IL DECAMERON E LA MODERNITA’

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DECAMERON e la MODERNITA’

La peste e l’Allegra Brigata, cioè la natura complessa e le Cornici dell’uomo.

Boccaccio anticipa, con lucidità sorprendente, ciò che dal Cinquecento in poi diventerà ideologia dell’uomo faber, dell’ordine umano costruito, dell’“industria” come fondamento del mondo moderno.

Tesi forte:

La cornice del Decameron non è solo un dispositivo narrativo: è la prima rappresentazione consapevole di un mondo umano che si costruisce da sé, senza ricorso al sacro, senza attesa di salvezza, senza teleologia.

È la nascita del Mondo moderno come opera.

1.1. La peste: il collasso del sacro

La peste nel Proemio è:

  • fallimento della Chiesa come tecnologia del senso
  • fallimento della comunità tradizionale
  • fallimento della natura come ordine provvidenziale

👉 È il punto zero della modernità: il sacro non risolve il male.

La donna e la chiesa come analisi del male insolubile col sacro. Boccaccio lo mostra con chirurgica lucidità: il sacro non è più un dispositivo operativo.

2. La brigata: il primo “corpo politico moderno”

La brigata non è aristocrazia per nascita: è aristocrazia per mezzi, tempo, libertà, agency.

2.1. Condizioni materiali

La brigata possiede beni, servi, spazi, tempo libero, capacità di organizzare il proprio mondo

 È la prima rappresentazione letteraria di ciò che nel Cinquecento diventerà l’uomo faber: chi ha mezzi può costruire un mondo.

2.2. La libertà come privilegio conquistato

La divisione tra uomini non è più data dalla nascita, ma dal negozio, dall’industria, dall’accumulo.

È la genealogia del moderno: l’elie ci sarà sempre, ma non più secondo il modello dell’ordo medievale, bensì secondo la  gerarchia dinamica basata su capacità di produrre mondo (quel che col tempo verrà identificato col crierio di giustizia chiamato ‘merito’).

La brigata è il primo gruppo umano che, nell’Europa post classica,  vive di agency, non di destino.

3. La costruzione del Mondo: regole, successione, centro

La villa non è un rifugio, come appare ad una lettura di tipo ‘sentimentale’: o meglio lo è, ma mostra che il rifugia è qualcosa che devi costruire, che non esiste da qualche parte in natura. È una esemplificazione forte del problem posing in opposizione alla semplificazione del problem solving, tipico di tutti i sistemi chiusi. Insomma la villa è un laboratorio politico.

3.1. Regole condivise

La brigata istituisce turni di governo, rituali quotidiani, norme di comportamento, limiti e spazi di libertà.  È la prima forma di contratto sociale estetico: un mondo funziona se ha regole, ma regole che gli uomini si danno da soli. È di fatto il modello di quello che sarà in seguito la Società delle Buone Maniere, il sedicente Beau Monde, che viene ancora copiato senza troppa consapevolezza a dir il vero da tutti i festival e gruppi di lettura ecc.

3.2. Successione

Ogni giorno un re o una regina: la successione è un principio politico moderno, non teologico. Cìè bisogno di un centro, ma la sua fonte è data dalla scelta intenzionale dell’uomo non da un privilegio dovuto ad un presunto contatto col sacro: perciò il centro non è Dio, non è la città, non è la tradizione, ma è la parola nella sua plastica capacità di ‘creare’ quel che non c’è, di dare valore simbolico a quello che è solo un inerte oggetto o corpo.

 4. La parola come tecnologia moderna

La formula perfetta per definire questa ‘trasgressione’ è che il tempo oltre allo spazio è costruito dallo “stile”, ovvero dalla parola, come ben sapevano i grecolatini, come sa anche la chiesa (che usa questa tecnica però per rinsaldare una struttura fissa della ripetizione e privilegio) e soprattutto i mercanti che affrontano le soprese e le risolvono quasi sempre grazie alla capacità di costruire ‘frames’ e soprattutto scipts.

La parola ‘laica’ nel Decameron è in effetti organizzazione del tempo, regola sociale, vincolo di autolimitazione, spazio per l’eccesso (maschile, imprevedibile, ingegnoso) e insomma variazione sul tema della sopravvivenza, dell’esistenza in quanto tale (proto-modernismo)

La narrazione nel Decameron assurge consapevolmente da dispositivo tecnico di siupremazia economico sociale del mercante a prima vera forma di industria simbolica: produce ordine, produce mondo, produce identità. Dante usa la parola ma di fatto immagina di essere solo una variazione della parola sacra, di parlare in nome di verità esterne all’umano per renderlo esente da errori: in Boccaccio la parola del mercante diventa lo strumento che – come mostrano in effetti già i provenzali – costruisce il Mondo degli Uomini. Humanitas insomma, umanesimo come agency lontano dalle chiese.[1]

🔥 5. L’Altro come risorsa

Un punto decisivo ma totalmente (e non casualmente) ignorato dagli studiosi del Decameron in tutti i secoli della modernità borghese: il mondo moderno nasce anche come sfruttamento dell’Altro.

Nel Decameron l’Altro è il servo, il povero, la donna (come figura ambivalente: desiderio, ingegno, rischio). Nella molteplicità variegata delle novelle (che simula pur nella Cornice delle dieci giornate la complessità delle nuove società calde emergenti) chi vince ce la fa contro il credente ingenuo, il semplice, il forestiero che appaiono come figure ‘naturali’ dell’inferiore.

Cert’è che la brigata costruisce il proprio mondo grazie alla disponibilità dell’Altro: è  la genealogia del colonialismo, del capitalismo, della modernità economica. C’è un Destino manifesto che spinge chi è dotato di qualità speciali (cultura, visione, agency) a portare in giro la ‘civiltà’, il modo con cui gli uomi senza far ricorso a Dio sanno modificare l’esistente ( a proprio vantaggio).

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Insomma il Proemio è un vero e proprio manifesto della modernità

Il Proemio del Decameron anticipa:

  • la fine del sacro come tecnologia del senso
  • la nascita dell’uomo faber
  • la libertà come privilegio conquistato (industria, negozio, accumulo)
  • la costruzione del mondo tramite regole condivise
  • la parola come forma di governo del tempo
  • la varietà come principio estetico e politico
  • l’Altro come risorsa strutturale
  • la comunità come opera, non come destino

 È il primo testo europeo che mostra la modernità come costruzione umana consapevole.

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Quale è la genesi di questa CIVILTA’  nel racconto di Boccaccio?

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 la comunità tradizionale non funziona più

Nel Proemio Boccaccio mostra che la comunità tradizionale ( il modello elaborato e applicato per secoli nell’Alto Medioevo) non funziona più: laboratores (contadini, artigiani), bellatores (nobili, guerrieri) e oratores (clero) sono semplicemente incapaci di affrontare il Disordine in atto.

Non è solo un fallimento pratico: è un fallimento ontologico. La peste rivela cheil lavoro non salva, la forza non protegge e la preghiera non funziona

Insomma il mondo medievale è inefficace davanti al caos: e la città torna a una condizione preumana, in cui emergono violenze soprusi eccidi ed eccessi di tutti contro tutti. Una catastrofe insomma un ritirni all’animal, la fine della  communitas che rende il sapiens Homo.

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Chi vede il problema? Le donne, non gli uomini: questo è il gesto più moderno di Boccaccio.

2.1. Le donne sono le prime a vedere il disordine. Mentre i machi agiscono in modo automatico ricorrendo alle solite routine ( violenza, superstizione, fuga disordinata, egoismo)  (re – agiscono in effetti), le donne invece (ovviamente alcune donne, non tutte) pro –giscono. All’inizio si incontrano come i maschi in modo meccanico ( re – agiscono) ricorrendo al rituale che presumono possa essere salvifico (la preghiera in chiesa), ma proprio stando insieme osservano l’accaduto, si accorgono che più o meno tutte concordano nell’analisi e, discutendo, confrontano soluzioni (proprio come sono solite fare in casa, come sanno che fanno padri e mariti quando devono prendere decisioni d’affari) e valutano rischi e possibilità

La prima forma di razionalità moderna rappresentata in letteratura è femminile.

2.2. Perché proprio loro?

Perché sono abituate a fare quel che i maschi poco considerano o valutano come roba da inferiori (gestire la casa, coordinare la servitù, regolare tempi e attività, soprattutto amministrare risorse per creare ordine quotidiano ‘qui e ora’). Perché hanno competenze di micro-governo che – a fronte di situazioni ingestibili – fanno diventare forme di macro-governo. Insomma nella catastrofe vedono un problema , lo analizzano e inventano una soluzione.

3. La soluzione consiste in una decisione: costruire una Cornice (un Finito)

Le donne capiscono che la città (la cosiddetta communitas) è fuori controllo (non assicura i munera promessi) perché il sacro finora immaginato come garante di quell’Ordine, non interviene: la comunità è dissolta, il caos cresce e allora formulano la prima intuizione propriamente moderna: per salvare la vita bisogna costruire un Mondo Nuovo, bisogna cioè separarsi dal Tutto (il Mondo fino ad allora praticato) e costruire un Finito limitato (come si fa quando si gioca in qualche modo), per riempirlo di cose ordinate lasciando fuori ogni rumore. Non si tratta di aspettare un ordine dato, un Messia che porti soluzioni: occorre crearlo, occorre prendersi la responsabilità di crearlo, senza avere la garanzia da nessuno che possa davvero funzionare. Si parte, si va. Si sperimenta: basta selezionare certe cose e combinarle in modo che davvero si abbia quella sicurezza ormai persa in città.

3.1. La Cornice (cioè la villa coi suoi rituali, le sue risorse, le sue regole) è di fatto il primo chiaro modello della tecnologia del Finito con cui si costruisce la cultura e la società moderna per cambiare l’esistente, per “creare progresso”.

La Cornice consente di fatto la separazione dal caos: dalla delimitazione dello spazio dipende la possibilità di creare un centro (come in geometria per un cerchio, una qualunque figura), di inventare   regole che aiutino a risolvere i problemi specifici del luogo, a dare il ritmo voluto al tempo condiviso (come del resto già fanno gli orlogi delle piazze in città).

 È la prima forma di immunitas moderna: un gruppo che si protegge costruendo un ordine artificiale.

4. La parola cambia funzione: da preghiera a progetto

La base di tutto è comunque anche qua un gesto poco considerato dai lettori ‘moderni’: le donne della brigata eliminano la parola che prega, per sostituirla con quella che ‘diverte’, che dà spazio al proprio objet petit –a (la liberazione dalla paura). La castrazione simbolica dettata dal clero viene frantumata dall’adozione laica della molteplicità delle parole di trovatori, giullari, mercanti, contadini, popolani, che consentono di mettere in scena la Molteplicità del Divenire piuttosto che l’Unicità dell’Essere. di dare spazio alle differenze insomma, senza imporre una ‘retta via’.

La parola medievale della massa che vive fuori della chiesa (ma anche dentro le corti, alcune almeno) sperimenta tante vie per affrontare e risolvere questioni: cerca, chiede, non supplica, casomai riusa il sacro. Di fatto la parola laica  destruttura, prevede, costruisce,  insomma organizza. È la nascita della parola faber: la parola che “fa” mondo.

5. La brigata come élite di immunitas, modello della contraddizione che si innerva al centro del progetto moderno di un Mondo nuovo.

La brigata è un gruppo che si separa per auto-organizzarsi, che stabilisce nuove regole e nuovi  rituali, costruisce un centro e senso tramite narrazione, e perciò si costituisce come  élite, consapevole del fatto che il proprio privilegio dipende non dall’aver ereditato un ceto sociale alla  nascita, ma dalla capacità di costruire ordine con il labor, la mente. E dopo gli equivoci delle prime signorie, è la parola più che la violenza a essere percepita come vera distinzione.

La brigata è il primo esempio di comunità non naturale o religiosa che pretende di affermare la sua  gerarchia su competenze- È la genealogia della modernità: l’ordine umano come opera, non come destino.

6. in Sintesi: cosa succede a Firenze?

Succede questo:

  1. Il mondo medievale collassa.
  2. Le donne vedono il problema prima degli uomini.
  3. Analizzano, discutono, progettano.
  4. Capiscono che il sacro non funziona.
  5. Trasformano la parola da preghiera a strumento.
  6. Inventano la Cornice: un Finito che protegge.
  7. Costruiscono una immunitas di élite.
  8. Fondano il primo laboratorio della modernità.

👉 Il Proemio è la scena originaria della modernità come costruzione umana consapevole.[2]

D

Quale, nella Cornice della Villa, il nuovo sistema di valori?

La Cornice crea un Finito, sì — ma dentro quel Finito Boccaccio mostra che l’umano non ha un’unica etica, né un’unica ontologia del Bene. Ha solo strategie, immaginazioni, imbrogli, astuzie, efficienze. Si affida alle procedure bottom up più che a quelle top down.

Questa è la vera modernità: l’etica non è un fondamento, è una parola. Il risultato è il valore massimo.

La Cornice del Decameron crea immunitas, una gerarchia, un  tempo condiviso, non un’etica.La Cornice è un dispositivo tecnico che consente di mettere in chiaro che il convivere di un fruppo di umani è di fatto una situazione aperta, che può essere descritto e costruito in tanti modi diversi: lo spazio ristretto consente cioè di contenere il caos, ma non di assumere una sola soluzione, un sistema unico di regole definite una volta per tutte. L’eccezione che è concessa ad esempio a Dioneo vuole sottolineare appunto che anche se ci si dà una regola, la si può sempre non rispettare: perché? Perché l’umano, se rifiuta il Sacro che garantisce l’Uno,il Bene assoluto,  mira proprio alla Differenza, alle Variazioni del Corpo, al godimento dell’omeostasi (per dirla con parole di oggi).

La villa dell’Allegra Brigata è il primo spazio moderno dove l’umano può sperimentare soluzioni multiple allo stesso problema.

Le novelle mostrano che, di fronte allo stesso problema (desiderio, rischio, ingiustizia, necessità), l’umano può immaginare, ingannare, negoziare, imbrogliare, aggirare, sedurre, inventare, fare violenza (ultima ratio, ma sempre presente). Non c’è un’unica via o un’unica morale garantita da un’unica ontologia del Bene.

L’umano è polimorfo, non normato come vorrebbe nel mondo medievale l’etica clericale dominante, che si propone come traduzione morale dell’ordine naturale garantita qui in terra da una gerarchia (la Chiesa in tutte le sue strutture, gli oratores) che guida ad una meta certa ed eterna. Questa teleologia ultraterrena naturalmente favorisce nei laboratores (ed anche nei bellatores) l’accettazione dell’esistente, con le sue asimmetrie e privilegi. E le virtù fondamentali sono l’umiltà e l’ubbidienza.

Nel Decameron l’etica invece diventa da ontologia , solo una parola cioè una convenzione che crea vincolo sociale stabilendo dei limitei che non sono fermi per sempre ma  negoziabili in rapporto al variare delle situazioni. Insomma l’etica si manifesta come un dispositivo di convivenza totalmente umano: non è più un fondamento, ma uno strumento.

 È la nascita dell’etica moderna dell’homo faber: il Bene non è ciò che è vero (rispecchia una ontologia sacra, ma ciò che funziona. Ecco in effetti che emerge il valore massimo della nuova borghesia che costruirà tutte le società contemporanee, l’efficienza. Il nuovo ceto emergente, la borghesia mercantile del tardo medioevo, non cerca il Bene in quanto tale, ma  il risultato.

Le novelle sono piene di soluzioni rapide, astute,  efficaci,  economiche (nel senso che che massimizzano il vantaggio) sulla base sempre dello stesso criterio: funziona? produce un risultato? genera un vantaggio?

È da qui che parte l’etica delle società digitali contemporanee: efficienza, utilità, rapidità, ottimizzazione.

La logica del Decameron è la stessa delle piattaforme digitali, nel senso che dall’una e dall’altra parte non abbiamo ontologie del Bene ma solo alcune regole operative come , ad esempio:

soluzioni multiple allo stesso problema come oggi:mille app per lo stesso compito, mille strategie per lo stesso obiettivo, mille identità per lo stesso ruolo

– efficienza come valore supremo: ottimizzazione, velocità, risultato, utilità, performance ma sprattutto duttilità.

etica come parola, non come fondamento: policy, linee guida, codici di condotta, norme adattive

Stando così le cose, sono  l’Immaginazione e l’imbroglio a funzionare come motore dell’innovazione: oggi le parole che descrivono questa ‘transgressio’ sono hacking, workaround, creatività, aggiramento dei limiti, insomma soluzioni non previste)- Di fatto iIl Decameron è il primo manuale di problem solving moderno.

In sintesi la modernità del decameron consiste nell’anticipazione di caratteristiche chiave della nuova umanità che sta emergendo dal Tardo Medio Evo: infatti

  • La Cornice  crea immunitas, non moraleù
  • Le Novelle  mostrano che l’umano risolve problemi con strategie multiple, non con un’etica unica
  • L’ Etica  è una parola, non un fondamento
  • Il Valore massimo è efficienza, risultato, vantaggio
  • La Modernità  nasce nell’idea che ciò che conta è ciò che funziona.
  • Le Società digitali sono solo la versione tecnologica della logica del Decameron.

E

Esempi

La molteplicità delle soluzioni umane nel Decameron non è solo un tratto letterario, ma la prima teoria narrativa della modernità, quella molteplicità che è testimoniata nei grandi testi contemporanei che criticano la reductio ad unum che l’industria culturale neoliberista sta imponendo a livello di narrazioni e di etiche ed estetiche:  Melancholia, Non è un paese per vecchi, Infinite Jest, 2666.

Questa molteplicità è quasi dissimulata nella costruzione raffinata di una brigata che cooperando riesce a definire una soluzione efficace (una sola) al disordine che tutto travolge nelle città. Ma se è vero la Cornice crea un Finito, che semplifica quello che appare indefinito, dentro quel Finito l’umano messo in scena dall’autore è plurale, non normato. Tante novelle, tanti protagonisti, tanti modi diversi di risolvere i propri problemi con le forza umane di cui dispongono. In fondo il problema è sempre lo stesso (che devo fare per stare meglio?) ma sempre diverse le  soluzioni. Ad esempio proviamo a confrontare le azioni di Andreuccio e Ghismunda-

  • Per  Andreuccio da Perugia, il Problema dello star bene appare nelle vesti di vulnerabilità/invulnerabilità  del forestiero (quando si cambia luogo si trovano pratiche sociali ed etiche diverse, per cui lo straniero è facilmente esposto all’imbroglio). La soluzione in questo caso sarà  una astuzia improvvisata, l’accettazione dell’adattamento al nuovo non previsto, all’’adottare l’imbroglio per pararsi dall’ imbroglio. È chiaro che qui l’Etica normativa è inesistente, e l’unico valore è l’ efficienza (uscire vivo e con il rubino).
  • Per Ghismunda e Guiscardo, il problema è proprio nella contrapposizione dei desideri : da un lato l’affermazione del proprio godimento (Ghismunda intreccia una relazione erotica con un valletto del palazzo, visti gli impedimenti che il padre oppone alla sua richiesta di nuove nizze), dall’altro il rispetto dell’ ordine sociale (il principe non ammette che ci sia una commistione di ceti, né che la Legge del padre venga conculcata in alcun modo) . Anche la soluzione è doppia, anxi foppiamente tragica: la  costruzione di un mondo privato costa la morte di chi si oppone. Il valletto viene fatto ammazzare dal principe (e dato in pasto a Ghismunda), la ragazza si uccide davanti al padre padrone, dopo aver lungamente argomentato per dimostrare la sua superiorità, la necessità di seguire i propri principi personali e non quelli del codice castrante del paternalismo. Etica qui più che mai è solo una parola che provoca tragedia quando pretende di avere  una ontologia a sostegno. Il valore laico è quello della  coerenza interna, nel caso di Ghismunda, che por donna ereditata il sistema lico della Cortesia, secondo cui l’individuo vale se riesce a darsi una meta e a perseguirlo con costanza. non utilità.
  • Landolfo Ruffolo è un ricco mercante di Amalfi che ha il problema tipico del mercante, cioè saper valutare i limiti entro cui affrontare il rischio per averne tornaconto. Dal recconto emerge che immagina e mette in atto varie ‘intraprese’ che a volte riescono, a volte falliscono (spedizione in oriente, pirateria, naufragi), fino a frgli comprendere che la Ventura va tentata ma sempre tenendo conto del fallimento possibile. La virtù infine diventa capacità di calcolo dell’imprevisto, di misura della soglia, di negoziazione, insomma ingegno. L’etica ovviamente è subordinata al risultato, e il valore emerge dalla combinazione del desiderio e  profitto
  • Per  ser Ciappelletto il problema è in effetti leggibile all’inzio come una questione addirittura cortese: ospite di amici mercanti in Francia , s’ammala e per non creare problemi agli amici recita lui ateo senza regole la parte del buon cristiano che sta alle regole, anzi ai riti (la confessione da moribondo ad esempio). Di fatto il vero problema che affronta è la sfida alla morte, alla mancanza di senso che la vita umana ha: la risposta consiste nell’uso della parola non sacra e tantomeno utile ma simulatrice. La vita non ha senso e il senso glielo si dà imbrogliando, recitando qul che non si è: viene identificato come Santo, addirittura la gente afferma – dopo la sua morte – che si verificano miracoli grazie a lui. In sostanza il problema immediato è l’eredità economica dei banchieri fiorentini che devono mantenere intatta la faccia onesta per ‘fare affari’ in terra straniera: il problema filosofico antropologico è quello dell’ identità (chi siamo come uomini. in entrambi i casi la soluzione è, proprio mentre si affrontano luoghi e riti che imporrebbero l’unicità ontologica dell’etica, la  gestione pragmatica, il ricorso sistematico all’inganno, l’amministrazione ‘finita’ del caos. Se di etica si parla è di quella adattiva del problem posing, sotto la guida del criterio della massimizzazione del vantaggio nelle scelte operative..

Insomma, come è evidente, ogni novella è un algoritmo umano diverso.

Il Decameron insomma mostra come la modernità nasce dalla pluralità di strategie. La formula moderna del Decameron è in effetti

Stesso problema → soluzioni multiple → nessuna etica assoluta → valore massimo = efficienza.

È la logica della borghesia mercantile. È la logica delle società digitali. È la logica dei grandi romanzi contemporanei.

3.

Lo stesso principio possiamo riconoscere in alcune opere narrative della contemporaneità di ricerca. Ma in forme più oscure, più disperse, più ruvide.

  • La narrazione di Melancholia (von Trier) mostra come  il problema della fine del mondo venga affrontato dagli umani in almeno tre forme diverse: in Justine c’è accettazione cosmica, con conseguente immaginazione rituale; nella sorella Claire si impone un panico organizzativo imposto dal tentativo di controllare l’incontrollabile; e in .John: si mostra come il ricorso pedissequo alla razionalità (problem solving9 non può portare che al fallimento fino al suicidio. Tre risposte allo stesso caos, esattamente come nel Decameron: pluralità dell’umano senza etica ontologica che garantisca una delle soluzioni.
  • Anche in  Non è un paese per vecchi (McCarthy) di fronte allo stesso problema (la violenza assoluta) sono messe in scena  varie soluzioni: Llewelyn ricorre all’astuzia, alla fuga, al calcolo; Chigurh ripete protocolli imposti da una etica personale di pecialista che sa far bene il proprio mestiere (non il destino ma la competenza come algoritmo); Bell al contrario mostra una nostalgia morale, che si chiude nell’ impotenza. Tre mondi morali incompatibili, per cui come nelle novelle, l’etica è una parola, non un fondamento
  •  Infinite Jest (Wallace) focalizza il non senso del presente selezionando tra i tanti tre problemi: la dipendenza, l’intrattenimento, il vuoto. cioè l’emergere costante del Vuoro di senso in un mondo che ha perso direzione e orientamento e le tre risposte più presenti nelle società occidentali: costruire un finito artificiale fatto di droghe oppure di mai finito intrattenimento, in tutte le sue forme. Le soluzioni narrative più indicative sono per Hal (il freddo e intelligente giocatore di tennis nonché eccellente studente) l’ iper-competenza (linguaggio come scudo, ma anche la droga come omeostatica cerniera di soglia contro la gamificazione illimitata del presente) ; per Don Gately, l’ex drpgato che gesic eil centro di recupero per dipendenti, cìè la conquista  personale di un’etica pragmatica, all’interno della Cornice ristretta dell’AA (limitazione del compito e regole autoimposte); infine per Joelle la soluzione è ancora più estrema, cioè il ritiro, l’occultamento del volto. Una Molteplicità radicale, in effetti, nel senso che ogni personaggio (ognuno di quelli non nominati qui) è una novella del Decameron in forma postmoderna,
  • In  2666 (Bolaño) il problema è il male sistemico, la  caoticità della società contemporanea in cui ogni parte vive in effetti separatamente, secondo criteri di efficienza limitata. Le soluzioni proposte attraverso i personaggi sono l’ ossessione intellettuale dei Critici, la  deriva mentale, per Amalfitano, l’ indagine etica per Fatee Lao Cura, la jouissance della violenza per i poliziotti,  e la scrittura come immunitas per Arcimbolfi. Il romanzo è una Cornice fratturata (Santa Teresa, una metropoli postmoderna globale che fa da ponte tra un pese con regole – gli Usa – e un paese senza regole – il Messico) entro cui è inevitabile che  ogni parte elabori una propria strategia di sopravvivenza contro il caos, che non solo è diversa rispetto alle altre ma collide direttamente aggiungendo caos al caos.

4. in sintesi la genealogia della molteplicità nel Decameron

  • Modernità mercantile → Società digitale → Romanzo contemporaneo
  • Principio unico: l’umano non ha un’etica ontologica. Ha solo strategie. Il valore è il risultato.
  • Conseguenza: la letteratura moderna è un catalogo di soluzioni umane allo stesso problema: il caos, il male, il desiderio, la vulnerabilità, la morte.

F

L’efficienza adesso, ovvero la felicità, l’individualismo del precario, del flusso.

Nel Decameron la molteplicità delle soluzioni efficienti non è ancora utopia (come diventerà dal Cinquecento in poi), ma un dispositivo di liberazione individuale: un modo per sciogliere il singolo dalla catena comunitaria, dalla necessità, dalla natura, dal sacro. È accesso consapevole all’eccesso, alla jouissance, al piacere come forma di senso dentro un mondo che non ne offre più. E questa logica è sorprendentemente vicina alle narrazioni contemporanee.

1. La molteplicità come dispositivo di libertà (non come utopia)

Nel Rinascimento la molteplicità delle soluzioni diventa ideologia del faber: l’uomo corregge la natura, costruisce mondi, progetta.

Nel Decameron invece la molteplicità è pragmatica, situazionale, contingente, non sistemica in sostanza è un modo di cavarsela, non un progetto di mondo. Ma proprio per questo è rivoluzionaria: libera il singolo dalla comunità. La comunità medievale è avvertita sullo sfondo come vincolo, destino, ruolo, mentre la novella (l’invenzione operativa dei singoli) è fuga, variazione, soluzione imprevista.

2. La precarietà della cornice come condizione dell’individualismo

La cornice della brigata è elegante ma fragile: la peste incombe, il mondo è in rovina, il sacro non salva, la natura è indifferente. Fin quando può durare l’isolamento? Dentro questa precarietà, la brigata costruisce un microcosmo artificiale, cioè un mondo fatto, non dato. E chi può farlo? Chi ha mezzi, servi, tempo, proprietà, libertà di movimento.

La libertà dell’allegra brigata non viene dal privilegio della nascita, ma dall’ accumulo operato dai parenti, dal loro negozio, dalla loro industriostà. È già modernità.

 3. Il fatto che  Il piacere sia la fonte su cui costruire il tempo è la  chiave epistemologica laica: nel Decameron non è peccato, né trasgressione, ma criterio di senso cercare il godimento: ovvero se Il mondo è assurdo allora è il piacere ciò che permette di abitarlo, se la natura è indifferente, il piacere è ciò che la corregge, se  la comunità è oppressiva,  il piacere è ciò che la sospende.

Il piacere è jouissance: una forma di intensità che libera il singolo dal destino che rende ‘fluido’ il divenire.

Esempi:

  • Alibech: la sessualità come via al sacro, rovesciamento totale.[3]
  • Masetto da Lamporecchio: il corpo come strumento di potere.[4]
  • Frate Cipolla: la parola come piacere e come inganno produttivo.[5]
  • Andreuccio da Perugia: la fortuna come spazio di invenzione.[6]
  • Madonna Filippa: il desiderio come fondamento di una nuova legge.[7]

In tutti questi casi il piacere(il desiderio)  è soluzione, non problema.

4. La molteplicità come tecnologia narrativa dell’eccesso

Ogni novella è una variazione sul tema: ingegno, desiderio, fortuna, parola, astuzia, corpo, errore, opportunità

La molteplicità delle soluzioni efficienti è una grammatica dell’eccesso. Non c’è una sola via: ce ne sono molte. E tutte sono legittime se funzionano. È la nascita dell’individualismo operativo.[8]

Esempi di questa varietà possono essere, oltre alle novelle già citate,, anche Chichibio e la gru, Federigo degli Alberighi, Calandrino e l’elitropia in cui si mostrano anche i limiti della rigidità della mente , come la sua inefficienza comporti la dipendenza dalla comunità benevolente. 

5. Narrazioni contemporanee che funzionano allo stesso modo

Oggi la molteplicità delle soluzioni efficienti è ovunque. E funziona esattamente come nel Decameron: libera il singolo dalla comunità, dalla norma, dal destino. Oltre a tutti i gruppo di lettura o di filosfia fai-da-te, di psicologia e yoga vari, l’industria culturale produce oceani di narrazioni fluide

a. Serie TV (eccesso, piacere, agency)

  • Fleabag Il piacere come forma di sopravvivenza emotiva. La comunità (famiglia, chiesa) non salva: salva l’eccesso.
  • Euphoria La molteplicità delle soluzioni è pura jouissance: corpi, droghe, identità, performance.
  • Succession L’ingegno come arma, la parola come potere, la comunità come trappola. È un Decameron aziendale.

b. Cinema

  • The Wolf of Wall Street Il piacere come dispositivo di senso in un mondo senza senso. La comunità è solo ostacolo.
  • Call Me By Your Name Il piacere come forma di verità, non come trasgressione.
  • Everything Everywhere All at Once La molteplicità come struttura del mondo: ogni soluzione è possibile, nessuna è definitiva.

c. Narrazioni digitali

  • TikTok, Instagram, YouTube: micro-narrazioni di ingegno, desiderio, auto-invenzione. La comunità è sfondo, non vincolo. L’individuo è autore, performer, faber.
  • Videogiochi open-world (GTA, Skyrim, Elden Ring): la molteplicità delle soluzioni è la regola. L’eccesso è la forma del piacere. La comunità è decorazione.

6. Sintesi operativa (levigata)

DimensioneBoccaccioOggi
CornicePrecarietà, pesteCrisi, ipermodernità
SoluzioniMolte, contingentiMolte, simultanee
PiacereChiave di sensoChiave di identità
ComunitàVincolo da sospendereVincolo da negoziare
AgencyIngegno, fortunaPerformance, scelta
EccessoJouissance narrativaJouissance estetica

👉 La modernità nasce qui: nel piacere come forma di libertà dentro la precarietà.


[1] Non è certo un caso che molte novelle abbiano come scena d’azione questa o quella chiesa o convento. Non è dissacrazione, ma solo dimostrazione di come la parola funziona sempre come soluzione del problema umano, specie se si ‘approfitta’ di uno stile già in uso. La parola del prete o del frate posrta già con seè lo schema della divisione tra potenti e deboli, tra chi sa parlare chi no.

[2] Ogni volte che uno di noi oggi decide di appartarsi dal flusso caostico del reale entro cui vive, di fatto ripete il gesto semiotico e antropologico delle donne di Firenze. Per evitare il Rumore (qualunque stipo di disturbo o ostacolo alla nostra ‘differenza’ o ‘quiete’) oggi l’uomo globale ritiene possibile anzi in diritto crearsi un proprio Mondo, separandosi dall’Altro. una porta, uno schermo, una sala, un giardino, un recinto, una palestra, uno stadio… Ma anche un museo, una libreria.. Et voilà,  facciamo ancora quel che ha cominciato a fare l’homo faber: costruiamo un mondo di cui siamo fondatori e responabili!

[3]Nel celebre episodio di Alibech (Decameron, III, 10), Boccaccio mette in scena un rovesciamento totale dell’immaginario religioso medievale: la sessualità, invece di essere via di perdizione, diventa via al sacro — ma solo perché il sacro è stato trasformato in una maschera comica, un dispositivo di inganno, un gioco linguistico che smonta ogni pretesa di spiritualità assoluta.

Alibech è una giovane e bellissima ragazza di Tunisi, cresciuta in un ambiente ricco e protetto. Un giorno, ascoltando prediche e discorsi sulla santità, decide — con totale ingenuità — di “servire Dio nel modo migliore”. Non sapendo nulla della vita religiosa, parte da sola verso il deserto, dove crede di trovare eremiti santi che possano guidarla.

Dopo vari incontri con asceti che, spaventati dalla sua bellezza, la mandano via per non cadere in tentazione, Alibech arriva alla cella di Rustico, un giovane monaco che inizialmente tenta di resistere, ma presto cede al desiderio.

Rustico, per giustificare ciò che sta per accadere, inventa una pratica ascetica: le spiega che per servire Dio deve “rimettere il diavolo nell’inferno”, formula che Alibech interpreta come un rituale sacro.

In realtà è un eufemismo sessuale: il “diavolo” è il sesso di Rustico, “l’inferno” è il corpo di Alibech.

La ragazza, completamente ignara, accetta con entusiasmo. Rustico, che crede di poter gestire la situazione, finisce invece sfinito, perché Alibech, convinta di compiere un atto religioso, vuole ripetere il “rituale” continuamente.

Dopo un periodo di vita “ascetica” con Rustico, un incendio devasta Tunisi e Alibech viene riportata in città da alcuni parenti. Qui un giovane, Neerbale, la sposa e, venuto a sapere della sua “pratica spirituale”, commenta ironicamente che d’ora in poi sarà lui a occuparsi di “rimettere il diavolo nell’inferno”.

L’espressione, che nel racconto diventa formula mistica, è in realtà un eufemismo sessuale. Boccaccio compie un gesto radicale: prende il linguaggio ascetico cristiano, lo svuota del suo significato spirituale e lo riempie di un contenuto corporeo e comico. La via alla santità che Alibech crede di percorrere è in realtà un percorso di iniziazione erotica. Il sacro non è negato: è riassorbito nel corpo, ridotto a un gioco di parole. È un esempio di quel che bachtin chiama CARNEVALESCO, cioè una narrazione che nasce dalla parte socialmente sottomessa (il ‘popolo’) e rovescia totalmente la narrazione propria del potere.  Insomma il potere p questione di codici, è dato dalla maniera in cui si scelgono e si combinano PAROLE. Qui il rovesciamento consiste nel fatto che quel che il clero denomina ascesi, per l’animal che è in noi comuni mortali ( Rustico)  è desiderio. Boccaccio qui dà voce a quella antropologia di non letterati che percepisce come il modello etico degli oratores è in effetti artificiale, costruita, manipolabile e come l’efficacia del linguaggio consista nell’ ottenere ciò che si vuole. Il sacro (in generale ogni codice culturale del potente – come oggi tutta la narrazione dell’industria culturale globale –   appare come strumento retorico, che attraverso la maschera di presunte verità ‘assolute’ (Natura), svolge la funzione di dispositivo di controllo.

Nel racconto emerge anche come il COMICO (si pensi a Jorge de Il Nome della rosa di Eco) è davvero uno strumento potenziale di critica culturale: l’esasperazione degli elementi propri di un codice consente un rovesciamento totale:il deserto, da  luogo di ascesi diventa teatro di seduzione;il monaco, da figura di rinuncia, diventa maestro di piacere; e la vergine, simbolo di purezza, diventa “novizia” di un culto erotico.

La comicità anche adesso, se usata con consapevolezza antropologica, può fungere da strumento di demistificazione piuttosto che di distrazione.

[4] Masetto, all’opposto di Rustico, vince grazie al silenzio, non alla parola, alla capacità di immaginare per sé un ruolo ‘efficace’ in una ‘scena’ che per la tradizione lo vieta. Masetto è un giovane contadino di Lamporecchio, robusto, bello e astuto. Desidera trovare un lavoro tranquillo e ben pagato, e decide di andare a servire in un monastero di monache. Sa però che un uomo giovane potrebbe essere rifiutato, così escogita un piano: fingersi muto. Le monache, credendo che Masetto non possa parlare e quindi non rappresenti alcun “pericolo”, lo assumono come giardiniere. La presenza di un giovane bello e silenzioso risveglia presto la curiosità delle monache. Una di loro, più audace, decide di “metterlo alla prova” e lo porta nel giardino per consumare un rapporto con lui. Masetto, che non può parlare, si limita a fare ciò che gli viene chiesto. La voce si sparge nel convento: le monache, convinte che il muto non possa confessare nulla, iniziano a cercarlo una dopo l’altra, trasformando il monastero in un luogo di desiderio nascosto. Masetto, pur stremato, continua a soddisfare tutte, mantenendo la sua finta mutità per non perdere il posto. Dopo molto tempo, Masetto è così sfinito che decide di parlare, fingendo un miracolo: dice che Dio gli ha restituito la voce. Le monache, invece di punirlo, temono che la verità possa diventare scandalo. Così lo mantengono come amministratore del convento, gli affidano i lavori e gli permettono di vivere lì in pace. Masetto, ormai sistemato, ha anche diversi figli avuti dalle monache, e conclude la sua vita in prosperità.

[5] Estremo dispositivo di agency linguistica dentro un mondo precario, dove la comunità è vincolo e la parola è l’unico strumento di liberazione. C’è una situazione specifica (Certaldo, dove arriva ogni anno Frate Cipolla, predicatore scaltro, che vive di offerte e di performances verbali; la comunità lo conosce, lo tollera, lo ascolta come un professionista della parola, un performer di quelli che oggi fanno tournee in tv, piazze e arene), un progetto di agency con tanto di pubblicità (Cipolla annuncia che mostrerà ai fedeli una reliquia straordinaria, una piuma dell’Arcangelo Gabriele) e di efficacia raggiunta (la comunità si raduna perché la parola ha già prodotto attesa, spazio rituale, economia del dono). Ma arriva l’imprevisto ad opera dell’uomo (due giovani burloni, Giovanni del Bragoniera e Biagio Pizzini, rubano la reliquia e la sostituiscono con carbone. È un attacco diretto alla tecnica della parola: Cipolla è messo in una situazione di crisi performativa) ed allora emerge la performance retorica della comunicazione ( quando Cipolla apre la cassetta, vede i carboni, capisce l’inganno e improvvisando, racconta che la reliquia è stata sostituita da carbone del rogo di San Lorenzo). Di fatto il fallimento possibile diventa kairòs per riaffermare la propria efficacia retorica. Rovescia l’inganno in segno divino perché sa produrre – da animal symbolicum-  un nuovo racconto che riassorbe la comunità e ottiene più offerte di prima. Insomma Boccaccio mostra come nella comunità ‘sacra’ la parola non descrive il mondo, ma lo costruisce. La comunità (lo sciame web digitale di oggi) non vuole verificarela relazione tra le parole e le cose, ma vuole solo credere nel Finito che garantisce senso e jouissance. L’efficienza tecnica è totale: la parola ripara la realtà al punto che quando i burloni, ammirati dalla sua abilità, confessano l’inganno, Cipolla ride: la sua agency non è minacciata, perché la parola ha già vinto. Cipolla è un modello dell’incipiente homo faber: è libero perché sa ‘fare’, anzi ‘sa fare con la parola’. La novella mostra la nascita dell’individualismo performativo: chi sa usare la parola può uscire dal destino.

Facili i parallelismi con la società attuale delle  narrazioni: 1 Stand-up comedy / storytelling digitale ( i performer contemporanei, improvvisano,, trasformano fallimenti in successi,rovesciano l’imprevisto in materiale narrativo,vivono di agency linguistica, come mostrano i casi di Bo Burnham, Hannah Gadsby, Matt Rife che usano la parola come costruzione di realtà emotiva); 2. Politica pop e comunicazione virale (leader contemporanei di ogni schieramento che usano la parola come Cipolla non per descrivere il reale, ma per  performarlo,ricodificarlo e  ripararlo quando li contraddice. Anche in questi casi la comunità non verifica ma partecipa emotivamente alla costruzione di un Finito rassicurante e non problematico);.3. Serie TV sulla manipolazione narrativa (Better Call Saul: Saul Goodman è un Cipolla legale; The White Lotus: la parola come maschera sociale; Succession: la parola come arma di sopravvivenza); .4. Influencer e creator (per i quali la parola -o il video- è dispositivo di identità, strumento di potere,tecnica di monetizzazione,forma di piacere performativo. Cipolla è il primo content creator della modernità). In definitiva Boccaccio con Frate Cipolla dimostra che la parola, “in situazione”, è sempre una tecnologia di libertà, non perché dica la verità, non perché rappresenta il mondo (come pensa Dante o in genere l’uomo di cultura occidentale) ma  lo sostituisce, o costruisce, (come sappiamo ormai da antropologia, semiotica, linguistica, teoria dei sistemi, teoria dei quanti ecc.). La PAROLA (specie se proposta con veri strumenti mediatici) non descrive la comunità, ma  la governa. Non spiega l’evento: lo reinventa.È la nascita dell’individualismo performativo: la parola come efficienza, piacere, jouissance, agency.

[6] Andreuccio mostra come il fallimento diventa materiale plastico per la mente, e la mente diventa dispositivo di agency dentro un mondo precario, ruvido, non garantito. Andreuccio arriva a Napoli per comprare cavalli. È ingenuo, provinciale, non plastico: crede che il mondo funzioni come Perugia.

Napoli è invece una città-labirinto cioè uno spazio di inganni, un ecosistema di predatori che danno vita ad un vero e proprio teatro della Fortuna (intesa nel senso medievale di ostacolo “cieco, indifferente al singolo, ruvido”). Certamente la mente di Andreuccio subisce fallimenti fino a quando non acquista plasticità, non impara ad adattarsi ai cambiamenti in termini di efficienza e non di assoluti: quando cioè invece di ripetere le solite formule, copia quel che vede intorno e si comporta in modo efficace più che ‘buono’. Ci sono vari fallimenti : il primo è la truffa della “sorella”

(una donna lo adocchia, lo seduce con la storia della parentela, lo porta a casa, lo deruba e  Andreuccio perde tutto. È la prima rottura della cornice cognitiva: il mondo non è come credeva.  Il ‘caso’ –quel che capita- è presentato  come shock epistemico);.poi c’è il secondo fallimento quello della latrina (quando cade nella latrina, si trova nel punto più basso dell’umiliazione totale, perdita di status, perdita di identità). Ma questa è la soglia da cui comincia  la trasformazione: la mente diventa plastico-reattiva perché Andreuccio stavolta non si paralizza né  si dispera, ma vista l’assenza di partecipazione della comunità, assume dei comportamenti ‘adatti’ a risolvere in qualche modo il problema.  La fortuna comincia ad apparire come spazio di invenzione: la mente si piega, non si spezza. Così che quando si verifica il terzo fallimento (i ladri  che lo coinvolgono nel furto del rubino del vescovo nel sarcofago dentro una chiesa, di nuovo lo ingannano perché lo usano come strumento per realizzare i loro piani)  Andreuccio ha imparato che deve osservare i dettagli della scena particolare, anticipare il male che sta per succedere, cioè prepararsi e inventare in anticipo  una soluzione.  La fortuna stavolta è una vera  palestra cognitiva: quando ormai dentro il sarcofago,  capisce che i ladri lo uccideranno, prende il rubino, morde il nuovo ladro, prima che lui scenda all’interno del sarcofago, quindi scappa e rovescia la situazione.  Il fallimento accumulato diventa competenza situazionale. Andreuccio torna all’albergo sporco derubato e umiliato ma con il rubino: ha perso tutto ciò che era (status, ingenuità, identità), ma ha guadagnato ciò che non era previsto,  un oggetto di valore e una nuova mente. Andreuccio non è certo un eroe alla maniera dei cavalieri o dei preti: è però l’uomo comune, il singolo che impara a cavarsela da slo, senza aspettar nulla da Dio o dalla comunità (anzi contro la comunità). In termini antropologici, emerge il fatto comune a tutti i sapiens: il fallimento di fronte alle cose che accadono non è un errore, una fina, ma è materia prima per la mente. Non resilienza attenti, ma problem posing! Se la comunità non aiuta, la natura non aiuta, la religione non aiuta è la  plasticità mentale (adattamento, esattamento) che salva.

[7] Il contesto: a Prato vige una legge severissima: le donne sorprese in adulterio vengono bruciate vive. È una legge comunitaria punitiva fondata sul controllo del desiderio e soprattutto pensata per proteggere l’onore maschile. In quanto legge si propone come non negoziabile condizione che assicuri la ‘ripetizione’ alla comunità. Il primo piano: Filippa viene sorpresa con l’amante dal marito, Rinaldo, e la porta davanti al podestà per far applicare la legge.

Filippa non nega nulla: non piange, non implora ma propone una tesi nuova cioè che “avere desideri non è una colpa ma un dato di realtà. Per trasformare la legge, Filippa usa la parola, ricorre a questa  argomentazione:

  1. Non ho mai negato a mio marito ciò che gli spettava. → il desiderio non sottrae, aggiunge.
  2. Avevo più desiderio di quanto lui potesse o volesse soddisfare. → il desiderio è eccedenza, non trasgressione.
  3. Perché la legge punisce solo le donne? → la norma è ingiusta, asimmetrica, non universale.

Filippa non difende l’adulterio: difende la legittimità del desiderio come forza antropologica.  E l’effetto è che cambia addirittura la comunità perché il podestà e i cittadini ascoltano la parola di Filippa e arrivano alla sospensione della norma, riconfigurando il senso comune e portando alla riscrittura della legge in modo che l’adulterio diventa  punibile solo se la donna ha negato qualcosa al marito. È un rovesciamento totale: la legge non reprime il desiderio, ma reprime la mancanza di reciprocità. Insomma se il desiderio diventa principio normativo Filippa non solo si salva: ma diventa autrice di una nuova legge.

È l’unico caso nel Decameron in cui una donna parla in pubblico, convince la comunità, modifica la norma e fonda una nuova etica del desiderio Se la  legge medievale punisce il desiderio, Filippa lo trasforma in criterio di giustizia. Nel senso che il desiderio viene laicamente percepito come eccedenza naturale,  forza vitale,  energia sociale, insomma  principio di equità (non sottrarre, non negare). P il modello di agency che fonderà col tempo le società moderne che si autodefiniscono democratiche: è la parola non la violenza che ricodifica la norma, smascherando l’ingiustizia e producendo consenso. È la stessa logica di Frate Cipolla, ma applicata alla politica del corpo.

Al di là della vicenda specifica emerge dalla novella anche il nuovo statuto epistemologico della comunità che ormai emerge come spazio trasformabile, elastico. La comunità non è solo vincoo (nel senso che codifica regole che consentano la coesistenza di differenze) ma  può diventare spazio di invenzione normativa. Cioè di quella che chiamiamo oggi ancora Politica.La legge non è destino (come nell’antropologia del sacro e dell’aristocrazia)  ma è materiale plastico. Anche oggi si possono citare esempi del genere, come è il caso di  movimenti (MeToo, body positivity, queer narratives) in cui  il desiderio è vera forza politica che riscrive norme, linguaggi, leggi.

[8] In Chichibio si vede come l’ingegno emerga a volte come arma minima dalla effettiva rigidità mentale, come anche la genete comune a volte ce la possa fare affidandosi – per caso davvero – ad una micro-agency linguistica. Ci si trova nei guai e la soluzion e emerge da una battuta dettata dalla stupidità più che dall’ironia. Il cuoco veneziano offre la coscia della gru destinata al padrone che ha ospiti a cena, ad una donnicciola. Quando ci accorge della mancanza davanti agli ospiti, il padrone decide di punire la sua stupida asserzione (le gru hanno una sola coscia). Quando al mattino si trovano davanti a gru che si levano in volo con due zampe,  terrorizzato Chichibio cerca di salvarsi dicendo un’altra stupidaggine (ma ieri sera non avete battuto le mani ). E il signore , a fronte dell’evidenza della ingenuità totale del cuoco, compreso che non ce la fa proprio a comprendere la complessità della situazione, scoppia in una risata e lo salva. La soluzione è microscopica ma efficace: stavolta l’efficacia è non in quello che dice ma nella  rapidità della risposta in situazione. Come a dire che il cuoco ha capito che è la situazione a determinare il significato e non il contrario.  Certamente il cuoco la scampa perché il padrone è un signore educato alla cortesia, ad evitare cioè di vivere costantemente in game di duelli e violenze, in cui la vittoria è nella generosità del ‘dono’..

Anche Federigo degli Alberighi agisce in modo meccanico. Stavolta è colto, fin troppo, nel senso che si limita qualunque sia la situazione ad applicare i dettami del codice a cui è stato educato, e non comprende che al variare delle situazioni possa seguire una variazione dei modelli da seguire. In sostanza perde tutto per amore e secondo la regola cortese non si lamenta; quando poi la donna amata lo cerca, sacrifica il falcone, ultimo bene, per dar segno di ‘dono’, non comprendendo che il dono che era da fare al momento era semplicemente il falcone vivo come gioco per il figlio della donna che era malato. Trasforma la regola del Dono in un disastro. Ma la donna capisce, e infine – miglio massaio fatto lo sposa. La generosità e il pragmatismo sono i valoro in gioco e in contrasto. E la scelta dipende non da una fonte assoluta, ma dalla capacità del singolo di comprendere i termini specifici della situazione. Federigo fallisce perché rigido e viene scelto solo quando diventa duttile (massaio)

Infine  con Calandrino – come in Chichibio, si mostra che la stupidità offre  spazi di invenzione involontaria

Il tema: del racconto è appunto la credulità produttiva, che crea disastri ma anche soluzioni con l’autoinganno, la fantasia e il desiderio di potere. Calandrino è così stupido che crede nella pietra dell’elitropia, che dovrebbe rendere invisibili chi la possiede. Si mette in ridicolo perché gli amici lo ingannano, ma lui inventa una realtà parallela  al punto che quando la moglie – vedutolo tornare tardi e sporco – lo picchia, lui ricodifica l’evento attribuendo la colpa della ‘invisibilità perduta alla moglie’. Insomma la stupidità è una forma di agency narrativa. È un dato presente ancor più che nel passato nelle nostre società digitali: è l’eccesso di credulità che genera mondi.

Pubblicato da bruno nasuti

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