GODIMENTO
Noi ‘umani’ siamo diversi dalle ‘cose’ perché dotati (come
gli animali) di ‘intenzioni implicite’[1].
E siamo diversi dagli animali perché le nostre intenzioni
possono anche essere ‘esplicite’[2].
Insomma, noi umani siamo sottoposti sia a ‘pulsioni’
(intenzioni implicite, il “godimento”[3])
sia a ‘desideri’ (intenzioni esplicite). [4]
Per lungo tempo si è pensato che gli umani siano tali in
quanto padroni delle proprie decisioni, in quanto Soggetti possessori di Anima
o Spirito[5].
Oggi, incrociando i vari modelli elaborati da molteplici
discipline[6]
sulla base delle proprie specifiche sperimentazioni e ricerche, si può
ragionevolmente ipotizzare che
- il
Soggetto sia una finzione, un prodotto funzionale dell’evoluzione[7]
- il
soggetto sia una forma che si elabora nel tempo in dipendenza delle situazioni
particolari[8]
- la
forma del soggetto sia il prodotto dell’interazione delle due procedure fondamentali
con cui lavora il cervello, ossia quella bottom
up (sensi) e quella top down
(mente)[9]
- i
desideri, le decisioni sono eventi interni a queste dinamiche[10]
Per dare peso a queste ipotesi ricorreremo a dei modelli
teorici e sperimentali accettati ormai da larga parte della scienza contemporanea:
- la
jouissance di Lacan
- l’omeodinamica
- i
neuroni specchio di Rizzolatti
- la
mimesis di Girard
1
Per LACAN il fondamento dell’Umano (cioè del Soggetto ) consiste in un sistema costituito da tre
dimensioni fondamentali:
Simbolico
j
Immaginario Reale
Simbolico (propriamente Codice Simbolico): campo del Linguaggio, della
struttura simbolica e della comunicazione (il Mondo, il Finito, le
Cose-messe-in cornice, lo Sfondo dell’Inconscio cognitivo)[11]
Immaginario: il regno delle immagini con cui ci
identifichiamo, e che catturano la nostra attenzione (la nostra visione del
mondo, la Figura dell’Inconscio cognitivo)[12]
Reale: la “dura” realtà traumatica che resiste alla
simbolizzazione (lo Sporco, il Non Finito, l’Ab – ietto)[13]
Nel
mezzo del triangolo la “J” indica la jouissance, l’abisso del godimento,
della ‘ripetizione pura’ (rifugio dal Trauma) che minaccia di sommergerci
(pulsione di morte, l’impossibilità di raggiungere un significato
‘finito-positivo’, coazione a ripetere – cfr. Infinite jest di D.Foster
Wallace[14]) e da
cui il Soggetto cerca di mantenere una giusta distanza (cfr. la discesa nel Ma-elstrőm
di Poe)[15]
Tre
i modi per addomesticare la jouissance (la ripetizione pura):
S
(Ⱥ) Φ
a
S (Ⱥ): il significante dell’Altro barrato (mi affido
ad un Sistema di Significanti / Significati già pronto, con la certezza che è
un sistema incompleta di simbolizzazione, è un Finito che non copre il Non
Finito; una Fede, un Credo, un Supposto Sapere)[16]
La Phi maiuscola: immagine affascinante che rappresenta la
Cosa Impossibile (la femme fatale
nell’universo noir, il Capitano nel mondo del romanista, l’Uomo della
Provvidenza – l’Uomo Forte – nell’universo della politica..)[17]
L’objet petit – a: l’oggetto parziale che mette in moto il
movimento metonimico del desiderio (parte per il tutto); causa del desiderio,
l’incarnazione della sua mancanza, il suo segna – posto (positivizzazione
spettrale di una mancanza)[18]
2
A supporto di queste ipotesi, le rappresentazioni (
le modellizzazioni) offerte dalle NEUROSCIENZE negli ultimi anni circa la
struttura del corpo ed ella mente che noi siamo
A
Il CORPO
OMEOSTASI o OMEODINAMICA
Ogni organismo è una Macchina Banale, cioè un
sistema (chimico) aperto e dinamico fondato su due stati e due fasi possibili:
- gli stati sono Pieno
/ Vuoto[19]
(Il Pieno
indica la condizione in cui l’organismo dispone dell’energia necessaria alla
sopravvivenza, il Vuoto la
condizione opposta)
- le fasi sono Stasi
/ Movimento[20]
(la Stasi
corrisponde alla condizione di pienezza, abbondanza di energia, il Movimento alla ricerca dell’energia
all’esterno, ovvero la relazione con l’Altro)
La legge fondamentale che regola ogni organismo in
questa processualità adattativa è l ‘economia
(ossia il risparmio di energia):
con parole semplici
- massimo risultato col minimo sforzo[21]
Questo risultato, a seconda della situazione di
adattamento evolutivo specifico, si ottiene attraverso due modalità
fondamentali di rapportarsi con l’esterno[22], con quanto è ‘fuori’
della cornice che isola l’organismo; ovvero
- la
competizione con (e distruzione del) l’altro
- la cooperazione[23]
Per DAMASIO
“possiamo considerare
i sentimenti come i rappresentanti mentali dell’omeostasi” [24]
- Pieno = Benessere = Sopravvivenza= sentimento di
Sicurezza (Quiete)
- Vuoto = Malessere = Pericolo= sentimento di Paura
(Angoscia)[25]
B
LA MENTE.
- È l’ultimo organo comparso nel corso dell’evoluzione, come
strumento di maggiore efficacia nel risolvere i problemi basilari della
sopravvivenza e del prevalere.
- Estremamente plastico nei primi anni di vita, consiste
di reti di miliardi di sistemi di sistemi di neuroni che interagendo tra loro
in base agli stimoli provenienti dall’esterno (bottom up) consentono una
rappresentazione iconica delle parti del mondo messe a fuoco a volta a volta
(”mettere – in – forma”); icone sulla cui base infine re – agire all’ambiente
(top down).
- Consiste di memoria semantica[26],
emotiva[27],
procedurale[28],
che di fatto costituisce l’inconscio cognitivo con cui l’organismo interagisce
col mondo, da cui nascono sentimenti desideri e decisioni concrete,
storicamente determinate.
- La memoria si costituisce attraverso vari sistemi
neuronali, a partire da quelli dei cosiddetti neuroni – specchio.[29]
Due le procedure
fondamentali con cui la mente interagisce con l’esterno (l’Altro)
- quella di base è quella della ‘messa in cornice’,
della ‘limitazione del campo’: si pensi alla ‘segnatura del territorio’ di
tutti gli animali (La Parte al posto del Tutto consente di ‘prevedere’,
‘controllare’ – prevalere oltre che sopravvivere)[30].
- l’altra è quella della possibilità di reagire agli
stimoli bottom up in modo veloce (attivare soluzioni già date, per evitare
spreco di energia) o in modo lento (per elaborare soluzioni nuove)[31];
C
IL SOGGETTO
Il cervello cosciente
si costruisce attraverso tre procedure (stadi), secondo Damasio
- il PROTO – SÉ:
genesi dei sentimenti primordiali
(stare bene, stare male in corrispondenza al pieno / vuoto, la pura
sopravvivenza) a livello del tronco encefalico[32]
- IL SÉ NUCLEARE: dalla
corteccia cerebrale (dai neuroni specchio in primis) arriva col tempo una
profusione di immagini con cui il sé si
‘mette – in – forma’ attraverso la mappatura delle relazioni tra l’organismo e
gli oggetti in situazione (ostacolo/aiuto, relazioni del ‘prevalere’).
Questo Sé percepisce la propria esistenza solo nella misura in cui si confronta
con l’Altro e dal suo sguardo riceve una risposta di approvazione o rifiuto
(prescrizioni, regole, mode, tendenze… che valgono come Significanti anche nel
caso in cui le si voglia abbattere)[33]
- il SÉ
AUTOBIOGRAFICO: sulla base della conoscenza biografica attinente sia al
passato che al presente, il Sé nucleare
può davvero diventare Soggetto se / quando ‘ scrive’ intenzionalmente il
proprio ‘copione’ (a partire dai modelli di comportamento presentati dal
Simbolico – Girard, Goffman). Si pensi
al modo di dire ‘raccontarsi storie’ (cfr. anche ‘farsi una storia con…’). La
chiave esplicita può essere l’Autenticità (per il Simbolico romantico /
buddista occidentale) ovvero il Superamento Ironico (per l’hegeliano) o il
Riuso (per il postmoderno)[34]
Insomma
- all’inizio c’è la semplice percezione della propria sopravvivenza
chimico biologica (pathos),
- a cui progressivamente si aggiunge la coscienza del
sopravvivere, a forza di percepire limiti (imposti dalle cose, ma soprattutto
dal Simbolico – la Legge del Padre-, con la conseguente scoperta del Reale
lacaniano)[35]
e costruire progressivamente rappresentazioni delle cornici del Mondo entro cui
stiamo sopravvivendo (Logos),
- fino alla intenzione (desiderio?) di ‘prevalere’ (di
scegliersi una ‘parte’ da recitare nel Mondo) (Ethos, Polis).[36]
Naturalmente questa
triade è sempre complessivamente presente nella quotidianità di ciascun
Soggetto, che nel flusso delle situazioni combina atteggiamenti da pura
sopravvivenza quasi senza coscienza ad altri di intensa presenza critica nelle
situazioni ed altri – per così dire – di rifiuto puro.[37]
4
Il Sé autobiografico
può scegliere il suo copione nell’armamentario esterno già pronto (ripetizione)
o costruirsene uno proprio (play o game, in ogni caso).[38]
Secondo Girard
(Menzogna romantica, realtà romanzesca) la procedura fondamentale con cui si
innesca il desiderio è l’imitazione (mimesis)
” Guardando
da presso la nostra esperienza quotidiana vediamo che il desiderio che ho per
questa donna, questa ambizione di riuscire nel mio lavoro o questa nuova
automobile che prevedo di comperare sembrerebbero procedere unicamente
dalla mia libera scelta. Questa visione lineare del desiderio che collega con
una linea retta il soggetto all’oggetto è a tutta prima di una semplicità
evidente, ma ci costringe tuttavia ad un certo numero di contorsioni quando
tentiamo di spiegare con lo stesso sistema esplicativo fenomeni strettamente
legati al desiderio quali l’invidia o la gelosia. Riflettendoci
bene (ma lo riconosciamo abbastanza di rado): noi desideriamo meno
l’oggetto di quanto invidiamo la persona che possiede quell’oggetto;
quest’ultimo non avendo quindi che un’importanza molto relativa.
E, in alcuni casi, traiamo soddisfazione,
più che dal possesso dell’oggetto stesso, dal fatto che
l’altro non riesca a possederlo.
Del resto la pubblicità, quest’inno al
possesso di oggetti, offre alla nostra coscienza desiderante non già un
prodotto nella sua, per così dire, cosalità, ma delle persone,
degli altri, che desiderano questo prodotto e che sembrano bearsi
del suo possesso.”
La scelta
del piccolo oggetto – a lacaniano non deriva allora dalla nostra autentica
dimensione esistenziale ma dalla necessità di vederci simili a quelli che
– là fuori – ci dicono cosa siamo.
La
cosiddetta ‘identità’ non è altro che la ‘ripetizione’ di ‘modelli’ che abbiamo
introiettato in modo tanto profondo e inconsapevole (mano a mano nel tempo, in
rapporto all’esposizione a questa o quella situazione) da ritenerli nativi
della / nella nostra psiche.
Naturalmente
questa è solo una teoria antropologica (per altro suffragata da studi di tanti
studiosi, come Bateson, Mead, Mauss): ma la certezza che le cose stiano proprio
così arriva dagli studi di Rizzolatti sui ‘neuroni specchio’
“Circa 20 anni fa abbiamo scoperto dei neuroni, motori, che si
attivavano non solo quando la scimmia agiva, ma anche quando vedeva lo
sperimentatore fare un’azione simile. La sorpresa era questa: i neuroni motori
sono motori, quelli visivi sono visivi. Questi invece erano sia motori che
visivi e soprattutto rispondevano selettivamente allo scopo dell’azione. In un
esperimento, ad esempio, la scimmia afferrava un oggetto con la mano, ma il
suo neurone specchio sparava anche se lo
sperimentatore lo afferrava con la bocca: capiva ‘afferrare’. Trasformava una
rappresentazione sensoriale (vedere) in una motoria”.
Sulla base di queste
novità gli studiosi hanno potuto elaborare nuove teorie sulla stessa storia
dell’umanità. In concreto se è vero che l’uomo è un animal symbolcum, ebbene la
cultura umana di ogni tipo non può essere che effetto della presenza dei
neuroni specchio[39]. In particolare secondo
Ramachandran i neuroni specchio sono i neuroni
della cultura: in effetti se, ad esempio un geniale uomo
primitivo fabbrica un coltello efficientissimo, ma non c’è qualcuno che, grazie
ai neuroni specchio, lo sa imitare, quel coltello si perde con l’inventore. Una
volta sviluppatisi i neuroni specchio per
l’imitazione il coltello viene riprodotto, perfezionato, trasmesso nel tempo. E
questo vale per tutti quegli oggetti, concetti, gesti, stili di vita e
sentimenti che abbiamo già chiamato precedentemente ‘memi’, e che cominciano ad
annidarsi dentro di noi (a forza di ‘imitazione senza comprensione’) fin dalla
nascita. Insomma se ci ritroviamo a nutrire empatia per qualcuno ad esempio è
perché abbiamo i neuroni specchio che ci fanno non conoscere ma riconoscere le
situazioni psicologiche dell’Altro: se Tu stai male provo la stessa emozione
perché coi miei neuroni specchio vivo la stessa situazione, ri conosco quella
situazione. E sono in grado di anticipare, quindi, tutte le mosse che Tu farai…[40]
BIBLIOGRAFIA
A. Damasio, Il Sé viene alla
mente. La costruzione del cervello cosciente, Adephi, 2012
A. Damasio, Lo strano ordine
delle cose, Adelphi, 2018
D. C. Dennett, Dai batteri a
Bach, Come evolve la mente, Raffaello Cortina Editore, 2018
G. Rizzolatti – C. Sinigaglia,
Specchi nel cervello. Come comprendiamo gli altri dall’interno, Raffaello
Cortina Editore, 2019
J.R. Searle. il mistero della
realtà, Raffaello Cortina Editore, 2019
M. Tomasello, Storia naturale
della morale umana, Raffaello Cortina Editore, 2016
S. Źiźek, Che cos’è l’immaginario,
Il Saggiatore, 1999
[1]
Un organismo è composto di organi che per
assicurarsi la continuità d’esistenza devono procurarsi, all’esterno, una
qualche energia da inglobare nel sistema: e per farlo – per così dire – sono
costretti a ‘muoversi’, ovvero a cercare il contatto con questa o quella
sostanza da cui ricavare energia. Anche le piante, ad esempio, ‘si muovono’ nel
senso che dirigono le foglie verso la fonte d’energia: in questo senso ‘hanno
intenzione’. Ovviamente ‘implicita’, poiché non hanno coscienza di questo
‘movimento’.
[2] Per John R. Searle, “l’intenzionalità è, per
definizione, quella proprietà della mente in virtù della quale la mente è diretta a, o riguarda, oggetti o stati di
cose del mondo”. In effetti non tutte le forme di coscienza sono
caratterizzate da intenzionalità: ci può essere, ad esempio, un’ansia cosciente
priva di oggetto. Comunque certamente le forme di coscienza più importanti sono
intenzionali, ossia dirette a o riguardanti oggetti o stati di cose del mondo:
anche la credenza e il desiderio – che i filosofi tradizionali sono alla base dell’intenzione
– sono al contrario effetto dell’intenzionalità primigenia, sono cioè forme di
intenzionalità derivate visto che “le forme basilari dell’intenzionalità sono
le forme biologicamente primitive: la percezione, l’azione intenzionale, i
fenomeni istintivi come la fame, la sete, la libidine, la rabbia e la paura”. È
da qui che nascono appunto desideri e credenze.
[3]
La spinta a realizzare le condizioni di
soddisfazione della carenza di energia (le condizioni della perfetta
sopravvivenza, ovvero dello ‘star bene’ in sé)
[4] Per S. Zizek “il desiderio emerge quando la pulsione
viene presa nella ragnatela della Legge, della proibizione”. Il Soggetto
cosciente emerge proprio a seguito della percezione della perdita di un
qualcosa a cui tende per ‘stare bene’ e nell’immaginare – nel ‘raccontarsi’,
nel ‘mettere in scena’, nel ‘mettere-in- forma’ – quello che non si può avere.
[5]
Ad esempio, per J. R. Searle “anche Cartesio diceva che la coscienza è
l’essenza del mentale….ciò che Cartesio intendeva dire è che esiste un’anima,
che l’anima possiede un tratto essenziale in senso aristotelico, ossia qualcosa
che rende l’anima ciò che è, e questo tratto essenziale è la sua coscienza; ma
questa coscienza non può far parte, secondo Cartesio, del mondo fisico: essa si
trova in un regno ontologico distinto e disgiunto dal mondo fisico. Quando io
invece dico che l’essenza della mente è la coscienza, intendo dire che essa fa
parte del mondo fisico, che fa parte cioè, della realtà ordinaria degli atomi,
degli elettroni, delle molecole e di tutto il resto. Accanto ad altri fenomeni
biologici come la digestione e la fotosintesi, esiste un fenomeno biologico che
è la coscienza; e la coscienza è il tratto essenziale della mente.”
[6] Da chiarire preliminarmente è che quello che un tempo
la filosofia riteneva fosse il suo specifico campo di indagine (cioè fornire un
fondamento sicuro alla conoscenza, insomma dare il ‘vero’) , oggi è
attraversato e indagato ( e svelato) da una molteplicità di discipline che
(ognuna con proprie metodologie e tradizioni) contribuiscono a destrutturare
non solo le ‘antiche’ verità filosofiche, ma anche le sue ‘moderne’ certezze, e
ad aprire nuove quindi nuove strade di ricerca. Col risultato che il compito
che la filosofia si può attribuire adesso è solo quello di “rendere coerente e
privo di contraddizioni il complesso delle nostre conoscenze”
[7] Per Dennet, “proprio come la cellula eucariotica
iniziò ad esistere grazie ad un caso relativamente improvviso di trasferimento tecnologico, in cui due
eredità indipendenti di Ricerca &Sviluppo – di Competenze senza
Comprensione – si unirono in un unico evento di simbiosi creando un grande
balzo in avanti, anche la mente umana, la
mente che comprende, è – e doveva essere – un prodotto della simbiosi che
unì i frutti di due eredità di Ricerca & Sviluppo in gran parte
indipendenti. La mia tesi è che noi partiamo con cervelli animali che, in
misura notevole, sono stati riprogettati per essere basi per strumenti per
pensare progettati altrove, – memi. Parole, soprattutto. Noi acquistiamo la
maggior parte delle parole inconsciamente, in questo senso: non eravamo
consapevoli di imparare sette parole al giorno durante l’infanzia e nel caso
della maggior parte delle parole – parole che non vengono introdotte in noi in
modo esplicito – ci avviciniamo soltanto gradualmente al loro significato –
alla ‘comprensione’ – grazie a processi inconsci che individuano le regolarità
delle nostre prime esperienze di quelle
parole. Una volta che abbiamo le
parole, possiamo iniziare ad usarle uelle parole. una volta che abbiamo le parole,
ma senza necessariamente notare ciò che facciamo”
[8]
A. Damasio, sviluppando le intuizioni di W.
James, afferma non solo che “un sé esiste davvero, tuttavia si tratta di un
processo, non di una cosa; e il processo è sempre presente quando si presume
che siamo coscienti”, ma anche che la coscienza va collocata “in un contesto
storico… considerando che gli organismi vanno incontro a trasformazioni
evolutive per selezione naturale. In ciascun cervello poi, la maturazione dei circuiti
neuronali viene considerata soggetta a pressioni selettive risultanti
dall’attività stessa degli organismi e dei processi di apprendimento: i
repertori dei circuiti neuronali inizialmente messi a disposizione dal genoma
sono quindi modificati di conseguenza.”
[9] Secondo Kandel, il cognitivismo e
le neuroscienze hanno accertato che “non abbiamo una connessione diretta
col mondo fisico. Possiamo avere la sensazione di un accesso diretto, ma si
tratta di una illusione creata dal cervello (C. Frith). A partire da Helmhotz
sappiamo che esiste la procedura dell’”inferenza inconscia”, ovvero del fatto
che la percezione è basata su un processo top down di filtraggio dei dati
provenienti dal basso, cioè di elaborazione di ipotesi e di controllo di
ipotesi sulla base delle esperienze passate. Gli psicologi della Gestalt, poi,
hanno individuato le procedure basilari dell’elaborazione bottom up (figura –
sfondo, continuazione della forma ecc.) e col tempo, con lo straordinario
sviluppo delle conoscenze sul cervello si è chiarito sempre meglio il ruolo
fondamentale del processo top down nella
conoscenza: la mente è un deposito di dati, una data base, che agisce come
sfondo rispetto alle decisioni sia pulsionali inconsce che consapevoli. Insomma venendo a contatto con oggetti complessi, la mente attiva una ricerca della migliore interpretazione
possibile all’interno del deposito delle configurazioni disponibili nella Long Time Memory; sono le nostre esperienze e conoscenze precedenti
su uno stimolo, immagazzinate in memoria, a consentirci di fare inferenze. E
queste conoscenze precedenti dipendono ovviamente dall’ambiente, ovvero dalla
storia personale del Soggetto.
[10]
Stando così le cose, non esiste nessuna
‘autenticità’ nativa a cui attingere per spiegare azioni e desideri: se il
Soggetto è un effetto dell’esposizione a specifiche coordinate spaziotemporali
(giusto secondo le pur diverse affermazioni di Hegel, di Nietzche, Husserl,
Heidegger…), non c’è nessuna anima compressa da qualcosa ma solo un Vuoto che
si è riempito con l’esperienza.
[11] L’uomo nella sua evoluzione quando acquista la
coscienza, prova paura di fronte alle cose che gli accadono, in quanto
imprevedibili e minacciose: per evitare la ripetizione dell’angoscia costruisce
un sistema di rappresentazione che consenta la prevedibilità e la sicurezza. A
questo riguardo il semiologo Jury Lotman parla di Modellizzazione di primo e
Secondo Tipo. È la lingua naturale a dare per prima una Forma alle cose in
divenire, che di per sé non ce l’hanno: è la Lingua (Logos in greco)a far
emergere l’Uno dal Molteplice), nel senso che le parole e le relazioni
grammaticali tra le parole costruiscono un Modello del Mondo : la semantica –
la somma dei vocaboli di una lingua – “è” il Mondo, indica ‘cos’è’ il Mondo,
mentre la grammatica e la sintassi dicono
‘come funziona il Mondo ’ . E’ ovviamente un’opera di semplificazione
(“banalizzazione” secondo la teoria dei sistemi) realizzata attraverso un
combinato di Selezione e Combinazione: un passaggio dal Non Finito al Finito,
una sorta di Gioco, che proprio come tutti i giochi risulta efficace
(“funziona”) proprio grazie alla sua coerenza interna. Con il Logos
(linguaggio) si fa vivere – si fa emergere dal caos – quella che poi il gruppo sociale di
riferimento chiama e intende come Realtà. Naturalmente – per dirla con le
parole della Gestahalt theorie – il Mondo così costruito emerge proprio dalla
procedura fondamentale con cui la mente umana entra in rapporto con le cose,
ovvero quella chiamata Figura/Sfondo: qualcosa viene messo a fuoco (diventando
segno significante, simbolo) e il resto rimane sfocato, cioè di fatto eliminato
dal sistema semiotico: solo che quello che viene scartato prima o poi
interferisce con il Logos che è costretto ad adeguare continuamente il sistema,
perdendo certamente in coerenza (quello che non avviene nei giochi strictu sensu). La lingua naturale
insomma è un Modello (Finito)della realtà, una “rappresentazione semplificata”
della molteplicità non finita del reale. Sulla base di questo primo sistema di
significazione proliferano ( e continuano a nascere)col tempo tutti gli altri
sistemi simbolici (o discipline, come la geometria, il diritto, le
neuroscienze, l’economia ecc.).
Ora chiunque nasce, nasce in un preciso paese, e siccome ogni paese ha
il suo Codice Simbolico, appena nato si trova immerso immediatamente in questo
“Mondo”, di cui apprende – a forza di neuroni specchio – le procedure
fondamentali, anche in dipendenza del modo con cui l’ambiente concreto in cui
cresce è padrone o meno del codice simbolico. Ma questa rappresentazione del
reale viene in genere appresa – o fatta apprendere – come se fosse la Verità,
l’unica descrizione possibile della Realtà, nascondendone i limiti. I rischi di
questo approccio sono sia cognitivi (si accetta che esista una Perfezione nella
conoscenza, come se davvero le cose siano regolate solo da relazioni di
simmetria e regolarità) sia psicologici (nasce l’orrore per tutto quello che
non sia ‘regolare’, finito, perfetto): ogni volta che irrompe l’imprevisto, si
finisce per incontrare il Trauma (vedi in seguito, il Reale).
[12]
Se leggo fumetti, le mie idee del mondo sono
quelle dei fumetti. Se vivo in un posto dove si mangia solo pasta al sugo, mi
piace la pasta al sugo e mi fanno schifo le rane che invece mangiano con gusto
in altre regioni. I libri, le canzoni, i cartoon, le abitudini delle persone
con cui convivo, le feste e i viaggi ecc., tutto contribuisce a determinare il
mio immaginario: ma più di tutto – vedi neuroni specchio – i comportamenti che
vedo dominare intorno a me. Veri e propri modelli di comportamento. E intorno a
me, non è più tanto la casa, ma il mondo dei media. È l’Immaginario che
supporta il ‘senso di realtà’ del soggetto: i singoli comportamenti delle
specifiche persone che noi siamo in effetti non sono altro che ‘ripetizione’
(mimesis) dei ‘modelli di comportamento’ che i vari Codici Simbolici impongono
più o meno silenziosamente, a partire da specifici sistemi di rappresentazione
del Bene e del male, del Bello e del Brutto, che a loro volta sono sotto
insiemi dei macro insiemi che ‘rappresentano’ – mettono – in – forma, danno
forma di Figura – lo Spazio e il Tempo, l’Individuo e la Società. Ad esempio,
come i miti greci insegnavano quale era il mondo e quale la necessaria Virtù,
così i Santi dicono al cattolico le vie
della Salvezza attraverso le parole dei santini e del parroco, e allo stesso
modo il Mercato dice ai consumatori ‘imprenditori di s stessi’, dove e come
cercare il Successo e la Felicità o direttamente tramite la pubblicità o
indirettamente tramite le Star dello spettacolo globale. Ma anche i lettori
accaniti di libri di ogni tipo, da quelli raffinati a quelli dozzinali, sono a
tutti gli effetti esecutori, più o meno consapevoli, di schemi di
comportamento, di stili di vita che si configurano come un Codice Simbolico. L’
“attore sociale” di cui parla la psicologia sociale è in sostanza- come dice il
termine – soprattutto un ‘attore’, un esecutore di ‘copioni’ che gli
preesistono (Goffman), ovvero delle prescrizioni e delle censure che creano una rete di sicuri
‘comandi’ e ‘divieti’ entro cui il Molteplice diventa Uno, e dentro cui anche
la Trasgressione acquista senso (la
trasgressione è tale – con tutto il portato di Piacere – solo se esiste una
precisa Frontiera culturale di Divieto – Lotman, ma anche Bachtin con la sua
teoria del Carnevalesco). Con le parole di Zizek, “quando questa struttura
fantasmatica si disintegra (quando si scardina la frontiera con cui si
distingue il Cosmos dal Caos)), il soggetto è sottoposto a una ‘perdita della
realtà’ , e inizia a percepire la realtà
come un ‘irreale’ universo da incubo privo di un solido fondamento ontologico.
Questo ‘incubo’ non è ‘pura immaginazione’, ma ciò che resta della realtà dopo
che essa è privata del supporto che trova nell’Immaginario.
[13]
I Traumi delle scoperte delle Regole che improvvisamente
si scoprono inadeguate. Choc che costringono a prender atto del fatto che
‘quel’ mondo di cui sapevo è una falsa rappresentazione, che nasconde molte
cose, che ignora molte cose … e che obbliga a cercare via di fuga. La
condizione propriamente traumatica è, da questo punto di vista, quella degli
adolescenti: i bambini vivono in genere dentro una dimensione ovattata di
Ordine, quella della famiglia, in cui le Parole del madre e della madre sono
Verità, in cui appunto Padre e Madre sono Dei. Tutto quel che accadrà domani
sarà esattamente la conferma di quel che accade oggi e ed è già accaduto.
Insomma il bambino è, senza saperlo, felice perché ogni giorno è uguale agli
altri: il Bene e il Male sono ,a che nei momenti delle punizioni e delle trasgressioni,
Figure di senso pieno. Ma quando si scopre per qualche riscontro che Padre e
Madre non sono esattamente quella Perfezione immaginata, che esistono fuori
della propria famiglia altri Ordini (atre famiglie) con altri Ordini, che
esistono altre comunità con altri ordini, ebbene improvvisamente il Mondo non è
più quella chiara Figura in cui ogni cosa sta al suo posto, ma improvvisamente
le cose e le persone e le azioni sono fuori quadro, perdono in struttura. Non
si hanno più evidenze di certezze, e si comincia a cercare Altrove qualche
fonte di certezza. L’Amico, in genere, il gruppo di Pari, una associazione
qualunque, il gioco, l’avventura appaiono forme di esplorazione, necessità di
riequilibrare… naturalmente questo tipo di scacco si ripete continuamente anche
per quelli che chiamiamo Adulti. Ognuno di loro è tale perché dopo le
esitazioni adolescenziali, ha finito per approdare ad un sistema di vita
abbastanza regolare, fondato su certezze di qualche peso, che garantiscono
‘senso’ alla routine. In genere l’Adulto si è data una Direzione (un Telos) e
organizza tutto il suo agire in prospettiva: magari si è arreso al piccolo
cabotaggio, ovvero si dà lo scopo del Non Finito Progresso (leggasi Carriera).
Ma prima o poi , in genere quotidianamente, si danno scosse che spostano,
destrutturano l’equilibrio cognitivo ed emotivo conquistato: si decide in
genere di catalogare queste scosse come ‘errori’, ‘casualità’ del tutto
inopportune, che vanno nascoste per evitare tracolli. Ma prima o poi avvengono
le crisi definitive del sistema. Una relazione affettiva, un matrimonio, un
lavoro, una fede politica, ecc. e allora si corre disperatamente a recuperare
il ‘godimento’ che , nascostamente, ci sorregge da sempre, si corre a cercare
quello ‘star bene’ di sopravvivenza pura che è di fatto pulsione di morte. Quelli che chiamiamo artisti o pazzi per lo
più scoprono vie particolari per dare Figura a quello che non lo è: si
costruiscono ‘0rdini’ nuovi con mezzi vari, ipotesi di ordine, che esulano dal
Simbolico imperante, lo contestano, lo arricchiscono, lo distruggono…Gli omicidi che seguono le rotture delle relazioni sono
evidentemente il modo più elementare di affrontare l’incubo della rottura
dell’equilibrio consentito dall’Immaginario: la distruzione e più ‘economica’
della costruzione. La distruzione è l’esempio più eclatante di quello che gli
psicologi chiamano passage a l’acte, che è l’atto propriamente animalesco
dell’organismo, che in modo pavloviano, reagisce ad uno stimolo negativo con la
distruzione dello stimolo.
[14] Nella trama complessa del libro il titolo allude al
fatto che in quella distopica realtà sociale esiste un programma televisivo che
ha il potere di incantare chi lo gurada al punto che rimane fisso davanti al
televisore smettendo di pensare al cibo e ad altro, fino alla morte. Infinite
jest appunto, divertimento senza fine: che è quanto in effetti impone il
Simbolico del Mercato Globale contemporaneo, attraverso l’imposizione della
felicità come scopo, del divertimento ad ogni costo. Pura Pulsione di morte.
[15] Per Lacan questa condizione è espressa in modo efficace
dalla condizione della lamella, cioè di una cozza, che se ne sta ferma nell’acqua,
attaccata ad uno scoglio, e che si limita a ad aprire le sue valve, giusto per
assorbire quanto occorre alla sua sopravvivenza, giusto nel momento in cui l’equilibrio
omeostatico segnala la carenza di energia. La sua unica condizione di ‘vita’ è
appunto la ‘sopravvivenza’, l ripetizione pura della sopravvivenza, senza altra
direzione o intenzione. Il senso di questa condizione consiste nella
‘pausalità, per così dire, nel fatto che la ‘vita’ è una eccezionale condizione
provvisorio tra il Nulla che la precede
e la segue. L’uomo, nella sua condizione di ‘coscienza’, emerge alla
problematicità della condizione e rispetto all’organismo, quando avverte questa
condizione di non senso assoluto, cerca di nasconderlo, attribuendosi delle
Direzioni possibile, creando rappresentazioni coerenti di spazio e tempo entro
cui i gruppi e i loro componenti acquistino ‘senso’. Ma la juoissance è proprio
nella esclusiva e semplice ripetizione del Non Direzione, di non Senso, di
Nulla. Il Trauma della scoperta della mancanza di base ontologica al Simbolico
spinge ad abbandonarsi a questa condizione di inerzia, a rifiutare il ruolo di
‘attore sociale’ cui ogni codice simbolico chiama i singoli, ad abbandonarsi
alla Trance, alla condizione di Ripetizione Pura, che vale proprio solo e in
quanto ripetizione: in pratica la soluzione più a portata di mano è il ritmo
della musica , di qualunque tipo, ma soprattutto nelle forme più semplici e
meccaniche, che spingono ad ‘uscire’ dal Sé, e vivere appunto come una cozza,
in una dimensione di pura energia che si consuma, fino allo stremo. Forme
analoghe di distanziazione dal Simbolico sono, fin dalla preistoria, allucinogeni et similia che
inducono ad uscire dalla specifica situazione esistenziale che coarta e di
attingere una dimensione di ‘libido’ che
si giunge a chiamare ‘libertà’. Il racconto di Poe propone la condizione
critica della modernità, che sente il fascino di questo Abisso ma anche
l’obbligo fi starne lontano per mantenere la possibilità di dare sostanza
all’individualità dell’Umano. In fondo il grido disumano di Kurz in Cuore di tenebra è proprio il segno
dell’effetto di questa discesa nell’Abisso.
[16]
Il ritorno al Simbolico può avvenire con due
modalità contrapposte, una più e l’altra meno ‘economica’: o piena accettazione
del sistema di rappresentazioni e valori che pur si è sperimentato come
Barrato, insufficiente cioè a ‘dire’ il Tutto (quindi in posizione da ‘servo’)
o riuso consapevole di quelle regole (da ‘padrone) per risolvere comunque il
problema della coesistenza sociale. La Ricerca del Pulito o l’accettazione
dello Sporco.Nel primo caso ci si rifugia – con passionalità -in un ‘luogo’
culturale che ci assicura esperienze rassicuranti e tranquillizzanti, come
Verità Assolute e principi senza eccezioni: le tante ‘conversioni’ a questa o
quella religione, a questa o quella Idea Politica, l’adesione a una delle tante
comunità che affollano lo spazio sociale contemporaneo in cui il Pubblico è
visto come imperfetto – comunità religiose o di fitness, di musicofili, di
sportivi ecc. – si spiegano proprio con il fatto che in esse, recintate da
solide cornici etiche, esonerano una volta per tutte dal pensare, liberando
dalla ‘paura’ che deriva – se fuori queste protezioni – dalla inevitabilità di
percepire il divenire, ovvero la
‘ripetizione’ pura del godimento. Nel secondo caso si assumono le regole di
convivenza sociale esistenti con lo stile freddo dell’ironia, cioè come
pratiche necessità che consentono la coesistenza tra diversi, senza però dare
ad essi se non la validità del provvisorio: sto alle regole se funzionano, sto
sempre pronto a distanziarmene quando si eccede. Il rischio che si corre è nel
primo caso di cadere nella schizofrenia (il Reale continua a incombere, e alle
regole comunitarie coartanti si contrappone il bisogno di differenza, negata);
nel secondo caso di sfumare nel pragmatismo assoluto del cinismo. La Comunità
come Castello che ci difende dall’Hostis (l’Altro che sta là fuori, nella
civitas l’Altro che è percepito oramai nella sua nuda dimensione organica di
ostacolo, ed accettato solo nella misura in cui è Identico, cioè nega la sua
differenza – anche interiore – per assimilarsi totalmente nei riti e nei gesti
a quelli miei); ovvero la Foresta ariostesca, il Labirinto entro cui muoversi con
la duttilità giocosa della Necessità, e la lucida Melanconia della Perdita.
L’ideologia (bianca, rossa, nera, arancione ecc.) e la critica dell’Ideologia
(Kafka, il ’68, Wallace, Bolano, Labranca..)
[17] ‘Il Soggetto Supposto Sapere’ fa parte del nostro
quotidiano, anche là dove non ce l’aspettiamo. Ad esempio, l’oroscopo mattutino
che leggiamo avidamente sui giornali ‘laici’ sono un affidarsi ad autorità che
presumiamo sappiano quel che noi ignoriamo, e ne sentiamo il fascino, in quanto
ci assicurano che comunque una ‘verità’ là fuori c’è e qualcuno lo sa (“Non è
vero, ma ci credo…”). Si pensi anche alla ritualità dei gesti quotidiani che ci
fanno star bene, secondo la logica del “per quanto dipende da me “: indossare
certi abiti, stare in un certo posto, passare per una certa strada…
[18] L’objet petit –a
non è ciò che desideriamo, ciò che perseguiamo, ma ciò che mette in moto il
nostro desiderio, conferma il nostro desiderio. Il desiderio è appunto
metonimico, dislocandosi su oggetti sempre diversi, e mantenendo comunque una forma
(schema) che si ripete pur nel variare dell’oggetto concreto. Ad esempio
l’automatismo dell’innamoramento viene messo in movimento quando qualche
oggetto contingente (da ultimo indifferente) viene ad occupare un luogo
fantasmatico costituito (dall’Immaginario). Così se il “fare qualcosa” è il
luogo fantasmatico generale che consente
al soggetto di uscire dall’empasse
(dal marasma caotico e indeterminato di quel che percepisce come Non Finito),
qualunque attività ristretta, che proponga un preciso algoritmo di esecuzione,
con confini e cornici spaziotemporali ben delimitati, è passibile di scelta
libidica: così il lavoretto, giocare una partita di un qualunque gioco / sport,
contrappone la sicurezza del Finito all’angoscia dell’Indefinito. Del resto
questa procedura ‘mentale’ (delimitare, definire, ridurre) è solo
l’elaborazione culturale (in senso antropologico, ovviamente, cioè consapevole)
di quella procedura meccanica (inconscia)che sostanzia la biologia animale:
isolare un terreno ristretto, segnare il territorio è la procedura di massima
economia con cui funziona l’organismo animale che siamo; il locus amoenus, la cameretta, il castello
ecc. sono i prodotti materiali di questa meccanica. Del resto anche la mente in
genere decide (‘conosce’) sulla base della procedura fondamentale della Figura
/ Sfondo: rifugge il Non Finito della massa caotica di stimoli che arrivano
dall’esterno, ne seleziona – focalizza- solo una parte ristretta e la ‘mette-
in forma’, la identifica come Figura riconoscibile, quindi rassicurante.
Insomma, di fronte al terrore delle cose che ‘non finiscono mai’ (la
ripetizione pura del godimento, della pura a e semplice necessità di
sopravvivere), ci si ‘attacca’ a qualcosa di limitato, di Finito, e si riesce a
controllare ogni dettaglio, dandosi così la sicurezza che deriva dall’avere il
controllo della situazione. Pulire la casa, lavare i piatti possono essere
alienanti per chi è costretto a fare sempre e solo quello, ovviamente, dal
sistema sociale di appartenenza, ma per chi in genere è alienato nel suo lavoro
(non ne trova il senso), può essere un’occupazione che rilassa. E così, anche
assistere un malato ci può sembrare un sacrificio particolarmente penoso per
chi lo fa: ma ci esonera comunque dall’impegnarsi in altre cose, dallo
scegliere addirittura che cosa fare (così forse si spiegano i tanti ‘volontari’
in giro nel fare assistenza: curano se stessi, nel profondo (sotto testo),
anche se nel testo, in superficie, mostrano altruismo). Sul piano della
relazione con le persone questa via di fuga porta al ‘feticismo’: un dettaglio
sta per il tutto (una foto dell’amata per l’amata…), ecc. ecc. che dire poi della passione in – finita per
gli animali? Questi ‘oggetti’ sono metonimici rappresentanti di quella grande a
perduta A che era (è) l’ideologia: il cane è segno della natura, di quel
fantasmatico mondo ordinato in cui tutto sta al suo posto, in cui vigono
l’amore e le piene corrispondenze tra desideri e realtà. Il cane semplicemente
prova affetti. Ma non parla, essendo privo di linguaggio come l’intende l’homo:
semplicemente qualunque segno esprima il padrone lo interpreta , ovviamente, a
sua immagine e somiglianza,. Esattamente come il dio della Bibbia fa nei
confronti dell’Uomo, quando lo crea, al punto che si arroga di decidere per
leui cosa può e cosa non può fare. Appunto. in ogni caso è il Mercato che oggi
si preoccupa di rifornire anche i più ignavi tra gli umani della possibilità di
costruirsi il proprio sistema simbolico d’ordine Personalizzato: ‘di tutto di
più’ diceva qualche slogan, anni fa,. E davvero di tutto c’è a disposizione nel
web che ti raggiunge dovunque promettendoti di poter soddisfare ogni
‘desiderio’ sminuzzando le angosce dell’imprevisto in una serie di ‘offerte’ di
oggetti veri e propri che stanno lì a completa e passiva disposizione, bambole
gonfiabili, cibo, viaggi, giochi.. Basta , naturalmente, aver soldi: e il
desiderio si sposta ovviamente dall’oggetto alla relazione astratta,
nuovamente…questo è il trucco. Ogni
attività che consenta, attraverso una chiara delimitazione dei confini dello spazio
e del tempo, di costruire una cornice,
finisce per essere una ripetizione funzionale del modello di base che
costruisce il Mondo per una Cultura (di passare cioè dal Non Finito al Finito,
dal molteplice del Divenire all’Uno dell’Essere): ovviamente i giochi, tutti i
giochi, ma anche ogni lavoro che consista di specifiche coordinate
spaziotemporali, che edifichino una teleologia ‘a portata di mano’
(controllabile, prevedibile, ripetibile). Anche le grandi opere artistiche
nascono da questa strutturazione. Anzi nascono proprio dalla consapevolezza che
i Mondi Umani si costruiscono così.
[19] L’organismo conosce il tempo primamente proprio nella
successione di queste due condizioni. Essendo una macchina banale che ha
bisogno di energia per mantenere in efficienza le sue funzioni, i suoi organi
(stomaco, ano ad esempio)oltre che di ‘materia’ per raggiungere le dimensioni
di maggiore efficienza, oscilla continuamente tra la condizione della pienezza
e quella mancanza: quando la quantità di energia (materia esterna9 è
sufficiente, l’organismo sta fermo, bastando appunto a se stesso in quelle
determinate condizioni. Ma quando l’energia viene progressivamente consumata,
l’organismo ‘si apre’, ovvero ‘si muove’, va in
cerca di quanto occorre per restaurare la condizione di ‘abbastanza’.
Insomma, oltre una certa soglia di deficit, la macchina prevede una fase di
‘ricerca’ che corrisponde a consumo di
altra energia, fino a quando appunto trovata una ‘fonte’ di energia, restaurata
la soglia minima di sopravvivenza (benessere) si recupera la condizione di
‘stasi’. Ogni acquisto di energia (retroazione positiva) comporta una
successiva fase di eliminazione di quanto, pur assorbito, è in eccesso o nocivo
(retroazione negativa): oltre una certa soglia l’organismo espelle quanto è in
eccesso. Insomma l’esistenza di un organismo dipende dalla regolarità con cui
si ripete il ciclo pieno/vuoto/pieno/vuoto ecc. questo ciclo di base dà vita ad
un vero e proprio ritmo che segna la realtà con una connotazione temporale.
L’uomo cosciente, quando avverte questa dimensione, comincia inventare riti
capaci di riprodurre l fondamentale omeostasi della biologia in forme
simboliche: i riti appunto sono fondati sulla reiterazione nel tempo, ma ancor
più la musica…
[20] Queste forme biologiche, nelle culture dei vari popoli
della storia dell’uomo, sono di fatto lo schema concettuale su cui si
costruiscono i vari sistemi simbolici che cercano progressivamente di dare
forma all’ ‘essere uomini’. Ad esempio il topos contemporaneo della ‘identità’
altri non è che (come dice l’etimologia) la ripetizione del medesimo, ovvero la
condizione di stasi (pieno) che consente di vincere paure ed angosce
dell’imprevedibile proprio a partire dall’aver trovato una serie di soluzioni
che funzionano, che bastano, attraverso gesti e credenze e rituali e pratiche,
a rendere ‘soddifatti’, a dare effcienza e regolarità alla vita del gruppo. Al
contrario i topoi del viaggio e della avventura sono formalizzazioni
linguistiche della dimensione biologica del vuoto da riempire, della necessità
di esplorare l’esterno, il non finito, per acquisire spazi ‘vitali’ nuovi, per
arricchirsi di possibilità fino ad allora non previste. E metafore come quelle delle ‘porte’, delle
‘soglie’, delle prove dell’eroe, sono
sempre segni della consapevolezza con cui i gruppi umani hanno preso atto della
meccanica fondamentale dell’evoluzione adattativa: ‘stare fermi’, cioè ripetere
procedure già verificate come efficaci, è la procedura che risulta vincente per
risolvere il problema del la sopravvivenza in ambienti stabili, ma ‘muoversi’
assicura delle possibilità di sopravvivenza maggiore di fronte al variare delle
condizioni ambientali. Non è del resto casuale che in ogni gruppo umano in
genere gli anziani tendono a difendere la tradizione (gli usi del passato che
in qualche modo hanno funzionato, consentendo di sopravvivere fin qui), mentre
i giovani sono per il cambiamento (prima di assimilare del tutto – di essere
addestrati al- la tradizione, sono portati naturalmente ad
esperire – secondo la logica dei sistemi emergenti – la relazione con
l’ambiente di sopravvivenza. E spesso è proprio l’eccesso di energia a spingere
ad esplorare, a voler segnare il territorio di sé, con le proprie speciali e
innovative traiettorie…
[21] Quando ci si lamenta nelle società occidentali del
fatto che vinca il populismo, ovvero che le decisioni siano prese sulla base di
emozioni invece che di ragione, si tocca in realtà proprio questo aspetto: il
problema di fondo è che tutti, indistintamente, anche quelli che pensano di
essere dei grandi riflessivi, hanno alla base questa eredità dell’economia, per
cui si preferisce arrivare rapidamente alle soluzioni che costano meno fatica
più che labor. E di questi tempi la massima ipocrisia è che proprio la
celebrazione che si fa ad alti livelli di ‘valori’ come emozioni e sentimenti
(questi sarebbero le funzioni essenziali dell’umano) porta davvero a trattare
ogni problema con la velocità delle emozioni (gabellata anche con termini alla
moda come ‘autenticità’ e ‘felicità’) piuttosto che con la lentezza del
pensiero analitico, della ricerca, della riflessione ponderata. Come già detto
è più facile (economico) ‘fare qualcosa’ che avventurarsi nei meandri di un
labirintico problema , più facile attendere la parola di un guru (di una fede,
di una comunità) che assumersi il peso della gravitas, del confronto, della
raccolta ampia di dati, della loro discriminazione ecc. ecc. si loda il problem
solving e si nasconde che in effetti tutto dipende dal problem posing, dal modo
in cui si struttura il problema, l’efficacia della soluzione. L’economia
libidinale del godimento ci porta a rifiutare lo scacco dell’impresa difficile
e ad adottare le routine, gli automatismi, le ripetizioni. La scuola era stata
introdotta tra Otto e novecento per allenare quanto più persomnae al pensiero
analitico. Adesso la scuola punta a realizzare automi capaci di eseguire in
modo brillante compiti ristretti sotto la forma dell’algoritmo, senza dover
pensare , senza dover comprendere. Insomma uno specializzato (insegnate di
grammatica, ingegnere, medico, chimico) sarà sempre più – nella scuola in cui
si punta al lavoro più che allo studio – un esecutore che ottiene il massimo
risultato col minimo sforzo: proprio come Chaplin della catena di montaggio di
Tempi Moderni…
[22] Ogni organismo ha lo scopo essenziale della
continuazione della sua esistenza, ovvero della sopravvivenza pura e semplice.
Ma ogni organismo, a partire dalle cellule procariote di miliardi di anni fa,
per sopravvivere deve attingere all’esterno della membrana che lo costituisce
come sistema unitario: insomma deve appropriarsi di qualcosa che si aggira nei
dintorni del / dentro il suo habitat; e per farlo deve imporr/e il suo
prevalere. Sopravvivere in sostanza significa davvero ‘prevalere’, come
mostrano la biologia e la botanica. ‘Prevalere’ non si manifesta
necessariamente con quelle forme di violenza sanguinaria a cui accostiamo in
genere il concetto del prevalere tra gli animali: usare l’acqua di un ruscello,
la legna di un albero, le foglie di lattuga ecc. ecc. sono esempi di quanto sia
ineludibile esercitare il proprio prevalere per ‘sopravvivere’. Anche le scene
dell’idillio bucolico che aspirano alla pace nascono solo sulla base di una
sottomissione di elementi dell’habitat al proprio telos.
[23] Naturalmente queste polarità sono ‘banalizzazioni’
della fenomenologia concreta degli organismi, che spesso risolvono i loro
problemi in forme complesse e variabili. Così la biologia distingue tra
simbionti mutualistici (che giovano
all’ospite accrescendo la sua fitness genetica), commensali (neutri, ma che mangiano alla stessa tavola) e parassiti (deleteri per la fitness
genetica dell’ospite) modellizzando in tal modo la svariata combinazione di
organismi invisibili che concorrono a determinare quella struttura che noi
indichiamo con la parola ‘corpo’. Batteri, neuroni, memi ecc. sono alcuni degli
esempi più eclatanti di questa complessa procedura aperta di adattamento
evolutivo.
Le stesse
compartimentazioni possono essere adottate per quei sistemi complessi che sono
le culture antropologiche che emergono allo stesso modo (Ricerca &
Sviluppo, Competenze senza Comprensione) con l’arrivo della Coscienza e del
Linguaggio: i memi sono i simbionti che ci consentono in effetti di metter su
una eredità non biologica ricca ma confusa, piena di parassiti oltre che di
mutualistici… quando infine si acquisisce una piena consapevolezza dei fenomeni
in atto allora emergono sempre più Progetti Intenzionali che cercano di dare
direzione all’adattamento accentuando l’una o l’altra direzione (il conflitto o
la quiete).
[24] Quando si parla di coscienza, secondo Damasio, il passo
decisivo è dovuto al fatto che ad un certo punto dell’evoluzione adattativa, al
sistema nervoso primigenio (quello gastroenterico= si accompagna un altro
sistema nervoso (sempre più complesso), quello che chiamiamo ‘cervello’: quando
cioè l’organismo dispone di organi che non si limitano più a segnalare in modo
meccanico la condizione generica e generale di benessere / malessere, ma forniscono
dapprima una mappatura articolata delle
zone dell’organismo in cui avvengono fenomeni che causano quelle risposte, e in
un secondo tempo anche la possibilità di costruire delle Figure Simboliche che
per analogia, consentono di identificare e analizzare al meglio le emozioni e i
sentimenti, facendoli diventare ‘parole’ , fino a poterne poi acquisire un
controllo pieno.
[25] Sappiamo come tutta la tradizione culturale
(dell’Occidente o dell’Oriente) ha elaborato nei secoli infinite
rappresentazioni simboliche della semplice condizione di ‘stare bene’ e ‘stare
male ’. Termini come locus amoenus,
zen, eremo, assemblea, Inferno, palude, Carnevale, vampiro ecc. sono i mezzi
diffusi con cui comunicare in modo immediato (‘facendo riferimento alle
passioni) complessi sistemi di rappresentazione del Mondo, sistemi che cdi
fatto sono vere e proprie Ideologia, ovvero filosofie storiche, rette da
specifiche epistemologie se non teologie. I ceti del Potere proprio di questi
Simboli si propongono interpreti esclusivi, nel senso proprio cioè che
‘escludono’ altri dalla loro interpretazione analitica.
[26] Un dizionario è di fatto una enciclopedia: le cose
esistono solo se in una certa lingua esistono le parole che le individuano, che
le portano dal Non Finito al Finito. All’origine, come dice Lakoff, le parole
hanno a che fare con le cose materiali che sono in concreti spazi materiali,
per poi – tramite le procedure dell’analogia – dar vita a concetti astratti.
[27] Anche i sentimenti esistono solo se ci sono termini
che ne descrivono i tratti, ne definiscono i margini, le qualità ecc. tutti
‘sentiamo’, ma solo col tempo il bimbo impara che cosa sono distintamente la
gelosia, l’invidia ecc.
[28] Il data base costituito da memoria semantica e memoria
episodica assume una valenza positiva in diretta dipendenza dalla disponibilità
di procedure di recupero dalla memoria, ad esempio, o di altre procedure come
quelle della retorica ecc.
[29] Gli studi di Rizzolatti mostrano che l’acquisizione
del mondo, l’apprendimento, è soprattutto un fenomeno di ‘imitazione’ passiva,
per cui senza avere necessariamente una guida che ci renda consapevoli di
quanto apprendiamo, con gli anni – da scatole vuote quali siamo alla nascita
(dotati solo per così dire dell’hardware genetico)- finiamo per diventare
‘umani’ cioè organismi dotati di coscienza e capaci d interagire con l’esterno
attraverso decisioni.
[30] Ognuno di noi sperimentano infinite volte al giorno
quanto siamo portati a ridurre la complessità delle cose che ci circondano, ma
anche delle cose che ci abitano, a partire dalla conoscenza in senso stretto.
La memoria che abbiamo a livello di ingresso del resto consta di un sistema che
al massimo consente di trattare contemporaneamente 7 bit alla volta. Se si supera
questa soglia si va verso lo scacco. Allora puntiamo sempre a ridurre, a
semplificare. La vera differenza sarà quando le ‘cose’ da trattare con quei
sette bit, sono già capaci di portare con sé informazioni in gran numero.
[31] Già si è detto del principio fondamentale
dell’economia quale criterio di scelta essenziale nella logica della
sopravvivenza. Limitare il campo, fare qualcosa, stare chiusi in stanza, stare
a contatto col proprio web particolare, la casetta in campagna, il recinto di
un giardino, le mura di una abitazione o di un castello, i fili spinati, i
muretti a secco delle campagne ecc. sono effetti di questa tendenza adattativa.
Il riduzionismo biologico arriva poi ad essere ideologia quando con positivismo
di fine ottocento si teorizza che tuto ha una soluzione se si isola , se si
semplifica, se si ‘pone’ il problema entro confini precisi. La
compartimentazione, questa mania della separazione, della quadrettatura del
mondo, è del resto all’origine della divisione tradizionale delle attività
scolastiche in discipline diverse, ognuna col proprio orario, coi propri
steccati epistemologici: con l’effetto di separare artificiosamente quel che
nella realtà delle cose che accadono sta con – fuso, tutto insieme.
Naturalmente questo metodo è efficacissimo nell’affrontare e risolvere piccoli
frammenti di realtà: ma abitua a ‘banalizzare’ sempre, con l’effetto che
appunto il principio dell’economia libidinale (sto bene se il problema da affrontare
è semplice, piccolo) spinge i più ad evitare ogni cosa che si presenti come
complessa. E l’umano sta in questa assunzione di responsabilità: altrimenti ci
si avvicina alla condizione di animali, che provano soprattutto, se non solo
emozioni e sentimenti.
[32] Le esperienze dei sentimenti del corpo che
costituiscono di fatto il tessuto del proto – sè, della percezione dell’essere
un organismo che vive insomma- sono una parte vitale e profonda della coscienza
in formazione, sentimenti che con la nascita della coscienza del sé diventano
osservabili in prima persona (da un Io) capace di una angolazione introspettiva
basata sulla rappresentazione (mappatura) che si viene realizzando. In pratica
siamo tutti dotati di emozioni, ma perché queste diventino sentimenti e perché
ne abbiamo una mappatura capace di consentirci un riconoscimento analitico dei
vari sentimenti, occorre che appunto la mente ‘apprenda’ in qualche modo queste
mappe. L’esperienza concreta ovviamente è alla base di tutto questo, ma le
emozioni diventano davvero esperienza solo se le emozioni vengono
‘riconosciute’, inscritte in mappe (sistemi ‘linguistici’ ) preesistenti,
offerte dal Sistema Simbolico dell’ambiente in cui si vive (cioè Miti, fiabe,
Poesie, Romanzi, Film, cartoon , canzoni ecc., con ovvie differenze di
intensità e portata).
[33] Per Damasio, “la coscienza ha inizio quando il sé
affiora alla mente, ossia quando il cervello aggiunge alla miscela della mente
un processo del sé, dapprima modesto, poi molto più robusto. Il sé viene
costruito in passaggi distinti, sulle fondamenta del proto-sé. Il primo passo è
la genesi dei sentimenti primordiali: gli elementari sentimenti di esistenza
che scaturiscono spontaneamente dal proto-sé. Successivamente affiora il sé
nucleare, che riguarda l’azione. In particolare, una relazione tra l’organismo
e l’oggetto. Il sé nucleare si dispiega in una sequenza di immagini che
descrivono un oggetto mentre esso impegna e modifica il proto-sé”. Il sé
nucleare insomma è una serie di procedure che si formano mano a mano che cresce
il numero delle mappe (software, per così dire) con cui l’organismo
‘rappresenta’ lo spazio entro cui si muove. Ma la coscienza fluttua sia per
intensità (ad esempio a volte abbiamo sonno e poco intendiamo dell’esterno che
ci circonda, a volta partecipiamo animatamente a dibattiti su temi complessi..)
sia per portata (per la capacità di focalizzare non solo una qualche Figura in
primo piano che attira la nostra attenzione – una foto ad esempio – ma anche lo
Sfondo ricco che siamo in grado di collegarvi – frammenti e spezzoni della
nostra vita passata, delle nostre conoscenze di varie discipline, di riviste,
di commenti di altri…)
[34] “La coscienza di vasta portata… si manifesta nel modo
più evidente quando entra in gioco una parte sostanziale della vita di un
individuo e quando le sue attività sono dominate sia dal passato vissuto sia
dal futuro anticipato. Essa riguarda al tempo stesso la personalità e
l’identità ed è presidiata da un sé autobiografico.” Se il processo del sé
dovesse venir meno, la mente sarebbe disorientata e diventerebbe incapace di
raccogliere le proprie componenti, fino appunto all’incoscienza.
[35] I limiti che si percepiscono vanno da quelli
strettamente fisici a quelli cognitivi e sociologici, quindi psicologici.
Sbattere sulle pietre, cadere, scivolare, ecc., sono evidenti scoperte
dell’inefficienza del nostro corpo rispetto a certe azioni; litigare con gli
altri consente di capire che le nostre pulsioni e i nostri desideri devono fare
i conti con quelli degli altri: in fondo ogni storia cosiddetta ‘sentimentale’
non è altro che gestire questa differenza di base, la scoperta che l’Altro con
cui pensiamo di realizzare un nostro progetto non corrisponde davvero alla
nostra lineare maniera di pensare le cose. In breve la vita sociale è proprio
prender atto del fatto che gli Altri sono un ostacolo, che la normale relazione
sociale è il conflitto, e che per abbassare lo stress dello scontro occorre
metter su qualche forma concreta di condivisione, partendo dalla propria
autolimitazione, dalla limitazione delle proprie ambiziose volontà di ‘libertà’
(autorealizzazione). Il Sé non esiste se non attraverso questa continua
ridefinizione delle cornici che gli consentano di assumere ruoli: ovviamente da
ragazzi i ruoli sono semplicemente subiti, da adolescenti li si vuole cambiare
(guardando Altrove) e solo alcuni finiscono davvero per ricucirsi delle forme
particolari di Sé attraverso il Ri – Uso delle pratiche preesistenti. Il mito
dell’Amore è la trappola cognitiva più efficiente per nascondere questa
dimensione urticante del nostro essere uomini: certamente è la procedura più
efficiente per risolvere con meno rischi possibili il problema della
coesistenza, solo che anch’esso funziona solo entro ben precisi limiti, e solo
a partire dal momento in cui lo si accetti nei suoi limiti, come un copione che
media le differenze col tempo. Il Sé nucleare insomma per dare un senso al
Mondo ha bisogno di vedere tutto rigorosamente secondo quadrati semiotici che
oppongono un Dentro al Fuori, un Bianco al Nero, un Amico dal nemico, e così
via… il tutto ovviamente segnato in modo forte da una ‘frontiera’ o ‘cornice’
che distingua nettamente l’Ordine dal Disordine, il Mondo dai ‘barbari’. In
fondo ogni cultura umana nasce proprio con queste caratteristiche, e in fondo
il Sé nucleare è quella parte di noi che continuamente vuole starsene per fatti
propri, senza ostacoli a disturbare il proprio ordine (leggere un libro, fare
le parole crociate, scopare, sentire musica. E tanti sono i luoghi che
trasformano questa dimensione mentale in realtà concrete. Stanze, abitazioni,
palazzi, recinti di ogni tipo..
[36] L’Autobiografia è possibile solo dopo aver accettato
il fatto che l’esistenza in sé non ha senso e scopo e che essa dipende
dall’intenzione dell’eventuale Soggetto critico che accetti il rischio di
doversi continuamente ‘riscrivere’ la parte da recitare, con la responsabilità
di dover pensare non solo a sé (mente critica autoriflessiva) ma anche
all’Altro (mente che procede nell’automatismo dei copioni prodotti dall’alto).
In ogni caso “il grado in cui il sé protagonista è presente nella nostra mente
varia moltissimo a seconda delle circostanze, passando da una rappresentazione
di chi noi siamo molto dettagliata e perfettamente contestualizzata, ad un vago
indizio del fatto che possediamo le nostre idee e le nostre azioni. In
conclusione, certamente “il Sé può essere una presenza appena avvertita o una
presenza assertiva; può essere confinato al qui e ora oppure abbracciare la
storia di una vita intera; infine alcuni di questi registri si possono
mescolare… il Sé è davvero una festa mobile”. Per Searle, come detto, è
decisiva a questo punto l’intenzione nella nuova rappresentazione del sé, nella
scrittura del sé: che ruolo voglio assegnarmi nel ‘gioco’ del Mondo di cui ho –
in qualche misura – coscienza? Il sé autobiografico si dà una direzione (come A
barrato, come Phi, come oggetto piccola – a..) a cui può decidere di essere
‘eticamente’ fedele, e può anche essere che questa direzione sia quella
‘politica’ (per cui si sceglie di sottomettere – limitare- il proprio spazio di
sopravvivenza, la propria libido, a favore della collettività di cui sceglie di
essere parte).
[37] Non sembra fuori luogo riconoscere in questa triade le
caratteristiche di quella hegeliana che contrappone dapprima l’Oggetto al
Soggetto, per superare questa contrapposizione con il Superamento: Il Soggetto
in questa dialettica è all’inizio proprio nelle condizioni del servo che
dovrebbe subire ogni comandamento dal Padrone (il mondo esterno con le sue
regole pre esistenti) e rischia di proporsi come Anima Bella se si limita a
starsene lontano da ogni possibile contatto con l’Oggetto per affermare in modo
puro la propria auto determinazione. Infine aquista la capacità di ritornare
nell’Oggetto per riusare quelle regole in modo ‘ironico’, cioè con la
consapevolezza che ‘fare la storia’ è possibile solo ‘sporcandosi’.
[38] È Goffman che introduce questa coppia di concetti per descrivere
il campo di forze entro cui si attivano davvero le nostre possibilità ‘autobiografiche.
È certo che le nostre azioni sono sempre
effetti del sé (nucleari e/o autobiografici), siano esplicite o meno per il
Soggetto, ma la vera differenza di fondo è se hanno o no come fine la conquista
della supremazia: da un lato il play (senza scopo di vittoria ) dall’altro il
game (con la vittoria come fine). Il play (che in inglese sta per recitare e
suonare oltre che giocare) ha per così dire il fine in se stesso, è un ‘fare
qualcosa’, gratificante proprio perché seziona una parte del Non Finito, lo “mette
in forma” secondo un codice simbolico e ci consente di ‘dominare’ in modo perfetto
le azioni gli schemi: fare il dottore, andare a fare una camminata, una caricatura,
una canzone. Il game aggiunge a questa
procedura di segnatura del territorio,
anche l’intenzione esplicita di “aver la meglio su…. È la sublimazione
dell’implicito fondamento biologico del prevalere, che riproduce sempre in forme
di finzione, di artificio, il distruggere l’altro, l’ostacolo. Anche qui il “fare
qualcosa” che soddisfa. Ma è anche guerra… Nella cultura umanistica le due accezioni sono
identificabili con il valore della ‘grazia’ (liberalitas. Gratuità, generpsità)
e dell’utile (vincere)
[39] Secondo
Michael Tomasello la evoluzione della morale umana passa attraverso il processo
per cui l’Io si riconosce in un Tu, e successivamente in un Noi, che è
all’origine del sistema cooperativo che coordina l’intenzionalità congiunta.
Riconoscere nell’Altro gli stessi Memi, consente di uscire dal Sé Nucleare e
‘scrivere’ un nuovo sé autobiogarfico, quello ‘morale’ dei valori condivisi a
scapito degli interessi egoistici. “Nella cooperazione umana la subordinazione di tali interessi a
un’impresa collettiva costruisce una nuova identità, il “noi” costituito
dalla mutua collaborazione degli agenti in vista di uno scopo comune.”
[40] È
evidente il grande vantaggio che hanno portato questi neuroni specchio
all’evoluzione della specie umana: non siamo i soli ad averli (ad esempio anche gli scimpanzé, gli uccelli
hanno sistemi simili), ma certamente questa struttura ha consentito / consente
di ‘indovinare’ le azioni degli altri, ed in termini di prevalere questo
significa poter aver la meglio su chi non è in grado di operare allo stesso
modo