Un nome desueto per un film (apparentemente) consueto.

Un professore in pensione si ritrova improvvisamente senza casa a Roma. Separato, senza figli, pensa di tornare ad abitare nella casa di famiglia in cui è cresciuto ragazzo. Una volta arrivato al paese, ritrova sì gli edifici di un tempo , ma altre situazioni, altre persone: il giovane parroco di è accaparrato il grande salone di casa, il sindaco s’è appropriato di un bosco, le camere sono occupate da drop out. Ma un cugino gli fa conoscere una vedova: e infine scopre che vivere in provincia è ‘bello’.
Una trama confortevole, in questi tempi grami di dispersione sociale, di fatica economica, di sfiducia di tutti verso tutti. Una trama che molto richiama i miti romantici dell’Altrove, dell’Autenticità, del Piccolo come farmaci che garantiscono quiete, se non felicità.
Ma il nome del protagonista vuole essere (probabilmente) un indizio per lo spettatore più abituato alla riflessione. Astolfo è il nome di uno dei protagonisti dell’Orlando Furioso: ce lo ricordiamo in genere come un cavaliere inglese un po’ matto che a cavallo dell’ippogrifo va sulla luna a recuperare il senno che Orlando ha perduto per amore; ma di fatto Ariosto ne fa una divertita allegoria dell’Immaginazione, della capacità di straniamento propria dell’homo faber. Se Orlando rappresenta dell’ l’Umano la tendenza alla ‘fissazione’, alla ripetizione (quella che in genere chiamiamo ‘fede’ in un ideale), Astolfo la tendenza alla duttilità (quella che Darwin definirebbe adattabilità). E appunto il protagonista del film mostra come alla improvvisa catastrofe (la fine di una situazione annosa di progetti falliti – famiglia, lavoro, urbanità) si può reagire non con gesti estremi di eccesso alla Orlando ma con l’accettazione del nuovo come Kairòs, come opportunità per conquistare una nuova forma di esistenza.
Di necessità virtù, si dice da secoli. Ma nel caso dell’ Astolfo di Di Gregorio la virtù nasce dalla consapevolezza. Consapevolezza di cui la sceneggiatura dà prova attraverso le immagini più che con le parole: ogni tanto, intervallando le scene in cui i protagonisti agiscono e parlano, si confrontano e meditano e mediano, appare la figura di Astolfo che di notte, sta fermo di spalle di fronte ad una finestra aperta che affaccia sull’esterno, e guarda in silenzio, forse verso il cielo scuro, coperto per metà dalla luna. è un muto parlare con la luna in effetti che, rafforzato da qualche citazione leopardiana (“Vaghe stelle dell’Orsa …”, consente di ipotizzare come la leggerezza con cui il timido pensionato affronta il nuovo sia sorretta da una malinconia di fondo , che è ben più che semplice stato d’animo, bensì consapevole visione del mondo.
Ariosto fa di Astolfo un divertito personaggio da Commedia dell’Arte; Di Gregorio un ironico interprete della nostra contemporanea fine dei tempi. L’Immaginazione sì, ma come Rimescolamento: la provincia sì ma come occasione di riuso, come nuovo inizio di una Polis in cui la convivenza è possibile solo a patto di accettare e combattere ‘dolcemente’ lo sporco, la sopraffazione. L’ordine dal disordine insomma e non l’ordine dall’ordine. le regole antiche vanno subite sì, ma ricombinate in modo nuovo (così, ad esempio, la vecchia casa nobiliare viene usata come una sorta di centro di accoglienza…).
E’ il volto sereno e paffuto della Sandrelli che finisce per incarnare e condensare questa umanità disincantata: una donna e un uomo stanno bene insieme non perché lo ha deciso il Destino, ma perché incontratisi ai margini delle esistenze proprie e degli altri, scelgono di farsi compagnia.
L ‘amore dunque (se lo si vuol chiamare così) – ovvero ogni relazione umana – va inteso non come intenso consumo di effimeri eccessi, ma come forma di assestamento (di ri – uso) di rovine passate.
