SENSO/VERITA’
Festival. Suicidi. Giro del mondo in solitario. Sparare alla gente da un balcone. Giocare a burraco. Correre dietro / stare insieme con ad una persona per tutta la vita. Fare l’eremita. Fare il killer professionista. Fare pettegolezzi. Insultare. Capelli viola o versi. Agit prop. Partecipare a concerti. Stuprare. Fare vlontariato… ecc. ecc.
Queste cose accadono. In genere vengono giudicate come segni di stranezza, eccesso, fissazione, se non addirittura di pazzia o assurdità, miracoli a volte. Ma è proprio così?
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L’uomo è sapiens: ovvero (per dirla in latino) sapit, è capace cioè di “assaporare” l’ambiente entro cui si muove. Conosce la ragione delle cose, ma non possiede la verità.
Propriamente ‘sapere’ indica la qualità della percezione: ovvero – detto con i termini del cognitivismo – un processo bottom –up. Il sapiens quindi è uno che ‘ha gusto ’in modo differente da un qualunque organismo in – sipiens; come tutti gli organismi possiede i sensi come meccanismi di filtro rispetto alle stimolazioni complesse dell’ambiente. Ma il suo sistema sensitivo alla fine lo rende capace di reagire in modo adattativo non ripetitivo rispetto agli stimoli che provengono dall’esterno (e dall’interno, ovviamente): adattativo vuol dire che adatta le sue reazioni al mutare delle situazioni, che ‘gusta’ le differenze percettive e su questa base modifica (più o meno facilmente e velocemente ) le sue azioni.
Sapiens viene inteso quindi come “saggio”. E da questo slittamento diventa ancor più facile capire cosa si intende con l’espressione homo sapiens: da saggio deriva ad esempio il verbo assaggiare, e a tutti risulta evidente come questa analogia porti a intendere che il ‘saggio’ è colui che “assaggiando sa misurare la situazione e coerentemente adeguare le scelte, le decisioni.
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La provvisorietà delle scelte è ovviamente un limite all’interno di comunità di homines sapientes che alla fine ambiscono alla RIPETIZIONE per avere più SICUREZZA. E quindi le certezze che non possono provenire dal basso, le costruiscono IMMAGINANDO entità trascendenti (dei, leggi scientifiche) come fonte di certezza.
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La cultura occidentale ha elaborato nei secoli, man mano che si è chiarito lo scopo da dare alla sua azione, il concetto (e la parola) VERITA’[1] con l’ambizione di superare l’approssimazione implicita nella parola ‘saggio’ e di arrivare ad una conoscenza capace di liberarsi dei limiti del divenire delle cose e di pervenire ad un AB – SOLUTUS, ovvero a schemi validi non di volta in volta (da valutare cioè in rapporto alle differenze che emergono dalle situazioni) ma SEMPRE (in tempo e in ogni luogo). Questi ‘schemi’ (‘idee’ nel linguaggio di Platone) portano a scoprire – questa è l’ambizione – quel che si cela di ‘immutabile’ al di sotto delle forme mutevoli delle cose che ‘accadono’.
Le parole che accompagnano questa ricerca di ‘verità’ sono Logos (in greco antico) e ratio (in latino classico).
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Tutta la cultura della Modernità è basata su questo postulato: il Logos (o ratio) di cui è dotato l’homo sapiens lo rende capace di scoprire il Logos di cui è dotato il Mondo (l’ordine ontologico). Da qui deriva la trasformazione dell’homo sapiens (colui che ‘ha il sapore delle cose’) in homo faber (colui che ‘fa la storia’). Insomma, se posseggo la verità, posso cambiare le cose del mondo in modo da risolvere al meglio i miei problemi, lo posso ‘fare’, nel senso che lo gli posso dare una forma più ‘efficiente’ rispetto ai miei desideri. Di qui il mito del Progresso.
Per fare questo (per dar vita alla nuova forma) però – vedi il modello cartesiano- l’homo sapiens deve rinunciare definitivamente al corpo, ovvero all’ambizione di contrapporre la ‘saggezza’ alla ‘verità’.[2]
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Gli eventi e le conoscenze a cavallo tra XX e XXI secolo hanno dimostrato che quel postulato (Logos dell’homo = Logo del Mondo) rischia di portare ad eccessi distruttivi invece che di progresso. La Verità che presume di porsi come assoluto indipendente dal variare dello spazio e del tempo è un desiderio, un dispositivo umano di trasformazione, non un dato: troppi eventi sfuggono alle spiegazioni date dalle teorie, si rende chiaro che la ‘verità’ è una costruzione consentita dall’eliminazione di molte (troppi variabili), che funziona solo entro limiti ristretti di Finito. Per tutto quello che è Non finito emerge di nuovo la necessità di tener conto – nelle rappresentazioni del reale – delle ‘differenze’ che emergono non previste dalle varie situazioni.
Si finisce allora per attenuare il principio cartesiano della assoluta supremazia della Mente sul Corpo: anzi, appare sempre più chiaro che molti eventi che vedono protagonisti gli uomini si riescono a spiegare solo se si tien conto del fatto che la Mente è in effetti ospitata dal Corpo, e che anzi tutta l’azione mentale non è altro che un continuo ‘mettere-in- forma’ (schematizzare, modellizzare) i dati forniti dal sistema percettivo(corpo).
Insomma il processo top down della mente è in continuo loop (dipendenza) con il processo bottom up del corpo.
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A questo punto emerge nella cultura occidentale la parola SENSO per rimediare alla inadeguatezza della parola VERITA .
Le azioni che appaiono assurde se valutate con i criteri della logica cartesiana, acquistano improvvisamente chiarezza di normalità, se valutate coi parametri del SENSO.
La mente umana (come affermano le neuroscienze) è allora visto non più come un sistema chiuso (esperto) ma complesso, composto com’è da miliardi di componenti in interazione molteplice, sistema “emerso” dall’evoluzione per l’efficacia con cui risolve il problema fondamentale di ogni organismo vivente: sopravvivere, continuare a vivere, in un ambiente ancor più complesso: e la sua efficienza dipende non dalla capacità di scoprire verità assolute, ma da quella di risolvere i vari problemi che minacciano la sopravvivenza in situ in modo ‘economico’, ovvero rapidamente; dal trasformare in Finito quel che è Non Finito.
Ebbene, questa riduzione dal molteplice all’uno, se funziona, ‘ha senso’, altrimenti ‘è sbagliato’.
Naturalmente con l’evolversi delle culture, cioè di tutte le forme artificiali di ordine che le varie comunità si danno, anche il Senso acquista dimensioni meno elementari: non emerge solo dalle procedure ereditate, ma viene ‘cercato’. La vita non va solo difesa di per sé (come per tutti gli organismi), ma va riempita di senso: e i modi per darle questo senso sono non finiti, vista la tendenza della mente a immaginare, cioè a costruire forme su forme, senza che necessariamente abbiano a che fare con la solida realtà materica[3].
Come dice uno scienziato della mente, Nick Chater, “la ricerca di senso è l’obiettivo di ogni ciclo di pensiero. Il senso ha a che fare con l’organizzazione, la sistemazione, la creazione di schemi e l’attribuzione di significato a pensieri, azioni, storie, opere d’arte, giochi e sport.
Alla fine, trovare senso ha a che fare col raggiungere una COERENZA. E la coerenza si crea passaggio per passaggio, un pensiero alla volta, non è mai un’acquisizione definitiva, è sempre aperta alla sfida e alla discussione.”[4]
In definitiva per gli uomini cercare senso significa unire, per così dire, puntini, come hanno fatto fin dalla notte dei tempi a proposito delle stelle, prive di senso se isolate in sé, ma ben significative se collegate tra loro a formare quelle che chiamiamo costellazioni (per analogia, come già detto in nota).
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Il senso costruito però non emerge dall’agency di un qualcosa che chiamiamo Io (o Soggetto) perché appunto l’Io e lo stesso Soggetto nient’altro sono che Figure (uno Schema molto efficiente in termini evoluzionistici), Forme costruite unendo puntini.
Insomma il senso che il singolo immagina di dare da solo alle cose non può che essere sempre frutto di un Ri – Uso di ‘forme’ che provengono dal Codice Simbolico del Grande Altro[5]. e l’Io che pensa d’essere protagonista è solo una somma variegata di ‘copioni’[6], che riesce a dare parvenza di unità, fluidità, a quello che è in effetti una sequenza ininterrotta (ma ‘emergente’ ) di schemi, decisioni, gesti vincolati alle specifiche situazioni e depositate – nel tempo – nella Memoria a Lungo Termine, da cui vengono richiamate con procedure ‘emergenti’ (di tipo analogico) a seconda delle varie percezioni in ingresso.
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Il modello che più chiaramente rappresenta le procedure con cui la mente dà senso alle cose (a partire proprio da quello che tutti chiamiamo Io e i filosofi Soggetto) è il triangolo lacaniano:
- Codice Simbolico (o Grande Altro),
- Immaginario,
- Reale
Ovvero
- la forma di senso che la comunità impone ai suoi membri (la Castrazione simbolica);
- la forma di senso che il singolo ricava a partire da quella forma (un sotto insieme del codice simbolico generale);
- i traumi di non –significato (non senso) che emergono dalla mancata corrispondenza che il singolo scorge nel confronto tra Codice Simbolico (Finito)ed eventi che emergono dal Divenire (Non Finito).
L’Io nient’altro è che il frutto di questa interazione costante tra ‘forma’ e ‘non forma’, tra ‘ripetizione’ ed ‘eccezione’, tra l’‘Identico’(Codice Simbolico, Immaginario) e ‘l’Altro’ (il Reale): interazione che in effetti consiste in un incontro conflittuale, doloroso tra il Soggetto e l’Oggetto (l’Altro). Conflitto, disordine, scoperta di una ‘mancanza’ a cui il Soggetto reagisce cerca di costruire un Senso, unendo puntini a modo suo. E il senso di fatto significa immediatamente “desiderio” di qualcosa di concreto, ma di fatto si regge sulla jouissance (“godimento” nella traduzione italiana).
Si tratta di un piacere insolito, di una soddisfazione sempre irrisolta, paradossale, suscitata da una cosa che spezza l’equilibrio del piacevole, rompe la corrispondenza tra Soggetto (organismo) e Oggetto (ambiente)e introduce una dimensione altra, differente, non pacificata[7].
La tensione irrisolta tra il Finito del grande Altro e il Non Finito del Reale[8] porta a costruire senso in vari modi:
– ri/affidandosi al Soggetto Supposto Sapere del Grande Altro
-affidandosi al carisma di un agente carico di un significato segreto
– affidandosi ad oggetti parziali sostitutivi (objet petit – a).
Insomma la verità è che l’organismo consiste in un Vuoto (di Significato quindi di Senso): e che esso per ‘dare senso’ al suo consistere / esistere copre il Vuoto del Non Finito(diciamo pure l’Ideale della perfezione di ordine) con il Pieno di Oggetti Parziali, costitutivamente imperfetti ma capaci di dare un senso di pienezza (provvisoriamente), di satis / facere (soddisfare) quella ricerca di senso.[9]
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Il senso che il singolo cerca e trova nella realtà globale contemporanea è quello che emerge, potente invasivo e silenzioso, dall’Industria Culturale di massa che incentiva sempre più la competizione, l’invidia, la gelosia, l’aggressività come epifenomeni dell’Io.

L’individuo del XXI secolo è un Soggetto angosciato dalla consapevolezza della sua assoluta mancanza di essere, dal fatto di essere un segno puramente formale privo di qualsiasi contenuto positivo, un vuoto originario che viene riempito solo da un contenuto e una presenza immaginar, quelli proposti/imposti dalla cultura dei Media, ovvero dall’Altro.
Il desiderio dell’Io da sempre è il desiderio dell’Altro: ma oggi che, fuori delle rappresentazioni Finite del sacro e del Moderno, il gioco di finzione (formazione) è diventato esplicito, “l’altro costituisce una minaccia poiché è il soggetto del desiderio, poiché esprime un desiderio impenetrabile che sembra invadere l’equilibrio protetto del “mio sistema di vita”[10].
Ma accanto al desiderio, questo atteggiamento occulta anche il godimento, il godimento dell’altro: “ciò che davvero non sopportiamo nell’altro è il modo peculiare in cui organizza il suo godimento, precisamente il surplus, l’“eccesso” che contraddistingue tale modo: l’odore del “loro” cibo, le “loro” canzoni e le “loro” danze rumorose, i “loro” strani modi di fare, il “loro” modo di lavorare”), arrivando così ad imputare all’altro il furto del nostro godimento.
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Non basta quindi rifarsi alla distinzione di Khaneman (pensieri veloci / pensieri lenti) per comprendere le vie con cui si forma il Senso nelle persone di oggi: anzi spesso è proprio la via lenta dell’analisi a rendere forti le tesi strane dei singoli che si aggirano per la ‘rete’ . Si raccolgono dati su dati e si uniscono puntini, convinti di essere responsabili ricercatori. Naturalmente quel che manca è quasi sempre la procedura fondamentale , quella della relazione tra Figura (in primo piano) e Sfondo, tra l’Immediato e il Lontano, tra Memoria a Breve termine e e Memoria a Lungo Termine. Manca la procedura Critica dell’Analisi che ha inizio dalla pratica della Filologia Umanistica di Lorenzo Valla.
Ma questa è un’altra storia.
[1] L’etimologia del termine ci rivela che all’origine c’è una situazione di ‘separatezza’ (V in i.e.) e di ‘movimento precipitoso verso’: in sostanza una condizione di ‘desiderio’, di ‘disposizione favorevole a’, che indica una intenzione di ‘credenza’ 8’fede’) e non certo di oggettività. Logos a sua volta implica il ‘collegare’ (il mettere insieme, dopo aver selezionato qualcosa ovviamente) e la ‘ratio’ l’atto del ‘collegare puntini’, del mettere in atto una procedura che ricolve un problema.
[2] Dare spazio alle relazioni ‘impersonali’ rispetto a quelle ‘personali’, ai ‘dati quantitativi’ rispetto a quelli ‘qualitativi’, numeri invece che sentimenti.
[3] È il modo di esplorare il non Finito: in fondo ogni attività di pensiero è frutto di ANALOGIA, come affermano Hofstadter e Sander, cioè della procedura per cui andando a caccia di senso, le menti mettono in collegamneto ‘cose’, ‘parole’, concetti’ che di per sé sarebbero distinti.
[4] Nick Chater, La mente è piatta, Ponte alle Grazie, 2021, p.242
[5] Parole, concetti, categorie, procedure, icone ecc.
[6] Goffman, il mondo quotidiano come rappresentazione.
[7] Il godimento, dice Lacan, non è mai il mio godimento, è sempre il godimento dell’altro. E lo stesso vale per il desiderio. Il desiderio che troviamo al centro dell’immaginario, quello che Žižek chiama la fantasy, non è mai il mio desiderio, è piuttosto la relazione con il desiderio dell’altro: “il desiderio messo in scena nell’immaginario non è il mio, ma è il desiderio dell’altro.
Ebbene questo oggetto che cerca di colmare il vuoto del soggetto, non è una cosa, un comune oggetto materiale, è – ancora con Lacan – l’objet petit a, l’oggetto a minuscolo, cioè l’oggetto senza proprietà, l’oggetto sublime, “un fascio di proprietà c
[8] Questo Reale (la parte di realtà che rimane non simbolizzata) ritorna sotto forma di apparizione spettrale” (Ibidem). Tuttavia, se “la realtà stessa non è nulla se non l’incarnazione di un certo blocco nel processo di simbolizzazione” (1991: 45), la parte di realtà che rimane non simbolizzata, questo “buco nel Reale”, questo “piccolo pezzo di Reale” rimasto fuori, rappresenta anche quanto vi è di più importante e costituisce precisamente l’objet petit a, il quale, fungendo “da schermo, da spazio vuoto in cui il soggetto proietta le fantasie che sostengono il suo desiderio” (Ivi: 133), finisce col coincidere con il soggetto stesso, il $, il soggetto barrato, che in quanto mancanza di essere equivale dialetticamente a quel pezzo non “coperto”, a quel frammento di Reale escluso. In altri termini, conclude Žižek, “la realtà non è direttamente “se stessa”, essa si presenta solo attraverso la sua incompleta-fallita simbolizzazione, e le apparizioni spettrali emergono in questa spaccatura che separa sempre la realtà dal Reale, e in base a cui la realtà ha il carattere di una fiction (simbolica): lo spettro dà corpo a ciò che schiva la (simbolicamente strutturata) realtà” (
[9] Mi innamoro di questa o quella donna: ma sempre imperfetta rispetto alla perfezione dell’ideale che mi sono costruito tra Codice Simbolico e Immaginario. La scelta è sempre inadeguata per quanto, provvisoriamente, possa apparire ‘perfetta’
[10] Zizek, Cos’è l’ideologia, p.189


