gioco’ dell’Ariosto.
[7] Tradurre un testo significa operare un confronto continuo tra dati che stanno nel testo (per riconoscere i quali occorre possedere un codice precido in modo perfetto) e dati che stanno fuori del testo (sfondo, contesto ecc.) e ancora dati che stanno nella testa di chi traduce. Insomma deduzione, ma anche abduzione: tanto che il risultato deve essere diverso da quello del vicino, il risultato deve essere ‘molteplice’ e non ‘uno’, come ad es. in un problema di matematica. Procedura filologica ovvero problem soling (analisi grammaticale e sintattica) ma soprattutto proble posing (abduzioni testuali ed extratesuali)
