EROS di NUCCI -INIZIO/FINE

EROS  di Nucci

INIZIO-FINE

La prima e l’ultima pagina di Eros di Nucci sembrano costruire una grande figura di trasformazione, mantenendo la stessa voce narrante e lo stesso spazio fisico (la strada di Kilis), ma cambiandone radicalmente il significato.

Struttura generale: stessa strada, diverso sguardo

InizioFine
DiscesaAscesa
Luce mattutina offuscataChiarificazione progressiva
Polvere, veli, ostacoli alla visioneRiconoscimento dei significati nascosti
Folla che accorre allo spettacoloIndividuo che cerca un senso
Respirazione collettiva, quasi animaleMovimento mentale e filosofico
Eros ignotoEros riconosciuto come motore

La prima pagina: il movimento verso il basso

L’incipit è dominato da una dinamica discendente.

Lo sguardo procede dall’alto verso il basso, ma questa apertura visiva non produce conoscenza. La luce dell’alba, che teoricamente dovrebbe rivelare, viene continuamente disturbata dalla polvere, dai veli, dall’affollarsi delle persone. La vista non è limpida: è una luce che illumina e allo stesso tempo nasconde.

La folla si muove come un corpo unico. Le chiacchiere ricordano quasi il grooming sociale: un continuo scambio di parole, commenti, rumor, che tiene insieme il gruppo mentre tutti si affrettano verso qualcosa che è insieme spettacolo e rito collettivo.

Le persone non sono ancora soggetti della ricerca: sono partecipanti a un evento che le trascina.

Potremmo dire che qui domina un Eros inconsapevole: c’è movimento, desiderio, attrazione, ma nessuno ne comprende l’origine.

L’ultima pagina: la strada diventa simbolo

Alla fine ricompare la stessa strada di Kilis, ma essa non è più semplice scenario.

Durante il romanzo quella strada è stata percorsa molte volte e in molte forme:

  • strada reale;
  • passaggio tra mondi culturali;
  • percorso esistenziale;
  • movimento della memoria;
  • ricerca della verità.

Per questo l’ultima apparizione è quasi una sintesi.

La taverna assume una funzione molto simile alla grotta del mito platonico. È il luogo del vivere quotidiano, del “vivere e lasciar vivere”, delle opinioni e delle abitudini. Non è un luogo falso in senso morale, ma è un luogo parziale.

Da lì il movimento riprende, stavolta verso l’alto.

Se nella prima pagina dominava la discesa nella materia, nella polvere e nella folla, nell’ultima compare una dinamica ascensionale: dalla taverna verso la polis, dalla consuetudine verso la ricerca.

Il parallelo con Platone

Qui emerge con forza la matrice platonica.

Nel Simposio Eros non è il possesso della verità, ma ciò che spinge a cercarla.

Allo stesso modo il finale non coincide con una scoperta definitiva. Non c’è una verità conquistata una volta per tutte.

C’è piuttosto la scoperta che ciò che mette in moto ogni cammino è Eros stesso.

L’oggetto della ricerca cambia continuamente, ma la forza che produce il movimento resta.

Una possibile formula interpretativa

L’intero arco tra prima e ultima pagina potrebbe essere descritto così:

All’inizio gli uomini si muovono senza sapere perché.

Alla fine il narratore comprende che il movimento stesso nasce da Eros.

Per questo la strada di Kilis diventa molto più di una strada.

All’inizio è un luogo attraversato dalla folla.

Alla fine è una figura del percorso umano: dalla percezione confusa alla ricerca consapevole, dalla partecipazione passiva allo spettacolo del mondo alla comprensione che il desiderio è il vero motore del movimento, sia fisico sia mentale.

In termini quasi “genealogici”, che tu spesso utilizzi, si potrebbe dire che il romanzo trasforma una topografia (la strada) in una noografia (la mappa del desiderio): il medesimo spazio geografico si rivela progressivamente come spazio dell’Eros, principio che mette in movimento corpi, pensieri, città e conoscenza.

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Colono come segno dell’ascesa: il mito di sofocle con Edipo post cecità, lapratica di platone per selezionare allievi per l’Accademia, la cime come luogo fuori la grotta, dove ‘fare ricerca’, problem posing.

questo elemento rafforzi ulteriormente la tua lettura della struttura circolare e ascensionale del romanzo.

Kilis → Colono: dalla strada alla soglia filosofica

Se l’inizio è dominato dalla strada di Kilis come spazio della folla, della polvere e della partecipazione immediata allo spettacolo del mondo, il finale apre invece verso Colono, che non è un luogo qualsiasi nel paesaggio greco.

Colono porta con sé almeno tre stratificazioni simboliche.

1. Il Colono di Sofocle: Edipo dopo la cecità

In Edipo a Colono, Edipo arriva dopo aver perso la vista.

Paradossalmente, è proprio la cecità a renderlo finalmente capace di vedere.

La traiettoria è opposta a quella dell’inizio di Eros:

  • all’inizio c’è molta luce ma poca visione;
  • alla fine c’è stata una lunga esperienza di accecamento, smarrimento e ricerca che rende possibile una comprensione più profonda.

La polvere della prima pagina entra così in risonanza con la cecità di Edipo: non è l’assenza di luce il problema, ma l’incapacità di interpretare ciò che si vede.


2. Colono come luogo dell’Accademia

Colono si trova nell’area dove Platone possedeva terreni e dove sarebbe sorta l’Accademia.

Nella tradizione filosofica diventa quindi il luogo in cui non si ricevono semplicemente risposte, ma si viene educati alla ricerca.

Non è la piazza dello spettacolo.

È uno spazio di esercizio.

Se la folla iniziale corre verso un evento da consumare, Colono rappresenta il contrario:

  • sospensione;
  • studio;
  • dialogo;
  • investigazione.

Quasi un passaggio dal pubblico dello spettacolo alla comunità della ricerca.


3. Fuori dalla grotta

La tua associazione con il mito della caverna è particolarmente feconda.

Nel finale il movimento può essere letto come:

strada → taverna → polis → Colono

dove la taverna svolge una funzione analoga alla caverna:

  • luogo necessario;
  • luogo umano;
  • luogo delle opinioni;
  • luogo del “vivere e lasciar vivere”.

Ma non è il punto di arrivo.

Da lì si sale.

Non per raggiungere una verità definitiva, ma per entrare in uno spazio in cui la ricerca diventa possibile.

In questo senso Colono è meno il luogo della risposta e più il luogo della domanda.


Dal problem solving al problem posing

Qui emerge una distinzione che tu usi spesso.

All’inizio la folla sembra orientata verso il problem solving:

  • cosa succede?
  • chi vincerà?
  • cosa dobbiamo fare?

Domande immediate, pratiche, chiuse.

Il percorso del libro conduce invece al problem posing platonico.

Le domande diventano:

  • cos’è il desiderio?
  • perché ci muoviamo?
  • cosa cerchiamo davvero?
  • che rapporto c’è tra mancanza e conoscenza?

Non vengono risolte una volta per tutte.

Vengono aperte.


Formula conclusiva

Potremmo allora sintetizzare il rapporto tra prima e ultima pagina così:

La strada di Kilis all’inizio è il luogo di uomini mossi da Eros senza saperlo.

Colono alla fine è il luogo in cui si comprende che proprio Eros è il principio di ogni movimento, fisico e mentale.

Dalla polvere dell’alba alla collina dell’Accademia, il romanzo racconta il passaggio dalla partecipazione inconsapevole alla pratica della ricerca.

In questa prospettiva, l’ultima immagine non è un approdo ma una quota: il punto da cui si esce dalla grotta e si scopre che il lavoro filosofico non consiste nel possedere la verità, ma nel continuare a salire, guidati da Eros.

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l sogno prima della mote: il cigno, l’inafferrabile, metafora della rete inestricabile di enigmi che Platone pose nel tempo e che gli Accademici banalizzano poi con le tecniche del problem solving.

Questa potrebbe essere una delle chiavi più profonde del finale di Nucci.

Il sogno del cigno che precede la morte di Platone richiama certamente il celebre motivo antico secondo cui Platone, ancora giovane, sarebbe apparso in sogno a Socrate come un cigno destinato a spiccare il volo. Ma in Eros il cigno sembra assumere una funzione ulteriore: non il simbolo di una verità posseduta, bensì dell’inafferrabile.

Il cigno contro la chiusura dell’enigma

Per tutto il romanzo Platone appare come qualcuno che non costruisce sistemi conclusi, ma apre percorsi.

Ogni dialogo lascia residui:

  • aporie;
  • tensioni irrisolte;
  • immagini simboliche;
  • miti;
  • domande che generano altre domande.

Il cigno allora può essere letto come figura di ciò che sfugge continuamente alla presa.

Come l’animale attraversa acqua, terra e aria, così il pensiero platonico attraversa livelli diversi del reale senza lasciarsi fissare definitivamente.

La rete di enigmi

La metafora che proponi della “rete inestricabile di enigmi” è molto efficace.

Platone dissemina nel tempo:

  • il mito della caverna;
  • il carro alato;
  • Eros figlio di Penia e Poros;
  • Atlantide;
  • il demiurgo;
  • l’anamnesi;
  • i numeri e le strutture matematiche;
  • il Bene oltre l’essere.

Non sono soluzioni.

Sono generatori di ricerca.

Ogni mito apre connessioni con altri miti, ogni dialogo rinvia a problemi ancora aperti.

La sua opera assomiglia più a un labirinto o a una rete che a un manuale.

Colono come antidoto al problem solving

Per questo Colono diventa importante.

Non è il luogo in cui si ottiene la risposta finale.

È il luogo in cui si impara a sostare nella domanda.

Se la strada di Kilis all’inizio è il luogo della folla che corre verso lo spettacolo e le sue spiegazioni immediate, Colono è il luogo in cui si apprende che la realtà è più complessa di qualsiasi risposta.

In termini contemporanei:

  • la folla cerca il problem solving;
  • Platone costruisce dispositivi di problem posing.

La critica implicita agli Accademici

La tua lettura suggerisce anche una critica che attraversa sottilmente il romanzo.

Dopo Platone, molti accademici tendono a trasformare ciò che era ricerca in dottrina.

L’enigma diventa formula.

Il mito diventa allegoria scolastica.

L’esercizio diventa tecnica.

L’Eros diventa teoria dell’Eros.

Quasi come se il movimento venisse congelato.

Da questo punto di vista il cigno appare come l’ultima resistenza del Platone narrato da Nucci contro la riduzione scolastica del suo pensiero.

Una possibile sintesi

Si potrebbe formulare così:

All’inizio del romanzo la folla corre verso uno spettacolo credendo di trovare risposte.

Alla fine Platone sogna un cigno che sfugge a ogni cattura.

Fra questi due poli si dispiega la scoperta che Eros non conduce alla soluzione dell’enigma, ma alla capacità di abitarlo.

Gli eredi cercano spesso di trasformare la rete di domande platoniche in un sistema di risposte; il cigno, invece, continua a volare sopra la rete, ricordando che il vero compito della filosofia non è chiudere il problema ma riaprirlo incessantemente.

In questa prospettiva, Colono, il cigno ed Eros convergono nella stessa figura: l’ascesa fuori dalla grotta non conduce al possesso della verità, ma all’ingresso in uno spazio più vasto di ricerca, dove ogni soluzione è provvisoria e ogni scoperta genera nuovi sentieri da percorrere.

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“Amare sempre , per sempre. Lottare per la giustizia con tutto l’amore che c’è. di Due Uno. Terra e cielo. Non c’è altro da fare’:” queste le ultime parole del romano

e ultime parole del romanzo siano costruite proprio come un antidoto per il lettore contemporaneo.

«Amare sempre, per sempre. Lottare per la giustizia con tutto l’amore che c’è. Di Due Uno. Terra e cielo. Non c’è altro da fare.»

Non sembrano un programma morale nel senso ordinario. Sembrano piuttosto una risposta alla domanda che attraversa tutto il libro: che cosa mette realmente in movimento gli esseri umani?

Dal flusso all’orientamento

L’uomo del XXI secolo vive immerso nel flusso:

  • informativo;
  • economico;
  • digitale;
  • affettivo.

Tutto scorre, tutto cambia, tutto è connessione.

Ma il problema è che il flusso produce movimento senza direzione.

La folla della prima pagina di Eros è sorprendentemente contemporanea: si muove, parla, commenta, partecipa allo spettacolo, ma non sa davvero verso cosa stia andando.

L’ultima frase propone allora una forma minima di orientamento.

Non dice:

  • conoscere sempre;
  • vincere sempre;
  • risolvere sempre.

Dice:

  • amare;
  • lottare per la giustizia.

Quasi due verbi fondamentali sufficienti per attraversare l’incertezza.


“Di Due Uno”

Questa è forse la formula più platonica del finale.

Nel Simposio Eros è ciò che tende a riunire ciò che è separato.

La realtà umana è fatta di divisioni:

  • corpo e anima;
  • terra e cielo;
  • individuo e polis;
  • bisogno e conoscenza;
  • mortale e immortale.

Eros non elimina la distanza.

La attraversa.

“Di Due Uno” non significa fusione definitiva, ma lavoro continuo di connessione.

È il contrario della frammentazione contemporanea.


Terra e cielo

Qui ritorna l’immagine dell’ascesa che hai individuato.

La strada di Kilis appartiene alla terra.

Colono appartiene all’altezza.

Ma Platone non sceglie il cielo contro la terra.

L’ultima frase tiene insieme entrambi.

Come Eros nel Simposio:

  • figlio della povertà e dell’espediente;
  • mortale e immortale;
  • mancante e creativo.

La filosofia non consiste nell’abbandonare la terra per il cielo.

Consiste nel costruire continuamente un ponte.


Possibile analogia con Badiou

La parentela con Alain Badiou è notevole.

Per Badiou l’Evento è qualcosa che interrompe il normale scorrere della situazione.

Un incontro amoroso, una rivoluzione, una scoperta scientifica, un’opera d’arte.

L’Evento introduce una verità che non era deducibile dall’ordine esistente.

Ma ciò che conta non è l’Evento in sé.

Conta la fedeltà all’Evento.

Dopo l’Evento bisogna continuare.

Bisogna organizzare la propria vita attorno a quella verità.

In questo senso l’ultima frase del romanzo potrebbe quasi essere riletta in termini badiouiani:

Platone/NucciBadiou
ErosEvento
Amare sempreFedeltà
Lottare per la giustiziaProcedura di verità
Di Due UnoScena dell’amore
Ricerca infinitaFedeltà senza conclusione

Una differenza importante

Tuttavia c’è anche una differenza cruciale.

In Badiou l’Evento è una rottura.

È l’irruzione dell’imprevedibile.

In Nucci mi sembra che Eros sia più originario dell’Evento.

L’Evento accade perché esiste già Eros.

Eros è il motore che rende possibile: l’incontro; la ricerca; la filosofia; la politica; la giustizia.

Se usassimo un linguaggio deleuziano  diremmo che l’Evento è un’emersione locale, mentre Eros è il campo di forze che rende possibili tutte le emersioni.


Una lettura finale

Dopo il cigno, dopo Colono, dopo la scoperta che i dialoghi platonici sono una rete inesauribile di enigmi, il romanzo non invita il lettore a trovare la soluzione.

Invita a una pratica. Come se Platone lasciasse al lettore del XXI secolo questo messaggio:

Non trasformare l’enigma in tecnica.

Non ridurre Eros a problem solving.

Rimani fedele a ciò che ti mette in movimento.

Ama.

Cerca.

Lotta per la giustizia.

Continua a fare di Due Uno, tra terra e cielo.

In questa prospettiva, il finale non è una risposta: è l’ultimo problema aperto che Platone consegna al lettore. Proprio come il cigno, vola oltre ogni interpretazione definitiva.

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La taverna è mtfaora deigli spazi settari dell’uomo del flusso che vive del presente, nel presente, come la voce narrante (pub, curva stadio, bokclub, musei, slow food, academy varie, resort, aperitivi, festival..)

Questa lettura mi sembra molto convincente se la formuliamo non come condanna dei luoghi in sé, ma come critica di una particolare forma di esperienza.

La taverna in Eros non è il male. Platone stesso la frequenta. È il luogo del vino, delle storie, dell’amicizia, della conversazione. Il problema nasce quando essa diventa l’orizzonte ultimo.

In questo senso la taverna può essere letta come metafora di molti spazi dell’uomo del Flusso contemporaneo:

  • il pub;
  • la curva dello stadio;
  • il book club autoreferenziale;
  • il museo consumato come esperienza identitaria;
  • lo slow food come appartenenza estetica;
  • il resort;
  • il festival culturale;
  • l’aperitivo;
  • le academy e le community specialistiche.

Sono luoghi apparentemente diversi, ma accomunati da una stessa struttura.

La logica della taverna

La logica è:

stare insieme senza uscire realmente da sé.

Ci si incontra.

Si parla.

Si condividono simboli.

Si costruiscono appartenenze.

Ma spesso il movimento si chiude in un circuito.

L’energia relazionale viene continuamente riciclata all’interno del gruppo.

Per usare una tua categoria, si tratta di una forma di levigato sociale.

Tutto funziona.

Tutto è piacevole.

Tutto è riconoscibile.

Ma manca l’apertura verso l’ignoto.

Dalla polis alla nicchia

Nella polis platonica il confronto è rischioso.

Nella taverna contemporanea invece prevale spesso l’omofilia:

  • tifosi con tifosi;
  • gourmet con gourmet;
  • lettori con lettori;
  • accademici con accademici;
  • militanti con militanti.

Si riduce la distanza.

Si riduce anche l’attrito.

Si riduce però pure la possibilità dell’Eros.

Perché Eros nasce dalla mancanza, dalla differenza, dalla tensione.

Non dall’autoconferma.

Il problema non è il presente

Qui il romanzo mi sembra molto sottile.

La taverna vive nel presente.

Ma anche Platone vive nel presente.

La differenza è un’altra.

La taverna dice:

questo basta.

Eros dice:

e poi?

La taverna vuole abitare il presente.

Eros vuole attraversarlo.

Per questo il movimento finale sale verso Colono.

Non perché la taverna vada abbandonata, ma perché non basta.

Lettura badiouiana

Qui il collegamento con Badiou diventa ancora più forte.

L’uomo del Flusso vive dentro quella che Badiou chiamerebbe la “situazione”:

  • consumi;
  • reti;
  • identità;
  • preferenze;
  • appartenenze.

Ogni nicchia è una piccola situazione stabile.

L’Evento è invece ciò che rompe il circuito.

Un incontro.

Un amore.

Una scoperta.

Una domanda che non si riesce più a ignorare.

In questa prospettiva la salita da taverna a Colono può essere letta come il passaggio:

dalla situazione all’Evento.

L’Eros del romanzo assomiglia proprio a quella forza che impedisce di restare definitivamente seduti al tavolo dell’osteria.

Una formulazione estrema

Potremmo dire che per il lettore del XXI secolo la taverna non è tanto un luogo fisico quanto un ecosistema.

L’algoritmo è una taverna.

La community è una taverna.

Il festival permanente è una taverna.

La bolla culturale è una taverna.

Tutti luoghi che offrono riconoscimento immediato ma rischiano di sostituire la ricerca.

Per questo il finale suona quasi come una chiamata:

Puoi restare nella taverna.

Oppure puoi usare la taverna come punto di partenza.

L’Eros autentico comincia nel momento in cui lasci il tavolo, esci sulla strada e riprendi la salita verso Colono.

E allora “Amare sempre, per sempre” non significa coltivare un sentimento privato. Significa restare fedeli a quella forza che ci strappa continuamente dagli spazi settari dell’autoconferma e ci rimette in cammino tra terra e cielo, tra il già noto e ciò che ancora non sappiamo formulare. È, in fondo, il passaggio permanente dal problem solving della tribù al problem posing della filosofia.

LO STILE

Non è dannunziano, poco baricchiano, per nulla wallaciano o bolaniano; è piuttosto un minimalista classico con una forte matrice orale e mitopoietica.

1. Non dannunziano

D’Annunzio accumula.

  • aggettivi;
  • sensazioni;
  • preziosismi;
  • lessico raro;
  • ebbrezza della frase.

Nucci fa quasi l’opposto.

Anche quando descrive il Mediterraneo, il corpo, la luce o il desiderio, raramente cerca la saturazione estetica.

Preferisce:

  • frase relativamente piana;
  • immagine nitida;
  • ritmo narrativo.

Se dovessi trovare un’opposizione:

D’Annunzio = pieno. Nucci = sottrazione.


2. Solo superficialmente baricchiano

A volte si avverte qualcosa che potrebbe ricordare Baricco:

  • leggibilità;
  • fluidità;
  • centralità della narrazione;
  • capacità di trasformare concetti in immagini.

Ma c’è una differenza importante.

Baricco tende alla favola filosofica.

Nucci tende invece alla ricostruzione archeologica del mito.

Baricco spesso alleggerisce.

Nucci spesso scava.

Leggendo Eros non ho la sensazione di stare davanti a una parabola elegante, ma a una continua interrogazione di testi, tradizioni, frammenti, genealogie.

In questo senso è meno “musicale” e più “stratigrafico”.Per nulla wallaciano

David Foster Wallace procede per:

  • digressioni;
  • ipercoscienza;
  • note;
  • accumulo informativo;
  • saturazione del pensiero.

Nucci fa quasi l’opposto.

Wallace mette il lettore dentro una mente che non smette di produrre connessioni.

Nucci cerca invece una trasparenza quasi socratica:

lasciare che il mito e il dialogo parlino.

Laddove Wallace moltiplica il rumore, Nucci cerca una specie di silenzio attorno alle parole.


4. Nemmeno bolaniano

Bolaño lavora sul:

  • frammento;
  • assenza;
  • labirinto;
  • deriva;
  • ricerca impossibile.

Qui qualche parentela esiste.

Anche in Eros c’è una ricerca mai conclusa.

Ma Bolaño è attraversato da inquietudine, violenza, sparizione.

Nucci conserva una fiducia profonda nella possibilità del senso.

Anche quando l’enigma resta aperto.

Per Bolaño spesso il centro manca.

Per Nucci il centro c’è:

si chiama Eros.

Non è raggiungibile definitivamente, ma esiste.


5. Minimalista?

Sì, ma non alla Carver.

Direi piuttosto:

minimalismo classico.

La frase è spesso:

  • breve;
  • limpida;
  • poco ornamentale;
  • costruita per essere ricordata.

Molte pagine sembrano scritte per una lettura ad alta voce.

Come se provenissero dalla lunga tradizione:

  • Omero;
  • Platone;
  • dialogo greco;
  • racconto orale.

6. La definizione che mi convince di più: “stile mercantile mediterraneo”

La tua provocazione su “mercantile” è interessante.

Non nel senso commerciale.

Nel senso storico.

Leggendo Eros ho spesso l’impressione di una scrittura che nasce lungo le rotte del Mediterraneo:

  • taverne;
  • porti;
  • viaggiatori;
  • mercanti;
  • filosofi;
  • racconti che passano da una bocca all’altra.

Una scrittura che non ha la chiusura del trattato accademico.

Assomiglia piuttosto a una conversazione prolungata.

Ad una narrazione che accumula incontri.

In questo senso Nucci è forse più vicino a:

  • Yourcenar;
  • Chatwin;
  • Cacciari narratore;
  • alcuni dialoghi di Tabucchi;

che non ai grandi sperimentalisti contemporanei.


Se leggo Eros attraverso la chiave che stiamo costruendo

Direi che la forma del romanzo rispecchia il contenuto.

Platone nel libro non appare come un produttore di soluzioni.

Appare come un produttore di domande.

Per questo anche la scrittura evita:

  • effetti linguistici vistosi;
  • virtuosismi;
  • architetture postmoderne.

La prosa tende a farsi quasi invisibile.

Come la strada di Kilis.

All’inizio sembra soltanto una strada.

Alla fine scopri che era una mappa.

Allo stesso modo la lingua di Nucci sembra inizialmente semplice, ma pagina dopo pagina si carica di rimandi:

  • la taverna diventa grotta;
  • Colono diventa Accademia;
  • il cigno diventa enigma;
  • Eros diventa principio di movimento.

Perciò, se dovessi inventare una formula, direi:

Nucci scrive come un rapsodo minimalista del Mediterraneo: una lingua apparentemente semplice che trasporta una densa rete di miti, domande e percorsi di ricerca senza mai esibirne il peso.

Ed è forse proprio questa discrezione stilistica che rende possibile il finale: quelle ultime parole (“Amare sempre, per sempre…”) funzionano non come sentenza solenne alla D’Annunzio, né come aforisma brillante alla Baricco, ma come l’ultima battuta di una lunga conversazione iniziata sulla strada polverosa di Kilis e terminata, idealmente, sulla collina di Colono.

Pubblicato da bruno nasuti

rompe e riempe scatole semio antropo reuro sistemo filo eccetero logico filo filo filo

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