PERFORMANCE VS PROGETTO
Cioè presente vs futuro, re-azione vs pro-zione, animal vs animal symbolicum, irresponsabilità vs responsabilità, pienezza vs limite, jouissance vs tragico
Questa opposizione può essere letta come una matrice antropologica e filosofica molto ricca. Potremmo sintetizzarla così:
| PERFORMANCE | PROGETTO |
| Presente | Futuro |
| Re-azione | Pro-azione |
| Adattamento | Trasformazione |
| Animal | Animal symbolicum |
| Risposta allo stimolo | Costruzione di significato |
| Jouissance | Tragico |
| Pienezza immediata | Limite e differimento |
| Consumo | Creazione |
| Successo | Destino |
| Efficienza | Senso |
1. Presente vs Futuro
La performance vive nel presente continuo. Chiede: “come posso massimizzare ciò che accade ora?”
Il progetto vive invece nel futuro. Non coincide con ciò che è, ma con ciò che non è ancora.
In questo senso il progetto introduce una distanza dall’immediato.
2. Re-azione vs Pro-azione
Etimologicamente “progetto” deriva da pro-icere, gettare avanti. La performance reagisce a un ambiente dato. Il progetto immagina un ambiente possibile.
La prima ottimizza il campo esistente. Il secondo modifica il campo.
3. Animal vs Animal symbolicum
Qui emerge la lezione di Cassirer.
L’animale vive entro il circuito percezione-risposta m mentre L’essere umano costruisce simboli, miti, linguaggi, immagini del futuro.
Il progetto è precisamente questa capacità di abitare ciò che ancora non esiste. La performance può essere condivisa con molti altri viventi. Il progetto appartiene al simbolico.
4. Irresponsabilità vs Responsabilità
Chi performa può sempre attribuire il risultato alle condizioni del gioco. Chi progetta si espone: il progetto implica firma e assunzione di rischio, di fatto esponsabilità nei confronti di conseguenze non controllabili.
Per questo il progetto è sempre anche un’etica.
5. Pienezza vs Limite
La performance desidera la saturazione: più velocità. più risultati. più rendimento. Il progetto nasce invece dal riconoscimento di un limite : ma proprio perché non posso essere tutto, scelgo una direzione.
Il limite non blocca il progetto, anzi lo rende possibile.
6. Jouissance vs Tragico
Questa è forse la polarità più profonda.
La jouissance (Lacan) cerca un godimento che non conosce misura: vuole cancellare la mancanza, coincidere con sé stessa. La logica della performance contemporanea spesso assume questa forma: sempre più produttività; sempre più visibilità; sempre più esperienza;msempre più ottimizzazione.
Il tragico invece nasce dall’impossibilità di eliminare il limite: l’eroe tragico agisce sapendo che ogni scelta comporta una perdita, che on può avere tutto. Deve decidere, fare scelte che propongono soprattutto rischi di fallimento.
Il progetto appartiene a questa dimensione tragica.
Sintesi estrema
Potremmo condensare tutto in una formula: Performance = intensificazione dell’esistente Vs Progetto = apertura del possibile.
Oppure, in termini ancora più radicali: la performance cerca di riempire il tempo l progetto cerca di dare forma al tempo.
In una prospettiva che dialoga con Platone, ma anche con Heidegger e Arendt, la performance appartiene alla sfera della gestione dell’essere presente; il progetto appartiene alla sfera dell’apparizione di un mondo che ancora non c’è.
Per questo il bivio decisivo non è semplicemente fare bene o fare male, ma: ottimizzare il mondo esistente (performance) oppure rischiare la creazione di un mondo possibile (progetto).
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Alla luce di questo sfondo interpretare fenomeni come proteste di piazza, narrazioni dei media mainstream, convegni accademici autoreferenziali (carriere ), festival di ogni tipo, e prendiamo sul serio la tua opposizione performance/progetto, molti fenomeni contemporanei possono essere letti non tanto per ciò che dichiarano di essere, quanto per la loro logica profonda.
Attenzione: non significa che proteste, festival o convegni siano “falsi”. Significa chiedersi se funzionano principalmente come dispositivi di performance o come luoghi di progetto.
1. Proteste di piazza
Logica della performance
- visibilità immediata;
- produzione di emozione collettiva;
- costruzione identitaria (“noi” contro “loro”);
- ricerca dell’evento mediatico.
L’obiettivo implicito non è trasformare le istituzioni ma produrre una presenza.
In questo caso la protesta diventa un rituale.
Una manifestazione riuscita è quella che:
- riempie una piazza;
- genera immagini;
- produce engagement.
Logica del progetto
La protesta diventa invece progetto quando:
- costruisce organizzazioni;
- genera competenze;
- crea reti permanenti;
- elabora soluzioni;
- modifica procedure e istituzioni.
Da questo punto di vista la protesta è solo l’inizio.
La vera domanda non è:
“quanti erano in piazza?”
ma:
“che cosa esiste sei mesi dopo?”
2. Media mainstream
La struttura stessa dei media tende verso la performance.
Per ragioni economiche e cognitive privilegia:
- presente;
- urgenza;
- conflitto;
- emozione;
- semplificazione.
Il progetto richiede invece:
- tempo lungo;
- complessità;
- incertezza;
- processi invisibili.
Per questo la costruzione di un ospedale interessa meno del suo crollo.
La nascita di una competenza interessa meno dello scandalo.
Il progetto è quasi sempre anti-mediatico.
Potremmo dire:
il media racconta eventi, il progetto costruisce traiettorie.
3. Convegni accademici autoreferenziali
Qui la tua opposizione diventa particolarmente interessante.
Formalmente il convegno nasce come luogo di ricerca.
Ma quando prevale la logica della carriera diventa performance.
Indicatori:
- citazioni reciproche;
- appartenenza di scuola;
- accumulo di curriculum;
- linguaggio specialistico autocentrato;
- scarsissima trasformazione del mondo esterno.
In questo senso il convegno rischia di diventare ciò che Baudrillard chiamerebbe un simulacro:
si parla della ricerca più che fare ricerca.
Il progetto, invece, esporrebbe il sapere a rischi reali:
- verifica pratica;
- interdisciplinarità;
- confronto con problemi concreti;
- possibilità di fallimento.
4. Festival di ogni tipo
Negli ultimi decenni il festival è diventato una forma culturale dominante.
Perché?
Perché unisce:
- esperienza;
- visibilità;
- consumo;
- identità.
Il festival è l’evento perfetto della società della performance.
Produce intensità senza necessariamente generare durata.
Finito il festival:
- tornano le stesse relazioni;
- tornano gli stessi problemi;
- resta qualche fotografia.
Naturalmente esistono eccezioni.
Un festival diventa progetto quando lascia:
- infrastrutture;
- comunità;
- pratiche;
- archivi;
- percorsi formativi.
Altrimenti funziona come una grande macchina di jouissance culturale.
5. La dinamica generale
La griglia potrebbe essere radicalizzata così:
| PERFORMANCE | PROGETTO |
| Evento | Processo |
| Presenza | Trasformazione |
| Visibilità | Incidenza |
| Emozione | Organizzazione |
| Consenso | Responsabilità |
| Identità | Opera |
| Jouissance | Tragico |
| Consumo di senso | Produzione di senso |
6. Una lettura quasi arendtiana
Seguendo Hannah Arendt, potremmo distinguere tra apparire e cominciare.
Molta politica contemporanea ha imparato a comparire, molta meno a iniziare qualcosa che sopravviva ai suoi promotori.
Per questo proteste, festival, campagne mediatiche e perfino molti ambienti accademici sembrano giganteschi dispositivi di presenza: producono continuamente l’impressione del movimento, ma il movimento non coincide necessariamente con la trasformazione.
La domanda genealogica decisiva diventa allora: questo fenomeno sta aumentando la propria visibilità o sta aumentando la propria capacità di modificare il mondo? È la differenza tra una società organizzata attorno alla performance dell’esistenza e una società capace ancora di produrre progetti di futuro.
E tra una civiltà della jouissance senza limite e una civiltà che accetta il tragico della progettazione, cioè il fatto che ogni futuro richieda rinunce, responsabilità, tempi lunghi e opere che sopravvivano all’evento che le ha celebrate.
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DEBATE vs DIALETTICA
L’ opposizione performance vs progetto può essere ulteriormente approfondita leggendo il contrasto tra debate e dialettica come sintomo di due antropologie diverse.
| DEBATE | DIALETTICA |
| Vincere | Comprendere |
| Prestazione | Ricerca |
| Avversario | Interlocutore |
| Chiusura | Apertura |
| Presente | Futuro |
| Posizione | Problema |
| Argomentazione efficace | Verità possibile |
| Competizione | Co-costruzione |
| Soluzione immediata | Campo di possibilità |
La scuola come campo ideologico
Molta pedagogia contemporanea occidentale dichiara di voler sviluppare il pensiero critico, ma spesso adotta dispositivi che premiano soprattutto la performance argomentativa.
Il debate ne è un esempio emblematico.
Lo studente deve:
- sostenere una tesi assegnata;
- trovare rapidamente argomenti;
- confutare l’avversario;
- persuadere una giuria.
Si tratta di competenze reali e utili. Ma la domanda è: quale immagine dell’uomo viene implicitamente insegnata?
Non il ricercatore della verità, piuttosto l’attore strategico che massimizza il risultato entro vincoli dati. Siamo molto vicini all’homo oeconomicus del neoliberismo.
La logica neoliberale del debate
Nel debate il problema non è tanto: “quale futuro possiamo costruire?” quanto “quale argomento mi permette di prevalere ora?”
La temporalità è cortissima. Conta l’efficacia. la rapidità, la resilienza comunicativa, la gestione dell’imprevisto. Sono esattamente le competenze richieste dai mercati competitivi.
La verità diventa secondaria rispetto alla performance. In termini lacaniani: il desiderio della ricerca viene sostituito dalla jouissance della vittoria.
La tradizione umanistica della dialettica
La dialettica classica funziona diversamente.
In Socrate nessuno possiede la verità; il dialogo produce trasformazione reciproca; la conclusione può rimanere aperta.
Nella tradizione platonica e poi hegeliana il conflitto non serve a eliminare l’altro, serve a produrre qualcosa di nuovo.
La dialettica non è un combattimento, ma una macchina generativa in cui il risultato ideale non è A batte B ma dall’incontro tra A e B emerge C.
Situazione imminente vs futuro aperto
Qui emerge una differenza ancora più radicale.
Il debate lavora sull’imminente: è una tecnologia dell’adattamento. La domanda implicita è “come posso operare efficacemente dentro il sistema esistente?”
La dialettica lavora invece sul possibile. La domanda diventa “quale realtà potrebbe emergere da questa contraddizione?”
Per questo il debate tende a essere conservatore anche quando difende idee rivoluzionarie. La dialettica può essere trasformativa anche quando discute problemi apparentemente ordinari.
La scuola della performance
Se guardiamo molti dispositivi scolastici contemporanei troviamo una stessa grammatica: debate; pitch; public speaking; contest; hackathon; startup competition; simulazioni imprenditoriali.
Tutte attività che allenano velocità, adattamento; esposizione di sé; capacità competitiva.
Formano ottimi performer, non necessariamente ottimi progettisti.
La scuola del progetto
Una pedagogia orientata al progetto partirebbe invece da altre pratiche: ricerca lenta; laboratori di problemi complessi; dialogo socratico; progettazione collettiva; analisi delle conseguenze future; costruzione di scenari alternativi.
La domanda non sarebbe “chi ha ragione?” ma “quale nuovo mondo diventa pensabile?”
Una formulazione estrema
Potremmo dire che oggi una parte della scuola occidentale oscilla tra due modelli antropologici.
Modello neoliberale
L’uomo come concorrente; performer; imprenditore di sé; ottimizzatore.
Obiettivo: vincere nel presente.
Modello umanistico
L’uomo come: essere simbolico; soggetto storico; costruttore di mondi; abitante del possibile.
Obiettivo: dare forma al futuro.
La differenza non è pedagogica ma ontologica.
Nel primo caso l’educazione insegna a muoversi dentro il mondo. nel secondo insegna che il mondo stesso può essere modificato.
Per usare una formula molto vicina alla tua matrice:
il debate educa alla gestione dell’esistente; la dialettica educa alla progettazione del possibile.
E forse la crisi contemporanea nasce proprio dal fatto che stiamo producendo eccellenti gestori di situazioni e sempre meno costruttori di futuro.
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CORTEI
Alla luce della distinzione performance/progetto, i cortei e le manifestazioni diventano particolarmente interessanti perché si collocano esattamente sulla soglia tra presenza e futuro.
La domanda decisiva non è: “La manifestazione ha avuto successo?” ma “Quale rapporto instaura con il futuro?”Possiamo allora distinguere almeno quattro forme.
1. Il corteo come rito identitario
Funzione principale: mostrare che il gruppo esiste; rafforzare appartenenze e produrre emozione collettiva.
Qui il futuro è quasi assente: il corteo serve soprattutto a generare un’esperienza di presenza. “Io sono qui.” “Noi siamo qui.” Dopo l’evento il mondo resta sostanzialmente uguale. Il corteo diventa una forma di autorappresentazione.
2. Il corteo come spettacolo mediatico
L’interlocutore reale non è il governo né la società, ma la telecamera. La riuscita dipende da immagini; slogan; viralità; copertura giornalistica.
In questo caso il corteo appartiene pienamente alla logica della performance: produce attenzione, non necessariamente trasformazione. La temporalità è il ciclo delle notizie.
3. Il corteo come apertura simbolica del possibile
Pensiamo ad alcuni grandi movimenti storici.
La manifestazione non cambia immediatamente le istituzioni, ma modifica ciò che una società considera immaginabile.
Per esempio diritti civili; voto femminile; sindacalismo; indipendenze nazionali.
Qui il corteo non realizza il cambiamento, lo rende pensabile, produce un allargamento dell’orizzonte simbolico. In termini cassireriani, costruisce nuovi simboli collettivi.
4. Il corteo come momento di un progetto
Questa è forse la forma più interessante. La manifestazione non è il fine, ma uno strumento.
Prima del corteo esistono: studio; organizzazione; reti; elaborazione. Dopo il corteo continuano: negoziazioni; istituzioni; cooperative; scuole; associazioni; riforme. In questo caso il corteo è un episodio di una traiettoria, non coincide con il movimento. È soltanto uno dei suoi dispositivi.
La questione del futuro
L’ opposizione può essere formulata anche così:
| Corteo della performance | Corteo del progetto |
| Far vedere | Far nascere |
| Mobilitare emozioni | Costruire strutture |
| Evento | Processo |
| Presente assoluto | Futuro aperto |
| Identità | Trasformazione |
| Mobilitazione | Istituzione |
Il paradosso è che un corteo enorme può non avere alcun futuro.
Mentre una manifestazione piccola può inaugurare processi destinati a durare decenni.
Un’interpretazione arendtiana
Per Arendt, la politica autentica emerge quando gli esseri umani non si limitano a reagire agli eventi, ma inaugurano qualcosa di nuovo. Da questo punto di vista il problema di molte mobilitazioni contemporanee non è la mancanza di partecipazione, ma la difficoltà di trasformare la partecipazione in istituzioni, pratiche e opere durevoli.
Si potrebbe dire: il corteo produce un “noi”. Ma il futuro nasce solo quando quel “noi” diventa capace di costruire qualcosa che continui a esistere quando la piazza si è svuotata.
La vera misura politica di una manifestazione non è quindi il numero dei partecipanti, ma la quantità di futuro che riesce a rendere possibile. Questa è la differenza tra una piazza che esprime un’emozione e una piazza che inaugura una storia.
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A SCUOLA: LEZIONE ACCADEMICA VS LITE
Questa opposizione sposta il problema dalla qualità tecnica della lezione alla sua antropologia implicita.
Lezione-performance
Il docente entra in aula come un attore.
Possiede già tutto il copione e recita la parte di trasmettitore di verità che gli è stata assegnata dalla istituzione . è convinto di possedere il sapere; conoscere il percorso (l’unico); e ha chiare le conclusioni.
La lezione consiste nel trasferire o esibire ciò che è già noto. L’obiettivo implicito è: “riuscire bene”. Gli studenti diventano pubblico, ma spesso astratto, non il target identificabile con la specificità della situazione (le varie combinazioni di persone, differenze, emozioni, problemi, modelli, motivazioni ecc.). Anche quando partecipano, gli studenti spesso partecipano dentro uno spazio già delimitato . un finito entro cui emergere, entro cui affermare la propria ‘bravura’ di ‘ripetitore’ .
La buona lezione viene valutata attraverso indicatori tipici della performance: attenzione; fluidità (non ci sono interruzioni da parte dei ragazzi, flusso nella esposizione); chiarezza; controllo dell’aula, insomma soddisfazione finale. Il rischio è minimo: la verità è sostanzialmente già disponibile prima che la lezione inizi.
In termini teatrali: la lezione è una rappresentazione.
Lezione-progetto
Qui accade qualcosa di diverso. Il docente non rinuncia alle proprie competenze, ma accetta che il significato finale non sia completamente noto in anticipo.
La lezione diventa uno spazio di ricerca, non si entra per mostrare una verità, ma per verificare cosa (di generale, universale? invariante)può emergere dall’incontro particolare (variante). Persino anzi soprattutto il conflitto può diventare produttivo. Quando dici “ho litigato con gli studenti”, la questione non è il litigio in sé, ma la domanda è: “quel conflitto ha aperto nuove possibilità di pensiero per entrambe le parti?”
Se sì, siamo molto vicini alla dialettica socratica. Socrate era spesso considerato irritante proprio perché rompeva continuamente il copione previsto. Non offriva tranquillità, ma produceva aporia.
Sicurezza vs rischio
| Lezione-performance | Lezione-progetto |
| Controllo | Esposizione |
| Trasmissione | Ricerca |
| Successo | Scoperta |
| Risposta corretta | Domanda generativa |
| Chiusura | Apertura |
| Consenso | Attrito |
| Competenza esibita | Competenza messa in gioco |
Nella lezione-performance il docente rischia principalmente di fare una brutta figura.
Nella lezione-progetto rischia qualcosa di più profondo: di dover cambiare idea; di vedere incrinate le proprie categorie; di incontrare problemi imprevisti.
Platone contro il sofista
Volendo radicalizzare: il modello della performance assomiglia al sofista che sa parlare bene e convince, producendo effetti immediati.
Il modello del progetto assomiglia invece al filosofo: non necessariamente convince subito, ma prova a costruire un percorso verso qualcosa che ancora non è stato pensato. Pone problemi e non soluzioni: per questo nei dialoghi platonici spesso si finisce in maggiore incertezza di quanta ce ne fosse all’inizio. La lezione ha funzionato proprio perché non ha chiuso il problema.
La categoria del futuro
La differenza più profonda forse non è fra esposizione e dialogo, ma fra due rapporti col tempo.
- Lezione-performance: la domanda implicita è “Come posso occupare bene questi cinquanta minuti?”
- Lezione-progetto: la omanda implicita è “Quale processo potrebbe nascere oggi e continuare quando la campanella sarà suonata?”
Nel primo caso il successo coincide con l’ora di lezione, nel secondo il successo si misura dopo settimane, mesi o anni. Magari quando uno studente ricorderà non ciò che gli è stato spiegato, ma la domanda che lo ha messo in crisi.
Formulazione estrema
Potremmo condensare tutto così:
- La lezione-performance produce apprendimento. (istruzione, addestramento all’esecutività)
- La lezione-progetto produce tras – formazione.
Oppure, in termini ancora più radicali:
- Nella lezione-performance il docente porta un mondo davanti agli studenti.
- Nella lezione-progetto docente e studenti rischiano insieme la costruzione di un mondo che prima dell’incontro non esisteva.
Da questo punto di vista, persino una lezione “imperfetta”, faticosa, conflittuale e piena di deviazioni può essere pedagogicamente più feconda di una lezione impeccabile. Perché l’impeccabilità appartiene all’ordine della performance, mentre la formazione profonda appartiene all’ordine del progetto, del rischio e del futuro.
