MANDRICARDO & DORALICE, MEDORO & ANGELICA e ORLANDO. Come per Ariosto la DUTTILITA’ sia FARMACON dell’IDEALE

MANDRICARDO E ORLANDO

1

Dunque l’amore, nella cultura cortese, coincide con la Parola e la Distanza. [1]

Ma Ariosto propone una critica dell’Amor Cortese: esso è solo uno dei modi di vivere l’esperienza dell’eros, non l’unico (e perciò vero); c’è infatti chi, senza abbassarsi alla ferinità di Uther, la sa vivere in modo abbastanza controllato, attraverso formule (acquisite dalla cultura alta) che impediscono alla vicinanza di trasformarsi in violenza. 

Nell’O.F. proprio i due elementi della Parole e della Distanza sono messi in scena congiuntamente, in modo da realizzare un effetto non di “armonia” ma di “rumore”, non di conferma delle regole note, ma della loro inefficienza.

Il lettore colto[2] (fiducioso nella corrispondenza del Microcosmo umano con il Macrocosmo trascendente ) cerca nel racconto di orlando (come già prima con Boiardo) l’effetto consolatorio di un ordine prima rotto (magari dalla distanza)  e poi ricostruito (proprio tramite la  parola); di fatto Ariosto gli fa sperimentare situazioni in cui la distanza  distrugge la relazione (favorisce il tradimento) e la Parola rivela la sua natura di strumento di ‘forma’ non di ‘verità’: può sì ‘dare forma’ all’amore, ma “ciascuno a suo modo”.

Così Doralice, lontana com’è dal suo Amato / Amante, dovrebbe dar prova massima  della sua dedizione all’Ideale[3];e invece  appena se ne dà l’occasione si lascia facilmente ‘sedurre’  dalla cortesia (ovvero dalle attrattive fisiche)di Mandricardo .

E così Orlando, quando si trova a leggere le parole scritte da Medoro e Angelica (non su libri a dir il vero, ma su ripiani di fortuna), subito ricorre alla sua cultura (s’intende  anche di arabo) per ridurre la lettera del testo ad un sotto – testo che rimetta le cose a posto[4]: ma alla fine proprio la sua capacità di leggere  scrivere lo costringe ad  ammettere, che davvero ‘scrivere d’amore’ non è un privilegio del cavaliere (differente dalla massa) ma è una pratica a portata di ogni uomo comune (che sappia semplicemente prendere una penna in mano)

 Ecco quindi che emerge l’ironia ariostesca: proporre lungo la narrazione situazioni, per così dire, “normali” (che lasciano presagire al lettore un certo esito, quello previsto dall’ideologia corrente)[5] , che finiscono in modi non previsti[6],  sì che chi legge  è costretto a farsi domande[7] su quello che legge (a partire da quello che legge)[8], fino a rilevare magari  come, in effetti, quei ‘modelli di comportamento’ percepiti come giusta Regola (portatori di ‘verità’ ) possano procurare disastri invece che bene, possano essere cioè tutt’altro che regole, ma Desideri.

È chiaro che in tal modo, attraverso gli ‘errori’ [9] dei suoi cavalieri ‘erranti’, di fatto Ariosto opera una vero e proprio controcanto rispetto alle ambiziose ideologie rinascimentali, secondo cui sarebbero il Bello e il Buono a fondare l’Ordine[10]. In concreto attraverso le tante evoluzioni dei protagonisti (che si muovono – come già detto – sempre in riposta alle sorprese incontrate nella foresta, cioè in orizzontale, non in linea retta – di su di giù, di qua di là, e con la duttilità di chi si ingegna a inventare ogni volta risposte adeguate agli imprevisti) Ariosto sembra suggerire che l’ordine non è uno Stato (fermo, Assoluto, immobile) ma un movimento continuo. Insomma Ariosto di fatto , narrativamente, sta indicando quella procedura che oggi le scienze contemporanee chiamano autoregolazione’ (o omeostasi[11]), che i latini chiamavano ‘modus’[12] e che i Greci riassumevano , a Delfi, con il motto ‘μηδεν αϒαν’.[13]

Quindi, sembra voler dire il narratore: niente esagerazioni; cioè

  • È vero che la distanza può aiutare a interrogarsi, a scavare dentro di sé, ma alla fin fine siamo fatti di carne ed è possibilissimo che anche chi si è addestrato alle regole dell’autocontrollo, possa cedere alla pulsione; [14]
  • è vero che l’amore prende forma ‘alta’ dallo scrivere d’amore, ma fino ad un certo punto; la storia di Angelica e Medoro sembra voler dire (come suggeriva Catone al giovane  romano che voleva studiare la retorica: “rem tene, verba sequentur”.[15]

In definitiva l’amore nella rappresentazione di Ariosto è alla fin fine sempre un sistema ‘emergente’, la cui ‘forma’ è determinata soprattutto dalla pura vicinanza dei corpi, che sono particolarmente solleciti a rispondere agli stimoli dei sensi; è in parte consistente determinata dal corpo, che non può essere escluso dal quadro qualora se ne voglia dare una descrizione non banalizzata (idealizzata).

È vero che la scrittura riesce fare la ‘differenza’ nel senso che riesce a costituire di per sé l’appartenenza all’humanitas, a distinguere cioè gli uomini dalle bestie: ma non è certo un privilegio detenuto in esclusiva della casta dei cavalieri (o come, precedentemente, dei chierici). Dopo Guttemberg[16], con la crescita dei traffici a lunga distanza[17], scrivere e leggere sono a portata di molti: in fondo, chiunque (anche un fantaccino, a forza di guardare i modi fare dei cavalieri)  se vuole, riesce a compitare e a ripetere frasi fatte, slogan, formule, anche quelle che servono per ‘fare la corte’.

2

Le prove testuali possono essere molteplici, ma basterà soffermarsi su due episodi ‘iconici’ del modo disincantato con cui Ariosto destabilizza l’orizzonte d’attesa del suo lettore di corte, ovvero del suo lettore idealista preso dall’incanto della Perfezione di Narrazioni di una età che non c’è più:

  • Mandricardo e Doralice che ricorrono alle forme controllate del gergo cavalleresco ma cedono volentieri alla pulsione del corpo 
  • Orlando che scopre, attraverso varie scritture, come Angelica abbia scelto di farsi donna del fante Medoro

Sappiamo che lo spazio entro cui si muovono i protagonisti del poema è sempre e solo uno spazio orizzontale, la foresta che di fatto, essendo senza confini e quindi senza centro, propone un intrico fitto di strade, sentieri, radure, deserti, fiumi connessi tra loro secondo linee ignote ai protagonisti… per cui i movimenti degli eroi non procedono mai per linea retta: ogni progetto incontra e si scontra con altri progetti, e cogni vota si modificano quindi le condizioni entro cui i protagonisti devono fare le loro scelte.

Ebbene i due episodi suddetti nascono proprio dalla ‘emergenza’ di questi movimenti: uno va da qui a là, ma ad un certo punto incontra un altro che a sua volta va da un suo qui ad un suo là.; ed allora questa irruzione del non previsto modifica inevitabilmente l’atteggiamento (e decisioni, quindi l’esistenza) dei personaggi.

A

Così Doralice che si muove per andare a raggiungere quello che dev’essere  suo legittimo marito, incrocia Mandricardo, a sua volta spinto dal desiderio di inseguire Orlando e togliergli la fama di miglio cavaliere:

ebbene questo inciampo fa sì che M. sconfigga la scorta della donna, e una volta conosciutala, decide di ‘farla sua’. A prima vista, una situazione simile a quella di Uther, il violento padre di Arthù: sbaragliato il campo, preso dalla pulsione sessuale, è di fatto libero di usarle violenza; ma a differenza di Uther, il ‘buon’ cavaliere (soprattutto se pretende di essere addirittura il migliore tra i cavalieri) sa ormai che un qualunque cavaliere agisce in modo diverso da un qualunque soldato: uguale il coraggio, diverso lo stile insomma. E  lo stile è dato dal ricorso alla ‘cortesia’, cioè alle  parole che mostrino autocontrollo e generosità nei confronti del debole. Alla fine arriva allo stesso risultato di Uther (il ‘possesso’ della donna), ma appunto ricorrendo ai ‘modi’ propri dell’uomo di corte, ormai homo faber moderno, che sa essere estremamente duttile in rapporto alle situazioni: usa appunto le parole, ma con la ‘discrezione’ propria di un Guicciardini. Infatti nel parlare mostra non ripete topoi provenzali o petrarcheschi, ma adotta le procedure proprie della rinascente dialettica: pensa infatti che per vincere la resistenza di Doralice, è efficace non tanto il ricorso alle forme . semplicemente è segno dei tempi che cambiano: i valori borghesi ma a quelle logiche dell’argomentazione, (che portando prove – per così dire- ‘oggettive’, è inconfutabile dalla parte avversa). Insomma sa che sta per intraprendere ancora un vero e proprio duello simile per certi aspetti a quello che precedentemente l’ha visto far fuori molti nemici con la lancia: ma sa che è cambiata la situazione, e la virtù consiste non solo nel cambiare le armi  (le parole) ma anche il tipo di parole.

Così si mostra maestro di logica nell’esporre le quattro ‘cause’ che dovrebbero rendere necessaria  la resa della donna alle sue profferte: lei deve cedere perché Mandricardo ha tutte le carte in regola, nel senso che vanta meriti di superiorità in tutti campi che fanno la differenza per un cavalier cortese , l’ amare, la stirpe, la  ricchezza[18], il  valore

 «Se per  amar, l’uom debbe essere amato,

merito il vostro amor; che v’ho amat’io:

se per stirpe, di me chi è meglio nato?

che’l possente Agrican fu il padre mio:

se per ricchezza, chi ha di me più stato?

che di dominio io cedo solo a Dio:

se per valor, credo oggi aver esperto

ch’esser amato per valore io merto.»

In effetti M. ‘recita la parte’, per così dire: sta alle regole – oggi diremmo- del ‘politicamente corretto’ (il De Amore del Cappellano), senza esserne davvero vittima, insomma è una sorta di ‘manierista’ ante litteram, che continua a stare alle regole, ma solo perché e se funzionano.

E in effetti M.  riesce a raggiungere il suo scopo.  Perché – e questa la sorpresa – la donna prigioniera, invece di recitare a sua volta fin in fondo la sua parte di fedeltà e amore per il suo uomo , si mostra presto disposta a cedere alle parole del corteggiatore impudente, e facilmente – nel giro di pochi attimi – passa dalla fedeltà al tradimento. Prima la consolazione del cuore di fronte alle belle parole del cavaliere, poi la cessazione del timore e della paura: a questo punto, cambiata il colore della scena, tolti gli impacci delllo sconosciuto, sentite la parole del codice cavalleresco che ben conosce, la situazione si muta in corrispondenza e fiducia: prima pazienza, poi affabilità e gentilezza, infine sguardi, sinchè a M. è chiara la vittoria [19]

Queste parole ed altre assai, ch’Amore

a Mandricardo di sua bocca ditta,

van dolcemente a consolar il core

de la donzella di paura afflitta.

Il timor cessa, e poi cessa il dolore

che le avea quasi l’anima trafitta.

Insomma M. ‘sa’ (sente) che le cose reali sono abbastanza diverse dallo schema teorico dell’amor cortese: sa che non sono solo le pastorelle a cedere facilmente al richiamo del sesso, ma che anche le nobildonne, avendo un corpo, hanno  pulsioni che la presenza di bei pretendenti non può che far crescere.

Sa soprattutto riconoscere la peculiarità della situazione e sa che recitando la parte dell’uomo dotato di ‘grazia’ (per dirla con Baldesar Castiglione), cioè mostrando all’esterno qualcosa che garantisca per la qualità dello spirito, può facilmente vincere la partita.

In effetti ‘recita la parte’, per così dire, ovvero ricorre alla ‘maniera’ solo in modo strumentale, senza davvero sentirla forma adeguata a dire la verità: sta alle regole – oggi diremmo- del ‘politicamente corretto, ovvero cerca di mostrare all’esterno la Grazia che – come dirà Baldesr Castiglione – rende visibile l’equivalente qualità dell’interiorità; e tanto basta ad acquetare le preoccupazioni della donna corteggiata.

È la vicinanza, insomma e non la distanza, la celebrata distanza, a muovere i petti! il corpo, l’attimo presente, l’hic et nunc, hanno la meglio sull’anima,  sul futuro, sull’Investimento.

B

La doppia valenza dello star vicino e lontano ancor più perfidamente si potrebbe dire è messa in scena nella scena principe del poema, quella della pazzia di Orlando.

Il miglior cavaliere del mondo è fiducioso del fatto che la migliore donna del mondo tocchi a lui, secondo le regole dell’amor cortese. Orlando va “di su di giù”, “di qua di là”, senza tema che questa ‘verità’ possa essere contraddetta dai fatti: fiducioso com’è che la teoria (cortese) sia la realtà, accetta senza esitare mai tutte le derive , tutti gli inconvenienti che gli capitano nell’attraversare la foresta del mondo, tanto prima o poi la bella Angelica sarà sua.

Ma quel che accade davvero nelle banali casualità del divenire umano non corrisponde affatto a questo Ideale : le Cose che fa Angelica (con Medoro) non confermano le Regole (le Parole) previste dall’Idea (cioè dallo schema[20]). Intanto l’amore prende lena proprio dalla prossimità (e non dalla distanza)[21]; poi  è lei, proprio la donna (non il maschio cortese) che prende l’iniziativa[22], è lei che presa dall’amore, si decide a ‘parlare’ a Medoro[23]; e addirittura  è lei che decide di dare a Medoro non solo il ‘cuore’ ma la ‘rosa’ fino ad allora colta da nessuno dei tanti cavalieri pretendenti. Così recita il testo:  

Angelica a Medor la prima rosa

coglier lasciò, non ancor tocca inante:

né persona fu mai sì aventurosa,

ch’in quel giardin potesse por le piante.

E la celebrazione di questo ‘matrimonio’[24], viene a trionfare con le parole che i due incidono su alberi e mura, per dare solida conferma esteriore (a sé e agli altri) del sentimento che li legava interiormente 

Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto

vedesse ombrare o fonte o rivo puro,

v’avea spillo o coltel subito fitto;

così, se v’era alcun sasso men duro:

ed era fuori in mille luoghi scritto,

e così in casa in altritanti il muro,

Angelica e Medoro, in vari modi

legati insieme di diversi nodi.

La scrittura procede spedita (rem tene…) : certo per ‘mettere-in- forma’ il proprio sentire , secondo la teoria cortese, ma solo per ‘segnare il territorio’, per ‘dire’ al ‘mondo’ la loro ‘differenza’ in due. Probabilmente solo i propri nomi, puri segni semiotici di ex – istenza, di uscita dalla stasi, di cambiamento.

 E se questa è la finalità della scrittura per chi scrive, l’effetto della lettura per chi legge è catastrofico:

Angelica e Medor con cento nodi

legati insieme, e in cento lochi vede.

Quante lettere son, tanti son chiodi

coi quali Amore il cor gli punge e fiede.

La prima decodifica, quella letterale, è una sorpresa: e subito interviene la mente colta, che sa che il testo nasconde quasi sempre un sottotesto, che la retorica insomma crea trappole da svelare:

Va col pensier cercando in mille modi

non creder quel ch’al suo dispetto crede:

ch’altra Angelica sia, creder si sforza,

ch’abbia scritto il suo nome in quella scorza.

Poi dice: «Conosco io pur queste note:

di tal’io n’ho tante vedute e lette.

Finger questo Medoro ella si puote:

forse ch’a me questo cognome mette

l’esser tanto esperto di scrittura lo rende capace di riconoscere addirittura la grafia della sua amata; così come l’essere tanto esperto dell’arabo lo porta infine a riconoscere la crudezza della situazione, cioè che Angelica ama un Altro. Arrivato alla fonte dove i due amanti si ritiravano spesso, dopo ave ritrovate le scritte dei nomi in tante fogge, infine è costretto a leggere le parole con cui Medoro aveva trascritto in versi la sua felicità [25]

«Liete piante, verdi erbe, limpide acque,

spelunca opaca e di fredde ombre grata,

dove la bella Angelica che nacque

di Galafron, da molti invano amata,

spesso ne le mie braccia nuda giacque;

La celebrazione non è quindi della distanza dei corpi, ma della loro estrema vicinanza. È la teoria bembesca dell’amore che va riconsiderata – pare che vada dicendo l’autore ai cortigiani di Ferrara : esso  non è desiderio che si nutre di distanza (se non di morte) – quello  sublimato da Dante e da Petrarca -,  ma pulsione materiale, quella che muove tanti uomini e donne del Decameron. Così che la sua celebrazione avviene infine proprio attraverso possesso fisico, pur presente all’inizio nella lirica provenzale, ma progressivamente oscurato e trasformato dalle successive elaborazioni poetiche. Anche in tal modo l’amore trasforma l’uomo, ma più che sul piano spirituale (nell’evoluzione dello spirito) sul piano del ‘riconoscimento sociale’: la differenza dell’amante / amato  e sul piano dell’ emulazione [26], cioè della superiorità rispetto ai Grandi[27], superiorità dovuta semplicemente al fascino del proprio corpo sulla donna, non dalle parole immaginate o dette a / per lei.

La Cultura, così vantata come elemento platonico di differenza, si rivela al contrario beffarda causa di infelicità perché porta alla conoscenza di quel che non si vorrebbe / dovrebbe conoscere: quando s’imbatte in una sorta di poesia incisa in una grotta, Orlando – che conosce le lingue – è costretto a conoscere definitivamente come stanno le cose:

Era scritto in arabico, che ‘l conte

intendea così ben come latino:

[..]

Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto

quello infelice, e pur cercando invano

che non vi fosse quel che v’era scritto;

e sempre lo vedea più chiaro e piano:

E’ proprio l’eccesso di conoscenza – pare voler dire A. –  a portare infine Orlando, in una retroazione catastrofica, al collasso dello ‘spirito’ e al recupero delle passioni primigenie dell’organismo così lungamente represse per il cieco ossequio alla Teoria assoluta nella teoria: è l’incontro col Reale (direbbe Lacan) che rende il conte consapevole di quanto sia grande il Vuoto nascosto finora dal Codice Simbolico  che lo ha finora guidato in ogni scelta:

Rimase al fin con gli occhi e con la mente

fissi nel sasso, al sasso indifferente.

Ecco vien meno lo scopo principe del cavalier cortese, la Differenza, il primato rispetto agli altri. Se quel che vale come segno del Primato tocca ad uno qualunque, ad uno che non si distingua per gesta e parole, ebbene non vale più controllare le pulsioni ma abbandonarsi tutto ad esse, e sfogare la propria passione così al momento, senza ritardi, senza far differenze tra cose e cose, tra persone e persone, senza parole.

Il Cigno nero (per usare la metafora di Taleb) insomma dimostra come sia  ‘banale’ la semplicità del Codice Simbolico (l’Uno) rispetto  alla complessa divergenza degli eventi concreti (il Molteplice). Il Trauma che Lacan chiama “Reale” emerge qui nella forma parossistica di Follia: parola che in effetti simboleggia il rischio di ogni uomo di cultura che troppo rigidamente filtri l’esperienza quotidiana solo col setaccio di una Idea (Ideologia).

Chiunque si aggrappi a una chiusa spiegazione del mondo, chiunque pensa di risolvere i problemi che mergono dal quotidiano con sulla base di un protocollo (magari sacro) è davvero un pazzo 8Erasmus dixit)

 Tutte le azioni di un ‘fedele’ diventano – anche se le si chiama ‘imprese’ – vuoti esercizi di forma che non corrispondono ad una chiusura verso la complessità, la varietà, la molteplicità delle cose.

In particolare per ognuno, anche oggi ovviamente più di prima, cresce il rischio di trovarsi all’improvviso in situazioni ‘senza senso’ se ci si è trincerati in spiegazioni ad una dimensione: in particolare  come dicono oggi neuroscienze e psicologia sociale, il Sé si basa sul riconoscimento sociale, il riconoscimento sociale si basa sulla condivisione di codici; ma se si scopre che il nostro codice è inadatto a dar senso a quel che accade , ebbene cade tutto il Mondo , tutto il sistema. Ed allora cade, deve cadere la premessa stessa del sistema, cioè il fatto che il valore dell’uomo consiste nel controllo, nell’autocontrollo, ovvero nella ‘distanza, nella presa di distanza rispetto alle cose, nel pensiero lento invece che veloce.

E quindi finalmente ci si abbandona al pensiero veloce. E non più le parole ma i gesti nudi, dettati dalla ‘passione’ cruda ci reggono nelle relazioni con le cose e le persone. E si scopre quanto è all’origine della nostra umanità, cioè quella organicità di sopraffazione disordinata rispetto a tutto quello che ci si presenta – in qualche modo come ostacolo.

C

In sintesi per Ariosto

  • La vicinanza (il corpo) è più decisiva della Distanza nella nascita dell’amore
  • La vicinanza può dare luogo a reazione lente (quel che i sensi percepiscono viene lentamente ‘messo-in-forma’ dall’inconscio) o veloci (pulsioni che impongono di agire  nell’immediato)

[1] Questa ‘formula’ è accettata indiscriminatamente negli ambienti socialmente elevati dell’Europa che comincia a farsi Moderna, quale segno della differenza tra i ‘migliori’ (capaci appunto di 0autocontrollo’ ,in ogni campo della vita ma partire da questa esperienza dell’eros). La diffusione del Petrarchismo quale procedura di ‘formazione’ dell’individuo e dell’uomo che vive in società è nient’altro che l’espressione sensibile di questa ideologia: scrivere ‘a la Petrarca’ costituisce il segno dell’appartenenza al ceto degli uomini capaci di darsi una forma (grazia &sprezzatura) in termini di gesti, parole, stile.

[2] Quello attuale, cresciuto nelle scuole canoniche del ‘bello’, Nella realtà storica i cortigiani che frequentavano la corte di Ferrara.

[3] Naturalmente l’antidealista Ariosto sa che esistono donne che si comportano all’opposto, secondo le ‘regole’ attese: ma sua intenzione è di sottolineare come non solo nel mondo dei villani vinca il corpo,bensì anche in quel bel mondo di corte (come Ferrara magari) i fatti dicono realtà ben diverse dalla teoria.

[4] Medoro forse è solo un nomignolo con cui Angelica lo nomina nei suoi andirivieni, un nickname d’occasione

[5] Un uomo che corteggia una donna, un cavaliere che sfida un altro cavaliere…

[6] L’ideologia dell’armonia. Vale la pena di ricordare che l’Umanesimo è di fatto , nella sua laicità caratterizzato da una dialettica ideologica, per così d dire: da un lato si punta a fare dell’homo faber  il produttore di Ordine, ma dall’altro gli si dà anche il compito di mettere a fuoco le anomalie, le derive, le stranezze del mondo. Insomma da una parte la ricerca dell’Armonia, dall’altro la ricerca del Disordine: Ficino vs Machiavelli, Poliziano vs Ariosto appunto.

[7] È qui davvero il  caso di ricordare che il termine “ironia” secondo l’etimologia greca indica la pratica del “far domande”. E i gesti dei personaggi ariosteschi non fanno che suscitare domande del tipo: “che sta succedendo?”. Mandricardo  ad esempio, ‘fa la corte’ (usa le formule della cultura cortese) ma in effetti agisce da ‘villano’;e ancora  il cavaliere che combatte a volte è leale (O gran bontà de li cavalieri antichi!) ma spesso si fa guidare non dalla ‘liberalità’ ma dalla ricerca del ‘suo’ utile immediato (Ferraù, Rinaldo, Sacripante nel I canto).’

 

[9] ‘Errare’ ovviamente ha qui valore intenzionalmente ambivalente: “errare” rimanda innanzitutto al fatto concreto di “sbagliare strada” ( muoversi nella foresta significa, come già detto, non procedere mai per la ‘dritta strada’); in secondo luogo alla metafora dello sbagliare la scelta morale  tra  Bene e Male (all’interno, ovviamente, di un sistema etico chiuso, garantito da ‘verità’ assolute)  

[10] In particolare la corte di Ferrara vanta la tradizione narrativa del Boiardo che trasforma in forme idealizzate il materiale cavalleresco bretone, arricchito dalle moltiplicazioni trasformazioni che ne hanno operato i Cantari popolareschi. In effetti sul finire del Quattrocento appaiono ormai ‘fuori sesto ’ (per dirla con Shakespeare) i virtuosi modelli di comportamento dettati dalla ‘virtù cortese’ (liberalità, cioè generosità, lealtà, costanza…): ormai le ‘guerre horrendae’ (come definisce Guicciardini quanto si verifica in Italia sul finire del secolo) impongono di dar ragione al pragmatismo di Guicciardini e Machiavelli. Essi  assegnano infatti  alla Politica’ – laicamente intesa come compito per l’homo faber di ‘fare la storia’, –  il compito di trovare soluzioni efficienti per i problemi che emergono dal divenire sociale (il Particulare di G.), ovvero la responsabilità di ‘leggere’ bene le concrete situazioni in divenire (un’alluvione ad esempio) nelle loro peculiari differenze / necessità e di prendere  decisioni  che risolvano davvero il problema concreto (ad esempio fare dighe) , e non si limitino  a rispecchiare fedelmente i dettati delle Regole già esistenti (pregare Dio che impedisca l’alluvione..).

[11] Ogni organismo vivente è regolato da un movimento continuo tra lo ‘stare’ (pieno di energia) e l’andare’ (ricercare l’energia). Dove e come trovare l’energia (il carburante della continuazione dell’esistenza) è affare specifico per ogni organismo e per ogni situazione della sua esistenza. 

[12] Orazio, “est modus in rebus”, “medietas”: l’equivoca interpretazione che ha dominato per secoli è questo ‘giusto mezzo’ sia statico, un assoluto , che finisce per restaurare una condizione di ripetizione e sicurezza, mentre nei testi oraziani (imitati del resto da Ariosto che scrive alla sua maniera delle satire) si insiste sulla precarietà delle soluzioni contingenti. La medietas è un principio regolatore, non un contenuto particolare. Quel che vale per orazio, non vale per Virgilio Mecenate Augusto ecc. ecc.

[13] “Niente di troppo”: e il μη- di μηδεν si contrappone all’ου- di ouδεν, come in latino il ‘ne’ dell’incertezza (della soggettività, della probabilità) si contrappone al ‘non’ della certezza  della oggettività, della verità)

[14] In questo ovviamente Ariosto non fa che recuperare la lezione, così trascurata in ambito idealistico dantesco, di cavalcante e della sua rappresentazione dell’amore come fonte di frammentazione dell’Io e non di sublimazione.

[15] All’epoca di Ariosto era in grande sviluppo la stampa: leggere era diventata una pratica molto più diffusa, e quindi non era scontato che leggere un testo significasse lavorio e tempo lungo; in fondo la prima diffusione della stampa porta alla gran diffusione di ‘fogli’ isolati più che di libri, e si può facilmente immaginare che come per i duelli guerreschi le armi da fuoco abbiano portato una ‘democratizzazione’ del duello (non è più richiesto gran coraggio se sparo da lontano..), così nell’ambito della letteratura, emerge la democrazia della ‘lettura’ per cui ogni cristiano può leggere la Bibbia senza mediazione di sorta, e quindi a mggior motivo chiunque può leggere un testo non manoscitto, derivandone l’utile immediato (come medoro, il fantaccino) per cui non è vero che chiunque scriva sia davvero ‘differente’ superiore: chiunque, anche del popolino, può banalmente imparare la grammatica e copiare, cioè scrivere slogan ecc (come del resto per i media di oggi)

[16] L’avvento della stampa porta in breve tempo alla rivoluzione della comunicazione scritta: accanto ai codici copiati a amano si diffondono molto rapidamente non tanto i libri a stampa, quanto singoli fogli che stampati in gran numero contribuiscono a creare attenzione su questioni prima inesistenti: la stessa riforma di Lutero non esisterebbe , forse, senza questa pratica ‘democratica’ . qualcuno ha da dire qualcosa e non si limita a dirlo nella sua città, ma diffonde le idee rapidamente con i fogli a mano, vera e propria anticipazione dei manifestini dei nostri tempi: e la diffusione di questi manifestini non può giustificarsi senza una crescita dell’alfabetizzazione della gente comune.

[17] Anche in questo caso, sappiamo che da tempo i mercanti hanno bisogno di saper leggere e scrivere non solo per tenere i conti ma anche per fare lettere di cambio, per istruire dipendenti di ogni tipo.e il ceto mercantile più che altri, si avvicina con spirito di necessità alla’ scuola’ di grammatica, che si diffonde nei comuni che si arricchiscono coi traffici.

[18] A  dire il vero la ricchezza è una novità: nella tradizione cortese il cavaliere che va alla ventura è in genere anche abbastanza povero; in ogni caso non vantano mai questa particolare dote i provenzali nelle loro poesie; tanto meo gli stilnovisti e i petrarchisti. È segno dei tempi che cambiano: alla fine la ricchezza, con la crescita della borghesia, è diventata una virtù, tanto quanto l’essere di buona famiglia e di grande coraggio. È segno della nuova mobilità sociale in ascesa

[19] Ella comincia con più pazienza

a dar più grata al nuovo amante udienza;

poi con risposte più benigne molto

a mostrarsegli affabile e cortese,

e non negargli di fermar nel volto

talor le luci di pietade accese:

onde il pagan, che da lo stral fu colto

altre volte d’Amor, certezza prese,

non che speranza, che la donna bella

non saria a’ suo’ desir sempre ribella.

[20] Cioè da quello che Lacan chiama Codice Simbolico o anche Codice Castrante, nel senso che limita con le sue ‘finite’ rappresentazioni e prescrizioni ogni spazio per la Differenza del singolo (che oggi sappiamo essere un dato genetico per il fatto che la copiatura del doppio DNA è sempre imperfetto, cioè portatore di differenze rispetto ai geni d’origine).

[21] Dopo averlo assistito e curato dalle ferite, sottolinea Ariosto, Angelica

Più lunge non vedea del giovinetto

la donna, né di lui potea saziarsi;

né, per mai sempre pendergli dal collo,

il suo disir sentia di lui satollo.

E per rinforzare la critica al platonismo il poeta rafforza il fatto che l’amore della donna sia carnale, ricorre a  metafore proprie della gastronomia (saziarsi e satollo senz’altro rinviano allo stomaco – quindi alla bassa corporeità – piuttosto che alla mente –quindi all’alto spirito)

[22] Questa passione di donna però non nasce d’un tratto come in Mandricardo: la vicinanza è fondamentale certo, ma a decidere è la durata e la continuità della vicinanza; in effetti le ferite di Medoro richiedono lunghe cure ed è proprio questa assistenza che rende A. sempre più ‘accudente’ nei confronti del giovane, fino a provarne una progressiva infatuazione.

[23] Se di disio non vuol morir, bisogna

che senza indugio ella se stessa aiti:

e ben le par che di quel ch’essa agogna,

non sia tempo aspettar ch’altri la ‘nviti.

Dunque, rotto ogni freno di vergogna,

la lingua ebbe non men che gli occhi arditi:

e di quel colpo domandò mercede,

che, forse non sapendo, esso le diede

[24] Formalmente e ‘villanamente’ condotto dai pastori che li ospitavano

[25] Se vogliamo, questa scrittura su pietra può essere considerata una ‘lettera d’amore’: solo che nasce proprio in praesentia e non in absentia amantis, con lo scopo di comunicare non già Amore alla donna (attaccata al collo mentre sta scrivendo) ma la propria Vittoria ai Grandi competitori, quelli che per l’occasione, A. apostrofa con sarcasmo, per sottolineare l’inanità delle loro teorie, :

O conte Orlando, o re di Circassia,

vostra inclita virtù, dite, che giova?

Vostro alto onor dite in che prezzo sia,

o che mercé vostro servir ritruova.

Mostratemi una sola cortesia

che mai costei v’usasse, o vecchia o nuova,

per ricompensa e guidardone e merto

di quanto avete già per lei sofferto.

[26] Mimesis direbbe l’antropologo Renè Girard, cioè ’imitazione’. La scoperta dei neuroni specchio sembra confermare davvero che a ‘fare’ (dare forma al) singolo individuo umano (e non solo..) sia proprio (a partire dal momento della nascita fino alla morte) la ‘ripetizione’ (nel senso proprio di imitazione) di gesti e segni che emergono dall’ambiente di vita. Per Girard questa ripetizione innesca – secondo la logica della ricerca di ‘supremazia’ per la sopravvivenza, prima il fenomeno della pura e semplice imitazione (faccio quello che fai tu , visto che funziona), e poi quello della emulazione (ovvero della competizione; quello che fai tu lo posso fare meglio io)

[27] In fondo qui si potrebbe intravedere una sorta di anticipazione del discorso di Hegel sulla relazione Servo-  Padrone: in fondo prima o poi il servo a forza di stare col padrone e subirlo, lo imita, ambisce a farsi cioè Padrone. E in questo caso padrone della Donna, simbolo appunto di qualità personale.

Pubblicato da bruno nasuti

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