” FARE QUALCOSA “

MAKING SPECIAL

Premessa

Dalla biologia evolutiva negli ultimi decenni è emersa espressione “making special” per indicare la ‘specialità’ propriamente umana di ‘fare qualcosa’ di diverso da quanto comporta la meccanica dell’hardware dell’organismo di cui siamo fatti: insomma è una “procedura” consentita dall’’hardware, evidentemente, di differenziare quello che per genetica sarebbe solo da ripetere.

a.

La chiave fondamentale è probabilmente il software, per così dire, che accomuna tutti gli organismi viventi, quello che –per consentire la crescita della probabilità di sopravvivenza – di ‘limitare’ la molteplicità degli stimoli che provengono dall’esterno, in modo da dare vita ad uno spazio ristretto (un sistema chiuso ) di cui sia possibile in qualche modo conoscere e controllare – attraverso codificazioni e  ritualizzazioni – sia le componenti, sia le relazioni con esse.

Insomma è il banale ‘segnare il territorio’ che – come dice l’etologia – consente agli organismi di ‘ri – conoscere’ quello che lo circonda in modi rapidi ed efficienti.

Oggi, del resto, sappiamo che quello che chiamiamo “mondo” non è esattamente quello che percepiamo e ‘conosciamo’ noi con le nostre menti, ma è un sistema multisistemico che è ri – conosciuto e controllato in modo differente da tutti gli organismi in rapporto ai propri specifici apparati percettivi ed elaborativi.

Il mondo delle mosche o delle talpe certamente non è lo stesso, ma ogni ‘specie’ animale ha il suo mondo ‘speciale’.

Basti ricordare che la parola specie ha a che fare con il verbo latino ‘spicio’ che significa ‘osservare’: se le cose stanno così, ‘speciale’ sottolinea proprio il fatto che i vari organismi sono speciali perché hanno diversi apparati di percezione (di ‘osservazione’). E ‘specia’ all’origine indica proprio l’atto del ‘guardare’.

È chiaro allora che l’espressione ‘making special’ non fa altro che sottolinerae come al guardare differente segua un agire differente: e questo vale per tutti gli animali.

b.

Il secondo elemento che si propone come vantaggio nell’evoluzione in relazione alla sopravvivenza è proprio il fatto che la conseguenza più ‘efficace’ del filtrare la complessità attraverso propri sistemi percettivi ‘specializzati’ è che anche l’agire diventa ‘speciale’, cioè specializzato: la pulce sa saltare, la talpa sa scavare, i ghepardi sono veloci ecc. ecc.

L’uomo, da quando acquisisce la consapevolezza del vivere, del mondo, rende questa caratteristica una procedura fondamentale della sua relazione con l’Altro. Limitare il Non Finito in Finito non è più solo un portato del DNA, ma una consapevole opera di ‘messa-in-forma’.

La riduzione della complessità è di fatto lo scopo di ogni cultura umana, che in genere punta a proporre una rappresentazione del Molteplice come Uno. E vale ancor più per il singolo che per fuggire l’angoscia del Tutto e la paura della scelta trova facile rifugio nel ‘fare qualcosa’: un hobby, un gioco, un lavoro, un ideale, una passione, un amore non sono altro che particolari espressioni di questa generale necessità di colmare il Vuoto con Qualcosa.

Così la specializzazione tanto celebrata dal positivismo in poi è davvero la teoria di questa modalità d’approccio alle cose del mondo: come qualche decennio prima il Romanticismo ha rimesso al centro dell’attenzione i sentimenti, così il Positivismo ha chiarito che le soluzioni si vedono meglio se si limita il campo, se si separa il sapere in tante caselle diverse.

Come la relazione sociale funziona meglio se la si limita a due o poco più (amato, famiglia, cerchia ristretta di amicizia …) così l’azione pratica funziona meglio se la si semplifica.

c.

Ecco allora che, se l’umano è ‘artification’, anche l’arte in senso stretto è nient’altro che una esasperazione della procedura del ‘making special’, una riduzione del campo del reale, una rappresentazione ‘speciale’ di qualcosa di ‘speciale’, da punti di vista ‘speciali’, con tecniche e procedure ‘speciali’.

In particolare per la Dyssanayake la genesi dell’arte, all’alba del genere umano, è riconducibile a elementi «protoestetici» di interazioni che si sono evoluti nelle madri e nei bambini del Pleistocene medio: semplificazione o formalizzazione, ripetizione, esagerazione, elaborazione e manipolazione dell’aspettativa[1]

Queste operazioni sulle modalità visive, vocali e gestuali furono successivamente utilizzate da individui e culture per creare e rispondere alle loro varie arti. L’artificio è una propensione umana più ampia dell’«arte»: a differenza di altre nozioni d’arte, non implica bellezza o abilità, sebbene nella sua motivazione a sottolineare l’importanza, l’ordinario è reso straordinario. Nella sua enfasi sul preverbale,

ipotesi

1

Un vantaggio evolutivo determinante è la costruzione di ordine laddove in partenza non ce n’è.

Se l’organismo tipico si limita a ripetere meccanicamente certi atti, l’organismo dell’ominino, a partire da un certo momento acquisisce il controllo di certi comportamenti ‘speciali’, nel senso che acquista , osiamo dire, la ‘coscienza’ dell’efficacia maggiore di alcuni comportamenti rispetto ad altri.

All’inizio certamente non è questione di coscienza ma di efficacia, ovvero di crescita dell’adattabilità, delle possibilità di sopravvivenza. E in termini di R&S, per usare le espressioni di D.Dennett, queste pratiche diventano patrimonio ‘culturale’ : alla base di tutto c’è il processo proprio di tutti gli organismi viventi di ‘delimitare il campo’ d’azione, di isolare una Parte rispetto al Tutto e ivi cercare di ‘costruire’ un ordine,

Ad esempio, segnando il territorio con segnali chimici, sonori ecc. lo spazio vitale viene mantenuto con minore spreco di energia, quindi con crescita delle probabilità di sopravvivenza. Insomma il passaggio inconsapevole dal Non Finito al Finito segna il vantaggio evolutivo, che si moltiplica nel momento in cui la stessa procedura passa ai comportamenti.

La ritualizzazione (cioè la ripetizione) di certi gesti assicura lo stesso effetto di ‘economia’ energetica e di ‘sopravvivenza. 

E questo è tanto vero che ancora oggi, nelle società ipersviluppate della globalizzazione, è proprio la limitazione del campo a dettare legge, sia in ambito economico sia in ambito psicologico e sociale.

La specializzazione in ambito lavorativo (la divisione del lavoro) è solo uno sviluppo estremamente modellizzato di quella caratteristica di fondo.

Lo stesso vale per le relazioni sociali: man mano che il gruppo di riferimento si è ingrandito sono cresciute le pratiche relazionali di restringimento del campo, ovvero relazioni amicali e amorose. Se in tanti è difficile reggere il compito di regole e conflitti mimetici, allora la riduzione del campo sociale consente di ‘controllare’ in modo efficace lo ‘spazio socio psicologico’. Copioni in generale (Goffman, Winnicot) come ritualizzazioni’, per così dire, laiche: e riduzione del numero delle persone – organismo con cui stabilire lo spazio sociale ‘ di sicurezza.

Ma ancora in generale, tutti ci sentiamo molto più rilassati se ci limitiamo a pratica un hobby, a fare lavori manuali, a dedicarci ad attività speciali (come uno sport qualunque, una disciplina qualunque).

Tra la prospettiva di dover affrontare un impegno pluriennale di studi all’università e quella di stare in un laboratorio a ‘fabbricare’ qualcosa, è chiaro che immediatamente la scelta è fatta. La riduzione del campo insomma è il segreto

2

E quando è davvero iniziato il tutto? Per Ellen Dissayanke dalla relazione madre / cucciolo.

Madre e infante, avrebbero entrambi goduto di questo successo evolutivo inconsapevolmente guidati dal senso di piacere che ne avrebbero tratto.

La mente umana ‘lavoro’ sempre in termni economici: è meno dispendioso in termini di impegno di energia una ‘forma’ ‘armonica’ rispetto ad una disarmonica.

La disarmonia impegna una revisione, una analisi, una elaborazione, che alla fine ha magari delle risposte chiare. Ma nel frattempo si è consumato energia. Se al contrario la facciata di una casa mostra al centro una porta e ai lati altri due motivi (finestre, ornamenti, ecc.) ebbene la mente prova ‘piacere’, sta bene, è soddisfatta perché riconosce’ una ripetizione, una dimensione di collegamento tra elementi che costa meno spreco.

Il piacere, viene fatto notare, è la ricompensa anche di altri comportamenti adattivi in relazione

  • al sesso (liberazione dalla pulsione alla ricerca dell’altro, affermazione del proprio predominio)
  •  al cibo,  (omeostasi energetica)
  • al riposo (omeostasi energetica)
  • all’essere ammirati (riconoscimento)
  • ed allo stare al caldo. (omeostasi energetica)

La ritualizzazione è la procedura più efficace per determinare in termini culturali uno stato di emotività positiva: la ‘ripetizione’ e la simmetria esonerano dall’angoscia dettata dall’incertezza rispetto al e alle percezioni asimmetriche.

Il processo di ritualizzazione, secondo la Dissanayake (2009a), conferisce in generale importanza a certi segnali specifici tramite operazioni che mirano ad attrarre ed a mantenere l’attenzione delle altre persone.

In uno stato di coscienza ordinario non facciamo esperienza di emozioni vere e proprie, ma i nostri stati affettivi possono essere descritti come fluttuazioni dell’umore: con valori positivi, negativi o neutri. (Damasio).

Reazioni emotive vere e proprie vengono innescate da discrepanze o cambiamenti improvvisi (la Differenza) che suscitano il nostro interesse consapevole in termini di biforcazioni davanti a cui scegliere: la novità viene va immediatamente valutata sulla base dell’asse semiotico fondamentale dell’organismo che vive, pausa vs sicurezza. Il Proto – sé consiste in questo automatismo elementare di ricerca della sopravvivenza pura e semplice. Solo quando vi si innesta il cervello gastrointestinale, l’organismo  incomincia a de- finire i ‘luoghi’ delle emozioni, a delimitare lo ‘spazio’ fisiologico delle emozioni, a passare dalla reazione non orientata alla schematizzazione topica delle emozioni, a trasformare la passività dell’essere ‘mossi’ all’attività del ‘sentire’, della distinzione delle varie specifiche sollecitazioni sensoriali che determinano dolore o piacere ( posizionalità ‘centrica’)

La mente dell’homo sapiens infine trasforma queste percezioni in simboli, anzi in sistemi arbitrari segni che lo fanno davvero un unicum tra tutti gli organismi (posizionalità ‘eccentrica’)[2].

Insomma, nel corso dell’evoluzione, un comportamento inconsapevole mano a mano diventa una possibilità di descrizione dello stato dell’organismo, e addirittura la possibilità di orientare lo stato dell’organismo, passando dal disturbo al piacere.

3

L’effetto fondamentale di questa condizione di eccentricità, fa sì che l’essere umano sia un essere “naturalmente artificiale”, che vive in una condizione di “immediatezza mediata” con il reale e con se stesso, situandosi perennemente in una “localizzazione utopica” (sempre dentro e al contempo fuori di sé, sempre in un qui e contemporaneamente sempre in un altrove). È questa particolare ambivalenza, impossibile da ricomporre, che fa dei sapiens degli animali senza pace e costitutivamente sradicati.

La percezione di questa frattura costitutiva impone all’homo sapiens di elaborare procedure ‘artificiali’ che riescano a creare radici laddove non ve ne sono, a favorire la quiete, eliminando  il contrasto tra il ‘qui’ e l’altrove’. Ogni cultura umana dà una forma all’informe, attraverso i miti (script) e i riti (frame) che riescono a connettere in qualche modo, con efficacia, il ‘qui’ e l’altrove, il dentro e il fuori.

Le forme elaborate, a forza di essere ripetute, finiscono per consentire ai singoli gruppi di organismi di ‘sopravvivere’ in modo efficiente, economizzando energia.

In definitiva la procedura che è alla base della sopravvivenza è la ‘banalizzazione’ della ‘complessità’, il ridurre cioè il Molteplice all’Uno – per dirla con termini della tradizione filosofica classica. Dall’utopia di voler /potere controllare tutto, fonte di angoscia costante, l’homo sapiens passa al ‘fare qualcosa’, al ‘delimitare il campo ’, a creare forme finite (spaziali, temporali, sociali, simboliche). Leggi, abitudini, pratiche che funzionano vengono agganciate all’Altrove e creano quiete. Diventano la base ontologica di quello che Khaneman chiama Sistema 1.

4

A livello del singolo si ripete quotidianamente il problema e la soluzione: di fronte a situazioni complesse, percepite come non finito, la persona cerca di ‘fare qualcosa’ e basta, di limitarsi ad una azione semplice, elementare, facile da identificare nelle sue componenti e facile da ripetere.

Il risultato è l’esonero dal problema della scelta. Ditemi che devo fare e sono tranquillo.

Ecco perché l’uomo comune – proprio perché sapiens, cioè consapevole della complessità delle cose – preferisce le situazioni elementari, le procedure note, eliminando (distruggendo) il nuovo, lo strano.

Gli hobby (come il giardinaggio ) certamente rilassano : proprio perché cosentono di limitare al massimo il Mondo. Invece della complessa rete di relazioni e di scelte da mediare costantemente, ‘fare qualcosa’ (giocare a calcio, andare ad una mostra, un concerto, un festival filosofico…) consente di vivere in mondi virtuali (del ‘come se’) felici e contenti, ‘come se’ davvero quella piccola fetta di reale fosse tutto il reale.

Così si spiegano cose che l’ingenuità del Sistema 1 pretende di valutare su basi etiche. Ad esempio i ragazzi a scuola in genere , abituati alla routine, rifiutano energicamente di trovarsi improvvisamente a fare delle scelte: sono contenti se gli si assegnano compiti precisi (cioè ‘delimitati’ chiaramente) e li si interroga proprio su quelle cose; vanno in crisi se d’un tratto li si pone davanti a biforcazioni mai praticate. Nel primo caso c’è l’esonero dalla scelta (fatta da un potere, chiunque sia davvero), nel secondo l’angoscia del problema da identificare.

Insomma più serenità nell’affrontare compiti limitati (le competenze di cui tanto si ciarla) e disturbo di fronte a problemi da mettere in forma[3]. E gli artisti sono quelli che più si trovano in questa dimensione.

5

Partendo dalla teoria che la comprensione (appraisal) di un indice saliente o nuovo avviene nella forma dell’anticipazione del significato di tale evento in relazione ai propri interessi vitali (Watson and Clark 1994), la Dissanayake suggerisce che tutti gli artisti, operanti con qualsiasi medium, attuino gli stessi comportamenti istintivi osservati dagli etologi durante i comportamenti ritualizzati delle altre specie animali.

Tramite la semplificazione o la formalizzazione, la ripetizione con o senza variazioni, si attua un vero e proprio processo di ‘modellizzazione’ primario (Lotman)con cui si passa dalla complessità del Non Finito alla chiarezza dei Mondi, con nette linee che demarcano l’Ordine dal Disordine (la Simmetria dall’Asimmetria, l’armonia dal rumore, il Bello dal Brutto, il Buono dal Cattivo).

È proprio tramite l’esagerazione e l’elaborazione che oggetti, materiali, corpi, ambienti, suoni e scansioni ritmiche presenti nella realtà quotidiana vengono “resi speciali” (made special), passando dal dominio dell’ordinario a quello dello straordinario (Hogan 2003; Jakobson 1971; Mukařovský 1964/1932; Shklovsky 1965/1917).

È questa consapevole pratica che segna l’emergere di figure sociali ‘specializzate, come sciamani e sacerdoti ed indovini.

 Per mezzo di questi comportamenti gli artisti riuscirebbero ad attrarre ed a sostenere l’attenzione del loro pubblico inducendo ed influenzando le loro emozioni proprio come fanno i neonati con le proprie madri

4

Artification

Questi comportamenti evoluti nel corso delle interazioni con i neonati vengono considerati operazioni proto-estetiche responsabili di aver prodotto una sorta di bagaglio di capacità e di sensibilità. Una volta utilizzato in modo consapevole ed in un nuovo contesto culturale, questo insieme di capacità e di sensibilità si sarebbe poi evoluto in una predisposizione comportamentale che sarebbe divenuta nuovamente adattiva.

Queste pratiche di artification portate avanti durante le cerimonie ed i riti religiosi sarebbero inavvertitamente divenuti nuovamente adattivi. La partecipazione ad un rito avrebbe prodotto due benefici adattivi, sia per i singoli individui che per l’intero gruppo.

In circostanze incerte, l’aver avuto un “qualcosa da fare” sancito culturalmente avrebbe alleviato l’ansia e la partecipazione in un’attività temporalmente organizzata avrebbe rinforzato i legami all’interno del gruppo.

Così si spiegano i mobs durante il lockdown per coronavirus, così si spiegano le jacquerie che si ripetono nella storia: nel primo e nel secondo caso di fronte all’incertezza del nuovo e incontrollato quadro delle cose che fluiscono, ci si aggrappa a ‘qualcosa di limitato’ che consente di ‘fare qualcosa’ di assolutamente delimitato, con una cornice (un inizio e una fine) che rendono possibile, allontanare la percezione disturbante dello sfondo per concentrarsi unicamente sulla figura in primo piano, isolata dal resto, isolata dal tempo, legata unicamente a coordinate certe e limitate.

Così un concerto (classico o rock poco importa) una visita al museo, una raccolta di foto, una ricetta ecc. sono ‘making special’ che consentono di esonerarci dal ‘pensare’.

Quando queste pratiche vengono fatte proprie da persone con una minima consapevolezza del ‘trauma’ del codice simbolico entro cui fino ad allora sono vissuti, ebbene allora emergono opere che oggi chiamiamo ‘artistiche’.

La Dissanayake sottolinea il fatto che gli effetti suscitati dalle arti non sono dati dalla mera presentazione di stimoli che attivano moduli cognitivi e percettivi capaci di dirigere l’attenzione verso informazioni salienti, ma dalla manipolazione che viene fatta di questi stimoli in modo da accrescere la conoscenza delle cose, in modo da proporre una nuova modellizzazione delle cose.

E l’esposizione a queste stimolazioni, se ripetute ritmicamente,porta alla condizione di ‘piacere’ (godimento lacaniano di secondo tipo: le opere d’arte non sono altro che oggetti sostitutivi dell’Ordine affermato dal Codice Simbolico e che si scopre inesistente o carente).

 Le reazioni emotive sarebbero suscitate dall’arrangiamento (petit objet a) di questi stimoli in relazione ad altri stimoli (codice simbolico, legge del Padre) e dalle altre operazioni compiute al fine di conferire una qualità estetica, ovvero una forma di simmetria alternativa a quella cui si è esposti ‘normalmente’ all’interno dello spazio sociale di riferimento.

Secondo la artification hypothesis una precisa comprensione della produzione e della fruizione artistica sarebbe più ampia e profonda rispetto al punto di vista prevalente negli studi di psicologia sperimentale e di neuroestetica (Brown e Dissennayake, 2009).

 Opposizione ad una concezione occidentale di arte Nelle critiche che i sostenitori dell’artification hypothesis muovono nei confronti degli studi estetici di stampo neuroscientifico e di psicologia sperimentale viene sottolineato il fatto che l’arte viene spesso caratterizzata o fatta coincidere con la bellezza (Dutton, 2009; Martindale, Locher, & Petrov 2006; Thornhill 2003), con il talento (Dutton 2009), con l’originalità (Miller 2000), con la creatività (Martindale, Locher e Petrov 2006; Miller 2000; Dutton 2009) o con la rarità (Dutton 2009), ma che in culture diverse da quella occidentale, la produzione e la partecipazione artistica risultano diffuse e frequenti, e alla tradizione viene spesso dato un valore superiore sia rispetto alla creatività che alla novità, e che alla bellezza vengono spesso preferite la paura e lo shock.[4]

Del resto tutta l’arte occidentale contemporanea, nella versione di ‘ricerca’  che si contrappone al kitsch didel mercato dell’agevolezza (piacere, bellezza, ripetizione del noto) è oggi attestata a cercare di ‘straniare’ lo spettatore, a portarlo su terreni nuovi di conoscenza, ricorrendo sistematicamente alla asimmetria, all’imprevisto.

Secondo Dissanayake e colleghi, molti studi di estetica sperimentale e di neuroestetica partono da un concetto troppo radicato nella cultura occidentale moderna. Opere d’arte, ma anche paesaggi ed altre scene presenti nel campo visivo, vengono trattati come se fossero entità statiche percepite da soggetti statici[5]. Gli studi etnologici su altre culture e società raramente ci informano di opere d’arte statiche e di osservatori contemplativi come avviene in molti studi di estetica sperimentale

Insomma nel corso del XX secolo abbiamo assistito in campo estetico, psicologico ed artistico ad uno spostamento dell’attenzione

  • dalla contemplazione alla partecipazione che muove
  • dalla percezione come fenomeno passivo alla percezione come esplorazione e creazione attiva (Gibson, 1986; Neisser, 1976),
  •  dall’opera chiusa all’opera aperta, dal messaggio alla polisemanticità (Jakobson 1985; Eco, 1962; Barthes, 1977),
  • dal genio ispirato al produttore (Marinetti 1909; Benjamin, 2008),
  • dall’oggetto alle relazioni (Heidegger, 1935; Duchamp, 1973; Dèbord 1967, 1998; Deleuze e Guattari, 2003; Borriaud, 2010).

 La prospettiva bio evolutiva proposta dalla Dissanayake riserva un forte atteggiamento critico nei confronti della estetica filosofica occidentale moderna.

La sua posizione non esclude che ci siano altri approcci possibili allo studio dei prodotti del cervello umano, ma insiste sul fatto che tali approcci debbano prendere in considerazione le nozioni fondamentali della biologia evoluzionistica.

La ricerca della Dissanayake muove dall’assunzione che il lungo processo evolutivo che ha disegnato il cervello umano (e non) ha fatto in modo che i suoi prodotti fossero innanzitutto fenomeni di tipo biologico, fenomeni il cui valore risiede principalmente nel contributo positivo dato alla sopravvivenza delle creature che li possiedono.

Ne consegue che per trovare una giustificazione biologica all’arte occorre chiedersi quale sia il suo contributo positivo all’evoluzione della specie, una nozione che l’autrice vede scontrarsi con la nozione secondo la quale il valore estetico di un prodotto sia qualcosa che esula dalla sua utilità pratica.

La domanda che si pone la Dissanayake è: “esiste un modo interessante o rilevante secondo il quale possiamo accettare che l’arte contribuisca, o abbia contribuito, positivamente all’evoluzione della specie?” (Dissanayake, 1982)


[1] Eliminare tutto quanto può rendere impossibile l’interazione madre – figlio, ovvero la comunicazione, significa di fatto ‘mettere – in – forma’, cioè cerare delle ‘forme (schemata, frames, scripts), ovvero ‘codici’ che per funzionare hanno bisogno solo della ‘categorizzazione’ delle cose (dell’inserimento in insiemi  di ‘cose’ percepite come – grosso modo – simili) e della loro ‘predicazione’ (del collegare quelle ‘categorie’ a ‘stati’ o a  ‘modificazione di stati’). Insomma la semplificazione del mondo avviene tramite la strutturazione di sistemi chiusi stabili come una ‘semantica’ e una ‘sintassi’. L’altra procedura basilare per la edificazione di making special è l’esagerazione’, ovvero il rinforzo (la sottolineatura aggressiva proprio di quegli elementi codificanti) – procedura recuperata dagli ‘espressionisti’ del secolo scorso per costringere le menti appiattite a uscire dai codici culturali che danno quiete – e cecità -. D’altra parte la ripetizione è sempre una copiatura approssimata, checonsente largo spazio alla ‘manipolazione’ – più o meno intenzionale – del codice ereditata o ricopiato. E da qui la strada alla ‘differenza’ del singolo, una volta rafforzata la consapevolezza delle procedure ., è aperta.

[2] Homo animal symbolicum per Ernt Cassirer, che eredita la novità kantiana del noumeno e, in sintonia con l’antropologia tedesca dell’inizio del ‘900, identifica nella ‘eccentricità’ lo specifico dell’ominino che emerge dall’evoluzione: ‘eccentricità’, cioè il fatto che il vivente di forma chiusa (che si percepisce a differenza delle piante come ‘separato’ dall’ambiente’, assume una posizione particolare rispetto ai propri limiti articolando attivamente esterno e interno, mettendo –in- forma ‘cornici’ che separano il Dentro e il Fuori, l’ «“in sé” (come corpo oggettivo (Körper), come sistema di parti e nucleo) , e il “fuori di sé” (come corporalità gestita (Leib)»,come corpo che si assoggetta e si dà forma in relazione all’esterno). La posizionalità propria di una forma organica chiusa è detta da Plessner “centrica”: posto al centro del proprio essere, l’animale si rapporta col suo fuori in maniera stabile e poco problematica. Le cose stanno diversamente per l’essere umano, la cui posizionalità è del tutto eccentrica. Questo grado del principio posizionale non ricongiunge i lati del dentro e del fuori, ma fomenta una frattura. L’uomo vive contemporaneamente al di qua e al di là di questa frattura, l’uomo è questa frattura.

[3] Naturalmente la stessa situazione, a maggio motivo, si ripropone agli insegnanti: i più vivono ‘bene’ la loro professione quando sanno di poter applicare programmi e tecniche e procedure (anche modernissime) che li esonerano dall’assumersi responsabilità sulle scelte di fondo della loro azione. Solo pochissimi, al di là di queste pratche riduttive, accettano pienamente la problematicità della relazioni in divenire, l’incontro con l’gnoto..

[4] Anche nella tradizione occidentale troviamo atteggiamenti di questo tipo in varie pratiche storiche: nel Medioevo gli affreschi nelle chiese puntavano proprio a creare choc e non elevazione al sublime; l’esteica classicistica in altra direzione, punta al sublime, ma attraverso la ripetizione e non l’originalità.

[5] Il Soggetto cartesiano è appunto una ‘forma’ e non una entità ontologica: è un ‘modello’ molto funzionale per affrontare e risolvere una parte dei problemi dell’umano, ma non è la verità. Da tante parti ormai sappiamo che quello che chiamiamo Persona, Io, Sé, Soggetto, Individuo ecc. è un sistema aperto dinamico, cioè complesso di informazioni  autoregolative, alla cui origine c’è presumibilmente un Vuoto ontologico colmato – omeostaticamente – attraverso ile varie forme di making special che l’ambiente offre / impone al singolo organismo umano.Da Nietzche a freud, da Maturana e von Bertalanfy, da Hofstadter a Damasio e Lacan,  tante sono i thinking special che orientano in questa direzione.

“FARE QUALCOSA”, ovvero MAKING SPECIAL

Per l’uomo un vantaggio evolutivo determinante è la costruzione di ordine laddove in partenza non ce n’è.

Se l’organismo tipico si limita a ripetere meccanicamente certi atti, l’organismo dell’ominino, a partire da un certo momento acquisisce il controllo di certi comportamenti ‘speciali’, nel senso che acquista , osiamo dire, la ‘coscienza’ dell’efficacia maggiore di alcuni comportamenti rispetto ad altri.

All’inizio certamente non è questione di coscienza ma di efficacia, ovvero di crescita dell’adattabilità, delle possibilità di sopravvivenza. E in termini di R&S, per usare le espressioni di D.Dennett, queste pratiche diventano patrimonio ‘culturale’ : alla base di tutto c’è il processo proprio di tutti gli organismi viventi di ‘delimitare il campo’ d’azione, di isolare una Parte rispetto al Tutto e ivi cercare di ‘costruire’ un ordine,

Ad esempio, segnando il territorio con segnali chimici, sonori ecc. lo spazio vitale viene mantenuto con minore spreco di energia, quindi con crescita delle probabilità di sopravvivenza. Insomma il passaggio inconsapevole dal Non Finito al Finito segna il vantaggio evolutivo, che si moltiplica nel momento in cui la stessa procedura passa ai comportamenti.

La ritualizzazione (cioè la ripetizione) di certi gesti assicura lo stesso effetto di ‘economia’ energetica e di ‘sopravvivenza. 

E questo è tanto vero che ancora oggi, nelle società ipersviluppate della globalizzazione, è proprio la limitazione del campo a dettare legge, sia in ambito economico sia in ambito psicologico e sociale.

La specializzazione in ambito lavorativo (la divisione del lavoro) è solo uno sviluppo estremamente modellizzato di quella caratteristica di fondo.

Lo stesso vale per le relazioni sociali: man mano che il gruppo di riferimento si è ingrandito sono cresciute le pratiche relazionali di restringimento del campo, ovvero relazioni amicali e amorose. Se in tanti è difficile reggere il compito di regole e conflitti mimetici, allora la riduzione del campo sociale consente di ‘controllare’ in modo efficace lo ‘spazio socio psicologico’. Copioni in generale (Goffman, Winnicot) come ritualizzazioni’, per così dire, laiche: e riduzione del numero delle persone – organismo con cui stabilire lo spazio sociale ‘ di sicurezza.

Ma ancora in generale, tutti ci sentiamo molto più rilassati se ci limitiamo a pratica un hobby, a fare lavori manuali, a dedicarci ad attività speciali (come uno sport qualunque, una disciplina qualunque).

Tra la prospettiva di dover affrontare un impegno pluriennale di studi all’università e quella di stare in un laboratorio a ‘fabbricare’ qualcosa, è chiaro che immediatamente la scelta è fatta. La riduzione del campo insomma è il segreto

2

E quando è davvero iniziato il tutto? Per Ellen Dissayanke dalla relazione madre / cucciolo.

Madre e infante, avrebbero entrambi goduto di questo successo evolutivo inconsapevolmente guidati dal senso di piacere che ne avrebbero tratto.

La mente umana ‘lavoro’ sempre in termni economici: è meno dispendioso in termini di impegno di energia una ‘forma’ ‘armonica’ rispetto ad una disarmonica.

La disarmonia impegna una revisione, una analisi, una elaborazione, che alla fine ha magari delle risposte chiare. Ma nel frattempo si è consumato energia. Se al contrario la facciata di una casa mostra al centro una porta e ai lati altri due motivi (finestre, ornamenti, ecc.) ebbene la mente prova ‘piacere’, sta bene, è soddisfatta perché riconosce’ una ripetizione, una dimensione di collegamento tra elementi che costa meno spreco.

Il piacere, viene fatto notare, è la ricompensa anche di altri comportamenti adattivi in relazione

  • al sesso (liberazione dalla pulsione alla ricerca dell’altro, affermazione del proprio predominio)
  •  al cibo,  (omeostasi energetica)
  • al riposo (omeostasi energetica)
  • all’essere ammirati (riconoscimento)
  • ed allo stare al caldo. (omeostasi energetica)

La ritualizzazione è la procedura più efficace per determinare in termini culturali uno stato di emotività positiva: la ‘ripetizione’ e la simmetria esonerano dall’angoscia dettata dall’incertezza rispetto al e alle percezioni asimmetriche.

Il processo di ritualizzazione, secondo la Dissanayake (2009a), conferisce in generale importanza a certi segnali specifici tramite operazioni che mirano ad attrarre ed a mantenere l’attenzione delle altre persone.

In uno stato di coscienza ordinario non facciamo esperienza di emozioni vere e proprie, ma i nostri stati affettivi possono essere descritti come fluttuazioni dell’umore: con valori positivi, negativi o neutri. (Damasio).

Reazioni emotive vere e proprie vengono innescate da discrepanze o cambiamenti improvvisi (la Differenza) che suscitano il nostro interesse consapevole in termini di biforcazioni davanti a cui scegliere: la novità viene va immediatamente valutata sulla base dell’asse semiotico fondamentale dell’organismo che vive, pausa vs sicurezza. Il Proto – sé consiste in questo automatismo elementare di ricerca della sopravvivenza pura e semplice. Solo quando vi si innesta il cervello gastrointestinale, l’organismo  incomincia a de- finire i ‘luoghi’ delle emozioni, a delimitare lo ‘spazio’ fisiologico delle emozioni, a passare dalla reazione non orientata alla schematizzazione topica delle emozioni, a trasformare la passività dell’essere ‘mossi’ all’attività del ‘sentire’, della distinzione delle varie specifiche sollecitazioni sensoriali che determinano dolore o piacere ( posizionalità ‘centrica’)

La mente dell’homo sapiens infine trasforma queste percezioni in simboli, anzi in sistemi arbitrari segni che lo fanno davvero un unicum tra tutti gli organismi (posizionalità ‘eccentrica’)[1].

Insomma, nel corso dell’evoluzione, un comportamento inconsapevole mano a mano diventa una possibilità di descrizione dello stato dell’organismo, e addirittura la possibilità di orientare lo stato dell’organismo, passando dal disturbo al piacere.

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L’effetto fondamentale di questa condizione di eccentricità, fa sì che l‘essere umano sia un essere “naturalmente artificiale”, che vive in una condizione di “immediatezza mediata” con il reale e con se stesso, situandosi perennemente in una “localizzazione utopica” (sempre dentro e al contempo fuori di sé, sempre in un qui e contemporaneamente sempre in un altrove). È questa particolare ambivalenza, impossibile da ricomporre, che fa dei sapiens degli animali senza pace e costitutivamente sradicati.

La percezione di questa frattura costitutiva impone all’homo sapiens di elaborare procedure ‘artificiali’ che riescano a creare radici laddove non ve ne sono, a favorire la quiete,  eliminando  il contrasto tra il ‘qui’ e l’altrove’. Ogni cultura umana dà una forma all’informe, attraverso i miti (script) e i riti (frame) che riescono a connettere in qualche modo, con efficacia, il ‘qui’ e l’altrove, il dentro e il fuori.

Le forme elaborate, a forza di essere ripetute, finiscono per consentire ai singoli gruppi di organismi di ‘sopravvivere’ in modo efficiente, economizzando energia.

In definitiva la procedura che è alla base della sopravvivenza è la ‘banalizzazione’ della ‘complessità’, il ridurre cioè il Molteplice all’Uno – per dirla con termini della tradizione filosofica classica. Dall’utopia di voler /potere controllare tutto, fonte di angoscia costante, l’homo sapiens passa al ‘fare qualcosa’, al ‘delimitare il campo ’, a creare forme finite (spaziali, temporali, sociali, simboliche). Leggi, abitudini, pratiche che funzionano vengono agganciate all’Altrove e creano quiete. Diventano la base ontologica di quello che Khaneman chiama Sistema 1.

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A livello del singolo si ripete quotidianamente il problema e la soluzione: di fronte a situazioni complesse, percepite come non finito, la persona cerca di ‘fare qualcosa’ e basta, di limitarsi ad una azione semplice, elementare, facile da identificare nelle sue componenti e facile da ripetere.

Il risultato è l’esonero dal problema della scelta. Ditemi che devo fare e sono tranquillo.

Ecco perché l’uomo comune – proprio perché sapiens, cioè consapevole della complessità delle cose – preferisce le situazioni elementari, le procedure note, eliminando (distruggendo) il nuovo, lo strano.

Gli hobby (come il giardinaggio ) certamente rilassano : proprio perché cosentono di limitare al massimo il Mondo. Invece della complessa rete di relazioni e di scelte da mediare costantemente, ‘fare qualcosa’ (giocare a calcio, andare ad una mostra, un concerto, un festival filosofico…) consente di vivere in mondi virtuali (del ‘come se’) felici e contenti, ‘come se’ davvero quella piccola fetta di reale fosse tutto il reale.

Così si spiegano cose che l’ingenuità del Sistema 1 pretende di valutare su basi etiche. Ad esempio i ragazzi a scuola in genere , abituati alla routine, rifiutano energicamente di trovarsi improvvisamente a fare delle scelte: sono contenti se gli si assegnano compiti precisi (cioè ‘delimitati’ chiaramente) e li si interroga proprio su quelle cose; vanno in crisi se d’un tratto li si pone davanti a biforcazioni mai praticate. Nel primo caso c’è l’esonero dalla scelta (fatta da un potere, chiunque sia davvero), nel secondo l’angoscia del problema da identificare.

Insomma più serenità nell’affrontare compiti limitati (le competenze di cui tanto si ciarla) e disturbo di fronte a problemi da mettere in forma[2]. E gli artisti sono quelli che più si trovano in questa dimensione.

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Partendo dalla teoria che la comprensione (appraisal) di un indice saliente o nuovo avviene nella forma dell’anticipazione del significato di tale evento in relazione ai propri interessi vitali (Watson and Clark 1994), la Dissanayake suggerisce che tutti gli artisti, operanti con qualsiasi medium, attuino gli stessi comportamenti istintivi osservati dagli etologi durante i comportamenti ritualizzati delle altre specie animali.

Tramite la semplificazione o la formalizzazione, la ripetizione con o senza variazioni, si attua un vero e proprio processo di ‘modellizzazione’ primario (Lotman)con cui si passa dalla complessità del Non Finito alla chiarezza dei Mondi, con nette linee che demarcano l’Ordine dal Disordine (la Simmetria dall’Asimmetria, l’armonia dal rumore, il Bello dal Brutto, il Buono dal Cattivo).

È proprio tramite l’esagerazione e l’elaborazione che oggetti, materiali, corpi, ambienti, suoni e scansioni ritmiche presenti nella realtà quotidiana vengono “resi speciali” (made special), passando dal dominio dell’ordinario a quello dello straordinario (Hogan 2003; Jakobson 1971; Mukařovský 1964/1932; Shklovsky 1965/1917).

È questa consapevole pratica che segna l’emergere di figure sociali ‘specializzate, come sciamani e sacerdoti ed indovini.

 Per mezzo di questi comportamenti gli artisti riuscirebbero ad attrarre ed a sostenere l’attenzione del loro pubblico inducendo ed influenzando le loro emozioni proprio come fanno i neonati con le proprie madri

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Artification

Questi comportamenti evoluti nel corso delle interazioni con i neonati vengono considerati operazioni proto-estetiche responsabili di aver prodotto una sorta di bagaglio di capacità e di sensibilità. Una volta utilizzato in modo consapevole ed in un nuovo contesto culturale, questo insieme di capacità e di sensibilità si sarebbe poi evoluto in una predisposizione comportamentale che sarebbe divenuta nuovamente adattiva.

Queste pratiche di artification portate avanti durante le cerimonie ed i riti religiosi sarebbero inavvertitamente divenuti nuovamente adattivi. La partecipazione ad un rito avrebbe prodotto due benefici adattivi, sia per i singoli individui che per l’intero gruppo.

In circostanze incerte, l’aver avuto un “qualcosa da fare” sancito culturalmente avrebbe alleviato l’ansia e la partecipazione in un’attività temporalmente organizzata avrebbe rinforzato i legami all’interno del gruppo.

Così si spiegano i mobs durante il lockdown per coronavirus, così si spiegano le jacquerie che si ripetono nella storia: nel primo e nel secondo caso di fronte all’incertezza del nuovo e incontrollato quadro delle cose che fluiscono, ci si aggrappa a ‘qualcosa di limitato’ che consente di ‘fare qualcosa’ di assolutamente delimitato, con una cornice (un inizio e una fine) che rendono possibile, allontanare la percezione disturbante dello sfondo per concentrarsi unicamente sulla figura in primo piano, isolata dal resto, isolata dal tempo, legata unicamente a coordinate certe e limitate.

Così un concerto (classico o rock poco importa) una visita al museo, una raccolta di foto, una ricetta ecc. sono ‘making special’ che consentono di esonerarci dal ‘pensare’.

Quando queste pratiche vengono fatte proprie da persone con una minima consapevolezza del ‘trauma’ del codice simbolico entro cui fino ad allora sono vissuti, ebbene allora emergono opere che oggi chiamiamo ‘artistiche’.

La Dissanayake sottolinea il fatto che gli effetti suscitati dalle arti non sono dati dalla mera presentazione di stimoli che attivano moduli cognitivi e percettivi capaci di dirigere l’attenzione verso informazioni salienti, ma dalla manipolazione che viene fatta di questi stimoli in modo da accrescere la conoscenza delle cose, in modo da proporre una nuova modellizzazione delle cose.

E l’esposizione a queste stimolazioni, se ripetute ritmicamente,porta alla condizione di ‘piacere’ (godimento lacaniano di secondo tipo: le opere d’arte non sono altro che oggetti sostitutivi dell’Ordine affermato dal Codice Simbolico e che si scopre inesistente o carente).

 Le reazioni emotive sarebbero suscitate dall’arrangiamento (petit objet a) di questi stimoli in relazione ad altri stimoli (codice simbolico, legge del Padre) e dalle altre operazioni compiute al fine di conferire una qualità estetica, ovvero una forma di simmetria alternativa a quella cui si è esposti ‘normalmente’ all’interno dello spazio sociale di riferimento.

Secondo la artification hypothesis una precisa comprensione della produzione e della fruizione artistica sarebbe più ampia e profonda rispetto al punto di vista prevalente negli studi di psicologia sperimentale e di neuroestetica (Brown e Dissennayake, 2009).

 Opposizione ad una concezione occidentale di arte Nelle critiche che i sostenitori dell’artification hypothesis muovono nei confronti degli studi estetici di stampo neuroscientifico e di psicologia sperimentale viene sottolineato il fatto che l’arte viene spesso caratterizzata o fatta coincidere con la bellezza (Dutton, 2009; Martindale, Locher, & Petrov 2006; Thornhill 2003), con il talento (Dutton 2009), con l’originalità (Miller 2000), con la creatività (Martindale, Locher e Petrov 2006; Miller 2000; Dutton 2009) o con la rarità (Dutton 2009), ma che in culture diverse da quella occidentale, la produzione e la partecipazione artistica risultano diffuse e frequenti, e alla tradizione viene spesso dato un valore superiore sia rispetto alla creatività che alla novità, e che alla bellezza vengono spesso preferite la paura e lo shock.

Del resto tutta l’arte occidentale contemporanea, nella versione di ‘ricerca’  che si contrappone al kitsch didel mercato dell’agevolezza (piacere, bellezza, ripetizione del noto) è oggi attestata a cercare di ‘straniare’ lo spettatore, a portarlo su terreni nuovi di conoscenza, ricorrendo sistematicamente alla asimmetria, all’imprevisto.

Secondo Dissanayake e colleghi, molti studi di estetica sperimentale e di neuroestetica partono da un concetto troppo radicato nella cultura occidentale moderna. Opere d’arte, ma anche paesaggi ed altre scene presenti nel campo visivo, vengono trattati come se fossero entità statiche percepite da soggetti statici. Gli studi etnologici su altre culture e società raramente ci informano di opere d’arte statiche e di osservatori contemplativi come avviene in molti studi di estetica sperimentale

Insomma nel corso del XX secolo abbiamo assistito in campo estetico, psicologico ed artistico ad uno spostamento dell’attenzione

  • dalla contemplazione alla partecipazione che muove
  • dalla percezione come fenomeno passivo alla percezione come esplorazione e creazione attiva (Gibson, 1986; Neisser, 1976),
  •  dall’opera chiusa all’opera aperta, dal messaggio alla polisemanticità (Jakobson 1985; Eco, 1962; Barthes, 1977),
  • dal genio ispirato al produttore (Marinetti 1909; Benjamin, 2008),
  • dall’oggetto alle relazioni (Heidegger, 1935; Duchamp, 1973; Dèbord 1967, 1998; Deleuze e Guattari, 2003; Borriaud, 2010).

 La prospettiva bioevolutiva proposta dalla Dissanayake riserva un forte atteggiamento critico nei confronti della estetica filosofica occidentale moderna. La sua posizione non esclude che ci siano altri approcci possibili allo studio dei prodotti del cervello umano, ma insiste sul fatto che tali approcci debbano prendere in considerazione le nozioni fondamentali della biologia evoluzionistica.

La ricerca della Dissanayake muove dall’assunzione che il lungo processo evolutivo che ha disegnato il cervello umano (e non) ha fatto in modo che i suoi prodotti fossero innanzitutto fenomeni di tipo biologico, fenomeni il cui valore risiede principalmente nel contributo positivo dato alla sopravvivenza delle creature che li possiedono.

Ne consegue che per trovare una giustificazione biologica all’arte occorre chiedersi quale sia il suo contributo positivo all’evoluzione della specie, una nozione che l’autrice vede scontrarsi con la nozione secondo la quale il valore estetico di un prodotto sia qualcosa che esula dalla sua utilità pratica.

La domanda che si pone la Dissanayake è: “esiste un modo interessante o rilevante secondo il quale possiamo accettare che l’arte contribuisca, o abbia contribuito, positivamente all’evoluzione della specie?” (Dissanayake, 1982)


[1] Homo animal symbolicum per Ernt Cassirer, che eredita la novità kantiana del noumeno e, in sintonia con l’antropologia tedesca dell’inizio del ‘900, identifica nella ‘eccentricità’ lo specifico dell’ominino che emerge dall’evoluzione: ‘eccentricità’, cioè il fatto che il vivente di forma chiusa (che si percepisce a differenza delle piante come ‘separato’ dall’ambiente’, assume una posizione particolare rispetto ai propri limiti articolando attivamente esterno e interno, mettendo –in- forma ‘cornici’ che separano il Dentro e il Fuori, l’ «“in sé” (come corpo oggettivo (Körper), come sistema di parti e nucleo) , e il “fuori di sé” (come corporalità gestita (Leib)»,come corpo che si assoggetta e si dà forma in relazione all’esterno). La posizionalità propria di una forma organica chiusa è detta da Plessner “centrica”: posto al centro del proprio essere, l’animale si rapporta col suo fuori in maniera stabile e poco problematica. Le cose stanno diversamente per l’essere umano, la cui posizionalità è del tutto eccentrica. Questo grado del principio posizionale non ricongiunge i lati del dentro e del fuori, ma fomenta una frattura. L’uomo vive contemporaneamente al di qua e al di là di questa frattura, l’uomo è questa frattura.

[2] Naturalmente la stessa situazione, a maggio motivo, si ripropone agli insegnanti: i più vivono ‘bene’ la loro professione quando sanno di poter applicare programmi e tecniche e procedure (anche modernissime) che li esonerano dall’assumersi responsabilità sulle scelte di fondo della loro azione. Solo pochissimi, al di là di queste pratche riduttive, accettano pienamente la problematicità della relazioni in divenire, l’incontro con l’gnoto..

Competenze vs procedure?

COSA/COME

Competenze, Procedure.

Contenuti, Forme.

Problema antico, vissuto quasi sempre in forma digitale: o A o B.

Naturalmente sono elementi connessi necessariamente, come i due lati del nastro di Moebious.

L’ideologia dominante non dichiarata afferma la ‘naturalità’ di contenuti e procedure, per cui si tratta solo di ‘eseguire’, come in un qualunque gioco da tavolo, per cui stabilite le regole prima di cominciare si tratta ,una volta iniziato il game, solo di stare alle regole, di dimostrarsi più bravi degli altri nell’applicare le regole, le stesse regole. Per cui, nella solita razionalizzazione gerarchica da struttura definita in modo ‘vero’ (sacro), si può solo ‘specializzare’ le azioni (“competenze”)dei singoli nelle ‘cose’ da fare e riservare (in segreti affranti, come istituti speciali,camere di decisioni, ‘poteri forti’) i ‘segreti invisibili’ del ‘come’ (“procedure”) ai pochi eletti che prendano decisioni per tutti.

Pensiero lineare (competenze) o pensiero non lineare (procedure cognitive) , quindi?

Quali siano le procedure, in effetti, oggi è facile da svelare: basta ‘studiare’, basta avventurarsi nei terreni ‘specializzati’ delle neuroscienze, del cognitivismo evoluzionistico, della semiotica, dell’antropologia, della teoria dei sistemi, dell’emergenza ecc. ecc.

Proviamo allora, dopo qualche lettura, a proporre un ‘modello’. per il momento ci limitiamo a indicare i concetti chiave: in seguito per ognuna delle parti sotto indicate,proveremo a descrivere in modo teorico e pratico come funziona il modello.

PROCEDURA BASE[1]

A

Premessa

1 Ridurre il Campo di osservazione (dal Non Finito al Finito)

2 Modellizzare (riconoscere il Codice specifico del Campo così determinato)[2]

  1. Riconoscere gli elementi (Semantica, Categorie grammaticali)[3]
  2. Riconoscere le relazioni tra elementi
  3. Disambiguare situazioni di Ambiguità: Se a+x, se a+ y, se a + z, … Allora
  4. Relazioni sintattiche, testuali (ellissi, dato-nuovo, proforme..), extratestuali (memoria dell’osservatore)  
  5. Transcodificare
  6. Perifrasi
  7. Parafrasi
  8. integrazione

[1] La premessa generale assoluta è che si deve usare per ogni tipo di disciplina la parola ‘testo’ per intendere di cosa si parla: ogni ‘legge’ è una ‘frase’, per dirla in modo banale, è cioè fatta di parole. E le parole stesse non sono ‘natura’ ma artificio umano, artificio correlato evoluzionisticamente al vantaggio evolutivo. Anche una ‘persona’, anche un ‘evento’ è di fatto tale solo perché la mente umana che conosce due procedure di memorizzazione di base, il ‘frame’ e lo ‘script’, non può che ‘conoscere’ il reale trasformando il flusso indistinto e indistinguibile ai ‘forme’ riconoscibili e ripetibili, capaci di consentire ‘esonero’ dall’angoscia dell’imprevisto. Come detto le ‘forme’ con cui la mente ‘elabora’  i dati in entrata (selezionati in vario modo dagli organi preposti) sono ‘frame’ (schemi, cioè immagini vere e proprie, ossia ‘idee’ per usare il termine platonico, rappresentazioni spaziali  per così dire che semplificano la complessità delle cose, individuando solo alcune linee’ grosse’ degli oggetti animali piante persone eventi, schemi appunto , ovvero ‘modelli’ che nella semplificazione estrema consentono di costruire ‘categorie: lo schema dell’uomo come linee di braccia, gambe, corpo testa, consente di ‘riconoscere’ immediatamente’ tutti vari diversi uomini come appartenenti a quella categoria…)  e ‘script’ (ovvero ‘racconti, che a partire dai verbi consentono di riconoscere dei vari e propri ‘copioni’ fissi, delle relazioni costanti o molto probabili, che consentono di attivare le reazioni di sopravvivenza fondamentali, cioè paura o quiete). Certo, su questa struttura genetica, l’evoluzione umana ha costruito poi articiali e consapevoli frame e script (rappresentazioni, miti, riti, leggi ecc.)

[2] Se il Testo considerato è un romanzo, il codice dovrebbe essere quello (uno di quelli) letterari; se il Testo è una Persona potrebbe essere una delle tante psicologie, o sociologie o altro; se è un’Impresa economica ,il codice sarà qualcuna delle varie teorie a disposizione..e così via.(Se il ‘testo’ è un cosiddetto ‘problema’ di matematica, si tratta di andare a cercare il /i teoremi adeguati…

Tutto sta a sapere quali siano i codici, a sapere come sono stati costruiti, come funzionano, a partire dalla consapevolezza che non sono mai ‘verità’, ma sempre e solo Modelli, che possono funzionare solo se si restringe prioritariamente il campo di osservazione

[3] Le categorie sono riconoscibili per i significanti, per i segni che ‘arbitrariamente’ e per ‘opposizione’, indirizzano a questa o quella categoria. I significanti stanno tutti nel ‘testo’ e si tratta solo di avere una mappatura adeguata per poter inevitabilmente riconoscere l’appartenenza (la categoria di appartenenza9 di quel significante

PATERSON di Jarmusch

PATERSON

1

Simmetrie / Asimetrie

Paterson nel suo girare uguale giorno per giorno ha la possibilità di verificare – per così dire – la struttura che regge la realtà: lui fa sempre gli stessi percorsi, ma ogni giorno sono diversi quelli che salgono, ognuno portatore di storie diverse, e di queste storie apprende naturalmente quando i passeggeri salgono in coppia e continuano a parlare. Paterson vede spesso tra i passeggeri coppie di gemelli, ma a volte nota anche delle differenze tra loro (ad esempio, vestire, hobby).

L’idea generale che collega queste occorrenze è che nell’ andare incontro alla realtà ci capita di incontrare delle simmetrie (le ripetizioni, le regolarità) ma anche di che quelle stesse simmetrie portano anche elementi di differenza.[1]

La coppia per eccellenza della cultura occidentale è ovviamente quella degli innamorati, magari degli sposati: e l’equivoco che parte da Platone che la coppia di amanti consista in una coppia di elementi identici prima separata ma destinata a ricomporsi, ha determinato nel tempo una serie infinita di equivoci e di conflitti:  “due cuori e una capanna!” recita l’antico slogan romantico. In effetti Paterson e la moglie vanno d’accordo: ma solo per il fatto che il maschio è totalmente consapevole della differenza che esiste tra loro e sceglie conseguentemente di accettare questa differenza come una condizione necessaria per la coesistenza. Stare con l’altro significa per lui accettare proprio la sua differenza: ingolla a fatica ma con apprezzamenti positivi la pesante focaccia della moglie, resiste con la dissimulazione alle pressioni della moglie circa la pubblicazione delle poesie, l’aiuta nella sua impresa di pasticciera, ne subisce pazientemente le scelte circa le tende l’arredamento il film..

Insomma la moglie ha una visione semplicistica delle cose (sembra voler cambiare le cose – dipinge –  ma poi ci si accorge che fa tutto in bianco e nero; e le piacciono i film in bianco e nero), ricorre facilmente al mercato per realizzare i suoi desideri (la voglia di fare musica è soddisfatta via web) ha un’idea finalistica del tempo  (punta al successo nella vendita dei suoi dolci, vuole farsi imprenditrice) e punta  a divertirsi in modo meccanico (impara a suonare la chitarra in mezza giornata).

Il marito al contrario cerca continuamente di andare oltre quel che i sensi immediatamente gli suggeriscono, ha un impiego da routine (guida i pullman di linea urbana) e passa il tempo libero scrivendo poesie su un piccolo quaderno o bevendo da solo una birra al pub: ha una idea del tempo di tipo ciclico e rifiuta di pensare alla pubblicazione delle sue poesie. Insomma vede il disordine del mondo e lo vive in modo dionisiaco: è consapevole del fatto che se le cose sono fuori sincrono, solo la nostra ‘cura’ (intenzione) ci consente di creare – qua e là – un ordine.  Come è appunto il caso di un matrimonio, che si regge solo se almeno uno dei due membri si assume la consapevolezza critica dell’istituzione e con essa la responsabilità etica del risultato. Come è –ovviamente – il caso dello scrivere poesie, ovvero dell’arte in generale: creare – “giocosamente”, “ironicamente” – “forme” laddove non ce ne sono (i fiammiferi) e/o deformando quelle che vengono proposte in modo meccanico illudendo della esistenza della ‘simmetria’, cioè della cosiddetta ‘bellezza’

La moglie rispetto all’arte ha un atteggiamento non modernista (consapevole della sua finzionalità, del fatto che vale solo nella ricerca del singolo che si pone fuori asse), ma quello tipico dell’homo psycologicus : vuole il successo, il riconoscimento sociale, immaginando che un’opera artistica  ‘valga’ non se aiuta ad allargare la conoscenza ma solo se ottiene il riconoscimento degli Altri.

Insiste col marito per la pubblicazione delle cose che scrive sulla base di un sillogismo che tien conto dei segni esteriori dell’arte (dell’artista) non della qualità (si sarebbe detto una volta della sostanza) del suo operare:

1 “SE

 tu scrivi poesie d‘amore (ha appena letto quella dei fiammiferi), e un poeta italiano antico e famoso di nome Petrarca scriveva poesie;

2 SE

io[2] – a cui dedichi le tue poesie – mi chiamo Laura e la donna a cui Petrarca ha dedicato le poesie si chiamava Laura ,

3 ALLORA

tu sei un poeta uguale a Petrarca e devi pubblicare come lui.”

 Naturalmente qualunque appassionato di lirica sa che quelle poesie Petrarca le ha “ri –  scritte” per quarant’anni e che l’amore costituisce solo la trama tematica superficiale del libro.

A confermare l’ipotesi della necessità della consapevolezza della asimmetria per creare – come play – delle simmetrie, si può considerare la presenza nella trama della coppia di neri che, all’interno del pub, – cioè in luogo pubblico, dove certamente ci sono occhi che osservano, anzi ‘spettatori’, propongono una versione ‘comica’ dell’amor romantico. Toni drammatici a dire una realtà di semplice distanza. Il maschio in effetti svela al meglio l’inghippo: è un attore di professione che anche nelle ore fuori scena continua a caricare (“caricaturare”) espressionisticamente le relazioni di teatralità, nella convinzione della ‘naturalezza’ dei copioni che va recitando (la corte assillante dell’innamorato respinto, il gesto di sangue). Non si realizza una relazione tra i due proprio per il fatto che si continua a recitare la parte dell’“Amor che a null’amato amar perdona”: la differenza che emerge è solo motivo di distanziamento. La presenza del maschio è solo una ossessiva presenza, dettata dall’illusione che l’eccesso di passione (pur se recitato) garantisca l’unione (al contrario della cauta – “cinica” – accettazione di Paterson verso la moglie)

2

Indizi / Sintomi ermeneutici

Gli specchi: in casa. i riflessi sul vetro: sul pullman. Sono indizi di una chiara volontà autoriale di portare in qualche modo lo spettatore a ricondurre la varie e sparse situazioni narrative al topos fondamentale della tarda modernità, quello della ‘identità’: lo specchio (dai kiti alle favole ) sono sempre stati segni di moltiplicazione dell’uguale, con l’abisso che nell’infinito ripeteresi porta al vuoto finale. A partire dalla asimmetria della figura che emerge dallo specchio si contesta proprio il semplice a amichevole concetto che in fondo le co se cambiano, ma anoi siamo noi, che abbiamo una identità.

La linea : la direzione che ci diamo per dare senso al ciclo che si ripete, nelle dimensioni opposte di automatismo o di scelta consapevole.  Ad esempio il verso è contemporaneamente linea e ciclo, in effetti Ritmo.  Ovvero da un lato una immediata fila di parole che nella grammaticale combinazione porta dal nulla al pieno di un significato; ma il suo interrompersi, il suo ritorno a capo, interrompe questa illusione di ratio illimtata, e riporta la linea al circolare omeostatico recupero del precedente verso, alla ripetizione di quel cominciamento in termini di simmetrie che leghino le asimmetrie semantiche. Il verso è una linea che sempre ricomincia, che dice la differenza e sempre la ripetizione. Anche laddove non ci siano i versi legati delle tradizioni passate.

Cane. La sua pervicace tenacia nel rovesciare la cassetta della posta ogni giorno che il padrone la raddrizza, è segno della ‘animalità’ che alberga al fondo delgli organismi quali noi siamo: il cano è ‘amcino’ di patersone, ma proprio perché contraddice le sue manie di ordine spicciolo, Gli ricorda sempre che il reale va verso la entropica dissoluzione: ed è non casualmente il cane che distrugge di fatto il quaderno in cui Paterson scrive i suoi versi. I progetti umani (che vogliono imporre il segno della linealità  all’emergenza del mondo della termodinamica) sono condannati comunque alla dissoluzione perché esiste qualcosa ‘là fuori’ che trasforma e deforma quello a cui diamo forma. Anche i più gradi testi del passato finiscono nel nulla. Come l’intera specie umana, prima o poi. Il cane è insomma, nella vita quotidiana di Paterson, il segno dell’asimmetria rispetto all’intenzione semplificatoria della moglie, che si dedica solo a progetti “realistici”, a disegni  geometrici. Il cane è  segno del conflitto, dell’entropia, della ‘naturalità del distacco e non dell’amore (ringhia se si baciano; inclina quel che Paterson raddrizza)

Sfondo urbano : degrado (ovvero entropia), cascate in fondo: non locus amoenus, ma acqua fluente dall’acquedotto,  fuori della cornice costruita dall’uomo, nel Non Tutto. La città è la civiltà che dimentica, costruita sulla necessità dell’entropia, del rapido abbandono di quello che non serve più. La modernità è  novum, ovvero rinnovo continuo,  fluire del mercato, delle mode, a cui la moglie di Paterson è così attenta. Solo il ‘poeta’  ha la possibilità di ritrovare il fluire ‘naturale’: nel senso che sa selezionare entro il profluvio di detriti qualcosa che può essere ‘messo-in – forma’ propria, provvisoriamente (le poesie scritte sono distrutte dal …cane, cioè dall’emergenza che “tutto traveste”)

Casa. Tre livelli: sub per lettura (biblioteca di libri) e scrittura , raccoglimento; piano terra per vita sociale (cucina, pranzo); primo  per notte (letto, contatto). In alto si concilia la differenza che emerge in tutta pienezza nell’underground, nell’isola di silenzio e artificio che è possibile nascondendosi all’occhio dell’altro (anche se è la moglie). La ricerca della propria differenza consiste nel cercare/ costruire forme proprie: e per farlo si tratta di fare i conti con i residui del passato, con libri et similia. La selezione sarà sempre personale, ma sarà la guida più o meno consapevole per affrontare la coesistenza del piano terra in cui la differenza deve coesistere con l’Altro, e soprattutto per edificare l’armonia artificiale dell’Amore del piano alto, in cui si dimentica il reale e si vive (si dorme, come mostrano le ripetute scene di cominciamento di giornata) in una dimensione ‘irreale’ dove il tempo (i gironi, le ore)  ripetono l’interruzione della finzione del sonno / sogno della coppia.

Chitarra L’arte è lenta e ripetuta rielaborazione nella pratica di paterson, come emerge anche nell’incontro con la ragazzina poetessa. Ma la moglie ripete lo schema oraziano dello scrivere luciliano dello stans pede in uno. Quantità, tecnica meccanica e non intenzionalità: non volontà di conoscere attravareso la pratica della tecnica che fa l’arte, ma solo ripetizione di formule facili senza altro scopo che ‘divertirsi’ e ‘avere successo. Perciò la musica country, a cui silenziosamente Paterson contrappone la ricerca di una ripetuta mescolanza con il divenire che incontra nel pub. Personaggi che si conoscono, ma ognuno con storie on facili da collocare in categorie di agevolezza . e ovviamente la ricerca di altro tipo di musica.

Rapper : ritmo a due tempi, rime, ripetizione immediata, forte sempre uguale, da gruppo simmetria appunto. Ma ritmo delle poesie di P. è quello della variazione delle emozioni. L’eterno ritorno consiste nella fisicità del respiro e delle cose che accadono: ma se si appiattisce il ritmo a quello della natura, scompare il diritto alla differenza personale. Insomma ritmo come ripetizione e simmetria sono necessità: ma variazioni del ritmo sono i segni della differenza del Soggetto vs il gregge che si aggrega (musiche contemporanee che fanno ballare aggregando (da grex, grecis, gregge) tutti)

Memoria oblio: il senso del tempo delle esistenze è tutto in quel che poi ne rimane, appunto in quel che se ne ricorda e in quel che si dimentica. Paterson anche in questo è ‘differente’: quando va nel pub, incontra i monumenti della cultura pop contemporanea: nella parete dei famosi ci sono le icone locali dell’industria culturale nazionale, segni cioè del main stream, del middle brow, ossia le foto e ritagli che esaltano il giocatore di baseball, l’attore comico del cinema in bianco nero. Nel suo garage biblioteca invece tiene viva la memoria del poeta locale ( William Carlos W.) e di altri che in qualche modo hanno avuto a che fare con la cittadina ( Dickinson, Allen Ginsberg: naturalmente ci sono anche i non locali,  i poeti della scuola di New York, nelle citazioni finali dell’Altro, il  giapponese che si riconosce ‘identico’ a Paterson nella differenza di lettura, scrittura e atteggiamento di fronte al mondo (si incontrano di fronte alla cascata, grazie alle poesie di Carlos). E i libri della biblioteca di Paterson alludono al fatto che esiste anche un high brow, una elite, che disegna intenzionalmente la sua memoria, al di fuori dello spazio e del tempo ristretto.

Taccuino. Si oppone al libro, che nella percezione tradizionale viene associato alla ‘durata’.  Non casualmente viene distrutto (cane) a sottolinerae che lo scrivere è un’opera futile in fondo, che qul che siscrive serve al momento a scoprire qualcosa che prima no si vedeva, ma che quella scoperta vale soprattutto per chi l’ha fatta. Così poco male se il taccuino è distrutto:  va semplicemente ricominciato, sottolineando che qul che si è scritto è destinato a non ripetersi, che occorre nuova scrittura di fronte aslle variazioni emergenti del reale. infinite possibilità, talvolta.

Pub rispetto all’isola della casa, è lo spazio dell’incontro con l’emergenza delle cose, col cambiamento. È propriamente il luogo del dionisiaco in contrasto col luogo apollineo delle regole di casa,

Gestione conflitti: Paterson, quando per l’incidente al pulman si accendono gli animi,  mostra come alla violenza si può contrapporre la  parola come soluzione dei problemi di coesistenza. In generale come l’arte- se aiuta a conoscere – elimina le ‘ignoranza’ che causa l’aggressività.

3

Appendice

La vita è in sé priva di senso; il senso glielo danno gli uomini; gli uomini glielo danno o attraverso il Codice Simbolico (quello elaborato dalla società che lo destina al ruolo di semplice fruitore, ovvero ‘spettatore’)

 o attraverso la ‘messa in forma’ del Reale (ovvero del Trauma che consegue alla scoperta della incompletezza – dell’inefficacia – del codice simbolico nello spiegare la molteplicità del divenire)

Perché LA POESIA in – SCRITTA SULLE SCENE?

Il codice Simbolico della società globalizzata contemporanea è dominata da un eccesso di icone e di suoni. La comunicazione nei media (maxi e micro) avviene di fatto soprattutto sollecitando i sensi, ovvero sfruttando la velocità delle emozioni, piuttosto che la lentezza delle analisi

: Jarmusch sottolinea al contrario come una immagine (cinematografica)

 acquista senso (il senso che l’autore vuole dare) solo se accanto (dentro) ad essa si collocano le parole, delle parole che cerchino di scomporre la semplicità apparente di quel che si vede sullo schermo, ovvero di rendere più opaca la digestione del testo. Insomma “mettere – in-  forma” quella realtà molteplice del quotidiano significa evitare di assimilarla troppo rapidamente, solo attraverso emozioni (ovvero schemi costruiti già dalla nostra storia personale)

Abbiamo molti fiammiferi in casa nostra/                                        tra tante cose i fiammif.

 Li teniamo a portata di mano, sempre/                      relazione (controllo, proprietà)- durata

Attualmente la nostra marca preferita/  hic et nunc: dal genere a persona, da sempre a oggi

 Sono confezionati benissimo/                           DESCRIZIONE della differenza :  1late etica

Piccole scatole resistenti/                                dati percepiti: vista= dimensioni, durata

 Con lettere blu scuro e blu chiaro bordate di bordate di bianco/         vista = colori

A forma di megafono/                     menteframe: analogia(intersecazione di insiemi diversi)

Come per dire ancora più forte al mondo/          eccentricità: dare scopo a chi non ce l’ha

Così sobrio e furioso e caparbiamente pronto/  timica: essenzialità (design) e funzionalità

 ami/                                                  relazione di non aggressività, di cooperazione, di cura

 Io divento la sigaretta e tu il fiammifero,/         analogia; topic del morire come stile, scelta

 O io il fiammifero e tu la sigaretta/ trasformazione, distruzione nella relazione

nel cielo 

                                                                          topic del desiderio (de sideribus)


[1] La forma che propone il film per sottolineare questa situazione è quella spaziale : la circolarità vs la linearità.

[2] Il sillogismo dà per scontato che esistano quelle cose che chiamiamo TU ed IO, che la realtà consista nella relazione; che esistano delle procedure garantite per ottenere i risultati desiderati, come l’imitazione ecc. insomma nel caso della moglie vige in tutto e per tutto sempre l’inconscio cognitivo della media borghesia occidentale, che attinge positivamente al Sistema 1 (pensieri veloci) per realizzare una dimensione semplice e a portata di mano del Mondo.

[3]

JOKER & USA RIOTS

JOKER

1

Chi sono quegli anonimi protagonisti dei riots nelle piazze globali di oggi? Da chi sono formate le masse così energicamente protagoniste nei populismi di tutta Europa?

La risposta dell’intellighentja scandalizzata è chiara in superficie, ma ambigua nella sostanza, fondata com’è su una evidente ideologia: il caos è provocato dai perdenti, dagli ignoranti, dai rozzi incapaci di assumere una specifica identità moderna di Soggetto Consapevole e Responsabile, l’Ordine è garantito dalla presenza e dall’autorevolezza di Soggetti colti e sensibili e di successo, capaci di assumere un ruolo da protagonisti di fronte alla crisi della società.[1]

Questa visione è certamente chiara, ma perversa, fondata com’è su una evidente ideologia: oggi da tutte le discipline arrivano voci che ci dicono che la realtà è complessa, imperfetta, piena di contraddizioni, e che le rappresentazioni umane ne sono solo delle codificazioni riduttive, forse efficaci a dire una parte della realtà, ma sicuramente ingannevoli se si presentano come Verità.

Ecco allora la qualità del film Joker: l’emergere della violenza non è determinata dalla misteriosa natura ‘cattiva’ del protagonista, ma dalla sua immersione in un mondo di Ordine.

Insomma il film stravolge la consueta visione dello spettatore medio, per cui l’Ordine deriva dall’Ordine, ipotizzando che proprio dall’Ordine derivi il Disordine.

Ovvero se ci si sforza di individuare sotto la trama del film (la vicenda individuale di Arthur) il suo sotto testo (lo schema generale che giace al fondo di ognuno di noi) non si può non finire per ammettere che  i disordini e i populismi della nostra contemporaneità globale sono

  • non effetto di (per così dire) virus alieni (il Male, il Diavolo, il Comunismo o che altro del genere, che improvvisamente emergono dal Nulla per rovinare la Quiete del Nostro Mondo)
  • ma eventi iscritti proprio nella struttura stessa della Quiete (che per esistere ha bisogno di continua, anche se nascosta, violenza nei confronti  di tutto quello che non rientra negli schemi o nelle categorie che il Potere di qualunque tipo – dalla famiglia, al lavoro, alla politica, ai media- impone)

2

 La vicenda di Arthur è quella di un giovane qualunque, ‘perbene’ come si usa dire ma anche, come ancora si usa dire, ‘perdente’, che però in seguito alla concatenazione casuale degli eventi, diventa quel che , come si usa dire, un Mostro che distrugge quanto percepisce come ostacolo.

Nella prima parte del film, egli si prende cura della madre anziana, cerca un lavoro che gli consenta di realizzarsi, si lascia curare dalle istituzioni; ma conosce solo il fallimento, vittima com’è di soprusi, imbrogli, sopraffazioni, e per compensare la frustrazione si nutre di sogni (trovare un Padre, una Donna, il Successo), sogni che derivando tutti dal Sistema Simbolico della società di cui fa parte (quella metropolitana e capitalistica occidentale) non fanno che accrescere il suo stato di depressione.

Insomma la prima parte del film mostra in modo esemplare come procede quella che Lacan chiama Castrazione del Potere: il confronto asimmetrico tra la quotidianità imperfetta del singolo e la perfezione assoluta delle regole e dei valori proposti come Natura, innesta nel singolo uno stato continuo di scacco, inadeguatezza, sconfitta.

La seconda parte del film mostra una delle possibili vie d’uscita da questa situazione. Se la gran parte della gente si adegua alla situazione e accetta di pagare i costi per integrarsi alle regole del Sistema[2], c’è sempre una gran parte che conquista la propria ‘liberazione’ attraverso l’annichilimento delle proprie nicchie di sopravvivenza (media, famiglia, lavoro, amore).

In pratica non è vero che il Soggetto, secondo il modello cartesiano del Logos, emerge solo inserendosi in copioni già scritti di ordine, ma proprio dal dionisiaco[3] e carnevalesco[4] rovesciamento dell’Ordine.

Arthur diventa in effetti un Soggetto proprio nel momento in cui si libera di tutti i vincoli sociali che lo comprimono: le sue azioni sono determinate dal suo Sé solo quando a determinarle non è il Desiderio di adeguarsi alle Regole, ma l’abbandono alla Pulsione.

Una Pulsione ovviamente diversa da quella primitiva del neonato, dell’animale, in quanto riesumata consapevolmente dal profondo della struttura complessa dell’organismo umano che è. Solo dopo aver  subito un dolorosissimo percorso di formazione, Arthur può emergere alla condizione di consapevole Coscienza dell’Oltre Uomo: una volta assunta la Necessità di dar voce alla Pulsione di Morte, assume intenzionalmente  il volto e il nome  di Joker, colui che fa scherzi. Dal momento in cui si dipinge la maschera di clown non più per lavoro, ma per scelta, è chiaro che le azioni di A. acquistano senso non più sullo Sfondo di presunte Verità Assolute, ma di quello della Satira, ovvero della consapevolezza della Finzione. Niente più progetti sociali da realizzare, non più doveri etici o sensi di colpa , non più  medicine imposte dall’arroganza della scienza, ma solo un copione da Commedia dell’arte [5], dominato dalla pratica dell’ “improviso”, ovvero dall’inventare in situazione[6] quei gesti particolari che risolvano i problemi particolari[7].

E – proprio come gli eroi tipici delle storie di iniziazione- percorre con lucidità la nuova strada che porta al Sacrificio per creare Ordine (il Suo!) nell’annichilimento di convenzioni e limitazioni(l’Altrui).

La parte finale del film ci offre comunque una sorta di appendice politica. Arthur, ormai Joker, muore di fatto dentro l’auto della polizia da cui è stato arrestato. Sembra che tutto sia finito: la solita conclusione di una delle tante storie di disadattamento, in cui il disordine alla fine porta nuovamente all’ordine.

Ma un incidente capovolge ancora la situazione. L’auto della polizia viene travolta da un camion e Joker, che pare ormai morto, viene fatto risorgere – per così dire – da anonimi soggetti in maschera, i Black Block della situazione: di fatto provocano l’urto, tirano J.  fuori dall’auto e lo depositando sul cofano come un Cristo in croce. Quando si alza in piedi la massa dei mascherati accorsa in cerchio lo riconosce come Guida, come portatore di una nuova soluzione ‘divina’ al degrado incombente (ove per divino dobbiamo ovviamente riconoscere Dioniso[8] e non Apollo). E J. accetta la situazione: il dolore tragico che segna la sua maschera desolata dalla situazione viene corretto dal movimento simmetrico delle dita che rialzano in alto la bocca nella tipica espressione della maschera della commedia greca. Ma il rosso delle labbra non è più quello finto del trucco di scena con cui si era preparato per la propria avventura finale, bensì quello del sangue.

È una rappresentazione girardiana[9] della modalità violenta con cui nascono le società umane: per avere ordine occorre che ci sia un sacrificio in modo da passare dal bellum omnium contra omnes al bellum omnium contra unum. E in questa narrazione l’Uno è appunto l’Istituzione, il metodo è la Violenza

Questo del resto conferma la sequenza finale del film in cui J., ormai anziano ospite di un penitenziario[10], si libera allegramente della presenza ingombrante dell’assistente sociale (ossia della Voce della Verità che il Potere presume di dover incarnare); rifiuta il ricorso alla parola (alla spiegazione) e torna alla sua nuova condizione di illuminazione lasciando per il corridoio tracce di sangue.

Forse, pare dire in conclusione il film, tale è la direzione che va prendendo l’umano, ovvero questa è la nuova condizione del cosiddetto post – human. 

3

La maschera ha due funzioni significanti:

  • all’inizio della storia indica la passività del Soggetto che subisce il ruolo e la funzione del Padrone, sia nel senso proprio di datore di lavoro sia nel senso figurato lacaniano di Padre Castrante, di sistema simbolico che costringe ognuno di noi ad assumere come ‘naturale’ un copione rispetto a cui di fatto ci si sente sempre inadeguati e privi di comprensione.  Valore negativo dunque. Nella narrazione è il nascondimento del volto di Arthur, l’imposizione di una finzione che  è però alla fine anche protezione, nel senso che consente di nascondere agli altri la propria sofferenza, la propria ‘inferiorità’ percepita.
  • Alla fine della storia al contrario la maschera assume una valenza positiva, in quanto viene scelta coscientemente dal Soggetto per portare la lotta contro il Padrone (Media, Politica) eliminando la codificazione di significato che crea differenze funzionali al sistema del Padrone. Arthur (il Soggetto storico figlio di specifici genitori e costretto a specifici ruoli economici di dipendenza) scompare a favore di Joker (come pretende di farsi presentare in tv) e si propone come Tipo /Modello ripetibile immediatamente da parte della massa anonima della folla dei second – handers, che di fatto rinunciando alla propria particolare identità, nel momento in cui assumono la maschera che annulla la differenza, rivendicano a sé la funzione di privarsi della volontà propriamente capitalistica di sottostare al Mito del Servo che è destinato a diventare Padrone come self – made man , ed assumere quella del Proletario’ capace di agire in modo ‘universale’, come portatore di interessi e bisogni generali e non individuali.[11](Questa strategia è del resto quella è quella dei movimenti come Anonymous, un movimento, in cui l’anonimato è coerente alla strategia del situazionismo)

Lo scherzo

 Joker colui che scherza …

L’azione propria del Soggetto de – soggettivizzato che finalmente consapevole della natura finzionale / convenzionale delle Regole della vita sociale, assume la posizione attiva di chi il Gioco lo decide e non lo subisce: e che per farlo non può non distruggere i Giochi fino ad allora fatti passare per Regole Naturali (Verità).

Lo scherzo (Joke) d’altra parte non è Play né Game: questi ultimi hanno – per così dire – una intenzione seria, cioè di costruire uno spazio sociale entro cui i Soggetti assumono seriosamente dei ruoli per risolvere problemi di varia natura, mentre lo scherzo risale all’ordine del carnevalesco bachtiniano, ovvero alla volontà semplice di eliminare la Regola già presente del Padrone, di distruggere il peso del Potere che limita (con le sue finzioni barattate per natura) il godimento del Soggetto ormai de – soggettivizzato 

E’ ormai chiaro che tutto l’umano consiste nel costruire ‘forme’, ovvero nel costruire ‘giochi’ (Callois). Il problema storico è che nel tempo questi giochi tendono ad essere interpretati come se fossero Realtà Ontologiche e, soprattutto, fatti passare come Sacri definitori dei Valori, dei criteri.

Chi decide cosa è divertente o meno? Chi decide cosa è giusto o no? Arthur faticosamente arriva a percepire questa situazione di ‘inferiorità’ di border liner come risultato arbitrario di una intenzione di potere.

La risata di Joker

È il sintomo più proprio dell’isteria.

L’isterico è colui (il Soggetto) che si impegna continuamente a interrogarsi sul suo essere.

La risata è ambigua perché

  • da un lato prende in giro l’Altro, mettendo in discussione l’Ordine che egli presenta come Oggettiva Legge, a partire dalla posizione rivestita dal Padrone (Padre Potere castrante) o dall’esperto dell’Università (scienza): la risata svela il fatto che quell’ordine è nascondimento del Vuoto ontologico
  • dall’altro esprime la profonda disperazione verso se stesso , ovvero il ripetuto fallimento del tentativo di  trovare un supporto affidabile (una garanzia che dia sicurezza verso il divenire) nel Discorso o nell’Azione del padrone o dell’Esperto (Universitario)

Padre assente / Madre presente

“Una donna è interamente immersa nell’apertura, senza restrizioni, non c’è dimensione del suo essere che non sia permeata dall’essere sensibile verso il Non Tutto. Uno degli effetti sarà la sostanziale prevalenza dell’Indifferenziato, la tendenza a non fare distinzioni, gerarchie”

Un maschio, al contrario, è pronto a dare tutto per l’Oggetto del desiderio, pronto a sacrificarsi in nome di quell’Oggetto. Sulla base di una gerarchia, di una differenziazione all’interno del Tutto.

Insomma la Donna è Senza Limiti, il Maschio è / pone limiti.

Quindi se il padre è assente e la madre presente, il risultato è una definitiva cecità verso il Limite, la percezione e la creazione del Limite , della necessità del movimento retroattivo che eviti l’eccesso illimitato.

Joker (Arthur) è appunto figlio di una madre sola che non conosce limite nel suo attaccamento e che gli trasmette una visione di ‘dipendenza’ castrante (con il Mito del Padre Padrone che tutto può, a cui chiedere la soluzione, da cui chiedere approvazione)

Violenza omicida

 Quando finalmente scopre la semplicità della liberazione dai protocolli che creano sensi di colpa (dalla castrazione del Padre e della Madre, che appunto elimina fisicamente ), realizza la sua jouissance senza limiti. La sua “destituzione soggettiva” definitiva determina la nascita del Soggetto non etero determinato, del Soggetto che torna a dar retta alla pulsione pre soggettiva dopo aver attraversato la castrazione della soggettivazione sociale tipica. Joker distrugge tutte le figure castranti a cui chiedeva prima sicurezza e riconoscimento dal momento in cui (dopo aver ucciso i tre poliziotti nella metropolitana) scopre di non avere rimorsi o sensi di colpa, anzi…

Il presentatore televisivo che di fatto sostituisce la figura del padre (A. sogna che possa un giorno riconoscerlo come il figlio mai avuto) della madre e della amante: tutte persone che in un modo o l’altro impongono di vivere di ‘desideri’ invece che di libero abbandono alla pulsione, che impongono il castrante desiderio del riconoscimento dell’Altro.

Quando l’isterico capisce che l’esistenza non ha direzione, non ha senso, se non quello dell’ ex – sistere (dell’emergere) allora è pronto ad accettare la “fine del Mondo”, di quel Mondo entro cui aveva una posizione che continuamente veniva decisa da altri, una posizione di continuo disadattamento, di assoluto dolore, di continuo e interrotto vuoto di riconoscimento.

La massa diventa sciame

La crisi della vita sociale impone la mimesis, la ripetizione dello schema di Quinto Potere. Pathos invece che Ethos, carnevale distruttivo, Guy Fawkes.

La società dello spettacolo comporta il fatto che i singoli individui una volta ritrovatisi insieme in qualche luogo perdano (Le Bon, Freud) la loro soggettività differenziatrice e agiscono secondo la logica dei sistemi emergenti: ognuno fa quello che fa il più vicino, ognuno ripete la giravolte, le parole, le emozioni di chi lo circonda. Non esiste però una minoranza che , cosciente della situazione, sulla base di un ‘modello’ teorico elabora un piano e spinge gli altri in questa o quell’altra direzione: semplicemente i moti casuali di un particolare elemento si diffonde meccanicamente per contatto agli altri, che quindi imitano (Girad) l’Altro e se ne fanno seguaci e competitori. Loro stessi a loro volta possono determinare cambiamenti nelle mosse dell’Altro: ma così, senza premeditazione, solo per ‘ripetizione’. La paura, la collera, l’amor proprio, il biosgno materiale sono (possono essere) le molle del congegno che porta al movimento: ma alla fine ci si muove secondo la logica del ‘si’, dell’indifferenziato, dello ‘sciame ‘ appunto (Baumann, Han)..

Il singolo gesto di Joker viene ripreso e moltiplicato per pura ripetizione dai tanti che ‘appaiono’ vicini, nella strada, ovvero nella dimensione sociale e psicologica di fondo. Lo stato di ‘trauma’ represso emerge a fronte di ‘occasioni’ che consentono scelte immediate.

Il sistema 1 diventa la guida dell’azione, ed allora il godimento si esplica senza alcun’altra mediazione che la pulsionale necessità di ‘fare’.

(Questo tipo di meccanismo spinge nel mondo reale facilmente i molti a ‘seguire’ questo o quella performance, di questo o quel ‘soggetto’ che emerge nel mondo virtuale dei media di ogni tipo: la strada del film nel mondo concreto è difatti il web, ed è lì che lo sciame – aggregazione casuale e precaria – si forma e si sforma continuamente sotto la sollecitazione dei ‘persuasori occulti’ (Packard9 che sfruttano questa metaconoscenza per acquisire posizioni di potere a tutti i livelli. Anche i sedicenti colti rispondono passivamente a questi stimoli, accodandosi rapidamente alle chiamete ‘etiche o estetiche a campagne, manifestazioni, agitazioni che consentano di mantenere la compattezza ‘digitale’ del numero che dà la sensazione di essere comunque coperti, di essere in tanti afare la stessa cosa, di avere insomma ‘ragione’) [12]

Lo sporco, l’immondizia

I resti fumanti di incendi, le vetrine rotte, i frammenti di qualunque tipo che ingombrano le strade normalmente contenitrici di veloci auto in fuga verso gli affari, sono il ripugnante spettacolo che fa ribrezzo alla vista della persona che aspira alla quiete, alla norma, al giardino diffuso in cui ognuno coltivi il suo orto.

È la cosiddetta ‘immondizia’, ovvero il ‘non pulito’ che normalmente la vita produce negli interstizi e che normalmente viene occultata ‘altrove’.

L’immondizia è la rappresentazione materiale dell’Abietto su cui si costruisce l’Ordine del nostro Mondo (Pulito in latino): la frontiera fisica e culturale costruita attorno alle scintillanti vie delle city impedisce a chi le frequenta di percepire i resti che sia materialmente sia mentalmente vengono espunti in modo incessante dalla cosiddetta ‘civiltà’, dal cosiddetto ‘progresso’.

L’ordine, la bellezza, il giardino, è possibile solo se si esclude quello che crea disturbo rispetto alla ‘ratio’ che guida le menti che prendono decisioni. Solo che per quanto occultati questi elementi ‘emergono’ nei modi più imprevisti e incontrollati per il fatto che ogni dimensione della realtà è retta alla fin fine da meccanismi di omeodinamica o autoregolazione, per cui ogni eccesso provoca prima o poi effetti nel sistema, che è appunto sempre aperto e non chiuso. Il Mondo insomma è tale solo nella nostra rappresentazione: certamente non è nella Natura delle cose, certamente è condannato continuamente a riassestare le sue strutture.

È questa la storia dell’uomo, da quando è diventato sapiens: costruire ‘luoghi’ invece che ‘spazi’ significa sempre scartare qualcosa, produrre ‘scarti’ sia materiali sia umani.

E questi prima o poi fanno ‘massa’, nel senso fisico del temine provocando reazioni altre rispetto a quelle previste nel Mondo.


[1] Cioè di indicare le cause e le soluzioni dei problemi di ogni tipo, da quelli privati a quelli sociali. Specialsitidi di ogni tipo che isolando i singoli eventi critici sappiano, giusto secondo la visione ‘positivistica’, scandagliare le situazioni particolari iuxta propria principia fino a proporre lo specifico pharmacon. Naturalmente, se la prospettiva di riferimento è la ‘ situazione’, ebbene anche la soluzione è in situazione, ovvero provvisoria: ma in genere la ‘cura’ dettata dagli specialisti viene comunicata (narrata come nella vulgata contemporanea) come se fosse ‘assoluta’,(come Legge Naturale), valida ovunque e per sempre.

[2] Questo adeguamento oscilla ovviamente tra consapevolezza e inconsapevolezza. La consapevolezza del pensiero critico consente di costruirsi entro la società delle nicchie auto prodotte di senso, mentrei la semplice assuefazione acritica comporta la passiva e conformistica ‘ripetizione’ degli schemi.

[3] La cultura greca antica già conosce questa antinomia, in quanto fin dalla primitiva narrazione mitica contrappone agli dei dell’Ordine quelli del Disordine, ovvero come evidenzierà Nietzsche, Apollo a Dioniso. Il Soggetto non è rappresentato tanto dalla pura levigata superficie delle statue quanto dalle turbinose contraddizioni che agitano nel profondo gli eroi. Pegaso nasce dal sangue di Medusa, come sottolinea Calvino in Lezioni Americane.

[4] Anche la cultura occidentale conosce la presenza sotterranea ma mai totalmente eliminata, del ‘carnevale’, come evidenzia Bachtin: l’eccesso, la caricatura, la distruzione sono la mai confessata retroazione necessaria per consentire , con la pausa, il ritorno all’ordine, in una omeostatica dinamica di alternanza di contrari.

[5] “pensavo che la vita fosse una Tragedia e invece è solo una Commedia” dice Arthur mentre sta soffocando la Madre, ovvero l’Idolo fondamentale della costruzione mitologica dell’ordine, con il suo imperativo categorico alla Cura in generale e alla Cura per il familiare in particolare. L’unico modo per cominciare a scrivere il proprio copione, pare dire il film, è non tanto uccidere il Padre (che nelle storie occidentali sono di fatto identificate nel Potere di vario tipo, economico, sociale, politico e culturale), quanto la Madre con la sua ingiunzione ‘patetica’ primordiale alla castrazione (cfr. Psycho). Di fatto A. uccide prima la madre per eliminare poi direttamente il padre Economico (il rivale sul posto di lavoro) e Culturale (il presentatore televisivo) e indirettamente quello Politico (un anonimo in maschera faraà fuori il padre del futuro Batman, Bruce Wayne)

[6] Il cuscino, Il punteruolo e la pistola usati per eliminare gli ostacoli del momento sono oggetti che stanno là, a disposizione, oggetti che chiedono appunto di essere usati e lui usa in modo ‘comico’, ovvero rovesciando l’attesa. Il cuscino serve a curare, la pistola serve – pare – al suicidio. Anche nel momento in cui alzandosi sul cofano dell’auto distrutta della polizia si accorge di quel che gli sta succedendo intorno ‘improvvisa’ una performance che lo rende Signore carismatico della particolare Situazione. Questa è forse la via con cui emergono al giorno d’oggi i tipici capi populisti.

[7] Il Comico (come mostra Eco nel Il nome della rosa) è propria mente il nemico dell’Ordine costituito, di ogni ordine costituito, in quanto distrugge la fiducia nelle Regole rivelandone le contraddizioni, i limiti

[8][8] L’idea che si ha oggi del sacro, del divino, è che esso sia Ordine allo stato puro, Ordine primordiale, da cui di necessità dipendano tutti gli ordini umani: in effetti questa immagine è una semplifica zione della contradditorietà propria delle culture classiche che conoscevano nel sacro la figura del Disordine, della mescoalnza. La banalizzazione del divino a ordine è figlia tra le altre cose della tradizione cristiana, che impone di fatto del divino (pur nell’apparentemente rigore teologico della teoria della Trinità che concede nell’Unità anche la Molteplicità) una rappresentazione quietista di unicità, di fonte certa di Assolute Verità da non discutere, senza ammettere contraddizioni.

[9] Per l’antropologo Renè Girard (in Violenza e religione)ogni ordine sociale deriva da un sacrificio rituale, ovvero da una scelta consapevole dell’uso della violenza contro esseri umani)

[10] Il dato di cronaca sembra voler dire che il riot è finito nel nulla, come tutte le insorgenze carnevalesche della storia umana, e che il singolo alla fine deve subire sempre la repressione dell’Istituzione. Che appunto non rinuncia mai alla progettualità di un asservimento della Mente, oltre che del Corpo. Il prigioniero va rieducato. L’unica forma di resistenza (di liberazione) è allora a livello individuale, in situazione, come già detto: il singolo gesto particolare che dia spazio al dionisiaco.

[11] È la pratica propria dell’Internazionale Situazionista. ll detournement è un metodo di straniamento che modifica il modo di vedere oggetti comunemente conosciuti, strappandoli dal loro contesto abituale e inserendoli in una nuova, inconsueta relazione per avviare un processo di riflessione critica. Questo metodo viene utilizzato in ambito visuale per mezzo di collage e montaggio, tuttavia si possono detournare anche concetti (come  è il caso del plagiarismo digitale e analogico della rivista americana Adbuster) e situazioni sociali, come appunto il caso dei situazionisti che contestano proprio il mito romantico dell’originalità a favore della ripetizione. Abbandonare un originale moderno e rivoluzionario in favore di copie di opere d’arte logore, barocche, foriere di un gusto estetico kitsch.lcosì nella relazione sociale combattere l’ideologia capitalistica dell’individualismo, dell’ “autentico” ovvero della gerachizzazione funzionalistica in ogni settore, a favore dell’ Uguaglianza, della ripetizione, ovvero – di fatto – del recupero di quella che pare essere (neuroscienze, evoluzionismo) la pratica fondamentale della storia del’Umano. In ambito aristico novecentesco, a livello di film, il primo esempio di detournement è in Spartacus di Kubrick, nella scena in cui sconfitti, gli schiavi, a fronte della domanda del console su chi sia Spartaco, tutti quanti dichiarano di essere Spartaco.la fonte diretta della soluzione del film è naturalmente V per Vendetta, in cui rispetto al fumetto d’origine la maschera di Guy Fawkes non è più solo la maniera di identificare il protagonista ma è proposta appunto come oggetto infinatemente replicabile, capace cioè di dare evidenza comunicativa (figuralità) al concetto di identità collettiva come costruzione contingente, come risultato di una intenzione in situaione piuttosto che come un dato ‘naturale’ ereditato con tutte le sue catene di vincoli e gerarchie. Insomma “si può diventare” qualcuno “immediatamente” con l’assunzione della maschera.  Elementare ovviamente la pratic che  è da sempre in atto a livello antropologico presso tutti i gruppi sociali umani

[12] Il comportamento dei frequentatori dei concerti di musica classica da questo punto di vista non è diverso da quello degli ultras degli stadi, o da quello degli storni dei cieli di Roma al tramonto. La ‘sicurezza’ viene garantita dal muoversi in tanti nella stessa direzione: non importa la meta, importa lo stare insieme, il fare numero appunto. e non c’è necessariamente una figura che emerga come guida: anzi è così ancor più garantita la percezione di sé come un individuo che ‘ha libertà’. Però se mai si pone una biforcazione, se mai emerge dalle situazioni una necessità di scelta, allora inevitabile lo sconcerto per il passaggio ad un livello 2 mal praticato: ed ecco invocare un volto, una guida, un pastore, un guru, o più banalmente un esperto che dia la dritta , che indichi la ‘via’. Ecco perché la cosiddetta politica degli ultimi decenni non è altro che ricerca di ‘volti’, di ‘personaggi’: le responsabilità vengono affidate a qualcuno a cui presto si rimprovererà di aver fatto certe scelte.

JOKER

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”[1]


[1] Quest’apologo di David Foster Wallace consente di riflettere sul meccanismo fondante della mente umana, quello che per primo che consente di ridurre il Molteplice all’Uno e di far crescere le probabilità di sopravvivenza nell’organismo originale che è nostro antenato: la procedura Figura / Sfondo, individuata in modo teorico esplicito dagli studiosi della Gestalt Theorie nel primo Novecento ma di fatto praticata in modo intenzionale almeno a partire dal Quattrocento dagli artisti che hanno adottato la prospettiva centrale nella comporre un quadro. Nel caotico ammasso di stimoli che provengono dall’esterno la mente, attrezzata di specifici filtri percettivi, finisce sempre per selezionare solo quegli stimoli che, combinati in un modo piuttosto che in un altro, gli consentono di ‘capire’ (cioè ‘portare dentro di sé’)la situazione, ovvero di catalogarla in termini di pericolo o sicurezza, sulla base di un codice veramente digitale (cioè 0 /1). Questa meccanica di ‘contatto’ agisce in ‘economia’, per default: una volta attivate certe formule di ‘riconoscimento’ (detto altrimenti, una volta costruito un Mondo, con tanto di riduzioni dello spazio e del tempo a ‘forme’ chiare e prevedibili), lo Sfondo (questo Mondo) diventa semplicemente l’elemento neutro non problematico, su cui non si pongono questioni e su cui organizzare la sopravvivenza. In sostanza, tutte le strutture fondanti della società in cui ci troviamo a vivere (regole, principi, miti, riti, insomma lo Sfondo) vengono accettati in automatico come ‘realtà’, cioè come necessità: invece si pone attenzione solo alla Figura, cioè al ‘qui e ora’, cioè alle cose o persone che ci troviamo davanti in primo piano (in latino la preposizione Ob dice di questa relazione, e da qui deriva il termine Oggetto). Sono questi gli Oggetti che ci stimolano emozioni e sentimenti, e sono Oggetti , beninteso, non solo le cose materiali ma anche le immagini e le storie e i segni che ci rimbalzano dentro dall’Industria Culturale.  In genere i singoli provano senso di benessere quando questi Oggetti sono facili da catalogare e interpretare dentro le ‘forme’ (le Idee) cui si è abituati (lo Sfondo implicito), reagiscono con disgusto quando questi Oggetti non rientrano nell’automatismo del riconoscimento (cfr. Damasio, Dennet, Tomasello ecc.). In sintesi,  si vive in un “Mondo” che è tale perché strutturato sulla base di convenzioni di tutti i tipi: ma non lo si percepisce come un Problema di interpretare (e magari cambiare) bensì come un Dato ‘naturale’, e perciò immodificabile (Necessità)

1

Chi sono quegli anonimi protagonisti dei riots nelle piazze globali di oggi? Da chi sono formate le masse così energicamente protagoniste nei populismi di tutta Europa?

La risposta dell’intellighentja scandalizzata è chiara in superficie, ma ambigua nella sostanza, fondata com’è su una evidente ideologia: il caos è provocato dai perdenti, dagli ignoranti, dai rozzi incapaci di assumere una specifica identità moderna di Soggetto Consapevole e Responsabile, l’Ordine è garantito dalla presenza e dall’autorevolezza di Soggetti colti e sensibili e di successo, capaci di assumere un ruolo da protagonisti di fronte alla crisi della società.[1]

Questa visione è certamente chiara, ma perversa, fondata com’è su una evidente ideologia: oggi da tutte le discipline arrivano voci che ci dicono che la realtà è complessa, imperfetta, piena di contraddizioni, e che le rappresentazioni umane ne sono solo delle codificazioni riduttive, forse efficaci a dire una parte della realtà, ma sicuramente ingannevoli se si presentano come Verità.

Ecco allora la qualità del film Joker: l’emergere della violenza non è determinata dalla misteriosa natura ‘cattiva’ del protagonista, ma dalla sua immersione in un mondo di Ordine.

Insomma il film stravolge la consueta visione dello spettatore medio, per cui l’Ordine deriva dall’Ordine, ipotizzando che proprio dall’Ordine derivi il Disordine.

Ovvero se ci si sforza di individuare sotto la trama del film (la vicenda individuale di Arthur) il suo sotto testo (lo schema generale che giace al fondo di ognuno di noi) non si può non finire per ammettere che  i disordini e i populismi della nostra contemporaneità globale sono

  • non effetto di (per così dire) virus alieni (il Male, il Diavolo, il Comunismo  o che altro del genere, che improvvisamente emergono dal Nulla per rovinare la Quiete del Nostro Mondo )
  • ma eventi iscritti proprio nella struttura stessa della Quiete (che per esistere ha bisogno di continua, anche se nascosta, violenza nei confronti di  tutto quello  non rientra negli schemi o categorie che il Potere di qualunque tipo – dalla famiglia, al lavoro, alla politica, ai media- impone)

2

 La vicenda di Arthur è quella di un giovane qualunque, ‘perbene’ come si usa dire ma anche, come ancora si usa dire, ‘perdente’, che però in seguito alla concatenazione casuale degli eventi, diventa quel che , come si usa dire, un Mostro che distrugge quanto percepisce come ostacolo.

Nella prima parte del film, egli si prende cura della madre anziana, cerca un lavoro che gli consenta di realizzarsi, si lascia curare dalle istituzioni; ma conosce solo il fallimento, vittima com’è di soprusi, imbrogli, sopraffazioni, e per compensare la frustrazione si nutre di sogni (trovare un Padre, una Donna, il Successo), sogni che derivando tutti dal Sistema Simbolico della società di cui fa parte (quella metropolitana e capitalistica occidentale) non fanno che accrescere il suo stato di depressione.

Insomma la prima parte del film mostra in modo esemplare come procede quella che Lacan chiama Castrazione del Potere: il confronto asimmetrico tra la quotidianità imperfetta del singolo e la perfezione assoluta delle regole e dei valori proposti come Natura, innesta nel singolo uno stato continuo di scacco, inadeguatezza, sconfitta.

La seconda parte del film mostra una delle possibili vie d’uscita da questa situazione. Se la gran parte della gente si adegua alla situazione e accetta di pagare i costi per integrarsi alle regole del Sistema[2], c’è sempre una gran parte che conquista la propria ‘liberazione’ attraverso l’annichilimento delle proprie nicchie di sopravvivenza (media, famiglia, lavoro, amore).

In pratica non è vero che il Soggetto, secondo il modello cartesiano del Logos, emerge solo inserendosi in copioni già scritti di ordine, ma proprio dal dionisiaco[3] e carnevalesco[4] rovesciamento dell’Ordine.

Arthur diventa in effetti un Soggetto proprio nel momento in cui si libera di tutti i vincoli sociali che lo comprimono: le sue azioni sono determinate dal suo Sé solo quando a determinarle non è il Desiderio di adeguarsi alle Regole, ma l’abbandono alla Pulsione.

Una Pulsione ovviamente diversa da quella primitiva del neonato, dell’animale, in quanto riesumata consapevolmente dal profondo della struttura complessa dell’organismo umano che è. Solo dopo aver  subito un dolorosissimo percorso di formazione, Arthur può emergere alla condizione di consapevole Coscienza dell’Oltre Uomo: una volta assunta la Necessità di dar voce alla Pulsione di Morte, assume intenzionalmente  il volto e il nome  di Joker, colui che fa scherzi. Dal momento in cui si dipinge la maschera di clown non più per lavoro, ma per scelta, è chiaro che le azioni di A. acquistano senso non più sullo Sfondo di presunte Verità Assolute, ma di quello della Satira, ovvero della consapevolezza della Finzione. Niente più progetti sociali da realizzare, non più doveri etici o sensi di colpa , non più  medicine imposte dall’arroganza della scienza, ma solo un copione da Commedia dell’arte [5], dominato dalla pratica dell’ “improviso”, ovvero dall’inventare in situazione[6] quei gesti particolari che risolvano i problemi particolari[7].

E – proprio come gli eroi tipici delle storie di iniziazione- percorre con lucidità la nuova strada che porta al Sacrificio per creare Ordine (il Suo!) nell’annichilimento di convenzioni e limitazioni(l’Altrui).

La parte finale del film ci offre comunque una sorta di appendice politica. Arthur, ormai Joker, muore di fatto dentro l’auto della polizia da cui è stato arrestato. Sembra che tutto sia finito: la solita conclusione di una delle tante storie di disadattamento, in cui il disordine alla fine porta nuovamente all’ordine.

Ma un incidente capovolge ancora la situazione. L’auto della polizia viene travolta da un camion e Joker, che pare ormai morto, viene fatto risorgere – per così dire – da anonimi soggetti in maschera, i Black Block della situazione: di fatto provocano l’urto, tirano J.  fuori dall’auto e lo depositando sul cofano come un Cristo in croce. Quando si alza in piedi la massa dei mascherati accorsa in cerchio lo riconosce come Guida, come portatore di una nuova soluzione ‘divina’ al degrado incombente (ove per divino dobbiamo ovviamente riconoscere Dioniso[8] e non Apollo). E J. accetta la situazione: il dolore tragico che segna la sua maschera desolata dalla situazione viene corretto dal movimento simmetrico delle dita che rialzano in alto la bocca nella tipica espressione della maschera della commedia greca. Ma il rosso delle labbra non è più quello finto del trucco di scena con cui si era preparato per la propria avventura finale, bensì quello del sangue.

È una rappresentazione girardiana[9] della modalità violenta con cui nascono le società umane: per avere ordine occorre che ci sia un sacrificio in modo da passare dal bellum omnium contra omnes al bellum omnium contra unum. E in questa narrazione l’Uno è appunto l’Istituzione, il metodo è la Violenza

Questo del resto conferma la sequenza finale del film in cui J., ormai anziano ospite di un penitenziario[10], si libera allegramente della presenza ingombrante dell’assistente sociale (ossia della Voce della Verità che il Potere presume di dover incarnare); rifiuta il ricorso alla parola (alla spiegazione) e torna alla sua nuova condizione di illuminazione lasciando per il corridoio tracce di sangue.

Forse, pare dire in conclusione il film, tale è la direzione che va prendendo l’umano, ovvero questa è la nuova condizione del cosiddetto post – human. 

3

La maschera ha due funzioni significanti:

  • all’inizio della storia indica la passività del Soggetto che subisce il ruolo e la funzione del Padrone, sia nel senso proprio di datore di lavoro sia nel senso figurato lacaniano di Padre Castrante, di sistema simbolico che costringe ognuno di noi ad assumere come ‘naturale’ un copione rispetto a cui di fatto ci si sente sempre inadeguati e privi di comprensione.  Valore negativo dunque. Nella narrazione è il nascondimento del volto di Arthur, l’imposizione di una finzione che  è però alla fine anche protezione, nel senso che consente di nascondere agli altri la propria sofferenza, la propria ‘inferiorità’ percepita.
  • Alla fine della storia al contrario la maschera assume una valenza positiva, in quanto viene scelta coscientemente dal Soggetto per portare la lotta contro il Padrone (Media, Politica) eliminando la codificazione di significato che crea differenze funzionali al sistema del Padrone. Arthur (il Soggetto storico figlio di specifici genitori e costretto a specifici ruoli economici di dipendenza) scompare a favore di Joker (come pretende di farsi presentare in tv) e si propone come Tipo /Modello ripetibile immediatamente da parte della massa anonima della folla dei second – handers, che di fatto rinunciando alla propria particolare identità, nel momento in cui assumono la maschera che annulla la differenza, rivendicano a sé la funzione di privarsi della volontà propriamente capitalistica di sottostare al Mito del Servo che è destinato a diventare Padrone come self – made man , ed assumere quella del Proletario’ capace di agire in modo ‘universale’, come portatore di interessi e bisogni generali e non individuali.[11](Questa strategia è del resto quella è quella dei movimenti come Anonymous, un movimento, in cui l’anonimato è coerente alla strategia del situazionismo)

Lo scherzo

 Joker colui che scherza …

L’azione propria del Soggetto de – soggettivizzato che finalmente consapevole della natura finzionale / convenzionale delle Regole della vita sociale, assume la posizione attiva di chi il Gioco lo decide e non lo subisce: e che per farlo non può non distruggere i Giochi fino ad allora fatti passare per Regole Naturali (Verità).

Lo scherzo (Joke) d’altra parte non è Play né Game: questi ultimi hanno – per così dire – una intenzione seria, cioè di costruire uno spazio sociale entro cui i Soggetti assumono seriosamente dei ruoli per risolvere problemi di varia natura, mentre lo scherzo risale all’ordine del carnevalesco bachtiniano, ovvero alla volontà semplice di eliminare la Regola già presente del Padrone, di distruggere il peso del Potere che limita (con le sue finzioni barattate per natura) il godimento del Soggetto ormai de – soggettivizzato 

E’ ormai chiaro che tutto l’umano consiste nel costruire ‘forme’, ovvero nel costruire ‘giochi’ (Callois). Il problema storico è che nel tempo questi giochi tendono ad essere interpretati come se fossero Realtà Ontologiche e, soprattutto, fatti passare come Sacri definitori dei Valori, dei criteri.

Chi decide cosa è divertente o meno? Chi decide cosa è giusto o no? Arthur faticosamente arriva a percepire questa situazione di ‘inferiorità’ di border liner come risultato arbitrario di una intenzione di potere.

La risata di Joker

È il sintomo più proprio dell’isteria.

L’isterico è colui (il Soggetto) che si impegna continuamente a interrogarsi sul suo essere.

La risata è ambigua perché

  • da un lato prende in giro l’Altro, mettendo in discussione l’Ordine che egli presenta come Oggettiva Legge, a partire dalla posizione rivestita dal Padrone (Padre Potere castrante) o dall’esperto dell’Università (scienza): la risata svela il fatto che quell’ordine è nascondimento del Vuoto ontologico
  • dall’altro esprime la profonda disperazione verso se stesso , ovvero il ripetuto fallimento del tentativo di  trovare un supporto affidabile (una garanzia che dia sicurezza verso il divenire) nel Discorso o nell’Azione del padrone o dell’Esperto (Universitario)

Padre assente / Madre presente

“Una donna è interamente immersa nell’apertura, senza restrizioni, non c’è dimensione del suo essere che non sia permeata dall’essere sensibile verso il Non Tutto. Uno degli effetti sarà la sostanziale prevalenza dell’Indifferenziato, la tendenza a non fare distinzioni, gerarchie”

Un maschio, al contrario, è pronto a dare tutto per l’Oggetto del desiderio, pronto a sacrificarsi in nome di quell’Oggetto. Sulla base di una gerarchia, di una differenziazione all’interno del Tutto.

Insomma la Donna è Senza Limiti, il Maschio è / pone limiti.

Quindi se il padre è assente e la madre presente, il risultato è una definitiva cecità verso il Limite, la percezione e la creazione del Limite , della necessità del movimento retroattivo che eviti l’eccesso illimitato.

Joker (Arthur) è appunto figlio di una madre sola che non conosce limite nel suo attaccamento e che gli trasmette una visione di ‘dipendenza’ castrante (con il Mito del Padre Padrone che tutto può, a cui chiedere la soluzione, da cui chiedere approvazione)

Violenza omicida

 Quando finalmente scopre la semplicità della liberazione dai protocolli che creano sensi di colpa (dalla castrazione del Padre e della Madre, che appunto elimina fisicamente ), realizza la sua jouissance senza limiti. La sua “destituzione soggettiva” definitiva determina la nascita del Soggetto non etero determinato, del Soggetto che torna a dar retta alla pulsione pre soggettiva dopo aver attraversato la castrazione della soggettivazione sociale tipica. Joker distrugge tutte le figure castranti a cui chiedeva prima sicurezza e riconoscimento dal momento in cui (dopo aver ucciso i tre poliziotti nella metropolitana) scopre di non avere rimorsi o sensi di colpa, anzi…

Il presentatore televisivo che di fatto sostituisce la figura del padre (A. sogna che possa un giorno riconoscerlo come il figlio mai avuto) della madre e della amante: tutte persone che in un modo o l’altro impongono di vivere di ‘desideri’ invece che di libero abbandono alla pulsione, che impongono il castrante desiderio del riconoscimento dell’Altro.

Quando l’isterico capisce che l’esistenza non ha direzione, non ha senso, se non quello dell’ ex – sistere (dell’emergere) allora è pronto ad accettare la “fine del Mondo”, di quel Mondo entro cui aveva una posizione che continuamente veniva decisa da altri, una posizione di continuo disadattamento, di assoluto dolore, di continuo e interrotto vuoto di riconoscimento.

La massa

La crisi della vita sociale impone la  mimesis, la ripetizione dello schema di Quinto Potere. Pathos invece che Ethos, carnevale distruttivo, Guy Fawkes

Lo sporco, l’immondizia

Rappresentazione materiale dell’abietto che adesso è dentro le nostre zone di vita


[1] Cioè di indicare le cause e le soluzioni dei problemi di ogni tipo, da quelli privati a quelli sociali. Specialsitidi di ogni tipo che isolando i singoli eventi critici sappiano, giusto secondo la visione ‘positivistica’, scandagliare le situazioni particolari iuxta propria principia fino a proporre lo specifico pharmacon. Naturalmente, se la prospettiva di riferimento è la ‘ situazione’, ebbene anche la soluzione è in situazione, ovvero provvisoria: ma in genere la ‘cura’ dettata dagli specialisti viene comunicata (narrata come nella vulgata contemporanea) come se fosse ‘assoluta’,(come Legge Naturale), valida ovunque e per sempre.

[2] Questo adeguamento oscilla ovviamente tra consapevolezza e inconsapevolezza. La consapevolezza del pensiero critico consente di costruirsi entro la società delle nicchie auto prodotte di senso, mentrei la semplice assuefazione acritica comporta la passiva e conformistica ‘ripetizione’ degli schemi.

[3] La cultura greca antica già conosce questa antinomia, in quanto fin dalla primitiva narrazione mitica contrappone agli dei dell’Ordine quelli del Disordine, ovvero come evidenzierà Nietzsche, Apollo a Dioniso. Il Soggetto non è rappresentato tanto dalla pura levigata superficie delle statue quanto dalle turbinose contraddizioni che agitano nel profondo gli eroi. Pegaso nasce dal sangue di Medusa, come sottolinea Calvino in Lezioni Americane.

[4] Anche la cultura occidentale conosce la presenza sotterranea ma mai totalmente eliminata, del ‘carnevale’, come evidenzia Bachtin: l’eccesso, la caricatura, la distruzione sono la mai confessata retroazione necessaria per consentire , con la pausa, il ritorno all’ordine, in una omeostatica dinamica di alternanza di contrari.

[5] “pensavo che la vita fosse una Tragedia e invece è solo una Commedia” dice Arthur mentre sta soffocando la Madre, ovvero l’Idolo fondamentale della costruzione mitologica dell’ordine, con il suo imperativo categorico alla Cura in generale e alla Cura per il familiare in particolare. L’unico modo per cominciare a scrivere il proprio copione, pare dire il film, è non tanto uccidere il Padre (che nelle storie occidentali sono di fatto identificate nel Potere di vario tipo, economico, sociale, politico e culturale), quanto la Madre con la sua ingiunzione ‘patetica’ primordiale alla castrazione (cfr. Psycho). Di fatto A. uccide prima la madre per eliminare poi direttamente il padre Economico (il rivale sul posto di lavoro) e Culturale (il presentatore televisivo) e indirettamente quello Politico (un anonimo in maschera faraà fuori il padre del futuro Batman, Bruce Wayne)

[6] Il cuscino, Il punteruolo e la pistola usati per eliminare gli ostacoli del momento sono oggetti che stanno là, a disposizione, oggetti che chiedono appunto di essere usati e lui usa in modo ‘comico’, ovvero rovesciando l’attesa. Il cuscino serve a curare, la pistola serve – pare – al suicidio. Anche nel momento in cui alzandosi sul cofano dell’auto distrutta della polizia si accorge di quel che gli sta succedendo intorno ‘improvvisa’ una performance che lo rende Signore carismatico della particolare Situazione. Questa è forse la via con cui emergono al giorno d’oggi i tipici capi populisti.

[7] Il Comico (come mostra Eco nel Il nome della rosa) è propria mente il nemico dell’Ordine costituito, di ogni ordine costituito, in quanto distrugge la fiducia nelle Regole rivelandone le contraddizioni, i limiti

[8][8] L’idea che si ha oggi del sacro, del divino, è che esso sia Ordine allo stato puro, Ordine primordiale, da cui di necessità dipendano tutti gli ordini umani: in effetti questa immagine è una semplifica zione della contradditorietà propria delle culture classiche che conoscevano nel sacro la figura del Disordine, della mescoalnza. La banalizzazione del divino a ordine è figlia tra le altre cose della tradizione cristiana, che impone di fatto del divino (pur nell’apparentemente rigore teologico della teoria della Trinità che concede nell’Unità anche la Molteplicità) una rappresentazione quietista di unicità, di fonte certa di Assolute Verità da non discutere, senza ammettere contraddizioni.

[9] Per l’antropologo Renè Girard (in Violenza e religione)ogni ordine sociale deriva da un sacrificio rituale, ovvero da una scelta consapevole dell’uso della violenza contro esseri umani)

[10] Il dato di cronaca sembra voler dire che il riot è finito nel nulla, come tutte le insorgenze carnevalesche della storia umana, e che il singolo alla fine deve subire sempre la repressione dell’Istituzione. Che appunto non rinuncia mai alla progettualità di un asservimento della Mente, oltre che del Corpo. Il prigioniero va rieducato. L’unica forma di resistenza (di liberazione) è allora a livello individuale, in situazione, come già detto: il singolo gesto particolare che dia spazio al dionisiaco.

[11] È la pratica propria dell’Internazionale Situazionista. ll detournement è un metodo di straniamento che modifica il modo di vedere oggetti comunemente conosciuti, strappandoli dal loro contesto abituale e inserendoli in una nuova, inconsueta relazione per avviare un processo di riflessione critica. Questo metodo viene utilizzato in ambito visuale per mezzo di collage e montaggio, tuttavia si possono detournare anche concetti (come  è il caso del plagiarismo digitale e analogico della rivista americana Adbuster) e situazioni sociali, come appunto il caso dei situazionisti che contestano proprio il mito romantico dell’originalità a favore della ripetizione. Abbandonare un originale moderno e rivoluzionario in favore di copie di opere d’arte logore, barocche, foriere di un gusto estetico kitsch.lcosì nella relazione sociale combattere l’ideologia capitalistica dell’individualismo, dell’ “autentico” ovvero della gerachizzazione funzionalistica in ogni settore, a favore dell’ Uguaglianza, della ripetizione, ovvero – di fatto – del recupero di quella che pare essere (neuroscienze, evoluzionismo) la pratica fondamentale della storia del’Umano. In ambito aristico novecentesco, a livello di film, il primo esempio di detournement è in Spartacus di Kubrick, nella scena in cui sconfitti, gli schiavi, a fronte della domanda del console su chi sia Spartaco, tutti quanti dichiarano di essere Spartaco.la fonte diretta della soluzione del film è naturalmente V per Vendetta, in cui rispetto al fumetto d’origine la maschera di Guy Fawkes non è più solo la maniera di identificare il protagonista ma è proposta appunto come oggetto infinatemente replicabile, capace cioè di dare evidenza comunicativa (figuralità) al concetto di identità collettiva come costruzione contingente, come risultato di una intenzione in situaione piuttosto che come un dato ‘naturale’ ereditato con tutte le sue catene di vincoli e gerarchie. Insomma “si può diventare” qualcuno “immediatamente” con l’assunzione della maschera.  Elementare ovviamente la pratic che  è da sempre in atto a livello antropologico presso tutti i gruppi sociali umani

SNOWPIERCER

PREMESSA

1

Come guardare un film?

Guardando i blockbuster (come spesso sono i film di ‘genere’, come horror, science fiction, polizieschi, fantasy )in genere lo spettatore è gratificato dalla possibilità di seguire una rappresentazione semplificata della vita umana, che è appunto ridotto alla forme di vita così estreme da non creare problemi di riconoscimento su quello che accade sullo schermo. Si vive e si muore, si vince e si perde, si soffre e si gioisce.

Questa empatia è necessaria per ogni uomo: ognuno di noi ha bisogno di confrontarsi con l’Altro, di poter disporre di schemi concettuali ed evenemenziali che rendano sia riconoscibile sia tollerabile i problemi delle singole esistenze. Io spettatore mi ‘riconosco’ nei protagonisti e mi sento affine a loro. Sono uguale a loro, bel bene e enel male, mi consentono di avere conferme nella mia visione dle mondo.

Affidandosi però solo alle emozioni portate dal contenuto delle storie narrate e rifuggendo da ogni attenzione per le forme (dell’immagine, del montaggio, del dettaglio), si evita di fatto ogni possibile giudizio su quello che vediamo (perché quella inquadratura,? Perché quelle figure? Perché quell’albero all’inizio (o alla fine)? E che succede se si cambia la successione dei fatti?..).si finisce non tanto per arrivare a un’agognata neutralità ma per riproporre alcune delle modalità più stereotipate e ideologiche con le quali si guarda la realtà. Insomma si adottano di fatto degli ‘occhiali’ di cui non ci si accorge di essere portatori. Insomma, come nota fin dal ‘600 Emanuele Tesauro, c’è sempre proprio nel film, o nel quadro, o nel romazo, o nel linguaggio, o nelle regole di una qualunque scienza, una rappresentazione propsettica delle cose che accadono. Occorre impossessarsi di un ‘cannocchiale’ per riuscire davvero a notare quel che è lontano, e di un microscopio per andare a scavare negli interstizi dei testi. Insomma se c’è un Testo, bisogna dare per scontato che esista un Sotto Testo, sorretto dalla Intenzionalità e dalla Intertestualità dell’Autore. C’è uno Sfondo da imporre alla Figura in primo piano. Ed è il Sistema 2 di Kahneman a dover essere sollecitato …

In definitiva questa è in effetti una delle cose più interessanti della produzione d’immagini al cinema:

se guardiamo le cose senza porci sufficientemente il problema della modalità di costruzione e di mediazione del nostro sguardo, ci limitiamo a indugiare nel campo (apparentemente ‘neutro’) dell’ideologia.

Alla modalità spontanea con cui si guardano le cose che Khaneman e Tversky chiamano Sistema1) si può (si deve) aggiungere quella ‘faticosa’ del Sistema 2 (ricerca dati, categorizzazione, analisi testuale e intertestuale, ipotesi, confutazioni, argomentazioni, abduzioni…)

2

Perché siamo quel che siamo?

Il bisogno di rivendicare la propria identità – sudista, ma spesso più generalmente americana – dev’essere considerato come la risposta al disprezzo da parte delle élite: nessuno dice «sono fiero di essere un avvocato di Manhattan». Dire invece: «Sono fiero di essere un contadino dell’Alabama» (quando il luogo da dove si viene è in realtà un posto squallido e impoverito, come lo vediamo nel film di Minervini), o «sono fiero di essere un americano che combatte per la libertà nei marines» (quando poi si vive con le food stamps e si finisce a combattere in Iraq a vantaggio di quelli che invece hanno tutto l’interesse a mantenerlo in quella povertà), non può che essere un modo per esprimere in maniera traslata uno stigma sociale di classe. Queste persone dicono di essere fiere di qualcosa, proprio perché tutti paiono invece ricordargli che loro vivono in un posto orrendo e senza speranze: semplicemente alla possibilità di riconoscersi come analogo di altri (diseredati) e cercare quindi di ‘fare la storia’ (modificare l’esistente) si è sostituita nella società globale neoliberista l’ideologia dell’individuo, la cui ‘identià’ è data proprio dalla più semplice delle identificazioni , quella ‘psicologica’ dell’appartenenza, della ‘comunità.

È la cultura delle comunità religiose o prepolitiche o sportive che pullulano nel macromondo del liberismo in cui lo sfruttato si costruisce uno spazio sociale di Riconoscimento di tipo archetipico: in genere funziona il richiamo alla mitica Età dell’Oro in cui esisteva l’Autenticità nelle relazioni umane, quella che in genere viene comunicata nelle forme di Fratellanza e Sorellanza. Micro mondi, riserve di sopravvivenze, in cui i riti e i miti ‘locali’ (limitati, materialmente a portata di mano e di mente) soddisfano la pulsione organica dell’Appartenenza. lAltro non è un assoluto, ma semplicemente quella limitata fetta di persone che ‘mi’ sta accanto. E quando ne sono lontano, a maggior motivo, funziona come zona di conforto: privata della ruvidità che comporta la coesistenza materiale nello stesso posto fisico, l’appartenenza diventa appunto una Figura di Ordine capace di quietare le turbolenze che emergono dalla conflittualità nella Macro Società del Mercato Globale.

3                                                                                                                                                         

Quale la relazione tra particolare e generale? Il film come allegoria della storia

a.

Il treno in movimento incessante su un pianeta ‘vietato’. Il treno è l’umanità che immagina se stessa sempre in movimento.

Il movimento è reale: ma è in effetti un ciclo. La complessità (spazio non finito) spiegata coll’immagine di un treno che è sempre in movimento (spazio finito, pare ma immerso in uno spazio non finito).

b.

Il treno nella sua linearità figurale mette in scena le componenti del mondo e soprattutto la loro interconnessione, in termini di potere e di funzionalità.

La complessità globale delle relazioni che  il locale (singolo vagone) non può percepire diventa evidente per lo spettatore che seguendo la storia capisce che quel che succede in ogni singolo vagone è in effetti determinato / consentito da tutto il sistema. E che quel che succede in ogni singolo vagone non è Caso ma Effetto di una Volontà.

c.

La realtà complessa è insomma un sistema che vede una dimensione non finita (la terra, l’universo cioè) entro cui ‘si muove’ una dimensione ‘finita’ (la società umana nella sua interezza): e dentro questa dimensione interna vi sono altre dimensioni ‘finite’ che di fatto sono in funzione l’uno dell’altro.

La realtà è quindi rappresentata nella crisi della Realtà, nell’emergenza di Ordine dal Disordine: la catastrofe finale apre ad un altro Ordine semplicemente diverso da quello del Treno 8che si rivela comunque condannato all’entropia).

Ordine dal Disordine appunto: logica dell’Emergenza e non della Linea della ratio.

TRAMA

2031. In un mondo decimato da una nuova era glaciale (dovuta ad un gas [1]disperso nell’ambiente per ridurre l’effetto serra e abbassare la temperatura del globo terr[2]estre) un gruppo di sopravvissuti rimane in vita all’interno di un treno[3], lo Snowpiercer, che continua a spostarsi intorno alla terra e si procura l’energia necessaria attraverso un motore perpetuo.

Il treno è un microcosmo di società umana diviso in classi sociali[4]: i più poveri vivono nelle ultime carrozze; i più ricchi nei vagoni anteriori. La convivenza tra loro sfocia inevitabilmente in lotte e rivoluzioni. I poveri sono continuamente oppressi dalla milizia di coloro che risiedono nella testa del treno, che rapiscono i loro bambini e li fanno vivere privi di igiene e di alimenti, punendo qualsiasi persona si opponga al loro volere.

Curtis[5], insieme all’amico Edgar e all’anziano Gilliam, decide di ribellarsi[6] all’oppressione dei soldati e di condurre una rivolta fino alla testa della locomotiva, con l’intento di uccidere lo stesso creatore del treno, Wilford. Una volta scoperto che le armi dei militari in realtà sono ormai scariche (le ultime pallottole sono state utilizzate in una ribellione di quattro anni prima), Curtis ed Edgar, sostenuti dall’acrobatico Grey, dalla donna di colore Tanya, dal menomato Andrew e da un infiltrato segreto[7] “dietro le quinte”, danno il via alla ribellione.

Dopo la liberazione dei detenuti del “vagone prigione”, l’infiltrato, facendo trovare un biglietto, consiglia di liberare un prigioniero che potrebbe essere loro d’aiuto per l’apertura delle porte di accesso agli altri vagoni. Curtis segue il consiglio e libera due prigionieri, che decidono di unirsi a loro: Namgoong Minsu [8]e sua figlia Yona. I due chiedono in regalo due pacchetti di droga [9]per ogni porta che riusciranno ad aprire. Yona ben presto rivela i propri poteri chiaroveggenti. Scopre infatti che dietro una porta si trovano decine di soldati, ma non fa in tempo a fermare il padre, che apre la porta dando il via ad una vera battaglia.[10] Nella battaglia Curtis si trova di fronte a una scelta: salvare l’amico Edgar oppure catturare Mason, donna autoritaria che risiede nella sezione di testa; pur se a malincuore decide di catturare la donna, lasciando morire l’amico[11].

I ribelli, con la cattura di Mason e il massacro di molti dei soldati in testa al treno, si trovano in vantaggio. Ma questo vantaggio durerà ben poco. Sapendo che i suoi uomini sono sfiniti dalla precedente battaglia, Curtis decide di proseguire soltanto con Yona, Minsu, Tanya, Grey ed Andrew, portando insieme a loro Mason in catene e lasciando Gilliam nella sezione di coda.

Il gruppo arriva in una sezione del treno che sembra simile ad una scuola.[12] Qui assistono alla fase di insegnamento, potendo vedere coi propri occhi come ai bambini vengano insegnate una moltitudine di sciocchezze, facendo loro credere che il treno è l’unico posto sicuro al mondo, e che se un giorno cercheranno di fuggire pagheranno con la vita quel gesto.

Il piccolo gruppo di ribelli viene improvvisamente attaccato da un inserviente e dall’insegnante della “scuola”, che uccide Andrew, prima di venire a sua volta uccisa da Grey. La situazione inizia a degenerare: un gruppo di soldati riesce a raggiungere la coda, mettendo spalle al muro i passeggeri e uccidendo Gilliam, mentre Curtis, a sua volta, uccide Mason.

Curtis decide di proseguire con i pochi alleati che gli sono rimasti. Giunti in una sorta di vagone-piscina, il gruppo viene attaccato alle spalle, e il nemico mira specialmente a Yona (visto che un soldato la crede colpevole della morte di un suo amico). Il gruppo riesce a scongiurare anche quest’altra minaccia, ma a caro prezzo: Grey e Tanya, infatti, perdono la vita.

Curtis, Yona e Minsu, gli unici sopravvissuti, decidono allora di proseguire attraversando la locomotiva, dove c’è un decadimento totale dell’umanità.[13] Qui infatti trovano decine di giovani “ricchi” alle prese con un’orgia continua a base di alcool e droga.

 Arrivati all’ultima porta [14]Yona sviene e Minsu inizia un discorso con Curtis il quale gli rivela le sue colpe: lui non è un eroe[15], in passato ha ucciso la madre di Edgar ed era pronto ad uccidere anche lo stesso ragazzo pur di soddisfare la sua fame. Gli rivela inoltre come Gilliam abbia donato il suo braccio pur di salvare il piccolo Edgar ancora in fasce. Minsu, di fronte a questa rivelazione, gli confessa a sua volta che la locomotiva dovrebbe venire distrutta, visto che secondo lui fuori dal treno c’è ancora vita. Minsu ha preparato una bomba con la droga ottenuta per far saltare il treno, ma appena cerca di posizionarla una donna lo ferisce e invita Curtis ad entrare nella locomotiva.

Curtis, costretto dalla pistola della ragazza, accetta l’invito e entra nel vagone di testa dove incontra Wilford,[16] che gli rivela che è lui “l’uomo dietro le quinte che l’ha aiutato” e per tutti questi anni si è sempre tenuto in contatto, tramite un telefono segreto, con Gilliam, allo scopo di mettere ciclicamente in scena una ribellione [17]quando nel treno si verificava una situazione di sovraffollamento che metteva in pericolo l’esistenza di tutti; per questo motivo, spiega Wilford, i “poveri” erano continuamente vessati dalle guardie e costretti a vivere in maniera tanto orrenda, proprio per creare le condizioni che portassero alla successiva ribellione, completamente pianificata e organizzata da Wilford e Gilliam; quest’ultimo però, in questa particolare ribellione doveva fare in modo che essa finisse in un massacro nel vagone dei soldati e quindi i “poveri” ormai decimati tornassero in coda.

Visto che però la situazione gli era sfuggita di mano, Gilliam aveva dovuto pagare con la vita. Wilford cerca di convincere Curtis a diventare il nuovo capo della locomotiva, dicendogli che lui è ormai vecchio e che ha bisogno di qualcuno di fidato che prenda il suo posto. Mentre Curtis tituba[18] di fronte alla proposta del vecchio, Yona lo raggiunge chiedendogli un fiammifero per far detonare la bomba, mentre il padre è impegnato in una lotta con un gruppo di persone appartenente alla testa. Curtis dapprima l’allontana, ma quando la ragazza gli mostra che il figlio di Tanya viene usato come operaio per la manutenzione continua della locomotiva, costretto a lavorare in uno spazio ristrettissimo al di sotto del pavimento, ritorna in sé. Yona riceve il fiammifero, che a sua volta consegna al padre, mentre Curtis salva il bambino. Alla scoppio della bomba Curtis e Minsu stringono Yona e il bambino, agendo come scudo per loro.

Dopo lo scoppio della bomba il treno si ribalta. Curtis, Minsu e Wilford muoiono, e solo Yona e il bambino riescono a sopravvivere. All’inizio i due sono sconvolti da quanto è successo, ma subito dopo vedono un orso polare, segno che fuori dal treno c’è ancora vita. [19] L’impressione iniziale è che il prodotto diretto da Bong Joon-ho sia unblockbuster dalla trama banale e dalle velleità post-apocalittiche. E invece (pur ostentando qualche banalità e momenti affrontati superficialmente) Snowpiercer è un vero e proprio calderone di idee e di commistione di toni e generi; un autentico film intertestuale, che richiede più di una visione per poterne gustare ogni sfaccettatura e ogni piccolo dettaglio. Difatti ridurre la pellicola del regista coreano a mera metafora dell’umanità (il Treno è il mondo) appare alquanto insultante e superficiale. Perché l’opera contiene numerose sottotrame, livelli di comprensione sempre diversi, che pescano a piene mani dalla cultura occidentale, dalla religione e dalla società. Sono questi i veri motori dell’azione diSnowpiercer, che esibisce echi da arca di Noè: sopravvivenza, selezione naturale, oppressori, schiavi in rivolta, brutalità umana, inganni e ribaltamenti rivoluzionari.


[1] Antefatto, dove è ben inquadrata la situazione attuale del pianeta, dominato da una feccia che, con la scusa ridicola di frenare un inesistente “global warming“, decide di impiegare aerei utili a spargere un prodotto chimico ad hoc, il CW-7, all’origine, invece, della mortale glaciazione. Le prime sequenze riprendono, sottolineate da un maestoso e subitaneo commento musicale, tre velivoli in formazione, mentre rilasciano corpose scie chimiche. Emblematico quanto annunciano gli anchormen nel prologo della produzione, immediatamente prima. L’icastico realismo è pure evidente nell’anno prossimo, il 2031, in cui l’autore colloca l’avvento dell’era glaciale, ma soprattutto nella data del 1 luglio 2014, giorno in cui cominciano le operazioni aeree per “salvare la Terra”. La fantascienza – almeno la migliore – parla sempre del presente o al più del domani imminente. Deformando il presente, apparentemente tanto, in realtà pochissimo. Così Snowpiercer. L’introduzione del film allude ad avvenimenti del presente, dell’anno di produzione del film: c’è la nota scoperta del progressivo riscaldamento globale, il prezzo pagato al cosiddetto sviluppo che – dicono – non si può fare a meno di pagare. E comunque – lo sappiamo – faticosi e deludenti sono i tentativi di distribuire i costi di una riduzione delle emissioni fra nazioni sviluppate e nazioni in via di sviluppo. Poi, nel film, c’è la scoperta che il riscaldamento ha ritmi più veloci di quanto si credesse ed ha effetti già rovinosi. C’è però la fiducia positivistica – illusoria – nell’uomo e nelle sue risorse: la scienza e la tecnologia. Sicché si decide di riparare al riscaldamento globale con lanci nello spazio di una sostanza salvifica. Ma qualcosa non torna: il mondo precipita in una sterminatrice epoca glaciale. La catastrofe causata dalla ‘arroganza’ della scienza viene aggravata dalla perseveranza della fiducia della scienza nella propria ‘verità’. Nel racconto del film si deve in effetti ad uno scienziato – tecnico, al geniale ingegnere Wilford, la salvezza di sparsi gruppi di umanità. I superstiti sono ospitati nel treno rompighiaccio che attraversa ormai da 17 anni la Terra congelata: il treno sembra una nuova arca di Noè, ma la sopravvivenza –qui – non è un dono, ma ha un costo. Il convoglio è rigorosamente compartimentato, e soprattutto funziona proprio grazie alla presenza di tanta umanità derelitta. Non un dono l’ammissione nel treno, ma un ‘affare’…

[2] La fine della Storia è la Catastrofe. Non un mondo migliore ma la distruzione dell’ordine delle cose. a questo porta l’ubrys dello scientismo monistico e senza retroazione, senza responsabilità. In effetti è la questione filosofica dell’umano: a che serve la vita? Quale meta ha? Ci si è date tante risposte nei secoli, dapprima di tipo religioso (rinviando al trascendente le risposte), poi – con la Modernità – di tipo laico, ovvero un Progresso di Giustizia e benessere grazie alla scienza.

[3] Icona della società globale, si muove per tutti i continenti. Modelli ‘testuali’, il treno di un film anni ’70 (Alessandra crossing), ma anche quelli ‘veri’ dei nazi che portavano ebrei…Anche in questo caso si pare rimarcare la fiducia estrema nel fatto che l’uomo ed il progresso tecnologico possano fornire un’ancora di salvezza anche nel fallimento più totale determinato da questo connubio di forze. Pur nell’apocalisse, il genio umano (personificato in Wilford) è capace di tirar fuori un marchingegno capace di tenere in vita la speranza in un futuro possibile sul pianeta. Non è un caso se la Locomotiva (engine nella versione originale) sia divinizzata. E’ essa stessa l’inesauribile fonte di vita, in quello che potrebbe considerarsi un processo di definitiva sostituzione della tecnologia ai processi naturali

[4] La situazione dell’attuale società globale si nutre di forte asimmetria: cresce la ricchezza dei pochissimi ricchi e cresce la povertà dei moltissimi poveri; il criterio di scelta non è il merito, di cui si strombazza nella cultura liberale da un paio di secoli, ma il casuale possesso del ‘biglietto’ con cui si sale in carrozza. Cioè la disponibilità dei vantaggi dati dalla situazione iniziale. Non ‘razionalità’ ma pura ‘sopraffazione’ narrata tramite le tecniche di storytelling come genialità, impresa, ‘viaggio dell’eroe’.

[5] L’eroe è un eroe postmoderno: inerte all’inizio, passa all’azione quasi controvoglia. poi la sua azione è ‘in sé’. Non rispetta certo regole: si trova a dover fare delle scelte e le fa sulla base di una ‘morale’ sua adattata  alla situazione, non in base a indefettibili principi generali. È l’Efficienza (propria della Modernità) a guidarlo: anche se varia le soluzioni, non è costante nel suo progetto, non è cinicamente consequenziale. Dubita, esita, cambia idee, tituba. E sono le emozioni, le situazioni simpatetiche che lo spingono alle scelte, fino al sacrificio finale.

[6] Ribellione: una cosa è rivoltarsi, moto di pura reazione retroattiva, determinata semplicemente dal raggiungimento di un limite di soglia che determina l’implosione, senza altro scopo che riportare il sistema all’equilibrio; un’altra la rivoluzione, che prevede un progetto, una modificazione dello statu quo, sulla base di una analisi consapevole dell’esistente, di una ricerca di alternative, di una possibile nuova forma di ordine funzionale e adatto a eliminare le cause dei problemi presenti. In questo caso il conflitto è ‘puro’. Si cerca semplicemente di conquistare il potere. Di fatto sostituirsi semplicemente a chi al momento comanda: una sfida interna al sistema, basato sulla disponibilità o meno della forza, e basta. Nulla di chiaro, se non la ‘sfida’, l’affermazione della propria differenza (Nietzsche): perciò  procedere anche verso l’impossibile, nella convinzione di potere e dovere così dare un senso, una densità, all’esistenza altrimenti deprecabile. Una sfida di ‘forza’ e di ‘astuzia’ e di ‘alleanze’. Certo la messa in scena è tra deboli e forti: ma sul piano della pura emozione, per cui il debole è vittime e quindi necessariamente buono ( e viceversa). Insomma una Narrazione Tipo della lotta tra Bene e Male.

[7] La rappresentazione della complessità delle cose che accadono: a dare direzione non è tanto l’intenzione più o meno argomentata degli attori della scena, quanto l’invisibile che interviene a determinare questa o quella rappresentazione. In generale quindi la messa in scena della visione quantistica delle cose. ma anche si incomincia a mettere dentro la storia il topos del Grande Vecchio, del Complotto, della mano invisibile che orienta (da un misterioso Altrove) quello che succede. Le Brigate Rosse, i Blac Blok per intenderci, i terroristi islamici o di tutte le risme chi li arma, chi orienta per davvero? E le pandemie – al di là della genesi – sono davvero contrastate come si deve o sono in qualche modo orientate, volute? Nella trama del film la presenza di questo quid è materializzata nelle capsule che arrivano direttamente a Curtis, in genere entro le porzioni di cibo distribuite  a tutti. Come a dire che il Potere individua tra i tanti quelli che si differenziano e li ‘orientano’: in effetti le capsule sono l’oggetto che identifica la castrazione simbolica: il nostro desiderio è sempre il desiderio del Codice che ci preesiste. Il Simbolico crea delle bolle epistemiche ed etiche financo estetiche entro cui ‘agisce’ la nostra ‘volontà’: rappresentazioni, categorie, gerarchie, scene, copioni. Ogni capsula corrisponde ad un ‘gesto’, ad un ‘desiderio’. Una vera e propria regia che guida, che dall’alto dà ordine al disordine del basso. L’attore sociale delle teorie di Mead è in questo quadro molto meno ‘attore’ di quanto lasci pensare il nome. È un esecutore sociale, il vero replicante di cui tanto ci si lascia affascinare in film come Blade Runner! Egli di fatto è guidato in modo da realizzare le retroazioni necessarie al sistema per arrivare al suo equilibrio (il 74%!). in sostanza la rivolta nasce ‘oggettivamente’ dal disordine (dalla asimmetria sociale) ma è orientata ‘soggettivamente’ da una Mente, quella del  Potere che in tal modo ottiene da un lato la  diminuzione  dell’ accumulo di pressione caotica determinata tra gli ‘esclusi’ in conseguenza di  disillusione/sconfitta/disincanto, dall’altro la  diminuzione di bocche da sfamare, con riequilibrio della disponibilità di cibo. 

[8] Franco Berardi BifoStimolanti e tranquillanti per cognitari metropolitani. Sul New York Times del 20 aprile 2015 sono usciti casualmente in contemporanea due articoli diversi per stile e per intenzione che descrivono da prospettive opposte e complementari la psicosfera americana contemporanea. Il primo, a firma Alan Schwarz reca il titolo “Workers under pressure abuse ADHD drugs” e appare nella pagina Business. Schwarz si occupa dei nuovi risvolti di un tema che da due decenni interessa medici, psicologi e pedagoghi: i disturbi dell’attenzione. Una sindrome che si può descrivere sinteticamente come incapacità di concentrare l’attenzione sullo stesso oggetto per più di qualche secondo è chiaramente legata all’intensificazione della stimolazione infosferica, al multitasking e alla riduzione dei tempi di esposizione dei dati al sistema occhio-cervello.

In passato il deficit d’attenzione venne segnalato e diagnosticato tra i ragazzini delle scuole elementari e medie. A milioni di pre-adolescenti venne somministrato un farmaco che si chiama Ritalin, composto di metilfenidato. Un report della Drug and Food Administration pubblicato nel 2005 (quando ormai milioni di ragazzini avevano preso tonnellate di Ritalin) rivelò che circa un terzo di coloro che prendono questo farmaco sviluppa sintomi di comportamento ossessivo o compulsivo entro il primo anno, e che in molti casi possono svilupparsi nel tempo comportamenti psicotici più o meno violenti.Ora un nuovo farmaco per la terapia del deficit d’attenzione spopola nella popolazione adulta americana: l’Adderall. Basta andare dal medico e dirgli che si fa fatica a tenere il ritmo di lavoro necessario per non essere licenziati e il medico prescrive le pillole. Adderall contiene una combinazione di anfetamina e dextro-anfetamina che stimola il sistema nervoso centrale introducendo nel cervello agenti chimici che contribuiscono all’iperattività e al controllo degli impulsi. I consumatori di Adderall sono prevalentemente lavoratori cognitivi nella fascia di età tra i 25 e i 45.Intervistata da Schwarz, la ventottenne Elisabeth, che lavora al computer a casa sua a Long Island ha dichiarato che non prendere Adderall mentre lo fanno i suoi concorrenti (cioè gli altri lavoratori precari come lei) sarebbe come giocare a tennis con una racchetta di legno. Il consumo della sostanza è aumentato del 53% negli ultimi quattro anni. Oggi lo prendono 2,6 milioni di persone. Ma nello stesso giorno il medesimo giornale pubblica un editoriale di Sam Quinones: Serving all your heroin needs.“Negli ultimi tre anni le morti per overdose di eroina sono triplicate negli Stati Uniti… le vittime, quasi tutti bianchi, relativamente benestanti e spesso giovani, sono commemorati in silenzio…” La distribuzione dell’eroina non è più legata ad episodi di violenza, ma si è normalizzata come un normale ciclo economico. “Siamo in una strana situazione. La criminalità è in diminuzione, ma il numero di morti per overdose aumenta…. Si è creato un sistema di distribuzione dell’ero che assomiglia a un servizio di consegna della pizza. Gli spacciatori circolano per la città. Un tossico chiama, e un operatore lo indirizza a un garage per auto o a un incrocio stradale. L’operatore avverte il dealer, il dealer incontra il cliente.”La micidiale tenaglia psicosferica speed e down che devastò la sfera pubblica negli anni ’80 producendo una disgregazione del tessuto psichico su cui erano cresciuti i movimenti egualitari dei decenni precedenti, si ripresenta oggi, in maniera medicalizzata o per lo meno normalizzata. L’epidemia delle polveri (cocaina per intensificare la produttività e l’aggressività competitiva, eroina per ridurre l’ansia, e abbassare la tensione) ritorna oggi come funzione organica del ciclo di produzione semiotica in condizioni di competizione e di precarietà. La nevrosi è una faccenda individuale e solitaria che implica l’altro solamente come proiezione, immagine, fantasma, ma non viviamo più nell’epoca in cui la patologia si manifestava essenzialmente come nevrosi individuale, viviamo nell’epoca della psicosi epidemica. Perciò abbiamo bisogno di un approccio alchemico e architettonico insieme al problema della sofferenza mentale e alla politica della felicità.

[9] I volontari non  partecipano per cambiare il mondo, ma semplicemente per avere un ‘pieno’ al loro desiderio: la droga ovviamente è droga nel senso stretto , ma anche ogni tipo di addiction che la società ha portato ad adottare nelle esistenze vuote e difficili degli esclusi. Lottano per continuare a ‘godere’, per avere accesso alla loro forma di jouissance privata.  Nel caso specifico le droghe allucinatorie sono evidentemente anche citazione della qualità di visione di certe pratiche, della capacità di portare ‘oltre’, di far vedere e capire quello che la mente normale, dedita al soddisfacimento del cibo normale, non è in grado di fare. Cibo per gli dei, la droga, cibo sofisticato, pane degli angeli danteschi. Conoscenza in effetti. Certo nella scena del film conoscenza di tipo ‘magico’: intuizione pura, senza retro storia, acquisita in effetti attraverso l’ingestione dui cibo strano. Cibo strano, quindi quale?

[10] La diversità degli effetti di questa visione: contemplazione per la donna (Cassandra) e aggressività, passage a l’acte per il maschio (l’eroe puro della lotta). Solito topos: donna come mente e visione, il maschio come forza e aggressività. Pazienza e analisi, contro l’irruenza e la cecità

[11] Topos della moralità:il singolo eroe è chiamato a scegliere tra il bene privato e quello della res publica: e l’azione è sempre un ‘sacrificio’ .

[12] Rappresentazione della modalità di psycopotere di cui parla Han, che connette le nostre “società della trasparenza” con le “società del controllo” analizzate da Michel Foucault. La trasparenza sarebbe – agli occhi del pensatore coreano – il modo con cui la verità (che ha a che vedere con le narrazioni, con le storie dunque, e con la possibilità di un rapporto dialettico con l’errore e l’oblio, quindi con l’interpretazione) lascia il passo alla categoria post-storica della calcolabilità: nell’epoca dei megaflussi di miliardi di informazioni – sostiene Han sulla scorta di un articolo di Chris Anderson apparso su Wired – i modelli teorici, le narrazioni in cui trovavano precedentemente spazio la teoria e la verità, perdono valore e non hanno più significato. Perché, infatti, produrre una teoria, laddove si dispone di dati sufficientemente grandi e affidabili da creare un modello descrittivo verosimile? Questo in qualche modo diviene automaticamente un modello prescrittivo, in quanto una tendenza descritta da dati sufficientemente ampi indica non solo qualcosa che è, ma anche qualcosa che verosimilmente si ripeterà. Non importa il perché, quando si sa – e si può prevedere con un determinato grado di certezza – il come di un evento.

Questa analisi apre il campo all’ultima visione del digitale haniana, che è pure quella che conclude il libro, e quella con cui vogliamo concludere le nostre analisi: la visione paventata di uno “psicopotere” (tema a cui Han ha dedicato un volume – rispetto a quelli fin’ora tradotti in italiano – decisamente più ponderoso, dal titolo Psychipolitik), molto più temibile del biopotere che pensatori critici della contemporaneità (da Michel Foucault a Toni Negri, passando per le varie declinazioni critiche che il concetto di biopolitica ha nel corso degli ultimi trent’anni assunto, grazie alle riflessioni – tra gli altri – di Roberto Esposito e Giorgio Agamben, per restare al panorama italiano) hanno a fondo analizzato e criticato. Per Han lo psicopotere delle società della trasparenza contemporanee, la psicopolitica digitale, è ciò che viene dopo la biopolitica delle società del controllo, perché si basa sul potere che hanno i media digitali di fare previsioni verosimili sul comportamento delle persone. Queste previsioni possono essere generalizzate grazie ai sistemi di controllo digitali e permetteranno in futuro la gestione dei trend comportamentali su scala globale.

[13] La dimensione contemporanea dell’homo psycologicus illimitato. Piacere e altrove,artificio contro la ‘natura’. Edonismo assoluto, negazione del tempo, immersione nell’attimo della depense, del devi godreeìre. Rappresentazione dell’effetto finale di tale mancanza di retroazione. Devi goder: alcol e droga come paradiso artificiale,senza soluzione di continutà, con perdita definitiva diella coiscienza ovvero della Soggettività che fa dell’uomo un Uomo

[14] Ogni porta è in effetto citazione del Viaggio dell’eroe, del suo schema archetipo di un eroe che diventa tale attraversando Porte, cioè Soglie, che levano ogni volta il livello della conoscenza, della difficoltà, della Crescita, dell’Iniziazione. Il mentore bvaira e poi siscopre che l’iniziaixione è guidata dal Capo, che lo sta testando, verificando, per portarlo infine a prendere il suo posto. Ecco come funziona il potere. Ecco come il rivoluzionario finirà per modificarsi nel nemico. Gestire il potere significa sempre adeguarsi al Reale.

[15] L’eroe di demistifica: tutti siamo pozzi di abominio. La differenza è nell’intenzione, nella volontà morale di darsi una ‘forma’ piuttosto che cedere allo stimolo. La forma è la moralità,ma sofferente.

[16] Icona del potere on eletto ma autoimpostosi: è un ingegnere ch ha trovato la soluzione e gestisce il presente. La tecnologia, le multinazionali, la banca Mondiale ecc. il Dio materializzato, evemerizzato

[17] La retroazione non lasciata al caso ma gestita dal potere: il Complotto, cui si è già fatto cenno.

[18] Rinforzo dell’idea della natura ambigua e non rettilinea dell’ eroe postmoderno

[19] sebbene il film si sviluppi seguendo l’avanzata dell’eroe Curtis (Chris Evans) per la liberazione degli oppressi della coda del treno dal regime gerarchico dei privilegiati dei primi vagoni, il finale non fa altro che realizzarsi nel restituire all’umanità quel ruolo che da troppi anni essa rifugge: quello di parte (e non più di superior) all’interno dell’ecosistema.

Cosa ci fa fare quello che facciamo?

Sei film per provare a rispondere:

Un giorno perfetto – Primavera estate, autunno, inverno e ..ancora primavera – Il nastro bianco – Tony Manero – The place

PROBLEMA

 Noi che abbiamo l’ambizione di chiamarci uomini, siamo in effetti una forma complessa di organismo che prende le sue decisioni sulla base di un doppio sistema di auto organizzazione: uno biologico (animal) , uno simbolico (homo). Il primo regolato da risposte rapide alle sfide dell’ambiente, l’altro caratterizzato dalla possibilità di risposte lente alle sfide del tempo.

Nel bisogno quotidiano di sopravvivere, il “senso comune”[1] molto spesso ci porta ad affidarci alla prima soluzione, vedendo nella seconda un impiccio. Tuttavia, dall’affermazione dell’umanesimo greco – latino in poi, sappiamo di avere sempre davanti a noi almeno due strade possibili per risolvere i nostri problemi: la strada veloce del ‘caporale’ che ripete protocolli, e quella lenta dell’‘uomo’ che per agire pensa[2].

Insomma, se per l’animal basta la ripetizione meccanica di procedure già collaudate, per l’homo occorre l’analisi delle biforcazioni di cui percepisce l’esistenza[3]: da un lato l’esecuzione pura e semplice di qualcosa che esiste fuori di noi (qualcosa che ‘ci piace’, qualcosa che ‘sentiamo’ di ‘dover fare’, qualcosa che in noi suscita immediatamente mozioni di affetti vari nella sua prevedibilità); dall’altro l’assunzione di responsabilità diretta di fronte all’imprevedibile (percepire il problema innanzitutto , sop – ‘pesare’ i corni del problema messo a fuoco, infine decidere).

In sintesi oggi, molto più che nel passato, dobbiamo rappresentarci l’essere uomini come essere organismi sottoposti alla tensione continua tra la Legge del Padre e il Dubbio, tra l’Automatismo e la Ricerca. Appunto tra essere Caporale e essere Uomo. 

RICERCA DI SOLUZIONI

Le ipotesi al riguardo sono tante, ovviamente. Il criterio che ci guiderà nell’indagine sarà mettere a confronto le ultime ricerche delle discipline contemporanee più che affidarci alle soluzioni di antichi filosofi[4], a proposito delle due questioni centrali per il nostro vivere umano:

  •  da dove deriva l’ordine di quello che chiamiamo mondo?
  • da dove deriva l’ordine di quello che chiamiamo Soggetto?

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Il Mondo ovvero l’Ordine come Autorganizzazione

a.  Siamo abituati a vivere dentro invisibili regole che ci aiutano a distinguere (all’interno di tutta la congerie di cose, persone, eventi che ci circondano con i loro cambiamenti )  l’ordine dal disordine, ovvero la ‘normalità’ dalla ‘anormalità’

b. La norma è in effetti un prodotto della ‘cultura’, un frutto storico (Hegel) che ci consente di procedere nelle nostre scelte del vivere quotidiano in modo ‘automatico’, senza lo stress del dover operare faticose analisi della situazione ogni volta che ci troviamo davanti a biforcazioni, a deliberazioni da prendere. In pratica le norme, nelle loro apparenza di ab – solutum, consentono di vivere ‘come se’ il reale avesse una struttura fissa, prevedibile. Insomma la ‘norma’ consente di eliminare lo sfondo di ogni esistenza: la Paura, l’insicurezza.

c. Lotman ci ha consegnato un modello grafico elementare per rappresentare la procedura di base che consente la  codificazione del reale (di per sé sistema complesso)  in ogni gruppo sociale: un quadrato  sta a rappresentare il Non Finito (il Disordine, il Caos, l’Orrore ovvero l’Errore) e un cerchio inscritto al suo interno sta a rappresentare il Finito (l’ordine, il Cosmos, la Quiete, la Norma appunto).

 Ebbene, ogni società vede sé stessa come installata all’interno del cerchio (e quindi come depositaria dell’Ordine), e le altre collocate al di fuori del cerchio (e quindi come incapaci di ordine, come portatrici di ‘errore’): questa distinzione è marcata graficamente dalla ‘frontiera’ ovvero dalla circonferenza che separa lo spazio della norma da quello della anomalia. Questa frontiera è davvero materiale nei casi degli stati nazionali ( e si erigono muri e fortezze a difesa dell’Ordine), ma è soprattutto mentale nel caso di società aperte e complesse come quelle contemporanee della globalizzazione.[5]

2

d. Le norme possono consistere all’inizio semplicemente in gesti (da fare o non fare, da ripetere o da evitare: si pensi a come imparano a vivere in società i bambini prima ancora di possedere il linguaggio)[6]; ma con l’evoluzione le norme hanno acquisito più forza ed efficienza attraverso la Parola (Logos in greco, Verbum in latino), specialmente quando la parola diventa racconto (Mythos in greco; oggi cartoon, film, serial, tg ecc.)

 e. Riti (azioni codificate, messe in forma) e miti (parole che danno struttura al tempo, ovvero all’esistenza, alla storia) aiutano quindi a costruire le Norme, ponendosi di fatto come unità di misura verso il divenire e il molteplice, come tecniche di formattazione, di trasformazione di sistemi aperti e dinamici (l’ontologica casualità delle cose quantistiche) in ‘sistemi esperti’, ovvero chiusi e statici, facili da conoscere e da controllare, classificando tutto quanto non previsto appunto come Errore. Insomma per dirla filosoficamente, riti e miti consentono di dare forma di Uno a quello che è Molteplice (le religioni tutte, Platone, Aristotele, Cartesio, la scienza moderna…  continuano quest’opera di ‘banalizzazione’ del complesso in modi diversi ma con lo stesso scopo: dare sicurezza!)

f. Queste ‘norme’ alla lunga vengono assorbite dal singolo e dalle società di riferimento come ‘verità’, come qualcosa di cui non dubitare, al punto che (secondo le neuroscienze) diventano una sorta di default di sfondo, un vero e proprio ‘inconscio cognitivo’ entro cui si organizzano altri sottoinsiemi di conscio (le Verità Ufficiali, il Codice Simbolico di cui parla Lacan sono l’humus entro cui si originano gli Immaginari dei singoli). g. All’inconscio cognitivo (nella combinazione Codice Simbolico e Immaginario) corrisponde un inconscio emotivo e sentimentale ovvero una gamma di ‘pregiudizi’ (schemi, modelli delle cose del mondo) che si organizza sull’asse semiotico ‘paura/quiete’, ‘pericolo/sicurezza’, ‘errore/giusto’ ecc. e che rende possibile appunto  sopravvivere in modo ‘economico’ (cioè senza troppo consumo di energia, senza troppa entropia) perché consente di ‘prevedere’ il futuro; ma  che naturalmente esclude la possibilità di dare senso in qualche modo al Caso, ai Cigni Neri, cui si dà il nome di catastrofi..

h. Specialmente i Mythoi, come già accennato, abituano a percepire il mondo attraverso dei filtri privilegiati di elementi ‘normali’, come dire forniscono una tecnologia di previsione e di aggiudicazione di senso per ogni evenienza della vita. E quindi contribuiscono in modo determinante a costituire la cosiddetta ‘identità’, che appunto sottolinea che quel che siamo è quel che si ripete. Con l’effetto perverso di renderci ciechi e sordi di fronte a tutto quello che rasenta l’identità (la norma) ma segnala l’esistenza della differenza, della singolarità che è alla base di ogni organismo che abbia vita i. Insomma la sopraffazione del generale a danno del Particolare: come dire il prevalere appunto della logica del sistema sul singolo elemento. La rete a danno dell’elemento, l’organo a danno della cellula. Nel quotidiano approccio alla norma agiamo platonicamente (attraverso categorie assolute di ordine, bene, bello…) anche quando il main stream fa un gran chiacchierare della Differenza e dell’Altro. Le nostre vite vogliono la quiete, a danno di un non detto, non visto, disordine esterno. Il giardino del locus amoenus e dell’Arcadia, che erige muri più o meno visibili per escludere lo sporco, gli avanzi, l’altro appunto…

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 Il Soggetto ovvero l’Uomo come Sistema Emergente

 a. La vita sociale di ogni essere singolo per continuare ad esistere (ex – sistere, cioè ad uscire dall’anonimato della massa informe) ha bisogno di ‘riconoscimento’: ovvero del fatto che gli altri membri del gruppo vedano in lui, come in uno specchio, una ripetizione delle ‘norme’ su cui si regge il gruppo e che ogni membro del gruppo mira a ripetere per conquistare lo status di ‘normale’. E anzi mira a ripetere a volte in modo esemplare tanto da arrivare alla perfezione e superare gli altri: una vera e propria trasformazione del play iniziale (giochiamo a fare , che so, l’avvocato il calciatore il soldato) in un micidiale game, nel senso che non mi basta ‘fare’ qualcosa (svolgere una funzione riconosciuta socialmente come ‘norma’) ma la voglio fare meglio degli altri, cioè voglio vincere (è quanto sostengono Renè Girard nella sua teoria antropologica della mimesis e Goffman nella sua teoria sociologica del ‘copione’). Insomma paradossalmente il singolo per sentirsi davvero qualcuno/qualcosa ha bisogno dell’Altro con cui si confronta. Esiste l’Io esiste solo se appartiene a un Gruppo che lo riconosce come tale.

 b.In questo sistema ogni manifestazione che non coincide con la norma viene classificata dalla mentalità cartesiana che ci guida per default, come ‘errore’. Il romanticismo comincia a porre il problema e parla di queste anomalie come segni di una specifica ‘autenticità’, cioè ontologica differenza del singolo a fronte delle norme coattive del gruppo di appartenenza: non nega la necessità della Norma, ma chiede di riconoscere che quella norma possa essere realizzata in maniere differenti, in coerenza con le diverse storie e ‘ontologie’ dei singoli. Insomma le passioni come ‘portatori sani’ di informazioni sulla realtà altrimenti invisibile che dà struttura ‘vera’ alle vite dei singoli.

c. La cornice dominante rimane quella della norma (cioè della ratio, del Logos): si concede cioè alla passione di avere spazio sulla scena sociale ma non accanto (o addirittura contro)  alla norma bensì al suo interno. Così è possibile che le passioni creino dubbi e problemi, ma il loro eccesso viene percepito e classificato ancora come Patologia, come Errore Morale fino a definirla Pazzia. Laddove emerga in qualche modo il Non Finito (che oggi sappiamo portatore di significato oscuro e non ancora classificato perché non ancora messo in forma con qualche codice che dia sicurezza) lo si decanta sempre come Errore. Fascinoso, ma Errore.

 d. Anche quando crescono gli studi psicologici che cominciano a far percepire che la rappresentazione digitale di tipo cartesiano (Bene/ Male) è troppo riduttiva rispetto alla complessità del cosiddetto Soggetto (Nietchze Freud ecc.), si continua a guardare queste dimensioni oscure con l’ambizione di portare infine alla guarigione, cioè alla norma. Naturalmente con questi studi si comincia a percepire che tutto quello che si continua a percepire come patologia è davvero fonte di accesso a nuove conoscenze, a sistemi che impongono altri codici di interpretazione, ricerca di nuove porte e nuove ‘norme’, infine.

e. Adesso, sulla base della cultura modernistica del ‘900 e delle varie scienze contemporanee (teoria dei sistemi, teoria dell’emergenza, semiotica, cognitivismo, neuroscienze, quantistica ecc.) si può affermare che quello che il senso comune identifica come Mistero è semplicemente un caso di Autorganizzazione idiosincratica, il cui ordine particolare cioè ‘emerge’ in relazione alle ‘specifiche’ condizioni’ – spazio temporali -entro cui esiste (ex – siste, viene fuori). Quindi viene definitivamente decostruito il mito del Soggetto autosufficiente e autonomo: si rivela mito l’immagine del Soggetto Assoluto come nativo detentore consapevole di Volontà, Diritti. Doveri, Autenticità, ed emerge l’immagine di un Vuoto da colmare, di un Vuoto colmato dal Codice Simbolico, che scopre prima o poi l’inconsistenza del Codice di riferimento e cerca di ricostruire un Ordine che nasce dall’intersecazione peculiare tra Codice Simbolico (la Norma) e il proprio Immaginario (il modo peculiare di interpretare il Codice). 

f. In sostanza il Soggetto va visto oggi come una risposta alla Contingenza mai finita, Contingenza  a cui qualcuno sa rispondere ‘scrivendosi’ la parte da sostenere sulla scena sociale in cui conquistare il Riconoscimento dell’Altro e potersi attribuire un ‘copione’ di Soggetto, ma cui molti reagiscono con la ricerca di una ‘gabbia’ di protezione nei Miti  che assicurino appunto una Frontiera che isoli dal disordine . Miti nostalgici del passato (nuove Età dell’oro, dall’infanzia al Paese ecc.) o miti esotici dall’Altrove (orientalismi vari, il sauvage..). Ma anche miti della ipermodernità (social network, mall, associazioni ‘culturali’ di danza, letture, ecc.). 

g. Le anomalie di comportamento oggi vanno percepite, in definitiva, non come ‘errori’ (cioè ‘sbagli’ rispetto a Verità assolute) ma come forme di ‘ordini specifici’, come soluzioni storiche contingenti, identiche tra loro nel fatto che rispondono tutte al bisogno di riduzione della complessità del divenire , ma diverse tra loro per i contenuti / modelli concreti di Ordine con cui rispondono al Disordine percepito.

h.  A dirci le logiche invisibili di queste ‘differenze’ possono concorrere alcuni ‘modelli’ teorici: quelli del

 – il godimento o joussance(Lacan) [7]

– la mimesis (Girard) [8]

– l’omeostasi (Damasio)[9].

PROPOSTA DI UN MODELLO DI INTERPRETAZIONE

 Tramite le rappresentazioni sopra accennate è possibile disegnare un modello interpretativo non banalizzante di quelle situazioni che il senso comune percepisce come ‘errore’. Procederemo tracciando prima un modello teorico che ci consenta di procedere top down, cioè di avere degli schemi generali da cui traguardare le varie fenomenologie del nostro essere uomini, proponendo poi del materiale di prova del tipo bottom up, ovvero racconteremo ed esamineremo dei film che siano capaci di farci vivere da un lato la passionale molteplicità delle nostre esistenze storiche, dall’altro di proporsi come Figure di intenzionalità riflessiva capaci di coinvolgere anche la nostra passione per la ricerca di senso.

Modello Top Down

In sintesi

  • siamo organismi regolati da procedure omeostatiche di autoregolazione, ovvero spinti alla sopravvivenza fino al momento in cui non diamo vita ad altri organismi simili;
  • siamo guidati da pulsioni che sono ‘cieche’ (senza altro scopo che, appunto, la sopravvivenza, lo ‘star bene’, il ‘godimento’), ed ‘efficienti’ (le scelte sono guidate dall’economia, ovvero dal criterio del massimo risultato con la minima spesa)
  • la regola base è la ripetizione di procedure che si rivelino efficaci nel realizzare il nostro ‘star bene’, procedure interne (reti di sistemi nervosi gastroenterici) ed esterne (imitazione di pratiche già esistenti nella situazione entro cui l’organismo prende forma)
  • il modello base di questa temporalità è quello della ricorsività, ovvero dall’alternanza di retroazione positiva (rafforzamento di qualcosa) e negativa (diminuzione di quel qualcosa), alternanza di fasi di ‘ricerca’ e fasi di ‘quiete’ (ritmo)
  • laddove ci sia coscienza (laddove al cervello gastroenterico si aggiunga il cervello che ospita la mente), le pulsioni prendono la forma di desideri, ovvero di intenzionalità artificialmente direzionate a realizzare il ‘godimento’
  • i desideri nascono all’interno della specifica situazione storica del singolo organismo cosciente (Soggetto, Io, Sé, Persona, Individuo…) come effetti dell’interazione tra Codice Simbolico (la rappresentazione ‘finita’ del Mondo propria della società di cui facciamo parte), Immaginario (la specifica rappresentazione individuale del singolo resecata all’interno del Simbolico) e Reale (l’incontro da parte del singolo con l’Abietto, col Non Finito, con il Non Previsto)

In modo analitico

a.

Il modello ‘provvisorio’ da cui partire potrebbe essere questo: l’uomo ‘emerge’ dall’ evoluzione attraverso una storia di miliardi di anni che parte dalla cellula per arrivare a Bach (come afferma metaforicamente il titolo dell’ultimo lavoro del filosofo della mente Dennett). L’uomo è (continua ad essere) un ‘animal’ (cioè un organismo dotato di respiro (‘anima’ appunto in latino) che ad un certo punto della sua storia conquista la Coscienza e diventa capace di Cultura, ossia della intenzione di ‘mettere – in – forma’ il molteplice del Divenire, fino a ridurlo all’Uno.  

 1.

 L’Uomo come organismo animale ha come problema fondamentale quello della sopravvivenza che di fatto corrisponde a quello del prevalere (mors tua vita mea). La procedura di soluzione per ogni organismo è quella dell’omeostasi , anzi dell’omeodinamica , che consiste nella tensione continua tra stato di quiete (in cui l’organismo è saturo dell’energia di cui necessita per sopravvivere) e stato di ricerca (in cui l’organismo affronta l’esterno per procurarsi l’energia di cui abbisogna). L’esterno è fonte di sopravvivenza, ma anche ovviamente di rischio: la lamella di cui parla Lacan quale modello dell’organismo che sopravvive si apre all’ambiente giusto per assorbire le sostanze nutritive necessarie e si richiude nella sua radicata posizione sulla roccia per tutto il periodo in cui l’energia assorbita continua a assicurargli la sopravvivenza. Questa condizione appartiene a tutti gli organismi, anche all’uomo, che ad un certo punto conquista (secondo Damasio come tecniche che assicurano vantaggi evolutivi decisivi rispetto alle altre specie) prima la capacità di provare emozioni (cioè di percepire la condizione omeostatica del momento come bene o come male, come pienezza o come mancanza, come piacere o come dolore) , poi quella di elaborare sentimenti  ( cioè di localizzare per così dire la posizione precisa da cui hanno origine le emozioni, e a collegarle in qualche modo all’esterno, dando a questo esterno la connotazione di Paura o Sicurezza).

2

 E’ a questo punto che nasce l’uomo come organismo  culturale. Il problema della sopravvivenza non è più solo il problema di trovare all’esterno materiale che dia al corpo energia chimica,  ma quello fonti di emozioni positive, ‘cose’, ‘persone’, ‘relazioni’, situazioni’ che consentano di gestire la paura, di acquisire Sicurezza. In sostanza la coscienza del fatto che la nostra sopravvivenza è legata all’ambiente entro cui viviamo, porta all’elaborazione di tecniche di ‘affermazione’ sull’Altro, ovvero alla ricerca di controllo su cose, persone, situazioni. Lo stato di Benessere viene percepito inevitabilmente come quello in cui il Soggetto si percepisce come inserito in un Mondo, ovvero in una situazione materiale e sociale totalmente strutturata in forme prevedibili e ripetitive, in cui per dire ogni cosa sta al suo posto, in cui ogni cosa è immediatamente identificabile in termine di vantaggio od ostacolo, in cui – qualora si modifichi quest’ordine atteso – sia facile restaurarlo attraverso un’opera di Pulizia. Per intenderci i riti (a livello sociale) e i rituali (a livello privato) sono proprio le tecniche culturali che mirano esattamente  a ricostituire continuamente questo ordine. Questo stato di Perfezione.     In effetti come pratiche di soluzione, esiste una polarità tra due ‘forme’ antropologiche possibili:  o la distruzione dell’altro (soluzione ‘economica’ che richiede poco consumo di energia nell’hic et nunc) o la  cooperazione con l’altro (soluzione ‘poco economica’, nel senso che richiede un richiede molto consumo di energia nel tempo)3.

b.

È chiaro che a questo punto l’uomo come Soggetto cosciente è chiamato a prendere posizione, a scegliere: mentre un organismo animale agisce in modo eterodeterminato, noi che pensiamo di essere uomini, se vogliamo essere uomini, dovremmo rifuggere da ogni soluzione che ci si propone come ‘perfetta’ (che cioè il Codice simbolico entro cui nasciamo e sopravviviamo ci propone come ‘Natura’, Verità, Bene Assoluto) e assumere la pesante condizione di ‘responsabilità’ del fatto che ogni nostro atto che costruisca ‘ordine’ è ‘artificiale’, ovvero forma inventata dall’uomo, e quindi Imperfetta per costituzione.

 Stando così le cose, è chiaro che se prendiamo in considerazione le azioni che il senso comune tende a definire come segni di follia (e implicitamente quindi di disumanità) sono al contrario effetti di uno dei modi di intendere e praticare l’umano: quello riduzionistico, che di fronte alla complessità delle cose, piuttosto che affrontare la fatica della gestione del divenire, si chiude in un modello di ordine assunto come Natura, verità. Ognuno di noi, come già detto, per sopravvivere ha bisogno di questa riduzione del complesso al semplice: ma proprio il modello omeostatico ci induce a pensare che solo il continuo adattamento di una soluzione al modificarsi delle situazioni consente una efficace sopravvivenza sia organica che culturale del singolo. L’omeostasi consiste, come detto consiste in un doppio movimento (da dentro a fuori e da fuori a dentro) che la teoria definisce come azione e retroazione, come movimento di accumulo e come movimento di scarico: sono entrambi necessari e fondamentale è proprio quello della retroazione negativa, che consente al sistema di non superare i limiti, di evitare l’implosione4. 

 Ognuno di noi in definitiva è chiamato alla scelta tra la banalizzazione e la accettazione della problematicità dell’esistere come uomini. Tra la resa alla Verità costruita da qualche agente culturale o sfida continua del Dubbio: azione come esecuzione di protocollo di un Mondo, e azione come effetto di ricerca tra Mondi; adozione della Forma del Codice Simbolico corrente o accoglienza del Trauma del reale.

Di questi tempi il Potere corrente non fa altro che giustificare le proprie scelte in nome della Necessità, della ineluttabilità delle presunte Leggi di natura, della cosiddetta Verità di Natura: ma, per  dirla con Zizek, la “necessità non è nient’altro che la verità della contingenza, la contingenza innalzata alla propria verità mediante l’ (auto -) negazione” . “Ciò che è soprattutto ‘necessario’ è che ogni ente particolare e contingente trovi la sua verità nell’auto cancellazione, nella sua disintegrazione”[10]

 Insomma ‘siamo uomini o caporali’?

Modello Bottom Up 

Per cercare qualche elemento di verifica del modello sopra esposto le fonti più necessarie ovviamente sono gli eventi umani della quotidianità. Ma siccome le si tende a vivere come idiosincrasie, come singolarità irripetibili, di fronte a cui ciascuno di noi può facilmente esprimere sia identificazione (sentimentale) che distanza (ontologica – non sono come lui / lei,  io; la compatisco ma non faccio quelle cose..), allora è bene ricorrere all’arte che vuole sempre essere                                               

 3 Secondo Michael Tomasello  (Storia naturale della morale umana, Cortina,2016,p.1) “la cooperazione appare in natura in due forme fondamentali: l’aiuto altruistico (in cui un individuo si sacrifica a beneficio di un altro) e la collaborazione mutualistica (in cui tutte le parti interagenti traggono un qualche beneficio). La versione unicamente umana di cooperazione nota come morale appare in natura in due forme analoghe: da un lato un individuo può sacrificarsi per aiutarne un altro sulla base di motivi autoimmolanti (quali compassione, cura , benevolenza); dall’altro individui che stanno interagendo possono cercare un modo in cui tutti possano beneficiarne in maniera più equilibrata (basandosi su motivi imparziali quali onestà equità e giustizia)”. Nella filosofia tradizionale la differenza viene proposta come contrasto tra “beneficenza” (Bene) e “giustizia” (Giusto); nella cultura contemporanea si contrappone la morale della simpatia a quella della equità. 44 L’esempio letterario più noto di questa situazione di eccesso della retroazione positiva è quello dell’Orlando ariostesco, che diventa ‘furioso’ proprio per essere troppo attaccato ad un unico modello di interpretazione del reale (al migliore cavaliere tocca la più bella donna): l’emergere del Cigno Nero (Angelica sposa un fante qualunque, Medoro) ovvero del Reale lacaniano, lo spinge a superare la frontiera delle forme culturali a cui sempre si è attenuto con totale fiducia (si denuda, recuperare le forme dell’organismo non culturale) e a fare cose che ovviamente in un mondo antropico culturalizzato non possono che essere classificate come ‘pazzie’  una rappresentazione consapevole delle regolarità che si nascondono tra le variazioni della cronaca e della storia. Tra le arti il cinema appare come quella che è più ricca di potenzialità. Capace di creare una empatia totalizzante nello spettatore, più facile come accesso rispetto alla letteratura, concorre potentemente a dare forma agli schemi cognitivi di cui le menti degli uomini hanno bisogno per codificare il reale.

Per approfondire le tematiche esposte in precedenza, tanti sono i film adatti. Una scelta possibile è questa:  

 – all’inizio per mettere in evidenza il problema, si può analizzare un film come Un giorno perfetto di Ozpetek, che consente di estrapolare da un singolo evento di ‘pazzia’(un suicidio / parricidio) le dinamiche fondamentali che concorrono a determinare l’accaduto, l’eccesso di retroazione positiva, l’incapacità di accettare la non linearità degli eventi umani – la terapia non può che cominciare da una revisione della cognizione delle cose dell’uomo

– ecco allora il film di Kim Ki – Duk, Primavera, estate, autunno, inverno ..e ancora primavera, per proporre l’idea che l’esistenza umana non è davvero da immaginare come una linea che abbia obbligatoriamente una meta da raggiungere, una perfezione da realizzare.

 – Il nastro bianco  di Haneke consente di scardinare uno dei luoghi comuni più radicati e pericolosi della cultura occidentale, quello della ‘perfezione’ delle origini, ovvero di nostalgiche età dell’oro, di autenticità da recuperare. Quando siamo ancora organismi non formati, quando siamo ancora abbozzi di umanità, siamo ‘animali’ appunto. –

– Tony Manero di Larrain consente di vedere cosa succede (può succedere) all’adulto già formato, quando conosce il trauma del Reale, quando scopre che le cose non corrispondono agli schemi ereditati dal Simbolico ed elaborati dal proprio Immaginario: in genere continua a cercare disperatamente l’Ordine, arrendendosi al cinismo. Fallita la possibilità di ‘fare la storia’ (la rivoluzione socialista di Allende), il protagonista si limita a ‘fare la storia’ in modo non più politico ma estetico, non più per vie proprie ma imitando quel che c’è già: per affermare il proprio Sé, la danza e l’efficienza.

– infine The place di Genovese consente di comprendere cosa si nasconde dietro la voglia di felicità tanto diffusa tra i nostri contemporanei. I desideri certo sono proiezioni necessarie delle nostre mancanze, quindi strumenti di teleologica costruzione di senso. Ma hanno costi, in quanto la loro realizzazione implica sempre una modificazione delle relazioni con l’Altro: insomma ogni desiderio non propone solo un problema estetico (piacere, bene, bello), ma di

Le STORIE

UN GIORNO PERFETTO

Trama

Emma torna a vivere dalla madre assieme ai due figli, dopo aver lasciato il marito Antonio, poliziotto. Antonio resta a vivere nella casa dove avevano abitato tutti assieme, non rassegnandosi alla perdita della moglie. Nella palazzina si odono degli spari e qualcuno avvisa la polizia, pronta a irrompere nell’abitazione.

Il film prosegue raccontando le ventiquattro ore precedenti a quel fatale avvenimento, ventiquattro ore in cui si incrociano i destini di vari personaggi, come l’onorevole Elio Fioravanti preso con i suoi comizi elettorali, sua moglie Maja che scopre di essere in dolce attesa, la professoressa Mara in attesa di incontrare il suo amante, e Aris, figlio dell’onorevole, studente, in netto contrasto con suo padre. 

Ipotesi di interpretazione

1

Un evento ordinario per toccare temi profondi-

Ogni giorno avvengono fatti di cronaca come quelli raccontati dal film, fatti che immediatamente cataloghiamo, da lontano, come esempi di pazzia: femminicidi, parricidi ed altre scene di violenza vengono derubricati immediatamente come casi di follia, cioè di mancanza di umanità. Fatto questo, la nostra vita ‘normale’ può continuare in tutta tranquillità: noi siamo persone normali, quelli sono matti, quei casi che non ci riguardano affatto.

Ma le cose stanno davvero così?

La ricerca contemporanea (antropologia, teoria dei sistemi, dell’emergenza, neuroscienze, psicologia sociale ecc.) ci dice che noi siamo tutti organismi complessi che per sopravvivere in modo tranquillo tendiamo a ridurre quella complessità che ci abita e che ci circonda: le cose che avvengono sono per lo più strane, ma le facciamo rientrare sempre in categorie conosciute, valutando semplicemente tutto quello che non rientra nel quadro come errore o irrilevante.

L’uomo insomma, nella sua storia di adattamento evolutivo, ha imparato a interagire con l’ambiente in modo sempre meno meccanico e sempre più creativo: cioè ha imparato a “mettere – in – forma” quello che non ha forma (quanti o divenire è lo stesso), e a trattare le forme artificiali che elabora come fonte di verità, verità ‘assolute’ in base a cui redigere canoni di valori.

Insomma l’uomo crea, alla lettera, Mondi, spazi cognitivi dotati di ordine, in cui ogni cosa sta al suo posto, al posto previsto, e ogni cosa nuova deve andare al posto riservato. [11]

Oggi sappiamo senza ombra di dubbio che le categorie di Ordine e Disordine, Mondo e Immondo, Bene e Male, Giustizia ed Errore sono categorie storiche, costruite ‘in situazione’, in rapporto alle varie esigenze evolutive, per assicurare la permanenza nel tempo della comunità sociale di riferimento. E sappiamo che la procedura fondamentale per costruire quei sistemi di Ordine è la distruzione di tutto quanto non rientri nel Modello.

Un esempio: la parola Scomunica afferma proprio che chi non è dentro le Regole della Comunità va semplicemente cacciato, ovvero distrutto.

Se questo vale per i grandi sistemi (la società) ancor più vale per le nostre esistenze quotidiane di oggi. Quando i cambiamenti sociali erano minimi, davvero era possibile affidarsi all’equivoco che scambia il Particolare per il Generale Regole sociali come fonte di verità: oggi che tutto cambia velocemente, non è più possibile a questa equazione ed accettare che le anomalie, per quanto indesiderate nemiche della nostra quiete, fanno parte della nostra esistenza.

Il problema nasce però nel momento in cui si rifiuta questa evidenza e semplicemente ci rifugiamo nell’antico schema banalizzante per cui “quello che non va”, “quello che non sta al proprio posto” è un nemico da eliminare. Tutti percepiamo che molto spesso le cose che ci avvengono non sono quelle previste, e se alcuni imparano a fronteggiarle con la duttilità, ad accettare che i bordi delle nostre immagini del mondo sono finzioni precarie da manipolare, i più si ritraggono dentro spazi finiti, rinforzano o adottano cornici cognitive che, facendo da muro contro l’imprevisto, ci diano la possibilità di continuare a vivere facilmente nel proprio modello di mondo. La conseguenza è che così facendo si diventa ciechi verso le anomalie, al punto che  quando emergono e non si hanno gli strumenti cognitivi per interpretarle, l’unica cosa che resta da fare è difendere fino  alla fine quell’ordine Immaginario.

Insomma l’uomo (che noi siamo) vuole ‘stare bene’ controllando le minacce della realtà che ‘diviene’ entro un Mondo Perfetto, una utopia evidentemente. Quando è minacciato lo si difende ad ogni costo. Nella vita politica come nella vita privata.

2

Il poliziotto Antonio protagonista del film è semplicemente uno specimen di questa a nostra

PRIMAVERA ESTATE AUTUNNO INVERNO E .. ANCORA PRIMAVERA

Trama

La storia di un bambino che in un piccolo monastero coreano, impara a controllare i suoi impulsi sotto la guida discreta di un maestro. Dopo qualche anno, travolto dalla passione d’amore, il giovane abbandona il tempio. Ma vivere in mezzo alla gente porta l’adulto a fare esperienza del conflitto, a perdere il controllo di sé, a conquistare infine la coscienza.

Interpretazione

PREMESSA

Attraverso questa vicenda, Kim Ki-Duk ci porta a vedere come essere uomini consista nel diventare non nell’essere qualcosa di originale (autentico) ma nel diventare qualcosa che all’inizio non siamo.

A

È la Cultura (antropologicamente intesa) a dare Forma all’Informe: nasciamo ‘animal’ e solo se guidati diventiamo ‘homo’. Veniamo al mondo come organismi meccanicamente portati a ‘godere’ dell’Altro da noi, del mondo delle cose, delle piante, degli altri animali; con fatica l’organismo diventa cosciente del fatto di vivere e di avere delle scelte da fare rispetto alla totale mancanza di telos nell’esistenza. Questo avviene solo se si fa esperienza della disarmonia di cui siamo fatti: ovvero se si acquista (conquista?)  la procedura della riflessione, cioè della capacità di creare ‘distanza’ tra la percezione delle cose e l’agire sulle cose; se si passa insomma dalla ‘velocità’ del sentire alla ‘dilazione’ del ‘pensare’ (‘pesare’ le cose ).

L’uomo è tale solo se i fatti che accadono vengono assunti nella nostra mente oltre che con il filtro genetico della passione, imposta dalla fisiologia della sopravvivenza biologica, anche attraverso il filtro consapevole della ‘trascendenza’, che è capace di portare l’organismo vivente a ‘vedere’ e ‘vivere’ la sua ‘eccentricità, non solo in termini cognitivi  (come è fatto il mondo?) ma di responsabilità (che cosa posso decidere di fare in questo mondo?)

Insomma a ognuno, col sorgere della Coscienza che ci fa Soggetti, capita di farsi domande sul senso della propria esistenza: che devo fare? Perché? quale la meta a cui tendere?

A volte la domanda finisce per riferirsi meno alla propria soggettività e più all’ontologia dell’esistente: “cos’è la vita?”.

B

La risposta che ci viene data (a noi europei), fin  dal sorgere della cultura moderna, che la vita (e la Storia che la contiene) è COME  una LINEA in cui i fatti, gli accadimenti, le scelte si susseguono in in modo da arrivare a toccare una META, un telos che ci aspetta. Siamo uomini nella misura in cui siamo fabri, cioè capaci di costruire in modo lineare una carriera, una progressione di scelte che portino inevitabilmente a ‘quel ‘ risultato che ci è stato dato. Insomma l’invariante che vale per tutti è la ricerca di un ‘risultato’ già prescritto, diverso per categorie di appartenenza, ma dato: il ‘successo’ come segno di realizzazione del Soggetto. Tutto quello che devia dalla linea ideale che porti dalla situazione iniziale a quella finale immaginata come necessaria, è ERRORE.

La vita per gli occidentali non può che essere sempre una ‘carriera’ che porti da un punto iniziale ad un punto di crescita. E le scelte 8di economia, politica, cultura) devono adeguarsi a questo paradigma della CRESCITA.

Naturalmente è tutta una rappresentazione culturale storica, che pretende di porsi come verità, ma appunto è solo una delle possibile forme di rappresentazione antropologica delle cose, una convenzione che porta la soluzione di molti problemi (crescita economica e sociale9 ma anche la nascita di nuovi problemi.

Ad esempio la progressiva estensione di fenomeni sociali di conflittualità e di alienazione; ma soprattutto sul piano psicologico il sopravvento prima di forme di schizofrenia, quindi di inadeguatezza.

All’origine di questo, dunque, per semplificare, la percezione del tempo della vita come una Linea progressiva.

Naturalmente questa rappresentazione poggia su premesse fideistiche ingenue: appunto la banalizzazione del tempo in una forma lineare di prima dopo, che riconosciamo facilmente come inevitabile per tutte le storie che ci sentiamo raccontare fin da piccoli (anche nella ricostruzione delle più ovvie situazioni di vita quotidiana: “ com’é andata stamani a scuola, al lavoro?). cioè il semplice sentire e comporre storie rette da un plot lineare non fa che rafforzare che davvero le cose vanno così. E se qualcosa nella nostra esperienza ci dice il contrario, beh, è la nostra esperienza che è ‘sbagliata’.

C

La verità è che noi, come organismi omeostatici, tendiamo a risolvere le situazioni problematiche affidandoci alla ripetizione. E i racconti aiutano a vivere davvero, proprio perché nella variante delle singole storie alla fine ci danno un unico strumento ripetuto all’infinito per dare ordine al tempo, appunto il plot lineare in cui c’è un eroe che parte e dopo varie prove riesce a conquistare la meta.

Ma il tempo (quindi la storia, l’esistenza) può essere anche rappresentato come un ciclo, ovvero una ricorsività, in cui si ripetono ossessivamente le situazioni di base (la sopravvivenza, il senso da dare alla sopravvivenza) e si modificano appunto in modo ‘storico’ le singole risposte dei singoli, in dipendenza del cambiamento (minimo, massimo) dello sfondo entro cui si vive (il Da -Sein, il contesto, la società….).

I miti delle comunità premoderne sono proprio questo: un archivio di modelli di comportamento, di schemi, da adottare in base alle diverse situazioni. Alla base di tutta la loro massa, di tutte le varianti possibili, cè appunto il tentativo di proporre una visione ciclica (ricorsiva) delle cose, tale da non aver mai l’angoscia di non arrivare alla meta. E stiamo parlando di miti classici, greci e latini, non di quelli orientali della new age. Col cristianesimo e le religioni monoteistiche si è iniziato di fatto a innervare la figura della storia come linea con una sua meta.

D

In definitiva, tutti sappiamo che prima nasce, si è bambini, poi si diventa adolescenti, quindi adulti e infine con la vecchiaia sopravviene la morte. E che questa successione vale per ogni singolo organismo. gli antichi sapevano anche quello che oggi ci dice anche la scienza di ricerca contemporanea della complessità: anche se non lo sa e non lo capisce, l’organismo (ogni organismo) in effetti è solo parte di un sistema complesso di sopravvivenza, è solo parte di un organismo più grande invisibile (il gene! La fenomenologia dello spirito hegeliano, l’eterno ritorno di Nietsche).

Alla pari della successione delle stagioni, le esistenze dei singoli conoscono una successione ‘necessaria’ a cui non si può sfuggire, senza scopi: ma contemplano la possibilità di assumere questa necessità come apertura per una costruzione di senso, per una aggiunta di senso, che non è mai ‘naturale’ ma solo ‘storica’, cioè frutto di convenzioni.

L’eccentricità dell’uomo (unica al mondo) consiste in questa possibilità di ‘interrogarsi (che senso ha la vita?) e – non trovando risposte ontologicamente  vere – nella possibilità di costruire modelli di ordine (finzioni vere e proprie, play) che diano senso a quello che non ce l’ha. La rappresentazione dello spazio tempo quindi, ovvero la morale quindi, che in genere nelle varie culture storiche si trasforma in un sistema di regole più o meno rigide, più o meno efficaci (il grande Altro di cui parla Lacan, la Castrazione simbolica).

Si nasce, si vive, si muore: quando si vive si crea nuova vita e nuova forma. Qui è la scelta che non è data agli altri animali (coazione a ripetere). (Tommasello, Dennet). Si può cercare di sfuggire a questa evidenza (invenzione di telos) o la si accetta.

ANALISI

Procedure di base

  • Confronto di Inizio e fine al solito come cornice che, maggiormente in questo caso, sottolineano la naturale circolare del test, primavera e primavera: con in mezzo tutta la serie di eventi mutamenti che svelano il significato allegorico della primavera. Paesaggi ma non paesaggi romantici, non – come si sente troppo dire in Occidente – ‘paesaggi dell’anima’: paesaggi allegoria, forme costruite con significati aggiunti e non ‘naturali’
  • Focus su Dettagli ERMENEUTICI, non proairetici che si ripetono rinforzano costantemente l’obbligo di passare dal livello della trama (cosa succede a quello ermeneutico (cosa signfica): in piena corenza con la sostanza del film che vuole sottolineare come l’umano consista non nel ‘cosa’ si fa ma nel ‘come’ lo si fa. Non l’Utile ma l’Inutile, non l’Azione ma lo Stile,
  • I nomi I protagonisti non hanno nomi: un modo per sottolineare l’intenzione allegorica del testo, che si allontana precipitosamente da ogni intento realistico, per spingere lo spettatore allo sforzo di generalizzare, di riflettere, di non impantanarsi nella facile retorica delle passioni. Così pochissime le parole, molti i gesti, le relazioni suggerite dalle inquadrature, dalle disposizioni degli oggetti, dalla presenza di questa o di quella cosa. Proprio all’interno della ripetizione di uno stesso spazio.

Episodi

PRIMAVERA

Una porta che si apre su un lago, al cui interno tra la cornice di fronde d’albero si posa una piccola costruzione su un isolotto..

1

La porta è un chiaro segno ermeneutico, rinforzato in modo ancor più forte dalla struttura dell’interno della casa: un locale unico, al cui interno si trovano un anziano monaco che fa i gesti quotidiani dell’inizio di giornata e un bambino che dorme su una stuoia; a separare i due una paradossale porta che segna la differenza tra lo spazio della preghiera e quello del riposo, ma senza che vi siano pareti a segnare questa ripartizione. Questa porta cioè non ha una funzione pratica, come nemmeno la prima: ci si può muovere liberamente sul lago o dentro la casa, non ci sono pareti (muri9 che facciano da frontiera: quindi la porta ha una ovvia funzione ermeneutica, impone allo spettatore di chiedersi perché sta lì, quale significato è quello a cui vuole portare.

Naturalmente ogni cultura umana è impregnata di questo ‘segno’ della porta: ha di per sé valore di ‘accesso’, di passaggio di confine appunto e nasce proprio dalla pratica della mente umana di limitare il campo, di ridurre la complessità. L’evoluzione umana è probabilmente dovuta proprio al fatto che queste tecniche di sopravvivenza (che ci fanno assomigliare ad organismi di tutti i tipi) una volta presane coscienza sono diventate non solo mezzo per costruire recinti di sicurezza ma anche segni trascendenti. Non solo la porta nasce se c’è un recinto per assicurare una minima porosità di contatto tra quello che è dentro e quello che è fuori il recinto, ma assurge a valenza metafisica della possibilità di accedere a parti del reale da cui ci si trova esclusi. Lo stesso templum (che deriva dal lemma greco temnein, cioè tagliare) è nient’altro che uno spazio recintato all’interno del Finito Visibile che in qualche modo consente un accesso al mondo Invisibile Non Finito, ovvero al Sacro. La Porta in definitiva non è altro che Figura di una potenzialità di Passaggio, di una trasformazione possibile, rendendo percepibile sensorialmente quel che è un concetto mentale.

La porta naturalmente in un racconto non può che essere davvero una porta che si veda, una specifica porta, che sta a segnare concrete separazioni e  concreti collegamenti.

In questo inizio di film la prima porta vuole probabilmente indicare il passaggio dal mondo del molteplice e del divenire della storia umana (in tutte le sue possibili manifestazioni di differenza spaziotemporale) al mondo ‘ridotto’ del ‘rito’, al mondo umano costruito in modo da allontanarsi dalla variabilità dettata dall’emergenza del caso e darsi nei limiti del possibile la Forma dell’Uno. La seconda la necessità per l’umano che intende essere umano di spostare l’attenzione dalla passività delle procedure biologiche ed organiche (sopravvivere in modo da risparmiare energia, sulla base del meccanismo omeostatico dell’economia, del massimo risultato col minimo sforzo).

La prima porta sembra una vera e propria installazione dell’arte performantica della contemporaneità occidentale: sul bordo del lago, sulla riva, in mezzo ad una banale successione di alberi, ci sono i battenti in legno istoriato di un portone, che non hanno ai lati muri o muretti di contenzione: segnano davvero l’accesso, come si vedrà successivamente, ad un piccolo approdo, ovvero alla potenzialità di entrare dentro un mondo che appare naturale (un lago) ma che è il massimo della artificialità umana proprio perché attraverso questi ed altri segni (come appunto la costruzione, e i riti che vi si perpetuano) indicano la strada fondante dell’umano, ovvero ‘stare nella natura, adeguarsi alla natura, ma marchiandola di ‘forme’ solo umane, forme che rinviino alla trascendenza, alla capacità di dare alla materialità del presente concreto (casuale) una ‘forma’ nuova, totalmente inventata dall’uomo.

Naturalmente anche i segni presenti sui battenti concorrono a suggerire questa antropizzazione della natura: i due dragoni alludono probabilmente alla specifica caratteristica del tempo della natura, quella della ‘rigenerazione’ ovvero della ciclicità. I dragoni sono disegni ma proprio perché messi lì sono non realistiche riproduzioni di parti del reale ma intenzionali segni che danno vita ad un codice di significazione, cioè alla possibilità di dare forma a quello che non ce l’ha. La Natura è di per sé nel suo cambiare solo Rumore, l’Arte (nel suo ‘dare forma’) è In – Formazione, cioè la trasformazione del Disordine in Ordine.

La piccola porta che si trova all’interno della costruzione è da intendere allo stesso modo, come segno intenzionale della necessità di dare forma allo spazio sociale e al tempo stesso dell’esistenza. Divide tra spazio del sonno e spazio della veglia, ovvero tra pulsione e desiderio, tra abbandono alla macchina biologica e controllo di questa forza meccanica. Il bambino appena esce dalla porta si veste di un camiciotto, semplice ma indice della necessità di coprire, di dare al corpo una forma umana.

Infine una terza porta appare solo nel momento in cui il monaco esce dalla costruzione: la richiude immediatamente appena prima di indossare i sandali e darsi alla messa in forma dello spazio esterno di legno. Anche essa segna un passaggio: da un interno in cui c’è spazio per il sonno e la preghiera (sicurezza) ad un esterno che è ancora Finito (una piattaforma di legno) che rivela il fatto che l’isola è proprio artificiale, opera dell’uomo, ovvero è la ‘cultura umana’ in quanto tale. In questo spazio ancora c’è un pieno controllo umano una sua responsabilità (le lampade, la pulizia).

Un altro elemento di ripetizione è quello della vasca dei pesci: ce n’è una piccola sotto la prima statuina all’interno e una più grande all’esterno. Naturalmente di per sé i pesci potrebbero benissimo essere lasciati nel lago: ma la loro separazione dalla natura, implica una volontà di ordine ‘umano’ che differenzia l’esistenza dei pesci della vasca da quella dei pesci che vivono nel lago. Intanto questo gesto di per sé significa che l’uomo ha il controllo della / sulla natura proprio attraverso la sua ‘ messa in forma ‘, la sua trasformazione intenzionale. . La vasca è l’analogo dell’isola di legno in mezzo al lago: uno spazio recintato in cui i pesci vivono sicuri dai pericoli che invece avrebbero nel lago; e la loro sicurezza deriva dalla responsabilità dell’uomo che li ha ‘salvati’ e li ha rinchiusi e li nutre.

2

Il lago è acqua, senza segni fissi come ogni terra ferma consente. Essendo un lago si presenta davvero ai sensi umani come un Finito, ma l’acqua del mare  di per sé è segno del Non Finito, del Divenire, del Molteplice. Non come il fiume archetipico che comunque di per sé offre non solo il movimento ma una direzione chiara, obbligata, che crea una codificazione precisa tra le cose: c’è un su e un giù, e si fa presto a definirlo come una coppia semiotica di valenza cognitiva ed etica (bene e male, inizio e fine). Il mare / lago comunque si propone come una dicotomia ,ma solo attraverso un confine che separa dalla terra: il movimento è qualcosa che ti devi dare tu che lo attraversi, e quindi la direzione è possibile ancora in due direzioni di fondo (dentro fuori) ma il modo di muoversi è molto più variegato. La porta che dà sul lago ne indirizza l’uso: qualcuno ha segnato il percorso e quelli che vengono dopo si limitano a ripetere quel movimento: non perché necessariamente e ontologicamente cogente, ma solo perché formalmente codificato. Il lago quindi acqua da attraversare, l’informe a cui dare forma.

Il livello dell’acqua sale col passare delle stagioni, fino ad arrivare al ghiaccio, cioè alla perdita di plasticità.

L’isola è segno della particolare forma di controllo (di forma) che l’uomo può determinare sul liquido mobile e instabile dell’acqua. In effetti è una pagoda tempio, uno spazio ‘finto’ tutto artificiale, costruito di legno lavorato, di legno combinato in modo da proporre uno spazio doppiamente separato dal resto: la pedana quadrata, che funge da ‘esterno’ e la capanna vera e propria che funge da ‘interno’. La pedana è quindi immediatamente il Fuori rispetto alla capanna (il Dentro).

Insomma lo spazio è messo in forma in modo articolato, con una serie di gradi di passaggio dal Non Finito al Finito:

  • la terraferma, che corrisponde di fatto allo spazio sociale complesso nella sua rete di strutture controllabili e di incontri imprevisti, di regole e di conflitti, di tensioni e di dolori
  • il lago, che corrisponde ad uno spazio non sociale, in cui è possibile incontrare il Non Finito della Natura, che nella sua neutra e oscura struttura non impone regole ma vincoli e comunque consente una serie di potenziali libertà di scelte
  • la piattaforma, in cui vige un codice d’ordine umano, con le sue regole consapevolmente riduzionistiche, in cui cioè c’è ‘pulizia’, nel senso che vi hanno vita e luogo solo quegli elementi e quei riti che l’uomo consapevole (il monaco) ha scelto: il cane e la gallina, la vasca di pesci, la statua di un maestro (ossia la ‘guardia che crea difesa, la compagna che dà le uova, i pesci che segnano la sicurezza e la cura, la statua che indicano la necessità di un riferimento, di una auctoritas a cui appigliarsi che determinare un codice); il fare pulizia con la scopa, la preghiera davanti alla statua.
  • la capanna / tempio, in cui vince la sicurezza della protezione (il tetto, l’ombra) e della certezza della ripetizione di un ordine tutto umano (gli spazi, gli oggetti, i gesti9 che dipendono solo dalla intenzione dell’uomo

Il fatto che ogni tanto il monaco attraversa il lago per toccare la terra e muoversi in essa vuole sottolineare che lo stare solo non implica la staticità totale, l’isolamento, l’assoluta ritrosia dal disordine del Non Finito, ma al contrario un contatto continuo, sia per conoscerlo sia per riattivare consapevolmente la scelta.

.(Si pensi ai modi di disegnare l’utopia nel Rinascimento)

3

Il ritmo. Il rito 

La ciclicità del tempo è dettata ancor prima che dalle immagini dei gesti, dalla ritmicità dei suoni. Non quelli naturali (di vento, foglie ecc.) ma quelli artificiali di uno strumento a percussione: quelli della natura sono variabili, imprevedibili, motivo alla fine di angoscia. In effetti il tempo esiste solo se lo si costruisce, cioè se si interrompe intenzionalmente il fluire ‘emergente’ degli eventi naturali e si costruisce una differenza riconoscibile e anticipabile: non è il suono di per sé a costituire quella che chiamiamo ‘musica, ma il modo con cui lo ‘mettiamo in forma’, in cui lo differenziamo intenzionalmente dal non suono e dalle maniere con cui stabiliamo le relazioni (le successioni o le combinazioni) tra gli elementi sonori. Insomma è la pausa che consente di passare dall’ indeterminato al determinato dal Non Finito al Finito, dal Mistero alla Conoscenza, dall’Angoscia alla Sicurezza.

La sopravvivenza dell’organismo dipende dall’omeostasi, dall’equilibrio dinamico tra stato di tensione (ricerca di sopravvivenza) e stato di rilassatezza(cioè  l’abbassamento della tensione): a ben vedere la sopravvivenza consiste nella possibilità di passare senza troppo rischio da una condizione all’altra, dalla successione di pieno e vuoto.

Ed è proprio la musica (il ritmo della musica) che consente di trasformare il principio di morte (la fatica incessante della tensione, del necessario transire da uno stato all’altro senza soluzione di continuità) in piacere (ovvero nel dare una forma nostra, artificiale a questa urgenza organica). Sul piano ontologico, veniamo da un Nulla Inorganico che ad un certo punto diventa vivo, organicamente costretto a cercare di sopravvivere prima di tornare ad essere inorganico Nulla: ma la percezione di questa condizione, del Nulla di cui siamo fatti, della pulsione a ritornare al Nulla di cui siamo fatti, ci consente di dirigere questa condizione (l’andare verso la morte , la tensione verso il Nulla, il Vuoto) con modalità diverse da quelle meccaniche dell’animal, attraverso gli artifici delle Arti ( delle artes, delle technai,,la finzionalità).

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Se si nota come l’analogia tra la costruzione di un tempo musicale e la costruzione delle altre situazioni della vita umana, si ha la possibilità di comprendere la genesi e quindi la struttura stessa della Cultura. Essa consiste nella costruzione di ordini diversi da quelli ‘necessari’ della natura, ordini che consistono soprattutto appunto nell’adozione generalizzata della pausa (ovvero della eliminazione di una gran parte delle cose che sono in natura), in secondo luogo nella ‘messa – in – forma’ degli elementi selezionati (la Forma del Contenuto), ed infine nella ripetizione di queste Forme: qualunque gesto, azione, evento, percezione così emergente conquista all’improvviso un ‘significato’ , o  meglio si offre al Soggetto come qualcosa a cui è possibile (anzi necessario) dare un significato.

Le esistenze (sia a livello individuale che a livello sociale) non sono altro che una successione di ‘riti’ o ‘rituali’, di routine, che più o meno consapevolmente danno forma al tempo della vita: lavarsi, stringere mani, stare seduti a distanza, fermarsi davanti al segnale di stop, andare al cinema – da soli o con gli amici, viaggiare ecc.

È così che il vuoto senza senso dell’organico acquista una direzione, un senso ‘umano’. Se viene meno questa pratica si torna a far parte immediatamente dell’organico senza toccare per nulla il percorso dell’umano.

La velocità del ritmo è un altro elemento da decodificare. Se il ritmo è artificio lo è ancor più la velocità, il modo (la forma) con cui lo si realizza: più o meno lento, in rapporto più o meno realistico con l’organico.

La preghiera davanti ad una statuetta di legno. Il rito è fatto di gesti. La preghiera davanti alla statua impone una figura della percezione dello spazio non finito: la statuetta sta lì a segnare la presenza di forze invisibili a cui dare attenzione, a cui soprattutto sottomettersi, ovvero forze a cui adeguarsi. La statua è icona di un ordine trascendente che dice il bene il male, che consente di orientarsi. È in qualche modo un segno di ‘immutabilità’ nel mutevole. Se la realtà è davvero una continua emergente incontrollabile, la presenza di un qualcosa di inamovibile, di qualcosa da ripetere e basta, da da non mutare, da ripetere ad a ogni costo, ebbene ‘ci salva’. L’allontanamento dall’indifferenziato e la costituzione di una gerarchia.

Le lampade spente a segnare consapevolmente il passaggio da un frammento del tempo (notte, in cui il fuoco va tenuto acceso per dare luce, cioè conoscenza ancora, e calore, cioè sopravvivenza) ad un altro frammento in cui la luce impone ‘azioni’, di intervenire attivamente sulle cose, di segnarle con la nostra presenza artificiale.

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La sveglia.

È l’anziano che sollecita il bambino. Ovvero nella storia umana non si dà umanità se non nella forma della trasmissione da una generazione all’altra di forme artificiali costruite dalle generazioni precedenti, nella difesa appunto della specificità dell’umano rispetto al biologico semplice.

L’uomo è tale solo se sottoposto ad un’opera di formazione, di messa in forma, che solo uno se esperto e se intenzionato e se consapevole di questa condizione può operare in modo costruttivo. L’uomo adulto è quello che il bambino subisce da piccolo, è il risultato della messa informa che si opera su lui. E qui la messa in forma è di un uomo scelto dalla madre come adatto al compito di ‘umanizzare’ l’esserino biologico che esce dall’utero. L’uomo è tale se c’è un ‘saggio’ che tramette le forme che ha imparato a conoscere in profondità, dopo averle ricevute.

La famiglia in sostanza riconosce la sua incapacità di provvedere a questa opera di messa in forma dell’umano, spinta com’è sempre da pulsioni e forze fisiologiche naturali che condannano a ripetere la natura. Nel mondo moderno occidentale ad un certo punto alla figura del chierico si è sostituita quella del chierico laico (dell’insegnante) arrivando addirittura a istituzionalizzarne la figura e il ruolo (scuola pubblica); ma oggi con l’avvento del mondo mercato, al posto del monaco abbiamo i media, nelle loro più varie forme.

L’individuazione si determina attraverso l’abbandono della genealogia (Sloterdijk)

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L’uscita dalla pagoda.

È movimento del rischio, dell’andare incontro al Non finito, alla potenziale novità del divenire. Il monaco sa che della negatività dell’isolamento chiuso, della totale esclusione del differente, del fluire delle cose che accadono ‘là fuori’: sa della regola fondamentale dell’omeostasi, del muoversi nelle due direzioni Fuori /Dentro e Dentro / Fuori. La consapevolezza porta al controllo, alla possibilità di dare forma allo stimolo biologico. Retroazione negativa che impedisce l’implosione dell’eccesso, della chiusura in un’unica direzione.

La barca. Archetipo del passaggio. L’arca.

L’imitazione, ripetizione. Il piccolo si impone e sale pure lui. Le neuroscienze con la teoria dei “neuroni specchio” e la teoria di Girard della “mimesis” spiegano come l’organismo sia attrezzato per rendere più economica la tensione di morte, la appropriazione dei codici dell’umano. La ripetizione, come già detto, è la base stessa del sopravvivere umano: la limitazione del campo allora non può che cominiciare dal vicino, dal contatto diretto. Quel che i sensi ci propongono è già pronto a essere ripetuto. Così sulla barca il piccolo ripete, a secco per così dire, i movimenti del monaco che rema: apprende che cosa si deve fare per muoversi, per andare con la barca attraverso l’acqua del lago, per andare da solo. Come immediatamente dopo farà.  .

Ripetizione dei gesti del Maestro. Le erbe, con la guida a imparare a distinguere nella somiglianza la differenza.

Il disegno sulla parete della barca: una donna che porta sul palmo di mano un ‘omino’?

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Dalla pagoda si va in barca sulla terra. Il bambino sale anche lui e una volt a terra si avvia a caso su per i sentieri e fa conoscenza , attraverso incontri ‘emergenti’ con altre forme di vita.

La Quest. “il mito centrale della letteratura, nel suo  aspetto di narrazione, è il mito della quest” (Frye, Favole di identità, 1973).

L’omeostasi è tensione verso una fonte di energia, tensione ciclica, che consente il ripetersi della vita prima dell’inevitabile dissoluzione nella morte. In tale ricerca la successione è tra crescita e abbassamento ella tensione: la prova fa crescere la tensione, il superamento della prova determina l’abbassamento, cioè il piacere.

La cultura, in tutte le società, ha dato forma a miti di ricerca, che a differenza della ricerca organica concreta, riescono a portare ad uno stato Finito ben  delineato, in cui la fine acquista non il senso semplice di dissoluzione, ma meta di un ordine da costruire. Un Telos. Di cui l’eroe nella sua ricerca di perfezione riesce ad essere l’interprete ideale a cui guardare.

La quest come tensione appunto, come ricorsività di prove da superare, di prove che infine costruiscono un Ordine a favore degli altri se non altro.

In questo racconto la quest è in effetti il tema di fondo che emerge dalla comparazione dei frammenti in cui è suddivisa la trama: al di là della forma ciclica, in ogni fase della vita l’umano si muove , va in giro per il mondo (piccolo, ampio) alla ricerca di una meta, che all’inizio appare opaca, o inesistente (nel piccolo che si accontenta di affermare il suo prevalere sugli altri esseri) ma a mano a mano acquista forma, si identifica con quello che con Lacan, possiamo chiamare ‘petit objet a’. telos dato dal kairòs (la ragazza che arriva a curarsi presso il monaco) ma perciò scelto, fatto proprio. Naturalmente è quella ragazza solo perché quello è stato l’incontro. E così via.

La controindicazione è data dal maestro, che quando scopre come la passione erotica domina il ragazzo, gli suggerisce una strada diversa dall’abbandonarsi alla passione, quella del controllo del desiderio, della ritrazione dalle cose, della distanza, della ‘apatia’: i desideri accendono e creano disturbo. Stoicismo. Ma il ragazzo non subisce imposizioni: vuole e deve sperimentare la propria strada dell’esperienza, prima di approdare all’età matura della distanza disincantata.

Fin dalla prima uscita sulla terra del resto si dà lo schema della modalità della realizzazione dell’umano. Da un lato la ripetizione, la ricerca dell’identico (il monaco cerca erbe, le stesse non velenose, per nutrirsi), ma anche l’esplorazione del nuovo, l’incontro con l’altro (figura rappresentata attraverso le azioni del bambino che gira per il bosco, conosce animali, piante, ruscelli e ‘gioca’).

Il bambino va avanti da solo, col maestro che si limita a guardare: sperimenta direttamente l’incontro con l’Altro (pesci, rana, serpe) e, lasciato com’è alla sua natura organica, trae godimento dalla situazione immediata attraverso la sopraffazione (lega pietre sul dorso degli animali una volta che riesca a catturarli). Il piacere, la diminuzione della tensione, consiste immediatamente nell’obbligare l’Altro al proprio dominio, alla propria capricciosa volontà di sopraffazione. Io esisto se e quando sono superiore a qualcosa: creare ordine nell’esistenza per qualunque organismo vivente consiste soprattutto nella codificazione di una gerarchia che dà struttura a quello che di per sé non ce l’ha. Creare una gerarchia significa dare ordine al mondo entro cui si vive con ‘paura’ : se ci si impone sui ‘deboli’, la paura diminuisce.. Gesti estremamente simbolici, codificazioni ‘spontanee’ dell’organismo che attraversa un reale in cui da cui emergono altri organismi con gli stessi problemi biologici

  • L’altro come prevalere, godimento del prevalere puro, senza responsabilit
  • innovazione, non ripete /peso pesce rana serpente

7

Insegnamento

Il monaco si limita ad osservare quel che fa il bambino: alle sue spalle, registra e valuta le azioni, ma non usa parole per spiegare, per imporre.

La notte però lega sul dorso del bambino una grossa pietra, che naturalmente al mattino, rende difficile al bimbo il movimento. Ai suoi lamenti, il monaco si limta a riportarlo sulla terra per andare a osservare le conseguenze del suo ‘gioco’. Naturalmente per qualcuno degli animali è andata male, essendo sopravvenuta la morte.

Il bambino è così costretto a notare in modo ‘patetico’ che ogni gesto, per quanto apparentemente leggero, ha delle conseguenze sull’Altro. Il mondo (Universale) è campo / effetto delle nostre scelte, come mostrano le singole storie di singoli animali (Particolare)

L’insegnamento allora deve essere

  •  non imperium dato dal possesso di Verità indiscusse, magari proposte come leggi di Natura, senza consapevolezza della curvatura spaziotemporale; ripetizione meccanica di formule, senza Coscienza, (plus sapere)
  • ma esperienza che porta alla presa di distanza, ovvero alla consapevolezza dell’inestricabile rete delle cause e degli effetti (minus sapere, il ‘so di non sapere socratico’)

È una chiara contestazione della Wissenshaft posthegeliana, cioè del Discorso dell’Università secondo cui il sapere umano consisterebbe in una crescita ‘positiva’ di specifiche cognizioni, sulla base di un ‘plus – sapere’ (una legge interna , quella del ‘sapere’ ab – solutus) che apre ininterrottamente all’acquisizione di nuove conoscenze.

L’agire del monaco al contrario si limita a far sperimentare al bambino che il suo agire ‘spontaneo’ (organico) si regge sulla ‘mancanza’ di conoscenza, su un ‘meno’, su un richiamo alla ‘modestia’ epistemologica’: l’esperienza diretta del prevalere e della diminuzione della tensione (dwl controllo sulle cose) va tarata almeno su due livelli, quello della situazione presente che contempla in effetti una relazione di complementarietà tra Padrone e Servo (una precisa significazione dell’inerte divenire in struttura razionale con separazione e gerarchia di categorie); e quello della situazione futura, del ‘non presente’, in cui si contempla una diversa/opposta configurazione delle relazioni attuali, in modo da attivare la necessità di una prospettiva di parallasse, di sguardo obluiquo sul ‘meno’ della nostra conoscenza.

Insomma la conoscenza che passa attraverso l’azione del monaco è una rilevazionenon dell’esistente, ma del ‘possibile’, non del presente ma di scenari futuri a venire, non della tassonomia chiusa in cui le categorie siano date una volta per sempre (B mi consente con il controllo la via della diminuzione della tensione, ovvero del ‘godimento’) ma della rete dinamica di relazioni in cui il tempo porta con sé una curvatura dello spazio, ovvero una modificazione della struttura e delle gerarchie.

La complessità e non la banalizzazione, il dubbio e non la certezza.

Quindi la susseguente nascita del problema etico: oggi le cose vanno così, ma domani chissà…ed io sono chiamato a scegliere, a assumere il peso di questa o quella scelta. Le cose non sono inveitbili (accadono) ma conseguenze di scelte del Soggetto cosciente.

L’educazione va quindi verso non l’accumulo di nozioni (tassonomiche., universitarie) ma verso l’individuazione dei problemi, quindi delle scelte da fare.

ESTATE

Il giovane s’innamora di una ragazza trascinata nel tempio dalla madre per riprendersi dalla depressione. I due giovani si amano anche sessualmente. Quando la ragazza se ne riparte, il giovane monaco la segue, abbandonando il tempio. Dopo la fase della formazione, dell’apprendimento di una ‘norma’, la scoperta della soggettività come differenza, come pulsione organica, come deviazione dalla norma. Alla linea dell’autocontrollo si contrappone la possibilità, necessità dell’abbandono alle pulsioni. All’Oggetto (il monaco) si contrappone il Soggetto (ovvero l’attrazione per l’Altro, per l’Altrove) che si autoafferma attraverso il rifiuto dell’Oggetto.

Secondo l’antropologia culturale, è  la fase in cui si afferma l’archetipo dello Zenith, del Sole che brilla forte nell’alto del cielo. È il momento del massimo sviluppo dell’affermazione della vitalità organica, dell’addensamento del vuoto coi sensi sul e nel presente. È la fase in cui domina esplicitamente  la jouissance, non nella sua mancanza di sostanza ma nella sua empirica identificazione con ‘petit-objet . Il tempo dell’affermazione dell’organico, quindi, del trionfo di quello che Freud chiama  ‘principio di piacere’:

“il flusso degli eventi psichici…. è sempre stimolato da una tensione spiacevole, che prende una direzione tale che il suo risultato finale coincide con un abbassamento di questa tensione, e cioè col fatto di aver evitato dispiacere e creato piacere”

 L’incontro con il Nuovo, con l’Altro, determina una tensione, un tendere a, cioè  un desiderio (non importa di qualunque segno sia) che sta lì a evidenziare la totale assenza di significato nelle cose che già facciamo, a rivelare in effetti il Vuoto ontologico di cui consiste l’esistenza organica. Il sesso è l’esperienza ontologicamente più rivelatrice della mancanza di ordine nelle cose che accadono. Siamo spinti a fare sesso, ma non è un principio di piacere quello da cui nasce: il discorso del ‘piacere’ è un discorso appunto che cerca di dare ‘forma’ ad un atto di dissoluzione. Il piccolo oggetto – a è in effetti la forma feticcio che ci consente di accettare che siamo travolti da forze inspiegabili, e llora diciamo di amara Tizio o Caio, ci costruiamo storie, ci scriviamo poesie. Ma sono solo effetti paradossali di questa spinta he in realtà è davvero ‘pulsione di morte’. Il sesso (la vita) è un ‘errore, u incidente casuale, rispetto al Nulla inorganico che ci preesiste e ci seguirà.

Il senso, il significato, che si attribuisce al sesso è frutto artificiale della scoperta , della consapevolezza, che siamo esistiamo solo perché, se, ci sono gli Altri, se c’è un mondo là fuori a rivelarci le manchevolezze del presunto ordine della Naturai scopre altresì la differenza: l’Altro, il contatto consente la rivelazione della propria differenza, come effetto di una forza che sottomette corrisponde nello schema antropologico di Northrop Frye al matrimonio. È l’archetipo della commedia, dell’idillio.

L’eroe (il giovane) conosce all’improvviso una parte di sé fino ad allora nascosta, solo quando incontra la differenza della Donna. Nasce un desiderio e la volontà di realizzare un desiderio che segna in effetti il vuoto ontologico dell’essere soggetto, ma che viene vissuto immediatamente come un vuoto temporaneo che è possibile riempire con quello che si trova là in quel momento. È la situazione che offre di che riempire il vuoto, è un dato casuale: ma l’equivoco culturale è scambiarlo per un assoluto, per qualcosa di non sostituibile, per la propria ‘autenticità’. Il risultato certo è che il Soggetto cominicia a realizzarsi, in quanto scopre la possibilità necesità di realizzarsi attraverso la deviazione dalla norma.

Ed è appunto l’attrazione sessuale che segna profondamente il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, in quanto impone fortemente i suoi vincoli di abbandono totale alle pulsioni naturali, la ribellione rispetto ai vincoli culturali dell’ambiente in cui è cresciuto.È la macchina organica, biologica, che domina sulla mente, sulla volontà di creare un ordine umano. La gioventù è vittima inconsapevole di questa attrazione che trasforma la gerarchia dell’umano e spinge a dare corpo ai desideri, creando una crescita spasmodica della tensione verso quanto determina la percezione del vuoto

Il matrimonio è una invenzione umana per cercare di dare forma a questa spinta organica, uno strumento per regolarizzare lo stress del desiderio. Ma non è presente nella razionalizzazione dell’umano da parte del monaco. Questa è una delle soluzioni, certmente estreme, che nella rappresentazione ermeneutica del film non vuole imporsi realisticamente come la migliore soluzione, ma come una soluzione estrema, che nella sua estremizzazione, meglio consente di vedere gli elementi in gioco: il desiderio e il controllo del desiderio.

1

All’inizio la scena ci fa vedere nuovamente il percorso di routine dell’ex bambino, ormai giovane, che ripete i sentieri e gli icontri della prima volta, ovviamente con la differenza di reazioni e azioni segnate dalle esperienze passate. Una situazione iniziale di equilibrio insomma, in cui il giovane monaco è ormai assimilabile al vecchio monaco, almeno per la forma esteriore.

La novità sta nell’incontro con una coppia di  serpenti che fanno sesso. La scoperta che esiste una forza organica che muove gli organismi a contaminarsi, a toccarsi, a invadersi. Subito dopo l’ incontro con due donne, una anziana, l’altra giovane. Chiara la necessità di stabilire un collegamento analogico tra le due scene.

2

La donna che viene a chiedere al monaco di portare la giovane alla sanità  può essere considerata come esempio di una mentalità lineare del progresso che pensa alla necessità di adeguarsi a certi modelli di comportamento (successo come bene, sconfitta come male) o come tentativo di trovare nella cultura della ciclicità il rimedio alla cultura della linealità: la depressione deriva probabilmente da ‘sconfitte’, la ciclicità invece porta alla costruzione di proprie routine.

3

L’ Attrazione; comporta una modifica del ritmo (ciclo) e l’insorgere di una tensione precisa verso qualcosa che stà la fuori, ovvero uno stato di squilibrio, che prima o poi deve essere attenuato in qualche modo. La scoperta dell’Altro consiste primariamente nella scoperta del corpo dell’altro, ne superamento della barriera della distanza costruita per attenuare le spinte patetiche / patologiche delle forze biologiche alla sicurezza per contatto, ovvero alla dipendenza dal presente corporeo (il bimbo  si sente al sicuro quando è accarezzato, quando sente il calore del corpo della madre, quando insomma è ‘attaccato’ ad un altro corpo: quando appunto ne dipende). Gesti, tocchi, ritrazioni, cedimenti infine tra il ragazzo e la ragazza. .L’attrazione non fa percepire la valenza lontana del peso e della responsabilità dell’Altro che ci si procura col contatto (responsabilità che viene allegoricamente e analogicamente richiamata con la ripresa di scene del pesce o della rana che nuotano con il sasso che li frena)

Il recupero minimo di uno stato di quiete, di minor tensione si ottiene con la percussione dello strumento musicale. E così si rivela natura anestetica della musica stessa, che serve a dar modo di costruire una non tensione laddove il corpo è in tensione. Il ritmo  come anestesia.

Il corteggiamento è una strategia di conteaminazione progressiva, per cui poco alla volta si accetta quello che all’inizio è percepito come una invasione.

L’atto sessuale a sua volta sembra ripetere l’omeostasi del ritmo, del segnare il tempo e lo spazio in una sorta di retroazione per cui il contatto si alterna alla distanza, per potersi e doversi ripetere. È ancora una volta la ripetizione pura a segnare le caratteristiche di questa pulsione biologicaa stemperare infine la tensione in quiete, a dissolvere una condizione fino ad arretrare al nulla.

L’ atto sessuale naturalmente avviene fuori dell’isola, nello spazio del non Ordine, della Natura regolata dall’Emergenza e non dalla Legge. E ovviamente l’atto viene consumato col corpo nudo, senza le forme rituali delle vesti ‘culturali’ che significano controllo delle pulsioni. L’elemento di confronto sono sullo sfondo, le papere

Sicuramente l’avvento dell’attrazione sessuale comporta una linearità che spinge infine il ragazzo a figgire dall’isola

4

Assunzione di carico (cfr prim.): non pietra ma donna, non subita, ma scelta

La scena in cui al Maestro che scrive (tempo durata) si alterna quella del  sesso (istante) vuole rafforzare la contrapposizione tra lo stile ‘culturale’ dell’uomo che si allontana per quel che può dal presente organico e si proietta verso un assoluto fuori dal tempo (la scrittura, l’ars propriamente della permanenza) e lo stile ‘organico’ dell’essere che si abbandona alla densità delle emozioni.

Così quando il Sesso viene praticato dentro il tempio, con movimenti che fanno a meno di  passare per le porte, si rappresenta il fatto che i due amanti ormai hanno comletamente messo da parte l’idea stessa di ars, a favore della ‘natura’: così se i giovani giocano sulla linea dell’attrazione sessuale, il maestro gioca con la gallina, a dire che lo stesso modo di riemire il tempo si può realizzare in modo ‘nuovo’ umano, creando una relazione che l’organico non prevede.

L’intervento del Maestro all’inizio non è fatto di parole ma di gesti (come l’affondamento della barca togliendo tappo: l’eliminazione del tappo, cioè del congegno tecnico ovvero della Cultura comporta la retroazione positiva, ovvero l’impossibilità da parte dell’uomo di controllare la forza di gravità) infine di poche parole, di fatto un aforisma  (Il desiderio genera dipendenza e dà origine a pensieri mortali)

5

Partenza

Il ragazzo quando parte si prende la  statuina simbolo della regola della pagoda e la gallina: come se volesse portar dietro l’eredità fondamentale del luogo, appunto la trascendenza, la capacità di trascendenza, e la retroazione negativa della accettazione della dipendenza dall’Altro.

Maestro occhi chiusi (non può vedere la statuina che non c’è) e ritma il tempo, lentamente

AUTUNNO

La fase del tramonto, della morte: dopo l’ascesa, la caduta; dopo l’uscita il ritorno. La scoperta del Reale, del trauma e quindi dell’’ isolamento’ (del singleton) dell’uomo rispetto all’organismo animale generico.

Il processo di isolamento dell’uomo dall’animale organico avviene con[BN1] [bn2] [bn3]  il linguaggio, cioè il significante e la sua logica.

La rivelazione del fatto che l’umano consiste in una deviazione dalle leggi ‘naturali’, che anzi la realtà stessa ha una costituzione ontologica incompleta. Come dice Alenka Zupancic in Che cosa è Il sesso?,

“l’essere parlante non è parte della natura (organica), né è la sua eccezione (e nemmeno qualcosa di intermedio),ma è il suo Reale (il suo punto di impossibilità, la sua impasse)… l’uomo non è un’eccezione (che costituisce l’insieme del resto della natura), ma il punto in cui la natura esiste (solo) attraverso l’inclusione della sua stessa impossibilità. Da qui deriverebbe anche l’idea che la ‘norma naturale’ (per esempio un istinto deprivato da ogni problematicità, l’omogeneità del bisogno e della sua soddisfazione e, più in generale le leggi biologiche, chimiche, fisiche) sia secondaria rispetto alla ‘costituzione ontologica incompleta’ della natura”

L’automatismo delle leggi (di qualunque tipo) non è altro che una strutturazione dell’antagonismo, della contraddizione, dell’incompletezza intrinseca alla natura. Le leggi naturali scoperte dalla scienza non sono altro che un modo per ‘mettere – in – forma’ propria questa incompletezza, per formalizzarla, per normalizzarla appunto: e l’umano che è cosciente di questa contraddizione e che coscientemente elabora codici e forme, è proprio il punto che rivela nella natura questa sua ontologia. E quando ne parla, quando ne scrive è allora che rivela al massimo questa sua sua differenziazione rispetto all’organico, all’animale che di per sé (nella sua tensione continua alla sopravvivenza testimonia della stessa incompletezza).

Il maestro costringe ad un certo punto l’allievo a incidere la tavola di legno per passare dallo stato della parola orale a quello della parola scritta, dalla volatilità della contraddizione del divenire alla stabilità della permanenza del Logos, dalla dipendenza dai sensi al controllo del Logos.

Ecco il tramonto, l’autunno: l’accettazione della caratura tutta retroattiva dell’umano verso le pressioni alla contrazione della tensione; l’umano è nella accettazione della tensione, nella consapevolezza della contraddittorietà delle cose, nella loro tessitura in forme sintattiche di linguaggio simbolico.

E l’essere parlante che è l’uomo ,nella sua consapevolezza di questa contraddizione, e del Vuoto dell’eisstenza, della sua mancanza di senso, si costituisce come consapeole ‘differenza’ propri nell’accettare l’inconsistenza dell’essere e nel ‘dare – forma a questa inconsistenza, nello ‘scrivere’, nella stilizzazione di questo vuoto. Nella resistenza alla naturalizzazione di questa esistenza (abbandono al principio di piavere della riduzione della tensione) a favore della artificializzazione del principio di piacere, ovvero nellso spostamento del focus proprio sulla tensione, sul controllo della tensione e non nella sua eliminazione.

È quanto afferma Zizek, secondo cui

“pulsione di morte significa appunto che la tendenza più radicata in un organismo vivente è quella di conservare lo stato di tensione, di evitare il rilassamento definitivo del raggiungimento di uno stato di piena omeostasi”

Gli istinti vitali (o di autoconservazione), se è vero che la meta di tutto ciò che è vivo è la morte, sono formazioni secondarie rispetto alla pulsione fondamentale che è quella di morte. Gli istinti vitali sono una forma di sapere, di know how, necessario alla conservazione di questa deviazione dal fondamentale negativo implicito nella vita che si chiama (possiamo chiamare) pulsione di morte: questa pulsione è non in contrasto con le altre forme organiche dell’esistenza, ma ne è sempre il fondo , non è l’opposto ma l’invisiile dominante che le indirizza.

Nella trama del film, quindi, il giovane allievo ‘conosce’ attraverso l’istinto all’amore la dimensione fondamentale della pulsione di morte: la scoperta del Trauma, non mediata dalla coscienza di questa sostanza di vuoto della vita, lo porta a lasciarsi ancora guidare da istinti che portano dritti alla fine della tensione, certo, ma di quella che è dentro l’Altro. Comincia allora con la conoscenza un’altra tensione, una tensione a cui il suicidio è la risposta più istintiva, segnata appunto dalla necessità di eliminare la tensione. Ma l’umano comincia proprio adesso: l’umano già realizzato è il monaco che interviene ad un certo punto, di fronte alla retroazione positiva verso la dissoluzione di morte, con verghe e legami che infine portano a dettami concreti di azione ‘logica’ esecutiva.

Le botte e la corda segnano simbolicamente il passaggio evidente ad una resistenza che deve essere prima materiale e poi mentale alle forze sensoriali che dominano il presente. Il tentativo di suicidio è latto organico che ci distanzia dall’umano. L’umano consiste al contrario nell’accettare l’evidenza della tensione, la direzione di accettazione della tensione, in una omeostasi artificiale, dove la tensione mai sparita, viene quotidianamente esercitata(Inverno)    

1

Porta che si apre, ritorno: ripetizione della distinzione tra Natura (rete caotica di complessità) e Cultura (ordine costruito sulla limitazione del campo)

Approdo: dal mondo della complessità il monaco porta sulla piattaforma un gatto, del cibo, un foglio di giornale usato per avvolgere il cibo

  • gatto e non cane, a sottolineare la indipendenza, la compresenza senza necessità dell’Altro. La solitudine va corretta omeostaticamente con un Altro uguale e contrario: uguale nella capacità di separatezza, contraria nella passiva accettazione del meccanismo bisogno/soddisfazione, tensione/eliminazione della tensione
  • cibo: materica soluzione del bisogno omeostatico dell’altro, della retroazione continua . a vita del monaco (eremita, esteta, hishikori, bibliofilo, naturista, vegano ecc) non può sussistere senza lo scambio continuo con il Non Finito.
  • giornale: non è una scelta precisa del monaco, ma una delle conseguenze dell’andare nel mondo della complessità, è la contaminazione, il riportare dietro e dentro delle scorie, delle ‘macchie’ impure, che sporcano la linda pulizia del Non Tempo presunto della isola pagoda.  Il tempo, insomma, esiste , e come tempo non può che essere entropia (i quotidiani in fondo non sono altro che registrazione continua di questa continua deformazione di ordini costituiti e sperati, le notizia dei cronaca onon sono altro che ‘differenze’ cattive rispetto all’uguale buono che ci si augura – Nessuna nuova, buona nuova). Insomma ancora l’Altro che irrompe con la semplice cronaca del conflitto, del dominio del non umano in un mondo dove tutto passa per le passioni, gli istinti vitali. L’ assassinio come pratica elementare di cessazione della tensione. Cronaca appunto. la notizia è che “un uomo uccide la propria moglie e fugge”

La successiva azione ( preparazione di abito monacale) è segno della comprensione: la cognizione del meccanismo fondamentale dell’organismo umano gli fa presagire che il giovane andato nel mondo della complessità, per retroazione negativa, non può che tornare a cercare una situazione di ordine, nella limitata situazione della pagoda e dell’isola.

Lui sa che l’allievo adesso ha ‘conosciuto’ attraverso l’esperienza del vitalismo, la contraddittorietà dell’esistenza (il Nulla su cui si regge ogni Codice Simbolico, ogni Immaginario) e che verrà a cercare di ‘dare forma’ a questo Trauma (alla scoperta del Vuoto del godimento da cui è stato trascinato nel vortice del Fuori) proprio con l’aiuto del monaco maestro, con l’aiuto di chi – adesso lo ha capito –  possiede un codice diverso da quello del Simbolico dominante (retto sul conflitto, sulla competizione, sul progresso), un codice che ‘formalizza’  il Vuoto con segno ‘più’ ma con il segno ‘meno’, con la costruzione di una ‘differenza minima’ piuttosto che ‘massima’.  Resistenza al vuoto con l’avvicinamento ad esso, piuttosto che con la volontà di ‘riempirlo’.

 Un ritorno al passato dunque da parte del giovane, ma con la conoscenza di dover guardare le cose da un punto di vista diverso da quello ‘normale’. La parallasse sarà conquistata davvero solo dopo che avrà nuovamente conosciuto il mondo di Fuori nei suoi aspetti di ‘castrazione’. I poliziotti sono segno del futuro di anni di carcere, con cui il Significante padrone impone un ordine (il suo) a chi non se lo sa dare. L’esperienza dell’andare, del tornare, del riandare e del ritornare ancora (l’esperienza quindi della natura ciclica , anzi ricorsiva,della conoscenza, della costituzione dell’umano contro la pratica della linearità) finirà per concedere la consapevolezza che le cose per esere conosciute hanno bisogno di una prospettiva di parallasse.

Cos’è la parallasse? Secondo la fisica   è “il  dislocamento apparente di un oggetto (lo spostamento della sua posizione rispetto allo sfondo) causato da un cambiamento nella posizione di osservazione che determina un nuovo asse visivo”.

Per il giovane, adesso la pagoda assume una posizione diversa rispetto allo sfondo della società là fuori: quando scappa , quando cioè la sua posizione è quella di chi subisce la castrazione di un sistema simbolico (quello del monaco è comunque castrazione, proprio come riduzionistica costruzione di un ordine, per quanto aperto possa essere), la pagoda nel suo Immaginario assume la figura della Prigione, di un vincolo; quando torna, quando la sua posizione è quella di chi ha sperimentato la traumaticità della Natura (cioè del fatto che quello che sembra pulsione di vita si riveli pulsione distruttiva), l’implosiva crescita della retroazione positiva della Natura (la ricerca dell’Autenticità presunta, ossia delle passioni), la pagoda si propone come Figura di Quiete, di spazio entro cui la tensione invece che aumentare diminuisca.

2

Il gatto cerca di mangiare i pesciolini: segni ancora dell’organico (del mondo della Natura) che punta solo e sempre ad allentare meccanicamente la sua tensione (cibo). Il monaco che lo accarezza consente di capire la singolarità dell’umano: il monaco i pesci li cura.

3

L’arrivo.

Arrivo di giovane ai bordi della porta

Il monaco l’accoglie. Le poche parole che si scambiano supportano le dinamiche di cui è scritto appena sopra: “sei diventato un uomo… Sali!” “Lasciami in pace, sono disperato… l’unico peccato aver amalo una donna … ha conosciuto un altro uomo”” Devi pensare che anche gli altri possano desiderare quello che vogliono”

Seguono gesti che raffigurano le condizioni di totale dissoluzione del Soggetto cosciente: il dominio dell’organico (della soluzione violenta e rapida dello stato di eccessiva tensione con azione di prevalere sull’Altro a portata di mano) si esprime con colpi di coltello violentemente inferti al legno della piattaforma. La subordinazione totale sempre alla situazione ‘presente’ è la causa del salire sulla barca, dirigerla a caso sull’acqua giusto per fare fatica, della remata furiosa e sulla terra sull’acqua. L’esito di questa impossibilità di quiete è infine il tentativo di suicidio. La procedura simbolico (chiusura occhi e bocca, sensi) è sicuramente una conoscenza acquista dalla frequentazione del monaco: ma il suo uso è sicuramente contrastante con la finalità della procedura, come mostrerà proprio il monaco che alla fine di questo episodio si dà la morte non per incapacità di dominare la Natura, ma proprio per forte intenzione di controllo, come segno di autodeterminazione.

4

La cura da parte del monaco procede in due fasi e a due livelli:

  • prima

Vergate sulla schiena (“uomo da nulla”); sospensione con una fune

Cioè la esasperazione della percezione del male organico: il contatto fisico materiale tra i due non era mai stato mostrato precedentemente. L’unico tipo di contatto fisico nella seconda fase era stato quello sessuale, con la ragazza, come a sottolineare l’apertura positiva di questa procedura (contatto come attenuazione della tensione. Quest’ altro tipo di contatto chiarisce al giovane che il contatto tra corpi può essere non solo complementarietà ma anche conflitto, urto, invasione contatto.Può essere fonte di esisti opposti, di crescita della tensione , di malessere invece che di benessere. Insomma una forma di apprendimento dell’ontologia della sostanza organica di cui siamo fatti. Uomo da nulla è quello che non è uomo proprio per il fatto che non ha compreso questa ‘sostanza’ dell’umano. “Uccidere se stessi è meno facile che uccidere gli altri”

  • poi

Lui dipinge con la coda del gatto come pennello (controllo della Natura, finalizzazione diversa per quel che è Natura ai fini della Cultura: la coda al gatto serve ad altro che a far da pennello)  delle parole sulla piattaforma, e gli ordina di inciderle col coltello. “Incidi con la lama le lettere che sto scrivendo e rifletti sul significato”

L’imposizione della pratica dell’artificio della Scrittura, della Parola che si fa Scrittura, ovvero della ‘forma’ che si costituisce solo attraverso la capacità di creare ‘figure’, ovvero categorie di senso, semantica e sintassi, che diano all’uomo la possibilità di esercitare un sapere. Un sapere sempre minus, che cioè si sostanza come capacità pura, non come contenuti particolari. L’imposizione del monaco è in effetti quella di ‘ripetere’ i segni’, incidendoli a fondo, non tanto di interpretare il loro specifico significato. È lo scrivere in quanto tale, il dar vita a parole in quanto tali, che costruisce l’umano, più i singoli significati. (anche la scelta di non sottotitolare le lettere che appaiono sul fondo della chiatta risponde probabilmente a questo processo di significazione)

  • infine

Risultato: taglio dei capelli con il coltello usato per l’uccisione della moglie. È come per la coda del gatto: solo che qui è in atto una raffigurazione della eticità dell’agire umano interna al processo di culturalizzazione. Non solo l’uomo è tale se riesce a rendere ‘differente’ quello che è il processo ateleologico della natura (se riesce a dare un telos a quel che non ce l’ha) ma si deve anche porre quale sia la tipologia del telos a cui mirare. Non è insomma umano solo l’artificio, ma la direzione consapevole dell’artificio verso la ‘costruzione’ di un ordine che comprenda anche l’Altro e non verso la costruzione di un ordine che valga solo a eliminare – momentaneamente – la nostra tensione. Il taglio di capelli è il gesto estremo di questo voler andare lontano dagli automatismi della natura. Di una disciplina autoimposta che comporti il rifiuto dell’eccesso: al contrario di quanto avviene oggi in cui la rasatura rinvia all’estetica di una appartenenza culturale di totale eterodeterminazione, dell’apparire e non di una sostanza etica.

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L’arrivo dei poliziotti significa che anche l’isola utopica non può non essere invasa dal mondo di Fuori, dalle sue vincolanti restrizioni culturali.

È l’arrivo del Significante padrone, del Codice che castra l possibilità di significazione e che vincola entro un territorio tassonomico di segni precisi. È la Legge che insegue il Fuori Legge. Banale lo schema delle tante storie quotidiane di sopravvivenza, di cronaca, di storia. un Potere che si assume il compito di gestire in esclusiva la violenza. E i poliziotti usano, mostrano di avere questa disponibilità, ma la violenza è ‘estetica e inefficace. spari imprecisi contro barattolo a cui il sasso del monaco immediatamente (differenza tra i due codici di simbolizzazione in termini di strumenti – tecnica contro parti della natura – ed efficacia appunto)

Empatia poliziotto che aiuta con la candela di notte copertura all’alba con giubbotto

6

Alba rinascita

Coloritura  partecipazione dei poliziotti coinvolgimento nl ‘gioco’ lento della coscienza  mentre il ragazzo dorme frye e li che nasce la rinascita9

Partenza

La casa si muove  sbarcano

La barca rtorna, tramonto preparazione per la fine. Fuoco sulla barca chiusura fonti delle s sensazioni . il modo lo decido io

La serpe della rinascita scappa via

Non riesci a sopportare il dolore

Acmè, la consapevolezza di aver adempiuto al proprio scopo autoimposto, quello di ‘indicare’ una strada. Quindi chiusura al mondo organico e ritorno all’inorganico.

INVERNO

Porta chiusa, che si apre sul lago ghiacciato, con il forte cigolio delle ante .

Da tempo ferme, hanno perso la facilità e la fluidità del movimento, dell’andare e venire, del continuo e facile percorso di omeostasi tra il dentro e il fuori. Morto il monaco non c’è stata pratica . il maturo ex allievo è stato in carcere, in una isola diversa da quella del monaco. Le istituzioni lo hanno ‘costretto’ a stare dentro, a evitare il contatto con la complessità, fino a quando bno

Non è stato ritenuto adatto a ‘pensare’, a ‘controllare’ le passioni, a stare alle regole. Ma è un processo top down, una obbligazione che vincolando a forza, impone una crescita del Trauma, col rischio di una penosa aderenza a piccoli oggetti sostitutivi, col rischio di una codificazione elementare che faccia avere ‘figura’ negativa solo all’esterno, alla struttura della Cultura (Codice simbolico).

Le ante si aprono da sole: come se fossero pronte al nuovo arrivo, come se dichiarassero la disponibilità al ritorno dell’allievo. Solo dopo aver personalmente percorso una via di riflessione e conoscenza del misterioso mondo delle asimmetrie dell’umano, è consentito accedere alla spazialità ‘perfetta’ della solitudine e della forma umana completa.

Il campo lunghissimo consente di apprezzare l’arrivo dell’uomo maturo: da sinistra verso destra, su uno scenario invernale che suggerisce il locus horridus, la mancanza di vita, la separazione. La situazione di ‘fermo’ indica il ritorno all’inorganico, la prevalenza della pietra del duro sulla pelle e sul morbido. È lo scenario proprio della ‘satira’, del superamento hegeliano, dell’ironica accettazione dell’asimmetria, del superamento delle categorie codificate di bene e emale, della necessità di approdare infine all’unica meta possibile dell’esistenza umana che sia alla portata di noi uomini, quella dell’individuazione, della costruzione di una propria via ,quella di scegliere il proprio modo particolare di dare sostanza alla ‘pulsione di morte’. La neve che tutto ricopre col suo manto bianco dissolve la differenza dei colori, la differenza del divenire che illude, per costringere a prender atto del Vuoto che è al fondo delle cose: fine di regole, di convenzioni, di significati dati. Necessità di tracciare le proprie orme, le proprie direzioni, senza seguire quelle altrui.

La morte, la dissoluzione, è la meta prestabilita, è il destino dell’inorganico che dopo l’errore (errare) dell’organico torna a se stesso. Vale per tutti.

Ognuno in questa pulsione può però dimensionare la propria arabescata maniera di arrivarvi. Lasciare traccia di sé, segnare il territorio, è proprio nell’esasperazione di questa potenzialità simbolica. L’uomo è un ‘animal symbolicum’ (Cassirer, Sheler, Gelhen, l’antropologia filosofica del primo novecento).

Camminare sul ghiaccio significa quindi avere a che fare con la sostanza dura dell’esistenza inorganica. Ridotti i margini di ‘immaginario’, ridotte le illusioni dei giochi e delle sperimentazioni. La dura scorz dell’ontologia è quella su cui l’uomo che trova individuazione sa di dovere e potere camminare. Questa è la strada. Dalla molteplicità (spazio sociale) all’uno (spazio ‘sacro’ del tempio). Dalla confusione e rumore delle cose che accadono in modo emergente, alla semplificazione e riduzione del rumore nella ‘regola’ dell’autosufficienza.

Omaggio alla barca della fine del maestro, sepolta tra ghiaccio e neve. Riconoscimento del segno, dell’aver accettato l’insegnamento, di volerlo applicare. Riconoscimento di una gerarchi di ‘sapere’, di una eredità a cui dare continuazione.

All’interno trova ben ordinate le cose del maestro, che ha immaginato che prima o poi qualcuno (lui) lo rincalzerà: la serpe che fugge dalla barca infuocata, è ancora lì. Il segno della vita. Ma è dal serpente che all’inizio il maestro invitava il bimbo a star attento. Il serpente nella sua vitale forza di organica virulenza, è quindi non già positivo segno di sopravvivenza ma negativo segno di minaccia, della prevalenza dell’organico, della sua passione feroce di sopravvivenza. La individuazione consiste infatti nel perseguire il controllo del vitalismo non nell’abbandono alla densità del presente.

Riaccendere il fuoco, una candela in effetti, significa riaccendere una vita ma precaria nella durata della candela, nel controllo della sua dimensione . Finito del simbolico e non il Non Finito della Natura. Così costruisce una statua di ghiaccio entro cui immette resti del maestro, a sottolineare che quello siamo, pietra che si scioglie, qualcosa di molto precario.

La natura va ‘messa in forma’ anche nel momento della sua durezza estrema. Il lavoro sul ghiacchio, lo scavo il coltello che prima è servito per distruggere adesso serve per costruire, per dare forma a quello che non ce l’ha, forma umana di autocontrollo.

I libri infine : solo adesso si avverte che la sapienza del’uomo individuo può essere aiutata da libri, da modelli che riducono la via della ricerca verso la meta.

E solo quando il suono della campanella al vento segna il passare del tempo, interviene forte uno stacco sonoro che indica un passaggio deciso, dalla fase dell’esperienza delle cose sensoriali, alla trascendenza delle ‘parole’ e ‘immagini’ (che sono la stessa cosa). Non c’è il maestro, ma ci sono le sua ‘parole’. L’autonomia consiste allora nel ‘ripetere’ nel riconquistare la ciclicità delle cose, nella selezione precisa di gesti e di tempi, che nella loro riduzione aiutano a identificare una via chiara di avvicinamento al disorganico attraverso il controllo dell’organico. Il corpo viene esercitato non ai fini di prestazioni agonistiche, ma in sé e per sé, come ‘forma’ di controllo dell’organico, di assoggettamento al proprio Sé sorgente e ironico. Armonia e fluidità, simmetria e coordinamento a fronte del deperimento, della fragilità,della subordinazione ad altro che il sopravvivere.

I campi lunghi sottolineano che il problema è proprio in questa relazione tra Cultura e Natura, in questa esercitazione di Ordine all’interno di un mondo di disordine, in cui coesistono sole e gelo. La cascata in particolare mostra come la stasi poggi sempre su un movimento furioso e irrefrenabile.

Il pianto di bimbo introduce infine alla scoperta dell’unica meta propria dell’individuazione: conquistarla significa aver capito il rapporto tra organico e inorganico, la necessità di dare forma simbolica all’organico prima di tornare all’inorganico. Ma rischia di essere un fine troppo autistico che stenta in effetti a definirsi come umano: a meno che non si lasci traccia di questa conoscenza all’altro, all’altra generazione, che non si continui a dare all’organico che sopravviene la via per diventare più forte dell’organico. Il bambino è da curare, da portare a diventare un ‘individuo’ nel senso di conquistare una progressiva capacità di dare forma al suo vivere, in modo di farla diventare ex –sistenza e non in – sistenza (Leopardi dixit).

La madre col volto coperto è in qualche madre una non madre che priva il bimbo della cura del volto, della ripetizione / apprendimento dello sgurado del volto che apre primamente la porta al mondo,che ne codifica per primo il senso nella / della relazione con l’altro.

Il volto coperto può anche voler dire che non è un caso specifico a dover essere preso in considerazione. È la necessità del passaggio dalla trasmissione dell’umano per via genealogica (l’eredità del Dna, del sangue, dell’identitarietà comunitaria di nascita) a quella ‘culturale’: un monaco (un intellettuale,dedito al pensiero e non all’azione) e non il genitore sa / può indicare la strada della costruzione personale dell’umano. L’apertura e non la chiusura delle esperienze: la via ‘pubblica’ e non quella ‘privata’ della formazione; la società aperta e non quella delle respinzioni.

Le lagrime della madre testimoniano della fatica dell’essere genitori, della difficoltà di prendere certe decisioni di ‘abbandono’: ma è questa la via principale della individuazione.

Lo sciogliersi e il riannodarsi del velo implica l’allusione che infine la relazione non geneaologica passa proprio dalla necessità di non sentirsi legato solo a chi immagini ‘tuo’ consanguineo: l’umano consiste in questo staccarsi dall’organico, dalla serpe, e nel trasmettersi all’altro, in forma gratuita. Contro la feroce continuità del Dna. Una carezza può essere intesa in varie direzione: riconosciemnto di un passato, ricerca di accoglienza da uno sconosciuto. E non si scioglie il dubbio, proprio perché l’umano consiste in questa gestione del mistero, della costruzione di forme sull’inesistente.

Anche lo spazio interno al tempio torna ad essere detrminante nella signficazione: la madre e il figlio davanti all’altare e al fuoco, il monaco dietro la porta della ‘forma’. Non ci sono parole, non ci sono speigazioni, non c’è retorica, solo umana pratica del rito, del ripetere, del dare traccia, del segnare e risegnare-

Arrivo della madre nel giorno, nella consapevolezza di una sceta da fare. Partenza nel buio dell’abisso notturno, che la porta a sprofondare nel lago ghiacciato attraverso il buco aperto dal monaco precedentemente. Perdersi quindi come madre.

Scoperta, e autopunizione-

Recupero del motivo della pietra legata al corpo delle tre bestioline di inzio fine: queste immagini si susseguono a sottolineare l’analogia con la scelta del monaco di portare un peso salendo fin in cima ad un monte per issare l+ la statua metallica del simbolo dell’umano, cioè della capacità di autocontrollo, di controllo dell’organico, di trasformazione della macchina di sopravvivenza cieca in un Sé dotato di intenzione, di responsabilità di capacità di progetto, di labor. Di riflessione contro l’immediata soddisfazione dell’impulso presente.

Alla fine del viaggio si conquista una ‘visione’ della limitatezza dello star isolato del lago, del tempio, della vita dentro al tempio. La tipica posizione dell’eiron, ch davvero esce dalla comune, dalla routine per acquisre definitivamente la capacità di distacco, di relativizzazione delle posizioni assunte.

La trascendenza significa capacità di guardare le cose da una prospettiva nuova, la parallasse come si è detto. e il percorso dell’uomo maturo che trascina la pietra e l’idolo fin sulla vetta di un monte per poter guardare da distante il lago, rappresenta figurativamente la possibilità / necessità di liberarsi i dalla patologia dell’attaccamento, dell’identificazione di Un luogo come IL luogo. Il Vuoto consente , una volta scoperto, questa condizione di DISTANZA e di RIPETIZIONE.

IL NASTRO BIANCO

La Trama

Un villaggio protestante nel nord della Germania, negli anni 1913-1914. La vita si presenta con i consueti ritmi delle stagioni e con la rassicurante ripetitività che caratterizza le piccole comunità chiuse.

A modificare un poco questa percezione di normale monotonia, intervengono strani incidenti che però, verificandosi a una certa distanza l’uno dall’altro, non scalfiscono il clima generale di tranquillità: quel che è certo è che nessuno si preoccupa di identificare con chiarezza le cause di quello che succede. Solo il maestro, lentamente, quando comincia a connettere i fatti, intravede dei possibili indizi; ma siccome nessuno gli dà retta, alla fine non arriva a scoprire nessuna verità.

A narrare gli avvenimenti è la voce di un uomo che all’epoca dei fatti era il giovane maestro del villaggio. Fin dall’inizio avverte lo spettatore che il suo sarà un racconto poco attendibile perché basato solo su frammenti dei fatti avvenuti, ma utile per capire quel che riserverà di lì a poco la storia d’Europa.

Lo Scopo

Potrebbe sembrare una storia di detection, ma l’intento dell’autore è portare lo spettatore ad andare oltre il testo, a guardare il sotto testo: la storia di superficie è quella di un villaggio tedesco del primo Novecento, il sotto testo è la particolare struttura antropologica dell’intera società europea moderna.

L’intenzione del regista è quindi portare lo spettatore non a sperimentare il piacere che si prova quando si svela un mistero; ma a godere del dubbio, ad affiancare alle procedure dell’induzione della deduzione quelle dell’abduzione.

Se alla fine di un racconto troviamo non un Finito ma un Non Finito è chiaro che per l’autore più che la soluzione è il problema a dover il interessare lo spettatore: non il “cosa accade”, ma “perché accade” quello che accade. Non cosa fanno gli abitanti del villaggio, ma perché lo fanno.

La forma

La scena rappresentata è tipicamente quella di una detection story: uno spazio limitato, con un numero ristretto di personaggi, e con un ristretto nucleo di relazioni, a favorire l’indagine. Ma in effetti alla fine vedremo che questa focalizzazione (restrizione del campo) somiglia più alla procedura delle sperimentazioni scientifiche (il vetrino come parte che consenta di osservare il Tutto) che a quella delle indagini di ricerca che caratterizzano la narrativa ottocentesca,

Il Realismo in effetti con l’accurata adesione a situazioni particolari (“reali”) si propone di rappresentare tutti i Problemi Generali del vivere individuale e sociale: insomma mette in scena minuziosamente i dati concreti di uno specifico spazio sociale per ricomporre un po’ alla volta il quadro completo del sistema che all’inizio della narrazione appare incompleto e confuso, per arrivare a rappresentare la Verità.

L’uso allegorico del dettaglio al contrario consente ad Haneke di scomporre le certezze. In concreto il villaggio è davvero uno specifico villaggio tedesco prima della Grande Guerra, con tutte le caratterizzazioni realistiche a far vivere allo spettatore una impressione di verosimiglianza. Ma la scena serve al regista per porre una questione filosofica e non storica, per portarci a riflettere sulle cause ontologiche del Male.

I Temi

1

L’Altro

Se avvengono nel villaggio violenze, visto che non arrivano stranieri, la loro causa è da cercare dentro e non fuori il villaggio. Generalizzando allora, si può ipotizzare che per Haneke le cose che ci succedono dipendono da noi molto più che dall’altro che arriva da fuori: e se proprio di Altro si deve parlare, ebbene quest’altro è ‘dentro’ di noi: nel nostro spazio sociale prima, e nella nostra intimità poi. In sostanza l’Altro ci abita tutti, fin dall’origine della nostra esistenza, e prima o poi, anche se l’abbiamo accuratamente addomesticato, viene fuori, a fronte del Divenire delle cose. Solo che per lo più, quando ciò avviene, gli si dà la figura di Fuori. 

2

La Formazione

Nella rappresentazione del sistema sociale del villaggio emerge come centrale la relazione tra il gruppo dei ragazzi e quello degli adulti, tra chi va ancora cercando di capire com’è fatto il mondo e chi ha ormai acquisito delle certezze, tra il Non Finito e il Finito, tra il Fluido (i ragazzi che vivono ancora nella plasticità dell’organismo che va costruendosi una coscienza attraverso lo ‘specchio’ dell’altro) e il Solido (gli adulti che sono arroccati nella dura separazione di regole e routine).

E la tesi di Haneke è che il Non finito apprende la sua forma dal Finito entro cui si trova a sperimentare relazioni.

3

Insegnare l’odio

Insomma si può riassumere così il possibile senso del film: l’odio non è un dato genetico ma culturale. Insegnare l’odio è la pratica della comunità che vuole mantenere la sua ‘identità’: non in modo diretto (testo) ma attraverso le azioni (sottotesto).

SFONDO

Quanto appena detto vale , per così dire, in generale, a livello di metodo. In particolare, all’interno del film, il focus è sulle dinamiche socioeconomiche e culturali dello spazio sociale del villaggio( microcosmo):

  • la rigidità pericolante della struttura sociale (un’aristocrazia impotente e decadente, una piccola e media borghesia chiuse ed aggressive, il mondo contadino soggiogato e morente con qualche raro sprazzo di ribellione),
  • l’ideologia protestante tesa al raggiungimento di un’equivoca purezza (ricerca ossessiva e annichilente fino al sadomasochismo),
  • un sistema pedagogico coercitivo e autoritaristico (il mondo dell’infanzia che riproduce in una sorta di gioco perverso i meccanismi di sopraffazione del mondo adulto a danno dei

deboli e dei diversi; Non c’è spazio per la ribellione e nemmeno per la fuga. Chi tenta di ribellarsi viene ricondotto all’obbedienza, o semplicemente svanisce nel nulla. ).

Quasi tutti lavorano miserevolmente al servizio del Barone,

accadono incidenti strani e drammatici: una caduta da cavallo provocata, la morte di una contadina, il figlioletto del Barone brutalmente picchiato, quasi accecato il piccolo handicappato figlio dell’ infermiera. Nelle modeste se non povere case piene di figli, la vita è tranquilla, patriarcale, piena di orrori nascosti: il pastore protestante, esempio di virtù, punisce a bacchettate i figli indegni di quel nastro bianco che premierebbe la loro purezza, i figli ubbidiscono in silenzio covando le loro segrete vendette, le donne non contano, servono. Il medico vedovo, stanco dell’ infermiera-amante, le dice all’ improvviso.

ANALISI

È un film in bianco e nero (più bianco che nero) che lascia libero lo spettatore di decifrare i misteri della vicenda. Chi sono i colpevoli: i bambini o gli adulti?

Nel suo cinema è il fuori campo a catturare l’attenzione. Al contrario di quanto tende a fare l’industria dell’immagine, il regista austriaco lavora in modo che si senta con forza la presenza di un altrove carico di molti più significati rispetto al rappresentato, come nel piano-sequenza in cui il pastore verga i suoi figli, di cui però si sentono solo le urla provenienti da dietro una porta. Così facendo Haneke rifiuta di assecondare le pulsioni scopiche del pubblico, desideroso d’essere servito di tutte le informazioni necessarie che possano permettergli di spiegare, razionalizzare e descrivere le situazioni. Il regista evita volutamente qualsiasi tipo di interpretazione. È straordinaria la sua capacità di raccontare l’orrore insito nel quotidiano, di costruire situazioni di tensione costante, lavorando su azioni banali e apparentemente insignificanti, cui riesce a far assumere, nel contesto della narrazione, impensabili aspetti di  minaccia. Respinge ogni eccesso espressivo, non dilata mai i tempi dell’azione, ma amplia le attese per mezzo di piani-sequenza a macchina fissi, nel quale lo stesso movimento interno all’inquadratura è totalmente assente. Tende a trasmettere una claustrofobia dei rapporti attraverso il confinamento dei personaggi in spazi asfittici e soffocanti, sovraccarichi di un mobilio pesante e limitante.

Senza quasi mai usare il primo piano, Haneke si pone di fronte alla realtà illeggibile di un panorama umano di vizi privati e pubbliche virtù sotto la coperta pesante del perbenismo. Suggerisce che potrebbe essere il terreno di cultura e la massa acritica del futuro nazismo.

In effetti è semplicemente la dimensione costante di ogni struttura sociale che per perpetuarsi (sopravvivere) non fa altro che ricorrere alle pratiche base dell’antropologia umana ‘eccentrica’, la ripetizione (le norme, i rituali) e il prevalere (l’adulto sul bambino, il maschio sulla donna).

Il problema , l’unico vero problema, è che a questa dimensione oscura e semplice si reagisce per lo più (senz’altro quelli che hanno in qualche modo auctoritas e potere)n modo col nascondimento: nulla vedo, nulla sento, nulla dico. Il potere per permanere vuole evitare le res novas, insiste in modo ‘positivo’ nel nascondimento. Solo la mente critica dell’intellettuale è in grado di vivere davvero l dimensione di ricerca (quest, indagine) e di svelamento, di dubbio e non di certezze.

  • L’uomo è sempre figlio del suo ambiente
  • L’uomo cerca soluzioni definitive
  • La violenza è la reazione immediata al prepotere in chi non ha ancora capaictà autonome di critica, antagonismo culturale (costruzione di nuove parole).

Questo  senso del film  è quindi universale, riguardando tutta la natura umana e non solo quella tedesca. Hanno Coscienzan (cosa che non possono i piccolini) e all’azione ipocrita dei padri rispondono immediatamente con la reazione violenta. La differenza tra i ragazzi e gli aduulti è solo – per così dire – nella raffinatezza sublima del ricorso alla violenza: a quella fisica dei ragazzi corrisponde quella sitemica degli adulti, quella delle norme impositive che non ammettono anche la piùpallida retroazione negativa.

e’ la violenza dell’adulto sul bambino, dell’uomo sulla donna, del ricco sul povero, dell’uno sull’altro sempre, incessantemente, in quanto tale. la violenza e’ si’ immersa in una sorta di banalita’ folle del quotidiano, ma affonda le sue radici in un protestantesimo crudele e ottuso che condanna gli uomini ad espiare la Colpa di continuo, anche senza aver commesso nulla di rilevante, potremmo dire a prescindere: occorre espiare lo stesso fatto di essere vivi, di essere nati, di essere soggetti desideranti (all’adolescente che si masturba vengono legati i polsi, alla governante innamorata viene riservato disprezzo e violenza sul figlio ritardato).

La reazione immediata nello spettatore è di disturbo di fronte alla ‘disunamità’ di questi ragazzi . in effetti I bambini sono umani proprio nella adozione della violenza, nella presa d’atto della non corrispondenza tra le parole e igesti, nella reazione di fronte al reale lacaniano. La violenza non è un dato ‘naturale’ (portato dal DNA, ma una scelta consapevole, una technè, con cui risolvere in modo non genetico una situazione che viene percepita come problematica. La loro azione è ‘umana’ proprio nella finzionalità con cui la innrdvcsno: fanno qualcosa che a loro non è stato insegnato, m fanno quel che fanno perché

Ma lo spettatore, agghiacciato, immagina che in quel microcosmo in un quieto angolo della Germania, quegli adolescenti impenetrabili, cinici, sprezzanti, vent’ anni dopo saranno adulti; e la loro abitudine a ubbidire in silenzio a un potere autoritario, a trasformare la violenza subita in ferocia sui più deboli e i diversi, la diffidenza, la brutalità, l’ ignoranza, l’ invidia, che allora li legavano e separavano, avranno uno sbocco politico entusiasta e tragico.

Le relazioni tra gli adulti e tra questi e i bambini sono quanto di più algido e privo di un senso di umanità vera si possa concepire.

 Nei personaggi

  • del Medico,
  • del Pastore e
  • del Barone

si concretizzano tre modi di esercitare l’autorità e il sopruso (in particolare nei confronti della donna):  un modello da amare/odiare per i più piccoli.

 L’introiezione del Male a cui Zappoli si riferisce, si insedia dentro di loro come qualcosa di piu’ denso, potremmo dire, di piu’ forte e indifferenziato rispetto alle normali introiezioni che ogni bambino incontra nel corso dello sviluppo. Credo si possa qui richiamare il concetto di quel “nucleo agglutinato”, di cui parla lo psicoanalista argentino Jose’ Bleger (in: Simbiosi ed ambiguita’, 1970), una sorta di ancestrale depositato di memorie traumatiche inconscie che in seguito, inevitabilmente, il soggetto sara’ costretto a ripetere e a perpetrare agendolo a sua volta sull’Altro. Questo Altro, oggetto della proiezione, diventera’ il depositario di tutto il brutto, il negativo, lo spor

I ragazzi in sostanza fanno quel che fanno perché hanno imparato a leggere in filigrana la doppia testualità dello spazio sociale:

  • un testo in superficie in cui domina un chiaro Codice Simbolico, ostentatamente e insistentemente ribadito nei rituali nelle vesti, nelle parole pubbliche della ‘cortesia’ ecc.
  • un sottotesto in profondità in cui domina la juoissance, l’abbandono alle varie per – versioni, all’eccesso che permette in un modo o nell’altro che vivere in modo soddisfacente la propria esistenza

in definitiva i ragazzi , con l’avvicinarsi dell’adolescenza, percepiscono quel che i piccoli (e loro da piccoli, ovviamente) non erano in grado di percepire: il Reale della non corrispondenza tra la Norma ufficiale (del Controllo, della massima formalizzazione delle pulsioni) e i comportamenti  di soddisfazione delle pulsioni (di vita e di morte).

Il Trauma comporta il problenma del suo superamento. E le soluzioni sono cercate in cooperazione: i ragazzi si costituiscono in comunità per resistere a questo procedere dell’Umano. La loro resistenza non può che essere un mettere contenuti propri nelle procedure che conoscono, le uniche che hanno conosciuto: la procedura della punizione si basa sul presupposto che esiste una ontologica fonte di verità e di discriminazione tra giusto e eingiusto, il contenuto partiolsre sarà l’attribuzione della colpa achi viene percepito come ‘colpevole’. E secondo il dettame biblioco le colpe dei padri ricadranno sui figli..

finiscono con l’introiettare la violenza che domina la società, per quanto apparentemente celata dalle convenzioni. Il nastro bianco che il Pastore impone ai figli più grandi dovrebbe simboleggiare la necessità, per loro, di raggiungere una purezza che dovrebbe coincidere con l’acquisita maturità. Di fatto in quel piccolo mondo, in cui solo l’istitutore e la sua timida e consapevole innamorata, sembrano credere nella positività della vita domina la simulazione e la sopraffazione.

Lo schema di procedura che è sicuramente destinato a rimanere è appunto il rinforzo della macchina omeostatica biologica  della economia, della rapida e totale eliminazione di quel che ostacolo alla perfezione, all’ordine.

L’ordine in sostanza nasce dalla distruzione totale e rapida dell’elemento che disturba la purezza.

Il titolo allude al nastro che il pastore mette al braccio del figlio, ma allude appunto alla logica binaria cge sa vedere le cose in modo nettanenbw  .

Altra procedura base.: la costituzione di una ‘comunità’ di un gruppo di eguali che ‘sacrifica’ il diverso / identico per costituire la ripetizione della perfezione


 Famiglia e scuola sono luoghi di educazione coatta alle logiche del teatrino sociale: le aberrazioni, i rigurgiti irrazionali pregni d’odio pregiudiziale nei confronti del diverso, i nefasti segni di vendetta verso le costrizioni sono la faccia sporca della medaglia, il contrappasso proprio, naturale. Haneke frammenta nella coralità del racconto la banalità del male, riassumendola in segmenti programmatici (come in 71 frammenti di una cronologia del caso e, soprattutto, nel centrale Code inconnu ), che, per usuale amor di paradosso, non si fanno mai semplicistico dato sociologico, analisi chiusa, netta, limpida. Ancora una volta è nell’incertezza interpretativa a cui approda l’algido teorema che si colloca il fulcro dell’opera di Haneke ¹ : una serie di omicidi, depravazioni, sevizie; una pseudo-detection che non conosce appagamento; la netta sensazionedi conoscere i colpevoli; la nebbia diffusa, ad offuscare: Das Weisse Band è un film sul non sapere/volere/potere vedere.

La semplice evidenza delle cause degli eventi si disperde, si aggroviglia intorno alla menzogna, alla paranoia, alla negazione artificiosa della propria malattia: lì metonimia di tutto questo era la scena finale del film, un piano-sequenza fisso, nel cui popolato campo lungo si confondeva l’incontro tra i figli di Georges e di Majid, logici responsabili degli eventi, non riconosciuti come tali per la (in)conscia necessità genitoriale di trovare altre vie, altri motivi, altri perché al proprio scacco, amorevolmente coltivato.


Qui, di nuovo, la società difetta di capacità autoanalitica,  incapace di diagnosticare la propria sconfitta, di riconoscere i figli come guasti, incarnazioni devastanti delle proprie corruzioni. Nel campo lungo finale ² non c’è nulla da scoprire: ognuno di quei personaggi è colpevole; i figli (a rigor di logica) dei reati, i padri (anche) di cecità.

Lo stesso narratore, che nella diegesi è indotto a forza a rinnegare la via per la verità, esordisce nascondendosi dietro la labilità del ricordo: di professione maestro e formatore, si nega a qualsiasi responsabilità, negando alle cause l’evidenza degli effetti futuri. Il tacere ciò a cui la generazione dei figli darà corpo mortifero (le abiezioni del nazismo) rigetta l’etichetta di “opera a tesi”, innalza il particolare all’universale (ammorbidendo il primo nel secondo), connota la personalità dello storyteller di una complice, pavida, umiliante omertà.

Meravigliosamente ambigua, la mdp di Haneke lavora di elegante sottrazione e, sottraendo, nega allo spettatore snodi cruciali per giungere alla verità

Il rigore dello sguardo convive con la sua inadeguatezza.

La patina della programmaticità si stratifica sino a sfaldarsi: il cinema di Haneke si fonda sulla fertilità disorientante della contraddizione, la complessità rende opaca la realtà, la semplicità la annienta nella caricatura. Non c’è catarsi, in questo anaffettivo e monco affresco privo di fortissimo, perché la storia si ripete, ciclicamente, senza risoluzione. Il ghiaccio dello sguardo si sposa all’inelluttabilità della rassegnazione.

La Storia – deprivata dall’evidenza di cause ed effetti, i contorni sfumati nel vago – non ha insegnato nulla.

Il nastro bianco [Das Weiße Band, Francia/Italia/Germania/Austria 2009] REGIA Michael Haneke.
CAST Christian Friedel, Ernst Jacobi, Leonie Benesch, Ulrich Tukur, Ursina Lardi.
SCENEGGIATURA Michael Haneke. FOTOGRAFIA Christian Berger. MONTAGGIO Monika Willi.
Drammatico, durata 145 minuti.

Scene

  1. inizio
  2. strada, levatrice, ragazzi, scuola  forma (ragazze, recita della cura) vs non forma (maschi spontanei, diretti, senza filtro)
  1. interno: casa baronale forma (musica) non forma (bambino vagabondo)
  2. interno: casa dottore figlia del dottore / altri ragazzi : esitazione della prima, recita dell’interesse da parte degli altri
  3. interno: casa pastore Forma vs Errore (contatto, non contatto: verga vs carezze, cibo / digiuno) costruzione del ‘senso di colpa’; costruzione della consapevolezza della simbolizzazione come filtro di ordine. Nastro bianco come perfezione monito
  4. esterno notte polizia apparenza della detection
  5. esterno: ruscello, pesca, rischio steccato, incontro con ragazza Eva che ha appena imparato ad andare in bici ed esitante si muove per andare a visitare i suoi in altro paese. Esterno come luogo della mancata formalizzazione, della possibilità di ‘contatto’ tra quello che altrimenti è chiuso, separato. I due sono entrambi ‘alieni’, entrambi cioè già costretti ad ‘aprirsi’ rispetto alla condizione iniziale di mebri di altre comunità, nomadi, insomma, che meno sanno e stanno alle regole (anche se  le devono rispettare per la sopravvivenza)
  6. interno: casa contadino discrezione, controllo dei sentimenti
  7. interno segheria. Indagine apparenza della detection
  8. interno casa dottore: bambino, ragazza. La scoperta della teoria) della  morte: negata l’esperienza materiale, introdotta l’ngoscia, Il Reale generalizzante. Il bambino viene portato dalla nuova teoria a rileggere in modo duro il racconto già fatto (la madre è partita)
  9. interno casa pastore: notte costruzione del nastro binco, punizione vergate
  10. interno: casa contadino. La scoperta della morte vera, delle passioni e non delle teorie (particolare)
  11. esterno: festa davanti casa barone
  12. esterno. Di spalle, un giovane (Max)con falce distrugge campo del barone. A    b     c  deferenza maestro verso baronessa che chiede coro
  13. esterno.giardino barone, arivo dell’intendente, saluto moglie con figlio, e badante dell figlio barone, ‘tentazione’ anziano verso Eva ragazza, che ‘fugge’ per assolvere un compito della moglie dell’intendente
  14. esterno: campo lungo macchina in movimento da destra a sinistra  a seguire la fila dei ragazzi bambini che scoprono lo scempio del campo, piccola pausa e poi accelerano la corsa e continuano verso sinistra  (specimen della ‘formazione’ dell’adolescente: risa vitalistiche di commento come conforto della dialettica distruzione/costruzione come procedura fondante dell’esx – sistenza)
  15. esterno. Festa. Contadini ubriachi al tavolo che allungano le mani su Frieda; il maestro che insegna a ballare a Eva (Un due tre un due tre). Apprendimento ‘naturale’ non in luogo chiuso e gerarchico. I due si autoformano, semplicemnte coordinando il ‘tempo’ e muovendosi a tempo, all’unisono. Scperta della orizzontalità sociale oltre che della verticalità gerarchica chiusa
  16. esterno: il campo distrutto, i commenti desolati del la moglie del barone, la chiave dell’intendente (se non paghi…). Il conflitto sociale negato porta alla distruttività immediata, alla semplice dcarnevalesca action directe. La jaquerie antica inomma che agisce entro la contrapposizione ‘naturale’ del potere, del prevalere
  17. esterno. Movimento veloce di Frieda, la promessa sposa di Max Felder, l’autore dello scempio. da destra verso sinistra lungo la strada, senza casa fino ad arrivare alla casa del contadino cui è morta la moglie in segheria
  18. interno. Casa del pastore. Il piccolo figlio chiede il permesso di curare un uccello trovato voglio farlo guarire). Relazione di escusiva ‘forma’ (con regole d’ingaggio, di chiusura, di gerarchia, di tempi, di spazi chiusi e aperti da rispettare, in cui le porte dicono l’ordine, con aggressiva presunzione di ‘materiale’ oggettività: la porta è qui accompagnata dalle pareti che escludono quello che sia il rumore dall’ordine del chiuso)Imita ndo la gabbia del pappagallo (fare uel che gli adulti fanno, avere un uccello un animale come ‘proprio’). Il ‘buon ‘ lo richiama alla necessità del distacco emotivo (non bisogna attaccarsi a chi ha una sua vita libera, non bisogna reprimerlo) e della responsabilità (sarai padre e emadre per lui). Contraddizione tra condizione del pappagallo e condiione dell’uccellino: chiede al bimbo di fare quello che lui non fa
  19. interno: casa del contadino. Lo spazio è unico, com ampia apertura per la luce, con una unica tavola e molti figli insieme a desinare, a condividere.. la gerarchia è nella disposizione dei posti. Capotavola per il vecchio, alla destra il primogenito. Entro questo spazio c’è posto anche per il rumore, che in questo caso è dato dal pianto del più piccolo; rumore materiale e antropologico, della corresponsabilità dell’agire)Scontro (verbale fisico – schiaffo) tra vecchio e giovane: il vecchio porta le ragioni del ‘gestire l’esistente’ (non hai pensato alle conseguenze sulla famiglia? E se cacciano frieda?..), il giovane quelle della giustizia (che ne sai che sono colpevoli? E che ne sai se sono innocenti? Non lo so), del ‘fare la storia’ del ‘correggere le cose che non vanno, del ‘raddrizzare il mondo’. Il vecchio del ‘resistere’ come ‘mantenere le posizioni , il giovane come cambiamento
  20. interno: casa del barone . spazio notturno, una scala, col pedagogo in alto, di spalle e il barone in basso con la lampada. Scoperta della scomparsa del figlio piccolo (Sigi) dalle due del pomeriggio (sembra di stare al circo equestre!). la madre se ne sta chiusa in camera perché soffre dopo l’affare del campo, il barone furioso per l’inettitudine del pedagogo (si vuol forse far capire in modo larvato che la nobildonna si è messa a ‘far musica’ col pedagogo sottraendolo al suo compito di sorvegliante). In sostanza una famiglia in cui ognuno pensa a sé, distraendosi dalla responabilità affettiva e concreta nei confronti del figlio.
  21. Esterno: la ricerca notturna da parte dell’intendente e degli abitanti del villaggio (in due gruppi, uno dentro e l’altro fuori casa) trovato col sedere sanguinante per colpi di verga, portato in barella a casa. La scena è la stessa della festa (la scalinata d’ingresso), qui usata dalla madre per scendere al livello del corpo del figlio, prima usata come segno di imperium e supremazia (il barone rientre in casa dopo le parole di celebrazione del lavoro fatto dai contadini)
  22. Interno: chiesa, discorso del barone , che lamenta l’azione di Max Felder sul campo, ma lo scagiona dalle botte al figlio, e focalizza l’eistenza nel villaggio du quel Reale non spiegato, indica che il Male non ha una precisa rappresentazione, un volto riconoscibile e riconducibile al Bene. Crea un sospetto dentro il villaggio. Una suspence anche col richiamo all’incidente del dottore. Essendo l’unico che ha una cultura superiore è l’unico che davvero /una volta che sperimenta del suo personale ) comincia a unire i puntini, per scoprire che al momento non c’è una Figura che rappresenti con chiarezza come stanno le cose. Insomma insinua nel villaggio l’idea dell’Abietto che risuscita la diffidenza
  23. Interno: spinetta, maestro che suona, interruzione del ‘belo’. Arriva il ‘brutto’. Eva è stata cacciata, perché ritenuta responsabile dell’accaduto di Sigi (ma lei ha il compito dei due gemelli). Lei è preoccupata sia per non aver commesso il fatto (il Reale dell’asimmetria tra azioni e responsabilità atroibuite) sia per la reazione dei genitori (Non mi crederanno). Il maestro fiduciosoe buonista la ospita, le promette di accompagnarla a casa, e si mette a suonare (ritorna al Bello: stavolta è in coppia, con le che si accuccia sotto il piano, protetta). Lei è capace di chiedersi qualcosa cull’accaduto del figlio del barone, il maestro passa oltre: il maestro di respiro corto, vive dentro la sua   sfera . eppure sarebbe lui a poter capire davvero…avendo i responsabili in classe)

1

Inizio nero, voce narrante

Mistero, indeterminatezza del reale, non finito    vs   la voce umana di un Soggetto Supposto sapere. Testimonianza nel senso letterale, che crea un ‘monumentum’ un’opera di ricordo e ammonmento. L’umano è in questa costruzione di una storia. non realismo, ma racconto, disposizione in linea di una vicenda (una serie di vicende) che consentono di veder chiaro in un mondo buio.

Man  mano che il discorso procede quindi comincia a trasparire un chiarore che consente di cominicare a intravedere un paesaggio, a in travedere come necessario un luogo, un dasei, appunto cioè uno spazio finito focalizzato da esaminare nella sua struttura e rete di relazioni come in un miroscopio un vetrino (parte) da interpretare come portatore del sistema (tutto=

2

LL’incipit è una dichiarazione d’intenti (nonché la soluzione della detection, probabilmente, fornita da subito): campo lungo in pieno giorno, una radura soleggiata, un uomo al galoppo, un cavallo che cade trascinando rovinosamente con sé il cavaliere. C’era un filo teso tra due alberi, invisibile a uno sguardo distante e disattento, ma c’era. E c’è un gruppo di bambini che con insolita compattezza e algida curiosità si reca sul luogo dell’incidente (dal quale sparisce l’arma del crimine). La voce del narratore, ormai vecchio, ammanta tutto di dubbio, adducendo come scusa l’imprecisione del ricordo, la polvere degli anni. Ma noi vediamo, loro hanno visto.’incidente

Una scena agreste, idillica nella percezione tipica dell’occidentale. E un cavaliere che arriva al galoppo: la voce narrante ha già deviato l’orizzonte d’attesa dello spettatore verso la rottura dell’equilibrio: l’irrompere del divenire, dell’imprevisto, che assume la veste dell’INVISIBILE, di un filo invisivile che fa cadere col cavallo anche chi sta in sella provocandone ferite e sofferenze.

Il sistema semiotico è quindi proprio la coppia VISIBILEINVISIBILE.

L’armonia possibile e prevista (quel che si spera di trovare, ritrovare da qui a qualche momento) e la disarmonia temuta (ma dissimulata costantemente nella vita sociale).

L’uno dell’Ideale e il molteplice del Divenire.

Cavallo è figura di forza maschile, di potere che si impone, che irrompe con la sua vitalità sul resto dello spazio. Il suo arrivare è appunto ripreso com’è frontalmente una sorta di mninacciosa invasione nello spazio dello spettatore: irrompere che viene trocato. L’altro asse semiotico ermeneutico è quindi quello del Potere e della Rivolta al potere.

Il cavaliere poi è in effetto IL  dottore del paese, cioè figura sociale emblematica, del discorso dell’Università, di un Potere che dalla dimensione della Natura (vitalismo, prevalere omoestatico) è passato alla dimensione della Cultura, ovvero di una struttura di Discorso del sapere sulla verità, che di fatto gererchicamente distribuisce nozioni, ordini e regole. Insomma la figura del Dottore è la figura della istituzione sociale, del Codice Simbolico che si è strutturato nel tempo come garante di Quiete, Ordine, Controllo, Prevedibilità, Sicurezza.

3

La vicina

La figura della levatrice, nella struttura del Supporsto sapere, è la figura della dipendente, della Tecnica, del protocollo che esegie que che decde, dice , il Dottore, colui che sa il Logos.

In sostanza più in generale il quadro intermedio che esegue, che nella sua individuazione, di fatto rappresenta proprio la gregarietà necessaria per realizzare sulla comunità un ruolo incisivo. Esplicitamente supporta il Dottore che viene èrivato da subito del ruolo di marito. La levatrice è la ‘manoì che aiuta la ‘mente.

Il suo muoversi lungo la strada del villaggio consente di mettere in scena proprio la suya funzione di sostegno, di integrazione complementare nello spazio sociale. L’incontro con ragazzi consente di immettere un altro topic, quello della forma delle relazioni sociali, che impone dei gesti rituale di conferma della quiete, della ripetizione del fatto che le ‘cose stanno davvero così’ come ieri, e così saranno ancora oggi.

Ke buone maniere: di più. Di meno in alcuni, con la differenza immediata tra ragazze (che parlano e detrminano il clima del gruppo dei ragazzi nella relazione con il ‘potere’, con la rappresentante dek ‘potere’

4

L’uscita da scuola

La scuola è la struttura che determina la trasmissione del sapere, del supposto aper, in effetti di modelli di rappresentazione e di comportamentoo.

Il maestro è il complemento del Dottore: colui che tramette direttamente i modelli, con lui appunto le relazioni sono formali.

A fianco del maestro, una figura di diverso, un handicappato.come dire che la presunta omogeneizzazione delle menti, la costruzione dell’identità sociòe che confermi l’esistente, si trova a che fare anche la materia che in sé resiste alla volontà di plasmare quel che è appunto materia.

5

La domanda

La voce narrante nota una anomalia che ripetto alla ripetiuzione dlla quiete, impone un’apertura di suspence.

I maschi corrono insieme verso l’0uscita dell paese invece che andar ognuno per propro conto. L’indizio è evidente: i singoli invece di abbandonarsi alle specifiche differenze, fanno gruppo, complotto, cooperano per realizzare qualcosa in comune.

Nientedi nuovo, se si guarda alla sopravvivenza di una xomunità, che esiste solo se le differenze vengono annullate per cooperare. E per cooperare rispetto ad uno scopo unico, la sopravvivenza ovvero il prevalere del gruppo.

Solo che stavolta la comunità è una comunità ristretta interna alla macrocomunità.

La separazione, l’isolamento dai diversi è il pricipio che rende ‘sicura’ la comunità: ebbene ipiccoli, con contenuti diversi, al momento sconosciuti, fanno la stessa cosa dei grandi. Ma col reischio di destabilizzare proprio la macro comunità.

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La paura

Interno. Figli pianto

Apertura finestra: altri rgazzi

Possiamo aiutarti?

7

Indagine

Il maestro viene fatto accomodare dalla moglie del pastore in sala.

L’inquadratura a campo lungo è statica per al cuni secondi: il maestro sta in piedi accanto alla porta da cui è entrato, mala sua figura si trova inquadrata entro una cornice costituita da un arco con festoni e tende pesanti che danno un senso di pomposa e pesante eleganza alla stanza. È come una porta che avvia dall’ingresso alla parte più importante della sala. Lo spettatore è invitato a considerare con attenzione proprio la composizione iconica della scena. In effetti l’arco con le tende finisce per dare l’impressione proprio di un palcoscencio in cui viene messo su uno spettacolo, qualcosa ‘da guardare’. La sala è nella cultura borghese davvero la messa in scena della identità della famiglia, della rappresentazione che essa ha di sé e che vuole cominicare al visitatore.

Sullo sfondo , a fuanco della porta  un pianoforte e sulla pareye delle pitture, e sul mobilio degli oggetti srtistici. Sono segni della qualità artistica della famiglia, della sua pratica della musica (la buon amusica da camera, appunto, non quella popolare confusa e balana< e i quadri confermano come la famiglia sia dotata di gusto, sia capace di elevatsi all’altezza del Bello categorizzato, della superiore umanità che sa capire e riconoscere il Bello, ovvero il Bene, ovvero la regole, la verità ontologica  su cui diriemere quel che va fatto e quello che va evitato-

Ai lati dell’arco ancora moblio con sopra oggetto suppellettili preziose )che trstimoniano la richhezza della faniglia insieme ai quari ovviamente, visto che sono oggetti unutili in sé e utili solo in termini simbolici, antropologicamente parlando) e una foto di antenati (i penati romani…) a sottolineare anche la ‘storia’, la storicitòà di una famiglia che non viene dal nulla ma ‘dura’ da tempo, solidità, onore

Fine modulo

TONY MANERO

Pablo Larrain,

2008, Chile Brasile

Trama

E’ la storia di un uomo di mezz’età, Raoul che, nel Cile di Pinochet (siamo sul finire degli anni Settanta), insegue il sogno di affermarsi in un concorso televisivo tra i sosia di Tony Manero, il protagonista del film La febbre del sabato sera. Per riuscirci, non si fa scrupolo di ricorrere a tutti i mezzi possibili, al di là di ogni regola morale.

Ipotesi di interpretazione

Girato a trent’anni di distanza dagli eventi reali, il film si propone non come cronaca realistica di una specifica stagione storica del Cile, ma come allegoria della tendenza dominante in noi, attori sociali della contemporaneità occidentale, a farci Soggetti “estetici” più che ”etici”: cioè a prendere decisioni non tanto sulla base del senso di Responsabilità verso l’Altro, ma del bisogno di realizzare il proprio ‘godimento’ (il proprio ‘star bene’). Narcisismo e Cinismo sono le parole con cui si può descrivere in termini teorici questa modalità postmodernistica , di individuazione.

Dalla vicenda narrata si può derivare un modello narrativo che aiuta a identificare una possibile diagnosi dei tanti comportamenti narcisistici che caratterizzano il nostro spazio sociale. C’è una situazione iniziale implicita (la rivoluzione socialista di Allende, ovvero l’azione politica come ‘azione’ di cambiamento dell’Ordine), la scoperta del Trauma (l’avvento della dittatura militare, ovvero la fine dell’illusione di poter ‘fare la storia’), e il superamento del Trauma (o la semplice accettazione del Vecchio Ordine – il Riflusso, il Conformismo -, o la costruzione di un Nuovo Ordine ancora, ma ‘soggettivo’, limitato al proprio limitato spazio sociale, per dar vita alla propria ‘Differenza’).

E questa nuova Soggettività della Differenza si può manifestare

  • o con la ‘distanza’ (ironica) rispetto all’esistente: ovvero un Ri – uso del Vecchio Ordine, ma in modo critico carnevalesco – come fa in genere l’Artista modernista, che sottolinea con evidenza la ‘finzione’ delle convenzioni sociali, consentendo la conoscenza delle sue contraddizioni
  • o con l’adesione (cinica) all’esistente: ovvero con l’accettazione disincantata ma totale di qualcuna delle pratiche di ‘benessere’ (di realizzazione della “felicità”) vigenti all’interno del Codice Simbolico dominante.

Nella storia di Raoul, non c’è quasi traccia della prima opzione, ma dominio della seconda. C’è una vaga allusione al fatto i due giovani che  subiscono il fascino di Raoul(Pauli e Goyo) fanno segretamente resistenza al regime;  per il primo piano è tutto per il protagonista, per la sua tenace e diritta intenzione di  affermarsi come Tony Manero. ‘Fare la storia’ per i ragazzi significa cambiare la società, per Raoul la propria vita; certamente praticare il ballo consente di superare (dimenticare) le contraddizioni del presente, iniettando la leggerezza dei sentimenti sulla pesantezza della riflessione analitica .Comunque, alla fine pare emergere la possibilità di una prospettiva critica anche per R.: infatti, poiché vive il ballo (di per sé un play) la dimensione del game (della gara, della competizione) lo porta inevitabilmente, con la delusione, anche alla disillusione. Il trauma (il non senso) da cui vuol fuggire, torna a invadere anche lo spazio ristretto del privato.

Interpretazione

Problema

Come prendiamo le nostre decisioni?

Finora s’è visto che siamo ‘figli’ di un Mondo che ci fa stare al mondo attraverso l’imposizione di specifiche rappresentazioni dello spazio, del tempo, dei valori e la strutturazione di precise prescrizioni e concreti modelli di comportamento.

La decisione del singolo insomma è sempre figlia del Codice Simbolico entro cui si viene formati. Per lo più, anche alla scoperta della non corrispondenza tra codice e eventi della vita, si finisce abbastanza facilmente per accettarlo come una soluzione che comunque risulta capace di consentire in modo economico la sopravvivenza. Piuttosto che cambiare 8di avventurarsi verso l’abietto del Non Finito) sempre meglio restare nel seminato. (chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quello che lascia ma non sa quello che trova).

Naturalmente è sempre possibile fare la scelta dell’“oltraggio”, dell’affrontare il rischio del Nuovo: e questa scelta alla lunga garantisce la continuazione dell’evoluzione, che procede attraverso una dialettica serrata tra copiatura ed errore, tra ripetizione e sperimentazione. Ma mentre per miliardi di anni questa logica è stata del tutto inconsapevole (cioè subita dagli organismi) adesso , da quando l’uomo ha conquistato la coscienza, questa biforcazione, una volta giunta alla coscienza, impone una scelta (una decisione).

Restare o muoversi? Rimanere fermi nel presente emozionale o cambiare?

Si tratta di fare delle scelte che possono rispondere a svariate attività cerebrali, ma che dal punto di vista delle vite dei singoli pongono il problema propriamente umano di assumersi la ‘responsabilità’ di determinare la trasformazione delle cose e delle vite in una direzione piuttosto che in un’altra.

Il contenuto delle scelte non potrà che dipendere dal data base depositato in memoria nel cervello: se vivo nella Roma di Augusto, non posso che esercitare le mie scelte in rapporto ai sistemi simbolici in atto in quella società. Ma le modalità della scelta dipendono fondamentalmente da meccanismi identici per tutti (nel senso che al momento l’evoluzione ci ha fornito di hardware che funzionano allo stesso modo)

Ecco allora che ha senso chiederci ‘come prendiamo le nostre decisioni’: e le risposte vanno cercate lontano dalle antiche rappresentazioni spiritualistiche (che risolvono la questione evocando Figure di comodo come Anima o Spirito o Carattere o Genio), ovvero dentro le procedure biologiche e neurologiche che caratterizzano il nostro corpo, cioè con l’aiuto dei modelli che su quelle basi vengono elaborati dalle varie discipline della contemporaneità, umane e scientifiche.

Modelli teorici

1 Omeostasi

L’’insieme fondamentale di operazioni al cuore della vita, dall’istante primordiale, e svanito da tempo, della sua origine biochimica (quando erano protozoi  )primitiva al presente (di organismi complessi e dotati di coscienza)..E’ il potente imperativo, inconsapevole e inespresso, il cui assolvimento implica per ogni organismo vivente,piccolo o grande che sia, il semplice perdurare prevalere .

La procedura dellaa sopravvivenza rispetto alle cose inerti è che la sopravvivenza va costruita continuamente. Comporta ricerca fuori della frontiera che limita l’organismo, e comporta un consumo di energia, che richiede a partire da un certo punto una nuova ricerca.

La sopravvivenza consiste insomma nel perdurare ma anche nel prevalere.

La parte riguardante il ‘perdurare’ è chiara: genera sopravvivenza, e viene data per scontata senza alcun riferimento o riverenza ogniqualvolta si considera l’evoluzione di qualsiasi organismo / specie.La parte riguardante il ‘prevalere’ è più sottile e raramente viene riconosciuta”: in realtà il prevalere “garantisce che la vita sia regolata entro un intervallo che, oltre ad essere compatibile con la sopravvivenza, favorisca la prosperità e renda possibile una proiezione della vita nel futuro di un organismo o di una specie”

SOPRAVVIVERE / A DANNO DI cfr. Mors tua vita mea Spesa energetica grande

oppure

SOPRAVVIVERE / IN COOPERAZIONE CON cfr. l’unione fa la forza Riduzione spesa energetica

La logica fondamentale della procedura è l’economia: se la sopravvivenza è determinata dalla disponibilità di energia, meno si consuma energia meglio à. Il massino risultato col minimo sforzo è insomma la regola base della macchina omeostatica. Economia appunto.

Lo schema chiave della procedura è rappresentato dalla retroazione. La macanza di energia fa scattare una reazione che porta ad uscire dalla quiete e a cercare fonti di energia. La disponibilità di energia spnge il sistema la quiet. Qla situazione della sopravvivenza è determinata dal movimento continuo da uno stato all’altro: dalla quiete all’eccitazione e viceversa. Questa relazione è indicata come relazione di equilibrio dinamico tra retroazione negativa e retroazione positiva. Ognuno dei due stati tende in realtà a ‘crescere’ ma quando arriva ad un  limite critico, il sistema retroagisce nella direzione opposta. Lo star bene in sostanza dipende dall’aver mangiato e dormito. Ma rriva il momento in cui quel che si è magiato non basta più a consentire il funzionamento dek sistema e allora si ativa la retroazione opposta. Insomma una crescita a cui segue la decrescita, l’aggiunta a cui segue la diminuzione.

Questa procedura vale per la componente materiale del corpo 8che necessita di ingreduenti per funzionare) ma anche per la mente .

2 Psicologia cognitiva

  1. Helmholtz (fine ‘800) fu il primo a rendersi conto che il cervello raccoglie informazioni di base dai nostri sistemi sensoriali per trarne inconsciamente delle conclusioni.

In realtà il cervello può fare delle inferenze complesse sulla base di informazioni molto scarse: cioè il cervello ‘mette – in – forma’ qualunque dato provenga dal sistema sensoriale, ne ricava inevitabilmente delle Figure, insomma crea quella che noi ancora oggi chiamiamo ‘informazione’.

In secondo luogo H. comprese pure che questa elaborazione non è solo riflessiva (dettata cioè dalla risposta a imput che provengano dall’esterno) ma è anche adattativa, nel senso che ci aiuta a sopravvivere nel mondo.

Infine per H. questo inconscio cognitivo (formatosi a partire dagli stimoli sensoriali) è creativo, nel senso che utilizza sia le informazioni attualmente percepie sia quelle che sono depositate in memoria, le confronta tra loro e le consegna alla coscienza per una valutazione consapevole e razionale

Ad esempio quando parliamo in effetti non siamo coscienti di scegliere questa o quella struttura grammaticale, ma siamo capaci di parlare perché dopo una esposizione prolungata a situazioni in cui ci sono ‘parlanti’ finiamo per elaborare in memoria delle procedure che poi si impongono per default nelle situazioni in cui la parola ci rende più ‘adatti’ a gestire le situazioni problematiche di vita.

Insomma sappiamo che ogni esperienza che abbiamo è prodotta da tassi variabili di attivazione dei neuroni del nostro cervello.

  • Ma dov’è la coscienza? Già Freud aveva introdotto la distinzione tra inconscio, inconscio preconscio e SuperIo. Ma solo nella seconda metà del XX secolo si è cominciato a ‘vedere’ i luoghi dove avvengono le elaborazioni di vario tipo.
  • Così, secondo Baars (1988) la coscienza implica una disseminazione diffusa (in tutta la corteccia) di informazioni precedentemente inconsce (preconscio), ovvero (Daherne) lo stato cosciente è il risultato di un insieme distribuito di circuiti neuronali che selezionando una informazione la amplificano e la trasmettono alla coscienza.
  • In pratica oggi si rappresenta il funzionamento della coscienza come un flusso di dati a retroazione continua che partono dal basso (bottom – up, le percezioni), sono filtrati e trattati dall’Alto (top – down) e tornano a modificare le percezioni e così via, secondo una procedura di copiatura e rinforzo, che producono un sistema dinamico aperto, che comunque tende a costituirsi in sistema chiuso e statico (il Sé). Le decisioni emergono lungo questo circuito: in genere è il preconscio cognitivo che ‘decide’ per deafault, anticipando la coscienza, sulla base delle procedure evoluzionistiche di sopravvivenza, ma c’è sempre uno spazio di tempo pur minimo in cui esiste la possibilità di modificare la scelta fatta dall’inconscio.
  • In pratica la macchina procede in modo appunto meccanico, abilitato da milioni a anni a cercare soluzioni efficaci in raporto alla sopravvivenza proprio in forma inconscia (veloce); solo nelle ultime centinaia di migliaia di anni si è attivata con la coscienza quest’altra procedura che permette di valutare l’efficacia dell’automatismo, che procedendo in temrini di probabibilità, detrmina alla lunga anche molti errori.

2 Triangolo di Lacan: il Reale

  1. Codice Simbolico: il controllo del flusso del divenire è possibile solo attraverso un’opera di riduzione del Molteplice ad Uno, attraverso l’elaborazione di un Codice Simbolico, che ambisce a proporsi come ‘verità’ pur essendo ovviamente convenzione artificiale (riti, miti, regole e divieti, modelli di comportamento). È la cosiddetta Legge del Padre che determina, per Lacan, la castrazione simbolica, ovvero impone le proprie simbolizzazioni ad ogni singolo membro della comunità.
  2. Immaginario: le idee, i desideri del singolo non possono essere che proiezione di questo codice simbolico, variazioni sul tema,  una costruzione ‘personale’ operata all’interno del codice simbolico attraverso una doppia procedura di selezione (il cosa) e di combinazione ((la forma) degli elementi del Codice. Insomma un sotto – insieme rispetto al super – insieme entro cui è inscritto. Le caratteristiche di questo ‘immaginario’ sono, secondo Slavoj Źiźek (Che cos’è l’Immaginario, Il saggiatore, 2004), le seguenti:
  • Lo schematismo trascendentale: l’Immaginario consiste in una FANTASIA QUALUNQUE (a fantasy) che si costituisce ARBITRARIAMENTE (sulla base delle specifiche esperienze e conoscenze) all’interno del Codice Simbolico come MONDO. Dal Codice Simbolico ricaviamo una “nostra” rappresentazione del Mondo, con tutte le coordinate spaziotemporali e le istanze estetiche ed etiche fondamentali. I nostri MODELLI di COMPORTAMENTO (vere e proprie ICONE nel linguaggio semiotico di Eco) sono di fatto le fonti delle nostre passioni, dei nostri sentimenti, dei nostri ideali. In sintesi l’Immaginario  CI INSEGNA A DESIDERARE
  • L’intersoggettività. La costituzione della ‘vera identità’ di un Soggetto dipende in modo decisivo dal rapporto di un Soggetto con il suo Altro, con il desiderio dell’Altro in sostanza. La presenza dell’Altro mette il Soggetto in rapporto con l’ENIGMA FONDAMENTALE, quello del desiderio dell’Altro (“Che vuoi”?): la sua azione dipende dalla continua necessità di interpretare quello che ‘vuole’ l’altro e nell’adeguarvisi.[12] Insomma il Soggetto non fa altro che cercare, detto con altre parole, il ‘riconoscimento’ dell’Altro: basti pensare agli sguardi cercati per strada, a casa, dovunque…
  • L’occlusione narrativa dell’antagonismo. Raccontare storie consente di annullare l’antagonismo, ovvero le contraddizioni, i vuoti, le incongruenze che emergono dalla mappatura, dalla registrazione – per così dire – spaziale degli eventi del divenire. Una storia, con la sua struttura di montaggio, consente di riempire i buchi, di nascondere i punti oscuri e di assicurare una fluidità ‘armonica’ alle cose che ci circondano, alle cose che facciamo. Naturalmente ogni racconto, essendo un’operazione totalmente dipendente dal Codice Simbolico, non può che essere ‘provvisorio’ e ‘relativo’ e quindi inevitabilmente destinato a rinnovarsi di fronte a nuove emergenze di non senso. Insomma ‘ci raccontiamo storie’, ‘ci facciamo delle storie’
  • La Per – Versione dell’Instaurazione della Legge. Contrariamente a quel che ci viene da pensare sul piano del Senso Comune, l’Immaginario non mette in scena la Trasgressione rispetto al Codice (alla Legge del padre) ma l’ATTO STESSO dell’INSTAURAZIONE DELLA LEGGE. L’Immaginario non fa altro che ‘lavorare’ dentro il Codice, ed eliminare tutte le parti che sembrano poco ‘armoniose’ per poter infine celebrare proprio la PERFETTA REALIZZAZIONE  di quella LEGGE del PADRE da cui emerge il MONDO. L’immaginario è in sostanza una sorta di PER – VERSIONE, di esasperata rincorsa alla totale integrazione con l’’Ordine messo in scena dal Mondo / Codice. L’effetto di questa situazione è che se l’uomo ‘normale’ percepisce la Legge come agente di proibizione che regola il suo specifico desiderio (IL Padre come Significante della Re – Pressione, del Divieto), il Per – Verso si identifica perfettamente con la Legge: il suo Immaginario, il suo Desiderio, consiste nella piena realizzazione delle Forme della Legge[13]
  • Lo sguardo impossibile. L’affermazione di un particolare desiderio nasconde al Soggetto la nascosta dimensione del proprio desiderio: la ricerca del ‘godimento’, ad esempio, ottunde la possibilità di vedere la propria personale fuga dalla responsabilità etica. Pensare a sé, centrare su di sé lo sguardo, impedisce lo sguardo sull’abisso da cui si fugge. La figura in primo piano (la danza, lo sport, il partito..) impedisce di guardare il Vuoto che c’è sotto e la responsabilità conseguente di assumersi, arbitrariamente, il peso delle conseguenze sugli altri.[14] Il Mondo dell’Immaginario è in sostanza una riduzione forte rispetto alla complessità del Non finito, è appunto il Desiderio di Finito che per esistere deve ignorare il Non Finito, rispetto a cui non è quindi possibile volgere lo sguardo, salvo riscoprire Orrore.
  • La trasgressione intrinseca. La scoperta inevitabile dell’esistenza di uno scarto tra Codice Simbolico (e quindi Immaginario) e il Divenire delle Cose, comporta intrinsecamente un’azione di TRASGRESSIONE, ovvero di superamento del Codice, di Finzione consapevole che ‘aggiusti’ IL BUCO, che annulli in qualche modo la mancanza. Questa operazione consiste o nella AFFETTAZIONE  o nella SPREZZATURA  (Baldesar Castiglione): cioè o ci si rifugia nella ripetizione meccanica di gesti e parole e cose, senza la minima consapevolezza della loro funzione, in modo da esagerare anche la loro presenza; oppure si aggiunge un dettaglio di eccesso (dismisura) che segna all’intenditore l’esistenza della mancanza Nel / Del Codice.[15] L’artista di qualità gioca proprio su questo scarto e mira a lasciare nel fruitore la percezione , magari allusiva, di questa imperfezione del Codice, ne solletica insomma la necessità di ordine attraverso la presentazione di trame incompiute, di interstizi da completare; mentre il banale ripetitore si limita a imitare in modo pedante. Ecco quel che caratterizza le nostro vite, il conformismo chiuso e organicistico, oppure il Superamento satirico / ironico dell’occhio possibile sull’Impossibile. ”Un’identificazione ideologica esercita su di noi una reale presa solo se manteniamo la consapevolezza che non siamo totalmente identici a essa, che al di sotto di una ideologia si nasconde una autentica persona umana”(Zizek,47). Perciò, l’elemento pericoloso del Neo Liberismo sta, come nei totalitarismi, proprio nella sospensione della politica, cioè nella eliminazione delle procedure dialettiche di confronto che consentano di connettere le differenze: la ‘naturalizzazione’ dei Codici, la loro proposizione “extra ideologica”, comporta l’identificazione troppo letterale nel sistema e quindi la esasperazione (la retroazione positiva) della per – versione di cui si è già parlato sopra. Solo la disidentificazione può portare (riportare) alla presa d’atto dl problema e della necessità di affrontarlo.
  • Il gesto vuoto. l’Immaginario, come detto, consiste nel ‘credere’, ma di fatto anche nel ‘fingere di credere’. Da un lato l’Immaginario dipende dal fatto di ‘limitare’ le proprie scelte (costruire un mondo Finito), dall’altro anche dal mantenere una falsa apertura verso quelle escluse (Non Finito). L’espressione grammaticale di questa caratteristica è il modo condizionale: “non lo faccio, ma se volessi, lo farei…”. Di fatto il soggetto è obbligato a fare delle scelte entro la limitata gamma di possibilità offerta dal proprio immaginario (“mi piace”), ma l’Immaginario gli lascia pensare pure che la scelta non fatta (“non mi piace”) avrebbe potuto essere fatta, che l’esclusione di questo ‘desiderio’ dipende solo dalla contingenza.

Ecco questa ‘atto di fede’ nella possibilità di fatto mai data è un gesto vuoto, una ‘azione’ (potrei farla) che non vedrà mai la realizzazione. Insomma si vive concretamente, come già detto, nel mondo grammaticale dell’Indicativo, si hanno desideri e paure per un mondo che è solo pensato (Congiuntivo), si supera la scissione tra reale e desiderio attraverso il Condizionale.

Il legame sociale in generale si regge proprio su questa forma di finta relazione: le ‘forme’ di buone maniere, le affermazioni di generosità, tolleranza ecc. sono fatte come puro segno, da non prendere alla lettera, da non mettere in pratica (“fa come se fossi a casa tua… per un amico sono disposto a dare tutto”). L’avverarsi delle scelte potenziali così offerte porterebbe alla disintegrazione totale della società

Così, ad esempio centrale nel Codice Simbolico della società occidentale borghese è la famiglia (modo indicativo, per così dire): ora, per la sua sussistenza, è ‘necessario’ che i suoi membri si amino vicendevolmente e quindi nell’Immaginario di ognuno dei membri della famiglia si installa il segno dell’Amore Familiare come vincolo ferreo: ma lo stesso Codice Simbolico installa nell’Immaginario del singolo il segno della Libertà dell’Individuo, ovvero della possibilità per ciascuno di fare delle scelte non condizionate, ossia ad esempio amare ma anche di non amare in generale. Ora se questo segno divenisse gesto pieno (avesse davvero piena realizzazione concreta), se cioè un membro della famiglia non amasse qualche altro membro, ebbene allora inevitabilmente si avrebbe la dissoluzione della famiglia stessa. Per cui per mantenere la stabilità della famiglia è necessario che i suoi membri facciano ricorso a ‘gesti vuoti’ come attestazione di ‘amore’ che di fatto sono vuoti: si capisce perché, quindi, la messa in scena della famiglia contemporanea è così piena di tic verbali come ‘amò’ , bacetti a tutto spiano ecc.[16]

Altro esempio: la società occidentale pone al centro del suo Codice Simbolico la Democrazia[17]: perché sussista occorrono infiniti gesti vuoti da parte dei suoi partecipanti, occorre che davvero pur se nei fatti la si rinneghi, la si lodi continuamente a parole.[18][19].

Nel caso di Raoul lo sconcerto dello spettatore deriva dal fatto che vede nelle sue azioni la totale mancanza di scrupoli: il fatto è che egli prende alla lettera i principi propri del neoliberismo, ovvero l’individualismo e l’efficienza, ne fa il fulcro del suo agire nel mondo, e adeguando ogni azione a quella ‘fede’ trasforma quel che può essere parte delle esistenze di ognuno come ‘consumo’ particolare (come ‘gioco’) in un game (una sfida). Ebbene lo spettatore avveduto finisce per capire attraverso il suo fanatismo quali sono i veri meccanismi che si celano sotto le parole d’ordine della ‘democrazia occidentale’. L’individualismo (puntare alla realizzazione piena del Sé) e l’efficientismo (cercare il massimo risultato, il successo) comportano appunto lo stile di vita di Raoul: cinismo e narcisismo, non come pecche morali ma come virtù fondamentali. E lo spettatore arriva a percepire questa lezione, ebbene sa che la morale e l’estetica individuale che gli vengono vendute dal mercato neoliberista come soluzioni sono appunto ‘gesti vuoti’ se traguardati dal punto di vista dell’interesse generale (res publica) e ‘gesti pieni’ se osservati dal punto di vista dell’interesse privato, del singolo. E dovrebbe a questo punto rendersi conto che sono gesti assolutamente vuoti tutte le azioni che sono di fatto esecuzione di imperativi del codice simbolico occidentale[20].

  • Il Reale
  •  

In conclusione, il Soggetto non consiste in un (cartesiano) Schermo centrale della Coscienza che ne formi il centro ‘autentico’(con una sua specifica ricchezza di esperienze) , ma nella scoperta del Reale, cioè della separazione che esiste tra la fantasmatica “vita interiore” e la “fenomenologia” del comportamento esteriore, ovvero tra la pienezza immaginata dell’IO penso antropocentrico e il vuoto svelato del decentramento antropologico. E la soluzione del problema del reale è il Desiderio. Che si sostanzia in petit objet a, specifici oggetti o persone o situaioni, che di fatto sono occorrenze del tutto contingenti, dei feticci particolari, cui il Soggetto attribuisce delle proprietà ontologiche che non possiede e che regolarmente  finiscono per crare altro Trauma. E perciò col tempo si preferiscono gli oggetti inerti e passivi, o trasformare gli organismi in oggetti nerti e passivi.

Mentre nella cultura pagana il Soggetto era banalmente affidato alla forma socratica della realizzazione di una propria specificità (fisica o trascendentale che fosse)il cui criterio di base era la ‘saturazione’ del Vuoto ontologico di base (il godimento consisteva nell’eliminazione della tensione nella macchina omeostatica di base, nella soddisfazione della propria mediocritas), dalla cultura cristiana in poi – anche laddove si affermi una laica forma di ateismo cinico – il Soggetto vive la propria coscienza del mondo come coscienza della distanza dall’obiettivo che realizzi il suo godimento (il godimento è sempre ‘là fuori’, sempre rinviato al ‘futuro’, è sempre in – completo perché si identifica con l’Altro).

Oggi, col permessivismo dettato dal Mercato, con l’ideologia dell’“ognuno è imprenditore di se stesso”, il primo dovere etico è – paradossalmente –  ‘devi godere’: gli individui si sentono in colpa non perché, nel darsi a piaceri illeciti, violano leggi morali, ma perché sono incapaci di goderne fino in fondo ‘davvero’ in modo totale, perché si sentono inadeguati a mettere in pratica l’imperativo categorico del Codice Simbolico.

E questo è il caso di Raoul.

  • l’Altro, entro questo spazio simbolico, è vero che si presenta immediatamente come una occasione (piccolo oggetto a)ma diventa in effetti un ostacolo: l’armonia delle nostre vite (da avvicinare alo modello leibniziano della ‘monade’ senza finestra sul mondo)sarebbe in fondo facile da realizzare se non ci fosse l’incontro Traumatico con l’Altro, che sta lì a ‘pro – vocarci’. A chiamarci ‘fuori’ dalla nostra monade.

Dunque l’Altro ideale, come dice Kierkegaard, è il vicino morto: fin quando ‘mi serve’, bene, altrimenti è un problema, da eliminare (e questo è quel che fa Raoul nel film). Del resto questa è la indicibile verità che sorregge la rappresentazione dell’Altro nell’odierno atteggiamento liberal – tollerante verso gli altri: rispetto e apertura verso l’altro (fin quando ‘sta alle regole’ mie), ma anche ossessiva paura della molestia dell’altro (quando le regole sono le sue).

3 Teoria del Sé: percettivo, nucleare, autobiografico (Damasio)

  1. Base
  2. Nucleare
  3. Autobiografico 

4 Teoria delle Decisioni

  1. La coscienza può operare in modo largamente indipendente dagli stimoli dal basso (quelli della percezione sensoriale), sulla base di attività molto complesse che hanno origine nelle aree superiori della corteccia e quindi sono di natura top – down, cioè cognitiva e non percettiva.

Stando così le cose a volte riflettiamo e facciamo progetti ignorando gli eventi esterni che ci circondano, mettendo in forma solo delle ‘idee’ (immagini, reti) che già esistono nella memoria, richiamandole in modo esplicito e intenzionale oppure attivandole in modo casuale.

Infatti, secondo Timothy Wilson nella mente agisce anche un “inconscio adattativo” (un insieme di processi cognitivi di alto livello simile all’inconsci preconscio di Freud) che interpreta rapidamente l’informazione senza che ne siamo consapevoli. Così mentre ci concentriamo consapevolmente su ciò che sta accadendo intorno a noi, l’Inconscio Adattativo fa sì che parte della nostra mente associ le informazioni coscienti con altre latenti depositate in memoria, che cioè tenga traccia di ciò che sta accadendo altrove, per assicurarsi che non sfugga qualcosa di importante. In  particolare sono le nostre decisioni si basano su informazioni selezionate dal nostro inconscio cognitivo adattativo. L’inconscio adattativo lavora in tendem con la coscienza per guidarci in modi che ci rendono ‘intelligenti’ più di tutte le specie terrestri.

La relazione tra inconscio e conscio negli atti di decisione è, secondo Libet, la seguente: quando prendiamo, ad esempio, la decisione di muoverci (conscio), il cervello una frazione prima della decisione attiva un potenziale di prontezza, mette cioè già in moto il corpo. Questo però non conclude la faccenda, perché l’anticipo è relativo solo all’intenzione, mentre l’azione vera e proprio può ancora essere controllata dalla coscienza. Insomma la coscienza, poco prima che l’azione venga intrapresa, la coscienza (che entra in gioco più lentamente) approva o vieta l’azione.

Negli anni Settanta Kahneman e Tversky studiando proprio la logica delle decisioni scoprono innanzitutto che il processo decisionale è largamente influenzato dal modo in cui è INQUADRATO il problema; secondariamente che due sono le procedure di base seguite nel decidere, una veloce e una lenta. La  prima è inconscia, intuitiva, veloce, automatica (inconscio adattativo appunto), come nel caso della metafora, dell’analogia in generale. La seconda è lenta, deliberata, e analitica (l’argomentazione), che valuta una situazione utilizzando le convinzioni esplicite e una valutazione delle alternative.

5 Società dello spettacolo

Per Guy Debord la società occidentale parla di democrazia ma è di fatto sempre fascismo: le masse vengono sempre più implicate nelle pratiche comunicative, nelle decisioni, ma in modo puramente ‘patetico’.

Il Potere si sottrae alla visione ( al controllo) dell’Opinione Pubblica e realizza al massimo, in epoca di apparente totale trasparenza ed evidenza, la massima del Secretum Imperii, secondo cui le decisioni di chi ha la responsabilità delle scelte politiche devono essere accuratamente nascoste alle masse, in quanto portatrici sempre di passioni e per niente di logos.

Nella società contemporanea sembra che tutte le masse siano coinvolte nella discussione pubblica: televisioni, giornali, internet pullulano di opinioni, parole, interventi..ma appunto le menti di chi partecipa a queste manifestazioni sono state lentamente manipolate- nel tempo precedente –  dalle varie agenzie di formazione (dalla scuola ai media di vario tipo). I 1

sondaggi, le votazioni, le manifestazioni sono insomma solo fenomeni di risulta di azioni di inculturazione profonda e lontana. Fare politica oggi, ad esempio, significa scegliere Nomi , mentre i programmi, le idee guida sono già state fatte passare come ‘natura’.

Insomma altri, altve, decidono davvero; le masse ìassistono’ – ignave e contente – alle decisioni, senza rendersene conto. Trascinate da passioni e non da analisi 

B

SCENE

INIZIO

1

Piano americano, camera in movimento che accompagna due persone che camminano velocemente entro un corridoio con molte robe d’accatto, niente di formato, solo resti. Sono pezzi dell’addobbo da teatro, da scenografia, con legno, plastica: colori sfumati, tendenti al giallo debole, o bianco, marrone, sporco insomma.

Allegoria della situazione della società in Chile dopo la fine della democrazia.

Esistono pezzi del Mondo precedente, ma affastellati, spezzati appunto, senza la forma di prima, anche se materialmente utilizzabili. Insomma un mondo post traumatico, in cui si constata che l’Ordine che c’era o si sperava che ci fosse non esiste più.

Lo spazio: una sorta di sentiero obbligato, una single track, in cui si passa uno alla volta. Non gli spazi aperti delle manifestazioni di massa, non una piazza politica, ma un semplice interno ristretto da percorrere seguendo qualcuno che sceglie per noi. È la società dell’individualismo e dello spettacolo: l’individualismo da mercato, in cui il singolo non fa altro che andare dove qualcuno gli dice di andare. Il destino del singolo è già segnato. Anzi è lui che decide di seguire quel qualcuno che lo porta ad una meta. Il singolo imita senza nemmeno sapere bene. Ha una vaga idea della direzione (un palcoscenico? Dove poter mettersi in scena, acquisire una evidenza, existere): si fida e acconsente, senza commenti o domande.

Il movimento: intanto il nostro Eroe non precede ma segue. E va di spalle. In questo mondo di rifiuti il singolo non può muoversi con chiarezza verso la direzione che vuole che sa o che cerca, ma è costretto a farsi guidare, a cercare qualcuno che faccia da guida, un tutor. Di spalle vuol dire che non ha un volto: quel che conta davvero è il vestito avvolto nella protezione che appoggia sulle spalle, la sua identità’ – per così dire- è nel vestito, quando lo indossa ovviamente, come travestimento, come consapevole travestimento, come costruzione di una forma, che senza il vestito non c’è.

Il tempo: non è propriamente un progetto, ma una performance, una pratica di addensamento del tempo. Quei minuti sono una pienezza che emerge da minuti precedenti e seguenti senza pienezza, vuoti. L’idea di tempo implicita in questa corsa è quella dell’Evento, della situazione che spezza la casualità del non senso e concede una precisa direzione, la possibilità di ‘differenza’ nella situazione.

2

Al momento della sosta, il protagonista si trova in fila con altri, ai margini della scena di uno studio tv, dello spazio sociale /media) da cui emerge oramai il Mondo. Sta ai margini, come detto, del Mondo / Scena di cui consiste la realtà sociale contemporanea: ex – sistere, stare fuori, è la condizione che si realizza facilmente oramai proprio grazie ai media; la scena teatrale dal ‘700 in poi appare come una metafora dello spazio sociale. Adesso non c’è più metafora: la scena dello studio è davvero il Mondo e per entrare a farne parte occorre assumere un copione già dato, in questa storia, quella del protagonista di un film hollywoodiano. Non un modello ‘locale’ ma globale, esotico insomma.

All’appello si presenta come Tony Manero, non con il suo nome: verrebbe da dire un nome de lume, se si trattasse di uno scrittore che consapevolmente decide di dare forma ad una identità unica e inimitabile,; ma è in effetti la copiatura di un modello, la ripeiziondi qualcosa che sta là fuori; ovvero va nella direzione opposta; non l’affermazione della differenza in sé, la ‘affermazione di una ripetizione che, all’interno della situazione limitata della sua esistenza quotidiana, gli consenta di emergere come differente. Un nome che lo trasporti altrove, che ne segni l’ideale appartenenza ad una comunità ideale, quella dei media globali, non certo quella della Repubblica delle lettere.

La situazione si chiarisce meglio quando si affaccia sul set: si capisce che ci si trova in un teatro di posa televisivo. E che si sta facendo uno spettacolo con dei sosia di personaggi famosi della tv (Chuk Norris è per il momento il modello da ripetere).

E si capisce che la sua ricerca è in effetti uguale a quella di tanti altri: che la mimesis è competizione, gara, che comporta un obbligo all’affettazione (occorrono due bottoni alla cinta e non uno solo, ricorda la produttrice televisiva, cioè l’autorità esterna , la Legge del Padre, che impone la regola che vale in quanto regola), l’impossibilità di sprezzatura (che se arriva è solo per involontaria approssimazione nell’imitare: mentre aspetta in fila con altri nota come un protagonista dello spettacolo esca dal set con una palla argentata tra le mani, con mini specchietti che servono a moltiplicare l’illusione della figura durante il ballo: per averlo, in mancanza di soldi si limita a prendere un pallone e coprirlo di frammenti di uno specchio rotto per l’occasione: è l’abisso della competenza senza comprensione, della meccanica riproduzione come base di produzione della ‘identità’) .

È l’occhio dell’altro quello che decide della supremazia, non il proprio. Raoul vuole essere Toni non per una profonda possibilità di scoprire qualcosa del proprio io nascosto, ma solo per poter essere guardato dagli altri con la certezza di valere quel che vale il modello. L’identità come identità degli altri.

3

Il colloquio

Più in generale, quindi, Raoul desidera quello che il sistema sociale gli ha insegnato a desiderare; il ‘proprio’ desiderio è in effetti il desiderio di qualcun altro. E vuole cancellare le misere concrete occorrenze che la ‘natura’ e la ‘storia’ gi hanno impresso come elemento di ‘differenza’: esita a dire la propria età alla produttrice che gli chiede informazioni per riempire una scheda biografica, rifiuta di dire l’indirizzo e la professione. Raoul coscientemente nega la materiale oppressione dell’esistenza storica (la povertà, il fallimento, il tempo9 e punta a porsi entro un modo fuori del tempo, quale quello dei media, in cui Toni Manero è sempre tale e quale. Vuole cancellare semplicemente il presente a favore di un Assoluto: che non è quello platonico che sta fuori la grotta, ma quello postmoderno che stà dentro il fondo della grotta: l’Assoluto non è l’ontologica entità che sostituisce le ombre, ma proprio l’Ombra che sostituisce la materia bruta. La Forma sempre: non però del Trascendente della Verità, ma del Trascendentale, cioè della Finzione Consapevole.

“Cosa fai nella vita?” “Questo… lo spettacolo”. È lo scambio di battute finale del colloquio: ma queste parole sono probabilmente una mirabile sintesi di quanto frulla per la testa dell’infinita massa di individui che oggi, nella contemporaneità precaria e disillusa, lontani da ogni ambizione di fare la storia, cercano ‘se stessi’ nella pratica di qualche attività artistica. Dalle più immediate e semplici (come ascoltare musica, ballare, partecipare a eventi di cultura) alle più faticose (suonare, dipingere, fare foto, scrivere poesie, fare teatro), tutte consentono alle persone che vi si impegnano di affermare “Faccio questo”.

4

La corsa

La scena successiva ci presenta una situazione chiaramente non proairetica, non necessaria dal punto di vista della vicenda: Raoul semplicemente sta sul marciapiede di una strada qualunque della città, con il vestito sulle spalle, e corre corre, prima a perdifiato, poi più lentamente e infine si ferma, chiudendo gli occhi.

La macchina da presa segue la figura dell’attore in un unico piano sequenza che sottolinea la necessità di considerare come un unicum fluido gesti che se visti separatamente avrebbero altro senso possibile.

La scena successiva ci presenta R: che cerca un cinema dove proiettano La febbre del sabato sera.

In questa successione (dialogo, corsa, cine) si può cercare di trovare un senso alla scelta del regista: la corsa sfrenata può essere segno dell’abbandono al pathos, all’emozione dominante, che segue al fatto di essere stato ammesso al concorso della settimana seguente, al fatto di saper che in qualche modo entra dentro il mondo della finzione perfetta; il rallentamento forse indica il fatto al pathos subentra la riflessione, la presa d’atto del problema concreto davanti a cui adesso si trova; gli occhi chiusi la necessità di chiudersi alle percezioni della situazione contingente in cui si trova (Santiago, un mondo tv in cui tra l’altro non si può parlare di politica) e quindi la necessità della ‘trascendenza’, ovvero di spostarsi nel mondo dell’Assoluto. E quindi entra al cinema, oer rituffarsi ancora una volta nelle trame modellatrici della vicenda di Toni Manero.

5

Nel cinema

Furto di caramelle. Sintomo della deregulation con cui ci si muove nello spazio sociale, della possibilità / necessità di oltrepassare le regole (anche quelle minime di moralità quotidiana, come quelle della proprietà) per realizzare la propria ‘passione’, il proprio desiderio. Fine del limite a livello antropologico insomma, più che fine della morale e basta.

Ingresso, con la camera in movimento che accompagna da dietro R. mentre alza il pesante tendone ed entra nella sala di proiezione: suito il sonoro e i colori di quel film, con R. che unico spettatore immediatamente ripete i gesti ritmati del ballerino; e in un’altra scena ripete le parole di Toni che chiede alla ragazza di fare coppia e riceve un rifiuto.

È l’unico momento del film in cui gli occhi di R. brillano di qualcosa che somiglia ad una lagrima, in cui R. esplica allo spettatore di avere delle emozioni, che agli altri nasconde.

Psicanaliticamente è lo ‘specchio’, la scena della rimozione originaria, che torna a imporsi. Un altro sintomo per dare un significato a quello che appare strano: il rifiuto, la distanza, l’impossibilità del banale contatto con l’Altro (la ragazza), l’impossibilità di veder così immediatamente riconosciuta la propria differenza, attiva la furia della costruzione della propria differenza davanti all’altro, agli altri, in forme sostitutive.

Il personaggio del film hollywoodiano in fondo da volto forse proprio a quello che progressivamente sta per succeder nel mondo occidentale: il fallimento della propria differenza, del proprio desiderio primordiale, il fallimento del primo progetto che potrebbe riempire il Vuoto (Amore, Politica) spinge a cercare altre forme di affermazione della propria differenza. Forme pronte là fuori, a portata di mano.

Sex drug & rock&roll per il movimento punk europeo (ovvero famiglia,slow food e concerti classici nella versione politicamente corretta)diventano gli oggetti –a necessari per riempire il Vuoto scoperto nella delusione degli anni di piombo, negli anni della restaurazione, delle deregulation, della ‘fine della Storia’.

Raoul trova il suo oggetto – a attraverso il  pianeta Hollywood. Noi attraverso i pianeti dei media di ogni tipo, dai più tradizionali (libro, classica)

6

Il rovesciamento della regola.

A casa fuma, davanti alla finestra, nudo e silenzioso. Pomeriggio. È la scena del ritorno alla situazione povera della storia personale: solitudine, carenza di mezzi (appartamento spoglio e cadente), il fumo come unica ‘droga’ che allontana dal’ che ottunde la percezione dell’immediato, la finestra aperta come soglia per l’altrove lontano più che per le strade orrende della vicinanza. Ma pur sempre una situazione di ‘attesa’, di chi sta fermo ma sta in attesa con la mente di qualcosa: l’occhio guarda fuori. Non ci sono parole a spiegare esattamente quel che pensa R. ma è lo spettatore che colllegando le immagini in sequenza, filtrandole con le sue immagini, può dare significato a quanto vede.

Urla di una donna aggredita: il rumore del mondo. Lo spettatore segue il movimento di R. che si alza e con lui assiste alla scena di qun gruppo di giovani che assale una donna anziana. R: precipitosamente indossa i pantaloni, scende e l’aiuta a tornare a casa. In questo caso l’orizzonte d’attesa dello spettatore medio (che si aspetta sempre che in una storia il protagonista sia o buono o cattivo) sembra trovare conferma: è vero R: è triste e sconfitto, ma probabilmente è un buono, che conserva la capacità di empatia, di riconoscere negli altri i segni della sua stessa condizione di sconfitto. Aiuta la donna a tornare a casa; sembra una azione da boy scout. Le stesse parole della donna (“sono terribili”)portano lo spettatore a sistemarsi in questa attesa. R. farà qualcosa di compassionevole.

E una volta a casa effettivamente il colloquio sembra proseguire sulla linea della ‘regolarità’, di persone per bene che si riconoscono nella propria prevedibilità, nella loro ‘compassione’, che si aiutano a vicenda: la vecchia regala una scatoletta di cibo a R., R. accarezza la gatta della signora, R. e la signora si sistemano in poltrona a guardare la tv. Insomma un vero interno borghese, condito da spirito di solidarietà, di identità, di patriottismo (proprio come recita la vulgata sovranista dei nostri ultimi anni): ma già dentro questa scena di ‘normalità’ la sceneggiatura inserisce dettagli che anticipano quanto sta per succedere. Ad esempio il fatto che in tv si dia notizia del riconoscimento di un ballo tradizionale (la cuenca) come elemento della identità della patria, sembra un dato folkloristico, ma in effetti già innesta una linea ermeneutica. Lo spettatore già sa della passione di R. per la dance music e può già mettere a confronto le due informazioni, magari arrivando a concludere sulle prime che davvero R. è una persona perbene, che pur essendo così diverso nei gusti dalla signora, sta lì a condividere con lei il suo tempo: in fondo la musica è il bello che accomuna tutti. In effetti nella semiotica del film, la musica ha una importanza centrale: la sua presenza costante in tutte le situazioni, sta lì a ricordare in generale quanto sia naturale come soluzione di ordine (di consolazione) di fronte al disordine delle cose; quanto alle sue diversificazioni stilistiche, sta lì a proporre diverse epistemologie ed etiche. Così la cuenca e la dance music appaiono, sul finire degli anni Settanta in Cile, segni particolari di due modi diversi di creare ordine, due mondi complementari e contrapposti, due modi diversi di guardare all’umano, l’uno (la cuenca) che insiste sul locale, l’altro (la dance music) che insiste sul globale; l’uno che rinforza il principio della chiusura e della separatezza, l’altro che afferma il principio della mescolanza e contaminazione. A legare le due proposte (come già accennato) il principio (propriamente da Ur – Fascismo) della prevalenza del Pathos sul Logos, il concetto cioè che fondamento della convivenza umana siano i sentimenti e non i ragionamenti, la pienezza delle passioni e non le distinzioni del ragionamento, il corpo e non la mente. 

Sul momento, nella scena del film, come già detto, sembra prevalere questa complementarietà, che consente delle differenze, ma superficiali: in qualche modo se differenza c’è tra cuenca e disco music è quello proprio delle invariabili differenze che ci sono sempre state tra le generazionali, quelle tra chi si proietta alla Tradizione e chi si avvicina alla Modernità.

Questo stimmung cambia all’improvviso, quando la vecchia, dopo aver ricordato di essere vedova di un ufficiale dell’aviazione, allude agli occhi azzurri di Pinochet: è allora che, senza dir nulla, repentinamente R.  prima dà (sembra dare) solo un buffetto scherzoso alla vecchia, quasi come a rimproverarla per una sciocchezza appena detta (e sembra allo spettatore che ossa essere in R. la gelosia da maschio a farlo muovere); poi si alza e in un furore del tutto inatteso la picchia. L’inquadratura evita di far vedere la vittima e  si limita a far vedere le mani insanguinate dell’uomo.

Il rovesciamento è totale: lo stupore nello spettatore è totale. Si attiva inevitabilmente, in questo spostamento, il bisogno di capire: ma non ci sono parole a render chiaro l’accaduto, solo altri gesti di R. che si guarda intorno e si carica sulle spalle il televisore, nuovo, a colori e se ne torna a casa. Lo spettatore è chiamato evidentemente a mettere da parte l’emozione e cercare di analizzare la scena, a cercare di considerare i dettagli, la loro combinazione, per formulare qualche ipotesi.

Quel che è accaduto ha o no cause riconoscibili? si è trattato di un attacco improvviso di follia o è la conseguenza di una serie di cause difficilmente riconoscibili?

Partendo dall’ipotesi propria della texlinguistik che ogni atto di comunicazione nasce da una intenzionale (consapevole o meno) e dalla certezza che un artista è abbastanza consapevole delle scelte di contenuto e di forma della sua opera, possiamo ipotizzare che Larraìn voglia dirci che l’atto di apparente follia di Raoul è semplicemente il portato di tutta una serie di eventi politici che da lontano continuano a dettare ancora le scelte. Come dice la teoria del prospetto di Tversky e Kanheman, è proprio l’inconscio cognitivo che fa da propulsore nelle nostre scelte, è proprio il quadro complessivo della situazione a indirizzare le nostre scelte: appunto le emozioni di lunga durata spingono ad agire, determinano il passage all’acte.

Allora il semplice riesame dei particolari sopra indicati suggerisce che la furia di R. nasce più che dal cinismo estetico del presente (la voglia di partecipare al concorso tv) dall’Evento Politico non nominato ma che fa da sfondo: c’è un passato che ignoriamo (il golpe del ’73) e un presente che entra ogni tanto in scena (i terribili cui accenna la signora – “lei m’intende” – sono i comunisti; l’ordine assicurato dal  governo). Certo è che R. non esce di casa per rubare il televisore di cui non sapeva l’esistenza, ma lo ruba alla fine di una serie di piccoli eventi che glielo fanno riconoscere – per usare il linguaggio di Lacan – come un petit objet-a, un oggetto che tra i tanti presenti nella casa della vecchia si propone nella mente di R.  come unico oggetto del desiderio, attraverso una procedura metonimica (il televisore è l’oggetto parziale che rappresenta il mondo della tv in cui aspira ad entrare).

A scatenare la violenza sono probabilmente proprio i riferimenti che la signora fa al passato e al presente (pensione dal marito ufficiale, la lode agli occhi di Pinochet) nonché la notizia ‘banale’ sulla cuenca a far scattare il risentimento: la perdita del Paradiso (la rivoluzione di Allende) appare come lo sfondo indicibile da cui scaturiscono tutte le scelte di vita di R.

Il suo passage all’acte è un segno del modo ‘estetico’ con cui il nuovo individuo della globalizzazione agisce (anzi omeostaticamente re – agisce) alla situazione di mancanza di prospettive che si è creata intorno a lui (fine dell’ideale dell’internazionalismo, fine del mito umanistico del riconoscimento dell’Altro, fine dell’ideale del Progresso): limitazione del campo (solo il privato), limitazione della meta (il proprio ‘benessere’, la propria felicità, una solo attività specifica), limitazione del tempo (solo il presente). Entro questo nuovo ‘mondo’ le regole diventano appunto quelle del cinico stare al di là delle regole  e della piena realizzazione del desiderio.

Le scelte particolari di Raoul, la danza e la violenza (diretta nel caso della vecchia più o meno indiretta in altre situazioni), sono solo esempi particolari di quello che avviene negli anni Settanta anche il Italia: il terrorismo e il riflusso sono fenomeni equivalenti della violenza e della passione per la danza di Raoul. La Cacciata dall’Eden sperato, promesso, agognato, porta l’uomo massa a due forme di violenza, apparentemente opposte ma sostanzialmente analoghe nell’identificazione del proprio obiettivo, la conquista del proprio oggetto del desiderio: il deserto del reale viene riempito o con l’esplosione della pulsione di morte, o quella immediatamente distruttiva del terrorismo, o quella dilatoria del consumo, sintetizzabile nello slogan del sex drug & rock&roll .

Anche la violenza in questa scena presenta del resto due facce: da un lato quella rozza e casuale dei ladri di strada (spiegabile con i ragionamenti alla Beccaria, con i loro probabili bisogni elementari di sopravvivenza materiale), dall’altro quella, dall’altra quella di Raoul che viene dal di dentro e non serve a risolvere problemi immediati ma dare sostanza ala necessità simbolica, ancor prima che materiale, del prevalere (cioè dell’aver il controllo, almeno simbolico, sulle cose). E proprio questo tipo di violenza (simbolica più che fisica) diventa la manifestazione più evidente del cinismo di R. segno di uno stile di vita che consente la costruzione dell’identità nella linea del ‘godimento’ ovvero del ‘prevalere’ appunto.

Abusare della fiducia che gli altri hanno in lui, approfittare del kairòs, sfruttare ogni occasione che consenta di accrescere la propria identità di ‘artista’, di uomo faber, di uomo di successo. Il successo si costruisce a danno degli altri, l’unico principio è l’efficienza e non la morale.

6

La quiete dopo la tempesta.

  1. Ancora dentro la casa della signora.

Si fuma una sigaretta. Con calma condivide con il gatto la scatoletta scaduta che la donna gli aveva offerto come ricompensa per il suo aiuto. Si mette a guardare alla tv un programma sportivo.

Un vero e proprio ricettario del come dare densità al presente, di come anestetizzare le contraddizioni del momento: la droga che offusca la percezione del mondo, il cibo come riempimento immediato dell’organismo che ‘sente’ emozioni, lo ‘spettacolo’ come specchio che ci insegna a desiderare quel che dobbiamo desiderare (lo sport, nel caso specifico, come meta che sostituisce la sfida sociale di base, quella socioeconomica, con il suo sostituto simbolico).

  • Per strada.

Televisore in spalla, la macchina segue il suo procedere rapido e ansioso, rasente i muri delle case, muri incrostati di resti di manifesto strappati, di una comunicazione ormai azzerata. Ad un tratto l’avvicinarsi di un camion di soldati, il nascondersi in un androne.

Ecco l’ordine sociale realizzato dal golpe. Minaccia, ovvero rinforzo della paura, limitazione delle scelte dei singoli.

Così meglio si comincia a ricostruire lo sfondo sociale della Perdita subita da R. e la logica delle sue azioni.

Rintanarsi in angoli bui, costruirsi un cantuccio privato, entro cui, organizzare un proprio ordine: l’estetica al posto della politica e dell’etica.

 7

Lo spazio ristretto

Il luogo dove R. costuisce il suo ordine è un ristorante che offre anche nmusica ai suoi clienti.

C’è la proprietaria, che chiede a R. di organizzare uno spettacolo, poi una coppia di donne (una madre e una figlia) e un giovane che fanno gruppo con R. come compagnia di danza.

R. comanda gli strumenti per fare musica: gli altri ballano sul palco, chi più chi meno impegnato. La madre si offre ma R. non fa una piega. Battibecchi tra ragazzo e donne: gli rimproverano di essere comunista, di preferire la musica etnica. R. invita tutti ad andare a vedere il film con Travolta: “Toni, lui sa”

Quando R. prova passi di ballo cade sulle tavole del palco e preso da furore lo distrugge; “qui è tutto marcio”, “puttana” “puttana sarai tu”.

La scena consente di capire come R. (l’uomo estetico, l’homo psycologicus) vivendo tutto sulla base delle emozioni presenti, non possa che avvertire come gabbia lo spazio sociale in cui si trova a vivere. E come la sue frustrazioni portino a inevitabili aggressività nei confronti del vicino, del più vicino, e alla idealizzazione di quello che è lontano- “E’ tutto marcio” non si riferisce al pavimento, effettivamente marcio, ma all’ambiente, alle relazioni, alle cose pensate, alle cose sognate, al fatto banale – per i tragici greci – che il mondo /qualunque mondo umano) è marcio, pieno cioè di imperfezioni, di situazioni che rivelano il gap che esiste tra Codice Simbolico e cose.

C’è l’altrove (Hollywood), c’è l’Eroe (Toni) che per fortuna consentono di pensare che il marcio dipende da ‘qui’, da quello che ci circonda: basterà andare altrove e tutto si risolve. E così il desiderio di R. diventa quello di Toni: il ballo, come perfezione estetica che cancella gli obblighi etici e politici, come refugium a portata di mano. Il ballo come professione, al posto della professione: il godimento come fine e non come ostacolo, il godimento portato in cima alla gerarchia dei valori. Se nella società moderna la virtù massima è l’astinenza, adesso la virtù massima è l’eccesso.

Le relazioni tra i partecipanti del gruppo sono allora inevitabilmente solo relazioni umorali, senza assunzioni di responsabilità. La proprietaria del bar richiama R. alla responsabilità di un impegno da rispettare (lo spettacolo del sabato sera) ma lui si abbandona al godimento senza ritegno per la furia della frustrazione, della necessità di rimuovere in qualche modo l’ostacolo che gli ricorda l’estraneità dall’Eden sognato. Non per niente la padrona del bar lo chiama , stranamente, con l’epiteto di “puttana”: ovvero riconosce in lui non il prezzolato, ma quello che si dà semplicemente al piacere, che si vende non per necessità ma per gusto personale (successivamente si capirà il motivo di questo epiteto, da prendere davvero alla lettera: la padrona del bar gli ha comprato il vestito è pretende da lui prestazioni sessuali, che del resto non è in grado più di fornire, avendo diretto tutta la sua carica sessuale sull’oggetto di godimento feticcio vestito / ballo).

8

Mezzucci

Il progetto: dall’etica all’estetica.

  1. La necessità dello spettacolo impone il rifacimento del piano del palcoscenico. R. va da un vetraio per cercare qualcosa che gli consenta di evitare di rompersi le gambe ma soprattutto di imitare fino in fondo la scena del film, con le luci che attraversano il vetro con cui è fatto il pavimento della pedana da ballo

Vetraio : mercato regolare. Costi eccessivi. Relazioni impersonale.

Ricettatore: mercato irregolare, scambio (tv per vetro)invece che denaro. Ma relazioni personali (qui il prezzo lo faccio io)

  • La tintura dei capelli
  • Notte. Corpi esposti di donne, con ammirazione per le tette della ragazza
  • Bagno. Musica (Gigolò, “sei felice”) come sottofondo per aggiustamento, correzione del Reale. La Finzione come tecinica consapevole di costruzione di un Ordine inesistente
  • La madre della ragazza si preoccupa di un progetto che potrebbe essere etico (una famiglia?)“la gente non pensa al futuro. Dobbiamo andarcene da qui, solo noi due in fretta, il tempo passa, tu stai invecchiando”. Ma la sua offerta di godimento comune (sesso, fellatio) è rifiutata. “apparteniamo tutti alla stessa comunità” “io non più”.

“mi porti a rivedere il film?”“sei abbastanza grande, vacci da sola”. “sai che c’è? Siamo la stessa cosa, io e te”

  • Fuga dal bar, nuovamente film. Scena del crocefisso. Lagrime del sacrificio. L’imitatio Christi come modello del Viaggio dell’Eroe della Modernità, come colui che a differenza dell’Eroe del mito tradizionale si sacrifica non per confermare l’ordine esistente, ma per cambiare quello che c’è. Così laicamente nasce l’idea stessa di uomo moderno, e così ancora si conferma lo schema per l’uomo postmoderno. La tua individualità va costruita sacrificando una parte di te, eliminando quella parte delle pulsioni organiche che ti riportano all’indifferenziata condizione di ripetizione di quello che fanno (hanno fatto) gli altri. Le lagrime sono allora il segno di come questa consapevole scelta di sacrificio vada consumata tutta all’interno della caverna buia delle ombre che ci dominano. La caverna buia di Platone non è un male, ma il posto in cui davvero si costruisce l’identità. La rinuncia alle passioni immediate, in fondo è il verbo platonico, raccolto da Cristo (ama il prossimo e non prevali sul prossimo, significa rinunciare a quello che chiamiamo istinto), è quanto di fatto suggeriva Diogene il Cinico. È quanto in effetti ha scelto di realizzare, nella lurida perfieria dell’urbanità contemporanea, l’esteta che a differenza dell’esteta ottocentesco non si abbandono a tutte le emozioni, ma ne isola una e su essa edifica, per così dire la sua chiesa, il suo culto. La ricerca della Gloria
  • Il bottone: la perfezione, l’eccesso dell’appiattimento nella ripetizione dello schema. Diremmo il conformismo, se parlassimo di sociologia, diremo il kitsch visto che nella testa di R. si tratta di ‘arte’. Ovvero l’affettazione del mediocre, che pensa che imitare significhi solo ripetere i gesti materiali e non intendere gli scopi che si possono realizzare anche con mezzi diversi. Cucirsi un secondo bottone in una parte del vestito che nessuno vede, tra l’altro, nasce proprio dal fatto che non si tratta di rièetere e basta, ma di vero culto, vero scambio del profano per il sacro: non so perché e per come, ma se i bottoni sono due, vanno rifatti i due bottoni. Ecco lo stile di vita dei milioni di uomini massa che vanno tutti dietro le mode e le tendenze…
  • Il ballo da solo: la canzone che ricorda la situazione del figlio che se ne è andato via di casa. È il tema profondo della possibilità da parte del figlio di liberarsi della Tradizione, di rifiutare le regole, i vincoli della trasmissione ereditaria di legami e di obiettivi. Il crocefisso di cui si parla nel film di Toni è qui identificabile nella perdita del conforto dei sentimenti, delle passioni che ognuno cerca e vuole dare. La tua individua zione estetica, costruita cioè sulla realizzazione del tuo pieno godimento, si realizza paradossalmente attraverso la rinuncia a tutti i godimenti immediati, che ereditati come obblighi appunto, e nella scelta di un tuo oggetto del desiderio che viene da lontano, da fuori, che ti spersonalizza appunto e però davvero ti conduce in terreni lontani dalle coattive abitudini del sempre, della famiglia, del visino, della comunità
  • Furto. Insegue un conoscente di Goyo, sta per aggredirlo, ma quuesti viene malmenato e buttato già da una scrpata. È uno di quelli che fa resistenza al regime (questo è il motivo del contatto con Goyo), ma a lui interessava solo per la possibilità di ricavare altra energia economica (denaro) dall’Altro. Quando lo ritrova malmesso in fondo alla scarpata, ruba un orologio da polso e una catenina e scopre i manifestini politici. Capisce allora che davvero Goyo oltre alla dana, ha un obiettivo politico, quello del Sogno Perduto per lui, quello di cambiare il mondo: qui si riattiva il gap generazionale, nel senso che l’uomo maturo è l’uomo dell’autunno, della delusione, mentre il giovane è l’uomo dell’entusiasmo, della pienezza vitale.Poi medita solo e fumando grigio sullo sfondo del fiume che passa (il divenire, a cui lui dà un ordine con queste violenze)
  • Prove .

Gli altri provano i passi, la madre segretamente cerca ancora di costruire una situazione di cppia a danno degli altri (anche della figlia). E R. comincia a parlare loro in inglese: di fatto ripete le parole del film. Cerca naturalemtne non di dire cose funzionali, ma solo di costruire una situazione, una stimmung, in cui emergano valori altri, di quell’altrove di perfezione a cui già ben chiaro, ma per gli altri vago contenuto di qualcosa di strano.

  • Rifiuto della proposta borghese di una vita in famiglia (la padrona del bar immagina che per ‘amore’ lui si sarebbe potuto unire a lei
  • Pallone da ricoprire di specchietti rotti: segno del Kitsch, come detto
  • Offerta della ragazza nuda, bagnata per la pioggia, con Goyo che aiuta lea gente ad attraversare la strada: accuse alla polizia che non fa niente  rimprovero della padrone del bar che difende l’esistente (tutto funziona)
  • Distruzione dell’ostacolo: Violenza contro chi ha sostituito la Febbre con Grease. Furto della pellicola di Febbre  Aguirre sullo sfondo. Al momento del furto, lo sfondo impone di sguincio il cartellone di un film di Herzog, Aguirre – Furore di Dio, come a sottolineare la lontana origine di questo agire banale da ladruncolo:
  • Il suo furto non è per necessità materiale, ma per ambizione di senso, per affermazione di una teleologia fissativa. I nostri distruttivi modi di rapportarci ai nostri piccoli oggetti a quotidiani, se traguardati entro questo sfondo figurale della modernità, acquistano una dimensione di sintomo specifico, di sintomo appunto dell’allontanamento dalla adattabilità dell’evoluzione (dall’apertura al kairòs), della ossessiva ricerca di una meta qualunque come ‘strumento di pienezza’.
  • E quindi la distruttività, esplicita nella storia di Aguirre il conquistatore, verso gli altri e verso la natura, riemerge meno esplosiva in tutte le nostre pratiche quotidiane di competizione, di autoaffermazione (di carriera, di imprese)
  •  La ‘centratura’ come chiave della modernità, la prospettiva centrale come unica chiave di strutturazione dell’ordine, sono la fonte originaria dell’eccesso teleologico contemporaneo che si affisa su piccoli oggetti – a piuttosto che su grandi progetti . Con la Modernità insomma eravamo obbligati ad essere conquistadores spietati e lucidi per realizzare l’ideale dell’homo faber; con la Tarda Modernità siamo obbligati ad essere sempre spietati e lucidi, ma nelle vite private.
  • La conferma di questa visione delle cose si ha quando a casa, i giovani propongono duna coreografia tutta nuova inventata da loro e lui si limita ad argomentare un “ma tutto questo non c’è nel film”. La  sprezzatura appartiene ai giovani che imitano aggiungendo e togliendo qualcosa al modello, mentre il maturo uomo deluso è capace solo di affettazione.

Solo che nel buio della stanza, l’esame dei fotogrammi alla ricerca della ripetizione rivela che la fluidità è solo una illusione, che in realtà ci sono solo frammenti. Una sorta di involontaria ‘analisi’ che decostruisce l’illusione della pellicola proiettata e rinfocola la dimensione della finzione, della faticosa spezzettatura dei dettagli che sottostanno alla ‘illusione’ della fluidità empatica del film in proiezione.

  • Questa affettazione è espressa pienamente dalla pervicacia con cui insite R. a ripetere la base di vetri illuminati sul palco del bar. Per farlo torna un’altra volta e un’altra ancora fino a che non completa il progetto e alla realizzazione finalmente si ferma, si stende anzi sulla base di vetro. Quando va a comprare la seconda trance di mattoni di vetro per il pavimento, trova il prezzo rialzato, e allora rimette su un nuovo progetto: a sera con orologio prende pezzi da carne, con cui ammansire i cani del ricettatore, che poi colpisce nel sonno per prende quel che vuole. Ecco che da solo sul pavimento di vetro illuminato, nudo,  finalmente ripete le mosse del film proprio come desidera da tempo: si sdraia sul vetro, ne vuole assorbire il contatto fisico. Immergersi in quel piccolo spazio è di fatto toccare l’ordine perfetto del Paradiso Sognato. Luci a ritmo, come la musica, il ritmo banale del di si/no, senza linee di  direzione, con l’annullamento del tempo, de – finizione dello spazio, e denudazione dell’Io che senza veti si dà all’Autentico Bello.
  •  Lo Spettacolo.

 Ancora contrasto tra lo spirito comunitario di  Goyo (che esorta gli altri a stare uniti come una famiglia, con il rimbrotto di Coni “ sembri un prete”) e l’individualismo di R. che si presenta con una camicia rossa mentre gli altri vestono di bianco secondo accordo

“La vita ci dà una possibilità” . C’è nelle parole di Goyo, il resistente, la logica dell’esistenza che si protende nel tempo alla maniera di  Badiou,  che pensa che il divenire sia un procedere casuale e ripetitivo non  aver senso: e che l’Evento sia la variazione da questa caotica casualità, quindi la nascita della Coscienza (e l’avvento di Cristo forse): tradotto nella sequenza di una qualunque esistenza condannata alla competenza senza comprensione dell’evoluzione adattativa, significa che solo se ci si ‘fissa’ ( se si resiste alla trasformazione senza direzione) se si cerca di dare una direzione alle cose che accadono,  si realizza davvero un Evento, qualcosa che modifica in modo consapevole il tran tran della ripetizione obbligata dell’omeostasi della sopravvivenza e del prevalere. Il paradosso è che questo Evento si dà, si può dare, solo se ci si attacca cinicamente alla ‘scoperta’ della legge ontologica della ripetizione e la si fa diventare la cifra simbolica che dà una meta. Il paradosso sta nel fatto che dalla fissazione della ripetizione emerge una (intenzionale) adattazione, e si trasforma il ciclo in direzione.

Quanto al contenuto specifico (la danza di febbre) è solo l’ironica messa in chiaro da parte dell’autore che il contenuto è secondario, anzi tanto meno alto è meglio è perché consente di andare al nocciolo della questione: cioè che la cinica necessità di perseguire la meta è più importante della ‘cosa’ concreta su cui ci si fissa. “Siamo” proprio  questa fissazione, pare voler dire l’autore,  e a questa fissazione diamo tutto, in termini di efficienza ed efficacia: altro che virtù e parole sublimi. Questo è il punto (si ricordi la ‘citazione’ di Aguirre)

  •  

Post spettacolo.

Dapprima il corpo, cibo, vino poi i sentimenti (malinconia dalla canzone in spagnolo, “è troppo tardi per sognar”;  Coni canta prima da sola poi con la figlia rivolta a R. ”ti ho dato il mio corpo”. Ai sentimenti seguono passage a l’acte senza controllo: ballo di Raoul con Pauli, cambio di corpo; salita in camera da letto e tentativo fallito di sesso; infine la ragazza fa da sola. Il godimento è un fatto singolare. “non esiste relazione sessuale”. L’Altro è puro strumento. Quello che di fatto ha appena comunicato R. a Coni, adesso senza parole lo comunica Pauli a Raoul.

Lo stato di esposizione al godimento senza freni è dettato dal dionisiaco, dall’abbondanza di vino bevuto, che rende prevalenti le emozioni, che hanno la meglio sui sentimenti e sul Logos.

Pauli si masturba per eliminare la tensione omeostatica determinata dall’eccitazione determinata dal vino e dalla canzone e dalla situazione di tutta la serata. La masturbazione è l’atto abissale che rivela il Vuoto, ancora una volta, che è alla base del desiderio: è un puro abbassare la tensione, non una specifica storicizzazione a guidare il godimento in questa o in quella direzione . Nella situazione ci può essere questo o quello a rendere pieno il vuoto, ma in fondo l’altro è solo un ‘accidente’ casuale, di cui si può anche fare a meno. Cinismo alla Diogene appunto. ovvero, per dirla con Lacan, “non esiste relazione sessuale”

  • La mimesi come competizione
  • Prima tra donne: il corpo da desiderare finisce per essere motivo di sfida anche tra madre e figlia, che porta infine alla denuncia alla polizia per le attività di opposizione politica dei ragazzi
  • Poi tra maschi: Goyo da solo, senza la protezione coattiva di Raoul, sta per partecipare al concorso tv; R. gli rovina il vestito e va senza la sua concorrenza.
  • Lo spazio sociale finale.
  •  da un lato il privato invaso dalla polizia, con da un lato il controllo del potere sui singoli, l’annullamento dei diritti individuali /al privato); dall’altro l’accentuazione della competizione tra singoli (anche al di là della relazione naturale della famiglia) – lo stato che è ormai solo controllo delle regole imposte dal governo, impedimento delle anomalie, delle differenze
  • Dall’altro lo spazio pubblico. Non più la piazza, ma la tv quello dei media , dove la differenza consiste daì’altra parte nella ripetizione meccanica dell’unico modello proposto dal mercato. Oggi Toni Manero, ieri Cuck, domani chissà; ma sempre una stessa procedura, dove il ‘merito’ consiste nell’essere uguale al modello, nella ripetizione. Ed il modello viene da lontano, ad accentuare l’illusione di ‘sacralità’ e con essa la possibilità di attribuire gli insuccessi alla situazione presente in cui ci si trova, la necessità di apprendere come impegno etico fondamentale quello di essere ‘imprenditore di se stessi’
  • In tv

Ma l’esito di questa strategia di piccolo cabotaggio non può che essere che la delusione, il disincanto. Non vince : perché non si vince tutti, ma solo uno e una volta che si perde non rimane davvero nulla. Il vuoto appunto come constatazione della preconscia condizione di Non senso e Non direzione delle cose che accadono

La solitudine del cinico proiettarsi senza considerazione per l’altro se non come mezzo e come solidarietà possibile.

Sul bus osserva la situazione del vicitore che torna ad essere il marito semplice di una coppia dopo aver giocato. E forse vede l’inutile del suo fissarsi.

 CONCLUSIONI PROVVISORIE

La storia di Toni Manero disturba lo spettatore medio: gli propone infatti una rappresentazione asciutta della macchina del Super – Io che guida tutte le sue azioni. Egli in genere pensa di essere una ‘bella persona’, mosso com’è da intenzioni di chiara moralità; egli si vede come un Soggetto Responsabile, autodeterminato, capace di decidere della direzione delle sue azioni. Ma naturalmente questa chiarezza è figlia diretta della profondità con cui ha introiettato le regole dell’ambiente in cui è cresciuto, in cui ha fatto esperienze, in cui ha imparato a distinguere tra regole ed errori. Insomma la sua auto – determinazione è solo la rappresentazione superficiale della dipendenza dal Super Io, dall’ingiunzione castrante a stare dentro un preciso territorio sociale, a vedere il Bello e Buono messo in forma dal Codice Simbolico entro cui ha sviluppato il proprio Immaginario come un dato di natura. Toni semplicemente impone la presa d’atto di cosa significhi accettare la castrazione simbolica che tutti ci governa dal momento in cui diveniamo ‘adulti’, maturi anzi, come si dice: la possibilità / intenzione di cambiare le cose, propria della gioventù che cresce proprio nella ricerca di altro dalle abitudini già trovate, viene progressivamente attenuata fino ad essere sostituita dalla accettazione dell’esistente. E questa stasi consentendo proprio grazie al suo riduzionismo (alla banalizzazione di ciò che è complesso)  un qualche controllo delle tensioni, comporta davvero la conquista di uno ‘star bene’, uno ‘star bene’ che deriva proprio dalla conquista di una condizione di prevedibilità e di regolarità, uno spazio sociale di sopravvivenza in cui riti e miti determinati consentono di avere l’impressione di avere conquistato la giusta Verità. Quiete questa che naturalmente vive solo a condizione di evitare ogni elemento che rinnovi tensione: a partire quindi da quanto si mostri diverso dal previsto. Le persone mature (questo dice la vicenda di Toni) hanno davvero sofferto nel conquistare questa posizione: ma resistono fortemente ad ogni distorsione della Figura delle cose che si sono costruiti.

Toni è perturbante perché fa quello che fa sotto la guida rigorosissima (perfetta si dovrebbe dire) del Super Io: nel passato è stato – ovviamente – giovane anche lui; anche lui – come è biologicamente naturale  -con passioni e ambizioni di rinnovamento; ma le ha perso oramai (come testimonia la scena in cui attraverso la mimesis del crocefisso di cui parla Toni conquista la consapevolezza della necessità della perdita di una parte di sé per diventare un Sé autobiografico); con la maturità ha sacrificato i sogni e si è semplicemente adeguato alle regole del gioco sociale. Dopo la sconfitta di Allende e la vittoria di Pinochet, non è semplicemente cambiata la scena politica, bensì la scena antropologica: se Allende era (è ancor oggi nell’Immaginario del Soggetto che si assegna il ruolo dell’homo faber) icona dell’eccentricità propria dell’umano, Pinochet era / è segno della centratura (della fissazione) propria dell’organismo animale entro cui abitiamo e da cui vorrebbe allontanarsi l’homo faber. La pulsione di morte nella sua forma più pura(la tendenza a ricercare sempre e ancora sempre  solo il prevedibile, la conferma dell’ordine passato) si è ormai affermata nel suo ideologico furore distruttivo contro ogni apertura verso il Nuovo, verso il Terrore del Nuovo: e ha imposto violentemente un ‘ritorno all’Ordine’, un disincanto dalle utopie, una regressione al piccolo cabotaggio, alla gestione modesta della situazione limitata del biografico. Toni sceglie consapevolmente di adottare la veste del funzionalista, del tecnico, dell’efficiente padrone del proprio destino all’interno di un Mondo dai confini netti e dalle precise regole evoluzionistiche: mors tua vita mea.

Le persone mature, quelle che noi definiamo mature, hanno tutte subito un trauma del genere. La scoperta che i loro (nostri) desideri incontrano ostacoli insormontabili, li porta (ha portati) ad attenuare progressivamente la proiezione verso il futuro di lunga gittata, a ridurre non la quantità ma la qualità dei desideri: non più la voglia di fare la storia (migliorare l’esistenza per tutti), ma quella di cambiare (migliorare) la propria esistenza personale all’interno dell’esistente. Obiettivi a portata di mano, insomma che, seppure affermati col manto di parole e forme ‘sublimi’, limitano le prospettive della propria vita all’essenza propria della sopravvivenza organica: soddisfazione dei bisogni biologici, attenuazione dello stress (anestesia), e esasperazione dei sensi (estetizzazione). L’affermazione cercata non è più quella delle proprie idealità, ma quella della propria superiorità personale: il successo non la gloria, la carriera non il servizio.  

E la chiave morale di questa condizione è l’eccesso, tanto quanto precedentemente il limite: il rifiuto della sofferenza porta alla ricerca dell’anestesia, la pienezza già cercata con l’investimento nel futuro lontano viene adesso trovata nel superamento illimitato dei limiti. Insomma al Finito (conquistato con sofferenza) si contrappone un cattivo Non Finito, alla ponderatezza la frenesia, alla meta come cambiamento la ripetizione ossessiva dello stesso.

Ecco come si spiega il gran successo che ha nei consumi culturali della contemporaneità il termine IDENTITA’. Difesa del presente, nonostante tutto, pur nel movimento di superficie: viaggi, appuntamenti al buio, esotismo estremo, no limits, imprese ai limiti dell’assurdo… tutto un movimento per occultare il Terrore del Vuoto.

Anestesia ed estesia dunque costruiscono il mondo dell’Adulto contemporaneo: movimenti opposti, figli della natura omeostatica dell’organismo che noi siamo. Da un lato il bisogno di fuggire dall’eccesso di stress emotivo (paura, non controllo, non prevedibilità), dall’altro bisogno di raggiungere il godimento nella forma più immediata e facile: stasi e moto, due procedure necessarie per sopra – vivere, per darsi la possibilità di assumere un ruolo di controllo dello stress e del godimento che fondano le esistenze organiche. Movimenti che nell’insieme ripropongono la figura chiave della vita in quanto tale: aggiungere e levare, prendere energia e liberarsi delle scorie, avvicinarsi all’Altro e allontanarsene.

Cibo e musica ne sono le ‘figure’ facili, più a portata di mano; la parola e la lentezza le forme difficili, dure da conquistare. Ma anche le prime – attraverso le parole-  vengono trasformate, negli adulti, in forme difficili, elitarie, al punto da nascondere la loro sostanza primordiale di bisogno e apparire artifici dell’umano più raffinato. Lo slow food, la passione per l’enologia, le ideologie vegane sono solo alcuni degli infiniti esempi del come l’adulto contemporaneo in Occidente arrivi a nascondere la brutalità meccanica del modo in cui cede al sopravvivere con sofistiche e sofisticate retoriche filosofiche che impongono al fine una vera e propria ideologia[21].

Le persone adulte, con la loro inconsapevole difesa del presente, nella loro smania di ‘felicità’ immediata, secondo Badiou finiscono per allontanarsi dalla strada che porta alla ‘felicità reale’:

“La parola “incontro” è essenziale. Un amore, un tumulto, un poema: tutto questo non si deduce, non si distribuisce nella serenità autorizzata delle assegnazioni; questo li incontra e dal violento rovesciamento della vita immediata deriva un accesso singolare ed universale all’Assoluto. Ogni felicità reale avviene nell’incontro contingente, non vi è alcuna necessità nell’essere felici. Solo gli individui “democratici” del mondo  nella pace delle leggi, dei contratti, del multiculturalismo e delle discussioni tra amici. Non vedono che vivere è vivere assolutamente, e che dunque nessuna confortevole oggettività può assicurare questa vita. Bisogna correre il rischio di diventare Soggetto. Occorre, come ci insegna Kierkegaard, “l’incertezza oggettiva tenuta ferma nell’appropriazione della più appassionata interiorità”.

La biologica ricerca della sicurezza porta alle trionfanti esaltazioni dell’esistente, all’affermazione del Realismo: e questo è quanto avviene nel Raoul che accetta l’esistente (la violenza e l’ingiustizia come ‘oggettività’ reale) e realisitcamnte evita il riscio, evita l’incontro con il Non Finito e assume la dura etica di imitazione del potere, lucidamente consapevole di non star procedendo verso la felicità, ma solo verso l’esecuzione della Legge del Padre[22].

Ma, chiede Badiou, “perché chinarsi di fronte a ciò che è, per la sola ragione che questo è?”. Accettare l’esistente, ovvero le forme che le varie società hanno elaborato per attenuare il terrore del futuro imprevedibile, significa di fatto sottomettersi:

“Il “realismo” economico e politico è una grande scuola di sottomissione. L’individuo può sguazzarci e il soggetto non vi può accadere. Poiché un soggetto nasce dall’incontro non calcolabile di un possibile ignorato, al quale si annoda un divenire – soggetto” 

Le culture insomma, tutte quante, si propongono e impongono come “civiltà”, come “ordine naturale” e consentono al singolo che vi si sottomette, di ‘sguazzar’ dentro le forme (regole) proposte, come in un locus amoenus. L’equivoco è (a livello di società e di singolo) vederle come assoluti (verità) e non come prodotti storici, cioè frutto di prospettive nate entro un limitato mondo  e perciò imperfette. Il singolo, quando acquista la dimensione autobiografica (quando è in grado dopo il trauma della scoperta della non corrispondenza tra il Codice Simbolico e il divenire di scegliersi un copione), quasi sempre finisce per accettare il copione prima rifiutato da ragazzo perché ritenuto ingiusto: ormai maturo ritiene ormai che quello ricevuto sia ‘naturale’, e da persona ‘matura’ mira da allora in poi a frenare ogni cambiamento, a irridere gli sforzi dei giovani.

 La persona matura è tale perché semplicemente accetta i limiti spaziotemporali entro cui fare esercizio di ‘felicità, quelli dell’esistenza del singolo e dello spazio sociale esistente: così l’adulto limita definitivamente  il campo della sua vita sociale(piccole comunità, gruppi di amici, associazioni sportive, piccole Patrie…), partecipa con cura ai riti che confermano nella ripetizione la propria specifica identità (feste, gite, adunate, convegni, manifestazioni, simposi…) e conferma ritmicamente i miti identitari (le fedi) del proprio locus (democrazia, fascismo, liberismo, cristianesimo, musulmanesimo, scoutismo, tifo per questa o quella squadra…).

Ecco la Legge del Padre che ormai introiettata nel profondo viene vissuta dall’adulto con la pienezza di chi la conosce tanto bene (sa quanto sia al fondo forzosamente convenzionale) che sa usarla con misura ed evitare la fissazione. Per evitare gli eccessi che possono scaturire dalla sua applicazione letterale, sanno che è bene – nel quotidiano – allontanarsene: si dice in pubblico che qualcosa è il Bene, ma in privato si fa ricorso al Male (l’eccezione che conferma la regola, ci diciamo).

Le cose ‘normali’ sono a tal punto così (cioè dichiarare e infrangere contemporaneamente, nel profondo invisibile dell’inconscio cognitivo, una regola) che quando qualcuno si attiene in modo letterale alla Legge del Padre, ce ne sentiamo turbati e lo si indica come matto, folle, fissato. Una figura del genere è proprio Cristo che appare scandaloso (all’epoca, ma anche oggi, al punto da essere identificato come Dio, cioè diverso dall’uomo comune imperfetto) proprio perché  esegue in modo perfetto quanto richiesto da Dio Padre già ad Abramo (il sacrificio del figlio). E una figura del genere è a modo suo anche Toni Manero, che esegue l’ingiunzione del padre (Pinochet), ovvero del cinico perseguimento del proprio Bene. Certo diversi sono i padri, per così dire, ma non i risultati: Dio Padre, chiede al Figlio il sacrificio di sé ; così chi ha il potere (Pinochet , ovvero il neoliberismo) chiede a Toni (ognuno di noi) il sacrificio della morale a favore dell’efficienza.

In conclusione Toni Manero può essere proposto come Icona del modo di essere adulto della postmodernità, modalità che consiste nel perseguire come telos non il miglioramento del mondo, ma la gestione efficiente del presente, come è ‘naturalmente’.

Non la giustizia, non i Diritti, ma la legge del più forte, il cinico narcisismo. Non l’Altro, ma l’Io, anzi il Super Io. Non il progresso sociale ma la carriera.

Fine modulo

THE PLACE

Sintesi Top Down

  1. Il testo (la trama) ci dice che chiunque voglia realizzare un proprio desiderio deve dare / fare in cambio qualcosa (insomma deve ‘pagare’)
  2. Il sotto testo implicito è che ogni azione umana è sempre fondata su una relazione, anche laddove non sia esplicitamente evidente (l’Io è sempre un Noi)
  3. Questa dimensione di relazionalità corrisponde alla rappresentazione della realtà offerta dalla quantistica, secondo cui tutto quanto esiste, esiste come effetto dell’incontro dinamico e aperto di particelle elementari, incontri che prendono forme differenti e cangianti in base alla rete di relazioni implicate. Tra queste, gli organismi viventi
  4. Ogni azione degli organismi è all’origine una re – azione (appunto una relazione) di tipo meccanico quantistico, cioè subita /passiva ma anche attivata/ attiva (interazione). Quella degli umani, a partire da un certo momento dell’evoluzione, è nei fatti (come per tutti gli organismi sociali) interdipendenza (si sopravvive solo grazie alla dipendenza dagli altri membri del gruppo): infine (circa 400 mila anni fa) anche consapevolezza di questa interdipendenza, ovvero conquista di una razionalità cooperativa basata (Tomasello) su tre formule: TU>IO, TU=IO, NOI>IO.
  • La razionalità cooperativa di questi (primi) umani
  • espande le pro – attitudini umane a includere il benessere degli altri  (TU>IO)[23]
  • presuppone genti che si considerano l’un l’altro ugualmente degno di rispetto e risorse (TU=IO)[24]
  • si concentra sulla presa di decisione individuale che ha luogo dentro il contesto del gruppo (NOI>IO)[25]

Insomma la scelta individuale non dipende più solo dalla cieca emozione o preferenza bensì da un senso di pressione razionale cooperativo, ovvero dal senso di responsabilità.

Entro il gruppo cooperativo il singolo è chiamato a decidere, quando agisce, se vuole percorrere la via della scelta strategica (che tenga conto solo dei propri interessi) o quella della scelta morale (tenendo conto del fatto che i compagni del gruppo sono degni come me di ricompense a cui miro e che magari le meritano di più…)

  • La realtà umana, a partire da questo momento , è fondata oltre che sulla realtà delle particelle che si relazionano meccanicamente (corpi, cioè passioni, sentimenti e desideri), anche sulla INTENZIONE, ovvero sulla possibilità
  • sia di dare intenzionalmente una ‘forma’ (mettere in forma) alle cose meccaniche (costruire case ad es., ma anche fondare repubbliche, istituire giochi e riti…),
  • sia di fare intenzionalmente delle scelte all’interno di quelle forme costruite dall’uomo
  • Anche il “fare delle scelte” all’interno delle forme (strutture) umane è un problema di “forma” (di costruzione) ed è stato risolto dalle varie culture con le Figure (concetti) dell’Etica[26] e della Morale.
  • fino al ‘900 i filosofi europei hanno elaborato, per lo più, Etiche che puntavano a dare soluzioni (dando definizioni di COSA sia il Bene, COSA sia il Male con la pretesa di Verità Assoluta);
  • recentemente si è puntato maggiormente a identificare il COME si arriva a queste definizioni.
  • Oggi sappiamo grazie alle neuroscienze (Damasio) che la procedura basilare della Coscienza (quindi della possibilità di avere Intenzioni, e conseguentemente di fare scelte anche di tipo etico) consiste nell’analizzare le emozioni e i sentimenti, nel trasformare le passioni in rappresentazioni analitiche, ovvero nel sovrapporre al pensiero veloce (automatico) del più antico sistema nervoso (quello gastroenterico), quello lento del più recente sistema nervoso (la mente).

Nel passare dal livello della preferenza circostanziale alla considerazione astratta, dall’affetto alla equità (Dike). Dal Pathos al Logos, dal Contesto  al Simbolico

  • Entro questo quadro è possibile ridurre il campo di indagine per l’annosa questione del  Libero Arbitrio, se esista o meno. La risposta che si può dare al momento, sulla base di quanto le nuove conoscenze ci consentono, è che il Libero Arbitrio
  • non esiste se lo si intende come valore assoluto (la fisica quantistica e le neuroscienze ci dicono che siamo sistemi etero determinati)
  • ma esiste nelle situazioni ‘finite’, entro le ‘forme’ messe in atto dall’uomo nella sua evoluzione culturale (sempre le stesse scienze ci dicono che l’uomo ha campo di scelta entro i ‘giochi’ che si costruisce)

(coerentemente è assurdo voler definire in assoluto cosa sia il Bene e il Male, necessario però prendersi la responsabilità di definire volta a volta , al variare delle situazioni, cosa sia il Bene e cosa sia il Male in re – lazione al sistema percepito e rappresentato. È chiaro che – sic stantibus rebus-  il bene e il male – le decisioni degli agenti morali quindi – dipendano totalmente dalla modalità con cui si percepisce non tanto la Figura del singolo problema ma dalla relazione che intrattiene con lo sfondo entro cui si rappresenti il problema)[27]

  1. In conclusione, tornando al film, adesso è chiaro che la trama (una serie di soggetti chiamati a scegliere se fare o meno delle azioni particolari – in genere del male ad altri -per realizzare i propri desideri) non è altro che una esemplificazione
  2. sia, in generale, dell’etica di Spinoza, secondo cui l’umano è davvero coartato dalla cupiditas delle passioni, ma può trasformare questa condizione in libertà se fa crescere la conoscenza della natura stessa delle passioni, ovvero della conoscenza tout court (si pensi alla costante richiesta di dettagli da parte del detentore del libro, dettagli che ampliano la conoscenza nella natura dei desideri).
  3.  sia della tesi di Levinas, secondo cui l’etica nasce dalla ingiunzione del volto dell’Altro che rinvia all’universale (i personaggi modificano il proprio atteggiamento iniziale – emotivo –  in scelta morale quando si trovano a contatto materiale con l’Altro indicato volta a volta dal detentore del libro (quando l’Altro da generico concetto astratto si materializza nella situazione particolare)
  4. sia di quella di Lacan secondo cui l’etica portata dal volto dell’altro nasce dalla scoperta dell’abisso non universalizzabile che è nascosto sotto  il volto dell’altro (quando si scopre il Reale traumatico del non previsto e prevedibile) 

Sintesi Bottom Up

Personaggi (selezione del chi e del cosa)

MARCELLA

Chiude la successione degli incontri. In lei è più evidente il percorso della crescita di conoscenza e del passaggio dal livello del desiderio di totale emozione a quello della totale cognizione: in termini evolutivi (Tomasello) è la figura che meglio fa capire come (se si vuole riconoscersi come ‘umani’) si debba passare prima o poi da una interdipendenza simpatetica (ristretta all’ambito delle relazioni immediate della famiglia, dei parenti, degli amici – ‘identità’ insomma ) ad una morale, alla cui base ci sia la realizzazione non del bene particolare di un elemento preferito (‘diletto’, appunto, amato) ma della “giustizia” (del riconoscimento della parità di diritti all’Altro anonimo, con cui non si hanno relazioni parentali o amicali).

L’idea della bomba esemplifica proprio la condizione tipica della nostra società digitale: in fondo se lascio in un bar un ordigno, non vedo in faccia le mie possibili vittime e posso eliminare immediatamente l’assunto di Levinas. La mia azione, fatta sicuramente per realizzare del bene (per qualcuno), non appare nella sua abissale problematicità proprio per la possibilità di distanziare l’altro nell’indistinto delle parole e dei numeri. È del resto quello che succede quotidianamente quando si fanno i conti con quel che accade altrove in termini di numeri (50 annegati nel canale di Sicilia…): solo una immagine particolare è capace di suscitare emozione; ma se segue una analisi è prospetticamente limitata a quella situazione specifica.[28]

ETTORE

È la figura del padre contemporaneo. L’eroe omerico si sacrifica PER il figlio (via strategica), il poliziotto corrotto si sacrifica IN nome del figlio (via morale).

La guerra esplicita dell’epica è oggi sostituita dalla guerra implicita della vita quotidiana nelle società complesse, in cui la difesa non è affidata allo scontro diretto con il nemico (le cause del disturbo) ma alla gestione ‘economica’ delle situazioni, alla gestione impersonale delle mansioni, delle relazioni.

Il riscatto possibile è cercato allora non nel duello con l’altro (il possibile fantomatico nemico), ma immaginato all’interno del sè (con se stesso), con la pressione impersonale della jouissance che ci domina se ignorata. Le richieste portano E. a comprendere progressivamente (a conoscere cioè)  la ontologia della sua sopravvivenza, e quindi alla possibilità di una scelta genuinamente morale, non dettata da circostanze, ma solo dalla scoperta della equità, del fatto di ‘dovere’ qualcosa a chi è interdipendente con lui (il figlio). Non per guadagno ma per dovere (responsabilità)[29]

GIGI

È un padre disperato (il figlioletto sta per morire di cancro) apparentemente pronto a tutto (ammazzare un altro bimbo) pur di salvarlo: ma alla fine  ripete l’atto di Abramo. Di fronte al volto della bambina scelta a caso, evita di compiere l’omicidio richiesto e di fatto sacrifica il proprio figlio. C’è un Dio cattivo che gli impone di far morire comunque qualcuno, l’etica della Parentela, secondo cui un padre deve comunque salvare i figli, il proprio DNA a scapito degli altri: ma alla fine  in nome di un altro tipo di ingiunzione etica, quella propriamente umana  di arrivare a costruire una civitas universale di uomini (l’humanitas dell’ellenismo, dell’umanesimo), fa una scelta morale estrema, quella di sacrificare il proprio figlio a favore di una persona dalle stesse caratteristiche. Questa etica della giustizia umana nasce ovviamente dal superamento della morale della famiglia o della tribù (che condanna ad una lotta interna tra i vari gruppi umani che prima o poi porta alla catastrofe generalizzata) , ovvero dalla capacità di immaginare a livello simbolico una civitas comune che spinga a pratiche di razionalità cooperativa. È da secoli (almeno 400.000 anni) che i gruppi umani hanno imparato a far i conti con la lotta interna, è da qualche secolo di meno (2.500) che hanno inventato l’umanesimo. Ma tendono facilmente a metterlo da pare in nome di un ‘naturalismo’ scientifico che à nient’altro che banalizzazione del reale.

ODOACRE

Il single che vive nello spazio/ tempo dell’immediato, il cui desiderio è appunto frammentato e provvisorio: una notte di sesso con una pin up. Il contrappasso richiesto è anch’esso provvisorio (difendere una bambina): negli altri casi le azioni sono per lo più degli Eventi (atti isolati), mentre nel suo caso la dilazione, la durata, vuole evitare appunto che la cosa si esaurisca per caso e semplicemente, senza metamorfosi, in una performance che magari può costare molto sul piano emotivo ma può svanire nel tempo. Le due settimane di impegno di fatto portano Odoacre a trasformare progressivamente la sua rappresentazione della vita delle persone, a capire che le nostre vite si reggano nella interdipendenza: coerentemente con questa modificazione del modo di vedere il mondo cambia la sua agentività, si assume un compito che va al di là degli impegni assunti, fino addirittura a rimetterci la pelle.

AZZURRA

Specimen della vita di coppia. Vuole bene (?) al marito che però è ormai freddo nei suoi confronti dopo tanti anni di vita comune. Allora ottiene di ingelosirlo, corteggiando il vicino di casa, medico sposato con una bella donna, fino a causarne la separazione.

Il risultato finale è la sua stessa morte.

In realtà la sua azione iniziale è mossa da invidia (mimesis) dalla volontà di distruggere quello che a lei pare impossibile: una buona relazione col compagno. La sua è un desiderio di natura puramente strategica. Ma la sua razionalità apparentemente cooperativa (in fondo vorrebbe che il vicino l’aiuti a suscitare la gelosia del marito) finisce per causare il contrario di quanto desiderato. In lei l’esperienza dei fallimenti negli approcci al vicino non porta alla crescita della conoscenza ma l’accentuazione del livello di emotività, sia suo sia del marito. Che infatti alla fine, dopo la reazione emotiva di totale sessualità, si trova coinvolto nel mailstrom della distruttività: trascinato dalle passioni tristi, elimina quella che ha finito per diventare la prova del suo fallimento. Per avere quel che si pensa (emotivamente) un bene, si ottiene quel che è (oggettivamente) il male.

Il volto dell’altro come scoperta della Medusa, del mostro: l’imperativo etico è allora rispetto per l’alterità nella sua inconoscibile differenza.   

CHIARA

La suora di clausura ritrova Dio uscendo dal convento, ovvero incontrando l’Altro:

lei cerca l’Universale nella astrazione dei miti, delle figure assolute (Dio), ma in effetti l’invito a fare un figlio significa proprio che l’Universale è solo nel particolare. L’amore per Dio inteso in genere come distanza dal particolare, dal mondo limitato entro cui viviamo, porta solo a passioni tristi, alla negazione stessa dell’esistenza umana. Dio è solo una figura allegorica introdotta presto dagli umani per indicare quel senso generale del sistema della vita che il divenire non concede. Ma usato come formula cristallizzata ha determinato la fine stessa della possibilità della sopravvivenza.

Fare sesso è conoscere Dio se accompagnato da conoscenza dell’altro dall’uscit dal proprio limitato confine di sopravvivenza organica. È concedersi e avere.

Metamorfosi quindi determinata dalla conoscenza

FULVIO

Il cieco che non vede l’altro e ha il compito di distruggere l’altro

Non c’è metamorfosi

MARTINA & ALEX

M. vuole la bellezza

A. vuole il riconoscimento della sua differenza da parte di M.

Montaggio (come, combinazione del chi e del cosa)

ELEMENTI SEMIOTICI GENERALI

  • lo spazio = bar come luogo della decisione “gastroenterica”

Il bar come gabbia chiusa entro cui entrano ed escono avventori, ovvero dal basso, percezioni, che si impongono come stimoli di desiderio. Non una camera, un appartamento, una cella, ma proprio uno spazio pubblico di incroci, dove i cambiamenti sono dettati non dallo spazio (che è sempre uguale) ma dalle relazioni che si creano. Fissa è la presenza dell’uomo che sopravvive, il cervello gastroenterico che gestisce in maniera meccanica gli impulsi dal basso (bottom up). Le imposizioni che ne emergono sono appunto le urgenze top down, dell’efficienza omeostatica.

Il “posto” del titolo, fuori della immagine del bar, allora è semplicemente l’abisso presente nel profondo di quello che chiamiamo Io, l’abisso del ‘godimento’ come lo chiama Lacan, che prima ancora del sorgere di emozioni e valori, ci spinge solo a sopravvivere: se ne sta là fisso, occultato da parole e riti sociali, attento solo a continuare a vivere senza cedere mai ad affetti e riflessioni

  • il tempo = ciclicità per il decisore, fisso nella posizione e nelle pratiche di sopravvivenza materiale; linearità per gli avventori, che nell’incontro incontro (relazione) trovano la possibilità di trasformazione delle relazioni stesse, in modo strategico (alla ricerca del proprio utile) o morale (alla ricerca della giustizia, di quello che ciascuno percepisce come giustizia).

Questa trasformazione può essere in direzione di una crescita dell’ordine o del disordine: raggiungimento dell’obiettivo oppure distruzione dell’altro, di sé.

  • Cornice

INIZIO

DATI

  • Fondo Nero. Rumori di fondo, da bar.
  • Dall’alto, una coppia di tavolini da bar, con sedie e, sul ripiano, un volume in pelle e una taoletta per appunti, con un elenco non distinguibile.
  • Lo stesso , da lato, sul tavolino una tazza da colazione
  • Alternanza di nero buio con nomi degli attori e riprese in primo piano del volume aperto, ove si notano le pagine scritte a mano, con cancellature (dall’alto) e la mano di un uomo che scorre le carte e fogli staccati, consumati e rabberciati
  • Un dettaglio di grammofono col disco che gira e la puntina che scorre, mentre la musica accompagna la scena e le precedenti
  • Infine un piano lungo che consente di conoscere l’ambiente entro cui si trovano quei particolari. Una vetrata, oltre la quale si vede l’uomo seduto, di spalle, di fronte al bancone del bar, attraverso la trama chiusa delle stringhe di ferro che chiudono il vetro, col contorno delle pareti delle mura dell’edificio. Il tutto mentre all’esterno c’è buio ed emerge la luce non forte, approssimativa dell’interno.
  • Buio, suono di un accendino
  • Primo piano della fiamma che con retrozoom , si vede che deriva dalla carta , una delle carte che prima stava scorrendo l’uomo, adesso in camicia
  • Nuova scena esterna: si può abbracciare un angolo tondo di un edificio che al piano terra ospita appunto il bar in questio, con la luce al neon ch segnala il nome del locale, The place.

INTERPRETAZIONE

Il contrasto di base è tra il Non finito e il Finito, tra l’assenza di immagini e la presenza di immagini: all’inizio sono dettagli a frammenti, che a mano a amno diventano una rete che consente infine allo spettatore di dare una forma definita all’insieme: un uomo che seduto in un bar, dopo aver mangiato qualcosa, consulta le sue carte e ne brucia alcune.

Da un lato un serie di fatti banali, realistici. Dall’altro l’innesco di una procedura ermeneutica: perché brucia le carte stando in un bar? Domanda in effetti banale, a ben pensare, che sembra rafforzare l’ipotesi che la situazione sia appunto realistica. Piuttosto a questo punto risuta possibile che in alcuni spettatori, tesi alla ‘meraviglia’, alla sollecitazione di emozioni, la scena sia già motivo di noia, ‘banale’ appunto. se non si fa domande, ovviamente.

Se però vogliamo subito attivare la modalità di lettura allegorica, ci si può chiedere il senso di alcune scelte concrete. La tazza indica l’universale del bisogno fondamentale della sopravvivenza organica, la scrittura può voler indicare la consistenza ‘narrativa’ e finzionale del nostro essere umani, la musica la dimensione estetica passionale che ci sostiene nel concepire e sostenere il tempo; la fiamma che brucia la cartail fatto che la nostra scrittura è sempre provvisoria, che dipende nella sua artificiosità dalla azione di chi scrive che può anche distruggere quella ‘forma’ che è stata data.

Il luogo infine può voler essere una rappresentazione dello spazio delle nostre esistenze: un luogo chiuso entro cui ogni tanto approdiamo, come si vedrà, per riflettere sulle nostre aspirazioni e complicazioni, spazio chiuso entro cui si dà la materia stessa della sopravvivenza (cibo e sensazioni), spazio entro cui si scrive e si cancella il nostro progetto di vita, la nostra ‘anima’ per voler usare termini cari ai più.

Insomma questo inizio è forse Figura della Coscienza stessa. Che viene messa in scena come un teatro scenico in cui il dramma (l’azione9 consiste nell’incontro con l’Altro, nello scontro tra la piatta quiete della accettazione delle pulsioni e la possibilità di valutare prima di agire.

FINE

DATI

Interno del bar: fuori luci del giorno ovattate; dentro tavoli e sedie a posto, in ordine, sul tavolino del decisore, nel portacenere, brucia una carta; accanto c’è l’agenda del decisore, chiusa. La sedia è vuota. La scena si svela in seguito ad un movimento laterale della camera, che ripropone la soggettiva di uno che si muove dal retro e si trova sbirciare nella sala del bar. C’è una musica con parole in inglese a segnare l’intensità emotiva che si è raggiunta.

Nella scena precedente la barista si accosta al decisore, gli rende di mano l’agenda e la penna e comincia ascrivere sull’agenda mentre guarda intensamente con affetto il decisore

La scena precedente ancora, vede per la prima volta un moto emotivo percorrere in qualche modo il volto del decisore, quando la vecchia Marcella minaccia di lasciare la bomba preparata secondo i suoi ordini non nell’altro bar indicato ma in questo, in modo da colpire almeno un colpevole, lui appunto. il suo sguardo si leva e si punta sulla figura della barista che si muove tra i tavoli a servire clienti. Una simpatia per l’altro che è la precondizione perché sussista la morale.

INTERPRETAZIONE

la scena finale in sostanza non rappresenta propriamente un modello etico ma il prerequisito fondamentale perché nasca la percezione del problema etico. Se io ho qualche simpatia, se mi sento preoccupato per il benessere di qualcuno che non sia io, bene, allora può cominciare a nascere la questione del Bene e del male, fino ad allora del tutto lontano dalle prospettive del decisore.

APPENDICE

SPINOZA

Per Spinoza il conatus (la cupiditas) ha tre modi possibili di manifestarsi nell’uomo:

  •  Il primo modo è quello della passività /necessità: essendo infatti parte di un tutto (il mondo), l’uomo non può che subirne le coazioni, e reagire meccanicamente a queste pressioni. Le passioni però non sono un sistema caotico (quindi da eliminare se si vuole creare Ordine, come sostengono le varie etiche della tradizione, religiose o laiche che fossero), bensì un sistema chiuso e strutturato in relazioni di cause ed effetto (anche in quelle spiacevoli), tale cioè da essere intellegibile e trasformabile.

La prima cosa da fare è allora non fuggire dalle passioni, ma accettarle[30]. La seconda è cercare di superarle almeno in parte[31], cioè trasformarle, in modo tale che esse non siano più cieco desiderio, ma conoscenza: analizzarle, portarne all’evidenza le caratteristiche, significa poter conoscerne le cause, le conseguenze e quindi modificarle in parte, dirigerle verso una direzione scelta consapevolmente

  • Il secondo modo della manifestazione del desiderio, è quindi la ragione, che ci consente di conoscere, ovvero di realizzare il desiderio di uscire dalla cecità e raggiungere la chiarezza. La ragione è il campo dell’ordine, dell’esplicito, delle conoscenze universali, che consentono all’organismo di diventare propriamente umano.
  • Il terzo modo, a cui pochi giungono (per Spinoza i saggi o i savi) – è l’amore intellettuale: non una negazione della ragione, ma semplicemente quella conoscenza delle cose particolari che presuppone i due stadi precedenti, quello che oggi potremmo chiamare con Bateson ‘metaconoscenza’[32]. Nel caso dell’amore intellettuale, le conoscenze universali sono, per così dire, i pochi problemi di base dell’esistenza (com’è fatto il mondo, come sopravvivere) e le procedure naturali con cui il corpo e la mente (le passioni e la ragione) interagiscono al riguardo. Chi è guidato dall’amore intellettuale è in grado di costruire per ogni specifica situazione una rete di spiegazioni (conoscenze particolari) che gli consente non solo di auto conservarsi ma di auto espandersi.[33]
  • In sostanza l’uomo, pur nell’ambito della necessità, può crescere diventando più padrone di se stesso, sia in termini individuali, sia in termini sociali. Io posso compiere una transizione verso il meglio, ed essa mi rende non soltanto più saggio, più razionale, ma anche, nello stesso tempo, più felice. Passare dal livello delle passioni o dell’immaginazione al livello della ragione mi tranquillizza, ma passare dal livello della ragione al livello dell’amore intellettuale, cioè dal livello delle conoscenze generali al livello delle conoscenze specifiche, mi fa sentire più a mio agio nel mondo e nella società. La saggezza coincide dunque per Spinoza con il sentirsi in sintonia con la realtà di cui si accettano le regole del gioco.
  • È proprio la grande rinuncia quella che permette le grandi realizzazioni: soltanto se mi autolimito – dirà Goethe – posso riuscire a fare qualcosa di grande.[34]
  • LIBERTA’. Stando così le cose, essere liberi vuol dire conoscere quali sono i limiti – espandibili – della nostra libertà, sapere che noi possiamo sì ampliare la sfera del nostro intervento, ma solo se siamo consapevoli delle condizioni date.[35] Ovvero pensare alla libertà non come un assoluto, ma come un relativo: in situazione siamo liberi, non nella prospettiva della fisica.
  •  

JOHN SEARLE

(Intenzionalità. Un saggio sulla filosofia della conoscenza, 1985):

 la capacità biologica elementare è quella della Intenzionalità: caratteristica della coscienza in virtù della quale gli stati mentali, come le credenze e i desideri, “riguardano, vertono su,, o sono diretti verso oggetti e stati di cose nel mondo”. È dalla intenzionalità che deriva evoluzionisticamente la competenza senza comprensione del linguaggio e in particolare la capacità di rappresentare il mondo attraverso il linguaggio[36].

Alla base della coscienza, dell’umano tout court, c’è infatti la domanda ‘che devo fare?’ che si accompagna all’automatismo della reazione programmata: di fronte alle stimolazioni dell’ambiente gli organismi non umani semplicemente attivano riflessi condizionati, mentre l’umano consiste proprio nell’avere un dubbio su cosa fare, laddove l’animale esegue meccanicamente.

 La condizione ontologica di base che consente quella domanda è di fatto quella della possibilità di avere una intenzione, ovvero di avere – sulla base della percezione e rappresentazione delle cose che accadono (stati mentali e parole orientate ad adattarsi al mondo)  – desideri (stati mentali e parole per cui è il mondo che deve adattarsi alla parola, al desiderio):  cui la risposta può variare. E appunto l’intenzione è la ‘procedura’ che completa quella della domanda. Insomma gli organismi non umani rispondono all’ambiente secondo procedure predeterminate, le stesse che sono emerse dall’evoluzione, mentre gli uomini sono in grado di indirizzare l’adattamento: l’adattamento intenzionale in opposizione (o a completamento dell’)adattamento meccanico.

TOMASELLO

La reciprocità: è risultato dell’adattamento evolutivo. È più efficace (tra primati e mammiferi) rispetto al monadismo della competizione costante (Nowack)

Due ipotesi sulle sue caratteristiche:

  • È Emotiva (aiutare gli altri è dettato dal fatto che si creano legami emotivi con quelli da cui si è aiutati)
  • È Calcolata (aiutare gli altri non è altruismo, ma investimento: ciascuno di noi registra chi ha fatto cosa per chi e smettiamo di cooperare se stiamo dando più di quello che stiamo ottenendo).

Una condizione fondamentale sembra essere quella della interdipendenza:

  • Secondo lo schema di Maynard Smith (1982) l’interazione tra due concorrenti per l’appropriazione di una risorsa prevede la doppia possibilità: dello stile Colomba (dividersi l’oggetto)e dello stile Falco (prendersi tutto). La strategia migliore per ciascuno (se non c’è interdipendenza) è quella del falco, a prescindere dalla scelta dell’altro, col risultato della lotta distruttiva
  • Se però i due concorrenti hanno una relazione di interdipendenza (ad esempio un maschio e una femmina che si assicurano vicendevolmente  la sopravvivenza del gene) la scelta è dello stile colomba, perché si preoccupano l’uno della salute dell’altro 
  • L’interdipendenza può essere oltre che per l’accoppiamento, anche per la caccia cooperativa o per la coalizzazione ai fini della dominanza. A volte in maniera asimmetrica, a volte in maniera simmetrica, secondo il modello dello stakeholder (portatore di interessi, Roberts 2005). Si pensi al caso dell’individuo che fa segnali di pericolo al gruppo.
  • L’interdipendenza può essere anche ‘accrescimento di gruppo’ (Clutton-Bock, 2002): l’interesse generale che ho per qualsiasi componente del gruppo è la somma dei molti interessi particolari che ho per lui o per lei da cui dipende la mia sopravvivenza ( ad esempio chi dà l’allarme)
  • L’altruismo allora altro non è che investire su qualcuno perché questo contribuisce al mio stesso benessere: non è motivato da i precedenti ma dallo scopo di conservare la relazione. La simbiosi consiste nella vita in comune di individui che cercano di incrementare la loro fitness, non perché ‘naturalmente ‘ portati alla reciprocità (amore et similia)
  • L’altruismo non è una conquista ‘culturale’ contro l’individualismo della selezione naturale, ma portato esso stesso della selezione naturale per gli organismi che vivono in modo sociale(è un vantaggio evolutivo)

Livelli di selezione multilivello

  • Dapprima la selezione parentale (crea il sostrato emotivo necessario per proteggere e aver cura della prole; sostrato che in alcuni casi è stato cooptato per la protezione e la cura degli amici)
  • Poi la selezione culturale di gruppo (quando hanno cominciato a competere tra loro i gruppi culturali degli esseri umani moderni hanno avuto la meglio quelli più cooperativi)
  • Infine la selezione individuale

[1] Con questa espressione , a partire dal XIX secolo i sociologi intendono  quella parte della popolazione che di fronte a casi di incerta valutazione si affida alle opinioni correnti, ai luoghi comuni, che nella loro prevalenza – per così dire – statistica da grandi numeri  si pongono come fonte autorevole per decidere cosa fare.

[2] È il caso di ricordare che il verbo ‘pensare’ deriva dal sostantivo latino ‘pensum’ che sta per ‘peso’: come dire che ‘pensare’ significa ‘pesare’. E a tutti quelli di una certa età (o a tutti gli appassionati di astrologia) sovviene con facilità l’immagine antica della bilancia meccanica: due pesi in equilibrio instabile e variabile in rapporto al carico posto sui due piatti. ‘pensare’ propriamente significare valutare la differenza che esiste tra due entità, non eseguire in modo meccanico una qualunque procedura inglobata nel nostro organismo, significa scegliere appunto. 

[3] Nel main stream contemporaneo ha una posizione di privilegio il concetto di problem solving, ormai interpretato come vero sinonimo di intelligenza e qualità umana: in realtà però esiste prima di questo, il problem posing, ovvero la capacità di vedere un problema laddove altri non vedono che ovvietà da ripetere. ‘Porre il problema’ è propriamente la qualità dell’homo che pensa in modo differente, mentre risolvere il problema è per lo più questione di scelta all’interno di protocolli preesistenti. Questa è in fondo la distinzione essenziale tra la cultura umanistica e quella non umanistica. 

[4] Uno dei limiti della pratica filosofica contemporanea consiste proprio nell’affidarsi comunque, pedissequamente, a schemi di spiegazione del Mondo elaborati duemila anni fa. È necessario beninteso guardare ancora i grandi iniziatori della filosofia o del pensiero come fondamenta delle nostre conoscenze: ma ormai vanno considerati come fondamenta per la percezione dei problemi non certo per le soluzioni. Mano a manao che avanzano, ad esempio, le conoscenze delle neuroscienze, è chiaro che i discorsi antichi sulla conoscenza, sulla morale e sull’estetica, rimangono al più geniali – ma parziali – intuizione  anamorfiche delle ‘verità’ provvisorie e disciplinari che vanno emergendo.

[5] Il cerchio del modello lotmaniano è più difficile da tracciare quando si parla di singoli individui: certamente ognuno, se può, erige le sue mura materiali di separazione dal disordine (case, palazzi, castelli, eremi ecc.) ma sono le sue idee guida sul mondo (com’è fatto) e sulla società (modi di comportarsi con gli altri) a creare una frontiera immateriale che consente ordine, cioè senso di stabilità e sicurezza. In genere sono le ideologie a proporre con le loro Verità facili schemi di rappresentazione del bene e del male: quando però mancano queste ideologie, dato che cresce l’insicurezza (alla lettera ‘non si sa cosa fare’), si cerca comunque di approdare a qualcosa che consenta di avere per lo meno delle Certezze, qualcosa che dividendo l’esistente secondo strutture binarie (appunto Bene/Male) elimini l’angoscia del dover continuamente fare scelte. Un Pastor, un Dux, un Fuhrer, un Uomo della Provvidenza, un Faro, insomma un Cap

[6] Anche sulla base della garanzia data dalla teoria dei neuroni – specchio si può sostenere , con Dennet (Dai batteri a Bach. Come evolve la mente, Cortina 2018, p. 292), che “ forse [nell’evoluzione dell’uomo] arrivò per primo un linguaggio gestuale simile al linguaggio dei sordi con vocalizzazioni usate per attirare l’attenzione e per dare rilievo”. In fondo cos’è il pianto dei neonati se non un ‘gesto’ che serve ad attirare attenzione?

[7] In Seminario XI

[8] In Verità romanzesca e menzogna romantica, Geometrie del desiderio

[9] In Lo strano ordine delle cose

[10] Meno di niente, vol.1,p.572. l’individuo per essere uomo deve rinunciare alla pre – supponente convinzione di essere un individuo appunto, di essere un Soggetto capace di avere intenzioni libera da ogni condizionamento. Il singolo insomma deve acquisire un senso di moderata umiltà e riconoscere che la sua singolarità sarà davvero tale non se va in cerca di una (falsa) ‘autenticità’, ma se accetta la natura totalmente finzionale di quella Figura  che chiama Persona o Individuo o Soggetto ecc.

[11] Stare al proprio posto

[12] Del resto è questo lo scenario che la quantistica disegna per la struttura a livello dei quark: una particella esiste solo nel momento in cui entra in relazione con un’altra e in quella relazione costruisce una relazione unica.

[13] Chiaro allora perché l’Uomo Per Bene ogni tanto arriva alla distruttività: il suo essere – per – bene consiste nella ricerca della perfetta applicazione delle norme, nel desiderare proprio quello che Vuole la Legge. L’impossibilità di questa proiezione diventa infine insopportabile in termini omeostatici. E si arriva alla retroazione ‘positiva’ di una delle due attività omeostatiche, che determina infine l’implosione del sistema. Quando fallisce scopre , solo allora, chhe cosa ha scelto: è il caso di raoul che solo quando finisce la gara in tv capisce che era tutto un gioco (lay) e che come tale c’era un limite entro cui attenersi per il desiderio e le scelte. Capisce che ha scelto non la verità oggettiva, ma la propria jouissance, e che alla fine perde proprio quella jouissance.

[14] L’Ur fascismo consiste proprio in questa opposizione Pienezza di Passioni / Vuoto di Responsabilità: puntare alla propria Felicità sembra in sé un’opzione di compassione, degna della nostra empatia: ma ricolgere lo sguardo in questa direzione, occlude l’altro sguardo, verso l’abietto, verso quello che rimane immediatamente al buio. L’Immaginario si regge proprio su questa forclusione verso tutto quello che rimane escluso dalla propria percezione del mondo.

[15] Rauol esagera ad esempio quando si impedisce di usare il vestito bianco di cui è in possesso per il fatto che manca di un bottone. È un cas di chiaro kitsch.

[16] Naturalmente questo iato tra sostanza e forma concede l’inevitabilità di ‘recite’ vere e proprie da parte dei componenti della famiglia, recite che prima o poi vengono a galla e determinano lo stato continuo di frizione , di tensione che comporta una condizione generica di malessere, da cui si emerge solo con la liberazione dalla finzione che si ottiene o con la consapevolezza di questo ‘vuoto’ di fondo e la sua conseguente presa d’atto (accettazione della fine, rinnovo ‘ironico’ del legame di tipo vuoto)o con la dissoluzione violenta dell’ostacolo (in caso di rifiuto dell’evidenza del trauma, della sostanziale finzione della relazione familiare). Nel caso di Raoul i suoi gesti puntano ad essere sempre ‘pieni’ a rivelare in qualche modo la sua adesione ad un mondo di non finzione: parla poco, agisce molto, ma sempre si limita a dare sostanza immediata alla ‘libertà’ che gli viene riconosciuta dal Codice Simbolico occidentale. La applica in modo ‘onesto’ senza ricorrere alle vuote attestazioni di forme che tengono su le relazioni sociali. Evita accuratamente di dire qualche parola che faccia credere all’Altro di far parte comune con loro. L’aciutta direziione dei gesti di raoul portano a evidenziare proprio quanto vuoto’ , quanta finzione c’è nelle relazioni sociali

[17] Riassumendo, perché la società democratica o la famiglia abbiano possibilità di funzionare, perché la struttura simbolica ‘finta’ davvero abbia la possibilità di affrontare in modo efficace (evoluzionistico) il Divenire, è necessario prendere atto che esse funzionano sulla base di regole simboliche e che agire nella società significa assumere delle funzioni, dei ruoli, che non corrispondono minimamente alla possibile sostanza delle nostre presunte identità. Le ‘convenzioni’ (i vincoli) vanno quindi non rifiutati e basta ma accettati come ‘finzioni’,  e metterle quindi in pratica ‘ironicamente’ (per dirla con le parole della tradizione greca classica e della filosofia di Hegel), ovvero con la distanza passionale che deriva dalla consapevolezza cognitiva. Passare dall’equivoco di pensare di ‘essere’ qualcosa (insegnate, padre, ecc.) alla constatazione del ‘fare’ qualcosa. E di intrepretare la funzione assunto come se ci si trovasse in un play e non in un game

[18] Il neoliberismo vede la democrazia come un oggettivo impedimento alla realizzazione della totale deregulation: ma attesta di continuo (gesto vuoto) la sua fede nella democrazia (utile pubblico), perché la percepisce come contenitore adatto alla realizzazione del suo Codice Simbolico (utile privato), come scatola vuota da riempire con i suoi precetti di consumo. La affermazione esplicita della liberta ‘democratica’ ( diritti  e doveri) , la gestione implicita di quella liberta per consentire  la ‘libertà mercantile’ (dovere di acquisto, consumo).

[19] Non bisogna ‘credere’ troppo a quello che si fa. Non è casuale che la parola ‘fede’ ricorra costantemente nelle pratiche di comunità di tutti i tipi, a partire dagli ultras di calcio, che evitano accuratamente di accettare lo iato tra le parole e le cose, e si formano proprio attraverso il gesto vuoto della ipotetica pienezza data dalla total rinuncia alla libertà di scelta. Sono chiamati fan anche i ‘fanatici’ di qualche personaggio, di qualche pratica, a sottolineare proprio questa fissazi Ad esempio, ampio è al momento il desiderio di prodotti ‘puliti’, meno inquinanti, di prodotti che consentano la felicità ecc. e andiamo al mercato con la pretesa di imporre questi prodotti: la carta invece della plastica… ma il vero gesto pieno sarebbe semplicemente spostare il focus dal tipo di consumo al consumo in quanto tale. Il tipo di consumo non è altro che una fantasia interna al codice simbolico (Mercato), il non consumo una fantasia esterna al mercato.

E in una relazione amorosa, occorre spostare il focus dai consumi di mercato (gesti eleganti…) che nascondano il conflitto, alla volontà di accettare il conflitto e di gestirlo in modo ‘pieno’

one che nega la falsità delle regole a cui si attengono.

[20]

[21] L’amore per gli animali: cresce tanto quanto l’insofferenza per gli altri uomini: infatti gli animali non possono parlare econfermano sempre le attese dei loro padroni. La ricerca della campagna, della montagna, del deserto: varianti postnoderne del mito classico del locus amoenus: più alzo recinti più evito afgli altri di rompermi le scatole. Ma spessissimo sono proprio questi difensori estremi della Quiete, della Meditazione (che belle parole) a mostrare indignazione verso quegli stati che alzano muri per difendere la propria quiete (La siepe di Pascoli!!!)

[22] I Padri de Il Nastro bianco mostrano lo stesso consapevole cinismo di fondo: sanno di essere costretti a rinunciare a una parte consistente delle passioni per poter in qualche modo adeguarsi al reale, al duro reale, per poter in qualche modo avere davanti agli occhi non l’asimmetria del Divenire, ma  un Mondo, in cui ogni cosa è assegnata per sempre ad un posto, senza rischi. l’ordine asimmetrico del divenire

[23] La relazione parentale o amicale crea una differenza dal punto di vista delle emozioni. Si prova sim – patia, ci si sente prossimi a chi si prende cura di me, a chi avverto come differente rispetto al resto del gruppo proprio per lo specifico contatto e sostegno. Io mi sento riconoscente verso il Tu che mi dà “cura”. È un atteggiamento non altruistico ma ‘strategico’: voglio che stia bene chi, lo so, mi può aiutare a risolvere i miei problemi di sopravvivenza e di prevalenza.

[24] Arrivo col tempo a vedere, come in uno specchio, nel Tu con cui mi relaziono un eguale, uno uguale a me per problemi e passioni. La differenza che prima era riservata per la relazione parentale acquista una valenza trascendente, nel senso che riconosco anche agli altri membri del gruppo le stesse caratteristiche che mi riconosco come uomo, come degno di cura e affetto. La relazione a questo punto diventa ‘morale’ nel senso stretto, cioè motivata non da un vantaggio da ricavare bensì da una rappresentazione delle relazioni umane in termini di equità e giustizia comune.

[25] A questo punto il singolo si trova nella possibilità, all’interno del gruppo, di poter scegliere tra le due vie sopraindicate, quella strategica (dell’Utile, dell’Efficienza) e quella morale (dell’Equità). Relazionarsi con gli altri secondo il modo A o B di fatto costringe il singolo individuo a fare i conti con la propria Coscienza, a decidere appunto quale scegliere. Tradotto nel linguaggio della nostra contemporaneità: Privato o Pubblico? Individuo o Stato?

[26] Sulla base di quanto suggerisce Lacan, la distinzione tra Etica e Morale può essere operata tenendo conto dei differenti Limiti di riferimento: nel caso dell’Etica l’Io si rapporta con un principio Astratto che faccia da guida sempre, in assoluto cioè, al di là del variare delle situazioni (la Bibbia, il libretto Rosso di Mao, una squadra di calcio…); nel caso della la Morale invece, l’IO si rapporta  con l’Altro, ovvero le differenti forme con cui l’Altro si presenta al variare delle situazioni particolari. Nel primo caso si limita a ripetere la stessa scelta, il protocollo di base, nel secondo caso è investito ogni volta della responsabilità di decidere cosa sia il Bene e cosa sia il Male. Nel primo caso la constantia, nel secondo la duttilità. Nel primo caso il protocollo, nel secondo il problem posing.

[27] La Situazione non è mai ontologicamente oggettiva ma sempre ontologicamente soggettiva.

[28] La genete comune non vuole ampliare troppo il territorio cognitivo su cui esercitare riflessioni. Bastano performance emotive quotidiane ad evitare la complicazione: la beneficenza è la spia di questa dimensione profonda dell’inconscio cognitivo: fare qualcosa, fare regali, esime definitivamente dal prendersi cura dei problemi. Emozioni sì, riflessioni no. Figure e non Sfondo insomma, superficie e non sostanza.

[29] Lo sfondo è  – per defualt che la relazione fondamentale Padre / Figlio sia ppunto uno scambio: non contano i contenuti ma appunto lo stare in relazione. In effetti conta l’intenzionalità, che nasce dalla cognizione che trasforma le passioni tristi in passioni gioiose, o almeno in scelte moralmente responsabili (come accettare quel che non si può evitare dalla realtà/ mondo / Dio, come dice Spinoza).

[30] il nostro corpo e la nostra mente sono spersi nell’immensità della materia e delle altre menti degli uomini, e quindi non possiamo pensare di dominarle

[31] Spinoza fa a questo riguardo un esempio molto chiaro: un bambino è certamente più dipendente dalle cause esterne, meno autonomo, per il complesso dei suoi bisogni, rispetto a un adulto. Però crescendo aumenta la capacità di autogovernarsi: vengono abbandonate le fantasie tipiche dell’infanzia, si diventa più razionali.

[32] Così come nell’apprendimento di una lingua, secondo i vecchi metodi pedagogici, si passa dallo studio delle regole generali alla loro applicazione a casi particolari, così, nel caso dell’amore intellettuale, presupponendo conoscenze universali, io posso creare delle leggi individuali, per quanto il termine possa sembrare paradossale. In Spinoza non c’è una concezione statica della natura umana, così come della natura in generale o di Dio: tutte le cose sono sottoposte a cambiamenti

[33] In Spinoza non c’è una concezione statica della natura umana, così come della natura in generale o di Dio: tutte le cose sono sottoposte a cambiamenti. In questo senso il problema spinoziano non è solo l’autoconservazione, come era per esempio in Hobbes, ma è quello dell’autoespansione:

[34] Bodei

  • [35] Raggiungere i gradi della razionalità o i gradi dell’amore intellettuale per Spinoza significa allora abbandonare la filosofia della coscienza quale è nata in epoca moderna con Cartesio, cioè l’idea che io capisco le cose perché queste cose sono evidenti a un Je, a un Io che ne accetta il valore. Dal punto di vista di Spinoza il soggetto non è più l’Io ma il Noi, cioè il genere umano più in generale, o quel tipo di comunità di uomini capaci di intelligenza, i quali si rendono conto che il loro spazio di movimento dipende dalla capacità di intervenire sul mondo, utilizzando le situazioni per modificarle. In apertura al Trattato teologico-politico Spinoza afferma per esempio che è inutile fare prediche agli uomini dicendo “siate più razionali”. Se essi sono sottoposti alla ruota della fortuna, dipendono dal caso, dalla miseria, dalle passioni generate dall’odio, non saranno mai razionali, saranno, piuttosto, superstiziosi e quindi vivranno nel mondo dell’immaginazione e delle passioni. È la loro vita insicura a renderli refrattari alla razionalità. Se si vuole portare gli uomini a essere più autonomi, capaci di guidare la propria esistenza – dice Spinoza -, bisogna agire diversamente: non si tratta di convincersi in maniera volontaristica, ma bisogna cambiare le condizioni, rendere la vita più sicura.

[36] Per Searle è “la coscienza in quanto fenomeno biologico causato da processi chimici tra neuroni a rendere possibile … lo sviluppo della realtà umana e a costituire di conseguenza l’elemento fondamentale che unisce la realtà umana con la realtà di base quali parti di un’unica realtà”. La realtà di base è costituita da fenomeni come le molecole, le montagne e le lacche tettoniche, quella umana da fenomeni come la coscienza, l’intenzionalità, la  razionalità, l’ etica., l’estetica, la capacità di compiere atti linguistici, nonché oggetti simbolici come le regole, i presidenti, le monete, le università, il matrimonio ecc. (si pensi all’animal symbolicum di cui parla Cassirer)


 [BN1]On è parte della natura (orgsnica)

 [bn2]

 [bn3]

VATEL : ovvero le strade possibili dell’homo faber.

Film di Roland Joffè, 2000, Francia

L’EVENTO

Lettera di madame de Savigny, Parigi, domenica 26 aprile

È domenica 26 aprile: questa lettera partirà solo mercoledì; ma non è una lettera, è un resoconto che mi ha appena fatto Moreuil, per mandarvela, di ciò che è accaduto a Chantilly, riguardante Vatel.

Vi scrissi venerdì che si era pugnalato; ecco la vicenda in dettaglio.

 Il re arrivò giovedì sera; la caccia, le lanterne, il chiaro di luna, la passeggiata, la merenda in un luogo tappezzato di giunchiglie, tutto a meraviglia. Cenarono, vi furono alcune tavole su cui mancò l’arrosto, a causa di parecchi commensali inattesi. Questo colpì Vatel; disse ripetutamente: “Ho perduto l’onore; è una vergogna che non sopporterò”. Disse a Gourville: “Mi gira la testa, sono dodici notti che non dormo; aiutatemi a dare ordini”. Gourville lo aiutò quanto poté.

 Quell’arrosto mancato, non alla tavola del re, ma agli ultimi commensali, gli tornava sempre in mente. Gourville lo disse al Signor Principe. Il Signor Principe andò fino in camera sua e gli disse: “Vatel, va tutto bene; niente era così bello come la cena del re”. Gli rispose: “Monsignore, la vostra bontà è il colpo di grazia; so che l’arrosto è mancato a due tavole”. “Niente affatto, ” disse il Signor Principe, “non preoccupatevi, va tutto bene”.

Viene mezzanotte: il fuoco d’artificio non riesce, coperto da una nuvola, costava sedicimila franchi. Alle quattro del mattino Vatel se ne va dappertutto, trova tutti addormentati, incontra un piccolo fornitore che gli portava soltanto due carichi di pesce di mare fresco; gli chiese: “E tutto qui?”. Gli rispose: “Sì, signore”. Non sapeva che Vatel aveva mandato a tutti i porti di mare. Aspetta un po’; gli altri fornitori non arrivano; la testa gli si scalda, crede che non avrà più altro pesce; trova Gourville e gli dice: “ Signore, non sopravviverò a quest’onta. Ho un onore e una reputazione da perdere”.

Gourville lo prende in giro, Vatel sale nella sua stanza, mette la sua spada contro la porta e se la passa attraverso il cuore, ma fu solo al terzo colpo, perché se ne diede due che non erano mortali, che cadde morto. Intanto il pesce arriva da tutte le parti: cercano Vatel per distribuirlo, vanno alla sua stanza, bussano, sfondano la porta, lo trovano annegato nel suo sangue; corrono dal Signor Principe, che ne fu desolato.

Il Signor Duca20 pianse; era su Vatel che s’imperniava tutto il suo viaggio in Borgogna. Il Signor Principe lo disse al re con grande tristezza; dissero che era un modo di rispettare il proprio onore alla sua maniera; lo lodarono molto, lodarono e biasimarono il suo coraggio. Il re disse che erano cinque anni che ritardava la venuta a Chantilly, perché comprendeva l’eccesso di disturbo. Disse al Principe che doveva preparare solo due tavole, e non farsi carico affatto di tutto il resto. Giurò che non avrebbe più tollerato che il Principe si regolasse così; ma era troppo tardi per il povero Vatel.

IL FILM

Con questo racconto Joffe discute sul capitalismo.

1

La scena in primo piano è  quella del suicidio di un uomo del 1600: ma il senso di quel suicidio è nella cornice entro cui matura,la società francese del XVi secolo,caratterizzata dalla logica moderna dello stato assoluto e del mercato[1]. Ovvero,nella carne del film, la corte di Luigi XIV e l’intrapresa del borghese:

  • la rete delle figure che animano la scena della corte in movimento è la raffigurazione per immagini delle logiche di dominio e di impersonalità che l’assolutismo immettono nelle relazioni sociali,dando forme di ‘bienseance’ e ‘sociabilitè’ alla brutalità della violenza del potere illimitato della politica;
  • invece Vatel,il personaggio Vatel, è la raffigurazione della complessa dinamica antropologica che sostiene l’affermazione della borghesia.

Egli è infatti

–  sia il prototipo del conflitto in atto negli uomini ‘moderni’, proiettati sì verso un  processo di ‘individuazione’ – non solo psicologica ma anche culturale e sociale-, ma anche  soggetti al  ferreo processo di  ‘reificazione’ della persona che si attua in Europa a partire dall’avvento delle logiche della modernità;

 – sia esemplificazione dell’aporia cui porta questo ‘doppio codice’ di ‘liberazione’ e di ‘razionalizzazione’:il suo suicidio è esempio di uno dei possibili esiti di questa aporia (il rifiuto di questo processo di ‘cosificazione’ della persona è una totalizzante nullificazione dell’esistente).l’altro implicito è ll totale asservimento alla logica della ‘realtà’.

Più analiticamente si può osservare in effetti che la cosiddetta società moderna espone alle sue origini -nello schema brutale ed essenziale della monarchia assoluta-  la logica che sta al  fondo del processo di laicizzazione e di modernizzazione in atto nell’Europa del tempo (e che ancora oggi riemerge nella globalizzazione neoliberista): il singolo individuo è solo uno strumento, che va ‘usato’ per realizzare migliorie del sistema generale,qui ed ora. Conta la ‘ratio’ dell’ ‘umanità’ (con i suoi scopi immanenti) non quella dell’uomo singolo concreto.

La razionalità laica (moderna) ha ben chiaro il fatto che la qualità di un sistema (di qualunque sistema) – quello che normalmente chiamiamo ‘ordine’ o ‘armonia’ – dipende non dalle caratteristiche specifiche dei singoli elementi del sistema ma dalla qualità delle relazioni che questi elementi intrattengono tra loro (dalla loro ‘messa – in –forma): non è che queste idee siano nuove, solo che fin allora,in effetti, questo ragionamento era stato applicato solo alle astratte perfezioni della geometria e delle arti, mentre adesso – a partire dal secolo XV – lo si estende al mondo delle cose, all’immanente. Non ci si accontenta più di intuirlo nella dimensione ideale del trascendente, ma lo si applica – lo si comincia ad applicare – al mondo concreto delle cose che accadono e variano, cioè all’ im – perfezione del ‘divenire’,visto ormai come il vero campo d’azione dell’homo faber, in modo da avvicinarlo alla perfezione dell’ ‘essere’ (l’ ‘ordine’ appunto).

E così le società europee dell’epoca cominciano a voler somigliare – sotto la spinta di indagini e riforme,se non rivoluzioni – al ‘mondo delle idee’,a tracciare disegni di utopia: l’effetto inevitabile è che le ‘cose’ che cambiano (in particolare le persone –umane) cominciano ad essere considerate non nella loro peculiare ‘differenza’ ma nella loro ‘categorialità’, non certo come ‘fini’ (nonostante l’umanesimo di facciata) ma come ‘mezzi’. Né più né meno di quel che succedeva nelle società premoderne,in cui il singolo era solo chiamato a ripetere copioni già dati: ma adesso c’è una consapevolezza di rappresentazione,una chiarezza di intenti e un cinismo d’azione che non lasciano più spazio a equivoci e sentimenti. Il singolo è sempre e solo subordinato al tutto della società,a partire dai ceti privilegiati :si pensi al trattamento che luigi XIV  riserva ai nobili a Versailles, e che ben viene mostrato dalle apparentemente capricciose situazioni messe in scena nel film di Joffe[2]. È vero che a livello di intellettuali si parlerà sempre più di felicità come diritto umano da realizzare qui in terra e non in cielo; ma di fatto presto si evidenzia l’aporia di fronte a cui ci si trova. questo diritto si riferisce al singolo o al sistema?alla persona concreta o al popolo, alla nazione,alla società,alla gente? A entità concrete o a categorie che per essere sovra insiemi di rappresentanti differenti non possono non trascurare le differenze a favore delle equivalenze?

 E in effetti uno stato moderno (nella sua laica consapevolezza che l’ordine sociale è affar di uomini e non di dei) dev’essere ab – solutus,libero cioè da vincoli che non siano quelli dell’interesse generale per realizzare qui e ora una qualche forma di ordine politico utile a far progredire il benessere della popolazione: la ‘ragion di stato’, per l’appunto, locuzione che non dice lo stesso del termine greco koinòn o di quello latino di res publica,in quanto riposa sulla distinzione tra la struttura che ‘razionalizza’ (lo stato,il paese legale) e il resto della comunità (il paese reale)e riposa sulla logica ferrea del logos progettuale e sull’arroganza illimitata del razionalismo alla cartesio. Le parti sono sempre in funzione del tutto;le variabili sono subordinate alle invarianti,le persone sono ‘cose’,cioè oggetti valutati come equivalenti,quindi sostituibili l’una all’altra. Il ‘popolo’ è fatto di ‘individui’ uguali,soggetti alle stesse leggi,senza tener conto di differenze

Entro questo quadro (di mentalità e di azioni) il singolo individuo, che ricorre alla stessa logica della progettazione razionale,dell’arroganza intellettuale dell’artifex capace di plasmare il mondo a sua volontà (ovvero di dare forma e diritto alla sua differenza), scopre anche che il suo personale progetto di differenza (il suo diritto alla diversità) si scontra con il progetto razionalizzante (di ordine) del potere, che appunto gli sottrae le sue ‘libertà, considerandolo con i criteri dell’equivalenza (per cui un singolo vale l’altro) e non dell’ambivalenza (per cui ognuno per quanto simile è comunque diverso dall’altro).

2.

“- François Vatel: Madame… madame… madame per piacere… Vi sentite male, madame? Fatevi preparare un infuso con questo… vi darà ristoro!
– Anne de Montausier: Volevo che il vento smettesse di soffiare… L’ho fatto smettere!
– François Vatel: Penso che sia stato Dio…
– Anne de Montausier: Allora forse Dio ha inviato me. È così importante tutto questo?
– François Vatel: Non è da tutti compiacere un Re, madame!
– Anne de Montausier: Compiacere un Re non è difficile, è di nessuna importanza
– François Vatel: Come maestro delle cerimonie io ho il potere di salvare il casato del principe di Condè
– Anne de Montausier: E quale sarebbe questo potere!
– François Vatel: Creare, stupire…”

Questo dialogo dimostra come Joffe ‘mette – in – forma’ a livello di pathos quel che avviene ai due livelli:

. da un lato una rappresentante della corte ,disincanta ormai – c’è già stata la Fronda – e rassegnata malinconicamente ad un ‘dover essere’ senza vie d’uscita[3];

. dall’altro un borghese artifex,un ‘esperto’,anzi un intellettuale di tipo rinascimentale che mescola le idee (contemplazione)alla vita attiva (azione); osserva studia sperimenta innova e conquista il controllo della complessità,vuole controllare la complessità,arrivando a immaginare la conquista del ‘potere’.

 Nel linguaggio del tempo Vatel è un Maestro di Cerimonie: appunto un Magister (uno che occupa un posizione avanzata rispetto agli altri membri della comunità; cfe.etimo di ‘magis’) nelle Cerimonie (che,a partire dalla cultura rinascimentale, sono le ‘forme’ che una società,un gruppo,un singolo deve acquisire per poter approdare alla consorteria dell’humanitas). Nel linguaggio contemporaneo è un ingegnere dei sistemi complessi,specializzato da una parte nell’individuare entro la liquidità apparente degli eventi il suo ordine implicito (la ratio),dall’altra nel progettare e nel realizzare procedure e strutture adeguate a trasformare un ‘desiderio’ umano in concretezza effettuale,in struttura efficiente.

Se questa è la sua funzione sociale,da cui si aspetta di aver riconoscimento e onore,dal punto di vista psicologico Vatel è il prototipo del borghese a cui ‘piace’ impegnarsi in queste imprese come mezzo di autorealizzazione: non agisce tanto per soddisfare il  padrone (Condè) ma perché vive la situazione in termini di  sfida, nel senso che per lui un problema complesso e difficile da risolvere è il kairòs che gli consente di mettere alla prova la propria capacità di elevarsi, di superare il limite che fin allora lo ha costretto. E’l’orgoglio (smisurato) che spinge ad agire l’uomo che confida nelle sue forze – sensoriali e intellettuali[4] – per poter vincere la complessità della situazione, per poter dare ordine al disordine[5]. E con questa fiducia affronta serenamente gli inconvenienti[6]: la sua superiorità è proprio in questo sapere che ci sono e ci saranno sempre inconvenienti rispetto al progetto elaborato,ma anche che ci sono sempre nella sua mente vie alternative di fuga,vie nuove che metteranno comunque in ordine la situazione. Il borghese non si arrende alla tradizione:cerca e trova soluzioni ‘nuove’ (ecco il significato della parola ‘modernità’!).

E  questa fiducia in sé,questa  competenza nella ‘razionalizzazione’ lo portano davvero in cima alla società: entra a far parte del mondo dei privilegiati Nobiltà, Clero), partecipando da protagonista alle loro Cerimonie e Feste. Insomma è una vita da ‘vincente’, come si direbbe oggi. Al punto che immagina di poter davvero ambire al ‘potere’ proprio dell’umano (dell’homo faber), cioè quello di ‘creare,stupire’ e così condizionare la storia. In concreto pensa che se riesce a modificare l’atteggiamento di Luigi verso Condè, a fargli dimenticare i torti subiti, ebbene è lui, non il nobile principe, a ‘fare la storia’[7]

Ma proprio questa ‘differenza’ raggiunta lo porta a scoprire in modo imprevedibile – nel momento di maggior successo – la logica desertificante e spersonalizzante che è sottesa a tutto il sistema della modernità. All’inizio,quando comincia la sfida, vive tutta la situazione nella dimensione adrenalinica dell’ ‘impresa’[8],della soddisfazione dell’autorealizzazione,senza percepire che lo stress che gli dà adrenalina (“non dormi da due settimane”, “sono pieno di ansia”) deriva non da un progetto di propria scelta,ma dalla richiesta ricattatoria del suo ‘datore’ di lavoro (Condè organizza la festa per poter uscire da una situazione finanziaria difficilissima):o forse lo capisce,ma si dà generosamente ad aiutare un padrone che vede come un amico in difficoltà. Ma quando ormai l’impresa volge felicemente al termine e il re,ammirato della sua efficienza, lo chiede a Condè come ‘tecnico’ necessario per realizzare al meglio le sue feste  a Versailles,scopre chel entro questo mondo egli  viene valutato non come ‘persona’ (un essere con le sue specifiche  qualità di affetti, amicizia,orgoglio nel lavoro, progetti personali) ma solo come ‘strumento utile’: è sì un bravo ’ Maestro di cerimonie’, ma vale per l’appunto solo in quanto Maestro di Cerimonie, per la sua funzione appunto di ingranaggio necessario per far funzionare la ‘macchina Versailles. Una ‘cosa’ inerte,un pacchetto di ‘competenze’ speciali (per usare il linguaggio contemporaneo) da spostare in rapporto all’utilità del sistema, senza tener conto appunto della ‘differenza’ –delle volontà – del singolo che dispone di queste competenze.[9]

Detto col linguaggio marxiano si rende conto di aver subito un processo di ‘alienazione’: non è un Soggetto, ma  un Oggetto dotato di valore non di ‘scambio’ (scambio che richiede un confronto tra soggetti autonomi,che discutono sulla base delle proprie specifiche necessità e aspettative) ma solo di ‘uso’.una volta immerso nel sistema moderno del mercato,l’individuo cessa di essere tale (con le sue differenze e ambiguità) per diventare ‘cosa’ che vale proprio per la sua indifferenziata ‘equivalenza’ categoriale.

Questo aspetto della reificazione è replicato nel film,come già accennato, nella figura di M.de Montaussier:

  • da un lato è una persona dotata di una sensibilità sottile (reagisce con sguardi e pause alla vista di incidenti a danno della gente sottoposta alle prepotenze ciniche dei privilegiati) e di sentimenti personali  (esprime una passione discreta ma decisa verso la persona di V. di cui sembra essere l’unica a riconoscere l’umanità e non solo la tecnicità asservita);
  • ma anche lei è ‘preda’ del sistema,anche lei è ‘cosificata’: è sì parte dell’ordine privilegiato, ma subisce la volontà del Re come un oggetto inanimato. Non ha possibilità di fare scelta quando il Re le chiede di passare la notte con lui: deve solo eseguire quel che sembra un elegante invito (bere una cioccolata calda[10]) ma di fatto una ‘funzione’ – cioè fare l’interesse del sistema generale (identificato nella persona materiale del Re:per mantenere l’ordine,il singolo a qualunque livello deve smettere di essere persona dotata di volontà, per diventare strumento). “Compiacere un Re non è difficile, è di nessuna importanza”:non fa differenza per una che è abituata a eseguire ‘regole’, a spersonalizzarsi nella rete della sociabilitè, della politesse. Lei ancor prima di V. ha conosciuto il processo di spersonalizzazione che domina le relazioni sociali all’interno del ‘bel mondo’: come nel mercato si scambiano merci per il loro valore d’uso in termini di equivalenza,così in questa corte le persone sono facilmente intercambiabili come una tazza di cioccolata[11]. A Versailles non esistono persone ma solo ‘funzioni’ ingranaggi’ appunto che valgono solo se fanno ‘funzionare’ la struttura, se si integrano nella ‘ratio’ della struttura: allo stesso modo nello stato assoluto c’è un centro ab – solutus che decide ogni cosa  e la piramide razionale della burocrazia che ‘esegue’.

Entro questo quadro di spersonalizzazione, la figura di Monsieur – nella sua espressionistica pratica della dismisura,dell’artificio,della trasgressione, del falso – contribuisce a evidenziare criticamente uno dei possibili effetti di questa disumanizzazione: contro il gelo delle passioni,contro l’imposizione della normalizzazione, si leva la difesa provocatoria della diversità, sia sessuale, sia di stile. Il carnevale,l’eccesso,la distruzione – l’ambiguità – sono le vie di fuga dall’alienazione dell’ ‘equivalenza’. Quel che i filosofi libertini del XVI secoli vanno rivendicando nelle pratiche ascetiche della ricerca e dell’etica,M. va cercando nella vita attiva, nel qui e ora, nel mondo dei sensi: anche lui persegue  l’Assoluto della Libertà,la Perfezione della autorealizzazione, la Felicità come vera e propria Utopia,in parallelo al progetto di V:

  • questi pensa alla autorealizzazione come identità economica culturale e sociale (in una impossibile risposta alla domanda ‘chi sono?), in forma di ‘progetto’
  • quello alla soddisfazione perenne del desiderio (cerca l’infinito della jouissance illimitatata in  esperienze contingenti e perciò  limitate)[12], nella performance.

Entrambi conoscono gli ostacoli sia nelle azioni umane sia nella casualità degli eventi. Anche qui, nella persona di M., pur ” privilegiato “, è già inscritta la ‘disperazione’,la sfiducia metafisica nel risultato di questa ricerca:se in V. vige ancora l’illusione che i suoi sforzi riusciranno bene nel momento in cui anche gli altri uomini collaborano, in M. (fratello del Re) c’è l’assoluta consapevolezza che tutto finisce nel Nulla, che tutto è un Gioco.

E c’è comunque un momento in cui le due esperienze apparentemente così diverse si riconoscono e si appoggiano e si sostengono: alle richieste pressanti di M. (che pretende secondo le logiche della sopraffazione vigenti tra gli aristocratici rispetto ai ceti inferiori) V. reagisce con l’abilità propria della società delle buone maniere, cioè attraverso l’uso accorto di codici di ‘politesse’ e di ‘esprit de finesse’. La parola consente la sublimazione della sfida su un terreno comune,quello della riflessione filosofica della consapevolezza del ‘vuoto’ a cui l’uomo (barocco) sa di dover rispondere (il sublime):e si crea una complicità fattiva a danno dei cinici possessori del senso di realtà,arresi alla logica dell’adeguamento,dell’accettazione delle cose come sono,alla passiva assenza di resistenza e ricerca.

La  figura che contribuisce a far diventare carne e passione queste parole di condanna a carico dell’assolutismo e del capitalismo è il marchese di Lauzun.. Con il suo sprezzante cinismo rappresenta in modo enfatico la spersonalizzazione che domina le relazioni sociali e politiche all’interno della modernità: è chiaro che il centro ‘ideologico’ di tutto il Sistema Sociale nel film è il Re Luigi, ma la sua figura è proposta con le tipiche apparenze della ‘garbatezza’ della ‘politesse’ della socialibilitè: il Sovrano è ‘sopra gli altri’ nei fatti anche in modo violento, ma si mette in scena secondo il copione dell’ armonia, del senso del limite: così che nelle parole appare amabile e discreto addirittura. Invece la ‘caricatura’ della figura di Lauzun in termini di ‘cattiveria’ propone un topos specifico di ogni struttura sociale di potere: l’esecutore, la spalla,in quanto strumento ‘ puro’, in quanto lontano dalla problematicità e dalla consapevolezza della cornice che dà senso anche a scelte dure e difficili da condividere, si limita a ‘ripetere’ gesti e parole nella loro asciutta assenza di ambivalenza. Gesti che somigliano a pulsioni. Non desideri (che richiedono tempi ) ma spinte ‘naturali’ di das Ding (immediatezza).

Il risultato dell’irrompere continuo di questa figura sulla scena delle vaie forme di armonia progettate e realizzate dalla corte e da V. è che anche lo spettatore coglie con facilità come l’eleganza ‘teatrale’ del Potere è sempre sostenuta da un rigido ‘osceno’ ricorso alla Violenza,in tutte le sue forme ‘civilizzate[13]

3

L’Analisi

Ebbene il protagonista del film di Joffe, Vatel, è appunto un borghese ‘esperto’ nel campo della razionalizzazione,ma non entro l’ambito della scienza o della tecnica tradizionalmente intesa,bensì in quello delle relazioni sociali. Vatel è infatti un maestro di cerimonie,figura che si afferma appunto nella modernità al posto degli antichi chierici che –nella cultura sacrale – detenevano e custodivano gelosamente le specifiche ‘competenze’ necessarie per gestire i ‘riti’ (appunto le cerimonie): egli è quello che oggi viene probabilmente chiamato col termine di ‘organizzatore di eventi’ (event planner,stage manager) e che viene ‘formato’ in appropriati corsi nelle facoltà di scienze della comunicazione o in master di management.

Vatel di fatto nel film è presentato come un ‘master’,un maestro: questa era in effetti la denominazione tipica delle società basso medievali per indicare l’artigiano’ che emergeva tra gli altri per la sua bravura.[14] È un capo, che ha la responsabilità affidatagli dal suo datore di lavoro (il principe di Condè),di organizzare un evento irripetibile,la permanenza di tre giorni del Re Sole nel castello di Condè.

L’aristocratico, che nella società medievale esercita il suo potere – in genere privilegi concessi dal re – in totale autonomia, qui si rende conto che è ormai uno specialista[15] (un soldato,un bravo soldato certo ma solo un soldato) e che in attività sociali diverse dalla guerra  occorre un altro ‘specialista’, inevitabilmente diremmo noi un tecnico,inevitabilmente un borghese del terzo stato (di quelli che una volta si distinguevano per essere gli unici a ‘lavorare’,fino ad essere chiamati ‘laboratores’). Insomma un manager, per dirla con il linguaggio liberista.

Un maestro di cerimonie è un ingegnere gestionale,ma anche un architetto,uno sceneggiatore,uno chef,un regista teatrale. È un supervisore che progetta una serie di attività e assegna a vari  specialisti i vari ambiti di competenza: ma è comunque ancora ,diremmo oggi, capace di interdisciplinarità o transdisciplinarità.

Ma vediamo come queste idee astratte sorreggono le scelte formali del regista.

L’INIZIO

I DATI

a

Lo sfondo – La cornice

Una voce: è come lo ‘spirito’,staccato da un corpo. È l’io penso cartesiano messo – in – scena:puro suono,puro pensiero,lontano dalla res extensa

Poi un soffitto di palazzo ricco,anzi una lunetta,e con movimento dall’alto verso il basso,un’ inquadratura di dettagli, a pezzi, di oggetti da scrivania. [16]infine un foglio di carta e una penna che scrive una lettera. È il potere che emana ordini,attraverso la parvenza del ‘politicamente corretto’ eloquio della sprezzatura.

Esterno: movimento macchina dall’alto verso il basso: cielo azzurro grigio . sullo sfondo a sinistra,dal basso  l’angolo grigio ferro di un palazzo secentesco,con tetto aguzzo e cornicione classicheggiante; primo piano al centro di un’erma  e,a destra, di una cupola coronata,con protiro chiaro. Il potere qui comincia a mostrare le sue icone:dietro un cancello lanceolato, la distanza del Palazzo (pasolinianamente simbolo della politica),a cui si affianca una galleria,simile ad un arco di trionfo,con le  forme barocche della cupola a più curve)e una testa di Minerva che rappresenta la razionalità ‘pratica’, tecnica,che si distanzia di  fatto dalla dichiarazione di logos apollineo implicito nei movimenti di macchina.

b

Primo piano, la Figura

La prima immagine che riguarda V. direttamente ritrae mani che si lavano, la seconda la parte inferiore del corpo:corpo pesante,piedi per terra, appunto.

Ma lo sfondo che arricchisce di senso queste immagini è costituto da una piccola serie di oggetti / cose,cioè dettagli della stanza in cui vive V., oggetti che ‘sono’ segni dell’individualità che si chiama Vatel.

Uno specchio,in cui si riflette una parrucca su un manichino

Un bacile (entro cui delle mani si lavano)

Uno mano che raccoglie un rotolo (le carte del progetto)

Una chiave posata su un libro,un blocco /quaderno(macchine

Un pappagallo che prova a troncare la catena che lo lega al trespolo

L’INTERPRETAZIONE DEI DATI

  Azzardiamo sulla base dello sfondo che abbiamo precedentemente indicato la funzione di senso di queste scelte particolari nella sceneggiatura del film.

Le immagini del corpo isolano due elementi (le mani,i piedi) che insieme possono voler indicare che siamo davanti ad un uomo che da un lato opera (ma secondo la logica della ‘sottrazione’ e non della confusione, dello sporco. Le sue mani agiscono in modo pulito,in modo da creare una realtà senza opacità;si potrebbe pure ipotizzare che sia un ‘segno’ della ‘pulizia’ etica di questo uomo (mani pulite); dall’altro ha i piedi ben piantati per terra (ovvero è uno che guarda all’immanenza e non alla trascendenza).

Lo specchio e la parrucca ci propongono lo schema proprio del vivere sociale del Seicento:

  • nel ‘gran teatro del mondo’ ci si ‘mette – in – forma’, ci si costruisce una forma ‘bella’, consapevolmente diversa dal divenire del nostro essere.
  • nello spazio privato si è ‘autentici’,mentre nello spazio pubblico si assume una ‘maschera’ che crea ‘grazia’,superficie che comunica all’Altro un ‘ordine’ secondo un codice comune,un codice che crea la comunità,anzi la comunicazione.

Lo specchio è segno della inevitabile consapevolezza che l’identità ci mette a confronto con l’altro (Lacan),ovvero con l’Altro che è in noi stessi –prima di tutto. Vivere in società vuol dire insomma recitare,vuol dire assumere la consapevolezza della doppiezza della nostra identità:da un parte quel che siamo davvero (a noi sconosciuto,nonostante tutto),dall’altra l’immagine che appare (superficie appunto).

Naturalmente il fatto che la parrucca sia sul manichino ci assicura che il personaggio in questione è ‘autentico’ in questa scena,ovvero si muove secondo la sua ‘autentica’ qualità distintiva: sta solo nella sua camera,nessuno che guarda,libero di muoversi secondo il suo pathos.e gli oggetti presenti e lentamente inquadrati in dettaglio dalla camera stanno lì a sottolineare come in una ‘impresa’ rinascimentale le caratteristiche del personaggio in scena, le scelte (di acquisto, di espansione simbolica) che ne fanno un Soggetto consapevole di sè.

Le carte,il libro ci indicano allora che è un ‘intellettuale’:vive tra libri e carte, che sono indizi certi della pratica di pensieri analitici: insomma è uomo che non procede in modo ‘intuitivo’, secondo le procedure analogiche nelle situazioni concrete in cui funzionano i circuiti ‘paralleli’,ma secondo le procedure lente della ricerca e della riflessione, della scrittura, che dà forma alle cose fluide.

La chiave spostata:è metonimicamente un segno della capacità del libro di ‘aprire’ mondi,segreti,possiede la ‘chiave’, come si dice nell’enigmistica, per sciogliere le situazioni intricate.

L’orologio,in alto, sottolinea la dimensione laica del tempo borghese:una vita scandita dalla razionale suddivisione del tempo in rapporto alle categorie umane del lavoro,del mercato, dell’impresa, della ricerca, non a quelle naturali della luce e del buio. L’orologio è il segno più stringente della modernità che ‘mette – in – forma’ la natura,costringendola a stare ai suoi ‘ritmi’: è l’orologio (la divisione artificiosa del tempo) a determinare il cambiamento, il progresso. L’uomo con l’orologio è l’uomo che controlla il tempo,che ‘ fa la storia’ quindi.

Infine il pappagallo e la catena: certamente è l’icona tassiana del giardino di Armida con cui si sottolinea

  • da un lato la ‘meraviglia’ di un essere che si sottrae alle categorie della ratio umana (sorprende per il fatto che pur essendo uccello, invece di cinguettare ‘dice parole’);
  • dall ’altro l’ “impersonalità” di un essere / oggetto (il pappagallo appunto9 che se parla,di fatto lo fa solo in modo meccanico, ripetendo suoni senza essere padrone del significato. Suoni e non significanti, gesto e non intenzionalità: senza consapevolezza del senso di quei suoni.
  • È l’immagine dell’intellettuale moderno (l”esperto’) che si limita a muoversi entro campi noti,ripetendo cose antiche,e quindi (in epoca di controriforma) a sopravvivere sotto il controllo feroce del potere (catena).

La sequenza si conclude con un piano americano di V. tra due pappagalli e una finestra aperta che affaccia su un giardino all’italiana del castello: appunto una natura antropizzata dall’uomo a propria immagine e somiglianza,secondo i canoni dell’astratta razionalità . Viali,disegni di siepi geometriche,fontane: il locus amoenus. A cui si guarda…con desiderio.

È l’utopia (sociale,politica) che si fa immagine, che attraversa tutto l’immaginario della modernità europea: il locus amoenus è lo ‘stato ideale’ cui si punta,ma facile da riconoscere nella sua facile iconografia: acque correnti come ‘vita’; ombra (alberi..) come sicurezza e sollievo; poesia o canto per indicare l’ordine armonico e l’amore come trionfo dell’Altruismo. Ecco questa immagine sta ferma davanti al pensoso Vatel: dopo un po’ si risveglia dal sogno del futuro (pubblico,privato),apre la porta della stanza e si tuffa dentro la rete di relazioni e di attività che fervono nel Palazzo, cioè nel divenire.

Da un lato l’autentico’ dello spazio privato (una sorta di isola ) e dall’altro la confusione e conflittualità dello spazio pubblico:da un lato un intellettuale che pensa,dall’altro una massa di persone che ‘operano’, o nel senso banale del lavoro manuale o in quello conflittuale degli ordini,degli intereressi,aentro cui l’intellettuale si deve muovere fattivamente,deve risolvere problemi concreti, deve ‘agire’.

LA CORNICE (NUOVAMENTE)

E chi sa agire in modo lucido entro questo quadro (con ‘merito’) conquista ‘onore’ (come una volta i cavalieri in battaglia) e anche  il  potere. Ma il Potere politico,già in atto nella società, è presente FIGURATIVAMENTE nel film fin dall’inizio, come cornice determinante a indicare da subito allo spettatore attento la dinamica della società umana.

Basti ricordare quanto precedentemente sottolineato: ancor prima della scena della camera di V., c’è una sequenza dominata da  una voce senza volto, che dice parole in effetti scritte su una lettera, e infine firmata dal marchese di  Lauzun: il Potere è l’‘impersonale’ Logos che superalitat, che dall’alto impartisce regole desideri capricci imperativi. Un torchio per la chiusura finale del plico a sottolineare la durezza implacabile delle parole, che una volta ‘compresse dentro quel messaggio assumono una ‘forma’ di significato nuova, di ‘violenza’ appunto. Per contrasto, ancor prima della lettera appare ,come prima immagine dei titoli di testa del film, una lunetta di soffitto che ritrae una ninfa entro uno scenario fatato di natura felice:il locus amoenus, la grazia, l’ordine mitico che rappresenta la icona moderna (di ispirazione classica) dell’utopia,dell’ideale di quiete immanente da realizzare. lassù in alto la ‘scena’ ideale; quaggiù in basso l’atto’ del trasformare i suoni in atti di forza.

Il Potere dello Stato Moderno in fondo nasce appunto con questo compito: realizzare l’Ordine concreto anche contro le ‘Bellezze’ astratte dei singoli. E per realizzarlo il Potere si libera delle passioni, che distorcono dalla ‘ratio’ (linea dritta che porta al risultato),diventa  una ‘non persona’,ovvero è un sovrano che dimentica le regole ‘personali’ della trattatistica della tradizione (clemenza,moralità,pietà,compassione)per agire in modo impersonale e obliquo: la sua voce è quella della simulazione (buone maniere vs violenza)o della dissimulazione,è  parola scritta che emerge dalla occasione per farsi regola astratta: la burocrazia è carta, non violenza.

La violenza è certo presente ma nella retorica che sostituisce la dialettica, nel dire X per intendere Y: così le sequenze del film cominciano con l’immagine di un locus amoenus vero e proprio raffigurato nel soffitto, ma in contemporanea si sente la Voce del Padrone, le parole che svelano quanto sia disordinato il mondo reale, in cui emerge continuamente non la quiete ma il conflitto, non la simmetria ma l’asimmetria, non la giustizia, ma la sopraffazione.

Del resto fin da queste prime scene,tutte le riprese sono caratterizzate da una serie di angolature strane, di sghimbescio: è appunto la prospettiva secentesca della ‘meraviglia’ della stranezza, dell’anamorfosi, che nasce dalla consapevolezza che c’è distanza tra le parole e le cose, consapevolezza che impone la necessità di guardare in modo non codificato il dettaglio (il finito) per scoprire il mistero del senso del divenire. Vie trasversali per guardare, per sottolineare quindi una visione delle cose nuova appunto: le scarpe ad esempio..

LE SCENE FINALI

Il suicidio liberazione: nel regno ordinato di uno spazio privato (su cui regna la volontà del soggetto) V. installa il teatro della tavola imbandita riccamente (con piatti di pesce) prima del gesto finale. Il cibo è certamente  segno di ‘morte’ : è trasformare quel che è fuori di noi in quello che siamo, nel nostro corpo;mangiare comporta la morte dell’ altro,sempre.

Nel linguaggio della biologia contemporaneo è ‘neghentropia’,ovvero meccanismo di riproduzione d’ordine in via di estinzione. Ma la tavola imbandita è molto più che rispondere al puro bisogno di sopravvivenza,sopratutto tenendo conto del fatto che V. ha deciso di  morire: se mangia non è certo per bisogno; è solo un gesto di ‘stile’. Mors tua vita mea: Con stile, appunto, con la qualità aggiunta dei modi raffinati.Lo stesso stile che caratterizza il suicidio: spade!chiaro richiamo alla cultura del ‘cavaliere’ antico, alla sua etica dell’’onore’con possibile rinvio postmoderno all’ harakiri giapponese.

Nel film il gesto appare come una replica delle morti stoiche dell’epoca dell’Impero Romano,quando i sapienti non trovavano altra via per sottrarsi ad una situazione di insostenibile ‘servitù’. Il borghese V. imita i nobili della classicità,anticipando il gesto scandaloso dei romantici che danno spazio al furore delle passioni, all’eccesso del pathos per affermare l’intransigenza del loro ethos (l’onore da difendere) proprio attraverso il sacrificio, fino appunto al sacrificio di sé.

Il biglietto per la M. però suggerisce più realistiche e vitali vie di fuga:l’allontanamento dalla corte, la scelta dell’isolamento, la natura, la campagna e  il vino. in poche parole la scelta di contrapporre alla ‘ragion di stato’ la logica libertina dei ‘diritti civili’, della contrapposiizione del Privato al Pubblico.

È l’altra residuale utopia della tarda modernità: la new age del corpo riscoperto come strada maestra per lo spirito. la pratica dionisiaca  contro la rettilinea implacabilità del logos apollineo:la ricerca del senso della vita nei sapori mescolati di vite e ciliegi,piuttosto che nelle rigide categorizzazioni della polis. L’abbandono al dionisiaco corpo nietzschiano ,alla  con- fusione. Ma non è la soluzione di V.,che si sente incatenato all’ ordine dispotico di Luigi: è il suggerimento per Madame M.,per chi è in grado prima o poi di fare scelte e di costruirsi ‘libertà’ in spazi lontani dalla corte. Malinconia quindi,isolamento nei movimenti di M.che lascia le amiche e poi in carrozza,lentamente parte,verso un destino però ancora di ‘cosa’.

Infine l’ultima scena è semplicemente ,nuovamente una lettera e una voce che legge. La lettera: è vero è morto Vatel, ma nella macchina che è la società di corte (lo stato moderno) quando si rompe un ingranaggio, ci si limita a sostituirlo. L’importante, l’unica cosa che conta, è l’efficienza del Sistema: alla fine Vatel viene sostituito da Gourville e dopo le ritualità delle buone maniere tutto continua come prima. Vatel ha appena fatto in tempo a capire, nel film, che in quella / questa società domina l’ In – differenza,il principio di equivalenza, per cui a Vatel corrisponde esattamente Gourville, per quel che deve fare:la festa,il banchetto,la cerimonia,quello che oggi la mondanità chiama l’Evento, mostro hobbesiano che informa a sé tutto e tutti,che annulla i sentimenti e le differenze,in nome del proprio unico obbiettivo:il Successo.

IL CIBO

Presenza notevole ma non determinante nella storia: è il campo in cui si esercita il genio di V.,certo non come cuoco o chef, ma come organizzatore.

Frequenti sono le scene in cui appaiono cucine e cibi: banchetti e preparazione di banchetti. Da una parte i privilegiati, dall’altra la massa dei lavoratori. Da una parte chi si limita ad accumulare ‘sensazioni’ ed ‘emozioni’ (spettacoli per l’occhio, per l’orecchio,per il gusto e l’odorato),dall’altra chi lavora al fuoco,ai piatti, fino rimettersi la vita.

Anche questa scelta narrativa di Joffe,apparentemente banale, di fatto rinforza la struttura barocca del film ,che non si limita infatti ad accogliere stilemi del barocco (come le inquadrature sghembe,l’attenzione ossessiva ai piccoli dettagli,allo ‘strano’ modo di guardare le cose fuori di ogni regola prospettica unitaria) ma costruisce appunto la vicenda in modo ‘barocco’: c’è un centro ma la vicenda non procede linearmente verso la sua chiara evoluzione, bensì si aggrovigliano qua e là diramazioni,aggiunte, dettagli appunto, che finiscono per ‘complicare’ la scena:non c’è solo la vicenda di Vatel (e della sua attrazione per MJ ma tutta una serie di ‘storie’ meno tradizionali, meno ‘narrative’ che appaiono solo per poco,ad arricchire lo ‘spazio’ della vicenda,ovvero il ‘ quadro’, la cornice che renda senso alla vicenda principale.

Proprio la doppia scena del cibo è in questo senso esemplare: la tradizionale attenzione al cibo coincide con il momento del ‘mangiare’ dell’ingoiare. È appunto l’atto dell’animal che ingoia energia,in qualunque modo: e appunto le scene dei banchetti e degli spiluccamenti sono costruite con la tecnica dell’accumulo,della variazione continua della situazione. Nessuna specifica attenzione a questo o quel manicaretto:lo spettatore vede i tavoli imbanditi,vede le bocche che macinano,vede colori e sente suoni, vede scenografie ma il mangiare è appunto solo una delle componenti della ‘recita’ in atto. Certo la più importante sul piano antropologico (mangiare vuol dire sopravvivere), ma contornata da una ritualità che lo trasforma da atto animalesco ad atto umano: è potere che si mette in scena, il gran banchetto è il gran Re che trionfa sulla fame,sulla miseria. Come già accennato, è il mito della Cuccagna che diventa realtà. Il sopravvivere è diventato Stile: non il cosa è importante ma il come…La quantità, ovviamente ( la società di corte si avvia ad essere una società dell’accumulo, del capitale cioè nella fase del consumo) e la varietà (la necessità di evitare la noia della ‘ripetizione pura’ che ci assegna al Vuoto …)

Ma mentre nelle mitografie ‘povere’ si immagina che tutto il cibo facile derivi dalla benevolenza divina (si immagina che cioè in qualche modo si modifichino le leggi ‘naturali’ del labor e della scarsezza in direzione della facilità e dell’abbondanza),in questo Mito Laico del Gran Banchetto Reale la realizzazione deriva ,’laicamente’, dall’uomo stesso, che faber com’è, razionalizza quel che esiste nella natura: e come nel giardino all’italiana costringe le piante a seguire precise linee dritte fino a prendere forme ‘ideali’ di cerchi quadrati ecc, così nella struttura sociale l’homo faber dà ordine alla società,portando alla luce le regole che danno vita alle strutture sociali, regole appunto implicite nelle comunità tradizionali e per lo più giustificate con rinvii alla volontà divina, e laicamente le ‘mettono – in – forma’ in modo da creare un ‘progresso’.

Semplicemente l’homo faber / oeconomicus capisce che l’ordine dipende dalla ‘discrezione’ ,dalla possibilità e volontà di “separare” quel che appare confuso, cioè di “categorizzare”. Se questo vale per il quotidiano a maggior motivo per il politico. Ci sono stati sempre i ricchi e i poveri: adesso più intenzionalmente si gioca proprio su questa distinzione. I ricchi sono tali non per volontà divina ma perché ci sono i poveri che lavorano per loro. Non è la grazia di Dio che crea le differenze, ma il prepotere..

E il film appunto proponendo due scene in cui si ‘racconta’ il cibo, di fatto fa opera di ‘svelamento’ su questo processo: il ricco che festeggia la sua cuccagna,vorrebbe ignorare le ‘cause’ umane della cuccagna;ma Vatel e la cucina e i suoi collaboratori mettono in campo il backstage della vetrina, proponendo allo spettatore una visione analitica dell’ ‘evento’ e della sua genesi. Come del resto oggi:esistono i ricchi e i poveri, le nazioni ricche e le nazioni povere,quelli che ‘godono’ della cuccagna e quelli che sgobbano:ma questa distinzione è l’esito non di particolari meriti (i ‘privilegiati’ del Seicento sono semplici eredi di ‘privilegi’ antichi) ma di rapporti di potere, di ‘comunicazione’ di potere, dell’adesione a modelli culturali (i valori della nazione,l’etica del lavoro,la sacralità della politica) e di una ‘reale’ sopraffazione’ nascosta e giustificata da ‘retoriche’ di vario tipo.

C’è chi mangia quindi e chi lavora: ecco il ‘senso’ del cibo in questa storia barocca. che è un modo sensibile per dire che c’è chi comanda e chi ubbidisce, per semplice ‘razionalizzazione’

Paradosso dei paradossi: qui è messa in scena in fondo la Cuccagna,ovvero il trionfo corporeo della società umana, l’archetipo di tutte le rivolte possibili dei morti di fame; ma questa Cuccagna è goduta dai potenti, proprio a danno di coloro che la sognano.

E nella rappresentazione si evidenzia quanto costi (a chi lavora,a qualunque livello) il ‘piacere’ del cibo:l’ansia meticolosa della ratio progettuale di V. (della borghesia che organizza e produce efficienza),la lena instancabile (del popolino che manualmente taglie,spacca,corre ecc.). La cuccagna quindi scende definitivamente dal regno dei sogni per disporsi a portata di mano di chi detiene il potere:cinismo,impersonalità,razionalizzazione,efficienza,efficacia,merito, carriera  sono le parole chiave che consentono di accedere a questo mondo colorato,divertente,vario,spettacolare.

La scena quindi vede spesso accavallarsi le tavole imbandite dei nobili e le fucine alchemiche della cucina in cui si addipana ogni resistenza:e viaggiatore di ventura attento e ansioso V. che si muove dall’uno all’altro mondo (dall’Ordine Artificiale dell’ homo oeconomicus al Disordine frastornante e rumoroso dell’operosità,dell’industria’ -e viceversa): appare  – ed è –  il deus ex machina del sistema,che mano a mano che attinge informazione sulle imperfezioni e sui desideri del mondo apollineo (del Re Sole, cioè Febo Apollo), torna a immergersi nel ‘rumor’ confuso – ma produttivo – del mondo vulcanico del labor, per farne emergere con lucida progettualità questa o quella soluzione ‘nuova’ ma sempre efficace.

Il Maestro di cerimonie si pensa come Artifex, ma è in effetti un esecutore, proprio come i manager delle aziende neoliberiste. È responsabile, si sente responsabile del risultato dell’impresa. Ma il fine non è il suo bensì del padrone (Condè):si limita appunto a supportarlo con le sue ‘competenze’ che mediano tra il desiderio astratto del principe (voglia di avere soldi per pagare i debiti) e la soddisfazione (avere i soldi). È artifex che media con le forze che vengono dal basso a disturbare i progetti[17]. V. è in fondo il prototipo del nuovo sacerdote della nuova religione laica dell’economia: pontifex anche lui, nel senso che crea relazioni (altrimenti possibili solo con la forza brutale) tra l’alto (i privilegiati,i potenti) e il basso (gli esclusi,i poveri, i diseredati).

Non a caso è l’unico personaggio del film di cui si mostra con insistenza lo spazio privato sottolineandone gli oggetti/ simbolo: orologi,libri soprattutto.uno che prima legge e pensa,poi agisce e razionalizza dando ordine umano al tempo naturale[18]

La cucina appare un enorme antro, simile quindi alle grotte delle streghe,ai laboratori dell’alchimista:non ci si sofferma (salvo la questione della crema Chantilly) su singoli piatti,quanto sull’azione continua di controllo che V. opera su tutte le varie molteplici attività specialistiche necessarie alla realizzazione del rito / spettacolo dei privilegiati, Si muove  come un moderno project manager, continuamente teso a rendere flessibile la sua unità di lavoro,strutturata quasi come una rete che organizza in tanti nodi apparentemente compartimentali ma che a lui si connettono, in quanto ché è lui  che li connette nella sua ‘visione’ globale di progetto.

Fuori,nel mondo della luce ‘naturale ‘ dei giardini o della luce artificiale delle candele, si mangia e ci si diverte (giochi,scherzi,trame,pettegolezzi);dentro la materia si fonde e confonde,quello che è separato viene fuso, quello che è naturale viene trasformato[19]. La visione della cucina è in generale effettuata con un movimento macchina orizzontale che consente di rappresentare due elementi strutturali dell’intrapresa, dell’industria moderna: l’operaio manuale, quello che sta alla ‘catena di montaggio’ ‘sta’ fermo al suo posto,specializzato com’è a ripetere la stessa operazione;la ‘mente’ che progetta e coordina invece si muove e collega. Stare vs muoversi.[20]

La mente ‘sequenziale’ di chi progetta (del manager) è capace (fuor di metafora) anche mentalmente di ‘andare’ in vari ‘luoghi’ e connetterli: cert’è che V. nel suo movimento orizzontale all’interno della cucina continuamente ‘assaggia’ – per ‘sapere’-  .

Come dire che per avere il ‘senso’ delle cose- la conoscenza deve

  • procedere innanzitutto dal basso (bottom -up) attraverso i sensi, attraverso il corpo che si sposta e contatta l’Altro,sia come persone, sia come dati materiali delle situazioni),
  • poi scegliere secondo procedure top – down (quando ri – assaggia per scegliere, di fatto confronta le nuove informazioni dal basso con gli schemi riattivati dalla memoria, le ‘misura’ con schemi e frame pre esistenti, fino alla valutazione e alla decisione)[21].

È tramite il corpo (vedere,gustare,sentire) che la mente s’attrezza a rispondere alla sfida:la cucina è un’arma prometeica. Non casuale quindi che grande spazio nelle scene di cucina ha il fuoco in tutte le sue varie forme: alla presenza del fuoco che, come lo spirito, “solvet et coagulat”, gli elementi si uniscono e si dividono, le cose si assimilano o si separano fra loro. Il fuoco che di per sé distrugge ogni cosa,una volta ‘analizzato’ e ‘categorizzato’  dal Logos,diviene strumento creativo dell’ars e motore di di nuove forme.

Le pentole che bollono,gli ‘operai’ che si impegnano ricorsivamente  fanno della cucina una ‘figura’ della fabbrica moderna,una sorta di ‘catena fordista’.

È con V. che comincia a rivelarsi come la cucina lungi dall’essere un universo caotico, in cui tutto e il contrario di tutto possono essere mischiati (questo l’occhio superficiale dello spettatore vede nel rapido movimento macchina orizzontale che accompagna il continuo andare di V.), come in un unico calderone ove cuoce il terribile minestrone del brodo universale, si rivela un “sistema chiuso”, dotato di rituali e regole precise, che vanno rispettate, oppure violate, ma solo dopo esser state ben apprese.

Queste regole e questi rituali prima di essere  ricette, sono cultura, conoscenza di varie discipline, come cerca di dimostrare V. ad esempio – al bambino che lo segue[22]. V. non si dedica feticisticamente,con il riduzionismo estremo della technè,a questa o quella specifica elaborazione di pietanze: sovrintende al tutto e interviene solo creativamente per risolvere problemi.

Così,l’unica ricetta di cui nel film si dice ,la crema Chantilly., viene mostrata proprio come esempio di problem solving, nel suo originarsi dal caso sventurato di una perdita (uova andate a male), per dimostrare quanto conti nel cucinare la capacità di risolvere in modo autonomo le situazioni, piuttosto che la pedante ripetizione[23]. Se è vero che le ricette sono, in cucina, ciò che per Platone, in filosofia, erano le idee, ossia modelli intellettuali, dotati di una loro forma e di una loro conoscibilità specifica, ebbene V. da un lato conferma questa ripetizione di modelli ,dall’altro inventa, innova. Le ricette rimandano ad un universo ‘assoluto’,fatto di elementi identificabili e riproducibili (sull’asse dell’ ‘equivalenza’ secondo la procedura della standardizzazione che caratterizza la modernità). Ma è dalla situazione, dall’esperienza che arriva la creazione,l’innovazione. Come propone il Barocco,è l’ars,la technè, che fa la ricetta,non l’ontologia.

Certo da tutto il movimento di V. tra cucine e sale da pranzo, si rileva infine la procedura fondamentale che è alla base della cultura moderna:il risultato di qualunque azione (come di un piatto, per esempio un timballo o un soufflé) è sempre superiore alla semplice addizione dei suoi ingredienti. Una battaglia,uno scritto,un uomo è un sistema complesso autorganizzantesi: secondo Wittgestein “L’uva passa” può anche essere quanto vi è di meglio in una torta; ma un cartoccio di uvette non è migliore di una torta; e chi ce ne offre un cartoccio pieno non per questo sarà in grado di cucinarci una torta – e tantomeno di fare qualcosa di meglio”. Così la massa di cuochi impegnati a ‘sudar fuochi e a lavorar metalli’ nonostante tutto non sono in grado di realizzare un banchetto:il singolo piatto per quanto ben fatto non vale se non è ‘messo – in – forma’ con altri piatti,con il tempo e lo spazio, e gli altri sensi e la mente. Se non si è capaci di ragionare (e di agire conseguentemente9 per logica sistemica, consapevoli della distinzione tra Figura e Sfondo, tra ricette singole e Situazione generale.

Del resto se  in greco il cuoco si dice “màgheiros”, “colui che impasta”, da una radice “mag” che risuona ancora nel nostro “mangiare”, ma soprattutto nel tedesco “machen” e nell’inglese “to make”, ossia nel più generico “fare”,in greco “logos” ha a che fare con “lego”,ovvero con scegliere e combinare. [24]

Ecco la cucina moderna: ricerca di ‘assoluto’ (perfezione) di un modello fuori dal tempo e immutabile, così come una legge di fisica, che vale in ogni tempo e luogo.

Ma nella consapevolezza che l’esperienza dell’immanente, che è Non Finito (cfr. barocco), sta lì sempre a ostacolare e sfidare continuamente questa ricerca.


[1] Nel corso del Sei – Settecento emerge una nuova rappresentazione del Potere: non più sacralità /potere ma sapere / potere. Se prima il sapere  – che esiste ovviamente sempre in ogni società umana – è ammantato di mistero per i profani,nel senso che  è proposto come una emanazione elitaria di ‘rivelazioni’ divine per pochi privilegiati, a loro volta ricoperti di aura, con il diffondersi della cultura laica della modernità il potere prende sempre più l’aspetto dell’efficacia e dell’efficienza: esso tocca a chi ‘sa’ risolvere i problemi, che in questo mondo in genere dipendono solo da una catena di cause immanenti e che per essere risolti positivamente richiedono appunto che ci sia qualcuno che – senza attingere i misteri del sacro – sia capace di trovare le relazioni ‘razionali’ tra le cose che accadono. Trovare queste relazioni –grazie alla ragione – è propriamente l’arma dell’uomo contro il divenire apparentemente casuale delle cose: l’uso della ragione determina il successo (con i metodi dell’induzione oltre che della deduzione) nei vari campi della realtà sociale. Così se c’è un cattivo raccolto non ci si limita a pregare Dio chiedendo che qualcosa venga dal cielo (il miracolo),ma si cerca di capire quali sono le cause immanenti del fenomeno e di intervenire su di [1]esse (Machiavelli sa che per evitare le alluvioni gli uomini devono non pregare ma ‘fare’ delle dighe:la ‘ratio’ consente loro induttivamente di disegnare la caratteristiche del fenomeno nelle sue variabili fino a dar loro la possibilità di intervenire sul processo in modo efficace con l’edificazione dei dighe). Insomma si crea la cosiddetta sindrome sapere – potere formula che appunto sintetizza la novità fondante della società moderna e della cultura borghese.Naturalmente questa dimensione è stata largamente studiata e rappresentata dagli studi di sociologia della cultura, di epistemologia, di antropologia, di filosofia della scienza,fino alla elaborazione dell’icastica formula illuministica dell’intellettuale ‘ legislatore’ quale icona della trasformazione in atto. L’homo faber che ‘fa la storia’ sotto la guida degli esperti che scovano le ‘leggi’ nascoste della natura e modificano in meglio le condizioni di vita dell’umanità.Ora però tutto questo si verifica in effetti anche,se non soprattutto, ai livelli meno ‘intellettuali’ della società del tempo: in tutte le pratiche sociali ed economiche avanza sempre più il verbo trionfante della ‘razionalizzazione’,cioè della pratica di modificare le cose del mondo fluido attraverso il ricorso alla ratio,ovvero al controllo delle connessioni causali finora nascoste che rendono tutte le pratiche umane possibili più efficienti. Così nella strutturazione dello stato moderno si capisce che l’ordine sociale sarà realizzabile soprattutto se il potere viene unificato secondo la forma piramidale della geometria,ovvero viene annullato il particolarismo (che agisce sulle singole situazioni ma crea una confusione di regole che contribuiscono a determinare a livelli meno locali conflitti e ulteriore inefficienza, ovvero disordine, come è più che evidente in occasione delle guerre di religione. La ratio piramidale contro la ratio dei privilegi, dunque. E le tecniche razionali per realizzare questo passaggio dal Molteplice all’Uno sono l’esercito (cui solo spetta l’esercizio della violenza), e soprattutto la burocrazia (una struttura piramidale di insiemi e sottoinsiemi che a scalare mettono in pratica le decisioni dell’unico centro).E se l’esercito continua ad essere un campo d’azione riservato ancora – salvo la bassa forza di ‘esperti’ professionisti ‘ mercenari specializzati (proprio secondo il principio borghese della ‘competenza’ che si va affermando in luogo della eredità di rango)- fondamentalmente ai ‘privilegiati’ aristocratici (che fondano la loro ragion d’essere proprio sulla capacità di dar sicurezza al resto della popolazione),ebbene è soprattutto la burocrazia che nelle nuove competenze amministrative (consistenti nell’eseguire la volontà del ‘centro’, non nel prendere iniziative) richiede esperti capaci  appunto di ‘razionalizzare’ i sistemi di riscossione,le pratiche giudiziarie, le istituzioni,le varie strutture di applicazione del potere fino ad assicurare rifornimento finanziario e ordine sociale.Insomma la burocrazia fin dalle origini richiede quelle capacità che oggi si indicano coi termini di engineering e management. Ebbene il protagonista del film di Joffe, Vatel, è appunto un borghese ‘esperto’ nel campo della razionalizzazione,ma non entro l’ambito della scienza o della tecnica tradizionalmente intesa,bensì in quello delle relazioni sociali. Vatel è infatti un maestro di cerimonie,figura che si afferma appunto nella modernità al posto degli antichi chierici che –nella cultura sacrale – detenevano e custodivano gelosamente le specifiche ‘competenze’ necessarie per gestire i ‘riti’ (appunto le cerimonie): egli è quello che oggi viene probabilmente chiamato col termine di ‘organizzatore di eventi’ (event planner,stage manager) e che viene ‘formato’ in appropriati corsi nelle facoltà di scienze della comunicazione o in master di management.

[2] Quel che sembra capriccio è in effetti una forma raffinata di comunicazione,rivolta ovviamente prima di tutto ai nobili stessi ma per rispecchiamento alla diversi ceti sociali che gravitano intorno ad essa:la corte ha fatto proprio,nel secondo seicento, lo stile di vita dei salotti nati all’inizio del secolo,cioè le ‘buone maniere’ come forma di crescita di civiltà e di ordine sociale,sostituendo come ‘discorso’ di potere alle maniere forti della violenza sanguinaria delle guerre di religione del secondo Cinquecento le ‘eleganze’ manierate del ‘bon ton’, del ‘bon mot’; ma queste regole non diramano dalla cooperazione del salotto, ma dalla ferrea e lucida strategia del sovrano del sovrano,che è ferocemente cinico  nella sostanza delle decisioni in vista dell’interesse dello stato,ma estremamente amabile nella comunicazione in superficie. Come dire le ‘parole’ (del re) non sono le ‘cose’.

[3] La scena del film è il castello di Condè:non una banale coincidenza,in effetti. Condè è uno dei capi di quella che è stata la resistenza aristorcratica contro l’accentramento assolutistico di Mazarino, e non appare irrilevante che proprio lui sia qui proposto ormai come totalmente asservito alla logica del re:il suddito,per quanto nobile, dipende dal re, ne ha bisogno. Di fatto anche lui per eliminare i suoi debiti ha bisogno del fatto che il re lo faccia ‘lavorare’, gli dia un incarico  a cui corrisponda una ‘paga’: a un livello diverso dal borghese o dall’uomo comune, ma la qualità della sua vita è strettamente dipendente dalle decisioni del potere centrale. La burocrazia, l’esercito centralizzata emanazione della volontà del governo, sono le istituzioni ‘razionali’ attraverso cui il potere crea ordine: e solo partecipando a questa macchina il singolo può aspirare a progressi e successi ‘personali’. Esattamente quella che è la logica delle grandi organizzazioni multinazionali (cfr. Marzano). La Mountaussier esprime per così dire il versante femminile di questa cosificazione della persona: lasciar perdere le proprie aspirazioni (nel film il possibile amore di Vatel) e obbedire alle regole delle ‘buone maniere’ (la cioccolata calda per la scopata,il ricatto per mantenere i privilegi..)

[4] Continue sono le situazioni in cui V. assaggia,gusta: è un sapiens che sapit, che sa trovare il ‘sapore’ delle cose in ebollizione,prese nel processo di trasformazione che è dato dal cucinare. Tanti sono gli addetti (i tecnici) che nella macchina organizzativa assolvono ad uno specifico (chi un piatto, chi un altro, chi il fuoco, chi le posate ..),ma solo V. ‘assaggia’ tutto, controlla le procedure in corso d’opera e verifica che le cose, le trasformazioni, vadano nel verso giusto (quel che ha in mente lui, solo lui,colui che ‘sapit’, che ha ‘sapienza’ appunto)

[5] La scena in cui viene introdotto per la prima volta V.,è ricca di elementi inutili dal punto di vista dell’andamento del racconto,ma necessari come indizi ermeneutici,come appunto sottolineare la personalità di V. l’orologio,lo specchio,la parrucca,il lavabo,le carte,la chiave..

[6] Ogni volta che viene a mancare qualcosa di quel che è stato previsto  dal progetto,mentre gli addetti rimangono inebetiti e fermi,senza alternative (i tecnici che eseguono routine …) egli ‘improvvisa’,ovvero – avendo chiaro gli obbiettivi cui mira l’intera macchina organizzativa ‘sa’ presto trovare l’alternativa, adattando ad un uso utile le cose che gli sono intorno (ancora vive nella sua freschezza intellettuale’ la capacità borghese di allontanarsi dalla tradizione e di elaborare ‘forme’ , relazioni’, nuove, appunto ri – forme). Ad esempio,quando si rompono le lampade di vetro V. – colto conoscitore dei costumi dei ‘selvaggi’ delle Americhe – attiva il procedimento dell’analogia e usa le zucche per creare una ‘sorpresa’ ,una ‘invenzione’. Ecco dimostrato come procede la  creatività borghese: prima attenta osservazione dei dati che vengono dall’amniente esterno, poi generalizzazione e transcodificazione! 

[7] Beffarda (e già malinconica) suona la risposta di Mountassier,che esperta com’è della logica profonda del potere ben sa che a decidere l’andamento delle cose sono i cinici calcoli del primo Ministro Colbert, non certo gli spettacoli e i pranzi di Vatel.

[8] La cultura individualistica del Rinascimento porta alla diffusione ,addirittura quale gioco di società,delle ‘imprese’,ovvero della pratica di costruirsi un proprio personale progetto individuale attraverso un testo composito, fatto da un motto e una immagine. La parola e la pratica di corte  in effetti è la sublimazione delle antiche pratiche militari dei cavalieri dei romanzi cortesi che facevano l’impresa andando per duelli, nel mondo della ventura.

[9] È appunto quel che nell’ipermodernità pare essere la condizione inevitabile del lavoro,accanto alla dimensione della precarietà: sempre a rischio di esubero, sempre a rischio di delocalizzazione.

[10] La ‘civiltà della conversazione’ porta quindi a questo soprattutto: la violenza non appare più diretta nella sua brutalità, ma viene messa in scena in forme sublimate,in cui il linguaggio è ‘doppio’ (i suoni dicono il falso,alludono:ed è qui che si coglie la differenza tra uomo di mondo e uomo non di mondo) e il suddito (addestrato alle buone maniere) non può certo venir meno alle regole della ‘buona educazione’. La forma diventa apparenza e no sostanza come voleva Baldesar Castiglione.

[11] Appena arrivato a Chantilly, Louzun inverte con la massima noncuranza la disposizione delle camere di Y con K, sottolineando come il ‘salire’ e ‘scendere’ nella scala di valori di questo ambiente è solo una questione di uso (che decide l’unico Soggetto in grado di decidere questi valori). La carne di una improvvisamente ‘vale’ più i quella dell’altra. Le persone delle nobildonne – appena abbozzate nella storia – non contano affatto. Sono ‘cose’ .

[12] È chiaro il riferimento alla contemporanea pratica del desiderio illimitato del consumatore postmoderno,teso alla conquista continua di petit object a (oggetti sostitutivi) incapace di riconoscere la natura tragica del Codice Simbolico entro cui emerge: non c’è Senso nelle cose, e per eviatre di ammettere questo Vuoto, ebbene si sostituisce una mai finita serie di oggetti concreti all’irraggiugibile Grande A (l’Ordine Perfetto)

[13] È Louzun . che si espone a rendere esplicito il senso delle parole del re,n ogni estorsioner: l’accettazione dell’invito di Condè,la sostituzione dell’amante,la preparazione dell’amplesso notturno.

[14] Maestro da ‘magister’,a sua volta  da ‘magis’

[15] La specializzazione è una pratica conseguente all’abitudine laica di superare le con – fusioni tipiche della cultura sacrale (in cui il disordine terreno è segno di una specifica volontà divina) e di creare ordine attraverso pratiche di distinzione,cioè di separazione di ambiti che si ‘vedono’ come caratterizzate dalla differenza,creando appunto ‘categorie’. L’uomo faber riesce a completare l’opera divina di creazione del mondo se sa ‘distinguere’, se sa passare dall’enciclopedia alle categorie pragmatiche.

[16] La struttura fortemente gerarchica del potere,nell’immaginario antropologico si esprime in genere con la verticalità,qui presentata attraverso il movimento macchina discendente presente prima nella presentazione della lettera,poi nella presentazione dell’esterno (che  rinforza l’altra coppia oppositiva tipica della rappresentazione del sistema di valori,cielo/terra). Questo movimento all’interno del palazzo passa dal soffitto decorato –l’ideale di armonia classicistica – alle banali strumentazioni dell’azione umana,che è atto dello scrivere:come in alto l’ideale,in basso l’azione concreta dell’uomo,che è logos,parola,anzi parola scritta.

[17] I debitori vengono quietati proprio dalla retorica argomentativa di V.: retorica del ‘credito’,retorica che allo spettatore dovrebbe far capire su quali labili basi si regga tutto il sistema del ‘denaro’. Pezzi di carta o segni digitali che ‘promettono’ di poetr essere scambiati nel futuro in qualcosa di ‘concreto’. Ma per averlo occorre ‘credere’: da cui appunto credito. È la nuova religione pragmatica della società nuova. Bisogna sempre ‘credere’:non più nel sacro, ma nell’onore’ del ‘debitore’!

[18] Intellettuale completo,che tra l’altro vuole dispensare le sue conoscenze ai giovani (insegna la varietà delle pere del territorio ed altro al bambino sottratto al ‘piacere’ di Monsieur – vita edonistica della performance – per istradarlo verso  l’etica della conoscenza,dello studio,della carriera sociale per merito.

[19] “Che carne è?” “di unicorno!” è la risposta beffarda di uno principali collaboratori di V. alla domanda di un ingenuo ‘operaio’ di cucina: quel che emerge dai piatti dalla cucina non è ‘natura’ ma ‘sogno’ realizzato. L’unicorno ovviamente non esiste ma certamente le carni cotte e intrise di spexie e intingoli non sono più né pollo,né agnello,né bue: sono appunto ‘artificio’, né più né meno dell’animale mitico che ‘vive’nei nostri immaginari.

[20] La routine,ricordiamolo,è la procedura preferita nel Sistema 1, ,il ‘volare’, il passare i confini della mente sequenziale

[21] Il movimento di V. è in effetti una rappresentazione figurata delle teorie cognitive della conoscenza e dell’agire : raccolta dati dall’esterno (sistema percettivo), loro elaborazione nel CPU (memoria semantica e procedurale), risposta (sistema effettivo,azione sull’esterno).

[22] V. insegna – ai suoi collaboratori – ‘discipline’ diverse,come la botanica,la ragioneria,la chimica,la scultura,il problem solving, la psicologia sociale, l’etica, discipline che tutte insieme modificano la percezione delle cose in chi apprende e quindi i loro modi di agire,gli stili d’azione. La cucina è solo una delle dimensioni operative dell’intellettuale ‘universale’ di eredità rinascimentale,uno dei campi di azione,nella direzione della trasformazione dell’immanente per realizzare un futuro migliore.

[23] Il dottore che vuole curare la gotta di Condè conosce solo la tradizione e non ascolta le riflessioni di buon senso di V:solo cuori di uccelli nobili servono per curare un nobile. Il principio dell’ipse dixit.

[24] Se i manuali di storia della filosofia ci presentano il primo grande dilemma del pensiero occidentale consumarsi intorno al problema dell’Uno e del Molteplice, con la tenzone fra i cuochi-filosofi di scuola eleatica, come Parmenide, o di scuola ionica, come Eraclito, sulla questione non esiterà a schierarsi neppure la cucina comune. Ci sono, infatti, piatti pluralisti per antonomasia, come, per fare un esempio, la macedonia di frutta, la paella, il cous-cous o una buona insalata mista, mentre nella trippa, nella cassoeula, nel passato di verdura, nelle tortillas o nella frittata di cipolle, gli elementi del molteplice si fondono gli uni con gli altri, mescolando sapori ed odori in unica ed armonica sintesi. Inutile dire che in cucina come in filosofia l’Occidente ha sempre preferito la soluzione monista e la culinaria magnifica l’assimilazione, piuttosto che la separazione. Sarà forse per questo che Jean-Paul Sartre, nel descrivere il difetto prevalente del pensiero occidentale, parlerà di “filosofia alimentare”, di “filosofia digestiva” che deglutisce e assimila le cose, privandole della loro corposità. Contro questo paradigma del pensiero Sartre indicherà la fenomenologia di Husserl, antidigestiva per eccellenza, che ci strappa dalla “nera intimità gastrica” degli stomaci di coloro che intendono la conoscenza come possesso, consentendo di vedere “le cose stesse” all’aperto, fuori dalla coscienza. Digestiva per eccellenza è, invece, la filosofia di Hegel, che nel processo dialettico e nella conoscenza del soggetto vede in opera lo stesso meccanismo della digestione dei cibi, così com’era stato riassunto da Spallanzani e dalle osservazioni della moderna fisiologia medica: “l’organismo assorbe immediatamente, in quanto potenza universale, il cibo ingoiato, ne “nega” la sua natura “relativamente” inorganica e lo pone come identico a sé, cioè lo as-simila”. In tempi di cibi transgenici e polpettoni fast-food, questa assimilazione-incorporazione dell’oggetto-cibo al soggetto-mangiatore non può non destare qualche preoccupazione. Di qui la “nausea” del filosofo, come ci insegnerà il fortunato romanzo di Sartre, che oppone al mondo vischioso, molle e dolciastro dell’esistenza, simile ai Big Mac e all’Apple Pie che ci spacciano i McDonald’s, la coriacea durezza della coscienza, la sua croccante semplicità. Croccante come i cracker di Wittgenstein, che interrompevano i frequenti digiuni dell’autore del “Tractatus logico-philosophicus”. Sì, perché filosofia e culinaria possono anche opporsi radicalmente, come sosteneva Platone nel “Gorgia”, in quanto, mentre la filosofia ha per mira il benessere dell’anima mediato dalla conoscenza, la culinaria mira solo al piacere del corpo e procede per tentativi. Essa è paragonabile, quindi, a tutta una serie di pseudo-arti, come la ginnastica, la cosmetica e soprattutto la retorica. Arti senza conoscenza, che lusingano i nostri sensi, ma che spesso sono controproducenti per la nostra salute. Così la filosofia sta alla retorica come la dietetica medica sta alla gastronomia e come la politica sta alla demagogia: in poche parole, come l’anima razionale sta all’oscurità del ventre. Il filosofo ghiottone è, quindi, quasi una contraddizione in termini, ed è tutta qui l’origine

Le molte vie del Bello

 Discobolo di Mirone Venere di fronte allo specchioBasquiat
CosaAssoluto► Idea   Uno Assoluto ►Storia   UnoContingente► Situazione ‘emergente’ Molteplice
Da doveIspirazione (in – spiro) dall’Alto (contatto col Sacro)Pathos dal Basso (Esperienza)Ironia dal Trauma (rifiuto del Codice Simbolico)
Come si faRipetizione della   RegolaInvenzione di una   CorniceConfutazione & fiction Gioco con Figura / Sfondo   Detournement&Riuso
Scoposuscitare  Agevolezza (conferma dell’esistente)   (Catarsi come ascesi mistica al Vero )suscitare Agevolezza (conferma dell’esistente)   (riconoscimento mediato del Vero, superamento “dialettico”)Suscitare Spostamento (critica sull’esistente )     (crescita della  conoscenza →del Falso / dell’Abietto )
Esito Feticcio (oggetto con Aura)Feticcio (oggetto con aura)Performance (relazione, play, fiction)
InterpretazioneGuidata dal Pastor (Soggetto Ispirato)Mediata dal Critico (Soggetto Esperto)(In) Dipendente dalla ‘situazione’, dalle ‘soggettività’ storiche
    
EpistemologiaOrdine dall’Ordine (sacro)Ordine dall’Ordine (laico)Ordine dal Disordine (sacro? Laico?)
EsteticaGustoProduzioneRicezione
 ClassicismoRomanticismoModernismo
  1. Da dove cominciare?

L’umano è come l’animale ma ne è anche differente.

Uguale per il fatto che come gli altri organismo regola sua omeostasi di sopravvivenza sulla elaborazione dei dati che vengono dall’esterno. Ma diverso per il fatto che è in grado anche di regolare coscientemente questa elaborazione.

In effetti, in noi come negli animali, i sensi determinano emozioni (piacere, dolore)  e il sistema nervoso il ‘sentimento’ di quelle emozioni (la loro mappatura nel corpo)[1]per cui ogni elemento esterno con si viene a contatto, è  infine ‘classificato’ in termini di piacere / dolore, ovvero – per chi ha comprensione di questi eventi – come bene o male, cioè come crescita o decrescita della possibilità di sopravvivenza.

La coscienza nelle menti umane comunque, differentemente dagli animali, non si limita a registrare queste mappe di oggetti / sentimenti, ma impone problemi di scelta. Gli altri organismi reagiscono meccanicamente agli stimoli suggeriti dalle emozioni / sentimenti così mappati, mentre il nostro cervello confronta le diverse mappe e consente al Soggetto (ove presente) di determinare dall’alto (con procedure di consapevole retroazione) le scelte, ‘valutate’ più vantaggiose alla personale omeostasi.  Le emozioni rimangono ovviamente pulsioni di base per l’omeostasi, ma una volta mappate e categorizzate, diventano per le menti umane coscienti un materiale con cui ‘costruire’ una ‘prospettiva’. La mente riesce insomma a mappare anche la posizione dell’organismo in rapporto all’interno e all’esterno, e quindi ad attribuire valenze diverse alle diverse occorrenze: fare confronti, valutare (sentire’) quale azione vada effettuata in rapporto alla situazione, ci rende più ‘adatti’, anzi più adattabili al variare delle cose.

Da queste pratiche ‘emergono’ prima o poi le ‘intenzioni’ di controllare l’esterno, di renderlo cioè adatto alle necessità della nostra omeostasi: al primitivo movimento per cui è l’organismo che cerca ambienti adatti alla sua omeostasi, succede il movimento per cui sarà l’ambiente ad adattarsi all’omeostasi. E questo significa creare Ordine laddove si vede Disordine. L’Ordine è inevitabilmente percepito come Bene, come vantaggio omeostatico. La simmetria e non l’asimmetria viene ad esempio cercata, o costruita, quale fonte sicura di ‘benessere’: quel che si ripete, quel che è uguale consente infatti di ri – conoscere qualcosa che è già presente tra le mappe in memoria e di risparmiare l’energia che costerebbe una mappatura ex novo.

Tutta la cultura umana è appunto espressione di questa procedura di Ordinamento: norme, riti, miti, prescrizioni, icone, codici non sono altro che tecniche di ‘risparmio energetico’;  la cultura è la procedura più efficiente per risparmiare energia. Così, per fare un esempio tratto dalla nostra sopravvivenza quotidiana, se impariamo a rimettere gli oggetti nei cassetti in modo ordinato facciamo prima (risparmiamo energia) nel momento in cui cerchiamo di recuperarli. Allo stesso modo funzionano, a livello molto più astratto o elevato, gli archivi, i data – base  ecc. :  sono appunto esempi di Ordine Artificiale, grazie a cui le procedure top down consentono di limitare l’ansia determinata altrimenti dall’incontro con il fluire delle cose che accadono    dell’esterno, col Disordine.

La cultura umana consiste in definitiva nell’elaborare Codici di rappresentazione e Valutazione della realtà proponendocene delle versioni in cui tutto si tiene, in cui le parti sono ben connesse tra loro, tutto è ordinato, pulito: la cultura umana consiste proprio nel costruire Mondi scartando quel che costituisce ostacolo (im – mondizia).

L’Arte è la forma con cui le culture esprimono in modo consapevole la coscienza di questa  azione umana di produzione di ordine omeostatico. Ma naturalmente non esiste la cultura umana se non come comoda forma di generalizzazione simbolica, giusto per ‘economizzare’ le nostre riflessioni.  E quindi, ad essere precisi, non esiste l’arte, ma esistono le arti,; anzi ogni situazione sociale produce le sue forme peculiari di arte.

 Ogni individuo emerge entro un particolare contesto culturale è da questo riceve, lentamente e inesorabilmente nel corso della sua crescita,  l’imprinting culturale: il suo Immaginario non può che essere allora un sottoinsieme del Codice Simbolico che vige nel Mondo in si trova a vivere. All’inizio non può non percepire come ‘naturali’ (frutti del DNA) non solo le emozioni, ma anche i sentimenti e le idee; col tempo, se esposto a manifestazioni ed esperienze traumatiche acquista coscienza della natura artificiale del Codice Simbolico, quindi delle sue stesse forme di sentire e pensare, e cerca probabilmente di costruire altri Mondi: cioè di cambiare i modi della convivenza, del lavoro, ma anche quelli della rappresentazione simbolica delle cose e delle persone.

L’arte è proprio l’attività umana che più direttamente esprime in modo metagognitivo, per così dire, la rete di problemi che sorregge le società umane.

Il discobolo di Mirone, la Venere di Velasquez, il graffito di Basquiat sono tre prodotti esemplari di questo atteggiamento propriamente umano, tre segni della necessità umana di costruire Mondi, di rispondere alla domanda basilare di una mente cosciente: perché? Sia nel senso della causa, sia nel senso dello scopo.

Il discobolo suggerisce l’idea che la fluidità caotica della storia è retta da una regola segreta, da un Cosmos, un Ab – solutus che solo alcuni degli umani sono in grado di percepire attraverso gli elementi visibili: il sacro, il fuori dal tempo e dallo spazio, in cui le asimmetrie vengo dissolte nella Armonia. L’arte consiste proprio nella imitazione di questa realtà ordinata lontana dalle nostre esperienze: ma la deve rappresentare ovviamente attraverso gli stimoli dei sensi, ma messi in forma, in modo da eliminare ogni spinta verso la dissipazione delle emozioni contingenti, a favore dell’Idea Astratta, per procurare appunto Elevazione.

La Venere di fronte allo specchio mette in scena la consapevolezza da parte dell’umano della natura artificiosa della costruzione dell’ordine: lo specchio significa appunto ri – flettere, ovvero percepire il fatto che il prodotto umano è sempre copia, e che per essere ordinato ha bisogno di una cornice, di una procedura tecnica. Il che vuol dire che ogni soggetto può e deve sperimentare la sua soluzione tecnica per rappresentare il Reale. Il tempo insomma interviene a modificare  l’ idea del bello: non più segno diretto dell’Assoluto, ma  prodotto storico dell’Assoluto.[2] La mimesis non mira più al Mondo come dovrebbe Essere, ma al Mondo come è.

 Infine il graffito destruttura totalmente sia l’artificio della cornice e sia l’dea della mimesis. La segnatura di un muro senza traccia di cornice ricorda come la presunzione dell’arte precedente di stare a rappresentare l’Ordine, nasce appunto dalla artificiosità di una frontiera che vorrebbe, nelle sue misure, far entrare la Totalità delle cose: l’abolizione della cornice rinvia l’occhio alla perdita di centro, alla confusione di segni, al disordine del non Tutto. E perciò quanto messo in scena rappresenta proprio l’abietto, quanto genericamente l’arte ha sempre scartato per crare l’ordine. Insomma questa procedura, questa tematica, mirano a criticare le tradizionali percezioni del Bello come Menzogna, come Arroganza sostituzione di Ordini artificiali e storici con un inconoscibile e inesistente Ordine Assoluto.

Naturalmente nelle nostre esperienze di uomini che vivono e sopravvivono, persistono, a volta a volt, tutte queste pratiche estetiche. Abbiamo tutti prima o poi provato il piacere di riconoscere un Bello Assoluto, ovvero un Bello fatto di passioni, ed anche il bisogno di andare oltre le consuete forme della tradizione e del mercato.

Cerchiamo allora di individuare i sintomi di queste nostre pratiche. E per farlo partiamo da un semplice modello euristico, costruito mettendo insieme un po’ delle domande che ci facciamo in genere quando ci troviamo a contatto con quella che si definisce un’opera d’arte: problemi come –      ‘cos’è?’,

  • ‘ da dove viene?’,
  • ‘cosa fare?’
  • ecc.
  • Cosa si rappresenta?
CosaAssoluto► Idea   Uno Assoluto ►Storia   UnoContingente► Situazione ‘emergente’ Molteplice

L’espansione della vita mentale ha consentito all’uomo di attivare tutta una serie strategie  di ‘azione’ e ‘controllo’ della realtà (making special, Dissanyanke) che consistono soprattutto nella raccolta di informazioni sul proprio ambiente fisico e sociale: questa messa-in-forma (formattazione)  avviene attraverso una mappatura di cose ed eventi, ovvero attraverso la riduzione della complessità propria del fluido Non finito del reale in schemi e icone; l’effetto di questa filtrazione è che l’uomo, inserendo le nuove occorrenze  nelle mappe già elaborate, riesce a ‘riconoscerle’ per analogia, e quindi a ‘prevedere’ situazioni ed eventi., attenuando l’ansia propria della coscienza che percepisce si pone problemi di fronte al divenire delle cose.

Questa azione di mappatura, applicandosi a contesti sempre più ampi, ha di fatto accelerato la fluidità cognitiva dell’homo sapiens, fino a far emergere l’immaginazione. In effetti , se la ricorsività delle procedure compensative (mappare territori sempre più ampi)  fa davvero crescere le condizioni dell’omeostasi dell’homo sapiens, lo espone presto all’impasse dell’impotenza: non disponendo infatti di procedure sufficientemente sofisticate e di  un magazzino (una memoria) adeguatamente ampio per controllare davvero un sistema aperto dinamico quale è il correre degli eventi naturali, è costretto a riempire i vuoti della memoria con ipotesi di tipo abduttivo, ovvero con l’immaginazione, che si basa fondamentalmente sulla procedura della analogia, ovvero di simmetrie in ambito spaziale e di ripetizioni in ambito temporale. Se mi capita qualcosa di non riconoscibile, la categorizzo per approssimazione: la possibilità di riconoscere in quel qualcosa anche solo delle parti di uno degli schemi in mio possesso, mi consente di identificarlo, di ‘riconoscerlo’ come la ricorrenza di qualcosa di noto. L’homo sapiens, insomma, di fronte al mistero ricorre all’analogia. La presenza nel codice genetico di procedure del genere spiega il fatto che l’uomo culturale ha prodotto (inventato) nel tempo una massa incredibile di abitudini e di routine quali strategie ‘cieche’ ma efficaci nel far crescere l’omeostasi sia del singolo che del gruppo di appartenenza: soprattutto (secondo Gehlen, 1940, p.93) l’abitudine consente un forte risparmio energetico visto che

“ha un effetto esonerante, in primo luogo nel senso che in un comportamento abituale vengono a cadere l’impegno delle motivazioni e del controllo, lo sforzo delle correzioni e l’investimento affettivo”

Le routine creando delle situazioni di default, fanno diminuisce la paura del nuovo e consentono la quiete invece del consumo di energia nel movimento: all’inizio sono gesti imposti dal gruppo di appartenenza (Codice Simbolico) ma una volta apprese e ripetutamente messe in atto, diventano procedure di default basate, come detto sulla analogia.

Anche  a livello di aggregazioni di organismi, le società, le comunità, avviene qualcosa di simile: anzi esse esistono e prevalgono solo se trasformano dei gesti ciechi della sopravvivenza biologica in gesti consapevoli della sopravvivenza culturale. Essendo immerse nel fluire delle cose che avvengono con la consapevolezza di essere in sospeso tra passato (il noto) e il futuro (l’ignoto), vivono in effetti le proprie esperienze nell’incertezza: condizione che è sicuramente un vantaggio adattativo (nel senso che spinge a immaginare quanto può succedere) ma rischia di essere controproducente (se di fronte all’ambiguità si reagisce solo sotto la spinta delle strategie genetiche che sono fisse e destinate inevitabilmente a far crescere lo stress omeostatico  al variare delle situazioni). Per ovviare a questo rischio le società elaborano appunto, attraverso ricerche sperimentali, tutta  una serie di ‘esoneri’, cioè tecniche ed azioni capaci di accentuare retroazioni negative verso l’ansia, capaci di sospendere il reale ansiogeno, di immaginare mondi di ‘quiete’, di creare situazioni di relax.

In particolare secondo Michael Austin (2010,,p.25)

“Il ragionamento causale ha un ruolo vitale nei processi cognitivi che neutralizzano l’ansia. Detto in modo semplice noi sperimentiamo l’ansia quando siamo esposti a effetti che sembrano non avere alcuna causa”

Ecco allora spiegato il probabile motivo per cui le cose che gli uomini agli albori della loro storia scelgono di rappresentare non sono le cose che accadono, i fenomeni percepiti in situ, ma

  • da un lato le origini – cioè la causa primordiale – del Tutto come un passaggio da una situazione di disordine ad una di Ordine (ad esempio la divisione tra luce e buio ecc.)
  • dall’altro  degli ideali immaginari di quiete, in cui scompare il movimento del tempo e lo spazio è perfettamente organizzato: dei ed eroi, perfette icone di un mondo in cui tutto è ben chiaro, in cui ogni persona sta al suo posto, ogni evento ha cause precise.

La fondazione del mondo perciò è il topic che generalmente appartiene a tutte le culture umane: si tratti della Teogonia di Esiodo , della Genesi ebraica o dei miti di aborigeni australiani: pgni racconto del genere non è che una variante storica dello stesso problema che nasce dalla insufficienza del nostro hardware. Si tratta di ‘immaginare’ una soluzione accettabile (cioè capace di dare ‘quiete’) al problema di fondo dell’umano: da dove veniamo? Da dove vengono le cose, buone o cattive? E quindi: cosa dobbiamo fare?

Per risolvere queste enormi incertezze, le spiegazioni che la mente culturale immagina, sempre sulla base genetica del bisogno umano di close (di dare chiusura a quello che è aperto) finiscono per organizzarsi (con procedure emergenti) in veri e propri sistemi di segni e  simboli, sistemi aperti e dinamici, nel senso che continuamente nuove immagini vengono ad integrare le vecchie, in rapporto alle pressioni di adattamento che provengono dal mutare dell’ambiente e degli eventi. Ognuno di questi sistemi si regge su un primario dominio simbolico in cui la percezione dello spazio e del tempo viene formattata in specifiche rappresentazioni (racconti e immagini) che si autopromuovono come Verità assoluto, sulla base di garanzie  – ovviamente – immaginarie, autoprodotte, come Divinità di ogni tipo . La forma di un sistema spazio/temporale si regge sulle semplici regole di ogni semiotica: l’intero viene diviso in (almeno) due parti, le parti vengono marcate da segni opposti, per cui ad esempio, tutto quello che crea angoscia e paura (imprevisto, novità) è segnato come Errore, Male, Brutto, mentre quello che consente pace e sicurezza viene segnato come Verità Bene Bello. In mancanza di malleverie immanenti se ne inventano di trascendenti: e quindi emergono religioni di tutti i tipi, che riescono davvero a dare la tranquilla fiducia che i fenomeni percepiti con i nostri sensi (quanto avviene nel mondo Basso) sono effetto di Cause Invisibili che stanno sia in Alto (Cielo, Luce se gli effetti sono di benessere) sia  in sotto la Terra (se gli effetti sono negativi, fanno crescere l’ansia).

Questo modo di procedere vale per tutte le culture, anche per quelle che preferiscono rappresentarsi come laiche: la differenza sta nel fatto che  la garanzia di Verità non viene cercata nell’invisibile  azione di Dei ma nella visibile azione di uomini di Scienza

Sic stantibus rebus, è inevitabile che all’inizio della storia umana quindi le rappresentazioni artistica punta a proporre immagini o racconti di luoghi perfetti, di tempi fuori dal tempo, di dei ed eroi sempre coerenti con il modello di perfezione virtuosa perfetti nell’esecuzione i protocolli di virtù umana. Questi topoi  al fruitore dell’opera forniscono le risposte catartiche di sicurezza che cerca: e come se si dicesse “ è vero, qui succede di tutto, le cose vanno male, oppure costano tanta fatica: ma se si applicano quelle’ regole’ proposte dalle icone eroiche proposte dai miti, se si praticano quei rituali, non c’è da temere, le cose andranno nel verso giusto, non c’è da aver paura!”

Questo vale per l’arte premoderna e per quella moderna: entrambe infatti cercano di rappresentare, contro il molteplice dell’esperienza concreta delle esistenze umane, l’Uno, l’invariante che tutto tiene. L’Uno che corrisponde al Bene e al Bello (la kalokagathia). La fiducia su cui riposa questa intrapresa è che la realtà sia un Tutto, una struttura ordinata, senza margini di esternalità a creare sbavature nelle rappresentazioni che se ne danno ai vari livelli.

 C’è però differenza  tra le due pratiche estetiche nel fatto che si mette in scena un diverso tipo di Tutto, di Uno :

  • da una parte la Purezza del Sacro, l’immobilità che sta all’inizio di tutto e che in cui si annulla  tutto il molteplice. Realtà conoscibile solo attraverso ‘visioni’ privilegiate di ‘sciamani’ che ‘danno il sacro’, che ‘fanno da ponte’ tra il profano e il sacro
  • dall’altra la Storia, il movimento che inevitabilmente arriverà attraverso le metamorfosi a ricomporsi in Ordine immobile. E saranno persone storicamente diverse a proporre le loro personali strade di esplorazione del Vero, sulla base della ricchezza molteplice delle loro esistenze, sentimenti, ragionamenti, immaginazioni. L’Uno è il risultato di un Processo, è la meta del Molteplice esperito nella Storia.

Queste rappresentazioni però prima o poi si dimostrano inadeguate a render conto della complessità delle cose e quindi arriva il momento di mettere in scena non l’Osceno (che, come dice il termine è semplicemente il polo negativo di cui ha bisogno il modello culturale ed estetico per assicurare compattezza al proprio sistema di formattazione semiotica) ma l’Abietto, quanto cioè era semplicemente finora sottaciuto per default: il Non Tutto non classificato e non classificabile nelle categorie di Bene e male, di bello e Brutto, perché consiste proprio nella mancanza di categorie. Detto in altri termini il ‘sacro’, se il sacro viene inteso non nelle dimensioni religiose che ne hanno dato una rappresentazione addomesticata (con etichette di tipo positivo o negativo poco importa) ma nelle dimensioni epistemologiche della ‘complessità’, del Non Tutto da cui le culture umane hanno ritagliato questa o quella Parte per proporla come Tutto.

E questa azione nuova di spostamento non può realizzarsi prima di tutto con un’azione parallela di destrutturazione di quanto è Composto (Pirandello: l’arte non compone), e di dichiarazione di onesta finzionalità di ogni attività umana, specialmente quella delle arti tutte. Play e riuso sono le pratiche esplicite di questa condizione di disincanto.

La ‘contingenza’ allora è l’oggetto della rappresentazione, senza l’ambiziosa e arrogante fiducia di poter da essa risalire al Tutto: il Molteplice che non è destinato a riscattarsi in qualche forma di Uno; la regolarità – paradossalmente – è nell’irregolare, o meglio nella Emergenza  dei sistemi artificiali costruiti all’interno delle connessioni che si possono / riescono a stabilire  “in situazione”.

“Only connect”. E il Bello e il Bene? È ciò che piace: già ma uno o a molti? E chi lo decide ?

  • Da dove
Da doveIspirazione (in – spiro) dall’Alto (contatto col Sacro)Pathos dal Basso (Esperienza)Ironia dal Trauma (rifiuto del Codice Simbolico)

Se la verità sta in alto, la visione dell’ordine superiore è concessa solo da una speciale prerogativa (da un privilegio) che le forze invibili (che chiamiamo dei9 concedono ad esseri speciali.

‘spirano’ dentro l’’anima del Soggetto, gli inseriscono dentro delle idee, dei ritmi, delle tecniche, dei gesti: sono i ‘diversi’, i ‘matti’ ecc, i fumati

Invocazioni alle Muse di vario tipo

Se la verità emerge dalla storia, non può non essere la forza della passione con cui si vive a fare la differenza: il forte autentico ‘sentire’ consente all’artista di ‘sentire’ quel che altri non percepiscono. Schlofoendofer musica; schelgel la distanza tra ideale e reale, il ‘sentire’ riflessivo. Immaginazione, fantasia

Ma se la verità è una costruzione umana, la spinta all’artista arriva dalla capcità di porsi fuori dal coro, di distanziarsi, di ironizzare …. Superamento hegeliano, l’ironia leopardiana, la distanza di Kafka, Musil. Espressionismo, espressionismo astratto

  • Come
Come si faRipetizione della   RegolaInvenzione di una   CorniceConfutazione & fiction Gioco con Figura / Sfondo   Detournement&Riuso

“Fare qualcosa” è una forma di active coping nel senso che dà una sorta di immediata illusione di controllo (Le Doux): non è che consenta di fuggire totalmente dall’ansia ma di ‘interromperla’ provvisoriamente inventandosi una attività (un Mondo) che procedono in ‘parallelo’, secondo la modalità del ‘come se’, del “gioco” . fare la raccolta delle figurine, dedicarsi ad una ricerca particolare, fare volontariato, andare alla partita, in discoteca, cucinare ecc. ecc. sono esempi di quante modalità diverse di ‘azioni’ sono messe in campo proprio per dare la pienezza a quello che non ce l’ha, il tempo.

Questo aspetto dell’agire umano è in genere ‘raccontato’ attraverso storie edificanti e totalizzanti  (morale, religione, impegno, valori…) che nascondono l’operazione di finzione effettuata (la riduzione  del molteplice al semplice) per sfuggire  all’abisso del non senso di cui è fatta l’esistenza. Le norme di ogni cultura (tutte) sono finzioni che però vengono proposte come Verità assoluta, in modo da avere soluzioni immediate ai problemi critici dell’esistenza reale. Tuttavia, nel caso specifico degli artisti, è proprio questo fingere che diventa norma. Essi infatti sono in genere consapevoli del fatto che il proprio peculiare modo di agire (‘fissarsi’ su un preciso limitato obiettivo di ‘finzione’, come fare canzoni, quadri poesie ecc.) nasce dalla comune pulsione a  ridurre il complesso in semplice, a fingere ordini che non esistono; ma si danno il compito proprio di insistere sul problema della finzione, trasformando questa tecnica da opera di nascondimento a opera di verità.  Sanno ovviamente che le loro opere sono limitate nel tempo e nello spazio (sono PARTE), ma puntano tramite loro a rappresentare il TUTTO (la realtà nel suo complesso) proprio nella sua inconoscibilità. Come? Attraverso le tecniche dell’ANALOGIA, per cui la Figura su cui ci si focalizza vale anche per lo Sfondo messo da parte.

 Il mondo degli artisti, allora, è dominato proprio dalla logica del ‘come se’: il ‘gioco’ caratterizza in effetti l’umano come l’animale, particolarmente nell’infanzia, ma dagli artisti è adottato come unico strumento d’ordine, ovviamente di un ordine ‘impossibile’ in sé (se si considera l’ontologia del reale ) ma ‘possibile’ appunto nel ‘gioco (se si limita quel reale in modo arbitrario).[3]

L’opera di ‘finzione’ realizzata è certamente un qualcosa di Finito (il che consente all’artista e al fruitore di controllare l’ansia prodotta dal Non – Finito del Reale), ma può anche ambire a rappresentare la complessità da cui fugge proprio attraverso la tecnica dell’Analogia che scardina le procedure di normalizzazione (Logos) proprie delle altre pratiche culturali. Essa consiste nel ‘fingere’ una relazione ‘impossibile’ tra insiemi/concetti inavvicinabili secondo la logica dell’utilità pratica e delle categorie scientifiche, nello stabilire intenzionalmente una relazione ‘sbagliata’, per cercare di avvicinare l’abisso del non senso che tutto il resto della cultura umana tenta, come già detto, di nascondere.

Altre attività umane, come le discipline scientifiche, proprio come suggerito in modo esplicito dalle pratiche della meditazione (mindfullness)[4], mirano a  eliminare l’incertezza, operando sulla relazione figura /sfondo che alla base della ricchezza speculativa della mente. Si relegano sullo sfondo le variabili (la complessità) e si privilegiano come  figura in primo piano le invarianti (la banalizzazione)  in modo da imporre di fatto il rapporto esclusivamente con un sistema chiuso. In tal modo si esclude il Rumore (determinato dalla continuità della variazione e della moltiplicazione degli stimoli che provengono  dall’esterno) a vantaggio del Codice (un play, con elementi di numero contenuto e poche regole).

Gli artisti in effetti oscillano all’interno di questa polarità. Nella storia si danno varie soluzioni al problema di come produrre l’analogia :

  • Si scelgono delle regole (Aristotele)
  • Si dichiara il campo d’azione (introduzione, manifesti), il progetto (inizio fine)
  • Si sceglie una situazione specifica, una tecnica specifica, dei materiali specifici

Il modo però di mettere in atto questo “fare qualcosa” di “analogo” ovviamente cambia sia da soggetto a soggetto, sia da contesto a contesto.

.

Se questo è quanto avviene (può avvenire) nella mente comunemente, l’arte classicistica si propone proprio di costruire sistemi lontano dal Rumore: e la regola (qualunque regola) garantisce la focalizzazione su poche componenti da utilizzare (topoi e procedure)

Se il mondo è ordinato dall’alto, si ripetono regole che emanano dall’alto (o dal passato, dai visionari che già hanno visto il sacro ordine)

Se l’ordine è una verità cui si arriva con la tecnica della messa in forma , allora è il laboratorio, la sperimentazione, l’innovazione

L’ordine è solo una costruzione di relazioni, una composizione in cui esiste una gerarchia compositiva, o meglio il significato dipende sempre dalla combinazione concreta operata volta a volta.

E la prima cosa da fare è allora destrutturare quel che viene vissuto come assoluto e mostrarne la limitatezza, per poi riusarlo

  • Perché
Scoposuscitare  Agevolezza (conferma dell’esistente)   (Catarsi come ascesi mistica al Vero )suscitare Agevolezza (conferma dell’esistente)   (riconoscimento mediato del Vero, superamento “dialettico”)Suscitare Spostamento (critica sull’esistente )     (crescita della  conoscenza →del Falso / dell’Abietto )

Disattivata la coscienza del Sé, l’ansia e la paura non hanno più presa sull’individuo

  • Risultato
Esito Feticcio (oggetto con Aura)Feticcio (oggetto con aura)Performance (relazione, play, fiction)
  • Interpretazione
InterpretazioneGuidata dal Pastor (Soggetto Ispirato)Mediata dal Critico (Soggetto Esperto)(In) Dipendente dalla ‘situazione’, dalle ‘soggettività’ storiche

Se per l’uomo  il problema fondamentale da risolvere, in termini omeodinamici, è il risparmio di energia, è chiaro che il suo benessere cresce quando la relazione con le cose è automatica, regolata cioè per default, sia tramite i meccanismi biologici ereditati per via genetica sia tramite quelli culturali acquisiti per via di apprendimento.

In concreto come il corpo si è dotato, tramite l’evoluzione ‘cieca’, di particolari dispositivi che regolano in modo semplice l’apertura e la chiusura dei vari sistemi funzionali (circolazione, ormonale, immunitario ecc.) per eliminare gli stati di stress a favore di quelli di quiete energetica; allo stesso modo anche il Soggetto, al momento del sorgere della Coscienza, proprio perché consapevole  della propria precarietà esistenziale, punta a risparmiare energia, ovvero a evitare lo stress cognitivo che deriva dalle situazioni di incertezza e rischio[5], e punta a mettere in moto routine che eliminino immediatamente la causa dello stress. In pratica se il Soggetto Uomo si trova di fronte ad un Dubbio, prima di procedere ad una personale inchiesta (costosa, incerta nei risultati) cerca una fonte di ‘verità’: insomma un Pastor[6], per usare l’archetipo antropologico dei nomadi, che lo guidi, con tutto il resto del gregge[7], verso una meta. Non importa se la direzione sia davvero giusta: quel che conta è che si esca dallo stallo, senza consumare troppa energia. È vero che proprio perché cosciente il Soggetto è in grado di cercare da solo la via per liberarsi dal dubbio, ma per farlo deve pensare  e pensare costa.

‘Pensare’ è un termine italiano che deriva dal latino ‘pensum’, cioè peso: pensare significa confrontare almeno due pesi, valutarne la differenza, ovvero analizzare le specifiche mappature e poi fare il confronto e calcolarne costi e ricavi. È chiaro che questa procedura richiede tempo, fatica, e accettazione del rischio: siccome comporta un procedere verso vie nuove, rischia appunto non solo di non sciogliere l’ansia ma addirittura di aggiungerne altra a quella di partenza.

Stando così le cose, è ovvio che la via dritta, proposta da un Pastor (un Auctor, un Magister, un Dux, un Furher, un Conducator, un Caudillo, un Tutor, un Capo, un Pater, un Senex) è sempre più appetibile della via tortuosa da tracciare da solo nella foresta (come i bambini delle fiabe, i Cavalieri Erranti, i drop out, i border liner, gli eirones, i …).

E così allo stesso modo, di fronte a qualunque opera d’arte,  il primo modo per risolvere l’incertezza  d’interpretazione è affidarsi ad un pastor, un Esperto, un Critico, che si propone come Mediatore tra il Molteplice e l’Uno, tra il Divenire e l’Essere, tra la Caoticità dei fenomeni percepiti e il Cosmos delle opere d’arte, ovvero della Verità in esse ‘rivelata’.

Questi Mediatori sono visti

  •  o come Soggetti capaci di ‘gustare’ la qualità dell’Ordine Sacro tramite la loro ‘visione’ diretta di quel Mistero  (magari conseguente a un ‘viaggio’ straordinario) e di trasmettere quindi questo ‘gusto’ a chi ne è escluso;
  • o come Soggetti che hanno acquisito una competenza e conoscenza straordinaria nel campo specifico di questa o quella arte (tecnica) e sono quindi in grado di sopperire, come esperti, alla ignoranza dei singoli uomini comuni che si accostano alle opere, fornendo ricchi e vasti apparati di analisi, chiose, note, approfondimenti.

In entrambi casi si dà per scontato che l’individuo comune non dotato di ‘gusto’ o di ‘conoscenze specialistiche’ ha a disposizione immediatamente la soluzione nel caso in cui voglia ‘capire’ qualcosa di un’opera d’arte, appunto un ‘critico’ che gerarchicamente dispensa e garantisce certezze e verità, ovvero sicurezza e fuga dall’ansia.

Dal momento però in cui entra in crisi il modello epistemologico che garantisce che le scienze si basano su Fondamenti Ontologici, è chiaro che ogni mediazione tra le parole e le cose va accettata solo nei termini di efficienza e non di assolutezza. La figura del critico insomma è certamente necessaria per accorciare le vie della conoscenza, ma non esaurisce le questioni: in effetti le opere d’arte nascono proprio per saltare queste figure intermedie e per aggredire il singolo fruitore portandolo ad allontanarsi dalle routine tranquillizzanti dell’identico, della ripetizione, del riconoscimento e ad accettare proprio la fatica del ‘pensare’, del ‘valutare’ in prima persona i dati sensibili delle varie opere d’arte.

Ormai lo schema che l’arte su cui si regge l’arte nuova è che la relazione tra Soggetto e Mondo va mediata direttamente dalle Opere d’Arte, senza più la necessità del Critico Specialista: se esse mirano a provocare problemi nella mente del fruitore (a ri – attivare l’autoregolazione omeo dinamica di fronte alle cose in termini di assunzione di responsabilità personale, i Critici puntano proprio a dare quasi sempre solo soluzioni, contenuti che ricaccino lontano l’ansia.

Naturalmente chi si abitui alle scorribande nomadiche di queste provocazioni conquista prima o poi nuove routine che per default, lo rendono capace di affrontare senza stress la mutevolezza delle cose, a vivere cioè (con divertimento addirittura)  ‘in situazione’, recuperando l’insegnamento greco del kairòs. Delle opportunità da cogliere proprio nelle situazioni di rischio che normalmente caratterizzano il flusso delle cose, soprattutto senza affidarsi fideisticamente (con retroazione positiva, illimitata) a questa o a quella figura di Master, in qualunque campo sociale.

Criteri di valutazione

  • adesione alla regola; evidenza, chiarezza, simmetria, equilibrio
  • originalità (autenticità); passionalità, storicità, dismisura prospettica
  • problematicità: ermeneuticità (addestramento a nuove procedure di conoscneza)disincantamento
  • Epistemologia
EpistemologiaOrdine dall’Ordine (sacro)   Verità come Rivelazione / VisioneOrdine dall’Ordine (laico)   Verità come Scoperta (deduzione/induzione)Ordine dal Disordine (sacro? Laico?)   Verità come ‘Modello’
  1. Estetica
EsteticaGustoProduzioneRicezione
  • Dentro la comunità umana si possono classificare gli individui in due gruppi : quelli che ‘per natura’ hanno Buon Gusto e quelli che hanno il Cattivo Gusto.

I primi riconoscono immediatamente l’ordine, la simmeria, la causa precisa delle cose (racconti) gli altri imbruttiscono i cose e storie che danno angoscia e rinforzano lo stato di malessere

Esiste cioè un ‘naturale’ ordine nelle cose che solo pochi sanno intuire atrraverso la moltplicità: sanno cogliere l?uno, l’Ordine, e proporlo come meta da seguire agli altri incapaci

Perfeione vs approssimazione, Ragione vs passioni tristi. Buon Gusto e cattivo gusto quindi come pratica soiale di forma di comportamento.

Pulito vs sporco quindi

  • Rousseau Winckelman

Schlegel              Nel frammento 238, pubblicato su Athenaeun, Schlegel , riferendosi alla poesia, romantica, parla di “poesia trascendentale” , ossia di una poesia intrinsecamente accompagnata dalla consapevolezza teorica del proprio significato e del proprio farsi, così come una filosofia è trascendentale se non si occupa tanto degli oggetti della conoscenza ma del modo in cui essi sono conosciuti.

 L’estetica si propone ora come una filosofia dell’arte che prende le mosse proprio dall’intrinseca storicità delle opere e delle forme artistiche, ossia dalla loro irriducibile individualità e determinatezza, e questa esigenza di comprensione storica viene fatta valere dai romantici non solo in relazione all’arte ma anche al linguaggio, al diritto, alla religione.

La consapevolezza della determinatezza storica di ogni forma artistica agisce sul modo stesso di comprendersi e di presentarsi da parte dell’estetica romantica, là dove ricorrono frequentemente coppie di termini opposti come “antico” e “moderno” o “classico” e “romantico” .

 Shiller

  • Gadamer (ermeneutica) Jauss

[1] Dove ho male? In quella parte del corpo particolare e me la tocco per lenire il dolore

[2] La presenza di Venere è chiara citazione della consapevolezza umanistica che per arrivare ad una conoscenza laica delle cose occorre avere l’umiltà di attingere non al Sacro, ma semplicemente ad altri uomini che hanno già sperimentato le vie del Bello con risultati efficaci. Venere è ovviamente archetipo della bellezza: per cui il quadro può essere interpretato come una rappresentazione della consapevolezza che la bellezza (Venere) è frutto di Incorniciamento (limitazione del campo, eliminazione del Rumore) e Ripetizione (apprendimento di tecniche, laboratorio)

[3] Ogni gioco consiste nel limitare in modo arbitrario lo spazio, per cui la fetta scelta diventa il Tutto (il Mondo); e nello stabilire delle regole di comportamento (cosa si può, cosa non si può, cosa si deve, cosa non si deve fare nel tempo che dura) che impediscono l’apertura a nuovi accadimenti che causino sorprese.

[4] Che suggeriscono di riempire la mente solo di quanto in quel momento è davanti al soggetto, eliminando tutte le componenti di sfondo (l’inconscio cognitivo9 che interferendo con il sistema ristretto appena messo a fuoco comporta apertura, quindi incertezza. I contenuti sono opposti apparentemente a quelli delle scienze, che predilogono come figura delle regole assolute: ma è identico il modo di attivare il rapporto con il mondo: “Una cosa alla volta”. Il buddhismo punta alle cose concrete presenti (la situazione limitatissima), la scienza (quella scolastica ovviamente) alle regole da imparare. E così si sfugge la complessità.

[5] Secondo Le Doux (2015, p.336) “la paura e l’ansia non sono biologicamente cablate. Non erompono preconfezionate da un circuito cerebrale sotto forma di esperienza conscia perfettamente formata. Sono una conseguenza dell’elaborazione cognitiva di ingredienti non emotivi”. In pratica sono emozioni di secondo livello, per così dire, frutto dello sfondo cognitivo con cui la mente del singolo ‘tratta’ le informazioni che vengono dall’esterno. Si prova paura ed ansia di fronte a ‘cose’ che la cultura di appartenenza  ha classificato come incertezza, male ,rischio;  mentre si prova sicurezza e quiete di fronte a situazioni che la cultura ha categorizzato in termini di evidenza, bene e ripetizione.

[6] Diamo tutti per scontato che un bambino abbia bisogno di guide per imparare a diventare autonomo.

[7] Una delle strategie di sopravvivenza degli organismi è muoversi verso la direzione che in quel momento prende la maggioranza dei membri della comunità: non conta la direzione, ma appunto la quantità. Il volo degli storni, le corse dei cavalli, i percorsi delle formiche (in fila ma guidate da odori) ecc. per noi ovviamente gli esempi sono ancora più facili, pur se ammantati da luccichii mondani: le mode, le tendenze, i sondaggi. In genere le masse, come sappiamo da Le Bon in poi, sono appunto semplicemente comunità animali che si muovono secondo questi principi: non esiste volontà differenziante dentro un branco, ma solo ‘identità’. Economia, rifiuto di dubbio, rifiuto di pensiero.

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