STORYTELLING: GRUPPI vs MONDI
Circa gli eventi di Milano del 17 ottobre (manifestazione trasformatasi in violenze contro vetrne9, il sindco di Milano parla dei protagonisti come esponenti di Mondi provenienti dalla periferia di cui non si sonosce molto, mentre i cronisti parlano di Gruppi. Diverse le singole parole diverse le storie, diversi i modelli di interpretazione e di antropologia che vengono veicolati.
Dal punto di vista dello storytelling, la differenza tra le due scelte non è solo di vocabolario; la differenza è enorme, perché “gruppo” e “mondo” attivano due frame cognitivi completamente diversi.
| Protestanti come “gruppo” | Protestanti come “mondo” |
| entità delimitata | ecosistema complesso |
| aggregazione di individui | rete di pratiche, valori, esperienze |
| soggetto particolare | orizzonte culturale |
| interesse specifico | forma di vita |
| facilmente isolabile | difficile da ridurre |
| può essere ignorato | va interpretato |
1. “Gruppo” riduce la complessità
Se un giornale scrive “Un gruppo di agricoltori protesta.”, l’attenzione si concentra sugli attori. La domanda implicita diventa: Chi sono? Quanti sono? Cosa vogliono? La protesta appare come un episodio circoscritto. La parola “gruppo” suggerisce quasi una deviazione dalla normalità: alcuni soggetti esprimono una richiesta.
2. “Mondo” amplia la posta in gioco
Se invece si dice: “Il mondo agricolo protesta “non stiamo più vedendo semplicemente delle persone, ma vediamo tradizioni, saperi , economie, identità territoriali, modi di abitare il territorio.
La protesta non appare come l’azione di alcuni individui ma come il sintomo di una tensione sistemica. La domanda diventa: “Che cosa sta accadendo dentro questo universo sociale?”
3. Effetto narrativo
“Gruppo” costruisce una narrazione di evento. ” Mondo” costruisce una narrazione di scenario.
Ad esempio: “Un gruppo di studenti manifesta.” Vs “Il mondo della scuola manifesta.” Nel primo caso la notizia è la manifestazione. nel secondo caso la notizia è una possibile crisi dell’istituzione scuola.
4. Effetto politico
Qui emerge una dimensione interessante.
Definire qualcuno un “gruppo” tende a localizzare il conflitto, contenerlo, particolarizzarlo.
Definirlo un “mondo” tende a legittimarlo, ampliarlo, collegarlo a una totalità sociale.
È una differenza simile a quella tra “una categoria protesta” e “una società protesta”; oppure tra “un interesse” e “una forma di vita”.
5. In termini di frame e storytelling
Possiamo schematizzare così:
Gruppo → attori → richieste → negoziazione → episodio
Mondo → identità → valori → crisi culturale → trasformazione storica
Per usare un linguaggio familiare, “gruppo” appartiene a una logica più levigata e amministrativa: individua soggetti, li classifica, li gestisce. “Mondo” appartiene a una logica più genealogica e ruvida: fa emergere reti di relazioni, memorie, pratiche e tensioni latenti.
Per questo nello spazio pubblico la battaglia sulle parole non è mai neutrale: chiamare una protesta “gruppo”, “categoria”, “movimento”, “popolo”, “comunità” o “mondo” significa già raccontare una diversa teoria di ciò che sta accadendo.
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Se “gruppo” e “mondo” rappresentano già due frame diversi, “comunità” occupa una posizione intermedia ma molto particolare, perché introduce immediatamente un’immagine di legami, appartenenza e riconoscimento reciproco.
| Gruppo | Comunità | Mondo |
| aggregazione | appartenenza | ecosistema |
| obiettivo comune | relazioni condivise | forma di vita |
| organizzazione | identità collettiva | universo culturale |
| chi agisce | chi appartiene | come si vive |
| episodio | continuità | orizzonte storico |
| quantitativo | relazionale | sistemico |
Gruppo
“Un gruppo di pescatori protesta.” L’accento cade sull’azione. I pescatori sono attori temporanei di un evento. La loro identità conta meno della loro iniziativa.
La domanda implicita è: Cosa chiedono?
Comunità
“La comunità dei pescatori protesta.” Ora emergono: relazioni interne, tradizioni condivise, memoria collettiva, radicamento territoriale. La protesta appare come la reazione di un tessuto sociale.
La domanda diventa: Che cosa sta ferendo questa comunità?
La parola genera empatia perché evoca persone legate da una storia comune.
Mondo
“Il mondo della pesca protesta.” Qui l’orizzonte si allarga ancora. Entrano in scena: mercati, tecniche, identità professionali, norme, paesaggi, istituzioni, culture del lavoro. Non è più solo una comunità di persone. È un sistema di relazioni umane e non umane.
La domanda diventa: Quali trasformazioni stanno investendo l’intero ecosistema della pesca?
Dal punto di vista narrativo
Potremmo dire le diverse parole determinano un focus diverso:
- Gruppo → protagonisti (Figura)
- Comunità → legami (sfondo ristretto)
- Mondo → contesto (Sfondo aperto )
oppure:
- Gruppo → attori
- Comunità → appartenenze
- Mondo → forme di vita
Effetto politico
Le tre parole producono anche diversi gradi di legittimazione.
- “gruppo” può suggerire una parte particolare;
- “comunità” suggerisce un soggetto collettivo riconoscibile;
- “mondo” suggerisce una realtà strutturale che non può essere facilmente ignorata.
Per questo i media, pur parlando quasi degli stessi soggetti, oscillano continuamente fra formule come:
- gruppo di studenti
- comunità scolastica
- mondo della scuola
In realtà stanno raccontando tre storie diverse:
- una mobilitazione;
- una appartenenza ferita;
- una trasformazione sistemica.
Una lettura genealogica
- Gruppo appartiene alla logica dell’organizzazione.
- Comunità appartiene alla logica della relazione.
- Mondo appartiene alla logica dell’emergenza e della complessità.
Possiamo rappresentarli come cerchi concentrici:
oppure come tre livelli narrativi:
- Chi protesta?→ Gruppo
- Chi soffre o resiste insieme? → Comunità
- Quale forma di vita è in trasformazione? → Mondo
In termini di storytelling contemporaneo, “comunità” è spesso il termine più persuasivo perché umanizza; “mondo” è quello più potente perché sistematizza; “gruppo” è quello più neutro perché descrive semplicemente un aggregato di attori.
La scelta fra i tre decide se il conflitto viene percepito come evento isolato (eccezione) , legame ( una parte di un tutto) o sintomo di una trasformazione storica più ampia (sistema) .
Insomma sistema chiuso e statico (cià nate) o aperto e dinamico (cià deventate)
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MILANO
Applicando la griglia gruppo / comunità / mondo agli eventi di Milano del 17 ottobre emerge qualcosa di interessante: gran parte della narrazione mediatica sembra aver operato una continua riduzione di scala.
1. Il “mondo” da cui nasce la protesta
All’origine c’è una protesta contro carovita, precarizzazione, costo dell’abitare, pressione fiscale, percezione di assenza di futuro, difficoltà delle giovani generazioni.
Questa non è ancora una questione di gruppi. È un mondo sociale: giovani, studenti, lavoratori precari, periferie, famiglie sotto pressione economica. Dal punto di vista genealogico potremmo chiamarlo: il mondo del disagio sociale contemporaneo.
2. Le cronache: dal mondo ai gruppi
Nelle ricostruzioni di molte testate il fuoco narrativo si sposta rapidamente su “centinaia di giovanissimi”, “manifestanti violenti”, “ragazzi incappucciati”, “gruppi auto-organizzati”, “facinorosi”. [tg24.sky.it], [milanotoday.it]
Lo storytelling cambia. Non si parla più di “Perché migliaia di persone sono scese in piazza?” ma di “Chi ha lanciato i sassi? “ L’evento (la Figura) sostituisce il contesto (lo Sfondo), soprattutto la violenza sostituisce la genealogia, l’emozione è sollecitata al posto della analisi.
3. L’interpretazione di Sala
Le dichiarazioni del sindaco Giuseppe Sala introducono un frame leggermente diverso. Da una parte condanna la violenza. Dall’altra afferma di percepire una situazione più ampia, parlando di “sottovalutazione del momento”, di possibile perdita di controllo della piazza e di preoccupazione per una fase futura di tensione sociale. [quotidianolavoce.it], [tg24.sky.it]
Sala oscilla quindi tra frame del gruppo (“violenti”, “facinorosi”) e frame del mondo (“non siamo preparati”, “queste potrebbero essere le prime prove di ciò che vedremo”). [quotidianolavoce.it]
In altre parole non legge soltanto un problema di ordine pubblico ma intravede un problema sociale più vasto. Ma anche un problema culturale (in senso antropologico) finora mai o mal affrontato, cioè il fatto che nelle periferie emergono ‘culture’ (cioè visioni del reale, etiche ed estetiche con conseguenti modelli di comportamento9 del tutto autonome e auto referenziali rispetto alla presunta Verità della Cultura occidentale borghese e neoliberista dominante.
4. La banalizzazione delle cronache
Dal punto di vista dello storytelling, Sky e molte altre cronache sembrano adottare prevalentemente una struttura:
Protesta ↓ Arrivano gruppi violenti ↓ Guerriglia urbana ↓ Intervento della polizia ↓ Bilancio finale [tg24.sky.it]
È uno schema narrativamente efficace perché è semplice; ha protagonisti identificabili;genera immagini forti; produce conflitto immediatamente comprensibile.
Ma rischia di oscurare la domanda più complessa: “perché ragazzi delle periferie, dell’hinterland e perfino minorenni sentono il bisogno di entrare in una protesta nazionale? [milanotoday.it], [juorno.it]
5. Una lettura alternativa: “comunità”
Introduciamo il termine intermedio. Se si parla di “gruppi di giovani violenti”, il fenomeno appare criminale o deviante. Se si parla di “comunità delle periferie”, emerge invece appartenenza territoriale, esperienza condivisa, percezione di esclusione e reti di socializzazione.
Non stiamo giustificando la violenza: stiamo cambiando la domanda. Non più: Chi ha rotto le vetrine? Ma In quale comunità si producono soggetti che considerano la devastazione un linguaggio politico possibile?
6. Le tre narrazioni concorrenti
Lo stesso evento può essere raccontato in tre modi.
- Narrativa A: Gruppo = Bande di giovani provenienti dalle periferie trasformano una manifestazione in guerriglia. Qui il problema è il controllo. Polizia e repressione (Foucault)
- Narrativa B: Comunità = Parti delle comunità giovanili periferiche esprimono il proprio disagio attraverso forme di conflitto distruttivo. Qui il problema è l’integrazione.
- Narrativa C: Mondo = La protesta rivela una frattura crescente tra il mondo urbano centrale della Milano globale e il mondo giovanile periferico che non trova rappresentanza. Qui il problema è strutturale.
7. La posta in gioco simbolica
Da un punto di vista genealogico, la formula: “sono arrivati elementi dalla periferia” è già uno storytelling. Perché trasforma la periferia da mondo sociale a gruppo estraneo: la periferia appare come origine della perturbazione.
Mentre una lettura più sistemica vedrebbe il centro e la periferia come parti dello stesso ecosistema urbano: in questa prospettiva la domanda decisiva non è: “Chi ha invaso Piazza Duomo?” ma: “Quale rapporto tra il mondo delle periferie e il mondo della città rappresentata da Piazza Duomo è andato in crisi?”
Ed è precisamente questo passaggio da gruppo a mondo che spesso le cronache quotidiane faticano a compiere, perché il gruppo produce notizia, mentre il mondo produce analisi.
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LUCE/OMBRA: INFILTRATI
Altro storytelling, in atto fin dalle manifestazioni di Genova del 2001: le violenze all’interno di manifestazioni di protesta sono originate da infiltrati, da poliziotti truccati da manifestanti. si innesca una narrazione ‘nascosta’ su quella ‘evidente’ dei dati: genealogia della Figura come effetto del Potere che vuole conservare l’esistente e dare l’idea che quel che accade è un incidente (questione etica) e non politica( il disordine di sistema)
Quello che descrivi è un meccanismo di storytelling molto potente perché introduce una distinzione fra narrazione manifesta e narrazione latente.
La narrazione manifesta dice:
Manifestazione ↓ Violenza ↓ Responsabili della violenza↓mIntervento delle forze dell’ordine
“
La narrazione latente invece ipotizza:
Potere ↓ Produzione o amplificazione del disordine ↓ Criminalizzazione della protesta ↓ Conservazione dell’ordine esistente
Dal punto di vista genealogico, la figura dell’infiltrato svolge una funzione simile a quella del “traditore”, dell'”agente provocatore” o della “quinta colonna” in molte narrazioni politiche moderne.
Il problema narrativo
In una piazza esistono almeno tre livelli.
Livello 1: i fatti visibili = Auto incendiate., Scontri., Vetrine rotte, Lancio di oggetti. Sono immagini forti e facilmente raccontabili.
Livello 2: l’attribuzione morale = La domanda diventa: Chi è il colpevole? Qui compare la figura del violento. La lettura dominante è etica: persone buone (“per bene”) vs persone cattive (maleducati); oppure manifestanti pacifici (coscienti, consapevoli, proattivi) vs teppisti (ignoranti, reattivi)
Livello 3: la genealogia del disordine = La domanda cambia radicalmente: Chi beneficia della trasformazione di una questione politica in una questione di ordine pubblico? Qui entra in scena la figura dell’infiltrato. Che sia reale o immaginata, la sua funzione simbolica è sempre la stessa: trasformare il disordine da effetto spontaneo a effetto prodotto.
La figura dell’infiltrato come mito politico
Da un punto di vista antropologico, l’infiltrato non è semplicemente una persona, ma una figura narrativa che ompare quando una comunità percepisce uno scarto tra ciò che vede e la spiegazione ufficiale.
Il ragionamento è : “La protesta nasce da problemi reali. Se improvvisamente il centro del discorso diventa la violenza, qualcuno deve avere interesse a questo spostamento.” Nasce così il racconto dell’agente provocatore.
Lettura foucaultiana
Se adottiamo una prospettiva vicina a Foucault, il punto centrale non è tanto stabilire se esistano o meno infiltrati, ma la domanda più interessante diventa: Come viene prodotto il discorso sulla violenza?
Nella logica disciplinare = conflitto sociale ↓ disordine ↓ devianza ↓ sicurezza
Il conflitto perde il carattere politico. Diventa un problema amministrativo.
La trasformazione del politico in etico
Qui un nodo decisivo. Una rivendicazione politica pone la domanda: “Come dovrebbe essere organizzata la società?”La narrazione etica pone invece la domanda: “Chi si è comportato bene e chi si è comportato male?” Il passaggio è sottile ma enorme.
Ad esempio: Disoccupazione ↓ protesta ↓ violenza ↓ condanna morale della violenza. Alla fine del ciclo non si parla più di disoccupazione ma della condotta dei manifestanti. Il tema politico originario scompare.
Applicazione a Genova 2001
Nell’immaginario italiano, Genova 2001 è diventata precisamente il luogo di questa biforcazione narrativa.
Da una parte:
| BLACK BLOC | MOVIMENTO GLOBALE |
| devastazioni scontri ordine pubblico | critica della globalizzazione repressione produzione del nemico interno |
Le due narrazioni convivono ancora oggi; la prima racconta l’evento, la seconda racconta il modo in cui l’evento è stato rappresentato.
Una matrice più generale
Potremmo sintetizzare così:
| Livello | Domanda |
| Cronaca | Che cosa è successo? |
| Morale | Chi ha sbagliato? |
| Politica | Quale conflitto emerge? |
| Genealogia | Chi trae vantaggio da questa rappresentazione del conflitto? |
La figura dell’infiltrato nasce soprattutto nell’ultimo livello. Essa non serve soltanto a spiegare la violenza. Serve a sostenere che il vero oggetto dell’analisi non siano gli atti violenti, ma il processo attraverso cui una domanda politica viene ricodificata come problema etico e securitario.
Detto nel linguaggio delle matrici genealogiche:
- Manifestanti violenti = frame della cronaca
- Comunità in conflitto = frame politico
- Mondo sociale in trasformazione = frame sistemico
- Produzione della figura del violento = frame genealogico
A quel punto il focus non è più la pietra lanciata, ma la catena di trasformazioni narrative che converte una crisi sociale in una questione di ordine pubblico, rendendo il conflitto governabile senza affrontarne necessariamente le cause strutturali.
