Premessa
È uno di quei rari autori per cui parlare del Bello significa inevitabilmente parlare di etica, attenzione, sofferenza, ironia, fallimento. E soprattutto: parlare di forme che cercano di contenere un mondo che trabocca. In generale possiamo identificare i punti chiave della sua azione attraverso questa tabella
| fase | Forma | Tipo di Bello | Tensione interna |
| Racconti | Frammento | Bello come attenzione | Ironia vs sincerità |
| Romanzo | Sistema | Bello come complessità | Intrattenimento vs profondità |
| Incompiuto | Frammento-sistema | Bello come resistenza | Noia vs significato |
Nella sua sperimentazione Wallace davvero anticipa il nostro mondo iperconnesso, distratto, ansioso: ponendosi fuori degli sciami del Levigato, ovviamente costruisce un Bello etico, non estetizzante: un invito cioè non a godere nella distrazione, nel Finito, ma a godere nel guardare, sentire, restare.
Il suo è un Bello che non consola: attiva. Ma con una evoluzione di ricerca che passa dall’idea del Bello come precisione percettiva a quella del Bello come forma della sproporzione
1
È nei racconti (Girl with Curious Hair, Brief Interviews, Oblivion) che Wallace esprime un’idea di Bello come precisione percettiva: vedere il mondo senza filtri, senza scorciatoie. Ma questa precisione è subito corrosa dal rumore mentale, dalla nevrosi, dall’ironia che implode.
Di fatto nei racconti il Bello è atto di guardare davvero (la “cura” come forma di grazia), lotta contro l’automatismo. L’estetica coincide allora con la vulnerabilità. La forma breve del racconto è adottata come laboratorio di fratture[1]
Brief Interviews è il punto in cui il Bello diventa interrogazione senza risposta: il vuoto lasciato dalle domande è più eloquente delle risposte: è un Bello negativo, quasi apofatico, ciò che non si può dire ma solo circumnavigare.[2]
2.
Il BELLO come sproporzione: la forma romanzo (Infinite Jest)
Qui Wallace tenta il salto: costruire un Bello sistemico, un organismo narrativo che funzioni come una rete neurale, un ecosistema, un’America iperconnessa e disperata.
Nel romanzo il Bello è eccesso come forma (la lunghezza, le note, le digressioni), complessità come etica (il lettore deve lavorare, deve partecipare), dipendenza come metafora estetica (ciò che ti attrae ti distrugge) e comunità come possibilità di fragile redenzione
Qui il Bello non è più “ciò che appare armonico”, ma ciò che resiste alla semplificazione. È un Bello ruvido, pieno di attrito, che ti costringe a rallentare, a inciampare, a pensare.
Wallace lo dice in varie interviste: il romanzo deve essere un luogo dove il lettore “si sente meno solo”. Il Bello diventa relazionale.[3]
3.
Il BELLO come fallimento necessario: l’incompiuto: The Pale King
Questo è il punto più interessante: qui il Bello diventa genealogia dell’attenzione, un’estetica del quotidiano, della noia, dell’amministrativo, del quasi-nulla.
Nell’incompiuto il Bello è la lotta contro l’entropia dell’attenzione: bello è cioè l’essere capaci di porsi problemi, di darsi il Compito Morale (da homo sapiens) della concentrazione, del lavoro invisibile con cui rilevare ‘puntini’ per cercare di connetterli.
Cercare la connessione comporta ovviamente che La forma-frammento come le verità del mondo contemporaneo emergono solo da forme – frammento, non dalla linea dritta di presunte ontologiche certezze.
Di fatto The Pale King è un’estetica del quasi, del non-finito, del tentativo. Il Bello non è più un risultato, ma un processo: un esercizio spirituale laico. È un Bello che coincide con la resistenza: un resistere alla distrazione, alla depressione, al rumore, alla tentazione del ridurre il complesso a una linea, una qualunque (ideologica, psicologica, passionale, artistica, consumistica, patologica, stilistica…).
INFINITE JEST
In questo romanzo certamente lo scrittore va oltre il postmoderno, entra nella logica del XXI secolo: in questo libro i personaggi oscillano, mai puri, sempre in tensione. E questa oscillazione è esattamente ciò che definisce la condizione dell’uomo che vive nella società del Flusso.
Wallace in questo romanzo strano intercetta un mondo in cui l’informazione è eccesso, l’attenzione è frammentata, l’identità è multipla e instabile, il desiderio è catturato da media e dipendenze e quindi la narrazione non è più lineare ma reticolare
È già la condizione del Flusso: continuità senza direzione, rumore che diventa ambiente, levigato che anestetizza, ruvido che riattiva.
Questa oscillazione è ovviamente nella stessa struttura del romanzo che presenta elementi del postmoderno come del flusso strictu sensu.
- Da un lato c’è la messa in evidenza della natura artificiosa dell’opera che non nasce certo da emozioni o passioni o ispirazioni: la sua Struttura è iper-costruita, con addirittura un ampio apparato di note a piè di pagina (in effetti a fine narrazione) come in un saggio; e molto complesso è il suo montaggio (ci sono almeno sei trame che s’accavallano e si intrecciano in modi più o meno allusivi). In tal modo Wallace mostra che l’agire umano è sempre una mediazione tra il Soggetto (quale poi?) e la realtà (quale ? culture or nurture?) : l’azione artistica non consiste nel rendere trasparente la struttura del reale, ma nel costruirla.
Il romanzo poi evita accuratamente l’illusione tranquillizzante delle trame moderne centrate su un preciso tema, su una sola vicenda: sport, filosofia, pubblicità, dipendenze, geopolitica, sitcom, tecnica, eros sono solo alcuni dei temi portanti delle varie trame che danno sostanza al racconto (ai racconti). In una realtà sociale cos’ fluttuante non ci sono forme artistiche che possano in qualche modo consentire di attraversarlo, se si affidano ancora ai tradizionali generi , ai tradizionali registri.
Essi non sono in grado di identificare il sovraccarico informativo di oggi, il Rumore, che disgrega ogni progetto di unità di soggettività coerente ad opera di mai finite digressioni, della molteplicità di voci contraddittorie che animano gli sciami, le onde, i flussi della comunicazioni che hanno sostituito le Verità… in effetti Infinite jest mira a proporsi come modello che simula la saturazione cognitiva contemporanea, saturazione oggi ossessiva a forza di info sfera, info spazio, AI…
Quindi la scrittura, l’arte, la cultura non è altro che selezione e combinazione di quel che c’è già nell’archivio infinito dell’hoo sapiens che si è costruito come genere speciale quando ha scoperto la propria potenzialità simbolica, la propria possibilità di ‘creare’ egli stesso il Mondo, con le parole, i pennelli, i suoni,i gesti, le macchine, le regole sociali, con le relazioni.
- Wallace però non si ferma qui: usa il postmoderno contro se stesso, per cercare una via d’uscita etica ed emotiva proponendo il racconto, l’esistenza come una oscillazione perpetua tra levigato e ruvido.
Da un lato il Levigato È tutto ciò che anestetizza, intrattiene, liscia la complessità: l’“Intrattenimento” letale, la televisione come flusso continuo, la lingua pubblicitaria, la perfezione tecnica del tennis d’élite, la lucidità clinica delle descrizioni. Insomma è l’iper-perfezione che diventa prigione.
Dall’altro il Ruvido cioè ciò che resiste, che graffia, che riporta al reale: il dolore fisico e psichico dei tossicodipendenti, la fatica del corpo nello sport, la balbuzie, le disfluenze, le rotture linguistiche, le relazioni imperfette, vulnerabili, la scrittura che inciampa, devia, si sporca. Il ruvido è l’attrito che restituisce umanità.
Se è vero che il levigato minaccia di inghiottire tutto, ebbene il ruvido è l’unica forma di salvezza possibile.
In ogni caso Infinite Jest è già oltre il postmoderno, propone una narrativa che dà la misura del Flusso: Wallace anticipa la condizione digitale pur non essendo ancora immerso nel web come lo conosciamo oggi.
Innanzitutto propone una struttura iper-testuale nel senso che accanto alla tessitura tipica di un romanzo (anche modernista, con poco rispetto della linearità temporale e spaziale) immette anche note come fossero dei link che consentono di espandere ulteriormente le vicende a partire da singoli dettagli, che funzionano come finestre che una volta aperte portano ad altri mondi.
Sul piano tematico poi, Wallace addensa il racconto di elementi tipici della società del flusso, come la frammentazione dell’attenzione, la dipendenza da stimoli continui, la gamification delle identità come avatar (tennisti, tossici, performer), nonché la saturazione informativa come fonte fondamentale dell’ economia dell’intrattenimento totale
È un romanzo che simula anche la mente in stato di flusso, oscillante tra iper-connessione e isolamento, euforia e depressione, controllo e perdita di controllo, levigato e ruvido
Infinite Jest quindi è una sorta di mappa della transizione dal moderno al modernismo al postmoderno al flusso.
Codice
POSTMODERNO → (Artefatto, Mescolanza, Rumore, Riuso)
↓
FLUSSO → (Iperstimolo, Frammentazione, Dipendenza, Ruvido/Levigato)
Wallace sta esattamente sulla soglia: usa gli strumenti del postmoderno per raccontare la nascita della soggettività fluida del XXI secolo.
Se volessimo tradurre Infinite Jest nella tua coppia concettuale: è il romanzo del Levigato che implode e del Ruvido che tenta di salvarci.
2
PERSONAGGI
A – HAL INCANDENZA
Levigato fuori. Mostra nelle relazioni sociali una identità costruita come interfaccia più che come persona: mostra di fatto una superficie liscia, “funzionale”, socialmente accettabile grazie a un controllo emotivo quasi patologico. Si esprime con un linguaggio iper-competente, tecnico, enciclopedico, puntando a realizzare performance perfette: come studente è un modello, come tennista è uno disciplinato. Il levigato in Hal è maschera, un’interfaccia ottimizzata per funzionare nel mondo dell’Accademia e della famiglia Incandenza.
Ma dentro è più che Ruvido come mostra la prima scena del romanzo (quella della visita dal medico) in cui va in crisi di comunicazione: l’interiorità nascosta piena di caos e di rumore lo rende incapace di ‘sentire’ davvero emozioni e gestirle in qualche modo, per cui semplicemente diventa succube dell’ansia, e del panico, quando gli schemi da tempo rodati incontrano una situazione imprevista. La dissociazione di fondo gli procura una dipendenza nascosta
Il ruvido è il reale che preme, che incrina la superficie. Hal è il personaggio che più incarna la tragedia del levigato: la superficie funziona, ma l’interno implode.
B – DON GATELY
Provato dai fallimenti dell’esistenza, si mostra Ruvido nell’ etica, Levigato come tentazione
I segni del Ruvido sono il corpo ingombrante, carico di ferite che rinviano ad una storia di violenza (faceva il ladro) di dipendenza (acidi e sostanze di tutti i tipi), e di sensi di colpa. Il suo è il linguaggio semplice, diretto, non levigato della gente che non ha imparato le ‘buone maniere’ ma sempre avuto a che fare con la fatica quotidiana del sopravvivere, con la disciplina imposta dalle circostanze e col dolore. Tutte le sue relazioni (dentro e fuori la Hennety) sono imperfette. Sempre umane: lui, persona senza protocolli, tratta gli altri (tutti, indipendentemente dal ceto e dall’appartenenza9 in modo umano, cioè reagendo in modo diretto (parolacce a volte) a seconda di quanto le circostanze favoriscono. Lui non liscia le asperità delle cose e delle persone, non le anestetizza – come sperimentato nel passato con le droghe – le affronta oramai, e attraversandole ne riemerge ancor più ruvido per l’attrito ma meno dipendente dal contesto, meno prono alla tentazione del Levigato.
Dal passato riemerge , facile, a portata di mano, nei momenti di maggior sofferenza, quando cresce il desiderio di ‘ non sentire’, aumenta la fascinazione dell’anestesia (sostanze, oblio): in fondo vive pur sempre in un ambiente che pullula di persone che combattono con fatica contro la pressione di un mondo che vuole semplificare, lisciare, cancellare il dolore
Gately è certamente il personaggio che più rappresenta la resistenza, anzi la volontà di resistere al levigato. È ruvido non come difetto, ma come etica del reale.
C – JOELLE VAN DYNE (Madame Psychosis)
È la donna che naviga esitante tra le convenzioni della donna bella (che deve essere perfetta, fino ad essere “troppo perfetta”, cioè Levigata come una maschera) e le fragilità emotive nascoste
Il Levigato in lei si manifesta nella voce radiofonica ipnotica, nella maschera (fisica e simbolica) dell’immagine che affida all’immagine il ‘dovere’ di catturare l’altro e anestetizzare l’incertezza, nell’“Intrattenimento” stesso, che è la forma estrema del levigato
Insomma del Levigato Joelle è l’icona: la bellezza come arma, come schermo, come trucco che nasconda il trauma familiare, le verità del corpo e della sofferenza, la dipendenza.
Il ruvido in Joelle è ciò che la maschera tenta di proteggere. È il personaggio che più mostra come il levigato sia spesso una difesa contro l’insopportabile.
I tre personaggi finiscono per proporsi come una esemplificazione della triade hegeliana Oggetto/Soggetto/Sintesi:
- Hal che si appiattisce tutto nel Codice Castrante che impone al singolo competenza e performance e come conseguenza vive la dipendenza come pratica di terapia che provoca però dissociazione (panico, implosione quando la regola on funziona)
- Joelle che fa emergere in modo eclatante la sua fragilità emotiva quotidiana proprio nella pratica di una estetica da costruire, nella trappola della dipendenza dalle ferite, dalla sua storia di persona che poco si sa adattare al copione, che lo fa in modo ‘affettato’.
- Gately che attraversa le contraddizioni del Codice che impone copioni e se ne ritrae come un cavalier cortese che emerge dalla foresta sconfitto ma più forte , più padrone delle proprie scelte , ormai consapevole della necessità di accettare la propria vulnerabilità e di potersi costruire una identità con il LABOR.
Ovvero incarnano tre modalità del Flusso:
Hal → Flusso Levigato: iperfunzionalità che collassa
Gately → Flusso Ruvido: attrito come forma di verità
Joelle → Flusso Ambivalente: levigato come schermo, ruvido come nucleo
Il lettore si trova ben disposti davanti a sé tre ‘modelli’ con cui avvertire i caratteri della soggettività contemporanea, on più unitaria, ma oscillante, stratificata, intermittente.
D
Naturalmente tanti altri sono i personaggi, di cui possiamo provare a scandagliare la struttura costruita da Wallace per arricchire l’idea fondamentale della contemporaneità come Flusso, come ondeggiamento costante tra superficie e profondo, tra recitazione e sincerità, tra piacere e sofferenza.
- Ad esempio ORIN INCANDENZA, il fratello maggiore di Hal, oscilla tra il Levigato della seduzione e il Ruvido della Rimozione: ha il corpo perfetto del bravo atleta che sa dar spettacolo, usa questa immagine consapevolmente per acquistare autostima, esercitando la seduzione in modo seriale, ritualizzata, quasi algoritmica, grazie anche ad un linguaggio fluido, adattivo, performativo. Insomma il perfetto esempio della vita costruita come brand personale capitale di sé stesso, il personaggio più “levigato” in senso contemporaneo: un influencer ante litteram, un soggetto che vive nella superficie.
Ma sotto questo brillare della superficie , ha paura del contatto reale, anche grazie ad un trauma familiare non elaborato: insomma sempre in mezzo alle donne, ma vive una solitudine profonda, in cui la compulsione seduttiva e sessuale è la vera anestesia che copre la fragilità del Sé, il vuoto che sente sempre. È il personaggio che mostra come la superficie possa diventare una forma di fuga
– MARIO INCANDENZA
In lui la presenza di un corpo imperfetto, di una ingenuità assoluta ne fanno un esempio estremo di Ruvido come grazia: semplicemente per lui il Levigato appare il Limite stesso dell’umano, quella incapacità di superare i limiti della natura che ti dà queste o quelle caratteistiche. È un v.ero e proprio monstrum alla latina, cioè un essere assolutamente non ‘medio’, non simile alla ‘norma’: la sua anomalia estrema (fisica e emotiva) è probabilmente metafora di quella ‘grazia’ appunto che ognuno di quelli che chiamiamo homo ha in dote, prima di essere in qualche modo chiamato ad essere ‘normale’ ad adeguarsi a quelle ‘norme’ socilae di levigato che ci rendono contorsionisti doloranti
Il ruvido, s’è detto, si manifesta nel corpo imperfetto e vulnerabile, nello sguardo ingenuo ma lucidissimo, nell’etica della cura, dell’ascolto, della presenza rispetto all’altro, nella creatività artigianale, non levigata che lo avvicina e lo allontana dal padre ingegnere (il suo essere faber non ha bisogno di teorie ma solo si pratca, di scontro puro con la materia da manipolare).
Mario è il personaggio più ruvido-positivo del romanzo: non è ferito dal ruvido, è ruvido come forma di verità, proprio perché – come detto – in lui il Levigato è quasi assente: rifiuta la performance, la seduzione, la maschera, preferisce mantenere la sua “imperfezione” che lo salva dal Flusso al punto che tra tutti i personaggi del romanzo è l’unico personaggio che non implode. È la prova che il ruvido può essere una forma di grazia.
- AVRIL INCANDENZA
La madre dei tre fratelli Incandenza è il levigato istituzionale: la superficie in lei è Potere, ordine, controllo che dà stabilità al Mondo (quello che è già stato edificato da altri, e di cui lei gestisce il funzionamento: la famiglia, l’accademia). tutto quel che non rientra negli schemi previsti, l’imprevisto, è causa di incertezza cioè di pericolo, una minaccia che procura instabilità. Ha un amanate , ma organizzato entro una routine che lascia brillare la superficie…
Il suo levigato si rende chiaro nella perfezione domestica, sociale, materna: è iper-competente, iper-presente, iper-funzionale. Ricorre ad un linguaggio diplomatico, liscio, senza attrito che si adatta all’ immagine che vuol comunicare alla società di madre impeccabile, quasi istituzionale. In effetti è abile nella gestione delle emozioni come una manager.
Naturalmente, sotto la superficie , anche Avril vive il Ruvido: ha desideri repressi, relazioni ambigue, ansia di fallimento nel contenere il caos familiare; insomma fragilità nascosta dietro la performance. Il ruvido in Avril è ciò che non può permettersi di mostrare. È la figura che incarna la tirannia del levigato.
- MICHAEL PEMULIS
Ruvido come ingegno, Levigato come strategia
Possiede un linguaggio sporco, diretto, aggressivo, un corpo non atletico, ed è segnato dalla marginalità sociale e culturale: una intelligenza “di strada”, tattica, ruvida, e usa sostanze come parte del suo ecosistema
Pemulis è il ruvido tecnico: l’intelligenza che nasce dall’attrito, non dalla disciplina.
Ha d’altra parte una forte componente di levigato: sa manipolare sistemi complessi, elaborare strategie, calcoli con precisione, al punto da saper costruire piani perfetti (ma moralmente ambigui) e mostrare momenti di lucidità quasi “ingegneristica”. Il levigato in Pemulis è strumentale, non identitario: lo usa per sopravvivere, non per definirsi.
Questi quattro personaggi completano la tipologia iniziata con Hal, Gately e Joelle. Insieme, formano una mappa antropologica del XXI secolo:
- Il levigato che seduce (Orin)
- Il levigato che domina (Avril)
- Il levigato che implode (Hal)
- Il levigato che anestetizza (Joelle)
- Il ruvido che salva (Gately)
- Il ruvido che illumina (Mario)
- Il ruvido che ingegna (Pemulis)
È una vera genealogia della soggettività nel Flusso.
3
TEMI
ESCHATON
Il “gioco strano” degli studenti dell’ETA in Infinite Jest — Eschaton — è uno dei dispositivi più densi di Wallace, e funziona come una vera metafora antropologica del game e del play, quasi un laboratorio di Huizinga, Caillois e Bateson dentro un campus di adolescenti iper-performativi.
Eschaton è un dispositivo per capire cosa succede quando il game (regola, levigato) implode nel play (improvvisazione, ruvido).
la struttura di Eschaton, vuole mostrare al lettore contemporaneo, come le società umane – al di là delle antiche mitologie ch le vogliono di origine divina- si diano – da sé, dal basso – la struttura di una macchina levigata
Il gioco è un wargame che modella la guerra termonucleare globale, con Regole rigidissime (mappe, coordinate, calcoli balistici, turni, protocolli), Ruoli assegnati (giocatori come “nazioni”, arbitri, analisti) e tecnologia povera ma matematica complessa (palle da tennis come missili, campi come territori)
La sua Funzione formativa è propriamente quella di addestrare le ‘competenze’ di strategia, astrazione, controllo emotivo, in modo da trasformare adolescenti agonistici in “macchine razionali”: quello che attualmente mettono in atto i sistemi scolastici e non (tutti gli sport praticati fin da piccoli convogliano proprio – al di là delle differenze – proprio in questa direzione)
Eschaton nasce come game puro: un sistema chiuso, levigato, matematico, che pretende di modellare il mondo eliminando il rumore. Un po’ quello che di fatto ha diretto la cultura occidentale , anche al giorno d’oggi: la terra può, deve, esser messa-in-forma secondo il mio progetto, che è proposto come ‘naturale’ .
Capita però che – siamo in una realtà che vede in effetti dominare il Ruvido- a volte il play irrompe e distrugge il game: il momento chiave ovviamente capita quando un giocatore lancia una palla fuori dalle regole, e gli altri reagiscono non come giocatori, ma come corpi, quando cioè non regole ma emozioni sovvetono le gerarchie ed emergono altri ordini, quelli ‘emergenti’ non previsti dallo schema chiuso iniziale.
La reazione fondamentale è che I ragazzi confondono la simulazione con la realtà: e la violenza da simbolica si fa fisica.L’arbitro (Otis P. Lord) perde il controllo e il gioco collassa in una rissa.
Perché crolla?
Perché Eschaton(il Mondo in generale dunque) è costruito su un’illusione: che gli esseri umani possano comportarsi come algoritmi.
Il corpo, l’affetto, l’ego, la rabbia — tutto ciò che il game tenta di espellere — ritorna come forza ruvida che rompe la levigatezza del sistema.
È un esempio perfetto di ciò che Caillois chiamerebbe il rischio di corruzione del ludus da parte della paidia.
Metafora antropologica: game vs play
A ben pensare quindi Wallace propone propone con Eschaton una sorta di laboratorio di antropologia: sta facendo molto più che raccontare un gioco strano, sta mostrando come funzionano gli esseri umani quando tentano di vivere dentro sistemi troppo rigidi.
Insomma l’umano oscilla tra Il levigato idealizzato del game (Regola, Razionalità, Controllo, Astrazione. Ordine, Prevedibilità, Ego disciplinato: cioè Escaton, che vuol dire Direzione, orientameno, Teleologia, Risultato) e il ruvido emergente del play ( in cui domina il Corpo con i suoi Impulsi che determinano un ritorno al caos della precede il sapiens, Caos segnato da relazioni personali di Affetti, Improvvisazioni, eccessi, che danno luogo ad un Ego indisciplinato(.Il play irrompe quando i ragazzi non accettano più la distanza simbolica tra gioco e mondo.
Eschaton è allora davvero antropologia del contemporaneo
Come nelle società iper-mediate, il confine tra rappresentazione e mondo si dissolve. Eschaton è un modello del mondo che diventa mondo, che ha un punto cieco inevitabile: la presenza stessa dell’umano ( a cui vuol rimediare oggi l’AI): ogni sistema complesso che tenta di espellere il corpo finisce per essere sabotato dal corpo stesso.
In particolare è l’agonismo che viene istituzionalizzato nel sistema ideologico degli USA, come una vera e propria religione: gli studenti sono addestrati a vincere, non a giocare. Il gioco diventa ideologia, e quindi è destinato a implodere.
Ma con Eschaton Wallace vuole mostrare anche la fragilità delle istituzioni simboliche perché mostra che le regole funzionano solo se tutti accettano la finzione e basta un gesto fuori-script per far crollare l’intero edificio.È un’anticipazione della crisi delle “grandi narrazioni” e dei sistemi chiusi. Ma anche delle derive colonialiste degli ultimi anni sionisti-trumpiani.
Riepiloghiamo per sommi capi la questione :
| Livello | Game (levigato) | Play (ruvido) | Esito |
| Ontologico | Simulazione | Corpo | Implosione |
| Sociale | Ruoli | Ego | Rissa |
| Cognitivo | Strategia | Impulso | Caos |
| Politico | Ordine | Sovversione | Collasso del sistema |
| Antropologico | homo ludens | Homo faber emotivo | Rivelazione del limite |
Eschaton insomma è un modello del mondo contemporaneo: un sistema che pretende di essere perfetto, ma che non sa cosa fare quando l’umano — il ruvido, il non-lineare, il desiderante — entra in scena.
È un capitolo che parla di
- fallimento delle simulazioni,
- limiti dell’astrazione alla Cartesio (AI),
- ritorno del corpo (alla Spinoza e oltre),
- fragilità dei sistemi complessi, confusione tra realtà e modello
È, in fondo, un trattato di antropologia del gioco travestito da scena comica.
[1] Wallace costruisce uomini che parlano troppo e male: spiegano, razionalizzano, giustificano. La loro voce è un loop.
Esempio (BI #46):
“I wasn’t lying. I was just giving her the version of myself I knew she wanted.”
Qui la mascolinità tossica non è gridata: è auto-narrata. L’uomo non è un villain: è un soggetto che non sa più distinguere tra verità e performance.
🪞 2. L’uomo come specchio deformante
Le interviste sono monologhi: la donna non parla mai. Questo silenzio è un dispositivo etico.
La voce maschile diventa:
- un eco che non trova risposta
- un vuoto che rivela la sua incapacità di ascoltare
- un teatro dell’ego
Wallace non giudica: mostra. E mostrando, smonta.
🎭 3. La mascolinità come performance
Molti uomini delle BI parlano come se fossero in un’audizione. Cercano di apparire intelligenti, sensibili, profondi.
Esempio (BI #20):
“I wanted to be loved, but I didn’t want to have to be seen.”
È una confessione che sembra vulnerabile, ma in realtà è un modo per controllare la narrazione. La vulnerabilità diventa un gesto performativo.
🧨 4. Il dispositivo dell’ironia che implode
Wallace usa l’ironia come un bisturi: prima seduce, poi incide.
Molti uomini parlano con un’ironia brillante, ma questa brillantezza si rivela:
- difesa
- narcisismo
- incapacità di sostenere il dolore altrui
La mascolinità tossica qui non è violenta: è evasiva.
🧩 5. La struttura stessa del libro smonta la mascolinità
Le “interviste” sono:
- senza domande
- senza contesto
- senza volto
L’uomo parla nel vuoto. E nel vuoto si rivela.
È un dispositivo quasi fenomenologico: la mascolinità appare come costruzione discorsiva, non come essenza.
🔥 6. Il punto etico: la voce maschile come sintomo
Wallace non demonizza l’uomo: lo mostra come prodotto di un sistema. La tossicità non è un tratto individuale: è un pattern.
I suoi uomini:
- vogliono essere ammirati
- temono l’intimità
- confondono desiderio e potere
- parlano per non sentire
La voce maschile diventa un campo di battaglia tra:
- bisogno di essere amati
- paura di essere visti
🧭 7. Una mappa operativa (alla tua maniera)
| Funzione della voce maschile | Effetto | Smontaggio |
| Auto-narrazione | L’uomo si giustifica | Rivela il narcisismo |
| Monologo | La donna sparisce | Mostra l’incapacità di ascolto |
| Ironia | Protezione | Mostra la fragilità |
| Confessione | Performance | Smonta l’autenticità |
| Linguaggio tecnico/psicologico | Controllo | Mostra la paura |
[2] Qualche citazione dalla “Brief Interview #20” (BI #20) 1 Un uomo parla della propria incapacità di sostenere l’intimità:“I wanted to be loved, but I didn’t want to have to be seen.”È una delle frasi più emblematiche dell’intero libro: il Bello come paura della trasparenza. 2. (BI #46) Qui Wallace mostra la logica distorta dell’uomo che razionalizza il proprio narcisismo:“I wasn’t lying. I was just giving her the version of myself I knew she wanted.”Il Bello diventa maschera, performance, auto-fiction quotidiana.3. Da “The Depressed Person” Uno dei racconti più feroci e compassionevoli:“The depressed person was in terrible and unceasing emotional pain.”La frase è volutamente piatta, clinica: il Bello come spogliazione, come rifiuto dell’enfasi.4. Da “Forever Overhead” Un racconto di iniziazione, forse il più “levigato” del libro:“You are thirteen and the edge is everything.”Qui il Bello è soglia, crescita, vertigine.5. Da “Adult World”Sul desiderio e la sua goffaggine:“She wanted to be wanted in a way she could finally believe.”Il Bello come convalida, come bisogno di essere confermati dall’altro. 6. Da “Octet” Il testo più meta-letterario, dove Wallace parla direttamente al lettore:“Try to be genuine.”Tre parole che sono un manifesto estetico ed etico.
[3] Le varie trame di Infinite Jest: 1. La trama della famiglia Incandenza (Asse: genio, fallimento, eredità). James O. Incandenza, fisico e regista sperimentale, fonda l’Enfield Tennis Academy, ma è ossessionato dal creare un film perfetto, “Infinite Jest”, talmente piacevole da rendere chi lo guarda totalmente dipendente.Muore suicida infilando la testa in un microonde modificato.I suoi figli — Hal, Mario, Orin — incarnano tre risposte diverse all’eredità paterna:Hal ha talento e depressione mascherata, Mario è innocenza e cura, Orin è fuga e narcisism. Il Senso del filone è che il Bello consiste nella sproporzione, e che il genio implode. 2. La trama della Ennet House (la comunità di recupero) (Asse: dipendenza, vulnerabilità, redenzione): la figura che emerge è quella di Don Gately, ex ladro e tossicodipendente, ora operatore della casa di recupero; ovviamente tutti i residenti lottano con dipendenze, traumi, compulsioni.La vita quotidiana è fatta di riunioni AA, ricadute, confessioni, micro-eroismi. È Gately che infine diventa il centro morale del romanzo: un uomo che tenta di restare vivo senza anestetizzarsi. Il tutto p metafora della nostra società che vive di ‘dipendenza’, che cerca di sottrarsi, di distrarsi, di non eseguire i compiti, le funzioni assegnate dall’alto..Senso del filone: il Bello come resistenza. 3. La trama del film “Infinite Jest” (The Entertainment)(Asse: piacere, annichilimento, potere). Il film è così irresistibile che chi lo guarda perde ogni volontà: è ricercato da varie agenzie governative e terroristiche. Perché è da cose del genere che deriva il Potere. La domanda centrale per il lettore è : che cosa succede quando il piacere diventa totale? In che consiste infine la juoissance, il senso stesso del ‘vivere? Il film è chiaramente anche un messaggio cifrato sulla situazione della nuova società mediatica, o dell’informazione.Senso del filone: il Bello come pericolo. 4. La trama politico-terroristica (ONAN, Québec, servizi segreti)(Asse: geopolitica, parodia, paranoia) L’America, il Canada e il Messico formano l’ONAN, ma c’è Il Québec indipendentista (Les Assassins des Fauteuils Rollents)che rifiuta la sottomissione agli Usa e vuole usare il film come arma per diffondere una idea del reale anti potere. Gli agenti governativi cercano di impedirlo, ma tutta la scena geopolitica si mostra come ricerca di intrttenimento (distrazione) e sorveglianza poliziesca (lontano da ogni problema etico morale o di cura). Senso del filone: il Bello come manipolazione. 5. La trama dell’Enfield Tennis Academy (ETA) (Asse: disciplina, competizione, adolescenza). Hal e gli altri studenti vivono in un ambiente iper-competitivo (game vs play): il tennis diventa metafora della pressione, dell’ansia, della ricerca di perfezione, dell’ideologia del Vincere, dell’individuo imprenditore di se stesso. E l’ETA è un laboratorio di identità: ragazzi che cercano di diventare adulti senza crollare, inventandosi soluzioni altre, a partire dalle droghe. Senso del filone: il Bello come sforzo. 6. La trama nascosta: il futuro non raccontato (Asse: ellissi, montaggio, ricostruzione). Il romanzo inizia dopo la fine e finisce prima dell’inizio. Il lettore deve ricostruire:la caduta di Hal, la morte di Gately (o la sua resurrezione morale), il destino del film, il ruolo di Mario come possibile “ponte” tra i mondi. Senso del filone: il Bello come vuoto da colmare.
Mappa di sintesi
| Filone | Tema | Funzione estetica |
| Famiglia Incandenza | Genio e fallimento | Sproporzione |
| Ennet House | Dipendenza | Resistenza |
| The Entertainment | Piacere assoluto | Pericolo |
| Politica/terrorismo | Parodia del potere | Manipolazione |
| ETA | Adolescenza e disciplina | Sforzo |
| Ellissi finale | Montaggio mancante | Vuoto |
