DARE FORMA cioè INCORNICIARE
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L’angoscia dal Divenire obbliga l’homo sapiens a de – finire l’illimitato Spazio da cui è sommerso e a inventare strutture (schemi, modelli) che rendano in qualche modo prevedibile la successione degli accadimenti a venire.
Ridurre il Complesso al Semplice tramite un’opera di Selezione e Combinazione di Elementi: propriamente l’UMANO in questo consiste[1]: prima SEPARARE cose e poi AGGREGARE quelle cose, per mezzo di segnali che limitino (de – finiscano) sia lo spazio che il tempo.
Creare CORNICI dunque e inventare STORIE non sono operazioni “speciali” di uomini “speciali” (come gli artisti ad esempio)[2] ma le peculiari procedure che consentono agli ominini di acquisire, nel corso dell’evoluzione, efficacia crescente nel controllare le varie e variabili cose da cui sono sommersi, fino a immaginare strutture INVARIANTI che, nella loro ‘stabilità’ consentono (consentano) di creare Mondi d’Ordine.
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In sintesi l’umano e l’arte (che ne è la coscienza critica e creativa) consistono nel DARE FORMA di Finito a quello che è Non Finito.
In particolare le arti figurative si specializzano a dar vita cosciente alle CORNICI[3], quelle della parola elaborano STORIE: le prime rendono comprensibile lo SPAZIO, le seconde il TEMPO.
In entrambi i casi, come detto, si seleziona qualcosa dal tourbillon delle cose che accadono e le si ‘ferma’ entro precisi confini (fines in latino), costruendo Mondi “a portata di mano”.
È la cultura umana in quanto tale che mira in effetti a porsi come dispositivo / filtro che aiuti ogni membro della comunità a trovare facili ‘CONFERME’ relativamente a quanto ‘percepisca[4] in ogni istante della sua esistenza; l’arte invece mira all’ANAMORFOSI, cioè a offrire (attraverso i singoli testi elaborati dagli autori) nuove prospettive di rappresentazione delle cose del mondo, e quindi a consentire ai loro fruitori di espandere ancor più il controllo dell’imprevisto.[5] Insomma la cultura RIDUCE il Complesso al Semplice, l’arte (quella non ornamentale o di mercato) espande il Semplice della cultura in Complesso.
3 LO SPAZIO
Il quadrato nero su fondo bianco di Malevic rende esplicita quale sia la procedura / struttura ‘segreta’ che sorregge ogni opera figurativa.[6]
È l’atto dell’incorniciare che trasforma l’informe in forma. Ogni contenuto all’interno della cornice diventa Figura, indipendentemente dalla intenzione di imitare o meno elementi che gli occhi colgono nel Mondo: in termini analogici certamente, con maggiore o minore intenzione di ‘simulare’ il reale; ma sempre con l’intento di sostituire il caos del molteplice turbinio delle percezioni che si affollano all’ingresso del sistema dei sensi in un sistema finito di elementi che nella loro coerenza possono consentire di dominare lo spazio.
La limitazione degli elementi dentro la cornice consente in sostanza di costruire quello che oggi in cibernetica si chiama SISTEMA ESPERTO. Cioè un insieme definito di ‘cose’ che pur combinabili in misura incredibilmente grande di volte, alla fin fine hanno dei limiti. Come una scacchiera, come un campo di calcio, come una cinta muraria, come una casa…il FINITO insomma vs il NON FINITO come base per costruire CODICI di SIGNIFICAZIONE, come procedura necessaria per DARE SENSO a quello che non ce l’ha.
4 IL TEMPO
Naturalmente la Cornice temporale è costruita con parole. Così ad esempio, per cominciare una fiaba c’è bisogno di un “C’era una volta…”, e per finirla di un “…e vissero felici e contenti”
In effetti noi sperimentiamo di continuo Il Prima e il Dopo nella percezione comune: ma in una dimensione aperta, senza confini netti in genere. Invece nel racconto ci sono specifici Segni che isolano le parole dalle altre, appunto l’Inizio e la Fine.
Segni che trasformano il Tempo in una catena causale: il Prima e il Dopo degli eventi, per analogia, nei racconti finiscono per essere percepiti come la Causa e l’Effetto, passando da un piano di casualità disordinata ad un piano di causalità ordinatrice.
Se messi in fila, tanti Prima e tanti Dopo fanno una Linea, ovvero propongono una fluidità temporale di – per così dire – di “puntini”: e questa Linea “modellizza” (dà forma a) il groviglio degli istanti percepiti separatamente. Insomma ogni singolo uomo si trova nella vita materiale davanti a una serie illimitata di com – plot (di intrecci di relazioni tra cose, persone, eventi), ma tramite la Mente costruendo script fa in modo che tramite la formattazione lineare dei Prima e dei Dopo l’individuo si ritrovi davanti un rassicurante Plot: il Prima e il Dopo diventano immediatamente Cause ed Effetti con cui dare senso a tutto.[7]
La cultura ha sempre più accentuato l’utilizzazione di questa procedura ‘narrativa’: dai miti all’epos, dai romanzi ai film, dai fumetti ai serial tv, ogni ideologia si impone in modo più o meno piacevole proprio attraverso la fascinazione delle storie a cui sa dar vita, a partire da quelle che si raccontano ai bambini.
Così, ad esempio, i già citati ‘c’era una volta’ e ‘vissero felici e contenti’ che segnano l’inizio e la fine delle fiabe, sono capaci di immettere nelle menti vergini dei piccoli precise cornici temporali entro cui si definisce un ‘modello’ di Tempo che viene accettato come ‘ontologia’ del Tempo. Ogni fiaba, nella sua diversità, scandisce l’imprevedibile successione degli eventi entro schemi che insegnano a dare una misura umana agli accadimenti.[8] La situazione iniziale è appunto uno Stato di quiete, in cui regna la ripetizione (cioè la sicurezza che tutto domani sarà così come è oggi), la Rottura dell’Equilibrio abitua all’idea che comunque l’ordine è precario (che ci sono anomalie e stranezze che modificano la normalità), le Peripezie abituano all’idea che a questo punto i singoli sono chiamati ad affrontare e superare nel caso tante prove che consentano loro di recuperare la quiete perduta o di introdurre una nuova situazione di quiete; infine la Situazione finale segna appunto il risultato finale di quelle prove in termini di Effetto di Quelle cause. [9]
L’inizio e la fine di ogni racconto in sostanza sono l’Analogo dell’inizio e della Fine di ogni esistenza umana. L’inizio è la formattazione della nascita, la fine della morte. In fondo sono questi i misteri dell’esistenza umana (oltre che di tutti gli organismi ovviamente): si nasce e si muore, certo, ma non si sa per quale scopo. Ebbene ogni narrazione propone una risposta ‘finita’, più o meno accettabile nello specifico, ma sicuramente efficace nel trasformare in FINITO (la FINE della storia appunto) qualcosa che non lo è.[10]
L’homo sapiens è tale proprio per questa capacità di ‘inventare storie’ che diano senso a quello che non ce l’ha, nel trasformare la matassa intricata di vicende in LINEE(plot) che guidano a costruire percorsi di vita, a definire appunto i limiti delle esistenze.
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GIOCO
Perché le Olimpiadi si tengono ogni quattro anni?
Una sfida agli Dei (Savater), cioè al ‘sacro’, ovvero all’invisibile disordine che governa le cose del mondo. Darsi appuntamento in un luogo preciso, ogni quattro anni, per i vari Greci dell’età che precede la civiltà della polis, significava dare ordine al tempo, metterlo in cornice: quella cadenza ripete in modo enfatico la procedura sottesa a tutti i calendari, di tutte le comunità umane. La settimana è la forma artificiale imposta allo scorrere uguale della sopravvivenza: è anche una soluzione biologica (la pausa della festa in successione all’impegno del quotidiano lavoro/ fatica), ma sicuramente dà un ritmo al tempo, diverso da quello naturale (la successione giorno / notte, quella delle stagioni) che rende ‘sensato’ quello che si fa. Si crea un inizio e si crea una fine, e tutto quello che si verifica all’interno acquista un suo significato teleologico: si acquista uno scopo.
Allo stesso modo le Olimpiadi: la cadenza di pausa serviva aproporre come telos delle varie comunità impegnate nel ‘gioco’, la pace come punto d’arrivo. Per quattro anni si confligge, si guerreggia, ci si confronta (perché è inevitabile vista la situazione ambientale di risorse e di forze in campo): ma infine ci si dà come ‘sacro’ scopo del tutto proprio quella situazione in cui il conflitto è solo dichiaratamente finto. La gara sostituisce il conflitto, mira a proporrsi come soluzione ‘umana’ superiore alla competizione naturale degli organismi che arrivano alla distruzione vicendevole, se mancano della capacità di costruisi Cornici del genere.
Allo stesso modo del resto i bambini e gli adulti di oggi vivono il fascino del gioco e dello sport: spazi di finitezza ricavati all’interno di sistemi complessi incontrollabil , sempre più incontrollabili col crescere delle dimensioni delle varie società. Si fissa un torneo, un campionato, una qualunque procedura con cui si diano dei limiti al tempo (si fissino un inizio, una fine, delle regole per le peripezie) e, finalmente lontani dall’incertezza del quotidiano, ci si isola tranquilli in uno spazio tempo in cui tutto è certamente previsto e prevedibile, in cui il singolo può facilmente assumere un ruolo specifico e cimentarsi nell’intrpretarlo… il futuro è a portata di mano: è il Risultato della prova che con il suo arrivo dà forma Finita a quello che è Non Finito.
E questo vale per tutti gli hobbies che ci diamo. Seguire la stagione teatrale, di musica classica, i festival di vario tipo ci rimette esattamente nelle condizioni degli antichi Greci: certamente ognuno di questi ‘giochi’ propone contenuti e stili diversi, ma alla base rimane la ‘banale’ necessità di porre dei limiti al tempo e allo Spazio. [11]
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LA VITA QUOTIDIANA
La casa
Il Mulino Bianco è un’icona della ideologia nascosta dell’italiano della seconda metà del millennio scorso.
Le mura, le finestre, le porte, le scale segnano la differenza tra un Dentro e un Fuori percepiti come differenza tra Sicurezza e Pericolo
Nell’immagine tipo del marchio non vi sono figure umane, proprio come nella cinquecentesca La città ideale di Laurana: la condizione perfetta è assicurata proprio dall’assenza delle componenti variabili portate dalla corporeità e dalla temporalità degli organismi viventi (di qualunque tipo). La mano dell’homo faber è presente negli effetti: la ruota del mulino garantisce il ritmo tranquillo del movimento circolare che trasforma quello che è natura in oggetto utile all’umano, le abitazioni geometricamente ordinate[12] propongono la salda fondazione di Finito autosufficiente. Le case son due ad assicurare che anche la coesistenza con l’Altro è qui la norma e non un problema: il Fuori è descritto in modo semplificato attraverso il caldo colore giallo che consente di identificare anche il Non Finito come fonte di sostentazione (è grano) e quindi di controllo, insomma di Finito.
La rappresentazione è data secondo la procedura moderna dell’occhio esterno ‘oggettivo’ che ‘vede’ la cosiddetta Realtà nella sua dimensione indiscutibile di oggetto/cosa: un uomo che usa la natura e si difende da essa osservandola’ (finestre)
In fondo è l’atteggiamento fondamentale dell’uomo psycologicus contemporaneo: c’è un centro (l’Io) e una periferia che si assimila al centro. E soprattutto indistinto nelle sue possibili variegazioni: funzionale all’Io e rassicurante; tutto il resto non è questione di cui occuparsi.
La stanza dell’hikikomori può essere proposta come l’icona dell’uomo postumano. Non più finestre verso il Non Finito dell’esterno, ma schermi verso il mondo virtuale dei Sistemi Esoerti, ovvero del mondo in cui è stato di fatto eliminato il cigno nero che derivi dalla Natura, a favore della moltiplicazione dei Mondi Virtuali che essendo comunque frutto di elaborazioni digitali e tecnologiche consentono di annullare definitivamente la presenza del Perturbante Umano. La camera fisica che consente di sopravvivere lontano dalle sorprese concrete del mondo fatto di oggetti e uomini solidi è una realtà fisica, corroborata da strumenti e tecnologie concrete. Ma l’effetto finale di sicurezza è dato proprio dall’eliminazione (apparente) del Non Finito. Certamente l’individuo che appare al centro del pavimento disordinatamente ricco di oggetti ordinantisi spontaneamente in modo emergente, non ha uno sguardo che lo riveli nella sua specificità. Il suo Non Finito modo di emergere come Persona si estrinseca nel darsi la forma Finita di agency limitata al virtuale, cioè all’archivio di immaginario che consente di rischiare sempre ‘come se’ fosse vero, ma rimanendo sempre entro la stanza reale di sopravvivenza.[13]
Il matrimonio
Quella che un tempo era la tematica chiave per definire l’umano (quella dell’amore, del matrimonio) a sua volta esalta proprio questa contrapposizione: si sceglie una Finitezza estrema (la moglie, il marito, l’amante …) per garantirsi una relazione formalmente stabile che difenda dall’imprevedibilità dell’incontro con il Non Finito (Altri, Natura..). Lo spazio sociale finito della relazione a due nell’immagine sopra riportata è chiaramente uno spazio finito (si pensi alle mura) conquistato mediante l’attraversamento dei vincoli sociali pre esistenti : la finestra è appunto lo spazio della compenetrazione, della rottura dei confini imposti, lo spazio che consente di autoregolamentarsi: solo due , il resto sullo sfondo, come Non Finito Romantico a dar sapore forte all’infrazione, e la colonna in primo piano a rinforzare il senso di solidità. .
I tradimenti, le crisi, dicono in fondo solo che questa ambizione contrasta con l’emergenza continua che emerge non solo o tanto dal Fuori (Non Finito per eccellenza) ma anche dal Dentro (percepito equivocamente come finito, attraverso parole trappola come Identità, Autenticità).
Azioni
Lavoro
Fare qualcosa invece di rimanere inerti aiuta a ‘definire’ lo spazio tempo entro cui l’individuo vive: è il modo fondamentale per passare dalla ‘sopravvivenza’ senza senso ad una ‘esistenza’, ovvero ad una vita di cui si pensa di essere ‘faber’ attivo. Qualunque sia il compito che ci si dà o ci viene dato, ebbene in quella funzione / con quella funzione si supera l’indeterminato del continuare a mangiare bere e dormire senza direzione: si acquista una direzione, che all’interno di una Sistema Simbolico sociale qualunque finisce per dare Ordine’, per acquietare l’insicurezza sulla propria natura e sullo scopo della propria vita. Se si arriva a concepire disgusto per questo compito, ebbene ecco che proprio la necessità di superare il Finis appena identificato consente di darsi uno scopo proprio. Diverso appunto da quello ereditato o imposto. Il Finito imposto sviluppa la necessità di un un Finito ‘autentico’ (dato da sé, cioè in greco antico ex autòu).
Conflitto
Da quanto appena detto consegue che la via breve per dare senso alle cose consiste nel determinare in modo concreto la generica dimensione di oscurità e insicurezza, passando dal generico al particolare: un Dio o una persona nota sono la causa del mio guaio; la competizione delle relazioni sociali di tutti i tipi sollecita continuamente la immediata identificazione delle cause di quanto ‘mi’ succede. Un Nemico a portata di mano (così come me lo raccontano le storie della tradizione o quelle dei media o le chiacchiere dei conoscenti) consente di ridurre il Non Finito terrificante delle possibili cause inesplicabili al Finito immediatamente percepibile del Cattivo, del Villain, del Peccatore, del Diavolo, del Padrone, dello Straniero, del Diverso.
E se non c’è questa opportunità, se le cause in qualche modo non sono ascrivibili all’esterno del Sé, si ricorre all’oroscopo, che induce a identificare comunque cause ben chiare all’origine dei nostri errori: il carattere di Fuoco o d’Acqua che ci viene assegnato dal caso diventa la ‘ragion sufficiente’ per spiegare questa o quella maniera di agire che ci ‘caratterizza’. E l’altra tradizionale maniera di eliminare troppe domande è appunto il cosiddetto ‘carattere’: termine nato con intenzione descrittiva nell’epoca classica, diventa ben presto una codificazione definitiva di ‘qualità’ ereditate che spiegano anche le nsotre azioni meno sensate: è ‘timido’, è ‘irruento’ ecc. sono espressioni che identificano sempre un Nemico contro cui lottare (o meno, a seconda delle ideologie correnti)
Cruciverba & Labirinti
Il cruciverba oggi è una delle pratiche più rilassanti dell’uomo che abbia tempo vuoto da colmare. Un ottimo esercizio mentale che costringe di continuo a cerare relazioni tra elementi noti e meno noti, secondo traiettorie a volte innovative, a volte rilassanti. L’esercizio basilare è quello di ‘definire’ qualcosa, o meglio di risalire dalla ‘definizione’ di qualcosa al termine unico che indichi quel qualcosa; l’altro è quello di combinare i termini trovati in modo da farli coesistere entro uno schema geometrico sempre nuovo per quanto riguarda i segni di confine tra i termini, ma sempre uguale per i confini generali: un quadrato, un rettangolo chiuso.
In pratica è davvero un allenamento alle procedure fondamentali della mente umana (definire e collegare, selezionare e combinare). E di fatto è l’erede dei più antichi tentativi di dare Figura alle possibilità della mente, quelli dei labirinti.
Ad esempio quello di Cnosso collegato nella nostra memoria al mito del Minotauro si propone come un cerchio Finito separato dal Non Finito dell’esterno : una vera e propria cornice entro cui altri cerchi più o meno concentrici simulano ancora una spazialità definita ovvero delle vie da percorrere apparentemente senza direzione obbligata. Insomma un problema di orientamento che corrisponde forse all’emergere nella coscienza dell’uomo antico della molteplicità di piani entro cui sopravvivere.
La chiave fondamentale è data proprio dalla cornice. In genere interpretaiamo il labirinto (qualunque labirinto, compresi i numerosissimi che sono stati elaborati in seguito ) come spazio della difficoltà estrema. In effetti, a ben vedere, è proprio il contrario, in quanto separando lo spazio tra Non Finito inconoscibile e Finito (conoscibile pur nella complessità dei disegni proposti) consente al singolo che vi si inoltra di avere direzione e scopo preciso,
Basti considerare l’effetto opposto che suscita il disegno di Enscher in cui ( a parte l’inevitabile cornice dell’artista) la spaziatura è disegnata in modo tale che non esiste una linea netta che separi una zona d’ordine da un’altra di disordine: le stesse figure che compongono il disegno sono ambiguamente in posizioni di trasformazione per cui la percezione dello spettatore è costretta a fermarsi e stabilire da solo se ‘questa ‘linea significhi ‘quell’animale’ o ‘quest’altro’
L’arte
La tradizione ci porta a immaginare come ‘universale’ la forma del quadro che però è un prodotto storico affermatosi a partire dall’età moderna, con l’avvento della società laica.
Gli affreschi del medioevo assomigliano più agli sfreghi della street art che ai tondi Raffaello o ai rettangoli degli impressionisti: così il fastidio che danno le installazioni contemporanee sulla scia di Duchamp nasce proprio dalla mancanza di limiti precisi circa lo spazio tempo, dal fatto che ‘emergono’ in modo Non Finito dall’occorrenza delle vicende umane. O meglio: simulano le modalità ‘emergenti’ con cui le ‘cose del mondo’ danno vita a ‘ordini’ non previsti, con cui Il Finito della Situazione immediata ‘emerge’ dallle relazioni complesse e provvisorie del/nel Non Finito.
Conclusione
Ovviamente anche questo lavoro è frutto della stessa esigenza di dare forma di Finito a qualcosa che emerge dal Non Finito.
[1] In effetti anche gli organismi per sopravvivere tendono a ‘segnare il territorio’, a selezionare una parte limitata del Tutto ed imporre qui le proprie ‘regole’ , a partire dalla Proprietà: e le ‘regole’ con cui esporre questi ‘segnali’ sono ovviamente comportamenti ereditari, acquisiti nel corso dell’evoluzione. Solo gli uomini sapienti si rendono conto dell’esistenza di questa procedura, e tendono a renderla sempre più efficiente ed efficace inventando appunto nuove procedure di ‘limitazione’ dell’imprevisto, appunto nuove forme di FINITO.
[2] L’agire che è stato nei secoli identificato come propriamente artistico consiste effettivamente in queste due operazioni: la differenza rispetto al non artista è proprio nella consapevolezza di poter/dover costruire mondi in modo creativo, allontanandosi cioè dalle abitudini ereditate in modo emergente dal passato fino a proporre visioni anamorfiche, nuove, del reale
[3] Le leggi scientifiche si propongono come ‘schemi’, ‘modelli’: hanno quindi a che fare con la logica delle Cornici innanzitutto, ma anche in quella del tempo. A questo proposito, nella linguistica testuale, si parla di ‘testo descrittivo’, ‘testo narrativo’ testo enunciativo/argomentativo’ e infine di di ‘testo regolativo’
[4] Nelle forme ‘sacrali’ delle religioni che fondano le Verità su Forze invisibili trascendenti (Dei) e in quelle ‘laiche’ della conoscenza che emerge dall’Immanente’(filosofia / scienza)
[5] Naturalmente questa modalità di percepire l’arte è emersa soprattutto a partire dal Modernismo: il racconto che si è fatto nel passato della ‘Storia’ dell’arte è invece prevalentemente un passaggio dal Disordine all’Ordine, dal Molteplice all’Uno, all’interno della ‘narrazione’ platonica che affida all’uomo l’unico compito di ‘uscire dalla grotta delle ombre’ 8del Disordine, del Molteplice) e arrivare a guardare IL Sole (l’uno, l’ordine, il Cosmos), ovvero a ‘conoscere’ le FORME FINITE del reale.
[6] Quest’icona nichilista ha due facce: una rivolta al passato che cancella, l’altra rivolta al futuro che inaugura. Il suo primo compito è distruggere la pittura tradizionale, strapparle di dosso qualunque residuo di “oggettività”, quella plurisecolare tendenza a farsi finestra su uno spazio virtuale in cui si manifestano oggetti o significati, per quanto distorti, irreali o vaghi (come quelli che rimanevano impigliati anche nei quadri dei cubisti e dei futuristi). Il quadrato nero (anticipando di quarant’anni le idee di Clement Greenberg) sbarrava per sempre la finestra illusoria della rappresentazione, gridava al mondo che bisognava aprire gli occhi sulla vera realtà della pittura, che non era “al di là” della finestra, ma proprio lì, su quella superficie piatta dove era steso, con pennellate minuziose, il segno più semplice. Semplice, artificiale e imperfetto. A guardarlo con attenzione si nota infatti che non è una figura geometrica tracciata col righello, ma è un po’ irregolare, quasi impercettibilmente sghemba. Un dettaglio non banale: sembra voler dire che non “rappresenta” l’idea platonica del quadrato ideale, ma proprio quel segno.
[7] È Aristotele a definire con maggiore consapevolezza questa corrispondenza tra Tempo e Causalità, dando fondamento all’ontologia teleologica del reale: se A è effetto di b, B è effetto di C e così via, infine ci deve essere un punto finale e un punto d’inizio che dia fine a questa successione. In sostanza se le cose avvengono ci deve essere una causa originaria (un Motore immobile) e una meta definitiva (il Telos unico di ogni movimento)
[8] L’antropologia del XX secolo ha individuato le invarianti che strutturano le storie e quindi le esistenze delle persone che le ascoltano. Campbell ne Il viaggio dell’eroe ha ben indicato quale sia l’obbligatoria strada che una “uomo” deve percorrere se vuole essere riconosciuto come tale: isolamento, prove, conflitto ecc. ecc.
[9] È chiaro che stiamo commentando lo schema aristotelico, che appunto nasce proprio dalla ontologizzazione delle percezioni. Sicuramente da questo schema emerge quello che Campbell poi chiamerà “il viaggio dell’eroe”, cioè il modello dell’esistenza umana. Leggendo storie del genere il singolo impara e accetta che la NORMA dell’esistenza umana consiste proprio in questa successione di eventi: guai da superare; e la differenza è data ovviamente proprio dal modo in cui si arriva alla meta, vincitori o perdenti.
[10] Tutte le trame hanno di piacevole proprio questa finitezza: la conclusione consente sempre di tracciare una linea che isolando i fatti consente di definire, come in ogni sistema esperto, il senso di quello che è successo, sulla base di criteri di bene e di male che non fanno certo parte del mondo oggettivo ma delle invenzioni culturali. Iin definitiva ogni racconto è una sorta di guida per l’esistenza, una sorta di manuale con le Istruzioni per l’uso della propria vita. Questa asimmetria (tra sistema chiuso del racconto e sistema aperto della vita) determina in genere piacere nell’immediato, ma tragedie nel tempo lontano.
[11] Basti ricordare le denominazioni della maggioranza delle associazioni che fanno pratiche del genere: circolo e accademia, a esempio, rinviano all’idea geometrica della perfezione, del movimento che torna su se stesso (alludendo anche alle selettività della partecipazione: gli inclusi si sentono differenti dagli esclusi; il confine più o meno materiale di un circolo è sempre un Muro che separa e gerarchizza tra i meliores e i minores…). E l’accademia fa riferimento ad un camminare ‘discreto’ al riparo di un portico, certamente meno esclusivo rispetto al circolo, ma in ogni caso separato dalle attività pratiche della gente comune.
[12] La facciata che dà sull’acqua non ha porta (quindi accesso all’Altro) ma solo finestre disposte a formare simmetrie come nei quadri sacri del medioevo, ovvero a trasmettere il concetto di stabilità
[13] Naturalmente Hollywood anche in questo caso racconta storie rassicuranti: Truman show in fondo dice proprio come la vita del singolo è ‘definita’ artificialmente dal Codice Simbolico che si afferma nel Paese di appartenenza per dargli la sicurezza del Finito (qui materialmente rappresentato con uno studio televisivo) e che comunque c’è sempre la possibilità di uscirne (idealisticamente) Fuori realizzando il Non Finito dell’individuo imprenditore di sé stesso. E tutto il main stream mediatico propone senza sosta programmi tv il cui format propone appunto un gruppo limitato di persone in competizione per qualcosa. A differenza dell’insicura emergenza del mondo reale, in questi programmi ovviamente si torna di fatto al ‘gioco’, e soprattutto anche le formqa di conflittualità non previste alla fine trovsno una rassicurante soluzione nelle regole immaginate per far ‘funzionare’ tutto. Sustemi esperti quini, pari a quelli cui i dedicano i ragazzotti tanto rimproverati dai genitori.
